romatoday.it, 31 dicembre 2019
Il Garante Anastasìa: "Così la Regione adempie alle proprie responsabilità per il reinserimento sociale". La Regione ha assegnato 500mila euro per "Interventi a sostegno dei diritti della popolazione detenuta" nel Lazio. La ripartizione delle risorse, relative all'esercizio finanziario 2019 in base alla legge regionale 7 del 2007, è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale Regionale del 21 novembre e del 24 dicembre scorso. La metà sarà erogata in conto corrente e l'altra metà in conto capitale. In particolare 250mila euro sono destinati a interventi strutturali, 120mila euro per laboratori teatrali e attività trattamentali, 90mila euro per Casa di Leda, 40mila euro per il sostegno agli studi universitari.
"È molto importante il fatto che la Regione Lazio, di concerto con l'Amministrazione penitenziaria, torni a programmare i propri interventi", commenta il Garante regionale Stefano Anastasìa. "Si tratta di un investimento che si affianca a quelli già posti in essere a valere sulle risorse del Fondo sociale europeo e destinati alla formazione professionale, all'inserimento lavorativo e all'inclusione sociale delle persone detenute o comunque provenienti da percorsi penali, e a cui si spera potranno a breve aggiungersi quelli destinati dalla Cassa delle Ammende a progetti condivisi con le Amministrazioni della giustizia".
In questo modo, conclude il Garante "la Regione adempie alle proprie responsabilità per il reinserimento sociale delle persone detenute, che si affianca al delicato compito della loro assistenza sanitaria, rendendo evidente quanto l'effettiva attuazione dell'articolo 27 della Costituzione richieda il concorso e il pieno coinvolgimento degli enti territoriali, responsabili di parte significativa delle azioni e degli interventi necessari per il rispetto della dignità dei detenuti e il loro migliore reinserimento sociale a fine pena".
Come si legge in una nota stampa diramata dall'ufficio del Garante dei detenuti, per la parte corrente, 90mila euro sono stati destinati al prosieguo delle attività della Casa di Leda, la prima casa-famiglia aperta in Italia per donne condannate con figli di età inferiore a dieci anni. 40mila euro, invece, sono stati destinati alle università di Roma Tre e Tor Vergata che, in virtù di appositi protocolli d'intesa sottoscritti con il Garante e con il Provveditorato, sono impegnate nel tutoraggio didattico dei detenuti iscritti presso i propri corsi di studio.
I restanti 120mila euro sono stati assegnati tramite bandi pubblici per la realizzazione di laboratori teatrali e progetti finalizzati al reinserimento sociale e alla promozione della pratica sportiva negli istituti di pena. Per la realizzazione di laboratori teatrali, sono stati ammessi e finanziati i progetti presentati dalle associazioni Arte Studio, La Ribalta, Sangue Giusto, Forte Apache e Per Ananke che si svolgeranno nel corso del 2020 nei penitenziari di Regina Coeli, Viterbo, Rieti, Velletri, Latina, Rebibbia Nuovo Complesso, Rebibbia femminile e Civitavecchia.
Per quanto riguarda invece le cosiddette attività trattamentali, continua la nota, le domande finanziate sono quelle delle associazioni Edi, Arci Solidarietà Viterbo, Ancei, Vic Volontariato e A buon diritto e interesseranno l'Istituto penale minorile di Casal del Marmo e le carceri di Viterbo, Cassino, Rebibbia e Frosinone.
I 250mila euro stanziati per la parte capitale riguardano invece gli "Interventi strutturali volti al miglioramento della condizione carceraria esistente negli Istituti penitenziari del Lazio". Diverse le finalità degli interventi finanziati: dal sostegno alla genitorialità ed alla conservazione e miglioramento della vita affettiva e relazionale dei detenuti al reinserimento sociale e lavorativo, al benessere psicofisico e alle forme di espressività, creatività e riflessione. Trovano così spazio la realizzazione di otto gazebo per l'area verde destinata ai colloqui all'aperto dei detenuti con i familiari nella Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso e la realizzazione dell'area di attesa dei familiari per i colloqui con i detenuti nel carcere di Cassino.
Per il "sostegno al reinserimento sociale e lavorativo" sono stati approvati e finanziati interventi per la ristrutturazione del laboratorio da destinare ad attività artigianali della Casa di Reclusione Paliano, la ristrutturazione dell'ex laboratorio di tipografia per la realizzazione di una lavanderia nel carcere di Civitavecchia, nonché la ristrutturazione dell'area esterna per consentire l'accesso delle detenute di alta sicurezza a spazi dedicati ad attività lavorative nella Casa Circondariale di Latina.
Ci sono poi gli interventi per il "sostegno al benessere psicofisico": dalla ristrutturazione dei campi di calcio e sportivi di Rebibbia, Rieti e Frosinone, all'attrezzatura dell'area verde finalizzata ad attività motorie e ricreative nella Casa Circondariale di Viterbo. Infine, conclude il comunicato, quelli a "sostegno delle forme di espressività, creatività e riflessione" con l'approvazione della ristrutturazione delle sale teatro dei penitenziari di Rebibbia e Velletri.
Il Mattino, 31 dicembre 2019
Sono 70 i minori detenuti negli istituti di pena di Nisida e Airola, 1.130 compresi i giovani adulti, quelli presi in carico dagli uffici del servizio sociale di Napoli di cui 387 per la prima volta. Sono i dati, aggiornati a novembre 2019, della relazione sui minorenni e i giovani detenuti in Campania, diffusi oggi dal Garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, che rivendica "più diritti per i minori in comunità" e dice: "Il diritto alla salute viene negato".
Una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, e al presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, per denunciare il rischio che i minori detenuti negli istituti di pena campani che il diritto alla salute non sia assicurati e sia "totalmente" negati a chi è affidato alle comunità per minori o comunità per adulti con problemi di tossicodipendenza.
Ciambriello e le comunità residenziali della Campania hanno ribadito l'importanza di alcuni diritti fondamentali, e per quanto riguarda il diritto alla salute, il ripristino dell'esenzione del ticket. "Noi comunità alloggio, insieme con il Garante dei detenuti - è scritto nella lettera - chiediamo aiuto perché stiamo portando avanti una battaglia di civiltà e giustizia che, al momento, ci vede soccombere. Stiamo provando a riaffermare il diritto alla salute pubblica gratuita per i minori dell'area penale che accogliamo nelle nostre comunità e che viene negato". "Una discriminazione ancora più forte - sottolineano - se si pensa che per i loro coetanei ristretti presso gli Istituti penali minorili questo diritto è invece garantito".
Ciambriello che ha sottolineato anche un dato: "Sono 7.600 le persone detenute nell'area esterne e, nell'ultimo anno si sono verificati tre suicidi per persone sottoposte ad arresti domiciliari. Gli assistenti sociali per quest'area sono solamente ventiquattro". All'incontro hanno partecipato, oltre al garante campano, Vincenzo Morgera, responsabile comunità Jonathan, Luigi Isaia, responsabile comunità il Germoglio e padre Jhonny Morelli della comunità di Padre Arturo in Marigliano.
latinaquotidiano.it, 31 dicembre 2019
Un piccolo sospiro di sollievo per il carcere di via Aspromonte a Latina. La struttura segnata da evidenti e cronici problemi di sovraffollamento vedrà, infatti, alcuni lavori mirati a migliorare le condizioni della popolazione detenuta. Tra questi quelli inerenti il sostegno al reinserimento sociale e lavorativo che prevedono interventi di ristrutturazione dell'area esterna per consentire l'accesso delle detenute di alta sicurezza a spazi dedicati ad attività lavorative. In tutto i fondi assegnati per l'esercizio finanziario 2019 ammontano a 250mila euro per interventi strutturali, 120mila euro per laboratori teatrali e attività trattamentali, 90mila euro per Casa di Leda, 40mila euro per il sostegno agli studi universitari.
"In questo modo, in un momento particolarmente dedicato per le nostre carceri, la Regione - spiega il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia - adempie alle proprie responsabilità per il reinserimento sociale delle persone detenute, rendendo evidente quanto l'effettiva attuazione dell'articolo 27 della Costituzione richieda il concorso e il pieno coinvolgimento degli enti territoriali". 40mila euro, invece, sono stati destinati alle università di Roma Tre e Tor Vergata che, in virtù di appositi protocolli d'intesa sottoscritti con il Garante e con il Provveditorato, sono impegnate nel tutoraggio didattico dei detenuti iscritti presso i propri corsi di studio. I restanti 120mila euro sono stati assegnati tramite bandi pubblici per la realizzazione di laboratori teatrali e progetti finalizzati al reinserimento sociale e alla promozione della pratica sportiva negli istituti di pena.
"Si tratta di un investimento che si affianca a quelli già posti in essere a valere sulle risorse del fondo sociale europeo e destinati alla formazione professionale, all'inserimento lavorativo e all'inclusione sociale delle persone detenute o comunque provenienti da percorsi penali, e a cui si spera potranno a breve aggiungersi - conclude Anastasia - quelli destinati dalla Cassa delle ammende a progetti condivisi con le amministrazioni della giustizia".
Per la realizzazione di laboratori teatrali, sono stati ammessi e finanziati i progetti presentati dalle associazioni Arte Studio, La Ribalta, Sangue Giusto, Forte Apache e Per Ananke che si svolgeranno nel corso del 2020 nei penitenziari di Regina Coeli, Viterbo, Rieti, Velletri, Latina, Rebibbia Nuovo Complesso, Rebibbia femminile e Civitavecchia. Per quanto riguarda invece le attività trattamentali le domande finanziate sono quelle delle associazioni Edi, Arci Solidarietà Viterbo, Ancei, Vic Volontariato e A buon diritto e interesseranno l'Istituto penale minorile di Casal del Marmo e le carceri di Viterbo, Cassino, Rebibbia e Frosinone. Diverse le finalità degli interventi finanziati: dal sostegno alla genitorialità ed alla conservazione e miglioramento della vita affettiva e relazionale dei detenuti al reinserimento sociale e lavorativo, al benessere psicofisico e alle forme di espressività, creatività e riflessione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
Il caso di Salvatore Giordano segnalato dall'associazione Yairaiha Onlus. A i familiari era stato detto che il detenuto - recluso nel carcere di Voghera aveva un lieve ingrassamento del fegato da curare con l'alimentazione, ma quando sono andati a trovarlo in ospedale la vigilia di Natale lo hanno trovato in condizioni devastanti.
Non riconosceva nessuno, biascicava parole senza senso, magrissimo, pieno di macchie cutanee rosse e munito di un pannolino: ha il tumore al fegato di grosse dimensioni con tanto di metastasi. Parlando con un medico dell'ospedale, i familiari hanno appreso che la situazione era già compromessa da diverso tempo e l'aggravamento non era di certo avvenuto nelle poche ore di degenza in ospedale. A quel punto hanno sporto una denuncia a carico dell'amministrazione penitenziaria del carcere di Voghera, per eventuali negligenze nella cura.
Il detenuto, Salvatore Giordano, è stato tratto in arresto per reati associativi nel 2017 e da metà ottobre di quest'anno recluso nel carcere di Voghera. I familiari hanno contattato Sandra Berardi dell'Associazione Yairaiha Onlus che a sua volta a portato a conoscenza del caso il ministro della Giustizia, il Dap e anche il Garante nazionale delle persone private della libertà.
"I familiari fanno presente che il signor Giordano - scrive l'associazione Yairaiha - è stato portato in ospedale solo nel momento in cui il figlio e la moglie si presentavano alle porte del carcere in data 23 dicembre per avere informazioni circa lo stato di salute del proprio congiunto, condizioni che durante l'ultima telefonata si avvertivano gravi", si sottolinea che "la diagnosi iniziale riferiva un generico ingrossamento del fegato da curare attraverso l'alimentazione", ma "oggi ci troviamo di fronte ad un tumore al fegato e diversi altri organi in metastasi".
Sempre l'associazione Yairaiha spiega che "nei venti giorni precedenti il ricovero le uniche persone che hanno prestato assistenza al signor Giordano sono stati gli altri detenuti, in un surreale clima di disinteresse verso la vita di un uomo visibilmente sofferente le cui condizioni andavano peggiorando di ora in ora".
Poi arriva il 24 dicembre quando, come chiaramente esposto nella denuncia, i familiari hanno potuto far visita al proprio caro presso l'ospedale di Voghera dove il medico in servizio li informava delle condizioni pressoché irreversibili del proprio congiunto, sottolineando che l'aggravamento non era collocabile nel breve spazio temporale di permanenza in ospedale.
"È concepibile che il signor Giordano - si rivolge l'associazione Yairaiha alle istituzioni sia stato portato in ospedale solo nel momento in cui si sono presentati i familiari alle porte del carcere? E ancora, è ammissibile nei confronti dei familiari, preoccupati ed angosciati, sia stato tenuto un siffatto atteggiamento da parte di uomini che rappresentano lo Stato?".
L'associazione, nella missiva, denuncia che non è la prima volta che raccolgono e trasmettono simili denunce, ma "è, semmai, una ulteriore testimonianza che diritti umani, art. 27 e la Costituzione tutta, vengono violati sistematicamente da chi dovrebbe predicarne e praticarne il rispetto".
Sempre la Onlus Yairaiha si rivolge alle istituzioni sottolineando che questa volta non ha nulla da chiedere, visto che non sono in grado di "compiere un miracolo per il signor Giordano", ma "dovreste, invece, far sì che gli oltre 60.000 detenuti e detenute delle galere italiane venissero trattate da persone con diritti inalienabili, anche se detenute, nel rispetto di quella Costituzione sulla quale ogni uomo e donna di Stato giura".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 31 dicembre 2019
L'assessore Funaro e l'appello del direttore per i figli delle madri detenute: pronto un progetto. Basta bambini in carcere. Palazzo Vecchio raccoglie l'appello al Corriere Fiorentino del direttore di Sollicciano che chiede aiuto per aiutare i figli delle madri detenute, a frequentare l'asilo o strutture fuori dal carcere. "È una priorità assoluta - sottolinea l'assessora Funaro - Ho già contattato il direttore del carcere e l'associazione Telefono Azzurro".
Basta bambini in carcere. Palazzo Vecchio raccoglie l'appello al Corriere Fiorentino del direttore di Sollicciano che chiede aiuto per aiutare i figli delle madri detenute, a frequentare l'asilo o strutture ludiche fuori dal carcere. E così entro gennaio, spiega l'assessore all'istruzione Sara Funaro, "lavoreremo su un progetto per permettere di accompagnare all'esterno i bambini costretti a vivere nel penitenziario fiorentino".
"È una priorità assoluta - ha detto Funaro - che tutti i bambini, senza alcuna differenza, possano avere accesso a spazi educativi e ricreativi esterni a quelli del carcere. I bambini di Sollicciano devono avere gli stessi diritti di quelli fuori". In quest'ottica, ha aggiunto l'assessore, "ho già contattato il direttore del carcere e l'associazione Telefono Azzurro (che da anni gestisce i progetti educativi nel carcere), ci incontreremo a gennaio per capire come concretizzare le uscite da Sollicciano".
Sulla possibilità di frequentare l'asilo nido, dipende innanzitutto dalla permanenza delle madri in carcere, che solitamente stanno a Sollicciano soltanto pochi mesi (è il caso delle attuali quattro detenute). Se però la loro permanenza supererà i sei/sette mesi, è stato spiegato da Palazzo Vecchio, è ipotizzabile un inserimento dei bimbi all'asilo. Certo non sarà semplice, perché i bambini iscritti all'asilo hanno bisogno di tempo per ambientarsi.
Quello che invece è fattibile con più facilità, anche per gli attuali bambini presenti a Sollicciano, sono le uscite in ludoteca: "Nella zona intorno a Sollicciano - ha detto l'assessore Funaro - ci sono diverse ludoteche, spazi ricreativi ed educativi dove i bambini, grazie alla presenza di educatori professionisti, possono divertirsi imparando. Laddove le madri acconsentiranno all'uscita dal carcere del proprio figlio, dovremo riuscire a portare i bambini in questi spazi attraverso un progetto organizzato insieme a direzione di
Sollicciano e Telefono Azzurro". Andranno trovati gli accompagnatori adeguati e potrebbe rivelarsi utile l'aiuto del volontariato. Un problema, quello dei bambini in carcere, che esiste in molti penitenziari italiani, motivo per cui sono nati i cosiddetti Icam, istituti a custodia attenuata dove le detenute madri scontano la pena. A Firenze l'Icam non c'è. Esiste un accordo per realizzarlo nella palazzina di Rifredi messa a disposizione gratuitamente dalla Madonnina del Grappa. L'accordo risale a dieci anni fa ed è stato firmato da Società della Salute (che gestisce l'immobile), Ministero della Giustizia, Tribunale di Sorveglianza, Istituto degli Innocenti e Regione Toscana, che stanziò oltre 500mila euro per i lavori edilizi. I lavori però, a causa di intoppi burocratici, non sono ancora partiti.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 31 dicembre 2019
Il nostro Paese si scopre all'improvviso al centro di una grande partita geopolitica, che non aveva non previsto, che minaccia i suoi interessi energetici. Una tenaglia mediterranea si stringe sull'Italia e rischia di farle vivere, nel 2020, il suo più grave smacco diplomatico dalla fine della guerra: la perdita della Tripolitania. Complici la guerra civile in Libia e la decisione di Turchia e Russia di inviare uomini e armi sul campo di battaglia, l'Italia delle interminabili liti interne si scopre all'improvviso al centro di una grande partita geopolitica che non aveva previsto, che minaccia i suoi interessi energetici e che lascia poco spazio al tentativo di governare i flussi migratori che proprio dalla Tripolitania giungono sulle nostre coste. Quando va bene.
Eppure per l'Italia l'emergenza Libia viene da lontano, da un mondo tramontato (chiedere agli Usa) nel quale né Putin né Erdogan oserebbero muoversi come fanno oggi. Fedele alla sua cultura del soft power, per molti anni dopo l'abbattimento militare di Gheddafi nel 2011 l'Italia si è identificata con i buoni uffici dell'Onu. Anche quando essi risultavano palesemente inefficaci o troppo partigiani a sostegno di Fayez al-Sarraj, oggi fragile capo della Tripolitania. E si è nascosta, l'Italia, anche dietro rassicurazioni americane tanto altisonanti quanto prive di concreto significato: il "ruolo dirigente" di Obama, poi la "comune cabina di regìa" di Trump. Ipersensibili eravamo invece ad una ingigantita competizione con la Francia (che esiste ed è lecita), con il risultato che noi e i transalpini collaboriamo strettamente per tentare di recuperare il terreno che entrambi, ma noi più di loro, abbiamo perduto.
Schierata decisamente dalla parte di Sarraj, l'Italia poteva almeno vantare una coerenza tra la sua linea e i suoi interessi in Tripolitania. Per un po' siamo andati avanti così. Ma il 4 aprile scorso questo debole castello di carte, fatto di parole e di cortesi inviti più che di iniziative politiche, è venuto giù. Con l'aiuto dell'Arabia Saudita, degli Emirati e dell'Egitto, e forte di una calcolata disattenzione statunitense, Khalifa Haftar si è lanciato quel giorno all'assalto di Tripoli. Che avrebbe probabilmente espugnato, non fosse stato per le sperimentate milizie di Misurata che in odio al generale cirenaico decisero di difendere la capitale. Nove mesi dopo l'attacco, l'ambizioso Haftar mostra oggi di aver fatto il passo più lungo della gamba. Ma il suo nemico Sarraj è stato comunque costretto a chiedere aiuto, a reclamare forniture di armi malgrado l'ormai ridicolizzato embargo proclamato dall'ONU. Questo poteva essere un momento di scelta strategica per l'Italia, un momento che forse in futuro rimpiangeremo. Sta di fatto che né l'amica Italia né altri esponenti di quella Comunità internazionale formalmente legata a Tripoli hanno accettato di aiutare Sarraj.
La guerra civile libica veniva ormai condotta da due sconfitti virtuali tenuti in vita e in guerra dai rispettivi patrocinatori: Arabia Saudita, Emirati e Egitto con Haftar, Turchia e Qatar con Sarraj. Ma il fallimento militare di Haftar e le vane richieste di aiuti di Sarraj avevano ormai creato in Libia un vuoto di potere. Uno di quei vuoti, la Storia insegna, che non rimangono a lungo tali, che i più forti e spregiudicati si precipitano sempre a riempire. Più che mai quando c'è odore di petrolio e di gas. È così che in Libia si è prodotta la svolta russo-turca che oggi ci minaccia e ci impone di reagire.
Putin, pur continuando ad auspicare a parole un accordo di pace, ha inviato in appoggio ad Haftar i contractors della Wagner già visti in Ucraina. Erdogan ha fornito a Sarraj armi sofisticate e ha creato le premesse per mandare anch'egli forze di terra (ma avanguardie delle sue milizie turcomanne sono già a Tripoli). Nemiche per interposti clienti, Russia e Turchia si criticano reciprocamente. Ma il loro vero obbiettivo sta già per essere raggiunto senza scontri militari diretti, come in Siria.
Quando verrà l'ora del negoziato, quando i due libici sconfitti diventeranno effettivamente tali, sul tavolo della questione libica ci saranno soltanto le pistole della Russia e della Turchia. Loro (così sperano) decideranno se e come la Libia resterà unita. Loro saranno i primi a mettere le mani su petrolio e gas libici. Loro decideranno chi altri potrà mettersi in fila e avere le briciole. Loro decideranno cosa fare con i migranti, sapendo quanto pesa il loro impatto elettorale sulle democrazie europee.
Gli antidoti difensivi sono pochi e urgenti. Una "no-fly zone" come quella descritta da Lorenzo Cremonesi sul Corriere potrebbe fermare la cruciale guerra dei droni, soprattutto se ad imporla fosse una forza aerea italiana, britannica, francese e tedesca. Ma per definire un simile accordo serve tempo. E di tempo ce n'è poco, la conferenza di Berlino di fine gennaio rischia di arrivare tardi e gli europei, almeno alcuni di essi, dovrebbero agire subito se non vogliono dover sottostare in futuro alle regole russo-turche.
Tanto più che al largo di Cipro le prospezioni dell'ENI e di molti altri sono già oggetto del contendere con Ankara. Tanto più che in Siria infuria la battaglia di Idlib patrocinata da Damasco e dai russi, e la Turchia si rifiuta di far entrare i 350.000 profughi che scappano verso il nulla e che fatalmente diventeranno rifugiati da accogliere in Europa. Tanto più che la Russia è già un forte alleato dell'Egitto, e il turco Erdogan ha appena gettato un amo in Tunisia sognando che l'accordo sottoscritto con Sarraj possa consentirgli di spingere fino alle coste tripolitane le ambizioni marittime di Ankara. E che la Libia di domani possa essere una rivincita della sconfitta ottomana del 1911 contro l'Italia. Nelle stanze dei decisori italiani la sveglia suona ormai con inaudito fragore. E questa volta le parole non basteranno.
Avvenire, 31 dicembre 2019
Il 31 sera a Cagliari la 52esima edizione della tradizionale manifestazione organizzata da Cei, l'Azione Cattolica, Caritas e Pax Christi. Il 1 gennaio Sant'Egidio manifesta in tutti i continenti.
Un mondo senza guerra e terrorismo. La speranza per questo nuovo anno che inizia è proprio questa. E così domani sera, per la prima volta nell'isola, si svolgerà a Cagliari la 52esima Marcia per la pace, il tradizionale appuntamento organizzato da Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, l'Azione Cattolica Italiana, la Caritas Italiana e Pax Christi Italia.
La Marcia prenderà il via alle ore 17:00 da piazza San Michele, sul cammino ci saranno interventi e testimonianze per giungere presso la Basilica di Nostra Signora di Bonaria dove alle ore 22:00 si terminerà con la Santa Messa trasmessa su TV2000.
L'appuntamento è preceduto da due giorni di convegno organizzato da Pax Christi Bella Italia, armate sponde..., presso il teatro della parrocchia di Sant'Eulalia, per discutere delle fabbriche che producono armi in Sardegna e le esportano a Paesi in guerra. Tra i partecipanti monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera e Franco Uda, presidenza nazionale Arci e portavoce Tavola sarda della pace.
Il 1° gennaio, sempre in occasione della 53a Giornata Mondiale della Pace, esprimendo il proprio sostegno al messaggio di Papa Francesco "La Pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica", la Comunità di Sant'Egidio invita invece a cominciare il nuovo anno per la strada, insieme a chi lavora per un mondo più giusto e umano. Ad esempio a Roma, la comunità trasteverina si ritroverà alle 10.30 a Largo Giovanni XXIII fino ad arrivare poi insieme a Piazza San Pietro, per ascoltare le parole di Papa Francesco all'Angelus.
Il mondo è una "casa comune" e tutti siamo chiamati a prendercene cura. In questo momento, dice la Comunità San'Egidio in una nota, "siamo fortemente preoccupati per le troppe guerre ancora in corso e il terrorismo che ha colpito la Somalia, il nord del Mozambico e vari Paesi del Sahel, come la Nigeria, il Burkina Faso, il Mali e il Niger, di cui si parla troppo poco. A soffrirne più di tutti sono i poveri che hanno diritto alla pace attraverso il dialogo e la riconciliazione". Ma, continua, dobbiamo farci carico anche di tutte le terre ferite dallo sfruttamento della natura che attendono una "conversione ecologica". Per questo nel primo giorno dell'anno, Sant'Egidio organizza marce, manifestazioni e iniziative pubbliche in centinaia di città di tutti i continenti. Durante il loro svolgimento, a partire da quella di Roma, verranno ricordati i nomi di tutti i Paesi ancora coinvolti dai conflitti e dalla violenza nei diversi continenti.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 31 dicembre 2019
Il Ministro della Salute Roberto Speranza, il Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini e il Vice Capo di Gabinetto vicario del Ministero della Giustizia Leonardo Pucci hanno visitato oggi la Casa Circondariale di Potenza. Ad accoglierli Maria Rosaria Petraccone, Direttrice dell'istituto, Giovanni Lamarca, Comandante di Reparto, e da Giuseppe Palo e Sonia Crovatto, responsabili rispettivamente della area di segreteria e di quella trattamentale, che li hanno accompagnati nella visita alle sezioni detentive e all'intera struttura carceraria.
Le autorità in visita hanno incontrato personale e detenuti, ascoltando istanze e proposte. Il Capo DAP ha illustrato al Ministro le linee guida dipartimentali che orientano il tema del lavoro penitenziario, sottolineando l'importanza dei i laboratori gestiti da cooperative sociali.
Nel corso della visita il Ministro della Salute ha anche raccolto indicazioni e suggerimenti sui temi di sua competenza incontrando il personale sanitario, assicurando costante impegno per la cura e l'assistenza della popolazione detenuta, incluso l'aggiornamento e la formazione sul campo degli operatori.
A conclusione della visita la squadra di calcio a 5 della Casa Circondariale #noinonsiamonumeri, composta da 14 detenuti tesserati dall'Asd Family Volley affiliata al Centro Sportivo Italiano, ha donato al Ministro e al Capo Dap la divisa con cui per la prima volta la formazione dell'Istituto penitenziario potentino ha partecipato a un campionato regionale. Il progetto è previsto da un Protocollo d'intesa sottoscritto da Basentini e da Sergio Contrini, direttore Area Sport e Cittadinanza del Csi.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 31 dicembre 2019
Incontri tra l'ambasciata di Roma e Il Cairo e visite d'affari di aziende civili e belliche. Intanto nella capitale egiziana aggredito l'attivista egiziano Gamal Eid. E in carcere muore una detenuta
Una camionetta della polizia egiziana in piazza Tahrir, al Cairo. La diplomazia italiana al Cairo continua a lavorare alacremente per promuovere le imprese (e le armi) italiane in Egitto. Venerdì 20 dicembre l'ambasciatore Giampaolo Cantini ha incontrato il ministro della produzione bellica Mohamed al-Assar per discutere di "cooperazione economica".
Né l'ambasciata né la Farnesina hanno diffuso note ufficiali e la faccenda è stata quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. Al contrario di quella egiziana che invece, basandosi sui resoconti ufficiali egiziani, ha approfittato dell'occasione per sottolineare ancora una volta che "i rapporti d'affari italo-egiziano si stanno sviluppando molto bene".
Nell'incontro, al quale ha partecipato anche lo staff dell'addetto militare dell'ambasciata, si è parlato di industria, soprattutto bellica. Cantini ha "espresso il desiderio di aumentare gli investimenti italiani in Egitto incoraggiando le compagnie italiane a investire nel paese", secondo il quotidiano economico Daily News Egypt, facendo in particolare riferimento alla Rheinmentall Defence, azienda leader nella difesa aerea con sede a Roma.
L'ambasciatore ha poi "raccomandato" diverse partnership tra imprese italiane e il ministero di al-Assar, espressione del potente complesso economico-militare egiziano. Cantini, sempre secondo il Daily News, avrebbe anche annunciato il suo impegno a favorire la partecipazione di altre aziende alla prossima edizione della Egypt Defence Expo (la fiera cairota dell'industria militare), a dicembre 2020.
Il vertice tra il diplomatico italiano e il ministro è stato il culmine di una intensa settimana di incontri d'affari. Sabato 21 una delegazione di quindici imprese italiane ha concluso una visita durata quattro giorni, fitta di incontri con esponenti del governo e dell'imprenditoria egiziana. La visita rientrava nell'ambito del secondo Forum economico italo-egiziano (il primo c'è stato a Napoli a settembre). L'industria italiana ha portato a casa nove accordi economici firmati durante la visita, che confermano "il grande potenziale di crescita della cooperazione economica", secondo le parole di Giuseppe Romano, presidente della Cise, Confederazione italiana per lo sviluppo economico, presente al Forum. Stando alle notizie diffuse dalla stampa egiziana, alcune aziende italiane prenderanno parte agli investimenti nei progetti per la nuova capitale amministrativa, faraonica città nel deserto voluta da al-Sisi.
Non è dato sapere molto altro sul contenuto degli accordi economici e sulle aziende firmatarie, tanto meno per quel che riguarda quelli in ambito militare. Secondo il sito Sicurezza internazionale, il 2018 è stato un anno d'oro per l'export militare italiano in Egitto. L'anno scorso infatti il regime di Abdel Fattah al-Sisi ha pagato oltre 69 milioni di euro per l'acquisto di armi, munizioni e sistemi di informazione per la sicurezza di provenienza italiana, quasi dieci volte il volume d'affari del 2017. I nuovi accordi fanno presagire altri segni positivi per l'industria bellica italiana. Gli armamenti, spiega il quotidiano della Luiss, "sono volti principalmente all'impiego militare, sia per l'esercito sia per la polizia e le forze di sicurezza".
Le stesse forze di sicurezza che in questi giorni sono tornate a fare notizia con altre violazioni. Domenica è toccata di nuovo a Gamal Eid, direttore dell'Arabic Center for Human Rights Information, storica organizzazione per i diritti umani. L'avvocato è stato aggredito sotto casa da una decina di uomini armati e a volto coperto.
Mentre alcuni lo tenevano fermo e lo picchiavano, altri lo hanno cosparso di vernice. È la seconda aggressione del genere in pochi mesi. Entrambe portano chiaramente la firma degli apparati di sicurezza statali, denuncia Eid. Si aggrava anche la situazione nelle carceri. Domenica scorsa una donna detenuta è morta nel complesso di al-Qanater, in seguito a una grave negligenza medica dell'autorità penitenziaria. Nella stessa prigione dieci donne sono da due settimane in sciopero della fame. Tra queste c'è la 39enne Aisha al-Shater, figlia di un noto leader della Fratellanza musulmana, detenuta in condizioni durissime e in queste ore in serio rischio di vita, secondo quanto riporta Human Rights Watch.
euronews.com, 31 dicembre 2019
Decine di uomini stipati in celle minuscole. Nelle sovraffollate prigioni del nord-est della Siria, da mesi migliaia di membri e fiancheggiatori dello Stato islamico sono sorvegliati dalle forze curde. Almeno 2500 di loro si stima provengano da paesi europei e occidentali: in molti casi si trovano in un limbo giuridico, dal momento che gli stati di provenienza continuano a fare orecchie da mercante di fronte agli appelli alla cooperazione curdi, stretti tra la morsa dell'offensiva turca e le schermaglie con il Daesh, che oggi si può dire defunto solo nella sua incarnazione statale e territoriale. E se a novembre Erdogan si è trovato nelle condizioni di poter fare la voce grossa, avviando le operazioni di rimpatriodei jihadisti detenuti nelle carceri turche, i curdi restano nello stesso limbo dei prigionieri che sorvegliano, il cui destino è tutt'altro che chiaro.
"Tornare a casa" - Daniel D. è un giovane svizzero di 25 anni. Lavorava come muratore a Ginevra, prima di unirsi ai jihadisti sotto lo pseudonimo di Abu llias al Swisri ("lo svizzero"). "Non ho ucciso nessuno - spiega - né in Europa né qui. Non ho troppi rimpianti, al contrario, mi sono anche sposato in Siria. Non tutti sono terroristi qui". "Voglio solo andare a casa" conclude. "Non vogliono riprendermi, anche se si suppone che la Svizzera sia il paese dei diritti umani. Possono mettermi dove vogliono, purché io stia con mia moglie e mio figlio mi va bene". Di nazionalità danese, Kasper M. era invece un artigiano prima di partire per il Medio Oriente. Per lui, gli attentati compiuti in Europa dallo Stato islamico non sono altro che ritorsioni.
"È la guerra, ecco cos'è" dice, serafico. "Molte famiglie di Isis sono state bombardate, molte donne e bambini, quindi loro hanno fatto lo stesso. Non vogliono che torniamo indietro, ma forse non hanno molta scelta". "Non c'è altra soluzione - continua - non è una buona idea tenerci qui a tempo indeterminato. Ci sono molte persone in questa prigione, migliaia di combattenti di uno stesso gruppo. E se usciranno tutti insieme, forse ne formeranno un altro".
Prigionieri che nessuno vuole - In molti casi, questi uomini si trovano in carcere da oltre nove mesi. E nessuno al momento è in grado di dire quanto ancora dovranno restarci. Sul punto, perfino Donald Trump, durante il vertice Nato di inizio dicembre, ha punzecchiato l'omologo francese Emmanuel Macron, uno dei più riluttanti a riprendere in casa le centinaia di jihadisti partiti dalla Francia. "Vorresti riprenderti qualche simpatico jihadista dalla Siria?", lo ha incalzato Trump. Ma - al netto dei sarcasmi e delle relative orecchie da mercante - la questione si fa è sempre più sera: lo scorso ottobre, nelle prime ore dell'offensiva turca contro le forze curde nella regione, una sommossa è scoppiata nel campo profughi di al-Hol, che ospita le famiglie - in molti casi europee - dei jihadisti rinchiusi nelle carceri curde. L'obiettivo, a quanto sembra, era tentare di fuggire nel caos dei combattimenti.
Non era la prima volta, in realtà, che nel campo si registravano violente rivolte: in molti, tra gli ospiti della struttura, conservano una fede cieca per l'ideologia takfirista dell'Isis, considerando i curdi e il personale umanitario presente alla stregua di infedeli da aggredire o da cui proteggersi. E anche chi sembra aver rinnegato il fondamentalismo del Daesh è comunque costretto a restare in questo limbo: tra carcerieri curdi sotto-organico, che da mesi dicono di non essere più in grado di gestire una simile massa di prigionieri, e paesi di provenienza le cui porte potrebbero non riaprirsi più.
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