di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 29 dicembre 2019
È un sussurro quello di Panebianco. Non perché le sue idee non siano forti e argomentate con rigore. Ma perché il professore appare sempre più solo: nessuno ha voglia di ascoltare la sua voce e il suo ragionare. A occhio, neppure il giornale che lo ospita. E infatti Panebianco pone esattamente questo problema: le élite. Le élite, dice, cioè le classi dirigenti - semplificando un poco - non sono affatto sensibili alla democrazia e ai suoi cardini. Sono estranee. E perciò in Italia diventa impossibile mantenere integro lo Stato di diritto. E la stessa democrazia regge solo perché imposta dalle relazioni internazionali. Ma, senza una direzione, vacilla. Non è irreversibile. Queste cose Angelo Panebianco le ha scritte nell'editoriale del Corriere di ieri, spiegando come in Italia non sia mai esistito un equilibrio tra i poteri. Nella vecchia repubblica dei partiti - scrive - la magistratura era subordinata al potere politico. Ora l'ordine giudiziario ha smesso di essere un ordine, è diventato potere e ha sottomesso la politica a se stesso.
Gli intellettuali, i giornali, le case editrici, i circoli culturali, le associazioni, le Tv, il cinema, gran parte dei partiti sono i difensori di questo ribaltamento dei poteri che ha portato alla repubblica giudiziaria. Prendiamo il discorso più coraggioso pronunciato in Parlamento negli ultimi 25 anni. Quello di Matteo Renzi, che ha denunciato l'arroganza dei Pm e l'invasione di potere. Quanto è durato? Una settimana dopo quel discorso il partito di Renzi ha chiesto che Salvini sia consegnato ai Pm, e subito dopo è scattato in difesa di un Pm di assalto, come Gratteri. Il quale ha ricevuto critiche pesanti da alcuni suoi colleghi, per esempio dal Procuratore generale di Catanzaro, Lupacchini, e da un monumento della magistratura italiana come Armando Spataro. Che lo hanno accusato di teatralità nell'esercizio della sua funzione. Come hanno reagito i politici alle critiche verso Gratteri? Col silenzio. E i magistrati? Sono insorti.
Non contro Gratteri, però: contro i critici. Sia la corrente di sinistra, e cioè Area, sia quella moderata, e cioè Magistratura Indipendente, all'unisono si sono scagliate contro Lupacchini e Spataro e hanno chiesto che fosse loro imposto il silenzio. Ecco come si spiega la solitudine del coraggioso Panebianco. La politica si acquatta quando vede un Pm. I Pm invece si compattano se qualcuno li tocca. Gridano e fanno la faccia feroce. Sono casta, pura casta. E in questo modo il loro potere diventa incontrollabile.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 dicembre 2019
Il procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini rischia un trasferimento d'ufficio dopo l'attacco al capo della Dda Nicola Gratteri. L'attacco al capo della Dda Nicola Gratteri potrebbe costare caro al procuratore generale Otello Lupacchini che ora rischia un trasferimento d'ufficio. Una possibilità che emerge tra le righe della richiesta inviata dai togati di Area al comitato di presidenza del Consiglio superiore della magistratura, con la quale invocano l'apertura di una pratica in prima commissione, che tra le sue competenze ha l'accertamento dei casi di incompatibilità. E a loro si associano i colleghi di Magistratura Indipendente, che hanno chiesto maggiori tutele per i magistrati del distretto.
Nel mirino dei consiglieri di Area l'intervista rilasciata da Lupacchini a TgCom in merito ai 330 arresti eseguiti su disposizione dell'autorità giudiziaria di Catanzaro, durante la quale ha ripreso i fili della polemica ingaggiata ormai da mesi con Gratteri. Ancora una volta a suscitare l'indignazione del pg è stato il "mancato rispetto delle regole di coordinamento con altri uffici giudiziari".
"I nomi degli arrestati - aveva dichiarato - e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione sulla stampa che evidentemente è molto più importante della procura generale contattare e informare. Al di là di quelle che sono poi, invece, le attività della procura generale, che quindi può rispondere soltanto sulla base di ciò che normalmente accade e cioè l'evanescenza come ombra lunatica di molte operazioni della procura distrettuale di Catanzaro stessa". Parole dure, con le quali Lupacchini ha criticato non solo il silenzio della Dda, ma anche l'efficacia del lavoro della procura antimafia. Dichiarazioni "particolarmente allarmanti" per i consiglieri di Area, "in ragione del ruolo rivestito dall'intervistato ed in quanto riferite ad un provvedimento emesso dal Giudice per le indagini preliminari di Catanzaro, sul quale dovrà pronunciarsi nei prossimi giorni il Tribunale per il Riesame di Catanzaro". I magistrati Giuseppe Cascini, Elisabetta Chinaglia, Alessandra Dal Moro, Mario Suriano e Giovanni Zaccaro hanno dunque chiesto l'apertura di una pratica in prima commissione "per l'adozione di urgenti provvedimenti a tutela della credibilità dell'autorità giudiziaria di Catanzaro e dell'esercizio sereno, imparziale ed indipendente della funzione giudiziaria in quella sede". Ma non solo: i consiglieri hanno anche manifestato l'esigenza di un piano straordinario per gli uffici giudicanti di Catanzaro, il cui "sottodimensionamento" unito alle "croniche scoperture" e all'accentuato turn over, rischia "di impedire un veloce ed efficace accertamento delle ipotesi accusatorie".
A fianco a loro anche i tre consiglieri di Magistratura Indipendente, Paola Braggion, Antonio D'Amato e Loredana Micciché, che hanno denunciato il proliferare di "commenti, prese di posizione e comportamenti potenzialmente lesivi del prestigio e dell'indipendente esercizio della giurisdizione, tali da turbare il regolare svolgimento ovvero da appannare l'immagine della funzione giudiziaria" immediatamente dopo l'esecuzione degli arresti.
In particolare i consiglieri fanno riferimento alle dichiarazioni della deputata dem Enza Bruno Bossio, moglie di Nicola Adamo - per il quale è stato disposto il divieto di dimora nell'ambito di tale inchiesta, la quale aveva accusato Gratteri di essere artefice di uno "show" con lo scopo di "colpire la possibilità di Oliverio (Mario, governatore uscente della Calabria, ndr) di ricandidarsi". Ma nel mirino di MI ci sono anche le "particolarmente allarmanti" dichiarazioni di Lupacchini, in particolare per il ruolo da lui ricoperto.
"Con la richiesta di apertura di pratica a tutela hanno aggiunto - intendiamo assicurare un tempestivo intervento a tutela della indipendenza e della serenità di giudizio dei magistrati del Distretto di Catanzaro, in particolare quelli della Procura distrettuale preposti allo svolgimento di ulteriori indagini; dei giudici per le indagini preliminari; dei magistrati del Tribunale del Riesame di Catanzaro e di tutti gli altri magistrati del Distretto, direttamente o indirettamente chiamati a svolgere il proprio ruolo nell'ambito del procedimento penale relativo alla esecuzione dei recenti arresti".
Si schiera, invece, contro la gogna mediatica il direttivo della Camera Penale "Avvocato Fausto Gullo" di Cosenza, che punta il dito contro la "spettacolarizzazione dei fatti giudiziari", foriera di possibili ""sentenze anticipate" sui mezzi d'informazione e non formate correttamente nelle sedi proprie delle aule di giustizia". Il tutto "in pieno contrasto con il principio di non colpevolezza sancito, riconosciuto e tutelato nella nostra Carta Costituzionale".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 29 dicembre 2019
"Sulla riforma avevamo fatto passi avanti, l'unico immobile è stato il ministro". Walter Verini ha ascoltato con attenzione Giuseppe Conte dire, dello stop alla prescrizione, che "non è un obbrobrio giuridico" purché si possa "assicurare la ragionevole durata dei processi".
Il Pd è soddisfatto?
"Queste parole intanto attestano che la norma da sola colpisce principi costituzionali. E diciamo che è finalmente ora di passare dalle parole ai fatti".
Avete fatto il gesto di presentare un vostro ddl. È una rottura irrimediabile dentro la maggioranza?
"Ora sta a Bonafede avanzare proposte serie per la riforma del processo penale. Noi, alcune idee le abbiamo già inviate. Ma è evidente che la norma sulla prescrizione va modificata".
Farete una controriforma?
"A volere essere precisi, fino al 31 dicembre rimane in vigore la legge Orlando che nel 2017 aveva modificato la prescrizione. Vede, se avessimo voluto farne un totem, avremmo potuto fare le barricate. Invece abbiamo dimostrato che non ci interessano le bandierine propagandistiche. Dicevamo: modifichiamo la riforma Bonafede e al tempo stesso lavoriamo sulla riforma del processo penale. Avevamo fatto dei passi in avanti, nostro malgrado. L'unico immobile è stato il ministro".
Come se lo spiega?
"Probabilmente questa legge rappresenta un principio identitario. Però paralizzante. Bene, ora entra in vigore, ma poi facciamola finita con i totem. Il ministro non può ignorare che su quattro forze politiche della maggioranza, tre sono profondamente contrarie alla sua riforma. Non chiediamo abiure, ma è inaccettabile che lui stia fermo su posizioni che vedono contrario tutto il mondo della avvocatura, e se anche l'Anm si è espressa a favore, nelle audizioni ci sono stati autorevoli magistrati che hanno evidenziato i rischi. È ora di passare dalle bandierine a un lavoro serio di sintesi".
Il ministro una sua idea l'aveva: un meccanismo disciplinare contro i magistrati che sforassero i tempi delle varie fasi del processo...
"Meccanismo superato. Pensare di risolvere il problema con le pagelle, con i punti come fosse la patente, ci sembra una proposta bizzarra".
E allora?
"Si tratta di fissare tempi ragionevoli, magari per tipologie di reato. Procedere a depenalizzazioni che diano certezza della pena e alleggeriscano la macchina della giustizia. Troppo spesso sono proprio i reati con pene edittali minori che ingolfano i tribunali e poi si prescrivono. Ci possono esser varie modalità, senza punti e penalizzazioni, per rendere certi i tempi dei processi. E poi parallelamente si può lavorare alla prescrizione: depotenziando il problema, dobbiamo tornare a discuterne. È ora di farla finita sia con le bandiere dell'estremismo giustizialista sia con le bandierine di un garantismo a corrente alternata".
Ma voi del Pd andreste fino in fondo?
"Guardi, abbiamo detto che non vorremmo usare la nostra proposta di legge non per paura, ma perché continuiamo ad augurarci che si giunga a un punto di vista condiviso. Se così non fosse, ce la vedremo in Parlamento".
di Federica Cravero e Ottavia Giustetti
La Repubblica, 29 dicembre 2019
Per venti minuti mentre il detenuto tentava di uccidersi nessuna guarda penitenziaria ha controllato. Ci sono voluti venti interminabili minuti prima che Roberto Del Gaudio riuscisse a uccidersi, a 65 anni, impiccandosi in cella la sera del 10 novembre.
Venti minuti passati ad armeggiare con i pantaloni del pigiama appesi alla finestra e usati come cappio. La sequenza si vede chiaramente nel filmato delle telecamere interne. Non era facile trovare un modo per farla finita con le poche cose che aveva a disposizione, ma l'uomo - che era rinchiuso nel carcere Lorusso e Cutugno per aver ucciso ad agosto la moglie Brigida De Maio - ostinatamente ha provato e riprovato a fissare il cappio alla grata della finestra, fino a quando non gli è parso ben solido e allora ci si è appeso e si è lasciato andare.
Eppure, sarebbe bastato un rapido sguardo al monitor che filmava ogni suo movimento, per far saltare il piano. Del Gaudio era un soggetto psicotico, in cura al centro di salute mentale già prima del delitto e, per il timore che potesse togliersi la vita, era sotto sorveglianza 24 ore su 24. Ma nessuna delle guardie si è accorta di nulla quella sera.
Solo quando ormai non c'era più niente da fare, gli agenti della polizia penitenziaria sono entrati nella sua cella e hanno cercato inutilmente di soccorrerlo. C'era la partita, quella sera. Juventus-Milan, calcio d'inizio alle 20.45. Un incontro concitato soprattutto nel secondo tempo, quando Cristiano Ronaldo è stato sostituito da Paulo Dybala, che poi ha segnato il gol decisivo. I filmati dell'impianto di video sorveglianza hanno mostrato che proprio in quei minuti, intorno alle 22.30, Roberto Del Gaudio ha messo in atto il suo piano suicida.
È un'ipotesi, al momento. Ma il solo sospetto di una simile spiegazione pare spaventosa: mentre il detenuto era impegnato a costruirsi un cappio tra le quattro mura della sua cella, le guardie che avrebbero dovuto vigilare su di lui erano invece concentrate a guardare la partita. Per venti lunghi minuti, questo invece è una certezza, nessuno ha rivolto un solo sguardo verso il monitor di controllo. Del Gaudio per molte settimane era stato guardato a vista.
Poi la misura era stata sostituita con la vigilanza costante attraverso telecamere a circuito chiuso che inquadrano gli interni di diverse celle e passavano le immagini su un video nella saletta delle guardie. Proprio quella sera, si sono giustificati gli agenti, lo schermo si è rotto. Si è staccato dalla robusta staffa che lo assicurava al muro ed è caduto a terra.
Quando la polizia giudiziaria ha effettuato il sopralluogo, gli agenti su cui si concentrano i sospetti hanno mostrato il televisore ancora in frantumi. Ma la ricostruzione non chiarisce tutti i dubbi e sulla morte di Del Gaudio i pm Giulia Marchetti e Francesco Pelosi hanno aperto un'inchiesta. Anche il ministero di Giustizia ha disposto un'ispezione in carcere.
"È una vicenda che ci addolora perché il nostro compito è prevenire il suicidio e il disagio dei detenuti, ma con i numeri elevati e i grandi flussi a cui dobbiamo fare fronte è un'impresa che a volte non riusciamo a compiere", dice il direttore, Domenico Minervini.
Anche fosse vero che quella sera il monitor è andato in tilt, i sorveglianti avrebbero dovuto organizzare la vigilanza diversamente, passando di persona a controllare. Invece l'hard disk dell'impianto video mostra che nessuno si è mai affacciato nella cella di Del Gaudio per tutto il tempo che gli è servito a morire.
"I particolari che stanno emergendo dalle indagini lasciano basiti", è il commento dell'avvocato Riccardo Magarelli, che difendeva Del Gaudio nell'inchiesta per il femminicidio e che adesso assiste il fratello del suicida come parte offesa in quest'ultimo capitolo. "Abbiamo sempre avuto fiducia - aggiunge - nel fatto che i magistrati stessero indagando con scrupolo per fare piena chiarezza su questo decesso".
di Pieremilio Sammarco*
Libero, 29 dicembre 2019
All'indomani della maxi operazione della Procura della Repubblica di Catanzaro, il Procuratore Capo Gratteri pubblica un tweet osservando come i grandi giornali sulle loro prime pagine avessero ignorato la notizia dei 330 arresti e rimarcando la sua volontà di "smontare la Calabria come i Lego".
Questo episodio ci induce alcune riflessioni sui delicati rapporti tra la magistratura e i social. In questo nuovo contesto comunicativo che ha contagiato tutte le fasce della popolazione, non si sottraggono i giudici che, attratti dalla potenza del mezzo e alla ricerca di popolarità e consenso, aprono un proprio profilo e da lì irradiano i loro messaggi sperando di raggiungere il maggior numero di seguaci.
Ma si tratta di una materia da maneggiare con cura, atteso il ruolo e la funzione che assolve il magistrato su cui il legislatore e il Csm non hanno ancora elaborato delle linee guida. Negli Stati Uniti è consentito ai giudici di utilizzare queste forme di comunicazione con dei distinguo. Ad esempio, il Committee on Judicial Ethics del Massachusetts, nell'affermare il principio generale che ogni forma di comunicazione al pubblico del giudice non deve ledere l'indipendenza, l'integrità, l'imparzialità e la fiducia nel sistema giudiziario, prescrive il divieto di pubblicare informazioni o commenti inerenti al processo, di abusare del prestigio dovuto all'incarico e di mantenersi distanti dalle attività politiche.
Il giudice, inoltre, deve comportarsi in tutte le sue attività extragiudiziarie, anche private, in modo tale da minimizzare il rischio di un conflitto con i propri doveri di ufficio, nonché, deve aspettarsi di essere oggetto di controllo da parte del pubblico e, nell'usare Twitter, deve considerare che un messaggio che egli valuta neutro può, invece, indurre altri a ritenere che sia messa in dubbio la sua imparzialità.
L'esperienza nordamericana consente queste forme di comunicazioni in virtù dell'architettura del suo ordinamento, che ha due pilastri fondamentali a sostegno: il First Amendment della Costituzione con il principio della freedom of speech e il sistema di selezione ed arruolamento dei giudici delle corti statali che prevede l'elezione da parte dei cittadini e dunque l'onere per i candidati di costituire dei solidi canali comunicativi con la collettività.
Nel Regno Unito, invece, per evitare in radice ogni situazione potenzialmente lesiva del prestigio e dell'immagine del corpo giudiziario, il Judicial Office, un ufficio del Ministero della Giustizia inglese, ha emanato una direttiva che vieta ai magistrati di essere titolari di pagine personali nei social media.
Essi, naturalmente, quali privati cittadini possono utilizzarli, ma nelle loro comunicazioni devono omettere ogni riferimento alla loro appartenenza al corpo giudiziario ed alle loro attività istituzionali, limitandosi a pubblicare post su fatti estranei al sistema giudiziario.
D'altronde, la pubblicazione delle comunicazioni personali, combinate tra loro, riflettono la personalità del giudice, il suo livello culturale, le sue passioni ed interessi, talvolta, anche il suo orientamento politico, elementi tutti che contribuiscono a delinearne il suo profilo e probabilmente coglierne le caratteristiche ed il suo modo di essere.
E questo senza considerare le attuali tendenze di analizzare i dati, anche quelli a prima vista più insignificanti, rilasciati sulla rete, che consentono, attraverso complesse operazioni di trattamento, di ottenere una previsione, oltre che sulla personalità ed il carattere, anche sulle condotte e sulle decisioni che attueranno gli individui.
Proprio per queste ragioni, si preferisce il modello di giudice apparentemente neutro, la "bocca della legge", che comunica al pubblico unicamente con i suoi provvedimenti, che rifugge dai social media per parlare delle proprie gesta, che non le enfatizza e non cerca il consenso.
*Professore di Diritto Comparato Università di Bergamo
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 29 dicembre 2019
"Noi siamo coerenti, pensiamo ai contenuti che si possano condividere le idee dell'avversario politico. La riteniamo insufficiente ma siamo disponibili a votare la proposta del Pd".
Enrico Costa, deputato di Forza Italia ed ex viceministro della Giustizia nel governo Renzi, è il relatore del disegno di legge che punta a imporre lo stop alla riforma Bonafede ma apre alla possibilità - prospettata dai dem - di proporre una sospensione dei tempi della prescrizione di due anni per l'appello e di un anno dopo la Cassazione, ai quali si possono aggiungere altri sei mesi se c'è il rinnovo dell'istruzione dibattimentale. "È il male minore", afferma.
Dunque ritiene ancora possibile una convergenza con il Pd?
"Presentino un emendamento al ddl in discussione in commissione. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di definire tempi certi per ogni grado di giudizio e far prescrivere il processo se si sforano quei tempi. In ogni caso se Bonafede pensa di risolvere il problema della durata ragionevole dei processi con qualche accorgimento si sbaglia".
Prevede a gennaio un redde rationem nel governo su questo tema?
"Non credo proprio che il Pd premerà il grilletto. Avrebbe potuto spingere il bottone verde invece che quello rosso per approvare le nostre proposte e non lo ha fatto. Per ora i dem si sono piegati a MSS. La sensazione è che abbiano portato sul tavolo una proposta per fare un po' di propaganda. Una cortina fumogena per evitare lo scontro con il ministro della Giustizia".
I renziani però si sono schierati al suo fianco per affossare la norma approvata nel decreto legge Spazza-corrotti...
"C'è corrispondenza tra ciò che dichiarano e ciò che votano. Fino a questo momento i numeri in Parlamento non sono stati sufficienti, perciò auspichiamo che il Pd venga sulle nostre posizioni. Lo stop alla prescrizione è davvero uno scempio giuridico".
Per il Movimento 5 stelle non è così...
"I cittadini hanno il diritto di pretendere una durata ragionevole dei processi".
Il ministro ritiene che l'entrata in vigore della riforma della prescrizione il primo gennaio non comporta rischi di questo genere...
"La prescrizione è uno stimolo ad agire, a non mettere il fascicolo nel cassetto. Se si toglie questo istituto si colpiscono i cittadini. Gli italiani non possono pagare l'inefficienza del sistema. Consideriamo poi che abbiamo delle conferenze stampa degli inquirenti che sono delle vere e proprie sentenze. La presunzione d'innocenza viene per così dire trascurata, vieni marchiato appena sei sottoposto a processo. Voglio ricordare che da11992 ad oggi 28mila persone sono state arrestate ingiustamente. Lo Stato è costretto a pagare continuamente indennizzi. Il record di ingiuste detenzioni nel 2018 è spettato a Catanzaro, con più di 10 milioni di risarcimenti".
L'8 gennaio scade il termine per presentare gli emendamenti al suo ddl. Che cosa si augura?
"Mi aspetto che le forze politiche ragionino in termini costruttivi e non soppressivi, che il Pd presenti sotto forma di emendamento la sua proposta e che non venga quindi considerato strumentale il mio ddl per il solo motivo che proviene dall'opposizione".
Teme un ulteriore rinvio della discussione in Aula?
"Abbiamo presentato questa proposta ad agosto, è in quota opposizione, non è più possibile rallentarne l'iter. Se la maggioranza vuole bocciare il ddl lo faccia tranquillamente, ma se ne assuma la responsabilità. Non possiamo andare avanti a tirare la palla in tribuna. È arrivato il momento che il Parlamento si esprima. Il Pd eviti di mercanteggiare con M5s sui diritti ed entri nel merito della questione".
Ci saranno voti segreti?
"Il voto segreto non è uno strumento radioattivo. Bisogna trovare delle modalità parlamentari per consentire ai deputati di esprimersi secondo coscienza, indipendentemente dagli ordini di scuderia".
di Selvaggia Bovani
La Provincia Pavese, 29 dicembre 2019
"Nel carcere dei Piccolini ci sono troppi soggetti psichiatrici e violenti". Lo denuncia Gian Luigi Madonia, segretario regionale dell'Uspp, l'Unione sindacati polizia penitenziaria, in seguito all'aggressione che pochi giorni fa un detenuto ha messo in atto nei confronti di un agente di polizia penitenziaria. Pochi giorni prima di Natale, inoltre, un detenuto si è tolto la vita in cella.
Per quanto riguarda l'aggressione, i sindacati riferiscono che agente si era rivolto al detenuto, un 36enne sottoposto ad un regime di sorveglianza particolare che prevede restrizioni al trattamento e ai diritti dei detenuti ritenuti pericolosi.
L'agente aveva chiesto al detenuto se intendesse usare la doccia, ma invece di rispondere il 36enne gli si è scagliato contro procurandogli traumi per 5 giorni di prognosi. Altri agenti in servizio hanno provato a ripristinare l'ordine, ma anche un altro detenuto è intervenuto per dare man forte al 36enne, urlando ed offendendo gli agenti.
"La Casa di reclusione di Vigevano - prosegue Madonia - sta diventando un contenitore di soggetti problematici. Da tempo è individuata dall'amministrazione penitenziaria come luogo in cui collocare soggetti psichiatrici e violenti, trasferiti ai Piccolini proprio per precedenti episodi disciplinari. Non si può andare avanti così: servono ambienti più idonei e personale formato".
L'allarme aggressioni, conseguenza soprattutto di una forte carenza di personale, è stato più volte evidenziato dal personale, dal sindacato e dal direttore del carcere Davide Pisapia. Non c'è stato invece niente da fare per salvare un detenuto che si è tolto la vita pochi giorni prima di Natale.
Da quanto si è appreso l'uomo, che doveva scontare ancora 12 anni di carcere, proveniva dal bresciano, era un senzatetto ed era in carcere per omicidio preterintenzionale: aveva picchiato a morte un altro clochard. Il detenuto ha aspettato che il compagno di cella uscisse per andare al lavoro che poteva svolgere fuori dal carcere e, rimasto solo, si è soffocato con un sacchetto di plastica. Il corpo è ora a disposizione dell'autorità giudiziaria.
di Antonio Sabbatino
Il Roma, 29 dicembre 2019
L'intervista a don Franco Esposito, cappellano della Casa circondariale di Poggioreale e presidente della "Liberi di Volare Onlus". "Il carcere riesce poche volte ad essere rieducativo. Basti pensare che l'80% delle persone che finisce di scontare in carcere la propria pena poi torna a delinquere".
È l'allarme lanciato da don Franco Esposito, presidente della Onlus "Liberi di Volare". Don Franco, la sua attività per il reinserimento dei detenuti risale nel tempo: "Da 15 anni sono cappellano al carcere di Poggioreale e sono anche direttore della Pastorale Carceraria. Inoltre, sono presidente della Liberi di Volare Onlus con la quale portiamo avanti progetti di recupero dei detenuti disposti a cambiare vita dopo aver scontato la propria pena. Da un anno la nostra sede si trova in via Giuseppe Buonomo 39 alla Sanità, in uno spazio della Curia. Prima eravamo ai Tribunali".
Quanti sono i detenuti in affidamento e quali sono le attività?
"Attualmente sono una cinquantina i detenuti che accogliamo nella nostra struttura. Una quarantina, in affido, qualche altro è ristretto ai domiciliari ed altre ancora si trovano ancora in carcere. Insieme alla cooperativa Articolo 1 promuoviamo laboratori di scrittura creativa, di realizzazione di prodotti di pellame, bigiotteria che poi vengono messi in vendita. Le persone che frequentano la Liberi di Volare Onlus hanno tra i 18 e i 60 anni ed oltre, provengono da diverse realtà ed hanno commessi reati diversi. Questo, però, per noi non fa differenza ed anzi rappresenta una cosa positiva perché grazie questa diversità di contesti c'è la possibilità per tutti di arricchirsi spiritualmente e come persone".
Come vengono inseriti nei percorsi da voi promossi?
"Le persone ci vengono segnalate dagli istituti penitenziari, i papabili però prima fanno un colloquio con noi per capire se davvero hanno la volontà di cambiare vita dopo aver scontato la pena. Solo allora partono con il percorso riabilitativo".
Ecco, su questo: il carcere davvero riesce a cambiare le persone?
"In Italia il carcere riesce poche volte ad essere rieducativo. Basti pensare che l'80% delle persone che finisce di scontare in carcere la propria pena poi torna a delinquere una volta libero. Il dato, invece, si abbassa dell'8% quando i detenuti accedono a misure alternative. Ripeto, la funzione rieducativa del carcere qui non si realizza. Inoltre, a Napoli e al Sud c'è un ulteriore handicap".
Quale per la precisione, don Franco?
"Che ad esempio una realtà come la nostra non è riconosciuta a livello istituzionale. Parecchie volte ho chiesto al sindaco Luigi de Magistris e all'Assessorato alle Politiche Sociali di intervenire su questo punto e darci una riconoscibilità. Spero che, al silenzio attuale, si sostituisca una presa d'atto".
Proprio il sindaco di recente ha indicato come garante dei detenuti Pietro Ioia, una nomina che ha creato numerose polemiche. Lei come la vede?
"Sono contento per Pietro, con il quale abbiamo collaborato in diverse occasioni. Non sarei onesto se omettessi di dire che qualche perplessità in me si è comunque palesata perché sapevo che tra i candidati c'erano persone che avevano compiuto un certo percorso di studi e che avevano una certa padronanza di linguaggio. Però c'è anche da dire che Ioia ha dimostrato di voler abbracciare una nuova fase della sua vita dopo essere stato in carcere tanti anni e quindi mi fa piacere abbia questo nuovo incarico".
A livello legislativo è cambiato qualcosa sulle carceri?
"Si è fatto un passo avanti e poi due indietro. L'ex ministro della Giustizia Orlando, nel Governo del centrosinistra con Gentiloni, aveva dato delle indicazioni alle quali però non sono state date seguito con i successivi Governi. La politica dovrebbe toccare con mano la realtà delle carceri. Ma ciò non avviene".
di Marina Lomunno
Avvenire, 29 dicembre 2019
Costruita da due ex detenuti ed esposta in una mostra a San Gioacchino. Sta dentro una botte di rovere il presepe sotto la neve in una Betlemme di montagna con la capanna con i tetti di lose. Autori di questa originale Natività sono Nicola e Antonio che, con il materiale procurato da don Alfredo Stucchi, cappellano "in pensione" dopo 25 anni di "galera" nel carcere torinese, l'hanno costruito in due mesi con pazienza certosina in un capannone di un autolavaggio alle porte di Torino.
Adagiato su un carro di quelli che si usavano in campagna tirati dai buoi, dalla scorsa settimana si può ammirare nella mostra di presepi nella parrocchia di San Gioacchino, a Porta Palazzo, affidata alle cure pastorali di don Andrea Bisacchi, della fraternità del Sermig, a due passi di qui e dal Cottolengo, nel cuore della Torino multietnica e dei santi sociali. "Il presepe nella botte l'hanno inventato due ex detenuti che hanno finito di scontare la propria pena ma che vogliono continuare a fare qualcosa per chi è meno fortunato" ha spiegato don Alfredo, 77 anni, già prete operaio, poi cappellano del penitenziario torinese e collaboratore parrocchiale per 19 anni a San Gioacchino, durante l'inaugurazione della mostra.
Il sacerdote, anche se non è più in servizio "dietro le sbarre", continua a seguire e a sostenere gli ex detenuti che ha conosciuto in carcere. "Nicola, quando era recluso ha costruito tanti presepi con alcuni compagni di cella con gli oggetti e le statuine che molti amici mi regalano conoscendo la mia passione per la Natività" prosegue don Alfredo "la botte, ad esempio, me l'ha regalata un amico che ha una cantina nella Langhe, le lose per i tetti della capanna arrivano da amici della Val Brembana.
L'anno scorso Nicola ha costruito un presepe dentro un armadietto, ad ante anch'esso in esposizione a San Gioacchino, e uno in un baule montato nella cappella del carcere in occasione della Messa di Natale presieduta dall'arcivescovo Cesare Nosiglia. Quest'anno ha ideato il presepe nella botte. Per i detenuti costruire presepi è un modo per pensare alla loro famiglia, ai bambini che li aspettano a casa e che non possono festeggiare il Natale con i propri genitori".
E proprio ai bambini meno fortunati saranno devolute le offerte donate da coloro che visitano la mostra dei presepi a San Giocchino: al reparto oncologico dell'Ospedale infantile Regina Margherita di Torino e all'Arsenale della Speranza, una casa famiglia gestita dal Sermig che accoglie i piccoli pazienti malati di tumore che vengono a curarsi Torino da lontano con i loro genitori ma non possono permettersi l'albergo durante le pause delle lunghe terapie ospedaliere.
Anche i detenuti e gli agenti del penitenziario torinese aderiscono alla raccolta di offerte per i piccoli malati oncologici promossa da don Stucchi: "L'anno scorso in carcere abbiamo raccolto quasi 4 mila euro che abbiamo devoluto all'Ospedale infantile di Torino.
E speriamo di replicare anche quest'anno. Il Bambino Gesù che nasce a Natale nella povertà di una capanna ci interroga su chi è il nostro prossimo: chi è più bisognoso di un bambino malato i cui genitori sono in difficoltà economica e non possono assicurargli le cure?". Anche dal carcere arriva una risposta in con un presepe dentro una botte.
di Rosanna Borzillo
Avvenire, 29 dicembre 2019
Appena entri il profumo del "Caffè Lazzarelle", pregiata miscela prodotta dalle detenute del carcere femminile di Pozzuoli. Spetta a Giuseppina e Claudia tostare, seguire le fasi di asciugatura, macinare il caffè e occuparsi della manutenzione dei macchinari nei locali dell'istituto penitenziario in provincia di Napoli.
È solo uno dei tanti progetti in cui sono impegnate le 160 detenute che, nonostante le enormi difficoltà del sistema carcerario italiano - dal sovraffollamento alla mancanza di progetti di lavoro o di reinserimento - qui, dietro le sbarre, hanno trovato per la prima volta una casa. Nei giorni scorsi il carcere, diretto da Carlotta Giaquinto, ha ospitato la visita del cardinale Crescenzio Sepe e di oltre duecento persone: "È stato emozionante - racconta Valentina, 25 anni - essere impegnata in un progetto: il presepe vivente. Per me era la prima volta che mi occupavo in qualcosa".
Valentina è arrivata alla casa circondariale per una rapina. Da un mese è a Pozzuoli. "Facevo la barista: il lavoro era impegnativo. Provengo da una famiglia normale: papa, mamma, tre fratelli. Poi le compagnie sbagliate". Ma qui ha trovato una famiglia.
"Ho capito che nella vita si può migliorare. Sbagliare è umano, perseverare un vizio. Qui sto avendo una seconda opportunità". Valentina è stata selezionata tra le detenute che segue il corso professionale di estetista, finanziato dalla Regione Campania.
Invece è stato un Natale a casa con i propri figli per trenta detenute: tra queste c'è Anna. È a Pozzuoli da 4 anni. Racconta la sua storia tra le lacrime. "Ho perso un bambino: è questo il mio dolore più grande", per questo ha trascorso il 25 a casa con gli altri sei figli, tra cui Marco, che è gravemente disabile. Ma Anna si dice "sostenuta dalla fede; solo grazie ad essa ho ancora la forza di non lasciarmi andare".
Valentina, Anna, Lucia che lavora in lavanderia, "ma ho fatto una corsa per essere qui", chiedono tutte preghiere e esprimono ringraziamenti per il cappellano don Fernando Carannante, la polizia penitenziaria, la direttrice. "Grazie a loro in questo carcere - dice Luana, 33 anni di Taranto, arrestata a Napoli mentre compiva una rapina- ci diamo una mano l'una con l'altra, convinte che alla fine di questo percorso saremo certamente diverse". Su tutte l'incoraggiamento di Caterina: "Ce la possiamo fare: questo è solo un passaggio. Coraggio, andiamo avanti".
Oltre alla torrefazione del caffè, c'è l'orto in cui le ragazze sono impegnate, c'è una boutique per riadattare abiti usati e soprattutto per 40 di loro, la scuola. È attiva quella elementare, la media inferiore e il biennio delle scuole medie superiori. Recentemente sono stati attivati corsi universitari, nell'ambito di una collaborazione degli istituti penitenziari della provincia di Napoli con la Federico II. Ai corsi universitari (trasmessi dalla casa di reclusione di Secondigliano) partecipano 3 donne detenute, via Skype.
"Abbiamo aperto le porte del carcere al territorio - spiega la direttrice Giaquinto - augurandoci che così le nostre detenute siano conosciute e riconosciute con la dignità di persone. Speriamo così che il carcere non sia considerato una realtà a sé ma parte integrante della società". Ecco allora l'idea del presepe in cui 40 tra italiane e straniere hanno raccontato la Natività, in 5 spettacoli e dodici quadri viventi. Spetta al cardinale Sepe concludere: "Sono qui per dirvi che vi vogliamo bene, la Chiesa vi sta accanto e anche il Signore è con voi. L'importante è non arrendersi mai: tutti possiamo sbagliare.
Il carcere non è certo l'ultima spiaggia. C'è sempre una speranza. Dio non ha paura del nostro peccato: ha paura solo se ci arrendiamo". A Sepe la replica di Anna: "Eminenza, dalla mia cella al terzo piano, si vedeva un bel Crocifisso che si illuminava la sera.
Ora non si accende più. Me la fate la cortesia di farla riparare? La vista di Gesù mi consolava". Un impegno per l'arcivescovo, che abbraccia personalmente ogni detenuta mentre il quartetto "Discantus" diretto dal maestro Luigi Grima, saluta le detenute intonando "O sole mio".
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