di Maria Elena Bagnato
altalex.com, 5 febbraio 2020
Cassazione civile, ordinanza n. 319/2020: dal loro stato di detenzione deriva lo stato di abbandono del minore e dunque la sua adottabilità. Se entrambi i genitori sono detenuti, il figlio minore è adottabile, in quanto lo stato di abbandono di quest'ultimo non dipende da cause di forza maggiore transitorie, ma dalla condizione di carcerazione del padre e della madre.
Questo è quanto precisato dalla Corte di Cassazione, Sezione Sesta Civile, Sottosezione 1, nell'ordinanza 10 gennaio 2020, n. 319. La pronuncia in esame trae origine dal ricorso presentato da un padre, avverso la sentenza con cui la Corte territoriale aveva confermato la declaratoria dello stato di adottabilità del figlio dell'uomo.
La Suprema Corte ha esaminato congiuntamente i motivi del ricorso. In particolare, con riferimento all'accertamento dello stato di abbandono, la Cassazione ha evidenziato che è consolidato il principio secondo cui, l'esigenza del figlio di vivere nell'ambito della propria famiglia di origine può venir meno se sussiste un grave pregiudizio per un suo equilibrato ed armonioso sviluppo, qualora la famiglia di origine non sia in grado di garantirgli la necessaria assistenza e stabilità affettiva. È evidente che le carenze morali e materiali che integrano lo stato di abbandono del minore, non devono dipendere da cause di forza maggiore di natura transitoria, atteso che, l'adozione costituisce una misura di tipo eccezionale cui si ricorre solo se si siano dimostrate impraticabili altre soluzioni, anche di carattere assistenziale, dirette a favorire il ricongiungimento del figlio con i genitori biologici.
Nel caso in esame, la condizione di abbandono del minore può essere dimostrata anche in virtù dell'esistenza dello stato di detenzione del genitore, riconducibile alla condotta criminosa dello stesso, non integrante gli estremi della causa di forza maggiore transitoria, prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 8, come motivo di giustificazione della mancata assistenza al figlio. Pertanto, la Cassazione ha rilevato che il giudice di merito ha applicato correttamente i summenzionati principi nella sentenza impugnata, avendo considerato lo stato di detenzione di entrambi i genitori, per reati contro il patrimonio e contro la persona, oltre che reati collegati all'uso di sostanze stupefacenti. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la valutazione negativa della capacità genitoriale dello stesso è riconducibile al provvedimento di decadenza dalla responsabilità sul figlio, emanato anni prima, che il genitore non ha mai impugnato.
Di conseguenza, la sussistenza dello stato di reclusione per i reati sopra indicati, nonché la decadenza dalla potestà genitoriale, giustificano pienamente la decisione negativa della Corte territoriale relativamente alla possibilità di recupero della capacità genitoriale del padre, situazione non rimediabile ricorrendo alle misure di sostegno, che, non potrebbero essere applicate in tempi brevi, sussistendo lo stato di reclusione del ricorrente, e ciò sarebbe in contrasto con l'esigenza di una sollecita definizione delle questioni collegate alla tutela del minore. Per tali motivi, la Suprema Corte ha ritenuto infondati i motivi proposti e rigettato il ricorso.
di Vito Salinaro
Avvenire, 5 febbraio 2020
A San Vittore la presentazione della speciale collezione di foulard creati da detenuti ed ex detenuti con colori e disegni che esprimono fiducia e speranza. I nuovi turbanti sono stati confezionati con cura grazie a cotoni provenienti dall'India. Ma ogni foulard creato per vestire le donne che lottano contro il cancro, ha colori e disegni per infondere fiducia e speranza. La particolare collezione verrà presentata questo pomeriggio, alle 18.30, in occasione della celebrazione della Giornata mondiale contro il cancro, nella sede del Consorzio Viale dei Mille di Milano, che aiuta le organizzazioni che operano con detenuti o ex detenuti a comunicare l'essenza del lavoro negli istituti di pena, gestendo anche il primo concept store cittadino interamente dedicato al 'made in carcerè.
I turbanti infatti vengono realizzati nella sartoria del carcere milanese di San Vittore grazie all'iniziativa "La vita sotto il turbante - progetto Cristina", in collaborazione tra l'Associazione "Go5 - per mano con le donne" (organizzazione di volontariato impegnata nel reparto di ginecologia oncologica dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano) e la Cooperativa sociale Alice che cura la Sartoria San Vittore.
Nell'incontro sarà anche presentato in anteprima il video "Io sono qui" girato dal regista Fabio Ilacqua per Go5. L'associazione con le sue volontarie, sostiene le donne che stanno affrontando le cure e le loro famiglie e lo fa anche attraverso iniziative come queste, lanciata circa un anno fa. I turbanti, capi morbidi e colorati, sono disegnati da Rosita Onofri e pensati non solo per vestire le donne che lottano contro il cancro ma anche per tutte quelle che vogliono sostenere una alleanza tra donne malate e donne detenute alla ricerca di una seconda possibilità.
Venduti dal Consorzio Viale dei Mille, il ricavato viene devoluto a Go5 per finanziare le attività dell'associazione sviluppate per l'Istituto tumori del capoluogo lombardo. Ospite speciale dell'evento, Sabrina Scampini, giornalista e autrice televisiva italiana che qualche anno fa ha combattuto la malattia. A illustrare gli scopi e gli obiettivi del progetti saranno Luisa Della Morte, presidente del Consorzio Viale dei Mille, il presidente di Go5, Francesco Borasi e la vice presidente dell'associazione Daniela Risina.
di Alessandro Fulloni
Corriere della sera, 5 febbraio 2020
Il giornalista, figlio del commissario ucciso a Milano da un commando di Lotta Continua, ha postato la foto su Twitter: "Li ha messi mia madre, uno per me e uno per lei". Il sindaco Sala: "Ne rimetteremo una nuova". Il vandalismo - sconcertante - è stato scoperto lunedì mattina dall'Anpi. È stato il presidente della sezione di Milano Roberto Cenati a raccontare che "la targa dedicata a Giuseppe Pinelli dal Comune nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario di piazza Fontana e della tragica fine di Pinelli, diciottesima vittima, è stata oltraggiata e spaccata. La gravissima provocazione è avvenuta in piazza Segesta".
A pochi passi da dove viveva la stessa famiglia Pinelli, zona San Siro. Martedì - saranno state circa le 13 - il giornalista Mario Calabresi ha twittato: "Danneggiare la lapide di Pino #Pinelli è un gesto vile e infame. Noi ci abbiamo messo un fiore, perché è quello che merita". Raggiunto telefonicamente dal Corriere il figlio di Luigi - il commissario ucciso a Milano da un commando di Lotta Continua mentre rincasava, alle 9 e 15 del 17 maggio 1972 - racconta che quel fiore "è andato a metterlo mia madre, ne ha messi due, uno per me e uno per lei. Non riusciamo a credere che ci possa essere chi oggi fa un gesto così vigliacco e grave. Pensiamo che lo si debba dire con chiarezza. Io in quella piazza e in quel quartiere ci sono cresciuto. Per noi quella lapide e la quercia rossa che è stata piantata insieme sono simboli belli e importanti da preservare".
Sulla stele sono incise queste parole: "A Giuseppe Pinelli ferroviere anarchico morto tragicamente nei locali della questura di Milano il 15-12-1969". Quella morte - un volo dalla finestra di una stanza al quarto piano dove era in corso l'interrogatorio di Pinelli, fermato per accertamenti sulla strage che tre giorni prima fece 17 morti - sconvolse l'Italia. L'istruttoria del giudice Gerardo D'Ambrosio assolse poi il commissario, scagionando la polizia e concludendo che la caduta avvenne per "l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio". Una morte "accidentale" in un momento in cui Calabresi non si trovava neppure nella stanza.
Gemma Capra, moglie del poliziotto, e Licia Pinelli, vedova di Pino, si sono poi incontrate: l'ultima volta è stato a Milano, il 13 gennaio 2019, cinquantenario della strage. Si sono abbracciate davanti al presidente Mattarella, con loro a Palazzo Marino. Dieci anni prima era stato il suo predecessore Napolitano a far incontrare le due donne e a definire (per la prima volta a livello istituzionale) che Pinelli è la diciottesima vittima innocente di piazza Fontana. Ma la stele? Il sindaco Giuseppe Sala assicura: "Ne rimetteremo una nuova lì dove l'abbiamo posata a testimonianza di una città che conosce, vuole e difende la verità".
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 5 febbraio 2020
Dal 20 gennaio scorso le oltre 300 persone detenute nella Casa Circondariale di Trento possono contare su un servizio di assistenza sanitaria che assicura la copertura delle 24 ore. Il risultato è frutto dello sforzo continuo delle due amministrazioni, penitenziaria e sanitaria, di pervenire a effetti concreti sul piano della tutela della salute dei detenuti.
Il nuovo assetto organizzativo è stato realizzato dopo aver studiato e comparato il servizio già realizzato presso altre Regioni e assegna il servizio di medicina penitenziaria alle cure primarie della medicina territoriale, avvalendosi sia di medici dipendenti dall'azienda sia di liberi professionisti con specifica esperienza in strutture detentive. Inoltre tiene conto del fatto che il carico assistenziale è direttamente correlato all'elevato turn-over e al numero dei nuovi ingressi, e non solo al numero di presenze. L'equipe medica è ora composta da 6 medici con incarichi e orari diversi, oltre al coordinatore della rete provinciale e a collaborazioni da parte di altri medici, quando necessario.
Dopo l'apertura del nuovo istituto penitenziario trentino nel 2011, era stata segnalata più volte alle istituzioni regionali e nazionali la mancanza di assistenza H24 in favore della popolazione detenuta. Il ricorso all'intervento del Servizio 118 nelle situazioni di emergenza non era certamente adeguato a soddisfare la domanda ordinaria: il modello organizzativo adottato nel 2012 prevedeva infatti l'affidamento alla medicina d'urgenza dell'Ospedale Santa Chiara in assenza del servizio medico, presente dalle 8 alle 21 nei giorni feriali e dalle 8 alle 20 in quelli festivi e prefestivi.
La copertura medica all'interno del carcere si inquadra in un più ampio progetto di ottimizzazione della sanità penitenziaria che, grazie ai periodici incontri dell'Osservatorio Permanente Sanità Penitenziaria, ha condotto all'approvazione del Piano provinciale di prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, in attuazione del Piano nazionale, e alla sottoscrizione del Piano locale. Importanti risultati sono stati raggiunti anche grazie al potenziamento del servizio infermieristico e psicologico, al perfezionamento delle procedure di distribuzione dei farmaci e alla presenza, dal 1° agosto 2019, di uno specialista psichiatra con esperienza nel settore penitenziario.
Anche l'attenzione e la sensibilità istituzionali dimostrate dal Procuratore della Repubblica e dal Prefetto hanno contribuito a rendere più fluida la collaborazione tra l'Amministrazione Penitenziaria e quella provinciale in materia sanitaria. L'obiettivo è quello di garantire i livelli essenziali di assistenza alle persone detenute, in una gestione sinergica che preveda la somministrazione di interventi multidisciplinari e consenta di assicurare la tutela della salute nel rispetto delle esigenze di sicurezza degli istituti penitenziari.
ansa.it, 5 febbraio 2020
Progetto partito da Como si apre a tutti i penitenziari italiani. Si apre a tutte le carceri italiane "Cucinare al fresco", la raccolta di ricette realizzate dai detenuti di Como, Bollate, Varese, Opera e Bollate. Nelle scorse settimane, il Provveditorato Regionale della Lombardia, il direttore del Carcere di Como e l'ideatrice del progetto, Arianna Augustoni, hanno sottoscritto un protocollo per estendere l'iniziativa nel maggior numero di penitenziari italiani. La redazione del magazine rimarrà a Como, ma attraverso il passaparola, da tutte le carceri sarà possibile inviare il proprio contributo. L'iniziativa, partita due anni fa dal Carcere del Bassone di Como e giunta al terzo numero, è stata presentata oggi a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia, alla presenza tra gli altri del garante regionale Carlo Lio.
"Cucinare al fresco - ha sottolineato il presidente dell'assemblea lombarda Alessandro Fermi - è anche un incoraggiamento a non perdere mai le speranze, e i piatti e le pietanze contenute in queste pagine, pur cucinate in spazi ristretti e con fornelletti da campeggio, non hanno certo nulla da invidiare a quelli proposti da MasterChef o da Cracco".
Il ricettario, in vendita nella libreria Ubik di Como, sarà prossimamente distribuito nelle edicole e scaricabile gratis dal profilo Facebook Cucinare al fresco. "Ci sono tutti gli ingredienti per poter fare un salto di qualità culturale e sociale. Le persone che si cimentano, dimostrano competenze e sapienze insospettabili e sono in grado di fare una cucina diversa nella sua povertà, ma non nel suo gusto e grado di elaborazione" ha sottolineato il provveditore regionale Pietro Buffa. "Il desiderio - ha aggiunto Buffa - è di dare loro parola affinché propongano all'esterno il risultato del loro ingegno, dimostrando che stare in carcere non significa perdere o aver perso le competenze che ognuno di noi possiede".
di Laura Casciotti
quisalento.it, 5 febbraio 2020
Approda alla casa circondariale di Lecce, l'esperienza teatrale condotta a Matera. Raggiungere le periferie attraverso il teatro, arte e linguaggio che non conosce confini geografici, che oltrepassa le sbarre di una cella e abbatte i muri interiori, perché si nutre di sentimenti e pensieri: le vere libertà delle persone. Il teatro diventa così uno strumento potente di rigenerazione umana, occasione per restituire dignità e fiducia a chi vive ai margini, per connettere le periferie sociali e urbane e aprire un dialogo tra chi è "dentro" e chi sta fuori.
Si portano in carcere esperienze, metodologie di lavoro, valori e bellezza con "Jumperiferie - teatro vivo nel sociale", progetto presentato negli uffici della Casa Circondariale di Lecce dai partner della corposa rete, ciascuno dei quali è chiamato ad arricchire il percorso con le proprie competenze e sensibilità. L'idea è quella di riprendere l'esperienza di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura con il progetto "La poetica della vergogna", sviluppato dalla compagnia teatrale Petra, capofila di Jumperiferie, nelle Case Circondariali di Matera e Potenza. "In carcere il significato della parola vergogna assume un'accezione diversa, si ribalta completamente, perché la vergogna riattiva la parte migliore delle persone", specifica Antonella Iallorenzi, attrice e pedagoga della compagnia teatrale, "il teatro ha un linguaggio terapeutico, in scena ci si immagina liberi e diversi da quello che si è, meccanismo che innesca il cambiamento.
Così, anche nella Casa Circondariale di Lecce si ripeterà l'esperienza lucana, con un laboratorio teatrale stabile per detenuti fino a 35 anni. Inoltre venerdì 21 febbraio alle 19 (prenotazione obbligatoria entro il 10 febbraio), a Borgo San Nicola andrà in scena "Humana vergogna". Lo spettacolo di Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti, coprodotto da #reteteatro41 e Fondazione Matera-Basilicata 2019, è una rappresentazione del sentimento che muove dalla coscienza e provoca disagio, che unisce teatro e danza, dove il corpo diventa narrazione.
Ad aprile invece, il teatro del carcere aprirà le sue porte al pubblico esterno per lo spettacolo "Pupe di Pane", prodotto dall'Accademia Mediterranea dell'Attore. Inoltre, nei comuni partner, saranno organizzati eventi culturali e laboratori di arte urbana che coinvolgeranno residenti nel quartiere, studenti dell'Istituto comprensivo "Stomeo-Zimbalo" di Lecce e ragazzi migranti beneficiari dei progetti Sprar di Arci.
Il progetto è sostenuto da Periferie al centro, intervento di inclusione culturale e sociale della Regione Puglia, promosso dall'assessorato all'Industria turistica e culturale della Regione Puglia e Teatro Pubblico Pugliese, in partnership con Accademia Mediterranea dell'Attore di Lecce, Casa Circondariale di Lecce, Compagnia teatrale Petra, #reteteatro 41, Arci Lecce, Mecenate 90, Officina Creativa, Comune di Lecce, Comune di Lequile, Comune di Melpignano.
di Gian Luca Pasini
Gazzetta dello Sport, 5 febbraio 2020
Il progetto è del Politecnico di Milano. Il c.t. Cassani ha dato la disponibilità ad accompagnare la squadra in un'uscita fino a Parma. Il sogno è un piccolo velodromo all'interno di Bollate. L'ipotesi più realistica e vicina è creare - all'interno del carcere della cintura milanese - un gruppo di detenuti-ciclisti che in un tempo non troppo lontano (la fine di maggio) possano anche fare una "uscita" fino a Parma, assieme al gruppo di guardie carcerarie già presente all'interno della stessa struttura carceraria.
Fantasport? No, è un'idea nata all'interno del Politecnico di Milano, uno dei 7 progetti premiati da Polisocial 2019, idee con un soggetto sportivo e con finalità sociali. "Si chiama A.c.t.s. A Chance Through Sport - spiega il professore Andrea Di Franco, uno degli ideatori -. Sono già diversi anni che come Politecnico abbiamo avviato una serie di studi all'interno del carcere, legati agli spazi, ma anche alla qualità della vita dei detenuti e della polizia penitenziaria che condivide i medesimi luoghi. Questo è il primo studio che riguarda lo sport fatto dal Politecnico e abbiamo ottenuto questo riconoscimento.
Ora lo vogliamo tradurre in qualcosa di concreto e reale", aggiunge Di Franco, che lavora in pool con altri studiosi del Politecnico già impegnati nel recupero di aree urbane della città. "Per la popolazione carceraria la cura del fisico è l'ultima barriera, l'ultima difesa. E quella del ciclismo può essere una pratica molto interessante da sviluppare all'interno di un carcere come Bollate che ha spazi adatti su cui lavorare.
In questo nostro progetto abbiamo trovato già alcuni compagni di viaggio, ma altri ne vogliamo aggregare. Lo studio di avvocati Bonelli Erede, con sede in Milano, ci è stato subito vicino. Questo studio ha al suo interno un gruppo di fan delle due ruote. E hanno a loro volta costituito un gruppo sportivo che si chiama Amici di Davide Cassani. Grazie a loro il c.t. dell'Italbici è diventato nostro testimonial e ha dato la sua disponibilità ad accompagnarci in questa pedalata, da Milano a Parma appunto, con detenuti e guardie (all'interno di Bollate è stata costituita una Asd da parte dell'ispettore Vincenzo Ormella, ndr).
Abbiamo già ottenuto il supporto del Comune di Milano, con l'assessore Roberta Guaineri e anche l'appoggio dell'olimpionico Antonio Rossi. Ma vogliamo andare oltre: perché il senso è lasciare qualcosa che possa essere più duraturo, come una "pista", non un vero e proprio velodromo, ma qualcosa che possa assomigliarci.
Ma già prima a Bollate vorremmo recuperare anche uno spazio per gli allenamenti da "fermi" con cyclette o i rulli proprio perché si possano organizzare nei prossimi mesi allenamenti continuativi (quello che serve anche alla popolazione carceraria per dare loro una prospettiva). Mapei (per anni sponsor nel ciclismo, ndr), ma anche la casa di produzioni Dude, sono già adesso al nostro fianco. Ma stiamo cercando anche altri partner perché questo sogno diventi realtà e si possa ingrandire ancora di più".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 5 febbraio 2020
Ammar, Hafsa e i figli dei foreign fighters Cresciuti nel Califfato, catturati, orfani. Dormono poco. "Ma non piangono mai" Per sei di loro il rimpatrio e l'affido. Quanto sarà alto il muro della scuola? Ammar e Hafsa ogni tanto lo guardano: dovrebbero mettersi sulle spalle l'una dell'altro, per vedere che cosa c'è oltre (e comunque non arriverebbero a metà).
Quanto sono lontani l'Egitto e la Nigeria? Qualche volta i due bambini se lo chiedono: dovrebbero cercare su una mappa, se l'avessero (e comunque non capirebbero dove stanno i nidi dove non sono mai nati). Quanto ci mancano papà e mamma? Questo, se lo sono domandati una volta soltanto: "Un giorno hanno visto arrivare qui al centro degli adulti - racconta Leyla, un'assistente della Mezzaluna rossa - e Ammar ha detto: "Dov'è la mia famiglia?". Voi avrete dovuto rispondere qualcosa... "Sanno d'essere orfani. Che ormai la loro famiglia siamo noi. Ma in tv passano sempre gli spot coi bambini che hanno i genitori e un mondo che li circonda. Allora spieghiamo che a loro è toccata una vita speciale e che presto andranno in un posto uguale a quello degli altri bimbi".
Si fanno la pipì a letto. Si svegliano per un nonnulla. Si perdono con lo sguardo nel vuoto. Se li fotografi, non sorridono granché. Ma non piangono mai. Non gridano mai. Non disturbano mai. "È da più di tre anni che sono così", racconta Mohamed Iqbel Ben Rjab, presidente tunisino dell'Associazione per il salvataggio dei bambini bloccati all'estero: "Noi cerchiamo di ridare loro una vita normale. Ma è la vita, là fuori, che fatica a dare loro una normalità". Certi bambini imparano presto come si sta al mondo, specie se un mondo non ce l'hanno più. Definirli "bloccati all'estero" è zucchero che rende meno amaro quel che sono: orfani dell'Isis. Figli di foreign fighter egiziani, nigeriani, senegalesi, sudanesi, tunisini. Nati, cresciuti, catturati nelle province del Califfato.
I più dimenticati dalla comunità internazionale. I più rifiutati dai loro Paesi d'origine. Tutti sanno di quelli salvati in Siria e in Iraq, dell'attenzione che s'è accesa sui pargoletti dei jihadisti uccisi a Mosul o a Raqqa, anche perché molti erano figli di terroristi con passaporto inglese, francese, belga. Ma questi 54 abbandonati in Libia, orfani d'una guerra sporca fatta soprattutto d'africani, ce li eravamo quasi scordati.
E i loro governi hanno fatto di tutto, per non ricordarseli. Dal 2016, quando le truppe del feldmaresciallo Khalifa Haftar hanno lanciato l'operazione Casa Solida (al-Bunyan al-Marsus) e cacciato in sette mesi lo Stato islamico installato a Sirte, i senzacasa e senzafamiglia dell'Isis sono finiti in questa vecchia scuola di Misurata che funziona come ufficio della Mezzaluna rossa. A fare che? Ci sono pochi soldi per gli insegnanti, gli assistenti, gli psicologi. Qui si dorme in camerate, si fa un po' di scuola, si ciondola tutto in cortile, si mangiano i pasti speciali dei profughi, si gioca con qualche carrello del supermercato pieno di vestiti, ci s'aggrappa ai pochi visitatori di passaggio: "Ce l'hai un pallone?...", chiede Ammar. S'insegna almeno a leggere e a scrivere, racconta Ali Ghweil, direttore del centro: "Abbiamo trovato in quasi tutti gravi problemi d'apprendimento. Alcuni sono traumatizzati: hanno visto morire i genitori. Più li si tiene in posti come questo, peggio è: bisogna portarli lontani dagli orfanotrofi di guerra".
Qualcosa si sblocca. Lentamente: a fine gennaio, sei bimbi sono stati rimpatriati a Tunisi e affidati a famiglie allargate che, in cambio di soldi, hanno accettato di crescerli. Si chiamano Ouways (6 anni), Moez (5), Sohail (12), Musab (3), Ahmed (5), Moujahid (5): il presidente tunisino Kais Saied li ha ricevuti a Palazzo Cartagine, sfidando le manifestazioni sull'avenue Bourghiba e le critiche delle famiglie di vittime del terrorismo ("chi si preoccupa di noi?", la domanda retorica dell'ex ministra Majdoulin Charmi, sorella d'un agente di sicurezza tunisino ucciso in un attentato). Un'altra decina di ragazzini, maliani e nigerini, sta per essere riportata a zii che se ne occuperanno.
Il Sudan s'è ripigliato i tre piccoli sopravvissuti al loro papà Mohamed Abuzaid, uno che aveva assassinato un diplomatico americano e poi s'era dato al Jihad in Somalia, prima d'arruolarsi in Cirenaica e di venire bruciato con un colpo di mortaio. Ma in Libia restano ancora trentasei bambini - 21 a Tripoli, 15 a Misurata - da liberare prima che diventino troppo grandi. Tamim Jaboudi, i genitori ammazzati in un bombardamento a Sabratha, da quando ha due anni sta con un gruppetto d'altri orfani dalle parti dell'aeroporto di Mitiga: finalmente ha ritrovato un nonno che se lo riprendesse. Questi due, invece no: Ammar e Hafsa, 6 e 5 anni, lui egiziano e lei nigeriana, giocano nel cortiletto della scuola di Misurata e non sanno che non li vuole nessuno.
Il Dna non ha permesso di capire da chi siano nati. Li hanno trovati nel dicembre del 2016 sotto le macerie d'una casa di Sirte, ed erano troppo piccoli per dire che cosa ci facessero lì. Al Cairo e a Lagos, non intendono prenderseli in carico. Soli sono, soli restano: "Abbiamo provato a contattare conoscenti e capi dei villaggi tramite Skype - spiega Ghweil -, qualcuno ha risposto e siamo riusciti a creare un legame. Per Ammar e Hafsa, niente".
Ci sono state almeno trentamila gravidanze in tutto lo Stato islamico. Al Baghdadi aveva esortato i suoi uomini a figliare, ma in Libia il sogno d'un Isis "verde" è svanito in appena due anni, prima a Derna e poi a Sirte, e alla fine le nascite del Jihad sono state meno che nelle altre wilayah del Califfato. Questi bambini erano programmati per diventare combattenti islamici: pronti a seminare il terrore, dai nove anni in avanti, come legiferato nella sharia. "I loro genitori hanno ucciso anche gente di Misurata", dice il direttore: "Non è sempre facile considerarli solo bambini". Eppure accade: "La Mezzaluna non ha tante risorse, abbiamo chiesto aiuto alla popolazione". Ed è arrivato? "C'è un uomo che ha perso suo figlio, nella battaglia di Sirte contro l'Isis. Ma non gl'importa. Tutte le settimane viene qui, a portare cibo e quel che ha. Da dare a loro".
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 5 febbraio 2020
Le comunità brasiliane dell'Apac propongono un modello alternativo basato sull'educazione e la responsabilizzazione: il tasso di recidiva è calato dal 70 al 15 per cento, mentre i costi sono più che dimezzati. Grossi: "È la pedagogia della presenza, che dimostra che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali alternative, il cambiamento è possibile".
Niente polizia né guardie armate, detenuti che si muovono liberamente e che in alcuni casi hanno addirittura le chiavi della struttura. Sembra quasi un'utopia, invece si tratta delle comunità dell'Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati), l'organizzazione senza scopo di lucro di stampo cattolico-evangelico che in Brasile propone un modello alternativo di carcere, basato sull'educazione e sulla responsabilizzazione personale. Nel Paese sono 53 i centri di reintegrazione sociale di questo tipo: il primo è stato aperto nel 1972 a São José dos Campos, poi il modello si è diffuso in tutto il Brasile. Oggi sono più di 3.500 i detenuti che sperimentano questo tipo di carcere: nonostante il governo conservatore di Bolsonaro sia stato eletto con l'obiettivo di inasprire le politiche di sicurezza, il sistema dell'Apac per il momento continua a ricevere sovvenzioni.
"In tutto il mondo, uno dei grandi problemi nelle carceri è la mancanza di lavoro e di attività educative - spiega Sergio Grossi, dottore in Scienze pedagogiche all'Università di Padova, che ha svolto la sua tesi di dottorato sulle Apac -. In queste comunità invece la prospettiva viene completamente ribaltata: i detenuti vanno a scuola almeno fino alle superiori ed è garantita la formazione professionale con attività pratiche. All'interno delle comunità ci sono orti, allevamento di bestiame, ma anche laboratori manuali come falegnameria, carpenteria, panetteria... Alcuni studiano all'università. Una volta terminati gli studi, i detenuti cominciano poi a lavorare. A volte sono loro stessi ad insegnare un mestiere agli altri, creando così uno scambio di conoscenze che responsabilizza le persone".
Questo sistema abbatte in maniera consistente la recidiva: i dati ufficiali parlano di un tasso del 15 per cento contro la media brasiliana del 70 per cento. E anche i costi sono più che dimezzati, passando da una spesa di 2.700 reais al mese per ogni prigioniero (pari a circa 575 euro) delle carceri tradizionali nella regione del Minas Gerais, a un costo di soli 1.050 reais (220 euro). All'interno di queste strutture esistono tre tipi di regime: il regime chiuso; il regime semiaperto, con i detenuti che escono solo in casi particolari; e il regime aperto, con la possibilità di lavorare all'esterno e tornare la sera.
Per entrare nelle Apac non servono requisiti particolari, se non la volontà di cambiare vita, iniziare a studiare o lavorare e coltivare la propria spiritualità. Seguendo il motto "Qui entra l'uomo, il reato resta fuori", in queste comunità vengono accettati anche detenuti che in carcere avevano una pessima disciplina. "L'idea di base delle Apac è che il carcere sia un ambiente violento, che a sua volta genera violenza - afferma Grossi.
Quando arrivano qui, i detenuti sono molto rispettati e sono grati di essere usciti dai penitenziari statali, dove le condizioni sono terribili: le celle sono sovraffollate, c'è poco cibo e scarsa assistenza sanitaria, con frequenti epidemie di tubercolosi, e poi ci sono continui conflitti con la polizia e con gli altri detenuti, denunce di torture, infiltrazioni di organizzazioni criminali e grande utilizzo di droga e psicofarmaci per sopportare le dure condizioni. Non si tratta di un fenomeno circoscritto: sono più di 720 mila le persone incarcerate in tutto il Brasile, attualmente la terza popolazione carceraria mondiale".
Nel mondo, oltre 20 Paesi hanno sperimentato almeno parzialmente il modello di carcere alternativo dell'Apac, dal Sud America all'Asia, fino anche in Europa, e in particolare in Germania, Olanda e Italia. Nella provincia di Rimini, la Cec - Comunità educante con carcerati è stata portata avanti dalla Papa Giovanni XXIII per la rieducazione dei detenuti in strutture dislocate sul territorio. Dalla Romagna le Cec si sono diffuse anche nelle province di Cuneo, Massa Carrara e Lecce. "La differenza tra l'Italia e il Brasile è che, mentre nel nostro Paese possono accedervi solo persone che hanno commesso reati minori, in Brasile invece ci sono anche persone che hanno commesso crimini gravi, come assassini, stupratori seriali o affiliati a organizzazioni criminali. La cosa incredibile è che, pur essendo inseriti in un contesto di bassa sicurezza, dove evadere è facilissimo, comunque non scappano".
Emblematica è la storia di Pedro (il nome è di fantasia), condannato in Brasile per reati gravi e spostato più volte da istituto a istituto perché continuava a delinquere anche all'interno del carcere. Pedro racconta che, quando gli è stato proposto di trasferirsi in una comunità dell'Apac, ha accettato pensando che sarebbe stato facilissimo scappare, visto che era già riuscito a evadere anche da carceri di massima sicurezza.
"Arrivato nell'Apac si è sentito accolto, e così ha deciso di aspettare una settimana prima di scappare - racconta Grossi, che ha conosciuto Pedro in uno degli incontri nelle comunità -. Poi ha capito che non stava male, veniva trattato con dignità, e ha posticipato nuovamente la fuga. A forza di aspettare ha finito per rimanere. È quella che viene chiamata la 'pedagogia della presenza', che dimostra nei fatti che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali possibilità di intraprendere una vita diversa, il cambiamento è possibile".
La Regione, 5 febbraio 2020
A un detenuto dovrebbe essere concessa la possibilità di ricorrere al suicidio assistito, ma solo a determinate condizioni. Quali esse siano resta ancora controverso, ma sul principio la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia (Cdcgp) è d'accordo. Lo ha indicato ieri a Keystone-Ats il segretario generale della Cdcgp Roger Schneeberger, confermando una notizia in tal senso del portale informativo online watson.ch.
Le divergenze tra i direttori cantonali riguardano le condizioni che devono essere soddisfatte per un suicidio assistito in prigione. Un delle questioni che si pongono in casi come questo, è se togliersi la vita non sia un modo 'facilè per evitare di scontare una pena. Oltre a ciò, deve ancora essere fatta chiarezza per quanto riguarda la responsabilità, il luogo del decesso e la procedura. Per rispondere a domande simili, il Centro svizzero di competenze in materia d'esecuzione di sanzioni penali (Cscsp) è stato incaricato di redigere una sintesi dei risultati della consultazione sul tema, nel frattempo conclusa. Su questa base verrà elaborata una raccomandazione ai Cantoni. In autunno l'assemblea plenaria della Cdcgp dovrebbe poi adottare queste raccomandazioni. Secondo Schneeberger, solo allora potrà essere stabilito esattamente entro quali limiti un carcerato potrà ricorrere all'aiuto al suicidio.
Nel documento elaborato da esperti del settore e inviato in consultazione lo scorso autunno è stato sostenuto che, in materia di suicidio assistito, i detenuti hanno gli stessi diritti e doveri di qualsiasi altra persona. A un carcerato capace di discernimento che vuole morire deve quindi essere concesso il diritto di rivolgersi a un'organizzazione di aiuto al suicidio. Inoltre, secondo il documento, a un detenuto che vuole togliersi la vita dovrebbero essere applicate le stesse linee guida che vengono adottate per il resto della popolazione: i sintomi della malattia e le limitazioni funzionali devono provocare una sofferenza giudicata insopportabile. La persona che vuole morire deve poi essere capace di discernere fino al momento in cui prende il farmaco letale. D'altra parte l'autorizzazione di ricorrere a una organizzazione di aiuto al suicidio nel sistema carcerario dovrebbe essere accordata solo quale ultima ratio.









