di Gaetano Scariolo
blogsicilia.it, 27 dicembre 2019
Si è tolto la vita nella sua cella, nel carcere di Cavadonna, Dmytro Steblovskyi, un ventiseienne ucraino. Secondo alcune fonti, il giovane era stato arresto per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In particolare, sarebbe stato al timone di una barca salpata da un porto della Turchia per raggiungere le coste della Sicilia.
Il suicidio si è verificato la vigilia di Natale ed a darne notizia è stato Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia. "Pare fosse in attesa della sentenza di appello. É? la 52esima persona che si suicida in carcere in Italia. Il carcere rimane un posto dove invece di pensare al recupero umano si persevera ad applicare pratiche punitive".
"Strutture fatiscenti e inesistenti percorsi di reinserimento", ha affermato il Garante Nazionale dei detenuti Mauro Palma, a seguito della visita alle carceri siciliane. "La salute mentale - dice Pino Apprendi - rimane uno dei più grandi problemi irrisolti. Finché? non si abbatte il muro di omertà, che vige sulle condizioni carcerarie, assisteremo impotenti a continui atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Gli osservatori delle carceri di Antigone continueranno? il proprio lavoro di visite nelle carceri,? denunciando le "anomalie" tutte le volte che ne verranno? a conoscenza".
Sulla vicenda è intervenuta il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni. "Si tratta di una tragedia - dice Bongiovanni - che scuote tutti noi. Qui non c'entra la carenza di personale, purtroppo quando una persona subisce un crollo nervoso e decide di farla finita è difficile fermarla, specie quando non si avvertono sintomi". Dalle informazioni in possesso al Sippe, il giovane ucraino partecipava alla attività del carcere ma evidentemente è accaduto qualcosa, forse la sua permanenza in carcere in un periodo di festa gli avrebbe provocati gravi scompensi.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
La falsità o l'incompletezza dell'autocertificazione allegata alla domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non fa scattare la sua inammissibilità e dunque la revoca del beneficio, se i redditi effettivi non superano il limite fissato. La revoca può, infatti, essere disposta, solo nei casi espressamente previsti dalla legge.
Questa la decisione delle Sezioni unite della cassazione, anticipata con l'informazione provvisoria n.29. La decisione del Supremo consesso prende le mosse da un'ordinanza di rinvio della quarta sezione penale (29284/2019). La sezione remittente, si era trovata a giudicare il caso del ricorrente che aveva rappresentato una situazione dei redditi non veritiera, alla quale era seguita la revoca del beneficio, benché l'uomo avesse dei redditi inferiore ai limiti previsti. Il provvedimento impugnato era stato emesso ritenendo la veridicità dell'autocertificazione una condizione di ammissibilità della domanda.
Secondo la giurisprudenza recente, infatti, pesa la lealtà nei confronti delle istituzioni del soggetto che aspira ad usufruire dell'istituto solidaristico, strumentale a realizzare il diritto di difesa. La revoca sarebbe dunque coerente con la giurisprudenza di legittimità secondo cui l'omessa comunicazione, anche parziale, di variazioni di reddito comporta la revoca dell'ammissione al "gratuito" patrocinio, anche quando le variazioni siano occasionali e non comportino il venire meno delle condizioni di reddito per l'ammissione.
Un orientamento che la sezione remittente non ha condiviso, considerandolo non in linea con il diritto di difesa garantito dalla Carta, e in contrasto con il dato letterale della legge. Da qui la remissione alle Sezioni unite, per evitare il sorgere di contrasti in una materia particolarmente delicata. E il verdetto delle Sezioni unite ha dato ragione ai giudici del rinvio. Il Supremo consesso ha affermato, infatti, che la revoca può essere disposta solo nei casi espressamente previsti dalla legge e la falsità o la parzialità delle dichiarazioni non bastano se il richiedente rientra comunque nel tesso prefissato per il beneficio.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
Corte di cassazione, Sesta sezione penale, sentenza 24 dicembre 2019, n. 51905. Sulla legge "spazza-corrotti" i dubbi di legittimità sono fondati. E tuttavia la Cassazione non può intervenire per sollevare la questione davanti alla Corte costituzionale. Sono queste le conclusioni cui approda la stessa Cassazione con la sentenza n. 51905 della Sesta sezione penale depositata il 23 dicembre. La pronuncia si è trovata ad affrontare un caso di corruzione aggravata che ha coinvolto un funzionario dell'Agenzia delle entrate e un dottore commercialista. Ai due, sia in primo grado sia in appello, era stata inflitta una sanzione detentiva che, in sede di ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato, chiedendo la sospensione del procedimento in attesa del verdetto della Corte costituzionale.
A non convincere gli avvocati c'era soprattutto l'inserimento, da parte della legge n. 3 del 2019, dei reati contro la pubblica amministrazione tra quelli che impediscono la concessione di alcuni benefici penitenziari, senza neppure prevedere una disciplina transitoria per gestire il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina. Inoltre, il rigore della "spazza-corrotti" sarebbe in contrasto, secondo i legali, anche con il principio di ragionevolezza e la funzione rieducativa della pena.
La Cassazione, nell'affrontare la questione, sottolinea che, sulla base della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, non è manifestamente infondata la tesi della difesa perché il legislatore ha cambiato le "carte in tavola" in corso d'opera, senza prevedere una norma transitoria, linea di politica legislativa che, afferma la Cassazione, presenta "tratti di dubbia conformità con l'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo", articolo che stabilisce come nessun trattamento punitivo può essere inflitto senza una norma antecedente che lo preveda e disciplini.
Però la Corte non può procedere oltre, prosegue la sentenza, perché i profili di legittimità costituzionale in discussione riguardano la l'esecuzione della condanna, dal momento che incidono sulla sospensione dell'ordine di esecuzione. E allora va richiamata la disposizione per cui la Cassazione non può mai essere considerata giudice dell'esecuzione del provvedimento oggetto di impugnazione. In latri termini, la questione di costituzionalità delineata riguarda non la sentenza oggetto del ricorso, ma l'esecuzione della pena applicata con la stessa sentenza e, dunque, a uno snodo processuale successivo. Potrà però essere proposta, ricorda infine la Cassazione, in sede di incidente di esecuzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 dicembre 2019
In questi giorni la condizione psicologica peggiora per non poter essere con i propri cari. Nel giorno di Natale un giovane detenuto di 26 anni, si è ucciso nella casa circondariale di Siracusa. A darne la triste notizia è Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà.
di M. Pilati e altre 53 persone
Corriere del Trentino, 27 dicembre 2019
L'intervento Centro per la cooperazione internazionale. Siamo un gruppo di persone che in questi anni ha usufruito dei servizi del Centro di cooperazione internazionale. Un'esperienza che non va chiusa. Siamo un gruppo di persone rappresentanti di associazioni e organizzazioni che in questi anni a vario titolo hanno partecipato, collaborato e usufruito dei servizi del Centro per la Cooperazione Internazionale (Cci) di Trento.
Siamo fortemente preoccupati per la complessa situazione in cui si trova il Centro a seguito della decisione della giunta provinciale di tagliare i fondi a esso destinati. La Provincia, socio e principale finanziatore del Cci, si è infatti dimostrata indisponibile a cercare un accordo per la rinegoziazione dei radicali tagli di budget decisi per il prossimo triennio.
Questo ha portato alle dimissioni del presidente Mario Raffaelli e alla decisione da parte del direttivo del Centro di avviare una procedura di licenziamento collettivo di 12 persone. Esprimiamo la nostra più completa solidarietà alle collaboratrici e ai collaboratori del Cci che vedono messo in forse il loro lavoro.
È soprattutto grazie al loro lavoro se in questi anni il Centro è potuto diventare un riferimento importante a livello internazionale su tematiche come cooperazione allo sviluppo, l'educazione alla cittadinanza globale, il sistema Europa e i diritti e la libertà di stampa in essa. Lavoro che ha portato lustro e fatto crescere anche il nostro territorio. E proprio per l'importanza che ha il Cci siamo estremamente preoccupati perché, oltre alla vicinanza "umana" e professionale per la perdita di posti di lavoro, si apre la via a un inesorabile smantellamento del Centro stesso.
Il Cci rappresenta un concreto spazio di incontro e di lavoro per vari soggetti interessati alla cooperazione internazionale e alle forme di sviluppo capaci di far crescere sia il nostro territorio che quelli in cui si sceglie di agire. Uno sviluppo capace di valorizzare le specificità della nostra terra, le esperienze delle nostre variegate comunità e di contribuire a una loro apertura al mondo. Un luogo di riferimento provinciale, nazionale e internazionale per la formazione, l'analisi la promozione e la produzione della conoscenza su temi come diritti umani, pace, economia solidale e cooperazione internazionale, integrazione europea e della promozione dello sviluppo umano sostenibile.
Un luogo di promozione del lavorare in rete tra soggetti trentini, nazionali e internazionali. Un luogo di analisi, informazione, formazione, sensibilizzazione e conoscenza dei complessi scenari internazionali con un'attenzione particolare alle aree di interesse per il nostro territorio cercando al contempo di rafforzare le capacità di studenti, cittadini e attori territoriali nel misurarsi tra dinamiche locali e globali.
In questi anni il Centro ha contribuito notevolmente a migliorare la qualità del sistema di cooperazione internazionale del Trentino e la sua professionalizzazione con attività di consulenza, valutazione e monitoraggio iniziando anche a coinvolgere imprese interessate a investire nello sviluppo economico in ambito di cooperazione internazionale.
Ed è da queste riflessioni che continuiamo a essere convinti che il Cci possa dare ancora molto al nostro territorio, diventando sempre più un valido strumento di supporto per le politiche trentine e per contribuire a dare prestigio al nostro territorio garantendogli al contempo "l'apertura al Mondo", certamente non ingenua, di cui c'è necessità in questi tempi. Come continuiamo a essere certi che vada salvaguardato quel patrimonio importante che si costruisce sulle organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale, di aiuti concreti qui e lì e che nel Centro trovano uno spazio di sostegno, riflessione, crescita.
Ci associamo quindi all'appello rivolto in questi giorni da dipendenti del Cci e sindacati ai soci del Centro stesso: Provincia, Università, Comuni di Trento e Rovereto, Fondazione Campana dei Caduti "affinché si assumano un impegno concreto rispetto al futuro del Cci e delle sue lavoratrici e lavoratori".
Preoccupati ci rendiamo però sempre più conto che il Cci è solo una parte di un modello di territorio "aperto all'altro" che evidentemente non ha ancora trovato interesse nel nostro governo, in questo momento. Siamo preoccupati perché questo clima di muro contro muro non aiuta nessuno, non sono tecnicismi le persone che possono perdere il posto di lavoro, non possiamo esserne indifferenti e purtroppo qui non ci sono infatti solo in ballo i posti di lavoro del Centro, a breve varie nostre associazioni saranno costrette a ridimensionare le proprie strutture e azioni a causa dei tagli al sistema di cooperazione allo sviluppo.
Ma molto ancora si può fare assieme, se prevale la buona volontà e la voglia di un ascolto reciproco tra Provincia e mondo della cooperazione, che ribadiamo a gran voce cresce e opera per sostenere la nostra terra trentina che da sempre è stata solidale e capace di farsi carico anche delle sofferenze lontane.
Auspichiamo quindi una riflessione generale sul "Trentino che vogliamo" partendo proprio dal fondamentale contributo che l'apertura al mondo può dare al nostro stesso territorio. Chiediamo a gran voce anche al nuovo assessore alla cooperazione allo sviluppo Gottardi di sedersi insieme a noi, alle donne e uomini del Centro per trovare insieme una nuova soluzione.
Facciamolo insieme anche ad altre istituzioni, chiesa, università, imprese e tutti i soggetti disposti a dialogare sul nostro futuro, per individuare le preziose specificità e i punti di forza dell'esperienza trentina e, nel contempo, individuare assieme elementi di innovazione da studiare e sviluppare, capaci di rendere più efficace il settore e di capitalizzare il suo contributo allo sviluppo del territorio. Possiamo dire che il mondo della cooperazione saprà responsabilmente fare la propria parte per quel bene comune che chiamiamo Trentino capace di aprirsi a uno sguardo attivo al mondo nel solco della giustizia sociale e della solidarietà.
La Repubblica, 27 dicembre 2019
La denuncia di Massimo Lensi, presidente di "Progetto Firenze": "Siamo al 158 per cento della capienza e oltre 6 reclusi su 10 sono stranieri". Di nuovo un allarme per il sovraffollamento del carcere fiorentino di Sollicciano. Molte delle celle, o "camere di pernottamento" che in agosto erano inagibili sono state ripristinate, così la capienza regolamentare è salita a 494 (in condizioni ottimali sarebbe di 500). L'indice di sovraffollamento riscontrato nell'istituto è pari a 155% nel settore maschile e a 195% in quello femminile, dato che il carcere di Sollicciano è l'unico istituto toscano con una sezione femminile in funzione.
"Il problema del sovraffollamento di Sollicciano continua a essere ignorato", denuncia Massimo Lensi, presidente di Progetto Firenze, "nonostante ciò renda afflittiva la pena per chi vi è ristretto e appesantisca enormemente il lavoro di quanti, a partire dalla direzione e dal corpo di polizia penitenziaria, si trovano costretti a fare l'impossibile per gestire una situazione sempre al limite dell'emergenza".
"La presenza di ben quattro bambini nel nido interno del carcere con le loro madri detenute è il sintomo evidente di un malessere generale che ancora una volta dobbiamo segnalare", sottolinea Lensi. "A Firenze si attende ormai da tempo l'apertura dell'istituto a custodia attenuata per madri detenute (Icam) o di una casa famiglia protetta. Le procedure sono partite dieci anni fa, e tra alterne vicende sembravano arrivate a conclusione l'anno scorso. Invece, ancora oggi tutto tace".
E proprio oggi, 26 dicembre, la Comunità di Sant'Egidio ha organizzato pranzi nelle carceri di tutta Italia, comprese quelle di Firenze.
La delegazione di Progetto Firenze che, insieme ai consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune, ha visitato il 24 dicembre il carcere fiorentino di Sollicciano vi ha riscontrato una popolazione ristretta di 787 persone, di cui 680 uomini e 107 donne. Anche quattro bimbi, di cui tre di pochi mesi, erano nel nido del carcere insieme alle mamme detenute. L'indice di sovraffollamento nell'istituto è pari al 158% (155% nel settore maschile, 195% nel settore femminile).
Tra i 680 detenuti maschi, 414 (60,9%) scontavano una condanna definitiva, mentre tra i 266 (39,1%) detenuti che ancora non avevano una condanna definitiva il 45,1% (120) era in attesa del giudizio di primo grado. Tra le 107 donne detenute, 78 (65%) scontavano una condanna definitiva, 3 risultavano internate, 26 (24%) erano in attesa di condanna definitiva e di queste il 46% (12) in attesa del giudizio di primo grado.
corrieredellacalabria.it, 27 dicembre 2019
Appello di Libera e Agape. "Necessario dare continuità anche dopo il trasferimento del presidente Di Bella". "Dopo la grande manifestazione di Vibo di gratitudine alla magistratura ed alle forze dell'ordine per l'azione di bonifica avviata nel territorio calabrese oggi più che mai per non vanificare questo lavoro servono scelte politiche ed educative per contrastare il ricambio generazionale nelle file delle mafie".
Lo chiedono con forza Libera e il Centro Comunitario Agape che hanno organizzato un incontro per chiedere che sia rilanciato il programma Liberi di scegliere che il presidente del Tribunale per i minorenni Roberto Di Bella ha voluto raccontare in un libro che ripercorre i suoi vent'anni di servizio nella comunità reggina.
Per l'associazione Libera e per il Centro Comunitario Agape, che hanno condiviso il lavoro che ha dato l'opportunità a tanti minori che vivevano in contesti familiari di 'ndrangheta di rompere con i clan di appartenenza e fare delle esperienze significative di crescita e di responsabilizzazione, sarà questa l'occasione per ribadire "quanto sia importante che questa sperimentazione non si interrompa a seguito del prossimo trasferimento per fine mandato del presidente Di Bella".
"Una continuità - chiedono Libera e Agape - che dovrà essere assicurata sia da chi succederà nella titolarità di questo importante ufficio giudiziario, sia dalla rete sociale che a livello locale e nazionale è stata di supporto al programma Liberi di Scegliere. Accanto a questo servirà soprattutto una normativa che dia una cornice legislativa ed una sistematizzazione a questo modello innovativo d'intervento sui minori ritenuto anche dal Csm esemplare e che il presidente di Libera don Luigi Ciotti da anni chiede.
Una legge che si auspica possa avere l'adesione di tutti i gruppi politici e che preveda linee guida omogenei per tutto il territorio nazionale e soprattutto investimenti adeguati in termini di risorse professionali ed economiche". Su questi temi si confronteranno: Mimmo Nasone per l'associazione Libera, Giuseppe Marino per le camere Minorile della Calabria, Patrizia Surace Giudice Onorario e Roberto di Bella Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria.
Concluderà l'incontro Dalila Nesci, firmataria del disegno di legge Liberi di scegliere. Coordinerà i lavori Mario Nasone presidente del Centro Comunitario Agape. L'appuntamento è per lunedì 30 dicembre alle 15.30 nel salone delle udienze del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 27 dicembre 2019
Ma partiti e cosche non sono la stessa cosa. In una intervista rilasciata alla giornalista Alessia Candito, del quotidiano Repubblica, Pippo Callipo ha detto queste esatte parole: "I cittadini non dovranno più bussare alla porta del politico e del burocrate e del boss mafioso". Pippo Callipo è il candidato di centrosinistra alle elezioni regionali calabresi che si svolgeranno alla fine del prossimo mese. È una persona seria, un imprenditore molto prestigioso, il tonno in scatola che produce è famoso in tutto il mondo ed è considerato forse il miglior tonno in scatola prodotto in Italia. Callipo ha un passato di impegno civile, sia come Presidente della Confindustria calabrese sia come candidato di una lista civica alle regionali del 2009, quelle vinte da Peppe Scopelliti.
Nessuna obiezione sulla sua persona. Molte obiezioni sulle sue parole disastrose. Callipo promette, a chi lo voterà, che lui, se vince le elezioni, spazzerà il male dalla Calabria. E per impersonare il male cita tra categorie di persone: i mafiosi, i burocrati, i politici. Nella sostanza dice che politico, burocrate e mafioso sono la stessa cosa: sono i nemici della gente.
Naturalmente Callipo può sostenere che lui voleva dire politici-mafiosi. O burocrati-mafiosi. Ed è da dimostrare, comunque, che ci siano, e che siano molti. Callipo però non ha detto "politici-mafiosi"; ha detto: politici, burocrati e mafiosi. Forse si sarebbe offeso se qualcuno avesse detto che per salvare la Calabria bisogna spazzare via i mafiosi e gli imprenditori. Eppure non c'è nessuna differenza tra le due affermazioni. Ammesso che esistano in Calabria dei politici mafiosi va anche ammesso che esistano degli imprenditori mafiosi. Capite cosa vuol dire questa affermazione? Vuol dire mettere Prodi o Berlusconi sullo stesso piano di Totò Riina, mettere Berlinguer o Moro o De Gasperi sul piano di Luciano Liggio. E vuol dire paragonare la politica con l'azione criminale della mafia.
Può darsi che Callipo abbia semplicemente commesso un errore di linguaggio, perché non è esperto. Oppure, e non è molto improbabile, che abbia voluto cavalcare una spinta di opinione pubblica giustizialista, sostenuta di solito dai giornali, da una parte consistente della magistratura, da settori politici. Pensando - probabilmente a ragione - di poter drenare voti. Callipo vuole presentarsi come il cavaliere puro, nemico della mala e della corruzione, e dunque nemico della politica. Non gli interessa spiegare che la politica è la struttura fondamentale della democrazia. Probabilmente non ha una passione sfrenata per la democrazia. Questo è il problema.
Queste elezioni calabresi si svolgono in un clima fetido. Lotte furiose dentro i partiti e paurose interferenze della magistratura. I due candidati naturali a contendersi la nomina a governatore erano il governatore uscente di centrosinistra, Mario Oliverio, e il sindaco uscente di Cosenza Mario Occhiuto, di centrodestra. Sono stati tutti e due colpiti dalla magistratura. Che li ha coperti di avvisi di garanzia, in vista delle elezioni. Al Presidente della Regione, Oliverio, addirittura per diversi mesi è stato assegnato il domicilio coatto. Cioè gli è stato impedito di muoversi dalla cittadina di montagna dove ha la residenza. Poi è intervenuta la Cassazione che ha annullato il provvedimento sostenendo che chi lo aveva chiesto e ottenuto lo aveva fatto per ragioni viziate da pregiudizio.
Capite bene che è un parere molto pesante: viziato da pregiudizio, riferito a un atto di un magistrato contro un politico. Intanto molti altri esponenti politici sono stati colpiti da provvedimenti giudiziari. Il capogruppo del Pd in Regione addirittura arrestato e poi messo ai domiciliari, e ci sono voluti mesi perché, anche lì, accorresse la Cassazione a ripristinare la legalità e a scarcerarlo. Un altro importante dirigente del Pd, Nicola Adamo, cosentino, è stato giorni fa cacciato dalla Calabria, cioè mandato in esilio fino alla fine della campagna elettorale. Accusa molto molto generica: traffico di influenze. Adamo era l'elemento più importante della campagna elettorale di Oliverio.
È stato a quel punto che Oliverio ha deciso di rinunciare alla candidatura e di lasciar via libero a Callipo, più gradito ai magistrati. Occhiuto invece ancora non ha deciso, ma tutto lascia credere che anche lui si ritirerà. Possiamo dire che a parte i Cinque Stelle, che però non hanno possibilità di vincere, è stata la magistratura a decidere la griglia di partenza per la corsa alla conquista della regione. Jole Santelli, del centrodestra sfiderà Pippo Callipo, sostenuto dal Pd. E possiamo anche dire che i partiti, di sinistra e di destra, sono stati abbastanza mansueti in questa circostanza.
Hanno subito in silenzio l'attacco della magistratura, gli arresti, le misure di confino, le condanne preventive all'esilio. In un clima che ricorda molto quello degli anni trenta. I partiti non si sono ribellati ai Pm. Possiamo anche dire che queste elezioni regionali si svolgeranno al di fuori di qualunque meccanismo democratico (oltretutto i partiti hanno evitato le primarie) e probabilmente anche di qualunque quadro di legalità. Per questo ci piacerebbe molto se il dottor Callipo si convincesse che se va a fare il governatore della Calabria pensando che la politica è come la mafia - qualcosa da radere al suolo, da sconfiggere - non farà un buon servizio alla Calabria. Speriamo che si accorga di avere detto una cosa molto sbagliata, e che si corregga.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2019
Tribunale di Ferrara - Sezione penale - Sentenza 3 maggio 2019 n. 690. L'applicazione sul libretto di circolazione di un veicolo di un falso tagliando attestante la regolarità della revisione, in realtà mai avvenuta, e la sua esibizione agli organi accertatori integrano i reati di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative e di uso di atto falso. Se, però, l'autovettura è stata acquistata usata in data successiva a quella della presunta revisione, allora non c'è responsabilità penale per l'assenza di consapevolezza da parte del nuovo proprietario della falsità del documento. Questo è quanto afferma il Tribunale di Ferrara con la sentenza 690/2019.
Il caso - La vicenda trae origine da un ordinario controllo della circolazione stradale eseguito dalla Polizia Municipale, in occasione del quale gli agenti si rendevano conto che sulla carta di circolazione esibita dal conducente fermato era stato applicato un falso tagliando certificante la positiva revisione della vettura. In seguito, il conducente dell'auto veniva tratto a giudizio per rispondere del reato di uso di atto falso, ex articolo 489 cod. pen., mentre il proprietario della macchina, non presente al momento del controllo della Polizia Municipale, veniva imputato per il reato di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative, ex articoli 477e 482 cod. pen.. Il primo si difendeva sostenendo di non essere mai stato a conoscenza della irregolarità del libretto di circolazione; il secondo dichiarava di non saper nulla a riguardo, in quanto aveva comprato di seconda mano l'automobile in data successiva a quella della presunta eseguita revisione.
La decisione - Le argomentazioni difensive colgono nel segno e inducono il Tribunale ad assolvere entrambi gli imputati. Il giudice, infatti, dopo aver preso atto della falsificazione della certificazione, risultando tra l'altro come mai eseguita anche dalla banca dati della motorizzazione, non ritiene possibile una responsabilità penale per gli imputati. Quanto all'imputazione di uso di atto falso per il conducente, nella fattispecie è da ritenersi integrato l'elemento oggettivo del reato ex articolo 489 cod. pen., bastando a tal proposito "la semplice esibizione del documento falso"; ma non integrato, invece, l'elemento soggettivo, in quanto al momento del controllo e dell'esibizione della carta di circolazione, non vi era la coscienza e volontà da parte del conducente di far uso di un documento falso.
Quanto all'incriminazione di falso commesso dal privato in certificazioni amministrative per il proprietario, nella fattispecie non si configura nemmeno l'elemento materiale del reato, "non essendovi prova certa della riferibilità al predetto della formazione ovvero del commissionamento della formazione del falso". In particolare, sottolinea il Tribunale, l'aver acquistato la vettura in data successiva rispetto a quella riportata sul tagliando della falsa revisione scagiona del tutto l'attuale proprietario del mezzo.
cuneodice.it, 27 dicembre 2019
Con il garante dei detenuti Bruno Mellano interverrà una rappresentanza dei dodici Garanti comunali piemontesi: il Piemonte è l'unica regione ad averne designato uno per ciascuna città sede di penitenziario. Cogliere l'occasione dei classici bilanci di fine anno per segnalare le principali criticità dei tredici Istituti penitenziari piemontesi e dell'Istituto penale minorile e lanciare proposte per il nuovo anno, ormai alle porte.
È quanto si propone la conferenza stampa di presentazione del Quarto dossier delle criticità strutturali e logistiche, elaborato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti, che si tiene lunedì 30 dicembre alle 11 nella Sala delle bandiere di Palazzo Lascaris, in via Alfieri 15, a Torino.
Il documento verrà poi indirizzato al capodipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte Pietro Buffa e ai referenti politici del Ministero di Giustizia. Con Mellano interviene una rappresentanza dei dodici garanti comunali piemontesi: il Piemonte, infatti, è l'unica regione italiana ad averne designato uno per ciascuna città sede di carcere.
- Torino. "Gruppo di lavoro" sulla giustizia
- Bologna. L'allarme di Camera penale e Osservatorio: solo 30 scarcerati con i dispositivi
- Firenze. Le feste a Sollicciano di quattro bambini (con le madri detenute)
- Torino. Donazioni a favore del Fondo Musy per parlare di carcere nelle scuole
- Non è reato coltivare cannabis, la svolta della Cassazione










