La Repubblica, 28 dicembre 2019
L'allarme di Samuele Ciambriello, Garante regionale dei detenuti. Cure sanitarie gratuite negate ai minori collocati nelle comunità: è scontro sui tetti di spesa. Se ne parlerà lunedì 30 dicembre, alle 11 nella sede del Garante regionale dei detenuti (isola F8 al Centro direzionale), durante la conferenza organizzata sulla necessità di garantire il diritto alla salute per i minori dell'area penale collocati in comunità, attraverso l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico, come avviene per i minori ospiti degli istituti per minori di Nisida e Airola.
Un diritto costituzionale che continua a essere negato, come hanno denunciato su "Repubblica" Silvia Ricciardi e Vincenzo Morgera della Onlus Jonathan. Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello osserva: "Il non poter accedere gratuitamente al servizio sanitario nazionale, come avviene per i minori in custodia cautelare, produce un danno con conseguenze a volte irreparabili nella vita futura di questi ragazzi. Oltre agli esami di routine nella maggior parte dei casi i minori necessitano di visite specialistiche, le più frequenti sono quelle neuropsichiatriche o quelle dermatologiche".
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 28 dicembre 2019
Gli hippy avevano la loro erba, i punk le loro anfetamine e i loro beveroni, i pochi beatnik che venivano dai sobborghi di periferia preferivano l'eroina, i raver le loro chicche, gli yuppie la coca, i poveracci il crack, e il resto si ubriacava.
Ora che invece sono tutti consumatori, ognuno sceglie quello che gli serve", diceva qualche mese fa in una conferenza Irvine Welsh, l'autore di Trainspotting, notando che "la cultura del consumismo ha inghiottito tutte le culture", comprese quelle tossiche, e ora tutto dipende dagli stili di vita e "dall'immagine che ognuno ha di sé, e anche questa è flessibile".
Già vent'anni fa Big Lebowsky che con una mano beveva e con l'altra fumava uno spinello (in macchina) era la citazione di una generazione che non c'era più. Ma prima (e soprattutto dopo) il Drugo è notevole constatare di quanto si sia allungato l'elenco di film (quasi tutte commedie giovaniliste) in cui la cannabis è un'allegra boccata d'aria. Mentre sparivano le sigarette.
Non più un calcio ai proibizionisti, ma la normalità di uno stile di vita. Poco dopo arrivò L'erba di Grace ad aprire le praterie della valorizzazione economica, a prescindere dalla legalizzazione come antidoto al mercato criminale. La cannabis - di cui la sentenza della Cassazione del 19 dicembre per la prima volta ritiene lecita la coltivazione per uso privato, separandola dalla coltivazione per vendita - come altre droghe più o meno naturali o leggere è divenuta da un paio di decenni uno stile di vita dentro la molteplicità di consumi e diritti acquisiti.
Mentre il discorso degli effetti sulla salute è stato ridotto ad argomento retrivo o confinato esclusivamente al discorso sulle devianze. Forse non è colpa soltanto del consumismo, come pensa Welsh. Ma fintantoché erano il cinema o la pop culture a sdoganare la cannabis, si poteva ragionare sulla evidenza (benvenuta o ineluttabile) di un costume sociale ormai modificato. (Anche la percezione sociale del rischio è molto modificata: oggi fa malissimo l'acqua nelle bottiglie di plastica).
Servirebbe qualche domanda in più, se però l'effetto libertario alla Big Lebowsky o il consumismo palliativo vengono assunti come principio di giurisprudenza dalle sezioni riunite della Corte di Cassazione (che finora aveva interpretato la materia con logica proibizionista). Ovviamente è normale che l'interpretazione delle leggi tenga conto anche della modificata percezione sociale. Si cominciò dal comune senso del pudore, del resto.
Ma nemmeno il più relativista dei distratti potrebbe negare che quando sono i giudici di Cassazione a determinare, dettare o abolire le leggi, e non il Parlamento, qualcosa non torna. Soprattutto perché in Italia sono ormai troppe le materie sensibili, che riguardano comportamenti e salute, su cui i giudici di fatto si sovrappongono, o fanno supplenza, alla mancata capacità della politica di decidere e di dare un indirizzo condiviso ma univoco. L'ultimo caso, forse il più estremo, è il suicidio assistito. Ma lo stesso si può dire delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso.
Coltivare due vasi di cannabis da balcone non modificherà, dicono in molti, né il mercato né le abitudini dei consumatori. Ma è innegabile che sia anche un'ulteriore normalizzazione del suo consumo e un passo in più verso la legalizzazione. Senza però che il popolo sovrano si sia espresso in materia. Nemmeno i più puri proibizionisti possono negare che la legislazione attuale sulle droghe sia criminogena e inadeguata. E del resto la nozione di uso personale è uno di quei diritti, come direbbe Raphaél Enthoven, da cui le nostre società non faranno marcia indietro.
Ma discuterne, almeno? Prendersi la responsabilità di decidere e deliberare, anziché delegare alla magistratura il compito di trasformare l'opinione sociale più diffusa, non sempre prevalente, in legge? Qualcuno, molto pochi per la verità, si è posto il problema delle ricadute educative di questa sentenza: sarà più difficile, se non impossibile, spiegare a un preadolescente che una certa sostanza può o potrebbe fare male, visto che si coltiva in terrazzo. Il tema della responsabilità sociale verso le nuove generazioni - che intralcia quello dei diritti individuali, ma non può esserne fagocitato - dovrebbe essere cruciale, in queste materie. Invece è il più assente. Non è inspiegabile.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 28 dicembre 2019
Importante sentenza del Tar del Veneto sulla non retroattività della norma varata nell'ottobre 2018 dal governo gialloverde. I giudici hanno accolto il ricorso di un uomo che si era visto negare l'accesso in una struttura Sprar. I migranti che hanno ottenuto la protezione umanitaria prima dell'entrata in vigore del decreto sicurezza che - come è noto - abolisce questo tipo di permesso di soggiorno, hanno diritto a mantenere l'accoglienza nelle strutture abilitate.
È un'importante sentenza quella emessa alla vigilia di Natale dal Tar del Veneto, che dunque stabilisce la non retroattività del decreto sicurezza non solo per l'abolizione della protezione umanitaria ma anche per il diritto all'accoglienza. I giudici amministrativi del Veneto hanno infatti accolto il ricorso di un migrante, che aveva ottenuto la protezione umanitaria prima del 5 ottobre 2018 e che si era visto negare l'accesso all'accoglienza in una struttura Sprar (oggi Siproimi). Il Tar si rifà alla sentenza della Cassazione, che ha sancito l'irretroattività del decreto sicurezza e sottolinea come "nel caso in cui la protezione umanitaria è già stata riconosciuta al richiedente asilo non può essere eliso un beneficio - la prestazione delle misure di accoglienza - collegato a detto riconoscimento".
La sentenza del Tar arriva proprio nei giorni in cui dovrebbe cessare (al 31 dicembre) l'accoglienza per migliaia di migranti titolari di protezione umanitaria. Nei giorni scorsi, rispondendo alla richiesta del Tavolo Asilo, il ministero dell'Interno ha annunciato l'avvio di nuovi progetti con i fondi FAMI a cui i Comuni dovrebbero poter accedere per procrastinare l'accoglienza, ma intanto questa sentenza bolla come illegittima qualsiasi esclusione dal sistema di accoglienza di chi ha il titolo di protezione umanitaria.
di Carlo Valentini
Italia Oggi, 28 dicembre 2019
Marco Cappato è stato assolto dalla Corte d'Assise si Milano ma la sentenza ha di fatto sanzionato un vuoto legislativo e cercato di scrollare la politica. I partiti farebbero bene a mettere da parte la contrapposizione e a trovare un punto d'equilibrio in modo da evitare quello che, nei fatti, è diventato legale: accompagnare in Svizzera chi decide di mettere fine alla propria vita, senza griglie se non quelle, assai labili, previste dalla normativa svizzera, che in pratica consente in ogni caso il suicidio assistito, previo un colloquio con uno psicologo: Lucio Magri (tra i fondatori del manifesto) si recò in Svizzera e ottenne il fine vita non per gravi problemi fisici ma per una depressione che lo stava lacerando.
La medicina contribuisce ad allungare la vita ma a volte non riesce ad assicurare condizioni fisiche accettabili e dignità a chi supera taluni confini d'età e così finisce per proporre il cosiddetto accanimento terapeutico. C'è chi lo accetta e chi no: è giusto coartarne in un caso o nell'altro la volontà? Ed è giusto che non ci siano regole e che, di fatto, ora sia possibile a tutti prendere il treno per la Svizzera?
Ancora una volta (come per la sentenza della Cassazione che ha stabilito che coltivare cannabis non è reato) sono le aule di giustizia e non il parlamento a intervenire. Sarebbe ora che la politica, sul fine vita, si desse una mossa. È dal 1984 (progetto di legge firmato dal deputato socialista Loris Fortuna) che se ne discute, l'unico sussulto c'è stato nel 2017 con la legge sul testamento biologico, per altro tuttora poco attiva.
Essa prevede che il paziente possa richiedere, compilando un apposito modulo, l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sedazione profonda continua nel caso si ritrovasse in determinate situazioni. Ma il Comitato nazionale per la bioetica, ha denunciato la presenza di "molti ostacoli e difficoltà, specie nella disomogeneità territoriale dell'offerta del servizio sanitario nazionale oltre alla mancanza di una formazione specifica nell'ambito delle professioni sanitarie".
Il testamento biologico consente l'interruzione dei trattamenti di cura ma non la possibilità di porre fine alla propria esistenza in un modo più rapido, cioè con un suicidio assistito. Dall'inizio della legislatura sono arrivate a camera e senato ben 13 proposte di legge. Tra di esse quella che ha Monica Cirinnà come prima firmataria e alla quale hanno aderito esponenti di M5s, Leu, Psi, gruppo Misto: acconsente a staccare la spina quando risulta compromessa la dignità della fase finale della vita.
Al senato vi è la proposta del capogruppo Pd, Andrea Marcucci, che amplia il ricorso alla sedazione profonda. L'associazione della galassia radicale Luca Coscioni, supporta i due disegni di legge (uno alla camera e l'altro al senato) depositati da alcuni pentastellati per la legalizzazione dell'eutanasia.
Il leghista Alessandro Pagano nel suo provvedimento non prevede la depenalizzazione del suicidio assistito ma una pena ridotta per il convivente (dai 6 mesi ai 2 anni invece che dagli attuali 5-12 anni) mentre la forzista Paola Binetti (firmataria insieme alla collega Maria Rizzotti) concorda sulla pena ridotta per il convivente ma punta a rimettere mano alla legge sul testamento biologico.
Ci vorrebbe una sorta di Conclave: tutti in clausura finché non si trova un testo equilibrato da portare all'approvazione del Parlamento. Anche perché tutte le 13 proposte riconoscono il diritto a decidere sulla propria sorte nel caso non ci siano più speranze, quindi vi è una comune base di partenza. Lo scorso anno il parlamento era stato anche richiamato, invano, al proprio dovere di legiferare dalla Consulta, che si era pronunciata sempre a proposito di Marco Cappato e del suicidio assistito di Fabiano Antoniani, più conosciuto come Dj Fabo, il quale non poteva camminare né usare le braccia né alimentarsi da solo e provava dolore fisico. Non riusciva a recarsi in Svizzera da solo e quindi ha chiesto aiuto a Cappato.
Nel rimettere il procedimento alla Corte d'assise di Milano i giudici costituzionali hanno ammonito il parlamento, rilevando che in queste condizioni da un lato dichiarando legittimo il reato si finisce per punire severamente anche il semplice aiuto materiale alla ferma e autonoma volontà altrui, dall'altro il supporto, morale o materiale al suicidio è una condotta incriminabile per garantire tutela alle persone vulnerabili che potrebbero essere indotte a porre fine alla propria esistenza senza un'effettiva volontà.
Tra l'altro, la Corte ha pure indicato i binari sui quali può instradarsi la politica, dichiarando l'illegittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio per i casi di persone affette da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche intollerabili e tenute in vita con trattamento di sostegno vitale e incapaci di prendere decisioni, quindi bisognose di qualcuno che ne agevoli il fine vita ma, avvertono i giudici, "le condizioni e modalità di esecuzione debbono essere verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del Comitato etico territorialmente competente".
Chi rimane fortemente contrario è il fronte religioso. La Pontificia Accademia per la vita, guidata da monsignor Vincenzo Paglia, ha promosso una dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche, cioè cattolici, ebrei e musulmani: "L'eutanasia e il suicidio assistito sono moralmente e intrinsecamente sbagliati e dovrebbero essere vietati senza eccezioni. Qualsiasi pressione e azione sui pazienti per indurli a metter fine alla propria vita è categoricamente rigettata".
di Gustavo Ghidini e Daniele Manca
Corriere della Sera, 28 dicembre 2019
La leggerezza con la quale "doniamo" dati personali a chi ci alletta dandoci servizi ci si rivolta contro. È noto che la Germania "c'e l'abbia su" con le grandi piattaforme digitali. E le stia "lavorando ai fianchi", a cominciare da quello delle fake news, troppo poco combattute. Poiché le notizie che più attraggono curiosità e "like" sono proprio quelle più roboanti sta forse per aggiungersi un altro punto di attacco: quello della proprietà esclusiva dei dati dei cittadini raccolti e custoditi, e sfruttati commercialmente dalle piattaforme dell'e-commerce, tipo Amazon, dei social media, tipo Facebook, nonché dai motori di ricerca, tipo Google.
Sta meditando l'idea di introdurre un regime di Open Data, essenzialmente basato sulla rimozione del potere esclusivo e la sua sostituzione con il libero accesso da parte dei cittadini. Un nuovo regime che sostituirebbe, è lecito pensare, quello europeo vigente in materia di banche dati (Direttiva 9/96, dell'11 marzo 1996), che vieta la "estrazione" non autorizzata dei dati (ovviamente organizzati) ammettendo la possibilità di deroghe, da parte dei singoli Stati membri dell'Unione, per l'uso dei dati stessi a scopi non commerciali (ricerca, insegnamento). La ricetta non è nuova: "modestamente" il Comune di Piacenza ha già avviato il percorso per rendere disponibili online alcune sue banche dati in forma gratuita con una licenza (Italian Open Data License) che ne permetta l'utilizzo da parte di comunque (www.comune.piacenza.it/opendata).
Comunque, quale che sia il tipo di soluzione che eventualmente si adotterà, è innegabile che la cessione dei dati da parte di cittadini alle grandi piattaforme sta producendo - ha già prodotto - la costituzione e il consolidamento di monopoli sempre più potenti. La leggerezza con il quale "doniamo" dati personali a chi ci alletta dandoci servizi per i quali ci è difficile fare a meno (dalle mail al contatto con i nostri amici lontani e vicini), ci si sta rivoltando man mano contro. A livello personale con pericolose incursioni nella nostra privacy. A livello di sistema con il fatto che sta crescendo il potere economico dei titani del web (che va ricordato non sono solo quelli americani ma anche colossi cinesi, addirittura meno controllabili). Sta inoltre tracimando dal piano strettamente economico a quello socio-culturale, e politico tout court.
Per limitarci qui al profilo del diritto alla privacy del cittadino - il "diritto a esser lasciato solo", secondo una celebre definizione di era predigitale(ora fa sorridere), che baluardo effettivo pone il celebre regolamento sulla privacy europeo? Il General data protection regulation (Gdpr) tutela da violazioni della privacy i cittadini europei, dovunque si trovi chi raccoglie e "tratta" i dati. E questo è un netto progresso rispetto alla precedente regolazione. Ma c'è un "ma". I maggiori padroni dei dati sono americani e cinesi - quindi di Paesi che non adottano il Gdpr. E chi controlla quei giganti mentre a casa loro raccolgono dati, li profilano e li commerciano?
Lo stesso Gdpr, peraltro, non è a tenuta stagna. Ammette deroghe ampiamente discrezionali (per "un interesse pubblico" - quale? - "o di terzi" - chi? -. E ancora, quale interesse?). Soprattutto, per comune interpretazione, non impedisce che sulla base di dati personali di per sé non "sensibili", quindi legittimamente acquisibili, chi li raccoglie possa ricavare, per "inferenza", un profilo personale tipico (anonimo) che pur indirettamente ne sveli anche caratteristiche viceversa "sensibili".
Da dati su consumi alimentari, età, abbonamenti a certe riviste mediche - dati in sé non sensibili - si potrebbe inferire che un certo tipo di soggetti X ha una propensione al diabete. Una probabilità che rischia di essere sfruttata direttamente, attraverso offerte mirate di integratori alimentari o farmaci, o, peggio, rivenduta a compagnie di assicurazione malattie.
Non solo. Le avvertenze e informazioni sui diritti dell'utente a difesa della privacy sono quasi sempre comunicate in modo prolisso e con linguaggio da legulei: cioè con modalità opposte a quelle tipiche della comunicazione digitale, e comunque della comunicazione moderna, anche in formato analogico. Un po', anzi un po' molto, come le informazioni che le banche mandano ai clienti, fatte per annoiarli ed essere gettate nel cestino. Anche per questo, ma non solo per questo, moltissimi utenti sono disattenti, e sostanzialmente indifferenti ai loro diritti di privacy: ai quali rinunciano con tanti immediati "accetto" quante sono le app: proprio per poter più rapidamente usare le stesse. Senza contare i tanti utenti, specie giovani e giovanissimi, ma non solo, che coscientemente rinunciano alla loro privacy "postando" in rete foto e commenti di carattere intimo.
Per contrastare questa cosciente incoscienza, occorrerebbero istituzionali "campagne di consapevolezza" sui rischi che si corrono con cessioni, "automatiche" o volontarie, dei propri dati. E al contempo, occorrerebbe prescrivere l'adozione di standard di comunicazione ispirate alla massima semplicità e facilità di percezione - dunque anche con poche essenziali informazioni.
In attesa di Godot, perché non stabilire, con un po' di buon senso, un duplice principio, possibilmente da inserire in una revisione del Gdpr: controllo "all'altro capo" della filiera commerciale dei dati - cioè al capo dove stiamo noi utenti. E "compenso" dell'utente cui vengano indirizzate offerte commerciali da lui non richieste: e quindi evidentemente frutto del traffico di suoi dati.
Se, ad esempio, abbiamo soggiornato qualche mese fa nell'albergo X in una zona delle Dolomiti, e poco dopo arrivino offerte degli alberghi Y, Z, W, mai da noi interpellati, sarebbe giusto che: a) avessimo il diritto di chiedere a quegli alberghi da che fonte hanno avuto il nostro indirizzo (onde potere eventualmente reclamare al Garante dei dati personali). b) Ove quelle offerte accettassimo, potessimo pretendere uno sconto sulla tariffa. In fondo, noi forniamo i dati della nostra vita che diventano merce di scambio. Perché non reclamare un compenso?
C'è un'altra forma di potere commerciale dei padroni dei dati, che si manifesta rispetto alle imprese di produzione e distribuzione d beni e servizi. La situazione di collo di bottiglia rappresentata dai pochi grandi big detentori delle informazioni, consente sia di imporre condizioni gravose di accesso, sia di negare tout court quest'ultimo alle imprese che ne debbano far uso per la loro attività industriale o commerciale. Non sarebbe più lineare, giusto, efficiente e pro-concorrenziale, modificare la normativa sulle banche dati introducendo il principio dell'accesso libero pagante (a condizioni eque e non discriminatorie) ai dati necessari all'attività d'impresa?
La normativa attuale, europea ed italiana, ha ben avviato, ma non compiuto, il percorso per una piena tutela della privacy. E forse non lo potrà fare, sino a che i big data siano raccolti e custoditi in esclusiva da poche grandi gelosissime mani. Farglieli condividere, pur a pagamento, in assenza di un grande coraggio politico, sembra una "mission impossible". Al momento.
di Domenico Letizia
L'Opinione, 28 dicembre 2019
Anche quest'anno, dal 23 al 26 dicembre, si è svolta la Missione di Natale organizzata dalla Onlus "We Are" di Bologna, presso la città di Kilis, lungo il confine turco-siriano. La missione è stata occasione per inaugurare un laboratorio di aiuto psicologico per i bambini siriani vittime del conflitto, che da anni attanaglia la Siria. I volontari hanno donato alla comunità locale numerosi giocattoli, capi di abbigliamento e hanno osservato il lavoro che la Fondazione Fatih Sultan Demegi, diretta dal siriano Abdulgani Alchawakh, sta svolgendo attraverso la creazione di alcuni laboratori di cucito, avviando verso l'occupazione numerose donne e ragazze ospitate presso i locali della Fondazione.
I lavori sono stati utili anche per poter monitorare e approfondire come i rifugiati siriani e i mutilati di guerra vivono in Turchia. Numerose le storie dei mutilati siriani che chiedono la fine del conflitto e condizioni più dignitose per le loro vite e per quelle delle loro famiglie. Per gli invalidi di guerra siriani, presenti in Turchia, è importante ottenere il "libretto rosso" che permette alcune agevolazioni sociali e contributi economici, ma tale aiuto si ottiene solo dopo il riconoscimento da parte delle istituzioni turche del 50 per cento di invalidità e molti dei mutilati lamentano regole troppe restrittive e anche nel caso dell'ottenimento, contributi economici non sufficienti per il benessere delle famiglie. Hanno partecipato alla missione, il presidente di "We Are" Enrico Vandini, la vicepresidente Lorella Morandi, il fisioterapista Firas Mourad, le volontarie Carolina Lucchese e Alice Bandini.
Grazie al lavoro di "We Are" sono previsti due progetti nel corso del prossimo 2020. Il presidente della Onlus, Vandini ha dichiarato: "Stiamo creando un ambulatorio psicologico presidiato da due medici specializzati che avranno il compito di trattare circa 360 pazienti all'anno. Il progetto avrà una durata di 24 mesi. La durata di ogni seduta sarà di 30 minuti e l'età dei bambini coinvolti andrà dai 5 ai 18 anni, mentre per le donne andrà dai 18 ai 60. Inoltre, durante la nostra missione di Natale abbiamo inaugurato una palestra e una ludoteca, presso i locali della Fondazione, grazie ad un finanziamento del Rotary di Bologna". I volontari di "We Are" hanno potuto comprendere l'attualità del conflitto e le novità provenienti dal rapporto tra Turchia e Siria. Il direttore della Fondazione di Kilis, Abdulgani Alchawakh, già "ospite" delle carceri di Assad, ha descritto tutte le problematiche che la comunità siriana vive. Kilis nel corso degli ultimi anni è stata oggetto di bombardamenti sia da parte dei terroristi dello Stato Islamico, che da alcune fazioni del Pkk. La comunità locale siriana, pur lamentando tutte le difficoltà per la situazione da rifugiati in terra straniera, ringrazia le autorità turche e le politiche di Recep Tayyip Erdoğan che sostiene tali famiglie e denuncia l'azione repressiva di Bashar al-Assad.
Il direttore Alchawakh chiede all'Europa un vero sostegno per il ripristino dei diritti fondamentali e una campagna di informazione seria per i cittadini europei: "L'Europa deve capire che la tragedia siriana è una tragedia di tutto il mondo civile e dell'intero occidente. Chiediamo alle autorità europee di non sostenere il dispotismo di Assad. È inaccettabile che in molti paesi democratici vi siano ambasciate del governo siriano riconosciute e tollerate. Noi vogliamo semplicemente tornare nei nostri territori, ritornare alle nostre vite e riuscire a ricostruire una Siria democratica, laica, vicina al mondo arabo e alla Comunità europea", ha dichiarato il direttore della Fondazione Fatih Sultan Demegi.
Nella città di Kilis, come in tutta la Siria, in questa guerra che sembra non avere fine, sono sempre i civili, soprattutto donne e bambini, a pagare il prezzo più alto. Per molti di loro la Turchia è il futuro ma sono tantissimi coloro che vorrebbero semplicemente ritornare nella propria amata patria. Ricordiamo che nel 2016 l'Unione europea e la Turchia stipularono un accordo che vincolava la Turchia a fermare le partenze dei migranti in cambio di aiuti economici per 6 miliardi di euro. L'integrazione dei siriani in Turchia, soprattutto lungo il confine e nella città di Kilis, non è stata affatto scontata e semplice. Nel corso degli ultimi anni, numerose inchieste giornalistiche hanno raccontato le pessime condizioni in cui vivono i siriani nei campi profughi turchi, la discriminazione e lo sfruttamento sistematico, soprattutto nei confronti di molti bambini lavoratori, che ricevono nelle città e aziende turche. In occasione delle festività natalizie, "We Are" ha tentato di comprendere la situazione avviando nuove progettualità per i bambini e le donne siriane presenti lungo il confine.
di Giulio Meotti*
L'Opinione, 28 dicembre 2019
È stata una tragedia delle buone intenzioni. "Jack Merritt è morto nell'attacco sul London Bridge. Non dimentichiamo quello per cui si batteva", ha scritto Emma Goldberg sul New York Times. Merritt è una delle due vittime di Usman Khan, il terrorista islamico che il 29 novembre ha colpito sul London Bridge. L'altra vittima era Saskia Jones, studentessa presente alla conferenza presa di mira dall'attentatore. Entrambi sognavano di lavorare per salvare e proteggere il loro assassino.
Londra ha ospitato il quinto anniversario dell'organizzazione Learning Together, un evento in cui ex detenuti, membri dello staff, studenti ed esperti di criminologia erano arrivati da ogni parte del Paese per celebrare il successo della loro iniziativa di de-radicalizzare i jihadisti. Khan era lì presente, in quanto modello del programma di riabilitazione. Nel 2012, l'uomo era finito in carcere per aver cercato di far saltare in aria la Borsa di Londra, l'allora sindaco di Londra Boris Johnson e la ruota panoramica London Eye. Secondo il Daily Telegraph, Learning Together aveva indicato in Khan un "case study" su come funziona il programma di reinserimento nella società. Aveva perfino scritto una poesia e una nota di ringraziamento agli organizzatori, su un computer messogli a disposizione dai suoi tutor.
Merritt, una delle due vittime dell'attentato, aveva lavorato con Khan quando lui era ancora dietro le sbarre nel Cambridgeshire. Le immagini della Fishmongers' Hall, pochi minuti prima dell'attacco terroristico, testimoniano le buone intenzioni del programma riabilitativo. Merritt è stato il primo ad aver cercato di fermare Khan durante la sua follia omicida. Poco prima dell'attacco, in una foto lo si vede tranquillamente seduto alla conferenza. Molti lo consideravano una specie di "allievo migliore" del programma di de-radicalizzazione.
In una delle newsletter della Learning Togerher, l'uomo avrebbe anche affermato che il gruppo "ha un posto speciale nel suo cuore": "È più di una semplice organizzazione, che favorisce l'apprendimento delle singole materie accademiche. A mio avviso, il vantaggio principale è quello di riunire le persone, attraverso i mezzi di apprendimento. Learning Together significa aprire la mente, aprire le porte e dare voce a coloro che sono chiusi, isolati dal resto di noi. Aiuta a includere coloro che in genere sono esclusi. Questo è ciò che Learning Together significa per me".
Khan ha anche rilasciato un'intervista alla Bbc, in cui ha condannato la stigmatizzazione a cui era sottoposto: "Sono nato e cresciuto in Inghilterra, a Stoke-On-Trent, a Cobridge, l'intera comunità mi conosce e tutti sono al corrente, se glielo chiedete, di queste etichette che ci stanno mettendo, come terrorista, etc. etc., sapranno che non sono un terrorista".
L'ultimo attacco a Londra è stato un misto letale di dissimulazione religiosa e di naïveté occidentale. Inoltre, si spera che questo attentato seppellisca tutte le illusioni britanniche di de-radicalizzare i jihadisti. Come riportato dal Times, il Behavioural Insights Team (Bit), la cosiddetta "nudge unit" che in origine faceva parte dell'Ufficio di Gabinetto del Governo, aveva esaminato 33 programmi di de-radicalizzazione in tutto il Regno Unito e aveva scoperto che solo due erano teoricamente efficaci. Il criminologo inglese Simon Cottee ha incolpato le illusioni fatali nutrite dai professori progressisti in merito all'idea di curare i terroristi".
La Francia l'ha già provato. Un rapporto bipartisan presentato al Senato francese aveva stigmatizzato il programma di de-radicalizzazione francese come un "fiasco totale", nelle parole di Philippe Bas, senatore dei Repubblicani, partito di centro-destra. Quando le senatrici Esther Benbassa e Catherine Troendlé, entrambe alla guida della task force, si recarono in visita al centro di de-radicalizzazione nel Castello di Pontourny, trovarono un solo ospite nella struttura.
La Francia ha anche sofferto a causa del fallimento del meccanismo di monitoraggio. Negli ultimi anni sono stati condotti dai jihadisti numerosi attacchi terroristici che sono stato inseriti nello speciale database francese antiterrorismo: l'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo, l'attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia e l'attentato al supermercato di Trèbes, per ricordarne solo alcuni. Di recente, un attacco jihadista ha avuto luogo all'interno del quartier generale della polizia di Parigi. Il terrorista, Mickaël Harpon, lavorava infatti nell'unità preposta a rintracciare i terroristi.
In tutta Europa, nessuno dei programmi di de-radicalizzazione si è dimostrato efficace. "Non ci sono abbastanza dati affidabili per giungere a conclusioni definitive in merito all'efficacia a breve termine, per non parlare di quella a lungo termine, della maggior parte dei programmi di de-radicalizzazione esistenti", ha concluso un report della Rand. Potrebbe non essere alla portata dei Paesi occidentali de-radicalizzare le persone che, come il terrorista del London Bridge, indossavano un finto giubbotto suicida per farsi uccidere dalla polizia e diventare dei "martiri".
E allora cosa si fa con questi jihadisti? Fidarsi di loro può essere letale, come a Londra. Lasciarli in prigione potrebbe significare dare loro un posto in "uno dei più importanti luoghi di radicalizzazione". L'Europa non ha una Guantanamo Bay, un limbo legale che, dopo l'11 settembre, è stato utile per la guerra americana al terrore. Gitmo potrebbe anche essere utile ora, quando l'Europa sta fronteggiando il ritorno in massa dei foreign fighters dell'Isis.
Secondo il rapporto annuale di Europol, il 45 per cento dei britannici che si sono recati in Siria e in Iraq per unirsi all'Isis, sono già tornati nel loro Paese di origine. Su 714 ex detenuti di Guantanamo Bay, 124 (il 16,9 per cento) hanno ripreso a svolgere attività di tipo terroristico, mentre 94 sono sospettati dalla Defense Intelligence Agency di essere recidivi. Estradare questi estremisti dall'Europa è una questione assai controversa per molti politici europei. Il leader del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn è stato filmato mentre protestava per l'estradizione di sospetti terroristi della Gran Bretagna, tra cui due collaboratori di Osama bin Laden. Il Regno Unito ha litigato per anni con l'Europa per l'estradizione in Giordania dell'imam radicale Abu Qatada.
Pertanto, qual è la soluzione europea? Chiudere gli occhi e sperare nel meglio probabilmente è irragionevole. Troppe persone hanno già perso la vita nelle strade del Vecchio Continente.
"Ora sono molto più maturo e voglio vivere la mia vita da buon musulmano e anche da buon cittadino della Gran Bretagna", aveva scritto Khan prima di uccidere due giovani britannici.
Un recente rapporto del governo britannico ha messo in guardia dal fatto che gli imam del Regno Unito in 48 scuole islamiche promuovono la violenza e l'intolleranza. È la società britannica che deve essere de-radicalizzata, e non i jihadisti. Il predicatore di odio più famoso della Gran Bretagna, Anjem Choudary, è da poco tornato in libertà e ora cammina per le strade di Londra da uomo libero. Di recente, è emersa una foto del terrorista del London Bridge, Usman Khan, che lo ritrae insieme al suo "amico personale", Anjem Choudary. L'imam che avrebbe radicalizzato il terrorista che ha attaccato il quartier generale della polizia di Parigi vive a Gonesse ed è ancora libero di predicare.
La de-radicalizzazione funziona solo se sfida questa correttezza politica suicida dell'Occidente affrontando le reali cause di questo tipo di terrorismo, e che si trovano nei testi islamici. "Uccidete questi miscredenti ovunque li incontriate", recita il Corano (Sura 9:5). A quanto pare, Usman Khan ha visto Jack Merritt e Saskia Jones come "miscredenti" e non come "riabilitatori". Se non cambiamo le nostre regole di ingaggio, ce ne saranno altri di episodi come questo.
*Gatestone Institute
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 28 dicembre 2019
Le Sezioni unite penali della Cassazione, l'organo supremo della Corte, hanno stabilito che non sarà più reato coltivare cannabis in casa, purché in minima quantità e solo per uso personale. Ma questa depenalizzazione di orticelli domestici di piante stupefacenti in generale, e non soltanto di cannabis, dovrà rispettare paletti precisi: potranno essere fumate solo dal produttore.
Un via libera condizionato, con la definizione di un perimetro di regole che, in un'aula di tribunale, saranno determinanti per l'assoluzione o la condanna. Le sezioni unite penali della Cassazione, l'organo supremo della Corte, hanno stabilito che non sarà più reato coltivare cannabis in casa, purché in minima quantità e solo per uso personale. Ma questa depenalizzazione di orticelli domestici di piante stupefacenti in generale, e non soltanto di cannabis, dovrà rispettare paletti precisi, come si evince dalla massima di diritto depositata due giorni fa dagli ermellini in attesa della sentenza.
Le proteste del centrodestra e di parte dell'associazionismo sociale contro la decisione dei giudici sono compatte, per la prima volta viene deliberato che "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica". La Corte tuttavia è andata oltre e ha circoscritto l'ambito. Prima norma: l'utilizzatore del prodotto casalingo può essere solo la persona che materialmente si dedica alla cura delle piante e non è ammessa la destinazione anche a eventuali componenti del nucleo familiare, né il consumo di gruppo con amici.
Altra condizione essenziale: le piante devono essere coltivale solo con "tecniche rudimentali", che significa il tradizionale innaffiatoio. La presenza di un impianto di irrigazione a goccia o di lampade riscaldanti configurerebbero il reato di coltivazione ai fini di spaccio. Vietatissimo, naturalmente, il possesso di bilancini o strumenti di precisione per pesare in grammi. Particolare rilevante della decisione della Cassazione è la mancanza di riferimenti alla quantità di thc (il principio attivo) contenuta nella pianta.
Per la cannabis legale la norma prevede un tetto dello 0,6% contro il 5-8% di quella illegale e di quella coltivata dallo Stato per scopi terapeutici. Secondo i giudici invece chi la fa crescere in casa per uso personale non è perseguibile, a prescindere dal livello di thc.
"Il reato di coltivazione di stupefacenti - avvertono nel preambolo - è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nella immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente".
Nonostante il binario tracciato, sono forti le critiche di chi ritiene che la sentenza faccia deragliare la legalità e anni di lavoro di prevenzione. "Inciderà negativamente sull'educazione dei minori che cresceranno, sempre di più, nella convinzione che l'utilizzo di cannabis sia innocuo e socialmente condiviso", ammonisce la comunità di San Patrignano.
Sulla stessa scia il Family day: "Così si inventa un diritto a drogarsi che alimenta una cultura dello sballo tra le maggiori cause di incidenti stradali mortali". Come rileva il segretario Matteo Salvini, "anche le due ragazze morte a Roma ne sono la drammatica conferma. La Lega combatterà lo spaccio e la diffusione della droga sempre e ovunque".
Giorgia Meloni, leader di FdI, si dice "allibita, il messaggio lanciato, soprattutto ai più giovani, è devastante". Ma sul versante opposto riprende slancio il fronte della liberalizzazione: "E il risultato di quarant'anni di impegno, in particolare del mio impegno", rivendica Emma Bonino. "Si è rotto un tabù, è un primo passo per poter ragionare oltre gli stereotipi". Ed esulta il senatore M5S Lello Ciampolillo: "Vittoria! Da anni mi batto in Parlamento per il mio disegno di legge che prevede la coltivazione domestica quattro piante per tutti i maggiorenni".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 dicembre 2019
La Cassazione pone molti paletti, anche al proibizionismo. Ma il fenomeno non è regolato. Bonino: "È il frutto di 40 anni di lotte" Ma la legge per la legalizzazione ancora attende. "È il risultato di 40 anni di impegno, in particolare del mio impegno", dice senza falsa modestia Emma Bonino mentre presenta la lista di +Europa a Bologna. Però c'è del vero: la decisione "storica" delle Sezioni penali unite della Cassazione che sdogana la coltivazione domestica di piante stupefacenti ad uso personale è sicuramente anche frutto di decine di anni di battaglie dei Radicali e non solo.
Di militanti come lei o come Rita Bernardini, che dell'autoproduzione di cannabis al fine di smantellarne il mercato illegale ne ha fatto un impegno tale da riempire il suo terrazzo di piante e mostrarne le foto urbi et orbi nel tentativo di farsi arrestare ("ma non ci sono mai riuscita - racconta lei stessa - né quella volta che avevo 56 piante ma il procuratore Pignatone decise di archiviare tutto, né nel febbraio scorso quando venni indagata dal pm Prestipino a piede libero, malgrado le giuste proteste del carabiniere che aveva trovato le mie 32 piantine").
Ma Emma Bonino ha completamente ragione quando dice che con questo pronunciamento della Cassazione "si è rotto un tabù", e che "è un primo passo per poter ragionare oltre cliché e stereotipi". Destre permettendo, quelle destre che da ieri, digerita la notizia insieme agli eccessi del Natale, hanno sollevato un bailamme di reazioni scandalizzate.
Ma cosa dice esattamente l'organo supremo della Corte di Cassazione rispondendo all'ordinanza di rimessione 35436 posta dalla Terza sezione penale? Nella massima di diritto emessa il 19 dicembre dalle Sezioni penali unite, in attesa della sentenza vera e propria, i giudici spiegano che affinché la coltivazione di piante stupefacenti - non solo marijuana - sia configurata come reato non serve sapere la quantità di principio attivo ricavabile, perché è sufficiente che la pianta, "anche per le modalità di coltivazione", sia predisposta "a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente". Un preambolo necessario alla Suprema corte per seguire il solco fin qui tracciato negli anni con numerose altre sentenze, tutte di stampo proibizionista.
Questa volta però la Cassazione pone un freno anche all'ideologia più condivisa in parlamento (tanto da aver portato alla bocciatura di un emendamento alla manovra che avrebbe regolamentato la vendita di cannabis light, colmando un vuoto come richiesto dalla Consulta) e spiega che non è da ritenersi reato penale la coltivazione in casa, utilizzando "rudimentali tecniche", di uno "scarso numero di piante" che comportino un "modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile" e che "appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". I paletti ci sono però: innanzitutto deve apparire subito chiaro che le piante non siano destinate al "mercato degli stupefacenti", intendendo per esso anche la condivisione tra elementi della stessa famiglia, anche a titolo gratuito. Detto altrimenti: solo chi coltiva le piante può farne uso. Sono poi assolutamente vietati bilancini in casa ma anche strumenti che possano far pensare ad una coltivazione massiva, come l'impianto di irrigazione a goccia.
Tanti i commenti pro e contro il principio così sancito dalla Corte, ma quello che importa è che "questa sentenza si interessa solo di un fenomeno marginale (anche se in crescita)" e soprattutto lascia molta libera interpretazione, come spiega Marco Perduca, consigliere dell'Associazione Luca Coscioni e coordinatore della campagna "Legalizziamo!". "L'unica modifica che potrà fare chiarezza su cosa possa esser fatto, da chi, come, dove e in quali quantità sarà una modifica radicale della normativa vigente", aggiunge l'ex senatore radicale che ricorda come "l'Associazione Coscioni e altre associazioni ormai quattro anni fa elaborarono una proposta di regolamentazione legale della produzione, consumo e commercio della cannabis che è stata presentata assieme a Radicali Italiani alla Camera nel novembre del 2016 e da lì non s'è mossa".
"Se non ci si confronta su un'idea di governo del fenomeno, il resto è solo commento. E dopo 30 anni di commenti - conclude Perduca - il fenomeno da governare è arrivato a far segnalare oltre un milione di persone dai prefetti, a far fermare e/o arrestare centinaia di migliaia di consumatori, far girare decine di miliardi di dollari e, soprattutto, a intasare le Procure della Repubblica".
di Geraldina Colotti
lantidiplomatico.it, 28 dicembre 2019
Il panottico bolivariano. Davanti a uno schermo gigante, la ministra delle politiche penitenziarie, Iris Varela, mostra il sistema di controllo, altamente automatizzato, che consente il monitoraggio in tempo reale delle carceri venezuelane, dove chi vi alberga non viene chiamato detenuto, ma "privata e privato di libertà".
Spiega Varela: "Ho disegnato io lo schema, che ho poi sottoposto a un ingegnere venezuelano. Il software è cinese, ma l'hardware è nostro. Hai presente il concetto di panottico espresso da Foucault in Sorvegliare e punire? L'idea di fondo è quella. Se il privato di libertà si sente sorvegliato, limiterà le azioni violente".
Le telecamere funzionano anche nelle celle? "No, certo che no - risponde Varela - rispettiamo la privacy, i diritti umani e l'integrità della persona. Si tratta di sorvegliare per prevenire e reinserire". E sorride, scuotendo la cascata di riccioli scuri, mentre impartisce disposizioni, efficace e diretta. Una grande organizzatrice, Iris Varela, capace di agire alla velocità della luce per realizzare un'idea, aggirando lentezze e burocrazie. In questi anni ha rivoluzionato il sistema penitenziario, mettendo in riga sia gli incerti che i detrattori.
All'opposizione che le rimproverava di "indottrinare" i detenuti, ha risposto: "Certo, gli sto dando gli strumenti per combattervi, schivando le vostre trappole". Di trappole, Varela, ha dovuto evitarne parecchie. Durante le violenze dell'estrema destra, il ministero è stato attaccato più volte. "Però con questo sistema - dice - se anche si verificasse un sabotaggio all'edificio, in poco tempo la sala operativa potrebbe essere ripristinata altrove. I dati vengono conservati per cinque anni e consentono di avere una retrospettiva. Attualmente vi sono quattro centri regionali attivi, a Caracas, nel Lara, nel Merida, nel Tachira, altri tre sono in costruzione".
Ci colleghiamo con alcune delle sale operative regionali. Tutto pulito, calmo, funzionante, distante anni luce dalle bolge di violenza che avevamo visitato fino a qualche anno fa, e dagli allarmi che sistematicamente rimbalzano sui media occidentali. Gran parte delle immagini che servono a suffragare quegli allarmi corrispondono a penitenziari che sono già stati chiusi, demoliti o trasformati in luoghi di cultura.
"Oggi - afferma Varela - possiamo dire che il 100% dei centri di reclusione è sotto il controllo dello Stato. Oltre il 98% degli stabilimenti è retto dal nuovo regime penitenziario, un progetto di attenzione integrale nel quale ogni privato di libertà deve osservare la disciplina, acquisire valori e dedicarsi allo studio e al lavoro".
Le cifre ufficiali del ministero dicono che in Venezuela vi sono 108 centri detti di formazione più che di detenzione. Lì "vivono persone che hanno problemi e conflitti con la legge; 76 di questi funzionano come penitenziari per i privati di libertà che stanno scontando una pena definitiva, 59 sono per uomini e 17 per donne, e 32 dedicati alla custodia degli adolescenti". Attualmente, la popolazione detenuta oscilla tra 48.000 e 53.000 persone, ma la capienza complessiva degli stabilimenti è di oltre 80.000 persone.
Direttori e direttore salutano con un "Chavez vive, la patria sigue". Mostrano le diverse attività svolte con l'impegno degli agenti per costruire un regime penitenziario "umanista, che metta al primo posto il recupero dei privati di libertà attraverso lo studio e il lavoro". Un gran progresso, che abbiamo potuto constatare recandoci diverse volte nelle carceri nel corso degli anni.
Un cambiamento che avanza al ritmo della rivoluzione bolivariana e che, oltre la cortina di fumo di chi si limita a trascrivere i dati delle Ong di opposizione, viene riconosciuto dagli organismi internazionali preposti, i cui rappresentanti visitano periodicamente il circuito penitenziario. Abbiamo constatato la loro presenza anche in questa occasione.
Varela ci mette a disposizione diversi video, che mostrano il prima e il dopo delle prigioni venezuelane. Il prima era un inferno di violenza e sopraffazione, nell'assenza totale di uno stato per cui gli ultimi erano solo scarti. "Nel 1994 - racconta - durante il governo di Caldera - nel carcere di Sabaneta si è verificato un incendio di grandi proporzioni, la più grande tragedia carceraria del paese. Morirono ufficialmente 108 persone, ma in realtà si parla di 500".
Il '94 fu l'anno in cui, per un'amnistia richiesta a furor di popolo, venne liberato dal carcere l'allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias insieme agli ufficiali che avevano organizzato la ribellione civico-militare del '92. Allora - racconta ancora la ministra - "tutti cospiravamo contro lo Stato borghese. Nel 1989 il popolo si era ribellato contro il pacchetto di misure neoliberiste nella rivolta del Caracazo. Fino al cambio di marcia innescato dalla rivoluzione bolivariana, le carceri erano una vera e propria discarica sociale. Una terra di nessuno che pullulava di armi di grosso calibro, usata dalle bande criminali come retroterra. Si usciva nel fine settimana per compiere delitti e poi si rientrava, avendo un alibi di ferro".
Tra i video più sconvolgenti, c'è quello girato da un gruppo rap di Portorico, i Catedraticos, contrattato dalle mafie carcerarie per un concerto molto pubblicizzato all'estero, nel quale si fa spettacolo della violenza. Si vedono detenuti obbligati a tagliarsi le dita da soli e altre efferatezze compiute dai "leader negativi" ai danni dei più deboli. Violenze comprovate dalla montagna di cadaveri mutilati rinvenuti ogni volta che, dopo un lungo lavoro, la rivoluzione bolivariana è riuscita a smantellare quel sistema di potere e connivenze.
Ricorda la ministra: "Durante la campagna elettorale, Chavez non fa promesse a vanvera. Si propone il compito di rifondare la repubblica con un processo costituente, che ha effettivamente luogo nel 1999. Io ho avuto l'onore di essere eletta come costituente per il Tachira, mia zona di origine. Tra tutti i mali che la rivoluzione si è apprestata ad affrontare, c'era il sistema penitenziario. Sono avvocata, me ne rendevo conto benissimo. I detenuti ci chiedevano aiuto in ogni modo, cucendosi la bocca o compiendo altri gesti di autolesionismo, solo che quando provavamo a entrare, venivamo accolti dai proiettili di quei leader negativi che l'opposizione aveva cominciato a chiamare "pranes" e che, all'interno, erano in possesso persino di lanciagranate. Ovviamente, questo indicava un sistema di corruttele con cui pure abbiamo dovuto fare i conti. Impossibile fare un lavoro costruttivo in quelle condizioni". Non molto diversa era la situazione nei minorili o nelle carceri femminili.
"Chavez - dice ancora Iris - ha saputo interpretare l'anima del nostro popolo, occupandosi degli esclusi fin dal primo momento. La nuova carta magna, una delle più garantiste al mondo in tema di diritti umani, definisce le norme per la ridistribuzione del potere economico, politico, sociale. Su questa base, in Venezuela la casa (ne abbiamo già costruite 3 milioni), la salute, l'educazione, non saranno mai ridotte a merce, non verranno mai privatizzate. Anche le norme che riguardano il sistema penitenziario, che ho contribuito a redigere, sono molto avanzate, non fosse che per una piccola insidia nella quale siamo caduti e che poteva creare ambiguità in merito all'istituzione di carceri private, ma che si è appianata in seguito e che si tratterà di risolvere definitivamente nel prossimo testo costituzionale".
Fino a qualche anno fa, uno dei problemi più drammatici denunciati dai detenuti era quello del ritardo processuale. Com'è la situazione ora? Afferma Varela: "Quando Chavez ha creato il ministero del Potere popolare per gli affari penitenziari, ho messo insieme una squadra scelta tra deputati e personale che lavorava nell'Assemblea nazionale, e ci siamo recati nelle carceri. Abbiamo fatto assemblee con i detenuti e le detenute, raccolto le loro denunce, la prima delle quali era la situazione di abbandono giuridico in cui versavano. Abbiamo creato allora il piano Cayapa giudiziaria con il quale abbiamo portato direttamente in carcere il potere giudiziario, per rivedere tutte le situazioni. Quando c'erano palesi ingiustizie, il ministero si faceva carico di sanarle, assumendo le responsabilità in prima persone. Poi, sono arrivate norme specifiche che hanno istituito il regime alternativo attraverso l'approvazione del Codice organico penitenziario. Intanto, mentre abilitavamo nuovi stabilimenti, chiudevamo quelli vecchi e trasferivamo i detenuti a nuova sede. Il presidente Maduro sta continuando sulla via di Chavez, nelle carceri si costruisce cultura e dignità".
Scorrono altri video con le testimonianze dei detenuti. La ministra illustra i piani di recupero che li hanno via via coinvolti nelle unità socio-produttive, nella costruzione di case popolari, nell'orchestra sinfonica nazionale. "Spesso - dice - mi porto gruppi di adolescenti al Cuartel de la Montaña, in spiaggia, lavoriamo con le famiglie. Una volta abbiamo visitato la base navale di Puerto Cabello, i ragazzi hanno fatto immersione insieme ai sub della Forza Armata Nazionale Bolivariana e poi tutti volevano diventare militari. Ai giovani bisogna dare opportunità e modelli positivi, soprattutto se provengono da famiglie disfunzionali o da situazioni di degrado dove l'azione politica e sociale dello Stato non è ancora arrivata".
Varela si commuove raccontando la storia di una sedicenne incontrata in carcere per una vicenda di droga: "Aveva ferite da taglio in diverse parti del corpo - ricorda - viveva per strada con un padre alcolizzato e un uomo che l'obbligava a chiedere l'elemosina per procurarsi la droga, e che se non portava abbastanza soldi, si scatenava su di lei. Aveva già due bambini. Quando era incinta del secondo, era finita all'ospedale in fin di vita, e lì un poliziotto l'aveva violentata. Com'era possibile che una ragazzina avesse già sopportato il peso di così tanta violenza?"
Le parole della ministra e le immagini raccolte nei video ci accompagnano mentre visitiamo l'Istituto nazionale di orientamento femminile (Inof), un penale a regime chiuso che alberga un totale di 629 detenute. Ci accompagna la viceministra Mirelys Contreras. Il tabellone affisso all'entrata elenca in dettaglio nazionalità, situazione giuridica e regime carcerario delle detenute.
In un'ala a parte dell'Istituto, si trovano le madri con bambini. Per legge possono rimanere lì fino a tre anni, "ma nei fatti, quando la situazione lo richiede, li teniamo lì fino ai cinque anni - ci ha detto Varela - e poi ci sono i piani di accompagnamento delle famiglie all'esterno, attraverso il lavoro o lo studio". La giovane agente all'entrata indica che oggi è giorno di visita.
Nello spiazzo antistante, le detenute chiacchierano con i loro parenti. Una volta al mese, hanno diritto anche a un colloquio intimo. Parliamo con diverse di loro. I reati principali sono quelli del traffico di droga, ma anche sequestro e omicidio. Visitiamo i laboratori in cui si cuce, si tesse, ci si taglia i capelli o si continua a studiare attraverso le varie misiones educative e nell'università aperta. Vi sono 11 laboratori socio-produttivi.
Ogni volta che entriamo, veniamo accolte dal seguente saluto: "Umanizzazione, rispetto, ordine e disciplina. Verso la costruzione della donna e dell'uomo nuovo. Buongiorno autorità". Chiediamo a Yamileth cosa significhi per lei quel saluto: "All'inizio - dice - non capivo, mi avevano detto che faceva parte delle regole, e lo ripetevo. Poi, imparando il rispetto, imparando a conoscere altre parti di me attraverso il lavoro e lo studio, mi è risultato chiaro". Yamileth, che sta scontando 15 anni per traffico di droga, è una delle donne che, dopo aver imparato il mestiere, è stata abilitata per diventare insegnante del corso, e dovrà formare altre formatrici.
Veniamo attirate da un irresistibile odore di dolci appena fatti. Entriamo nella panetteria, dove lavorano 20 donne, 10 alla mattina e 10 al pomeriggio. Per Dyana, che sta aspettando di uscire in misura alternativa dopo una condanna per sequestro, il carcere ha significato "sofferenza, ma anche una rinascita".
Qui ha approfittato degli studi, quando uscirà vuole aprire una panetteria, ma anche continuare a esercitarsi con gli strumenti che ha imparato - clarinetto e contrabbasso - e che ha suonato per anni nell'orchestra sinfonica bolivariana.
Al piano di sopra, ci accoglie Flor Ramirez, professora di musica che anima il primo laboratorio penitenziario di liuteria di tutta l'America Latina. Alle pareti vi sono pezzi di legno pregiato, violini, chitarre e cuatros, e strumenti per costruirli. Una sfida alla guerra economica: "I materiali sono molto costosi - dice la docente - ma ci vengono forniti grazie a un convegno realizzato dal ministero con un'impresa cinese e Fundamusical". Le detenute staccano alcuni strumenti e ci dedicano un piccolo concerto.
Insieme alla viceministra assistiamo poi a uno spettacolo di danza offerto dalle "private di libertà". Segue una piccola assemblea durante la quale le donne fanno richieste e proposte. Le difficoltà ci sono. Dato il perdurare della guerra economica, già mantenere questo livello di assistenza è quasi un miracolo. Manca il personale specializzato, medici, psicologi, magistrati, molti se ne sono andati, ma restano i più motivati. Marelys Contrera risponde in modo franco e si vede che per questo le detenute l'apprezzano.
C'è un gruppo arrivato da poco da un carcere che è stato chiuso, quello di Coro. Fra loro spicca una giovane donna carismatica e esuberante, che fa proposte e critiche propositive. Si chiama Amanda: "Prima - ci racconta - ero una leader negativa, ho sempre vissuto per strada, ho trascorso 14 anni nei penali quasi tutti in punizione. Da un anno sono qui, faccio cose che non avrei mai pensato di fare, voglio uscire per buona condotta, studiare".
Ci stringiamo le mani, ci abbracciamo. "Auguri di libertà". "Amèn, amèn", rispondono in coro. La viceministra risponde a tutte, prende nota. Un'anziana balla reggendosi al bastone: "Ho imparato a danzare in prigione - dice - presto torno in Olanda, sono a fine pena".
Passiamo all'ala dove ci sono le mamme con i bambini. Una struttura aperta, con un grande giardino e parco giochi. "Quando la ministra ha formato la sua squadra e mi ha chiesto di farne parte - racconta Contreras - per capire cosa fare, entravamo in un carcere alle 9 di sera e ne uscivamo il mattino dopo, facendo inchieste e assemblee. Le condizioni, qui, erano orribili, non c'erano spazi per le madri e per i bambini. C'era una specie di fossa per le punizioni, chiamata el Tigrito, c'erano corruzione, armi, droga. E guarda, invece, adesso. Le carceri stanno diventando scuole di formazione e unità socio-produttive autonome. A dirigere il ministero siamo tutte donne, oltre alla ministra Iris, vi sono tre viceministre. Lavoriamo tutte a tempo pieno, soprattutto a costruire le condizioni affinché le donne possano riacquistare la propria libertà, che ovviamente è la cosa che più desiderano".
Ci sediamo all'ombra di un albero. Visitare una prigione lascia sempre il segno, un segno in chiaro-scuro. Pensiamo al video diffuso dall'europarlamentare di centro-destra Antonio Tajani. Proveniva dallo Stato Anzoategui. Mostrava detenuti nudi stesi a terra, tormentati da uomini in divisa.
Che ne pensa la viceministra? Contreras spiega: "Nel sistema penitenziario, tutto il personale riceve una formazione permanente, basata sul rispetto dei diritti umani e con attenzione al tema di genere. Cose del genere non potrebbero succedere. I Centri di detenzione preventiva non competono al nostro ministero. Dipendono dalla polizia municipale, e lì possono verificarsi violazioni dei diritti. In molti casi, la situazione di questi centri è simile a quella che abbiamo incontrato all'inizio del nostro lavoro, nel 2011. In questo caso, in primo luogo si agisce con tutto il peso della legge. Il nostro Pubblico Ministero, Tareck William Saab, che è stato Difensore del Popolo, considera che uno stato senza giustizia non possa funzionare. Ma, intanto, stiamo cercando di affrontare il problema in termini generali. La ministra Varela ha chiesto che il nostro ministero assuma anche altre competenze al riguardo. Abbiamo già ottenuto la direzione generale di otto Stati, dove stiamo applicando gli stessi piani di attenzione giuridica e amministrativa sperimentati nel circuito penitenziario. Ma è un lavoro da formica e i problemi sono ancora tanti, ci vuole tempo".










