di Roberto Castaldi
L'Espresso, 9 febbraio 2020
A giudicare dal silenzio assordante sui media italiani (con l'eccezione del Fatto quotidiano) rispetto a quanto avvenuto in Polonia, si potrebbe pensare che Kant avesse torto quando sosteneva che l'interdipendenza tra gli esseri umani portava verso una situazione in cui la violazione del diritto in un luogo sarebbe stata percepita anche nel resto del mondo. Eppure sono successi due fatti gravissimi, che costituiscono una rottura dell'ordinamento giuridico europeo e una sorta di pietra tombale sulla stato di diritto in un Paese membro dell'Unione Europea.
La Camera disciplinare della Corte Suprema - creata da una riforma del Governo del PiS, che ne nomina i componenti - ha emesso la sua prima sentenza. Peccato che la Corte di Giustizia dell'UE e la stessa Corte Suprema abbiano già emesso sentenze con cui annullavano la creazione di tale Camera disciplinare in quanto non coerente con il concetto di Corte nel senso prescritto dalle norme UE e dalla Costituzione polacca, e quindi incostituzionale tanto dal punto di vista nazionale quanto da quello europeo. Il governo polacco ha tirato dritto. E ieri un giudice polacco è stato sanzionato, anche con la decurtazione del 40% dello stipendio, per aver tentato di eseguire le sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che sono vincolanti e direttamente applicabili. In sostanza il giudice è stato condannato per aver fatto il suo dovere: aver applicato il diritto dell'Unione, che è prevalente e direttamente applicabile in tutti gli Stati membri.
Nello stesso giorno il Presidente polacco Duda ha controfirmato la controversa legge che rafforza i poteri della Camera disciplinare, allarga i divieti espliciti per i giudici polacchi rispetto all'espressione di qualunque critica nei confronti del governo, delle leggi di riforma dell'ordinamento giudiziario, e delle sentenze emesse dai nuovi organismi - dichiarati illegittimi tanto dall'Unione Europea quanto dalla Corte Suprema polacca. E infine vieta ai giudici polacchi di chiedere un parere o un intervento della Corte di Giustizia dell'UE. Ma è un preciso dovere dei giudici degli Stati membri, quando si trovino davanti un caso in cui è implicato il diritto dell'UE o vi sia un possibile contrasto con esso, adire alla Corte di Giustizia dell'UE per un'interpretazione del diritto UE che permetta di formulare una sentenza rispettosa dell'ordinamento giuridico europeo.
In sostanza la Polonia ha deliberatamente ed esplicitamente rotto l'ordinamento giuridico europeo. Non era mai successo da quando la Corte dell'allora Comunità Economica Europea aveva sancito l'esistenza di un autonomo ordinamento giuridico europeo e la prevalenza e diretta applicabilità del diritto europeo, princìpi oramai codificati esplicitamente nei Trattati europei, ratificati da tutti gli Stati membri, e aventi sostanzialmente rango costituzionale a livello europeo.
Finora solo la Corte di Giustizia dell'UE ha davvero cercato di fermare la deriva autoritaria in Polonia, mentre la Commissione ha proseguito in un dialogo con il Governo polacco, che ha ripetutamente ignorato le raccomandazioni della Commissione e le sentenze della Corte UE. Per non dire dell'ignavia dei governi nazionali riuniti nel Consiglio che non sono mai arrivati a una decisione rispetto all'attivazione delle sanzioni (previste dall'art. 7 dei Trattati) contro Polonia e Ungheria per le loro violazioni dei princìpi fondamentali dell'UE e dello stato di diritto, che sono già state riconosciute dalla Corte di Giustizia dell'UE. E nonostante la mobilitazione dal basso sul tema con l'Iniziativa dei cittadini europei a tutela dello stato di diritto.
Non è un caso. La Corte è un organo pienamente federale, con poteri vincolanti, che sente la responsabilità di tutelare i diritti fondamentali e la libertà dei cittadini europei, inclusi quelli polacchi. La Commissione è l'embrione di un governo federale, chiamata a difendere l'interesse generale, ma priva dei necessari poteri, e quindi poco incisiva e incline al compromesso con gli Stati membri. E il Consiglio è l'organo intergovernativo, in cui i governi nazionali si attengono al vecchio adagio "cane non mangia cane", infischiandosene dello stato di diritto, della separazione dei poteri, e del fatto che la loro pusillanimità ha portato ad una rottura gravissima dell'ordinamento giuridico europeo.
L'ennesima dimostrazione che solo le istituzioni federali sono in grado, nei momenti di crisi, di prendere decisioni tempestive e coraggiose - come ha fatto la Banca Centrale Europea nel corso della crisi economica e del debito sovrano, mentre i governi nazionali temporeggiavano, e proclamavano la necessità di completare l'unione economica e monetaria senza però avere la volontà e la forza di farlo davvero. A breve si aprirà la Conferenza sul futuro dell'Europa. Deve servire ad avviare una profonda riforma dell'UE, in modo da realizzare una unione politica di natura federale, con istituzioni democratiche in grado anche di rimarginare lo squarcio aperto ieri nell'ordinamento giuridico europeo.
di Richard Falk*
Il Manifesto, 9 febbraio 2020
Trump vuole la versione peggiorata del modello "disimpegno" da Gaza: controllo delle frontiere a Israele, staterello palestinese smilitarizzato, attacchi armati periodici.
Sarebbe stato folle attendersi un compromesso politico equilibrato da parte della presidenza Trump. È stato chiaro fin dalla sua elezione, a sorpresa, nel 2016, quando Trump aveva affidato la politica mediorientale e, nello specifico, la questione israelo-palestinese a suo genero Jared Kushner, inesperto ed estremista sionista, assistito da persone ugualmente non qualificate. Trump ha fatto quello che non avevano mai osato fare gli altri inquilini filoisraeliani della Casa bianca: ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e vi ha spostato l'ambasciata statunitense, ha sostenuto la legalità degli insediamenti malgrado la flagrante violazione del diritto umanitario internazionale, ha dato via libera all'annessione israeliana delle alture del Golan senza riguardo per la sovranità della Siria, ha tagliato i fondi per gli aiuti e ha chiuso l'ufficio informazioni della Palestina a Washington.
In un simile contesto, non può sorprendere che l'"Accordo del secolo" delinei un piano centrato sulla resa politica della Palestina, corredato da un pacchetto di incentivi (che presumibilmente sarebbero finanziati dai paesi arabi del Golfo) purché i palestinesi facciano i bravi bambini e rinuncino a ogni diritto e rivendicazione, pur fondati sulle norme internazionali.
In Sudafrica, nel disperato sforzo di stabilizzare il regime dell'apartheid, erano state create enclave etniche disseminate nel paese, con una parvenza di governo autonomo ma completamente subordinate alle strutture gerarchiche dell'apartheid e al feroce sfruttamento di gran parte della popolazione africana. La cosiddetta "mappa concettuale" del piano di Trump assomiglia molto a quegli accordi di "sviluppo separato" definiti "bantustan". Non a caso, 25 anni dopo con la fine dell'apartheid, i bantustan svanirono subito. E una volta che le proposte di Trump cadranno nell'oblio, il perverso concetto di autodeterminazione che esse contengano seguirà lo stesso destino.
Naturalmente, l'offerta di uno staterello palestinese, costituito soprattutto da comunità urbane della West Bank messe insieme pur non essendo contigue, funge anche da espediente per nascondere o almeno minimizzare un ulteriore land-grabbing da parte israeliana. Invece di ritirarsi dalla West Bank come richiesto all'unanimità dalla risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza, Israele stabilisce il proprio controllo sull'80% della Palestina occupata, dando alla Palestina alcune aree desertiche nell'inabitabile Negev.
Nel 2005, come passo per raggiungere la pace con i palestinesi, Israele attuò il cosiddetto "disimpegno da Gaza". Fu ritirato l'esercito israeliano che all'epoca occupava la Striscia smantellando gli insediamenti dove vivevano 18000 coloni. Israele sostenne che queste decisioni mettevano fine alla responsabilità israeliana come potenza occupante sulla base del diritto internazionale. Ma presto fu chiaro che non di fine dell'occupazione si trattava ma di una nuova modalità di controllo, in tutta evidenza più devastante per la popolazione civile della Striscia di Gaza rispetto alla precedente occupazione. Israele ha continuato a controllare la frontiera fra Gaza e l'Egitto, mantenendo anche il controllo sovrano su spazio aereo e acque territoriali di Gaza. Economia e condizioni di vita nella Striscia sono peggiorate, accentuate dalle misure punitive adottate dopo l'arrivo al potere di Hamas. Sviluppi che hanno stimolato la resistenza di Gaza, e poi incursioni militari israeliane in risposta ai missili lanciati dalla Striscia; insomma, dopo il cosiddetto disimpegno, la popolazione civile di Gaza è stata fatta oggetto di attacchi massicci, causa di grandi sofferenze e violazione di ogni diritto.
L'accordo di Trump offre al più una versione peggiorata della Gaza post-disimpegno. Conferisce il controllo delle frontiere esclusivamente a Israele, esige una completa smilitarizzazione dello staterello palestinese, rende le comunità palestinesi completamente vulnerabili all'azione militare israeliana. Un regime così opprimente, qualora ci si arrivasse, provocherebbe certamente una resistenza violenta, e parallelamente una periodica dimostrazione di forza da parte di Israele, con il corredo di punizioni collettive contro i palestinesi. Visto quanto è accaduto a Gaza, l'accettazione palestinese di una situazione analoga per tutta la Palestina sarebbe un atto di estrema autodistruzione. È già terribile essere assoggettati con la forza, ma è inimmaginabile che si decida di ingoiare volontariamente un simile veleno.
Se questo è l'Accordo del secolo, sarà un secolo triste per tutti noi. Ma forse, dall'estremismo delle ingiuste proposte messe sul tavolo da parte degli Stati uniti, potrebbero nascere risposte utili: una leadership palestinese unita, la richiesta di un'intermediazione neutrale al posto di quella statunitense, la crescita della solidarietà con la lotta palestinese, l'inizio di uno sforzo internazionale per processare Israele per crimini contro l'umanità. Ma la premessa a ogni sincera iniziativa diplomatica in grado di portare a una vera pace deve essere la dissoluzione dell'attuale regime di apartheid israeliano. Ogni altro approccio porterebbe al massimo a un temporaneo cessate il fuoco.
*Inviato dell'Onu per i diritti umani nei Territori occupati e professore emerito di diritto internazionale all'Università di Princeton
di Omar Abdel Aziz Ali
laluce.news, 9 febbraio 2020
Non ce l'ha fatta Mustafa Qasem, il cittadino americano residente a New York, arrestato nel 2013 in Egitto, con l'accusa di voler rovesciare il regime al Sisi. È morto nel carcere Al Aqrab, uno dei più duri del paese. Il suo fermo era avvenuto all'interno di una ampia ondata di arresti che il generale egiziano Al Sisi aveva messo in atto a seguito del colpo di stato militare nel Luglio 2013. A finire nella rete della polizia giornalisti, cittadini egiziani e stranieri come Mustafa accusati di essere degli oppositori.
Durante il processo, durato dal 2013 al 2018, Mustafa Qasem si è dichiarato sempre innocente, e ha sostenuto di non appartenere a nessun partito politico. Ha raccontato i dettagli del suo arresto avvenuto in maniera immotivata e violenta: "Ero a centinaia di kilometri di distanza dalle manifestazioni e un poliziotto mi ha fermato chiedendomi i documenti. Una volta mostrato il passaporto americano sono stato picchiato e portato via con la violenza". Durante la mia permanenza in carcere venivo spesso torturato senza pietà, e non mi venivano date medicine essendo diabetico e malato di cuore.
L'appello a Trump per il rilascio - Nelle sue lettere dal carcere come riporta la BBC, Qasem ha chiesto più volte a Trump di intervenire. "Mostra ai poliziotti egiziani che mi hanno picchiato perché avevo il passaporto americano che metterai al primo posto gli americani come me. Non so se uscirò di qua, non so se riuscirò a vedere i miei figli di nuovo a New York". Purtroppo i suoi appelli non l'hanno salvato. É morto dopo aver indetto lo sciopero della fame nel Dicembre 2019, in protesta per la condanna a suo carico di 15 anni comminata dal tribunale del Cairo per il suo presunto coinvolgimento nelle manifestazioni contro il generale egiziano. Dopo la morte, il Segretario di Stato americano Pompeo si è detto preoccupato per la stretta sui diritti umani in Egitto, mentre le autorità egiziane hanno informato che sarà aperto un fascicolo per capire le responsabilità nella morte di Qasem. Niente di nuovo insomma. Nelle carceri egiziane sarebbero almeno 100mila i detenuti per motivi politici.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 febbraio 2020
Amnesty: "Arresti triplicati dal 2013". La Sssp è parte dell'ufficio del procuratore generale, quello che promette ma non dà aiuto sul caso Regeni. Attraverso la legge anti-terrorismo sono perseguiti scioperi, post sui social, proteste.
"La Sssp ha trasformato l'Egitto in un enorme gruppo terrorista". Così un avvocato che difende imputati davanti alla Procura suprema egiziana per la sicurezza dello Stato (Sssp) definisce uno degli strumenti più efficaci della complessa macchina della repressione imbastita dal luglio 2013 dal generale-presidente Abdel Fattah al-Sisi.
Parole affidate al dettagliato rapporto stilato da Amnesty International e pubblicato lo scorso novembre, "Stato d'eccezione permanente", 60 pagine che raccolgono 138 testimonianze e ridanno indietro un quadro preciso: il ruolo della Procura suprema nelle sparizioni forzate prima e le detenzioni politiche poi, fatte di abusi, torture, violazione dei principi di un equo processo.
Creata nel 1953, l'anno successivo al colpo di stato degli Ufficiali liberi contro re Faruq, la Sssp è parte integrante della Procura generale egiziana. Per intenderci quella che da anni promette collaborazione alla Procura di Roma che indaga, tra depistaggi e silenzi, sull'omicidio di Giulio Regeni.
La Sssp - che ha giurisdizione su Greater Cairo, l'area metropolitana della capitale, quasi 1.800 km quadrati e oltre 20 milioni di persone - ha il potere di investigare e perseguire tutte le attività considerate una minaccia alla sicurezza nazionale: terrorismo sì, ma anche manifestazioni di protesta, scioperi, assemblee.
Lavora a stretto contatto con la National Security Agency (Nsa), i servizi segreti egiziani, l'ex Ssis: questi indagano in maniera indipendente o su ordine della Procura suprema, a cui poi passano i fascicoli; la Sssp emette il mandato d'arresto e i servizi lo eseguono. Scatta la detenzione preventiva, per un massimo di 150 giorni ma che può essere rinnovata senza limiti di 45 giorni in 45.
Dei vertici della Nsa fanno parte i sette uomini che Piazzale Clodio ha individuato come alcuni dei responsabili del pedinamento, il rapimento, l'uccisione di Giulio e i successivi depistaggi. Come spiega bene Amnesty, "diversi procuratori della Sssp sono ex funzionari dell'Nsa, altri sono parenti del presidente al-Sisi e di alti funzionari del suo governo".
Una macchina della repressione efficiente e ben oliata che ruota intorno al presidente e ne esegue l'agenda, quella di annichilimento totale del popolo egiziano. Basta guardare i numeri, riportati nel rapporto: se nel 2013, anno del golpe contro il presidente Morsi, i casi seguiti dalla Procura suprema erano stati 529, nel 2018 erano triplicati, 1.739. Per il 2019 il dato è disponibile fino al 30 ottobre: 1.470 casi. Ma non individuali, alcuni fascicoli fanno riferimento a più persone: il numero 1338/2019, relativo alle proteste di piazza contro corruzione e clientelismo esplose a sorpresa lo scorso settembre in diverse città, riguarda 3.715 egiziani, arrestati per lo più con raid e perquisizioni notturne nelle loro case.
Un giro di vite enorme, pervasivo, in cui finiscono politici, attivisti, giornalisti, ma anche semplici cittadini. Tutto sotto la comoda coperta dell'anti-terrorismo e dello stato di emergenza (ininterrotto dal 2017), grazie alla legge che al-Sisi volle approvare appena salito al potere e che da allora gli permette di perseguire chiunque, senza limiti, con detenzioni preventive che durano mesi, anni, senza che si giunga mai a un processo.
"La Procura suprema ha ampliato la definizione di terrorismo fino a comprendere proteste pacifiche, post sui social media e legittime attività politiche - spiega Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa - La Procura suprema è diventata uno strumento fondamentale della repressione".
L'associazione basa la ricerca su 138 casi di persone arrestate dalla Sssp tra il 2013 e il 2019. Di queste - di cui sono stati analizzati atti giudiziari, verbali, interviste - 53 sono state detenute per proteste o post sui social (32 uomini, 23 donne e un minorenne), 76 per attività politiche passate o presenti (48 uomini, 27 donne e una minorenne) e sei con l'accusa di aver compiuto atti di violenza (tre uomini e tre minorenni).
In 112 casi i detenuti sono scomparsi per mesi, fino a 183 giorni, senza che di loro si sapesse nulla. Non sapevano nulla avvocati e familiari, ma lo sapeva la Procura suprema di fronte alla quale gli indagati venivano condotti per udienze a porte chiuse senza la tutela di un legale. Infine la più terribile delle complicità, quella alla tortura: Amnesty ha documentato almeno 46 casi di torture su 138 - la metà compiute su donne - dei detenuti nelle mani dell'Nsa. Elettroshock, pestaggi, sospensione, test di verginità, minacce di stupro. Solo in un caso la Procura suprema ha riportato la denuncia di tortura ai medici. E non ha mai indagato un solo poliziotto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 febbraio 2020
Rinviate per due volte nel 2018 e nel 2019, domani in Camerun si svolgeranno le elezioni parlamentari. In parte del paese africano, la consultazione elettorale dovrebbe svolgersi senza problemi. Opposta è la situazione nelle regioni anglofone, nell'ovest del paese, precipitate nella violenza dal 2016, dove i gruppi armati separatisti hanno minacciato da tempo di impedirne lo svolgimento e, da ultimo, hanno anche "invitato" gli operatori umanitari a sospendere le loro attività.
Gli scontri tra i gruppi armati e l'esercito hanno provocato la fuga di oltre 700.000 persone: 679.000 sono sfollati interni, 52.000 hanno trovato riparo in Nigeria. Le autorità del Camerun minimizzano, parlando di 152.000 sfollati. Nelle ultime settimane la violenza ha conosciuto un nuovo picco. Da un lato, i gruppi armati separatisti hanno proseguito la loro campagna di uccisioni ai posti di blocco e di sequestri a scopo di riscatto.
Dall'altro, Amnesty International ha raccolto le prove di un rovinoso attacco dell'esercito che, il 14 gennaio, ha fatto terra bruciata nei villaggi di Babubock e Bengem, con oltre 50 abitazioni date alle fiamme. Il 23 gennaio c'è stato un altro attacco nel villaggio di Ndoh, con 14 morti. Non si sa cosa potrebbe accadere durante e dopo le elezioni. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, diventa sempre più urgente che la Commissione africana sui diritti umani e dei popoli istituisca una missione di accertamento dei fatti su tutti i crimini commessi nelle regioni anglofone dal 2016.
di Alessandra Bialetti
romasette.it, 8 febbraio 2020
Dove c'è un detenuto c'è un legame da non spezzare. L'importanza di un ascolto profondo di chi fuori vive una "detenzione" emotiva e affettiva pesante. "Chiudiamoli dentro e buttiamo la chiave". Frase storica, usata, abusata rispetto a chi vive l'esperienza del carcere. Entrata ormai nel gergo comune, dettata spesso dalla paura, dalla rabbia, dall'esasperazione per un mondo che sembra in caduta libera. Ma c'è altro. Frase dettata dalla non conoscenza, dal sentito dire, da una rapida classificazione del "problema".
abruzzoweb.it, 8 febbraio 2020
Ci voleva una polemica per far uscire fuori la verità. In difesa del procuratore generale di Catanzaro, Nicola Gratteri, il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, fa affermazioni uniche ma reali: finalmente, ha chiarito che in tutte le sedi di corte d'appello le istanze per il risarcimento per ingiusta detenzione rigettate, sono di molto superiori a quelle accolte".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
Ricerca dell'associazione Antigone con il Segretariato italiano studenti di medicina. "Sindrome da ingresso in carcere", "disculturazione", "vertigine da uscita", sono concetti coniati dalla medicina penitenziaria riguardanti i detenuti che contraggono patologie psichiatriche a causa dell'ambiente carcerario.
Avvenire, 8 febbraio 2020
Gentile direttore, scrivo per chiedere una rettifica a quanto affermato nella lettera pubblicata il 28 gennaio 2020 a firma degli psicogeriatri Luigi Ferrannini e Gianfranco Nuvoli sotto al titolo "Detenuti anziani, il buio dopo la libertà. Servono nuove forme di accoglienza".
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
I contenuti della riforma: a regime, i tre gradi di giudizi dovranno chiudersi in tre anni, o i giudici saranno passibili di sanzioni. Si potrà anche fare a meno di riascoltare i testi in appello. La data ora c'è: lunedì 10 febbraio. Sarà quello il giorno in cui la riforma del processo penale approderà in Consiglio dei ministri, dove il guardasigilli Alfonso Bonafede arriverà dopo mesi di braccio di ferro con i partiti di maggioranza sul tema della prescrizione.
E dopo aver ricucito i rapporti, salvando, di fatto, la tenuta della coalizione, tocca passare alla madre di tutti i problemi: i tempi del processo. Bonafede, a margine dell'apertura dell'anno giudiziario amministrativo a Firenze, lo assicura a microfoni aperti: la riforma del processo penale assicurerà ai cittadini "certezza e brevità dei tempi, con l'eliminazione di ogni tipo di isola di impunità".
L'obiettivo "condiviso nella maggioranza" è quello di velocizzare l'iter e far arrivare la lunghezza massima del processo fino a tre anni. "Ci vorranno due anni per arrivare a regime e saranno inseriti dei meccanismi anche sanzionatori, nei confronti dei giudici, se i termini non verranno rispettati", si legge nella lettera inviata da Bonafede ai partiti di maggioranza.
La nuova riforma, che conta 35 articoli, fissa a un anno la durata del primo grado - ma non per reati quali mafia o terrorismo - due anni per l'appello e uno per la Cassazione. Tempistiche che potranno essere variate soltanto dal Csm, sulla base del carico di lavoro degli uffici giudiziari e dei processi pendenti.
Ma non solo: una delle novità è quella delle sanzioni previste per i giudici che "rallenteranno" gli iter processuali, con la possibilità di subire anche qui procedimenti disciplinari. Per presentare appello, gli avvocati dovranno ricevere una specifico mandato da parte dell'imputato dopo la condanna. La scrematura dei tempi dibattimentali passerà anche dall'abolizione dell'obbligo di riascoltare i testimoni sentiti in primo grado.
Inoltre nel caso in cui l'appello non venisse convocato entro due anni, la difesa potrà chiedere la fissazione immediata dell'udienza.
La norma prevede scadenze più strette per le indagini preliminari, con la possibilità di chiedere una sola proroga alle indagini, per un termine non superiore ai sei mesi. I tempi saranno di "sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore nel massimo a tre anni sola o congiunta alla pena pecuniaria; un anno e sei mesi dalla stessa data quando si procede per taluno dei delitti indicati nell'articolo 407, comma 2, del codice di procedura penale; un anno dalla stessa data in tutti gli altri casi".
Ma è previsto anche un più ampio ricorso a riti alternativi, con l'aumento del limite di pena per il patteggiamento a otto anni di reclusione e l'esclusione dai riti speciali per reati come strage, omicidio, infanticidio. Per l'accesso all'abbreviato condizionato non si guarderà solo al principio di economia processuale, ma anche ai requisiti di rilevanza e novità dell'integrazione probatoria. La bozza prevede anche una scala di priorità nella formazione dei ruoli di udienza e nella trattazione dei processi, con precedenza assoluta per i processi relativi ai delitti colposi di comune pericolo.
Nella riforma, infine, verrà ridisegnata anche la geografia del Csm, che potrebbe essere composto da 20 togati (oggi sono 16) e 10 laici (oggi 8), per un totale di 30 membri. Salta l'ipotesi di nomina tramite sorteggio: il voto dei membri togati avverrà in 19 collegi che verranno definiti dal ministero della Giustizia. Passa al primo turno chi raccoglierà la maggioranza dei voti, altrimenti è previsto il ballottaggio con i due candidati più votati.
"Come ministro della Giustizia ha sottolineato Bonafede - sto portando avanti un ampliamento della pianta organica dei magistrati che non si è mai visto nella storia della Repubblica". Il riferimento è ai circa 600 posti in più per i magistrati e a un piano di assunzioni di circa 9mila unità per gli uffici giudiziari. La prossima settimana, ha annunciato infine, verrà inoltre istituito un tavolo permanente all'interno del ministero per la valutazione dell'impatto delle leggi sul sistema giustizia.
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