di Alberto Gentili
Il Messaggero, 9 febbraio 2020
Modifica al Milleproroghe con lo stop dopo il secondo grado. Domani al Cdm il processo penale. Tramonta il decreto per mettere nero su bianco l'accordo tra Pd, 5Stelle e Leu. A meno di sorprese dell'ultimo minuto, domani il Consiglio dei ministri si limiterà a varare la riforma del processo penale, rinviando a un emendamento parlamentare al Milleproroghe il compito di rendere operativa l'intesa che ha spinto Matteo Renzi sulle barricate.
di Isabella Maselli
La Repubblica, 9 febbraio 2020
L'intervista a Oronzo De Marinis, 41 anni. Il procuratore generale Anna Maria Tosto aveva denunciato che le condizioni della casa circondariale "si avvicinano pericolosamente a quelle considerate "trattamento disumano" dalla Corte europea per i diritti dell'uomo", con riferimento al sovraffollamento (460 detenuti a fronte di una capienza di 299 posti) e alla gestione del centro clinico penitenziario.
"Eravamo in nove in una cella da tre. Se non stavo attento, la mattina sbattevo la testa al soffitto. Come leoni in gabbia". Si potrebbe riassumere in queste poche parole la testimonianza di Oronzo De Marinis, 41enne di Acquaviva delle Fonti ed ex detenuto nel carcere di Bari, dove è rimasto per qualche mese nel 2004 prima di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità per disabili di Spinazzola.
La possibilità di scontare la sua pena fuori dalla cella, dopo una scelta di vita che ne aveva fatto uno spacciatore, gli ha permesso di diventare "Un uomo migliore". Perché, come confermano le statistiche, il tasso di recidiva è più alto per coloro che scontano l'intera pena in carcere.
Soprattutto in un carcere come quello di Bari, le cui condizioni, per usare le parole del procuratore generale Anna Maria Tosto, "Si avvicinano pericolosamente a quelle considerate "tratta· mento disumano" dalla COlte eu· ropea per i diritti dell'uomo", con riferimento al sovraffollamento (460 detenuti a fronte di una ca· pienza di 299 posti) e alla gestione del centro clinico penitenziario.
Oronzo, che dagli amici si fa chiamare Enzo, ci ha raccontato la sua esperienza - "drammatica", l'ha defmita - nel carcere di Bari, dopo essere stato arrestato nel marzo 2004 con l'accusa associazione per delinquere finalizzata a traffico e spaccio di droga. Poi, una vol ta fuori, "il mondo è cambiato".
Oggi ha una famiglia e un'impresa di costruzioni in cui ha assunto un detenuto che sta scontando la pena agli arresti domiciliari e che grazie a lui ha ottenuto un permesso per andare a lavorare.
Come definirebbe l'esperienza carceraria?
"È un periodo della mia vita che mi fa male ricordare. Per me il carcere è stato un'esperienza drammatica. I detenuti lì, almeno quando ci sono stato io nel2004, vivevano come leoni in gabbia: tutto il giorno fra i quattro muri della cella senza fare niente, con due sole ore d'aria nel cortile del carcere, dove in quel momento ci si ritrova in centinaia. Non c'è niente che rieduca in carcere, è il contrario. Ho visto persone peggiorare".
La sua cella com'era organizzata?
"Eravamo in nove in una cella da tre, con tre letti a castello a tre piani, un tavolino e un piccolissimo bagno dietro una tenda. Quando la mattina mi alzavo, se non stavo attento urtavo la testa contro il muro. In cella con noi c'era anche un detenuto in sedia a rotella che aveva difficoltà a muoversi a causa degli spazi stretti. Le docce, poi, erano in comune ed erano gli agenti a farci andare a tumo. In carcere nessuno è più padrone della sua vita, decidono anche quando ti devi lavare".
Ci racconti la sua giornata in carcere...
"Sveglia all'alba, fùa al bagno, colazione con latte e caffè, poi quattro o cinque ore a fumare sigarette affacciato alla finestra da dove si vedevano soltanto muri e sbane. Finalmente arrivava l'ora d'aria. Al ritorno si aspettava il pranzo. Vi lascio immaginare cosa significava mangiare in nove attomo a un tavolino previsto per tre persone. Il pomeriggio a volte giocavamo a carte, guardavamo un po' di televisione in attesa dell'altra ora d'aria. Quindi di nuovo in cella ad aspettare la cena. Ogni giomo così. Non vedevo l'ora che arrivasse la sera per andare a dormire, cofiniva quella tortura. Poi feci richiesta per andare nel cosiddetto cubicolo, la cella più piccola da tre metri per un metro e mezzo che dovrebbe essere singola ma ci stavamo in tre. Un incubo, non c'era spazio neanche per sgranchirsi le gambe. In carcere un mese ti sembra un anno. Il tempo non passa mai".
Dopo quattro mesi ha ottenuto i domiciliari. Cos'è cambiato?
"Da quando sono uscito il mondo è cambiato e devo ringraziare il mio avvocato, Alessio Carlucci, e il diacono Pinuccio Angelillo, che ora non c'è più, che mi hanno dato fiducia e mi hanno aiutato a intraprendere un vero percorso di reinserimento sociale. Dopo la scarcerazione ho trascorso un anno e otto mesi agli anesti domiciliari in una struttura della Cmitas a Spinazzola, una vecchia comunità di recupero per tossicodipendenti adibita a centro per disabili. Era molto malandata e io mi offiii di ristrutturarla, visto il mio passato nell'azienda edile di mio padre. Oltre a rimettere a nuovo quella struttura, quando tre volte a settimane venivano le associazioni con i ragazzi disabili li aiutavo a montare i giochi e facevo attività con loro. Poi sono li uscito a tomare nella mia Acquaviva delle Fonti, dove ho trascorso altti 18 mesi ai domiciliari con permesso lavoro in un'impresa edile".
Così ha finito di scontare la pena. Cosa ha imparato?
"Dopo la drammatica espelienza in carcere, per me la pena è stata davvero rieducativa. In carcere la tua vita è nelle mani di qualcun altro, non sei più padrone neanche di andare in bagno. In cella, senza fare attività, aspettando che passi il tempo fra una sigaretta e l'altra, il rischio è di rovinarsi di più. Una volta fuori, invece, ho riscopetto la bellezza di lavorare, di scegliere, di accudire la mia famiglia e anche di aiutare gli altri, come ho fatto in quella comunità. E per questo motivo ho voluto assumere nella mia impresa un ragazzo detenuto ai domiciliari, per dargli la stessa opportunità che anch'io aveva ricevuto nelle sue condizioni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 febbraio 2020
Proposta di legge approvata dalla commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale toscano. Il diritto all'affettività e alla sessualità per i detenuti, una proposta di legge al parlamento proveniente dalla regione Toscana. In particolare è stata la Commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd), a licenziare con parere favorevole a maggioranza la proposta di legge al Parlamento.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 9 febbraio 2020
Colloquio con Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. Anche a lui hanno dato del "ladro di bambini". Ma Roberto Di Bella non ha mai mollato di un centimetro. E dalla sua trincea del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha continuato la sua guerra all'educazione mafiosa, alla pedagogia che la 'ndrangheta insegna tra le mura domestiche. Di Bella è netto: "La giustizia minorile italiana è un modello in tutta Europa".
Corriere della Calabria, 9 febbraio 2020
Si è concluso il ciclo di iniziative "Uscire dalla 'ndrangheta è possibile" promosse dal Centro Comunitario Agape e dall'associazione Libera in luoghi simbolici collegati percorso "Liberi di scegliere".
di Goffredo De Marchis
La Repubblica, 9 febbraio 2020
L'ex premier resta contrario al provvedimento e promette battaglia. Un minuto dopo il via libera al lodo Conte lavorerà per spazzarlo via e tornare alla legge di Andrea Orlando sulla prescrizione. "Vediamo come si comporterà il Partito democratico e se al Senato hanno i numeri per bocciarla", dice l'ex premier.
di Michela Allevi
Il Messaggero, 9 febbraio 2020
Tempi più lunghi per i processi e il rischio di un boom di ricorsi in Cassazione. Nonostante il lodo Conte bis, con la riforma della prescrizione la Suprema corte rischia comunque di essere invasa da nuovi procedimenti. Non saranno i 25mila in più stimati dal primo presidente della Cassazione, Giovanni Manunone, secondo i dati divulgati in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, ma la cifra si dovrebbe discostare di poco.
Per un motivo: la distinzione tra assolti e condannati in primo grado, con lo stop del decorrere della prescrizione solo per i secondi, non peserebbe sul bilancio. Per gli assolti in primo grado, infatti, la prescrizione continuerebbe a correre, mentre per i condannati si fermerebbe dopo il primo grado di giudizio, mentre il processo prosegue.
Se il condannato subisse una nuova condanna, la prescrizione si bloccherebbe in maniera definitiva. Se venisse assolto, potrebbe recuperare i termini di prescrizione rimasti nel frattempo bloccati. Ed è questa la novità principale, che però non inciderebbe più di tanto sul volume dei procedimenti destinati ad approdare in Cassazione. Questo perché i ricorsi alla Suprema corte vengono presentati soprattutto dagli imputati. Mentre la percentuale di ricorsi presentati dalle procure generali è molto più bassa. E in caso di assoluzione, in assenza di ricorso della procura, il recupero dei termini di prescrizione non servirebbe a nulla.
Lo spiega l'avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali: "Con il lodo Conte bis l'impatto deflattivo sui procedimenti destinati a sommergere la Cassazione è modesto. È necessario invece lavorare sulla riduzione dei tempi del processo, che in questo caso sono destinati a salire a dismisura". Questo perché, non temendo più la scure della prescrizione, i procedimenti potrebbero essere fissati con molta più tranquillità: "Un imputato può vedersi fissato il suo ricorso in appello anche in 10 anni".
È critico anche il presidente delle Camere penali di Roma, Cesare Placanica: "Il ripensamento è segno evidente dell'insostenibilità dell'originario progetto, si tratta di un miglioramento che però non è decisivo. Il ministro dovrebbe seguire fino in fondo le indicazioni pervenute durante le cerimonie di inaugurazione da avvocati e magistrati".
Ed è proprio alla platea degli avvocati che si rivolge Italia Viva, fortemente contraria alla riforma. Un potenziale bacino da quasi 150mila voti che potrebbe aiutare il partito di Matteo Renzi a superare la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. Nella relazione, Mammone ha sottolineato che, in realtà, servirebbero "modifiche di carattere acceleratorio al processo penale", soprattutto per le fasi dell'indagine e dell'udienza preliminare, nelle quali si registra la maggior parte dei casi di prescrizione.
Problema che deriva dalla limitata possibilità di esercizio dell'azione penale e di celebrazione dei processi a causa della ridotta capacità di smaltimento del giudizio ordinario. Il primo presidente della Cassazione ha poi aggiunto che la sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, una volta a regime (e perciò non prima di 5 anni, termine di prescrizione per i reati contrawenzionali puniti in modo meno grave), potrà determinare "un incremento del carico di lavoro della Cassazione pari a circa 25mila procedimenti l'anno, tale essendo il quantitativo medio dei procedimenti che negli ultimi anni si è estinto per prescrizione in secondo grado". Un incremento insostenibile, pari a circa il 50 per cento. E con il lodo Conte bis la percentuale diminuirebbe, ma resterebbe comunque troppo elevata.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 9 febbraio 2020
Il segretario dell'Associazione dei magistrati Giuliano Caputo promuove l'accordo 5Stelle-Pd-Leu, ma "l'emergenza è la durata dei processi". L'Anm promuove la mediazione raggiunta da tre partiti su quattro della maggioranza in materia di prescrizione, ma senza scaldarsi troppo. "Non è una soluzione irragionevole", dichiara il segretario dell'Associazione dei magistrati Giuliano Caputo, rispondendo così a Renzi che in un'intervista aveva invocato la bocciatura della legge, anche corretta, da parte dei togati. Caputo però aggiunge che, "sulla base di preoccupazioni catastrofiche che non condividiamo si è creato uno stallo. Si è parlato troppo di prescrizione e non si è parlato più della durata del processo, che invece era un'urgenza".
In realtà il segreto della crisi che è montata sul nodo della prescrizione e che non accenna a risolversi è proprio qui. Sulla carta la riforma della prescrizione e quella del processo avrebbero dovuto marciare di pari passo, e in questo modo si sarebbe sgombrata la strada da parecchi ostacoli. Non è andata così, ma non perché governo e maggioranza fossero troppo occupati ad azzuffarsi sulla prescrizione per ricordarsi del problema principale, la durata del processo. Il blocco è dovuto, tanto per cambiare, ai dissensi nella maggioranza sugli interventi necessari per accelerare i tempi biblici dei processi. La realtà è che la divisione nella maggioranza non è limitata a un "particolare" come la prescrizione ma attiene all'intera visione della riforma della giustizia.
L'incidente, anche per questo motivo, non si chiuderà affatto tanto presto quanto il Pd e Conte si augurano. Renzi infatti insiste e non molla: "Decida Conte: se vuole cacciarci basta dirlo. Se vuole tenerci lavoriamo. Ma nell'uno e nell'alltro caso non votiamo il pasticcio prescrizione". I tamburi di guerra di Italia viva continuano a rullare per tutto il giorno, da Maria Elena Boschi, la più agguerrita, alla ministra Bellanova, che in serata ribadisce: "Se si dovesse arrivare allo scontro non saremo stati noi a provocarlo. Avevamo detto molto chiaramente che sui valori non si transige".
Allo scontro si arriverà di certo, anzi a una serie di scontri: in sede di cdm quando si varerà il dl (sempre che Mattarella permetta di usare quella scorciatoia e non è certo), sul lodo Annibali e poi sul dl Costa alla Camera, infine in aula, al momento della conversione dell'eventuale dl. L'incognita è su quanto deflagrante e reale o invece mimato e di facciata sarà il conflitto.
Dai piani alti di Iv tengono la bocca chiusa, giurano che al momento l'unica certezza è che non ci sarà il passaggio all'appoggio esterno. Gli estremi per un provvidenziale uscita dall'aula dei senatori di Iv, così da marcare la differenza, rispettare l'impegno a "non votare il pasticcio" e tuttavia evitare la crisi ci sono tutti: facile che finisca proprio così. Non è detto che basti. Alla Camera il dl Costa, che cancellerebbe la riforma Bonafede, non dovrebbe passare comunque, ma la lacerazione della maggioranza sarà traumatica. Se poi Fi ripresentasse lo stesso testo al Senato per Renzi limitarsi a uscire dall'aula non sarebbe facile.
di Paolo Biondani e Andrea Tornago
L'Espresso, 9 febbraio 2020
Centinaia di chili di stupefacenti rubati a Milano e a Padova nei caveau blindati dei laboratori di tossicologia. Colpi da professionisti rimasti impuniti da anni. E lo strano "suicidio" di un chimico che sapeva troppo. Eroina, cocaina, hashish con il marchio dello Stato. Carichi di droga imponenti, per milioni di euro, che vengono sottratti dai depositi blindati delle autorità pubbliche. Senza forzare porte o finestre, senza lasciare impronte e nessun'altra traccia.
Colpi spettacolari, con bottini ricchissimi, rimasti totalmente impuniti. Con una scia di interrogativi irrisolti da anni. A cui ora si aggiungono nuovi misteri. Atti giudiziari scomparsi dai tribunali. Lettere anonime che insinuano complicità eccellenti. E una morte collegata, molto strana. Archiviata come un suicidio anomalo. Un giallo che i familiari ora chiedono di riaprire. Per svelare i retroscena di quella tragedia. E cercare finalmente di smascherare una banda criminale potente e sfrontata, capace di impadronirsi di decine di chili di stupefacenti sequestrati dalle forze di polizia. Una gang finora intoccabile. La banda della droga di Stato.
Ci sono segreti che pesano più delle chiavi di una città. Possono aprire le porte del potere o chiudere carriere importanti. A Padova c'è un segreto che resiste da troppi anni. Riguarda un furto clamoroso, scoperto la mattina del 17 marzo 2004 nei laboratori di tossicologia forense della prestigiosa università cittadina. In quelle stanze blindate dell'istituto di medicina legale vengono conservati gli stupefacenti sequestrati da tutte le forze di polizia. Solo tecnici fidati sono autorizzati a prelevarne piccoli campioni, per il tempo necessario alle analisi: i risultati diventano prove nei processi contro spacciatori e narcotrafficanti. Poi la droga va trasferita nei caveau dei tribunali, tra i corpi di reato. E alla fine viene incenerita. Quel giorno a Padova, invece, spariscono almeno dieci carichi di stupefacenti, sequestrati nei mesi precedenti da varie forze di polizia, ma ancora stipati in "pacchi e scatoloni" nei laboratori statali. Un documento consegnato il 29 marzo dall'università al magistrato di turno elenca con precisione il bottino: 49 chili di eroina, 5,8 di cocaina, 1,8 di hashish, 64 grammi di marijuana. Più di mezzo quintale di stupefacenti. Per un valore al dettaglio di almeno cinque milioni di euro, secondo i dati di quell'anno del dipartimento nazionale antidroga.
Le indagini della squadra mobile di Padova e del pm Emma Ferrero si scontrano con una specie di enigma della camera chiusa. Il caveau sotterraneo della medicina legale è protetto da porte blindate. E da un sistema d'allarme. Che risulta funzionante e regolarmente attivato fin dalla sera precedente. In tutto l'istituto, diretto da un luminare, il professor Santo Davide Ferrara, non si trova alcun segno di effrazione. E non ci sono telecamere che inquadrino le vie di fuga dei ladri. Che dovevano essere molto ben informati.
Sapevano degli eccezionali quantitativi di droga accumulati in quei mesi nei laboratori di tossicologia. Conoscevano gli orari di attivazione e disattivazione dell'allarme, che veniva staccato di giorno, nelle ore di lavoro, e reinserito la sera. E possedevano anche altre notizie preziose. Nelle ore di servizio, i tecnici erano abituati a tenere accostata la porta blindata, senza chiuderla a chiave. E proprio la sera del 16 marzo era in programma un affollato seminario universitario, destinato a richiamare quasi tutto il personale interno, svuotando così il sotterraneo con la droga.
All'inizio l'indagine si concentra su un singolare cambio di serratura della porta del caveau, avvenuto la settimana prima del furto: l'ipotesi è che un complice interno abbia fornito le chiavi alla banda. Ma la pista non porta lontano: con l'allarme disinserito e la porta accostata, bastava una tessera di plastica per far scattare la serratura. Quindi poteva farlo anche un estraneo, entrato approfittando del seminario. E così, nonostante il bottino milionario, il colpo della droga di Stato resta senza colpevoli. Da 15 anni. Senza alcun testimone, senza alcuna soffiata.
Nei palazzi cittadini nessuno ha voglia di parlarne. Perfino i vertici della procura, dopo aver archiviato l'indagine, negano per anni la consultazione degli atti giudiziari a docenti e giornalisti, per "ragioni di riservatezza". E all'università non c'è più nulla: oggi l'ateneo "non possiede atti che possano ricostruire le circostanze del fatto", spiegano imbarazzate all'Espresso, "dopo un'attenta ricerca in archivio", fonti vicine all'attuale rettore Rosario Rizzuto, in carica dal 2015. A Padova però c'è qualcuno che non può dimenticare. E ora chiede di riaprire le indagini su quel colpo così perfetto. E su una morte collegata.
Per capire quei mesi drammatici del 2004 occorre spostarsi all'Arcella, il quartiere dietro la stazione ferroviaria. Qui vive la famiglia di Luciano Tedeschi, ex militare, tossicologo di fama internazionale: all'epoca del maxi-furto è il capo del laboratorio. All'alba del 22 aprile 2004, poco più di un mese dopo, una vicina di casa scopre che è precipitato nel cortile del suo palazzo dopo un volo di tre piani dal balcone di casa. La polizia passa al setaccio tutto, ma non trova alcun indizio, nemmeno un biglietto d'addio ai familiari. Il caso viene archiviato come suicidio, ma è tuttora inspiegabile. Chi gli stava vicino ricorda solo il grande dolore che provava per lo scandalo che stava screditando "il suo laboratorio", che aveva contribuito a creare quando ancora era un chimico ufficiale dell'aeronautica. Il giorno successivo sarebbe dovuto partire con una collega della medicina legale: un pm antimafia di Venezia li aveva incaricati delle analisi dopo un grosso sequestro di cocaina. Nonostante il clamore del furto, la stima dei magistrati restava immutata.
Mentre preparava la trasferta, però, il tossicologo era turbato da fatti a lui estranei. Pochi giorni prima un maresciallo dell'esercito era stato accusato di aver fatto sparire un miliardo di vecchie lire. "Non è che possono farmi comparire dei soldi sul conto corrente?", aveva chiesto il chimico alla moglie, con angoscia, temendo di essere incastrato per colpe altrui. Era solo una delle tante preoccupazioni di quelle settimane passate a stilare l'elenco dei chili di droga sparita. E a sottolineare disperatamente, nelle relazioni depositate in procura, "l'inderogabile, urgente necessità di provvedere alla restituzione" all'ufficio corpi di reato degli altri carichi di stupefacenti ancora presenti nel laboratorio svaligiato.
A casa, negli ultimi giorni, sembrava aver fretta di sistemare pratiche. Tutti lo ricordano come un uomo onesto, che all'improvviso appariva terrorizzato. Di cosa aveva paura? Resta un mistero. L'unico dato certo è che il responsabile del laboratorio dell'antidroga cade dal balcone tra le 6,30 e le 7 del mattino, senza nessun testimone. Con una mossa anomala: si sarebbe gettato nel vuoto di schiena. "È una modalità non impossibile, ma sicuramente inusuale per quel tipo di suicidio", spiega oggi all'Espresso un autorevole medico legale, consulente di diversi tribunali: "Di certo non è la più frequente. E in questo caso specifico, la definirei un fatto strano". Dubbi che si sarebbero potuti fugare con un'accurata autopsia. Il caso viene affidato a un collega della vittima, Massimo Montisci, poi diventato professore ordinario e tuttora direttore dell'istituto. L'esperto considera più che sufficienti le analisi chimiche e un esame esterno del corpo. E non ravvisa "elementi di carattere medico-legale che contrastino con una dinamica suicidaria".
La mancanza di autopsia oggi non aiuta a rasserenare i familiari della vittima. Anche perché si aggiunge a molte altre anomalie. "Le pagine del fascicolo giudiziario sul suicidio di mio padre non sono numerate e nel faldone mancano atti", conferma all'Espresso una delle figlie del tossicologo, Lucia Tedeschi, avvocata penalista a Padova. Che precisa: "La polizia aveva chiesto e ottenuto un accertamento sul suo telefono, per controllare le ultime chiamate. C'è l'autorizzazione del pm e persino la fattura del gestore telefonico che ha fornito i dati. Ma i tabulati di mio padre non li abbiamo trovati".
Dopo una serie di richieste formali, la famiglia Tedeschi ha ottenuto dalla Procura tutti gli incartamenti. E ha scoperto che il fascicolo sul presunto suicidio è pieno di riferimenti al maxi-furto. Non solo. Risultano sparite carte giudiziarie anche dai faldoni dell'indagine sul colpo della droga di Stato. L'allora capo della squadra mobile, Alessandro Giuliano (figlio di Boris, l'eroico poliziotto ucciso dalla mafia nel 1979 a Palermo), aveva firmato un rapporto su quattro precedenti furti di cocaina, scoperti tra il 2000 e il 2003. Ma le informative allegate alla relazione di Giuliano sono scomparse.
Nella richiesta di riaprire le indagini sul furto e sul presunto suicidio, la famiglia fa anche notare che l'istituto di medicina legale, oggi, non può considerarsi insospettabile. Lo stesso professor Montisci è infatti indagato dalla Procura di Padova per autopsie e analisi ritenute false, anche per favorire imprenditori con il vizio della cocaina. Accuse recenti, respinte con forza dall'interessato, non collegabili al furto di 15 anni fa, che però spingono la famiglia Tedeschi a invocare nuove indagini. "Gli ultimi scandali ci hanno fatto venire in mente tante cose", racconta la vedova del tossicologo, Osvalda Minocchia, senza fornire dettagli. "Mio marito aveva seri dubbi che le responsabilità del furto potessero essere circoscritte all'interno dell'istituto. Era sconvolto per questo. Vorrei capire cosa è successo veramente e se i suoi timori, che mi confidò allora, erano fondati".
L'esposto dei familiari suggerisce piste precise, che vengono tenute riservate. Anche perché tornare a indagare su quel furto significa scandagliare gli ultimi vent'anni di misteri veneti. Lo scrittore padovano Massimo Carlotto si è ispirato a questa vicenda per un romanzo, "L'amore del bandito", dove si ipotizza un furto su commissione, con la copertura di apparati dello Stato. Un'altra suggestiva ipotesi mette insieme l'azione clamorosa, il bottino milionario, la scelta di derubare e sfidare lo Stato, la probabile esistenza di complici insospettabili: ci sono tutti i crismi di tanti colpi spettacolari che resero famosa la mala del Brenta, la prima banda veneta condannata per mafia, fondata dal boss Felice Maniero, che però in quel periodo era da tempo agli arresti. Le cronache dei giornali segnalano anche un'altra pista, giudiziaria: per i carichi di droga non ancora analizzati, il furto cancella le prove.
All'epoca una lettera anonima chiamò in causa addirittura uno degli ufficiali dei carabinieri che negli stessi mesi venivano colpiti dall'accusa-choc di aver organizzato traffici internazionali di droga di Stato. Cocaina acquistata all'estero da militari infiltrati del Ros, importata in Italia, addirittura raffinata in laboratori clandestini e poi venduta a spacciatori che a quel punto venivano arrestati. Un processo chiuso in Cassazione, dopo le condanne in primo e secondo grado, con un proscioglimento generale. Con una motivazione a suo modo stupefacente: la sentenza finale conferma che erano quei militari a gestire l'intero traffico di droga, ma solo per fare gli arresti, non per arricchirsi; e visto che i pochi spacciatori sfuggiti alla cattura hanno potuto smerciare solo "esigue quantità" di quella cocaina statale, anche le precedenti importazioni di grossi carichi vanno riqualificate come "reati di tenue entità", ormai cancellati dalla prescrizione. L'anonimo fu spedito ai familiari di Tedeschi, che lo consegnarono personalmente a un alto magistrato della Procura. Ma anche questo documento è sparito.
Una lettera anonima, beninteso, non vale niente in un processo. E il suo contenuto appare inverosimile: i militari erano sotto inchiesta a Brescia fin dal 1997 e non sono mai stati accusati di rubare droga in Italia. La lettera potrebbe invece nascondere un depistaggio proprio contro i carabinieri, per proteggere i veri ladri. Anche per questo sarebbe interessante scoprire chi sia l'anonimo, se la lettera non fosse scomparsa dagli atti del procedimento.
Un'altra anomalia vistosa è l'assenza di indagini coordinate sui possibili legami con altri maxi-furti di droga statale commessi negli stessi anni. Negli atti di Padova, in particolare, non c'è alcun riferimento a un altro raid clamoroso, realizzato nel 2006 a Milano. Dove oggi i magistrati confermano di non essere mai stati informati della precedente razzia in Veneto. Anche il colpo di Milano è spettacolare ed è tuttora impunito. Il 27 giugno 2006 almeno quattro banditi a volto scoperto, senza armi, entrano nel deposito blindato dell'istituto di medicina legale, in via Mangiagalli, dove rubano almeno 100 chili di cocaina. Quel quintale di droga, all'epoca, vale sul mercato circa 12 milioni. Un blitz da "veri professionisti del crimine", come li definiscono i magistrati, compiuto in meno di 15 minuti.
I banditi entrano dal portone principale, mescolandosi a studenti e dipendenti che affollano l'istituto universitario in quel giorno di esami. Tre sono vestiti di nero, uno con jeans e maglietta. Hanno occhiali scuri e cappellino, parlano italiano senza inflessioni, solo uno ha un accento strano, forse slavo. Il caveau del dipartimento di tossicologia forense è al primo piano. I banditi salgono indisturbati e suonano il videocitofono: mostrano un falso tesserino dei carabinieri e si presentano come militari in borghese, mandati a ritirare un campione di droga per esigenze investigative. All'interno, bloccano una dipendente e la costringono ad aprire il cancello d'acciaio che protegge il caveau e a digitare la combinazione della porta blindata, che pesa otto tonnellate.
Quindi sequestrano sei ostaggi, medici e tecnici di laboratorio: quattro uomini e due donne, terrorizzati, che vengono rinchiusi nella stanza blindata con la bocca tappata e le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. I banditi sanno cosa cercare: aprono diversi scatoloni, finché trovano i 100 chili di cocaina, con cui riempiono i loro borsoni. Pochi minuti dopo, se vanno a piedi, con calma. All'uscita, secondo alcuni testimoni, sono attesi da un complice, travestito da carabiniere. I pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta aprono un'inchiesta per rapina, sequestro di persona, traffico di droga. E scoprono che le telecamere interne esistono, ma non funzionano: in quei giorni non registrano le immagini. I banditi non lasciano nessuna impronta, nessun'altra traccia. A Milano magistrati e carabinieri indagano a fondo sull'ipotesi di un basista interno, ma senza risultati.
Nella conferenza stampa dopo il raid, nessuno menziona il maxi-furto di Padova, nonostante l'identità degli obiettivi: le due indagini restano scollegate, affidate a procure e forze di polizia diverse. A Milano gli inquirenti citano solo i precedenti che conoscono: altri furti organizzati tra il 1999 e il 2000 a Roma, nel caveau del tribunale, grazie a complici poi arrestati.
Da Brescia a Sassari, Messina e altre città, è sempre l'ufficio corpi di reato a diventare bersaglio dei ladri. E nei casi risolti, le indagini portano all'arresto di almeno un dipendente interno. Come nei più ricchi furti di droga commessi all'estero, da Parigi a Bogotà, dal Messico al Guatemala, dove vengono accusati poliziotti, militari o altri basisti. A Milano e Padova invece tutti i banditi restano impuniti, liberi di arricchirsi con 17 milioni in eroina e cocaina rubata allo Stato.
di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 9 febbraio 2020
Senato, testo di tutta la maggioranza: la stretta con le modifiche al Codice rosso. Per ora sono quattro punti, sottoscritti da tutta la maggioranza. Ma potrebbero diventare di più. La legge sul Codice rosso contro il femminicidio è stata approvata lo scorso luglio, quando il governo era ancora grillo-leghista, ma è diventata legge con un largo consenso (si astennero solo Pd e Leu, perché contestavano le scarse risorse).
Eppure, di fronte ai numeri statistiche che raccontano la vita spezzata di troppe donne i rosso-gialli hanno cominciato già a mettere in cantiere nuove modifiche. Nero su bianco, sono agli atti in una proposta di legge che ha come prima firma quella di Valeria Valente, senatrice del Pd e presidente della commissione sul femminicidio, ma è appoggiata anche dagli altri partiti della maggioranza, attraverso le firme di Alessandra Maiorino del M5S, Donatella Conzatti e Nadia Ginetti di Iv, Francesco Laforgia di Leu e Julia Unterberger delle Autonomie.
La prima correzione è il cuore della proposta: prevedere l'arresto obbligatorio in flagranza nei casi di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona che è stata vittima di aggressioni. Il punto, spiega Valente, è che nonostante la presa in carico immediata da parte del sistema giudiziario il Codice rosso prevede l'obbligo entro i tre giorni le donne restano esposte al contatto dei loro persecutori. Attualmente, l'arresto in flagranza non è possibile, e questo si legge nella relazione che accompagna la proposta determina un vuoto che espone la vittima a un grave pericolo per la sua incolumità.Da qui, l'esigenza di ritoccare la legge, condivisa trasversalmente e riconosciuta durante la sua audizione proprio nella commissione Femminicidio anche dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Che però, ha chiesto di attendere almeno sei mesi per poter avere una casistica esaustiva sugli effetti che la legge ha avuto nella sua prima fase di attuazione. Attualmente, infatti, non esistono ancora dati significativi sull'applicazione del Codice rosso.
Alcuni numeri, tuttavia, sono emersi durante le relazioni per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Come evidenziato dal pg della Cassazione Giovanni Salvi, pur in un "contesto positivo" del calo degli omicidi con uomini come vittime, risulta "ancora più drammatico" il fatto che permangano pressoché stabili i cosiddetti femminicidi. Inoltre, secondo i dati forniti dall'Istat alla commissione Femminicidi, l'80,5% delle donne uccise "è vittima di una persona che conosce: nel 43,9% dei casi è un partner (35,8% attuale, 8,1% precedente), nel 28,5% un parente (inclusi figli e genitori) e nell'8,1% un'altra persona conosciuta.
La legge a prima firma Valente presenta anche altri tre punti di modifica. Si prevede, infatti, che si possa disporre il fermo della persona quando sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l'integrità fisica o psichica della persona offesa. Viene poi estesa la possibilità di uso del braccialetto elettronico e, inoltre, si stabilisce che il pubblico ministero investito del caso, possa trasmettere gli atti al prefetto al fine di valutare l'adozione di eventuali misure di protezione.
Grazie alle audizioni ancora in corso con le varie associazioni, tuttavia, la commissione Femminicidio sta prendendo in considerazione ulteriori proposte di modifica, come per esempio aumenti importanti di pena per recidive da tenere distinte da ipotesi di continuazione per alcuni reati, oppure l'obbligo di comunicazione alla persona offesa della carcerazione o scarcerazione dell'autore del reato anche per il tentato omicidio.
Valente sottolinea come il Codice rosso "abbia generato un effetto di maggiore attenzione e consapevolezza" e, a suo giudizio, "anche il fatto che se ne stia parlando tanto ha aiutato, perché ci sono donne che magari non sanno quale sia il contenuto della legge ma hanno comunque percepito di avere una tutela in più".
Detto questo, "la vera scommessa è rendere più efficaci le misure di protezione, quindi l'intervento normativo è importante ma dobbiamo essere consapevoli che nemmeno la migliore norma possibile è sufficiente. La vera svolta la avremo quando tutti gli operatori della filiera, non solo saranno specializzati, ma anche formati e saranno in grado di leggere la violenza per quello che è e di credere alle donne".
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