di Antonio Scurati
Corriere della Sera, 25 dicembre 2019
Un trasloco di libri con l'aiuto di un ragazzo del Gambia: generosità senza calcoli, ricordi di una famiglia che non c'è più. E un asilo che potrebbe non arrivare: per due ragioni entrambe assurde. "Mandingo!". Io sono in cima a una scala con dei libri in mano. Modou, che me li estrae da uno scatolone, è inginocchiato a terra. Eppure, in questo momento, lui è in alto e io in basso.
L'inestirpabile fierezza delle radici con cui pronuncia quella parola - Mandingo - lo eleva. Per quanto bassa possa essere la sua attuale condizione, l'araldica di padri ignoti e scomparsi lo anima di giusto orgoglio. Io mi sono limitato a chiedere che lingua si parli nel suo Paese d'origine, il Gambia. Eppure, per Modou, umile uomo di fatica, quella semplice domanda è valsa un riconoscimento onorifico. Allora, io inizio a nominargli gli scrittori centroafricani presenti nella mia libreria: Senghor, Achebe, Soyinka... Per ognuno di quei nomi, lo sguardo di Modou s'illumina, il sorriso si allarga: li conosce tutti. Da quel momento in avanti, il suo lavoro, già coscienzioso e accurato, diventa addirittura meticoloso. Le sue grandi mani sembrano accarezzare ogni singolo libro prima di riporlo sullo scaffale.
Ho incontrato Modou (il nome è fittizio) in occasione del trasloco del mio studio. Se ne è occupato insieme a Mario (chiamiamolo così). Modou, sorriso smagliante, originario dell'Africa occidentale, è alto, robusto, fiero nel portamento ma gentile nei modi, serafico, mussulmano osservante, giovane e nero come l'ebano; Mario, invece, milanese nato in via Gola, storica sacca di malavita, è minuto, nervoso, magrissimo, cattolico senza Dio, un po' curvo come chi si senta perennemente minacciato, non più giovane, bianco e con un passato di rapinatore di banche. Eppure, lavorando di buona lena fianco a fianco, Modou e Mario mi hanno inscatolato trent'anni di libri in mezza giornata.
Sono entrambi alle dipendenze di Loris (altro nome fittizio), un ex delinquente redento grazie a una cooperativa di sgomberi che da decenni - con discrezione e senza aiuti pubblici - in collaborazione con il carcere di Opera, ha reinserito nella società centinaia di detenuti (si chiama Di Mano In Mano e ora gestisce bellissimi negozi di vintage). Loris, nato a Mesagne (culla della Sacra Corona Unita), ha vissuto tra la strada, il riformatorio e il carcere per metà della sua vita ("Che facevi Loris?"; "Truffe, clonazioni, un po' di tutto, quel che c'era da fare"). Nella seconda metà della sua esistenza, però, Loris ha deciso di riscattare la prima.
È riuscito ad avviare una sua piccola ditta di traslochi e, assumendo ex-detenuti come lui, sta ampiamente ripagando il dono che ha ricevuto. Il cellulare infilato dentro il casco da motociclista, il ventre prominente sotto la tuta da ginnastica, rigorosamente del Milan, Loris organizza con slancio il duro e onesto lavoro dei suoi "ragazzi" come un tempo organizzò le loro truffe. Magari fanno un po' di caciara ma di una cosa puoi star certo: Loris e la sua banda, anche quando hanno espletato tutte le mansioni previste dal contratto, non si tirano certo indietro. Ti aiutano finché non è tutto a posto, anche al di là dei loro obblighi, finché sentono di aver fatto le cose per bene, senza risparmiarsi e senza addebitarti gli extra. Mettono nel lavoro quella generosità priva di calcoli di cui sono capaci gli uomini che hanno condotto vite dissipate.
Terminato il lavoro, si va a pranzo insieme. La curiosità mi morde. Prendo Loris in disparte.
"Scusa Loris... ma cosa ha combinato Modou?".
"Modou?!", esclama lui come rinculando. "Assolutamente niente! Modou non beve, non fuma, non va a donne perché fedele alla sua promessa sposa e prega secondo i precetti. Ovunque si trovi, s'inginocchia anche in mezzo ai calcinacci e prega. Avessimo noi i suoi valori morali!".
Abbozzo un sorriso cautelativo: "Ma, allora, perché sta in mezzo a voi farabutti?".
Loris s'incupisce, e non a causa del mio bonario sfottò. Nel suo tipico borbottio ai confini dell'incomprensibile, lo sento dire: "Quando era bambino, gli hanno sterminato la famiglia davanti agli occhi". Poi, dopo una breve pausa di costernazione, aggiunge: "A colpi di piccone".
Dopo aver saputo, mentre osservo quel ragazzone gioviale, serio e laborioso divorare il suo piatto di maccheroni, mi maledico per la mia arrogante stupidità: ho creduto che bastasse sciorinare qualche nome di scrittore per saltare l'abisso che separa la pigra esistenza di noi privilegiati dall'odissea dei dannati della terra.
Ogni giorno, mi dico, in questa modernità porosa, dentro la quale convivono epoche lontane tra loro secoli e millenni, sfioriamo, con noncuranza o dispetto, esseri umani che hanno vissuto sulla propria pelle esperienze cui noi non riusciremmo nemmeno ad assistere se proiettate su uno schermo cinematografico. Con discrezione, mi sono informato. Modou dorme da anni in una camerata di un centro di accoglienza e, sebbene lavori da anni per Loris con regolare contratto, non gli è concesso un futuro in Italia perché il ragazzo cui hanno sterminato la famiglia davanti agli occhi a colpi di piccone è ancora in attesa di permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Non solo: c'è un alto rischio che il nostro misericordioso Paese non glie lo conceda.
Impossibile, direte voi. E, invece, purtroppo, è addirittura probabile. Per due ragioni, entrambe assurde. La prima è che un giudice ha ritenuto dubbia la sua testimonianza allorché, richiesto di rivivere la scena del suo trauma infantile, Modou ha restituito lo sguardo del bambino, e quello dei suo codici culturali, narrando di "demoni che aggredirono il villaggio uscendo dalla foresta armati di machete e di picconi". La seconda è che Yahya Jammeh, il dittatore che ordinò i massacri in Gambia, è stato finalmente deposto. E tanto basta perché, come è accaduto sistematicamente negli ultimi mesi con i rifugiati del Gambia, un giudice possa, ritenendo che sia per lui cessato ogni pericolo, rispedire a casa un ragazzo che non ha più casa, negandogli quella vita che sta laboriosamente, coraggiosamente cercando di ricostruirsi in mezzo a una turba di fantasmi di padri, madri e fratelli massacrati.
La celebre "Christmas Carol" di Dickens comincia con un morto ("Marley era morto, tanto per cominciare"). Anche questo nostro piccolo racconto di Natale comincia con la morte. Modou, però, è vivo. Vivo della vita flebile ma tenace dei superstiti, della promessa struggente di un mondo prossimo alla propria apocalisse. Ora sta a noi mantenere quella promessa.
di Marco Perduca
Il Riformista, 25 dicembre 2019
A quasi due anni dai fatti, ieri si è concluso il procedimento a carico di Marco Cappato per aver accompagnato Fabiano Antoniani, meglio noto come DJ Fabo, a ottenere il suicidio assistito in una clinica Svizzera. La Corte di Assise di Milano ha assolto il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni perché il fatto non sussiste. A seguito di un incidente stradale che lo aveva costretto a letto e alla progressiva perdita della vista, DJ Fabo aveva manifestato pubblicamente il proprio desiderio di non voler più soffrire nelle condizioni in cui era costretto e da cui non sarebbe mai più potuto tornare indietro. "Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione", aveva scritto al Presidente delle Repubblica Mattarella nel 2017 confessando di non trovar più alcun senso in quella sua vita, "ritengo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia". Una lettera simile, nella determinazione, a quella inviata da Piergiorgio Welby nel 2006 e indirizzata all'allora presidente Giorgio Napolitano.
Nel febbraio del 2017 Marco Cappato, che da anni assieme alla vedova di Welby, Mina, e a Gustavo Fraticelli aveva creato un'associazione per aiutare chi voleva guadagnare una morte opportuna e porre fine a una vita considerata non più degna di essere vissuta, come diceva Welby, decise di accompagnare personalmente Antoniani in Svizzera per vedere le sue volontà rispettate. Una decisione in contrasto con il nostro codice penale presa nella convinzione che norme che limitano le libertà individuali debbano esser disobbedite per creare regole che consentano libere scelte che non recano danno ad altri. Appena rientrato a Milano si presentò ai carabinieri raccontando quanto fatto e il perché. Il processo Cappato dovrà esser studiato, e non solo per il suo epilogo.
Le decine di incontri e convegni promossi dall'Associazione Luca Coscioni ne hanno messo, e continuano a mettere, in evidenza la complessità procedurale e le implicazioni etico-morali della vicenda - oltre che naturalmente i profili di costituzionalità dell'articolo 580 del codice penale. Nella primavera del 2017 il Giudice per le indagini preliminari aveva infatti chiesto l'imputazione coatta dell'ex eurodeputato perché l'accusa si era schierata dalla parte del gesto di Cappato rendendo difficile la presa di una decisione da parte del Tribunale di Milano.
Del caso fu interessata la Corte costituzionale perché la vicenda aveva fatto emergere un potenziale vuoto normativo relativo ai diritti umani nella fase finale della vita in presenza di circostanze impensabili al tempo in cui fu scritto il Codice Rocco. Nel settembre del 2018 i giudici costituzionali, pur rilevando la necessità di definire alcune delle tutele necessarie al rispetto di una decisione da prendersi in ossequio all'articolo 32 della Costituzione, anche alla luce dell'entrata in vigore del cosiddetto "testamento biologico", decisero di attendere per 11 mesi il legislatore per le opportune modifiche normative. La mancanza di accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle ha bloccato l'iter legislativo incardinato a partire da una proposta di legge d'iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia presentata alla Camera dall'Associazione Luca Coscioni nel 2013.
Nella sua arringa finale l'avvocato Francesco De Paola, difensore di Cappato assieme a Massimo Rossi, ha precisato che "la Corte Costituzionale ha aperto la strade delle scriminanti procedurali che fanno venire meno la illegittimità del fatto nel momento stesso in cui si compie" chiedendo che il suo assistito venisse assolto "perché il fatto non costituisce reato". L'avvocato Rossi, in linea con la Procura, l'aveva invece chiesta "perché il fatto non sussiste". "L'assoluzione di Cappato ha dato libertà alla libertà", ha commentato Filomena Gallo, avvocato e Segretario dell'Associazione Luca Coscioni che ha coordinato il collegio di difesa. Si tratta di una conquista giunta nelle ore in cui la madre di Cappato s'è spenta per una grave malattia. A lui i ringraziamenti perché sarà possibile finalmente scegliere della propria vita senza rischiare penalmente e a tutta la sua famiglia il cordoglio di chi ha avuto la fortuna di conoscere Alberta.
di Pietro Di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 25 dicembre 2019
Secondo il rabbino della Rocca dalla persecuzione degli ebrei è derivato un senso di colpa che è una chiave per comprendere le spinte antisemite di oggi.
Con due editoriali, documentati e argomentati, Ernesto Galli della Loggia e Paolo Mieli hanno affrontato sul Corriere della Sera il tema dell'antisemitismo in Italia e Gran Bretagna. Mieli dimostra che il leader del partito laburista Jeremy Corbyn che ha perso rovinosamente le elezioni anche per ambiguità su questo tema - merita appieno le accuse e le censure di antisemitismo che svariate parti, anche autorevolissime, della società britannica gli muovono da tempo.
E si stupisce che "la sinistra politica e culturale del nostro Paese (con alcune, purtroppo poche, lodevoli eccezioni) pur particolarmente attenta agli slittamenti antisemiti nel discorso pubblico italiano non abbia ritenuto meritevole di attenzione queste particolarità di Corbyn che hanno suscitato allarme persino nell'arcivescovo di Canterbury". Mieli dunque stigmatizza non solo "l'ambigua sinistra inglese" ma anche la sinistra italiana che evidentemente, Mieli non lo dice ma lo lascia supporre, fa prevalere a riguardo la scelta dell'affinità politica sul dovere della condanna morale.
E qui soccorre Galli della Loggia, che investigando "la realtà profonda dell'antisemitismo" ne pone in luce la peculiarità italiana, definita una sorta di antisemitismo "indiretto" o "di risulta".
Sicché la variante italiana della peste antisemita (espressione nostra, questa) sarebbe alimentata anche "da un ultimo fattore: l'uso politico dell'Ebraismo da parte dei non ebrei, cioè l'uso che gli esponenti politici non ebrei - solo loro, solo e sempre esponenti della politica e dunque perlopiù, ahimè, personaggi agli occhi dell'opinione pubblica largamente screditati - fanno spesso e volentieri dell'Ebraismo".
Antisemitismo "di rivalsa" e "d'invidia", "vale a dire l'effetto aggressivo di un avvilimento, una forma di ottusa rivalsa per la capillare mortificazione che l'identità europea si trova a subire da tempo", come si esprime Galli della Loggia, il quale pare considerarlo anche il risvolto dell'attestazione di un preteso "impeccabile status etico- ideologico", non proprio "la manifestazione di un'effettiva avversione diretta nei confronti degli ebrei" ma una forma strumentale, occasionale ed enfatica, di adesione ("vicinanza/ solidarietà/ amicizia/stima ecc. ecc.") all'Ebraismo.
Il rabbino Roberto Della Rocca ha scritto sulla stessa testata che Galli della Loggia "ha messo bene in luce non solo le responsabilità della civiltà occidentale nella persecuzione e nell'odio verso gli ebrei, ma anche il senso di colpa conseguente che ne è derivato e che, a suo parere, sarebbe una delle chiavi principali per comprendere l'antisemitismo contemporaneo."
A nostro modo di vedere, esiste un'altra linea di demarcazione che si diparte dalle considerazioni di Galli della Loggia.
Troppi ambigui personaggi, anche non screditati, affollano la rumorosa categoria degli anti- antisemiti, come vorremmo definirla a nostra volta. Costoro sfoggiano un anti-antisemitismo cerimoniale, di maniera, ad uso e consumo di telecamere, talk show, "social" e consigli comunali. Nelle aporie dell'esibita contrarietà all'antisemitismo, tipica di un certo strato politico- culturale della società italiana, è riscontrabile invece un latente cripto antisemitismo. Gl'Italiani anti- antisemiti, infatti, non sempre sono filo- israeliti, per non dire filo- israeliani. Dell'antisemitismo avversano il mallo anziché il gheriglio.
di Fabio Ambrosino
sentichiparla.it, 25 dicembre 2019
Qualche settimana fa ha destato una certa preoccupazione la decisione della Commissione Europea di dimezzare la stima di crescita del prodotto interno lordo (Pil) italiano per l'anno 2020, portandola dallo 0,7 per cento previsto in estate allo 0,4 per cento. Il Pil è infatti il parametro più utilizzato per definire il grado di sviluppo e di ricchezza di uno Stato e molte delle politiche messe in atto dai governi dei Paesi economicamente avanzati sono finalizzate a favorirne la crescita.
Ma se il Pil non fosse la misura giusta da tenere in considerazione per stabilire il benessere di uno stato? Se esistesse un parametro migliore? È di questa opinione l'accademico e saggista inglese Richard Wilkinson, impegnato da oltre quarant'anni nello studio degli effetti delle disuguaglianze sociali. Come spiega all'inizio di una famosa Ted talk di qualche anno fa, infatti, prendendo in considerazione diverse misure relative ad aspetti sociali e sanitari di una popolazione (aspettativa di vita, mortalità infantile, mobilità sociale, alfabetizzazione, obesità e altre) si vede chiaramente come queste non siano correlate al reddito interno lordo, un derivato del Pil.
Esiste invece una stretta relazione tra queste misure e un altro fattore: il livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Guardando i risultati delle analisi di Wilkinson e colleghi - dove questo aspetto viene rappresentato mediante il rapporto tra il reddito medio del 20 per cento più ricco della popolazione e quello del 20 per cento più povero - si nota infatti come nei Paesi caratterizzati da una maggiore disuguaglianza i problemi sociali siano più diffusi e rilevanti.
"Il benessere medio delle nostre Società non dipende più dal reddito nazionale o dalla crescita economica", spiega Wilkinson, "sono fattori molto importanti nei Paesi poveri: non nel mondo ricco e sviluppato. Qui contano le differenze esistenti tra noi e dove ci posizioniamo l'uno rispetto all'altro".
Facciamo degli esempi. Prendendo in considerazione il livello di fiducia di una popolazione - ovvero "la percentuale di cittadini che concorda con il fatto che gli altri siano degni di fiducia" - si nota che nei Paesi con una maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito, come Portogallo e Stati Uniti, questa può essere addirittura inferiore al 15 per cento, mentre nei contesti più egualitari, come Giappone, Svezia e Norvegia, arriva a raggiungere il 60-65 per cento.
Un altro esempio: il tasso di omicidi. Analizzando i dati relativi agli Stati americani e le province canadesi si vede che in quelli meno egualitari questo parametro può arrivare a oltre 150 uccisioni per milione di abitanti, mentre in quelli con meno differenze di reddito si aggira intorno ai 15. Lo stesso rapporto di 1:10 emerge poi in merito al numero di detenuti: 400 ogni 100.000 abitanti nei contesti meno egualitari, 40 in quelli più egualitari. "I Paesi con maggiori differenze di reddito sono anche quelli con una maggiore tendenza a mantenere la pena di morte", aggiunge Wilkinson.
Qui contano le differenze esistenti tra noi e dove ci posizioniamo l'uno rispetto all'altro. Molto significativi sono poi i dati relativi alla salute mentale, al centro dell'ultimo lavoro del ricercatore inglese - "The Inner Level" - scritto insieme a un'altra protagonista della ricerca mondiale sulle disuguaglianze: Kate Pickett. Prendendo come riferimento la percentuale di cittadini che ha avuto problemi di natura psichiatrica (compresi quelli legati alle dipendenze), infatti, si nota come questa arrivi al 20-25 per cento nei Paesi meno egualitari, mentre in quelli con differenze di reddito minori scende fino all'8 per cento. Fa eccezione l'Italia, con una percentuale di abitanti con problemi psichiatrici molto bassa (8 per cento) a fronte di un alto livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Un dato che secondo gli autori potrebbe essere legato alla presenza, nel nostro Paese, di "strette relazioni familiari".
Wilkinson e Pickett ipotizzano anche dei possibili meccanismi psicosociali sottostanti la relazione tra salute mentale e distribuzione del reddito. Rifacendosi ai lavori di Oliver James, Alain de Botton, Robert Frank e Richard Layard, i due ricercatori sottolineano come nei contesti meno egualitari il concetto di classe sociale acquisti maggiore importanza, favorendo lo sviluppo di disturbi d'ansia legata a fattori come la competizione, l'insicurezza e la preoccupazione del giudizio altrui. Una relazione, questa, che trova riscontro anche a livello fisiologico. Nel 2004, una metanalisi in cui sono stati integrati i risultati di 208 studi ha messo in evidenza come le minacce di tipo socio-valutativo siano quelle che determinano la maggiore produzione di cortisolo, l'ormone dello stress.
Non importa molto come si arriva a una maggiore equità, purché ci si arrivi in qualche modo. Inevitabilmente, tutti questi risultati hanno delle implicazioni di natura politica. Prendendo in considerazione i due Paesi più egualitari del mondo - Svezia e Giappone -, ad esempio, Wilkinson sottolinea come nonostante entrambi raggiungano ottimi risultati in termini socio-sanitari si tratti in realtà di due contesti estremamente diversi. "Non importa molto come si arriva a una maggiore equità, purché ci si arrivi in qualche modo", spiega. Infatti, mentre in Giappone la differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi è semplicemente molto ridotta e lo Stato si limita a tassare poco tutta la popolazione, in Svezia questo gap è invece molto elevato ma viene bilanciato con una tassazione fortemente progressiva e uno stato sociale molto forte.
Uno degli aspetti più interessanti di questo tipo di politiche, infine, è che nei Paesi più egualitari non sono soltanto i poveri a stare meglio, ma anche i ricchi. Wilkinson lo dimostra portando ad esempio uno studio che aveva messo a confronto i tassi di mortalità infantile della Svezia con quelli di Inghilterra e Galles. Mentre nel Regno Unito esiste una forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito e la mortalità infantile è nettamente superiore nelle classi sociali più povere, in Svezia l'incidenza di decessi infantili è relativamente costante. A dimostrazione dell'universalità dei benefici di una società più egualitaria, tuttavia, in qualsiasi punto della scala gerarchica della società svedese il tasso di mortalità infantile è inferiore rispetto a quello relativo alla fascia di popolazione inglese e gallese più ricca.
di Leone Grotti
Tempi, 25 dicembre 2019
Una bambina ha scoperto che il suo bigliettino di auguri, venduto dalla Tesco per finanziare la ricerca sul cancro, è prodotto in Cina dai detenuti ai lavori forzati. Risparmiateci almeno l'ipocrisia. C'è solo una cosa più odiosa, ingiusta e insopportabile dei miliardi guadagnati dal regime comunista cinese attraverso lo sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti. Ed è la retorica delle ricche aziende occidentali, che su quel lavoro costruiscono una fortuna e che ogniqualvolta viene squarciato il velo della verità, danno alle stampe comunicati ipocriti pieni di ideali molto natalizi, per poi tornare al business as usual. Il caso Tesco, in questo senso, è solo l'ultimo di una lunga serie.
La notizia, pubblicata in origine dal Sunday Times e poi ripresa da tutti i giornali del mondo, in particolare dalla Bbc, è ormai nota: Florence Widdicombe, bambina inglese di 6 anni di Tooting, quartiere a sud di Londra, ha comprato un pacchetto di bigliettini natalizi della Tesco da una sterlina e cinquanta per fare gli auguri alle sue amiche. I bigliettini, oltre ad avere un costo irrisorio, vengono venduti per raccogliere 300 mila sterline per la ricerca sul cancro e il diabete della British Heart Foundation. Non c'è niente insomma di più natalizio, secondo la vulgata che vuole il Natale come il periodo per eccellenza per "sentirsi" buoni.
Dentro una delle cartoline, però, la piccola Florence ha trovato un messaggio molto poco natalizio: "Siamo prigionieri stranieri nella prigione cinese di Qingpu, Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro il nostro volere. Ti prego aiutaci, informa le organizzazioni dei diritti umani e contatta il signor Peter Humphrey", cittadino britannico che aveva passato due anni in quella stessa prigione, denunciandone le orribili condizioni e gli abusi da parte dei secondini.
I bigliettini venivano prodotti e confezionati per la Tesco dalla Zhejiang Yunguang Printing, che era stata monitorata a detta del colosso britannico solo un mese fa, senza che nessun problema fosse riscontrato. Ora la Tesco ha tolto dal commercio i bigliettini provenienti da questa azienda, mantenendo sugli scaffali invece quelli prodotti da altre aziende cinesi coinvolte.
Un portavoce della catena di supermarket ha anche dichiarato: "Noi aborriamo l'uso del lavoro forzato carcerario e non permettiamo che venga usato nella nostra filiera. Siamo scioccati da queste accuse e abbiamo sospeso immediatamente la fabbrica che ha prodotto questi bigliettini e avviato un'indagine".
Non c'è niente di meglio che una bella dichiarazione di intenti e una indagine inefficace per lavarsi la coscienza. La verità è che il lavoro forzato viene utilizzato regolarmente nelle prigioni cinesi, tutti lo sanno ma a nessuno interessa cambiare il sistema che garantisce costi di produzioni bassissimi, né al governo né alle ipocrite aziende occidentali.
Nel 2012 Julie Keith, residente a Portland, Oregon, ha trovato un messaggio simile nelle sue decorazioni di Halloween, fabbricate nel centro di rieducazione attraverso il lavoro di Masanjia, dove vengono torturati i membri del Falun Gong. Nel 2014 Karen Wisinska, Irlanda del Nord, ha scoperto che i suoi jeans venivano prodotti con il lavoro forzato dal messaggio scritto sull'etichetta. Nel 2015, Shahkiel Akbar, ha trovato un messaggio simile all'interno delle calze del marchio low cost Primark acquistate in un Metrocentre di Newcastle: "Sono soggetto a torture estreme", diceva l'autore. Nel 2017 Jessica Rigby, dell'Essex, ha scoperto che il suo bigliettino di auguri comprato in un supermercato di una delle catene più grandi del Regno Unito, Sainsbury's, era stato prodotto con il lavoro forzato in una prigione di Guangzhou.
Di quanti altri esempi abbiamo bisogno per capire che c'è un motivo se in Cina la produzione ha un costo così basso e conveniente? E chi può dire quanti messaggi di questo tipo siano stati scritti da prigionieri, abusati e torturati, ma scoperti prima che i prodotti fossero venduti? Davanti a così tante testimonianze, come può il portavoce della Tesco parlare di prodotti "verificati in modo indipendente"? Come fa a essere sicuro che le altre aziende che fabbricano i bigliettini natalizi non ricorrano al lavoro forzato? Per sua stessa ammissione la Zhejiang Yunguang Printing era stata controllata e giudicata senza macchia appena un mese fa. Come può dire allo stesso tempo che la Tesco "aborrisce il lavoro forzato" e poi lasciare in vendita i bigliettini fabbricati da altre aziende cinesi?
Che il regime comunista utilizzi il lavoro forzato carcerario non è una novità e nessuno, nel 2019, può scandalizzarsi: è un sistema che va avanti dal 1949, da quando è stata fondata la Repubblica popolare cinese. Che le aziende occidentali facciano la fila per produrre in Cina e così aumentare i profitti sfruttando gli irrisori costi di produzione non può scandalizzare nessuno: è all'alba dei tempi che i soldi sono più importanti dei diritti umani.
Sarebbe bello però se la Tesco ci risparmiasse almeno l'ipocrisia di chi fa finta di essere all'oscuro di tutto e sembra considerare la Cina come il nuovo Bengodi del capitalismo etico. Il colosso della distribuzione continui pure a fare profitti, devolvendone una parte per scopi benefici e natalizi per far sentire tutti più "buoni", utilizzando i nuovi schiavi cinesi. Non ci venga però a parlare di "shock", "indagini indipendenti", "buone pratiche" e ciarpame assortito. Se la catena Tesco vuole davvero essere etica, non ha che da interrompere la produzione in Cina e finanziare con le sue tasche la lodevole ricerca sul cancro. Ma questo non accadrà, perché sentirsi buoni è molto più facile e vantaggioso che esserlo.
di Cornelia Toelgyes
africa-express.info, 25 dicembre 2019
Il procuratore generale del Sudan, Tagelsir el-Heber, ha aperto un'inchiesta sui crimini commessi nel Darfur da una cinquantina di vecchi dirigenti del regime ormai crollato, già indagato dalla Corte Penale Internazionale. Tra gli indagati spiccano i nomi dell'ex presidente, Omar Al Bashir, quello dell'ex ministro alla Difesa, Abdel-Rahim Mohamed Hussein, e del governatore del Kordofan, Ahmad Haroun, tutti e tre attualmente detenuti a Khartoum. Mentre altri due personaggi, Abdallah Banda (uno dei leader del gruppo di opposizione Justice and Equality Movement) e Ali Kushayb (ex capo delle feroci milizie tribali janjaweed), sono tutt'ora ricercati.
Nel marzo 2009 la CPI aveva spiccato un mandato d'arresto nei confronti del vecchio despota per crimini contro l'umanità (compresi gli stupri di massa) e genocidio proprio per le violenze commesse in Darfur. Malgrado ciò, mentre era al potere, è riuscito a spostarsi dal Paese senza che nessuno lo consegnasse alla giustizia. Questo perchè il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri il compito di fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura.
L'anziano dittatore sarà davvero processato per i crimini che gli sono attribuiti? Vedremo. Intanto le indagini sono in corso, come ha annunciato domenica el-Heber, che ha precisato: "Abbiamo iniziato a indagare già nel 2003". Durante il sanguinoso conflitto nel Darfur sono state uccise oltre 300.000 persone, altre 2.5 milioni hanno lasciato le loro case, per non parlare delle violenze che hanno dovuto subire le donne di quella regione, in particolare dai sanguinari janjaweed, diavoli a cavallo" (come li chiamava la popolazione): bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
Omar al-Bashir, ex presidente del Sudan - Durante la conferenza stampa di domenica, il procuratore sudanese ha spiegato che è stato spiccato un mandato d'arresto internazionale dall'Interpol nei confronti di Salah Gosh, ex capo dei servizi segreti. L'ufficio della procura generale sta anche investigando su autorità e persone che avrebbero ricevuto denaro dall'ex presidente. In altre parole sono alla ricerca di coloro che si sono lasciati corrompere dall'ex dittatore. Tra l'altro Al Bashir è sotto inchiesta, insieme ad altri islamici, per il colpo di Stato del 1989, quando, come colonnello dell'esercito sudanese, ha guidato un gruppo di ufficiali in un incruento colpo di Stato militare che rovesciò il governo civile del primo ministro Sadiq al-Mahdi.
di Monica Coviello
vanityfair.it, 25 dicembre 2019
Il match tra Juventus e Lazio in Arabia Saudita ha di nuovo riacceso le polemiche sul rispetto dei diritti umani del Paese, che ha ospitato l'evento per la seconda volta. La partita della Supercoppa italiana tra Juventus e Lazio in Arabia Saudita (vinta dalla squadra romana per 3 a 2) ha di nuovo riacceso le polemiche sul rispetto dei diritti umani del Paese, che ha ospitato l'evento per la seconda volta. Prima del match, Hatice Cengiz, fidanzata del giornalista saudita Jamal Khashoggi (ucciso nell'ottobre 2018 nell'ambasciata saudita di Istanbul, dove era entrato per ottenere i documenti necessari per sposare la donna, che stava aspettando fuori dall'edificio) era stata a Roma per parlare alla Foreign Press Association, dopo essersi rivolta al comitato per i diritti umani del Senato italiano.
"Di solito non seguo il calcio, ma so cosa ne pensate voi italiani", ha spiegato. "Sono davvero confusa all'idea di due squadre italiane che giocano in Arabia Saudita. Capisco che ci sia stato un invito e ci sia un aspetto economico da considerare. Capisco anche che non è possibile boicottare la partita, dato che tutto è già programmato, ma non vedete che il calcio, che amate veramente, viene utilizzato politicamente, per promuovere il Paese? Ho il cuore spezzato da quello che sta accadendo". Anche come Amnesty International e Usgrai chiedevano che la partita non fosse disputata in Arabia Saudita, oltre che per l'omicidio di Khashoggi (in cui è coinvolto, per sua ammissione, il principe erede al trono, Mohammad Bin Salman), anche per il mancato rispetto dei diritti delle donne nel regno.
Durante la partita, alle donne è stato permesso l'accesso sugli spalti allo stadio di Riad: una dimostrazione delle riforme da esibire di fronte a tutto il mondo. Eppure proprio le attiviste che si sono battute per i diritti delle donne sono ancora in carcere. Pensiamo a Loujain Al-Hathloul, fra le più impegnate per l'eliminazione del divieto di guida alle donne: è stata torturata in prigione ed è ancora detenuta.
A fine novembre sono finiti in carcere molti giornalisti, tra cui anche Zana Al-Shahri, che scrive per il magazine Al Asr, e Maha Al-Rafidi, firma del quotidiano Al Watan. Nassima Al-Sada, scrittrice, membro della minoranza sciita, è sottoposta a regime di isolamento. Di Samar Badawi era stata annunciata, via social network, l'esecuzione, ma Amnesty International ha confermato che è viva ma detenuta in carcere, per scontare una condanna a vent'anni. L'attivista lottava contro il "sistema del guardiano", la figura maschile, un familiare, che controlla la vita delle donne.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 dicembre 2019
I dem presentano una proposta alternativa che reintroduce la prescrizione dopo il primo grado. Maggioranza in affanno sulla prescrizione del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Il Pd, sulla linea di Andrea Orlando, oggi deposita la sua "assicurazione sulla vita" (come ha detto a Repubblica l'ex Guardasigilli Dem) che ripropone la legge in vigore dello stesso ex ministro.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 24 dicembre 2019
Antonio si ricorda tutte le telefonate che ha fatto in questi 26 anni. Vito, dopo 23 anni, andrà in permesso e non dormirà, per paura di perdere le ore di libertà. Dico: deve pur esistere qualcosa di meglio del diritto penale! Caino? Qui dentro non c'è Caino.
di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 24 dicembre 2019
Durante il 2019 Antigone ha visitato ben centosei carceri: istituti enormi come Poggioreale così come piccoli centri per detenute madri come quello di Lauro; istituti del nord - Como - e del sud - Taranto - sovraffollati il doppio rispetto alla capienza regolamentare. Istituti con celle senza acqua calda o con spazi così limitati da costringere le persone a stare sempre seduti o sempre stesi a letto.
- Le Camere penali lanciano i comitati promotori per abrogare la riforma Bonafede
- Prescrizione, la contro proposta Pd arriva a sei giorni dalla riforma contestata
- Riforma Bonafede della prescrizione: la battaglia continua
- Giustizia e informazione. Ma con le indagini non si fa spettacolo
- "Le toghe siano moderate nei rapporti con i media"










