di Marcello Sorgi
La Stampa, 8 febbraio 2020
Non farà cadere il governo, che gode in Parlamento e soprattutto al Senato di un'assicurazione sulla vita rappresentata dal partito senza nome di quelli che non vogliono andare a casa. Ma non sarà neppure una passeggiata il confronto sulla prescrizione, che rischia di trasformarsi nella grande battaglia di primavera.
di Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 8 febbraio 2020
Il leader di Italia Viva: "Non siamo isolati, siamo garantisti. Con noi ci sono i penalisti, i magistrati e secoli di civiltà giuridica italiana.
Siete isolati?
"Non siamo isolati, siamo garantisti. E anche se il premier sembra non capire la differenza tra giustizialismo e garantismo, per noi si tratta di un valore importante. Da un lato c'è Bonafede e purtroppo insieme con lui c'è quello che resta del riformismo del Pd. Dall'altro ci sono i penalisti, i magistrati, i garantisti insieme a secoli di civiltà giuridica italiana".
Ma perché forzare sulla prescrizione, in questa fase?
"Forzare sulla prescrizione è oggettivamente assurdo in un momento nel quale abbiamo il coronavirus, l'incidente del Frecciarossa, il Pil negativo. E tuttavia la forzatura viene dai giustizialisti, non da noi. Noi non stiamo forzando: abbiamo solo chiesto di prenderci tempo con il lodo Annibali. Un anno per riflettere sulle soluzioni migliori e gli altri invece insistono sulla bandierina Bonafede. Capisco i Cinque Stelle che sono in una crisi spaventosa. Mi sfugge invece il motivo per cui il Pd debba ammainare la bandiera garantista dopo aver vinto in Emilia-Romagna grazie a un presidente riformista: ci saranno ragioni che io non conosco, ma è politicamente e logicamente inspiegabile".
Ieri si è sparsa la voce che i vostri ministri si dimetteranno e passerete all'appoggio esterno. Dal Pd dicono che poi avete cambiato idea.
"Teresa Bellanova è bravissima alla guida dell'agricoltura italiana. Elena Bonetti è il primo ministro che ha messo soldi veri sulla famiglia. E il sottosegretario Ivan Scalfarotto è il punto di riferimento alla Farnesina per chi conosce le regole dell'export. I nostri tre al governo fanno un grande lavoro. Per noi devono andare avanti. Se invece il Pd ha voglia di occupare anche questi altri tre scranni glieli lasciamo domattina. Per noi i principi valgono più delle poltrone. Noi non vogliamo far dimettere nessuno, vogliamo lavorare. Ma se per fare il ministro dobbiamo rimangiare secoli di civiltà giuridica si sappia che non abbiamo problemi a fare un passo indietro. Decida Conte: se vuole cacciarci, basta dirlo. Se vuole tenerci, lavoriamo. Nell'uno e nell'altro caso noi non votiamo il pasticcio prescrizione: le idee vengono prima delle poltrone".
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dice "Non chiedetemi se sono giustizialista o garantista".
"A me possono chiederlo. Perché essere giustizialista significa violare la carta costituzionale, è una patologia, una forma di populismo tra le più barbare. Essere garantista invece significa essere una persona civile. Il fatto che il premier, già avvocato, già professore di diritto non colga la differenza getta nello sconforto tutti gli esperti di diritto di questo Paese. Detto questo vorrei chiedere a Conte di occuparsi di cantieri, di tasse, di immigrazione. Se Conte mette sullo stesso piano l'essere giustizialista o garantista significa che la dottrina giuridica non è il suo punto forte, a dispetto del celebre curriculum. Si occupi di altro e gli daremo volentieri una mano".
Senatore Renzi, ma è vero che lei vuole sostituire Giuseppe Conte con Dario Franceschini?
"Gossip che vale meno di zero. Peraltro in questa vicenda Franceschini è stato ancora più duro di Conte, nel merito. Forse Dario non aveva letto i testi, stavolta. In ogni caso: a me non interessa cambiare il nome del premier. Mi interessa cambiare il modo di lavorare del premier. C'è la Brexit, la Turchia in Libia, la crisi in Cina. E questi fanno pasticci sulla prescrizione? L'Italia ha bisogno di correre, non di polemiche".
Secondo Nicola Zingaretti le polemiche le fa Italia Viva. Dice che dovevate porre il tema ad agosto.
"Lo abbiamo detto quando ancora eravamo nel Pd. Allora addirittura abbiamo detto che la legge Bonafede era incostituzionale e abbiamo posto in aula persino la pregiudiziale di costituzionalità. Poi ai tavoli di maggioranza come Italia viva abbiamo sempre sottolineato il problema della Bonafede. Ma Zingaretti non parli di noi: pensi a sé. Come può il Pd difendere la legge di Bonafede-Salvini e non quella di Orlando-Gentiloni? Un tempo il Pd era garantista, adesso segue la linea di Travaglio e di Davigo. Legittimo, ma è tutta un'altra cosa".
Ma quindi che farete in Consiglio dei ministri se il compromesso dem-5S diventerà un decreto?
"Evidentemente hanno fatto due conti e sono sicuri di avere i numeri. Come ha detto il presidente degli Avvocati penalisti Caiazza questo testo provoca comunque "danni devastanti". Noi non lo voteremo".
E se dovesse arrivare nell'aula del Senato dove i vostri voti sono determinanti? È vero che uscirete dall'aula?
"Cercheremo di modificarlo con gli emendamenti. Nel caso in cui non riuscissimo voteremmo contro".
Ma non darete il via libera nemmeno alla riforma del processo penale?
"Aspettiamo di vedere il testo finale e decideremo".
Crede ancora possibile arrivare al 2023?
"Sì. Penso che sia la soluzione più giusta. Ci sono cantieri da sbloccare, tasse da abbassare, diritti da affermare. E noi ci siamo. Ma non possono pensare che noi veniamo meno ai principi chiave del diritto solo per evitare le elezioni o il cambio di governo. Si arriva al 2023 se ci si rispetta. Io non posso far parte di una cultura manettara. E lo dice uno che ha alzato i termini della prescrizione, che ha lottato per cambiare le leggi di Forza Italia su questi argomenti. Ma no, non sarò mai dalla parte di chi si professa giustizialista. Al 2023 ci arriviamo se smettiamo di inseguire il populismo. Il populismo economico è quello del reddito di cittadinanza, il populismo giuridico si chiama giustizialismo".
I boatos dicono che Conte potrebbe sostituirvi con un gruppo di responsabili provenienti dal centrodestra.
"Benissimo! Se questo è l'obiettivo del premier, non solo non ci arrabbiamo ma gli diamo pure una mano. Noi non stiamo al Governo a tutti i costi. Ci stiamo per mantenere alta la bandiera del riformismo e per aiutare l'Italia. Se Conte vuole sostituirci con una pattuglia di deputati e senatori di Forza Italia, noi ci facciamo da parte con eleganza e stile. Possiamo rinunciare alle poltrone ma non possiamo rinunciare ai valori. Noi siamo e saremo garantisti: non diventeremo giustizialisti per una poltroncina. Non noi, almeno".
di Francesco Damato
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
Ha ragione il Pd Zanda: alla ricerca continua del consenso il Parlamento non è più capace di legiferare. La meticolosa descrizione che ha fatto ai lettori del Dubbio Enrico Novi della situazione interna al sindacato delle toghe dimostra come meglio non si poteva come l'Associazione Nazionale dei Magistrati - questo è il suo aulico nome - faccia ormai concorrenza, per come si sono messe le cose in vista delle elezioni sociali di aprile, all'ormai caotico, turbolento e imprevedibile Movimento 5 Stelle.
Le cui tensioni condizionano il governo e la maggioranza obbligando l'uno e l'altra a viaggiare a vista, tra vertici interlocutori e rischi continui di deragliamento di un treno pur a bassa velocità, non certamente paragonabile alla Frecciarossa di sfortunata attualità in questi giorni.
Per numeri e intrecci dell'una e dell'altro - Associazione dei magistrati e Movimento grillino tornano alla mente, almeno per i più anziani o meno giovani lettori, le vicende interne della Dc, e anche del Psi, dei tempi peggiori, quando ci volevano le carte di navigazione e le macchine utili a decrittare i messaggi per capire, o cercare di capire, come andassero le cose al loro interno, spesso preparando nuove crisi di governo già all'indomani della soluzione dell'ultima.
Ora è chiaro, condizionato com'è dai rapporti fra le correnti o aree del sindacato, ma soprattutto dal peso cresciuto dell'urticante Piercamillo Davigo anche all'interno del Consiglio Superiore della Magistratura, perché il presidente dell'Associazione Nazionale dei Magistrati Luca Poniz quando parla della prescrizione, come ha appena fatto in una intervista al Corriere della Sera, cade in continua contraddizione.
"Tutti sappiamo - ha detto, per esempio, Poniz convenendo con la posizione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prima che questi aprisse a una soluzione più lunga, di due condanne esecutive necessarie per non conteggiare più i tempi di scadenza dei reati- che non c'è l'apocalisse alle porte perché la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado vale solo per i reati commessi dal 1° gennaio 2020, per cui la nuova disciplina non avrà effetti concreti prima di qualche anno.
C'è urgenza di intervenire ma anche tempo a disposizione". Sarebbero quindi "strepiti" inutili e isolati, come li ha definiti Il Fatto Quotidiano, gli allarmi lanciati da Matteo Renzi e la richiesta di sospendere la nuova disciplina della materia, entrata nel codice con la cosiddetta legge spazzacorrotti approvata dalla precedente maggioranza gialloverde, per contestualizzarla davvero con la riforma del processo penale.
Questo della contestualizzazione era, del resto, il progetto concordato fra grillini e leghisti, compromesso dagli stessi leghisti provocando la crisi di governo nella scorsa estate. Eppure nella medesima intervista Poniz si è trovato d'accordo con "la gran parte dei procuratori generali e dei presidenti di Corte intervenuti alle inaugurazioni dell'anno giudiziario, nella parte in cui non contestano la finalità ma temono l'impatto" del blocco della prescrizione con la gestione della macchina della Giustizia, cioè dei processi. Se questa non è contraddizione, non saprei francamente come altro chiamarla. L'impatto non è cosa irrilevante, da mettere tra parentesi.
Quanto meno curiosa, infine, è la sostanziale diffida ripetuta al ministro della Giustizia e al Parlamento a introdurre "sanzioni disciplinari per i magistrati se non vengono rispettati i tempi contingentati dei processi" : ipotesi - ha detto testualmente Poniz - che "oltre che illusoria, è per noi irricevibile e offensiva".
E come si potrebbero garantire diversamente i tempi "ragionevoli" del processo scritti nell'articolo 111 della Costituzione, una volta che non c'è più la prescrizione per tutelare non solo gli imputati, che non cessano di essere cittadini, ma una sana, direi decente amministrazione della Giustizia? Non credo che abbia torto, a questo punto, l'ex capogruppo al Senato e ora tesoriere del Pd Luigi Zanda, non lo scissionista Renzi, a dire - come ha fatto alla Stampa parlando anche della riduzione dei seggi parlamentari in via di ratifica referendaria- che "alla ricerca del consenso il Parlamento sta disimparando a legiferare: si fanno le leggi e delle conseguenze ci si lava le mani. Per inseguire i voti ha aggiunto Zanda - siamo caduti prigionieri dell'analfabetismo giuridico- parlamentare".
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 8 febbraio 2020
Conte: "non chiedetemi se sono giustizialista o garantista". Insorgono dem e lv, lui si corregge. Giuseppe Conte cerca il rilancio, perché "il Paese vuole correre". Ma le lame che volano sul tema giustizia rischiano di segare le gambe ai "tavoli di lavoro per l'Agenda 2023", che partiranno lunedì a Palazzo Chigi. Sulla prescrizione la maggioranza resta spaccata nonostante il ministro Bonafede, per scongiurare la crisi, abbia ammorbidito la sua posizione e consentito un accordo.
Il piccolo partito di Renzi, Italia Viva, resta arroccato sul no al "lodo bis" di Conte e il caso sarà presto un delicato affare di numeri parlamentari. Ragion per cui premier e Guardasigilli, dopo aver vagliato trappole e rischi, stanno maturando l' idea di evitare un decreto ad hoc e di inserire la "nuova" prescrizione nel Milleproroghe, per farla passare a colpi di fiducia.
"Un decreto che recepisse il lodo Conte si schianterebbe in Parlamento", prevede l'azzurro Enrico Costa. Il punto è che Palazzo Chigi non intende toccare di una virgola l'impianto della mediazione faticosamente raggiunta. "Non possiamo darla sempre vinta a Renzi", ha concordato il premier con i capi delegazione di M5S, Pd e Leu. Nelle stanze del governo nessuno pensa che Renzi porterà lo strappo fino in fondo, votando con la Lega e con Forza Italia. "Uscirà dall' Aula", è la previsione.
Eppure la tensione è fortissima. Perché i renziani, sospettati di ogni possibile manovra di palazzo, minacciano anche di non dare il via libera alla riforma del processo penale, con cui il Guardasigilli conta di eliminare "ogni isola di impunità". Zingaretti è stufo e accusa l'ex premier di "picconare" il governo.
In questo clima tempestoso, Conte è scivolato sulla proverbiale buccia di banana. "Non chiedetemi se sono garantista o se sono giustizialista - ha scolpito su Twitter - Queste contrapposizioni manichee vanno bene per i titoli dei giornali". Italia Viva è insorta, dando a Conte del populista-giustizialista e ribadendo la distanza siderale tra i renziani e i seguaci, per dirla con Davide Faraone, del "nascente partito unico Pd-M5S".
Ma ora, per quanto determinati a sostenerlo, anche i dem lanciano al premier segnali di sofferenza. Orfini: "Chiedetegli solo se pensa di essere furbo, o che siamo fessi noi". Il capogruppo Marcucci: "Io sono fieramente garantista, a differenza del premier". E Nannicini, nel giorno in cui Zingaretti rilancia Conte come "leader progressista", tocca il nervo dolente del Pd: "Il garantismo è la risposta dei progressisti". Un assalto tale che in serata il premier prova a rassicurare gli alleati: "Non vorrei si fosse creato un malinteso. È chiaro che dobbiamo essere per tutte le garanzie costituzionali".
Purché il garantismo non venga "brandito come una clava", spiega Conte sottovoce. Ma intanto l' uscita infelice ha consentito ai renziani - che in questa battaglia hanno l' appoggio dell' Unione delle Camere penali - di puntellare il loro no, strizzando l'occhio a Forza Italia e a quella parte di Pd che mal sopporta un certo giustizialismo grillino. Per spazzare via i dubbi della sinistra e gli attacchi della destra, che giudica incostituzionale il decreto e si scaglia, con Mariastella Gelmini, contro "l'ergastolo processuale", Riccardo Fraccaro parla della contestatissima norma come "una conquista di civiltà".
E Bonafede chiarisce in cosa consista la seconda mediazione di Conte: "Sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio in caso di condanna". Se poi in appello c' è l' assoluzione, la persona che in primo grado era stata condannata "recupera i tempi di prescrizione".
di Claudia Morelli
Italia Oggi, 8 febbraio 2020
Il dato fornito dal presidente dell'Ordine di Roma al convegno sulla giustizia predittiva. Sono più che quadruplicate le cause per responsabilità civile degli avvocati per errori materiali sul processo civile telematico. Da 70 cause all'anno si è passati a 300-400. Non si tratta di negligenza e tanto meno di imperizia, ma di errori materiali di "distrazione".
Sono più che quadruplicate le cause per responsabilità civile degli avvocati per errori materiali sul processo civile telematico. Da 70 cause all'anno si è passati a 300-400. Le cause? Non si tratta di negligenza e tanto meno di imperizia, ma, appunto, banalmente di errori materiali di "distrazione" da parte dei legali anche solo nella scelta del file da depositare tramite il Pct. Una evenienza non coperta dalle tradizionali polizze assicurative, spesso distratte sui temi di innovazione, dal più banale al più complesso, come per esempio quello della cyber security della banca dati dello studio legale. Il dato è stato riferito ieri dal presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti, in occasione del convegno organizzato dai giovani avvocati di Aiga e da Fondazione Tommaso Bucciarelli "Giustizia Predittiva: intelligenza artificiale, processo, dati". Esso proviene dalla XIII sezione civile del tribunale di Roma, che si occupa di responsabilità civile. "L'avvocatura deve ragionare su questi aspetti. L'innovazione pone anche un problema di formazione, che deve essere affrontato", ha detto Galletti. D'accordo il presidente Aiga: "Un nuovo ciclo di studi in giurisprudenza e la formazione sono nel programma Aiga del prossimo futuro", ha evidenziato Antonio De Angelis.
Vista in prospettiva digitale e di applicazione di sistemi di intelligenza artificiale alla giustizia e alla attività legale, peraltro, la questione della responsabilità da parte di magistrati e avvocati nel caso di utilizzo di tool e piattaforme assume altri e più delicati aspetti; esattamente come quella "democratica" della conoscibilità, tracciabilità e imputabilità dei processi automatizzati di decisione, come è emerso approfonditamente dall'evento.
"Aiga vuole inaugurare un percorso di approfondimento e di formazione su questi temi, anche multidisciplinare", ha indicato Valentina Billa, componente del comitato direttivo e coordinatrice dei lavori. Il progetto sarà condotto da Aiga e dalla Fondazione Bucciarelli, presieduta da Giovanna Suriano.
Il presidente del Cnf, Andrea Mascherin, ha detto di temere la "smaterializzazione del processo. Va salvaguardata la dialettica e la prossimità della giurisdizione". Mentre Giovanni Malinconico, presidente dell'Organismo congressuale forense, ha focalizzato la sfida: "L'algoritmo processa dati. L'avvocatura dovrà spostare il fulcro di analisi dalla sola norma anche al dato e al processo".
La centralità del dato, ossia del documento giuridico/giudiziario almeno in un primo momento, è stata evidenziata da Claudio Castelli, presidente della Corte d'appello di Brescia, che sta conducendo una istruttoria per una banca dati intelligente: "Tra le altre necessità, è fondamentale che i dati inseriti siano certificati e completi. Io credo in un progetto pubblico, nel quale siano caricare tutte le sentenze emesse anonimizzate, accessibile non solo agli operatori ma anche agli utenti". Per ora, però, i progetti istituzionali di ministero della giustizia e del Consiglio superiore della magistratura si sono indirizzati in altre direzioni, anche se va detto che a via Arenula è in corso un processo di reingegnerizzazione dei sistemi che ruota (dovrebbe) attorno alla condivisione dei dati.
Enzo Maria Le Fevre Cervini ha portato il punto di vista Ocse, raccontando alcune esperienze pubbliche sud americane, paradossalmente (verrebbe da commentare) molto attente alla tutela dei diritti: "Prometeia è un tool che opera nel settore giustizia ma progettato con whitebox, senza storage di dati e senza sostituzione del giudice". Il tema della sostenibilità digitale è complesso. Alcune aziende lo affrontano anche dal punto di vista educativo. Per esempio la società di data science Energy way. Si può, quindi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
"Serve a poco che un condannato in primo grado possa vedere ricalcolata la prescrizione in caso di condanna in appello perché il giudizio di secondo grado continua a non avere un limite di durata". Sentite Giovanni Guzzetta. Costituzionalista e avvocato, anche se c'è chi per questo tenderebbe ad escluderlo dal novero degli interlocutori credibili.
Certo Guzzetta, professore a Tor Vergata, è tra i docenti di Diritto costituzionale più apprezzati del Paese, ed è conteso fra giurisdizioni di ogni tipo, Consiglio di Stato incluso, quale componente di organi di garanzia e autogoverno, ma ha avuto anche il coraggio di condurre battaglie davvero solitarie, come quelle per i referendum maggioritari. Quindi, tutto si può dire ma non che il professor Guzzetta cerchi di salire su carri più o meno vincenti.
"Partiamo da una premessa logica, prima che tecnica: l'argomento che la prescrizione infinita si giustifichi perché si farà una riforma acceleratoria del processo che la disinnescherà è palesemente contraddittorio. Perché delle due l'una: o si ritiene che la riforma del processo sarà così efficace da rendere inutile la riforma della prescrizione, e allora perché farla?", si chiede più che sensatamente Guzzetta. "Oppure si teme che, quale che sia la possibile accelerazione, nessuno possa garantire che i processi si concludano in tempi sufficienti. Ma allora, scusate, è davvero contraddittorio dire che la giustificazione della prescrizione eterna è nella riforma penale prossima ventura".
Ecco, professore: sul piano della coerenza ci sono molte falle. Eppure l'idea di fondo a cui il governo si ispira sulla giustizia potrebbe in realtà esserci: offrire al pm tutti gli strumenti possibili per veder confermata la propria supposizione accusatoria, a costo di sacrificare tutto il resto...
Partiamo dalla prescrizione. Dalla natura dell'istituto. Risponde alla seguente domanda: fino a che punto è giusto lasciare un cittadino sospeso ai tempi della giustizia? Finora si è ritenuto di bilanciare il suo interesse a non essere sotto processo a vita con quello dello Stato a perseguire i reati. Ora il primo valore è annullato. E forse non se ne considerano le conseguenze.
A cosa si riferisce?
Agli effetti extra penali: restare sotto processo a tempo indeterminato compromette reputazione, attività professionale, serenità familiare.
Conte, o Bonafede, le obietterebbero: l'ultimo lodo ha cambiato le cose, non è vero che si rischia il processo infinito perché in caso di assoluzione in appello la prescrizione si ricalcola normalmente...
Innanzitutto ci troveremo di fronte a una disparità di condizione tra chi in primo grado è assolto è chi è condannato. Il che pone diversi problemi di legittimità costituzionale.
Nonostante le modifiche apportate dal lodo bis?
Sì, a mio parere. Innanzitutto perché la prescrizione provvede, per sua natura, a stabilire un termine entro il quale lo Stato può perseguire un crimine a prescindere dall'innocenza o dalla colpevolezza della persona accusata. È così, è la logica dell'istituto. Perciò far rilevare, ai fini della prescrizione, un accertamento provvisorio immette nell'istituto una logica di irragionevolezza. E si viola così il principio di ragionevolezza sancito all'articolo 3 della Costituzione. A questo si aggiunge, com'è evidente, una lesione della presunzione di non colpevolezza.
I sostenitori del lodo dicono: una condanna in primo grado attenua quella presunzione...
Non è affatto così. La presunzione di non colpevolezza non è un principio graduato. Così come non si può essere mezzi incinti, o si è presunti innocenti o non lo si è. La presunzione a metà non esiste.
E siamo al secondo profilo di incostituzionalità, ex articolo 27...
Il terzo? Eccolo: se lo schema resterà quello rappresentato nelle ultime ore, con il blocco della prescrizione in caso di condanna, finirà che un colpevole assolto in primo grado godrà di una situazione più favorevole rispetto a un innocente che in primo grado è condannato per errore. Il colpevole assolto infatti può veder maturare la prescrizione, l'innocente condannato non può vederla maturare.
Conte e Bonafede le ribatterebbero: sì, ma chi ha subito in primo grado una condanna ingiusta poi tanto recupera tutto il tempo di prescrizione perduto, in caso di assoluzione in appello.
Sì, peccato però che non sia previsto un limite di tempo, al giudizio di appello.
Ecco...
Quindi un condannato in primo grado può stare sotto processo in appello anche dieci anni. E le assicuro che non è un'ipotesi di scuola. Torniamo alla domanda che fa da presupposto all'istituto della prescrizione: quanto tempo è legittimo che un cittadino innocente resti sotto la spada di Damocle della giustizia?
Chiarissimo...
Vede, siamo allo snodo. E qui che la posizione di chi è garantista si divarica dal giustizialismo. Perché dal primo punto di vista, bisogna innanzitutto tutelare un innocente dal rischio che una norma possa consegnarlo a una condizione di sofferenza eccessiva. Dal punto di vista dei giustizialisti pur di perseguire un colpevole è giusto sacrificare la possibilità di tutelare un innocente.
In effetti Bonafede dice: abbiamo eliminato gli spazi di impunità...
Dovrebbe dirci un'altra cosa: quanti sono i condannati in primo grado che vengono riconosciuti innocenti in appello, o addirittura in Cassazione? Non ce lo si dice, forse, perché se l'opinione pubblica comprendesse il rischio di vedere condannati degli innocenti ci sarebbero meno persone favorevoli alla prescrizione infinita.
Ma se la sente di scommettere su una bocciatura del lodo Conte da parte della Consulta?
Non ha senso fare pronostici. Però posso dire, da avvocato, che se un cliente mi chiedesse di difenderlo davanti alla Corte costituzionale con gli argomenti sopra ricordati, riconoscerei che si tratta di argomenti con una notevole dignità.
Il presidente del Cnf Mascherin chiede che un tavolo aperto da Bonafede anche all'opposizione disegni una riforma penale capace di sopravvivere ai cambi di governo... Proposta sensatissima, come pure lo è un'altra di Mascherin: testare prima un'eventuale riforma penale per verificare se davvero è necessario intervenire sulla prescrizione. Sono d'accordo, certo, anche sulla necessità di superare un certo carattere della legislazione che, d'altronde, è generalizzato: la iteratività nevrotica, causidica, l'incapacità di sciogliere i nodi in modo sistemico. Con un approccio analitico ci accorgeremmo di quanto pesi l'obbligatorietà dell'azione penale, del rischio che con la nuova prescrizione il giudice sarà condizionato, perché sa che dalla sua sentenza dipende anche la possibilità che il reato si prescriva. Ma evidentemente è più comodo condurre battaglie ideologiche sulla pelle dei cittadini e delle persone offese, per qualche percentuale di consenso in più.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 8 febbraio 2020
L'ex presidente dell'Anm: "Toghe garanti del rispetto dei tempi, è ingiusto. Passeremo il nostro tempo a scrivere relazioni per il servizio ispettivo".
Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Anm, oggi alla guida delle toghe progressiste riunite in "Area", ritiene che il Lodo Conte bis funzionerà nelle aule di tribunale?
"Vedremo. Gli aspetti tecnici potranno essere rivisti fino all'ultimo dal legislatore. Mi sembra presto parlare di come questa nuova prescrizione si inserirà nel sistema processuale. Non mi sento di arruolarmi in nessuna tifoseria. È un sistema come tanti altri... Bisognerà piuttosto ragionare sulle compatibilità costituzionali. C'è chi dice che è prerogativa del Parlamento trattare diversamente situazioni diverse quali sono un condannato o un assolto, in primo o in secondo grado. Premessa la regola generale della presunzione di non colpevolezza, se c'è stata una assoluzione in primo grado potrebbe avere un senso un regime mite; viceversa, con una condanna, seppure in primo grado, che è comunque una previsione di responsabilità, ancor maggiore se ribadita in secondo grado, avrebbe senso un trattamento severo. Sappiamo bene, però, che secondo alcuni giuristi questo trattamento differenziato violerebbe il principio di uguaglianza. Io dico che è materia del legislatore e sicuramente sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi, perché è scontato che lì si finirà. Ma in questo Lodo Conte bis c'è qualcosa che proprio non va, un atteggiamento inaccettabile nei confronti di noi magistrati".
Ovvero? Che cosa vi ha indispettito?
"Già nel meccanismo di questa nuova prescrizione, si prevede che il magistrato debba fissare le udienze secondo tempi prescritti, altrimenti scatta il procedimento disciplinare. Lo stesso accadrebbe per il rispetto delle fasi del processo. Alla fine, tutta l'architettura di questa riforma su cui i tre partiti di maggioranza hanno trovato il loro accordo, finisce sulle nostre spalle. Siamo noi a dover garantire il rispetto dei tempi. E ciò a dispetto di tutte le disfunzioni della giustizia che non sono certo una nostra responsabilità. Non è giusto. E non è neppure leale. È il governo, attraverso il ministro della Giustizia, che deve garantire il funzionamento, attraverso investimenti, personale, logistica, strumentazione. Invece la politica trova la comoda scappatoia di fare apparire noi dei pelandroni, ci lascia con il cerino acceso, e si scarica la coscienza di fronte all'opinione pubblica".
Vi siete arrabbiati sul serio, sembra...
"Guardi, se vogliono, perché allora non decidono che dalla settimana prossima i treni per andare da Roma a Milano devono impiegare un'ora e mezzo? E se il macchinista non ci riesce, lo licenziamo. Voglio spiegare in poche parole che cosa accadrà, in concreto: i magistrati, sapendo che è impossibile rispettare tempi decisi a tavolino, dedicheranno buona parte delle loro energie a premunirsi contro i procedimenti disciplinari. Ogni volta che ci sarà uno sforamento, e in un grande tribunale potrebbe accadere cinquanta, sessanta, cento volte a ciascuno di noi, passeremo qualche pomeriggio, finita l'udienza, non a scrivere le sentenze, ma a scrivere le relazioni per il servizio ispettivo. E la dovremo scrivere perbene, ristudiando i fascicoli, per sottolineare date e passaggi. Ci vorranno cinquanta, sessanta, cento pomeriggi, forse il doppio, a scrivere relazioni e non sentenze. State pur certi che i tempi della giustizia si allungheranno, non il contrario".
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 8 febbraio 2020
La riforma della prescrizione approvata dal precedente governo ed entrata in vigore il primo gennaio scorso ha scatenato un duro scontro nella maggioranza, mettendo a rischio la tenuta dell'attuale governo. Nonostante il clamore suscitato, il provvedimento risulta conosciuto da meno di un italiano su due: in particolare, solo il 5% dichiara di conoscerlo nel dettaglio e il 40% nelle sue linee generali. Per converso il 36% ne ha solo sentito parlare e il 19% ignora la questione.
In generale le opinioni sulla prescrizione sono piuttosto nette, infatti il 57% ritiene si tratti di un provvedimento che spesso consente ai colpevoli di evitare la condanna e propende per l'eliminazione o l'allungamento affinché si giunga a sentenza, evitando l'estinzione del reato; al contrario solo il 20% considera la prescrizione una garanzia per gli imputati, in assenza della quale rischiano di rimanere sotto processo per un tempo molto lungo e all'incirca uno su quattro (23%) non si esprime in proposito.
Siamo di fronte alla consueta contrapposizione tra giustizialisti e garantisti, una delle tante fratture che attraversa il nostro Paese. Tra coloro che conoscono la riforma promossa dal ministro Bonafede, nonostante i primi continuino a prevalere (59%) si registra un significativo aumento dei secondi che salgono al 34%. Con l'eccezione degli elettori di Forza Italia e Fratelli d'Italia, che nell'insieme appaiono divisi a metà (44% garantisti e 43% giustizialisti), tra tutti gli elettorati prevale nettamente l'opinione di chi considera la prescrizione una sorta di scappatoia per i colpevoli, in particolare tra i pentastellati (76%), seguiti dai dem (65%).
Non stupisce quindi che prevalga il favore allo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Infatti, il 49% è del parere che il provvedimento restituisca la certezza della pena, dando maggior efficacia al processo, mentre il 25% è di parere opposto, ritenendo che possa determinare l'allungamento dei processi e una perdita di efficienza degli uffici giudiziari. La prima opinione prevale tra tutti gli elettorati, sia pure con accentuazioni diverse, più elevate tra gli elettori del M5S (di cui è espressione il ministro Bonafede, promotore del provvedimento), con il 64% di consenso, più contenute tra i leghisti (50%), che pure facevano parte della maggioranza che varò la riforma.
Le opinioni sono dunque molto nette perché è diffusa la preoccupazione che i responsabili di gravi reati possano farla franca, rimanendo impuniti. E tra i gravi reati si annovera la corruzione: non a caso la riforma della prescrizione era contenuta nel disegno di legge denominato "Spazzacorrotti". Tenuto conto della dura contrapposizione all'interno della maggioranza tra Italia viva e M5S, in questi giorni viene da più parti evocata la possibilità che la vicenda possa sfociare in una crisi di governo. Ipotesi giudicata negativamente dal 32% degli italiani (76% tra i dem e 68% tra i pentastellati) e positivamente dal 26% (60% tra gli elettori dell'opposizione). Il dato più interessante è rappresentato dal 19% che ritiene che tutto sommato sarebbe meglio approdare a una crisi di governo, perché nonostante siano state fatte cose buone ormai le divisioni nella coalizione sono troppe. Insomma, l'indice di gradimento dell'esecutivo si mantiene su discreti livelli, come abbiamo riportato nel sondaggio della scorsa settimana, ma una quota dei sostenitori ritiene che a fronte di crescenti divisioni sia meglio dare un taglio.
D'altra parte, il tallone d'Achille di qualsiasi esecutivo è rappresentato dalla scarsa coesione delle forze che compongono la maggioranza: indipendentemente dal merito delle questioni, le divisioni interne condite da toni accesi e da ultimatum più o meno definitivi, sono considerate dai cittadini mere questioni di potere e un freno all'azione del governo. E i sistemi proporzionali, favorendo questa dinamica, rischiano di produrre coalizioni da molti considerate abborracciate.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
Il lodo Conte last-version: previsti solo lievi benefici. termini di estinzione bloccati per chi viene giudicato colpevole in primo grado, fermi per due anni dopo una prima sentenza di assoluzione.
Cosa cambia con il lodo Conte bis? Pochissimo. Verrebbe da prendere per buona una dichiarazione di Enrico Costa, il castigamatti di tutti i compromessi sulla prescrizione: "Il Pd sdogana la norma Bonafede e spera che nessuno se ne accorga". Al di là della componente emotiva introdotta dal deputato azzurro, la realtà è che, come lui dice, la sostanza è sempre la stessa.
Resta l'enorme rischio di diventare imputato a vita per chi è condannato in primo grado. Nel momento in cui un giudice ti dichiara colpevole, si spalanca dinanzi ai tuoi occhi il baratro del processo senza fine. Non c'è alcun meccanismo tassativo, infatti, che garantisca un tempo di celebrazione ragionevole, e soprattutto certo, determinato, alla fase d'appello. Può durare potenzialmente all'infinito. L'effetto concreto del lodo Conte bis è questo.
Non c'è alcuna concreta tutela per quei malcapitati che si trovassero un domani da innocenti a incappare in una sentenza sbagliata in primo grado. Si prevederanno risarcimenti più veloci e congrui. La possibilità per le difese di reclamare la fissazione dell'appello passati due anni senza che sia accaduto nulla. Ma poi si faranno i conti col carico sovrabbondante delle pendenze, destinato a moltiplicarsi proprio per il venir meno della prescrizione, come spiegato dal presidente della Cassazione Giovanni Mammone. Di sicuro nessuno potrà restituire, all'innocente condannato per sbaglio, la vita portata via dall'angoscia di un ingiusto permanere in stato d'accusa. Nessuno. Inoltre.
Si sottovaluta l'effetto psicologico che un simile meccanismo produce fin da subito. Qui vacilla pesantemente la tesi più volte accreditata dal ministro Bonafede secondo cui gli effetti della sua prescrizione si sarebbero materializzati solo fra 4 o 5 anni. Non è così per motivi tecnici, perché oltre alle condanne nel processo di primo grado ci sono anche i decreti penali di condanna emessi dal giudice direttamente al termine della fase preliminare, quindi potremo avere i primi "blocchi" della prescrizione già tra non molti mesi.
Ma a parte questo, l'effetto vero, tanto immateriale quanto reale, per dirla coi filosofi, è sia psicologico sia pratico rispetto all'esercizio della difesa. È chiaro infatti che per chi oggi, domani, tra quindici giorni (o anche per chi lo fosse stato in questi prima 40 giorni dell'anno) si trovasse indagato, si squaderna da subito la prospettiva da incubo di cui sopra. Si squaderna da subito, non da qui a qualche anno quando si sarà celebrato il processo di primo grado.
Perché fin da ora l'indagato saprà che nella malaugurata ipotesi di un rinvio a giudizio potrebbe iniziare per lui l'angoscioso cammino verso il tunnel della durata incerta. In caso di condanna in primo grado, magari ingiusta, inizierà una fase d'appello senza limiti. E questo, com'è inevitabile, condizionerà pesantemente la vita delle persone, le loro attività economiche sia libero imprenditoriali sia impegatizie, la loro strategia difensiva, le loro scelte sul procedimento, loro e dei loro difensori. C'è bisogno di aggiungere altro?
Il meccanismo esatto del lodo. Eccolo. Lo ha spiegato Bonafede ieri: dopo una condanna in primo grado, il decorso della prescrizione sarà abolito.
In caso di assoluzione in appello, riprenderà a decorrere. E anzi, verrà reimmesso nel calcolo tutto il tempo durante il quale il "cronometro" della prescrizione era stato fermato. In tal modo potrebbe anche verificarsi che l'estinzione del reato arrivi subito, magari dopo pochi giorni, e che perciò, in caso di ricorso in Cassazione da parte del pm, la Suprema corte dichiari l'intervenuta prescrizione.
In caso di assoluzione in primo grado, basta il ricorso in appello del pm per far sospendere il decorso della prescrizione. Stop ai cronometri per 24 mesi. Se in appello si è assolti, la prescrizione ricomincia a decorrere, e anche qui viene reimmesso nel calcolo il tempo durante il quale il cronometro era stato stoppato. Se invece un assolto in primo grado viene condannato in appello, la prescrizione si blocca di nuovo. La logica è chiara: quello che conta è che il pm possa provarle tutte, pur di arrivare a una condanna.
di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 febbraio 2020
La popolazione carceraria della Casa circondariale barese è ai limiti del trattamento considerato "disumano" dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo. La dichiarazione, dura e inclemente, arriva dal procuratore generale presso la Corte di Appello, Annamaria Tosto, in visita nella Casa Circondariale. Il primo dei problemi è proprio il sovraffollamento, incompatibile con la finalità rieducativa della pena: il carcere ospita oggi 460 detenuti, a fronte di una capienza di 299 presenze.
L'Osservatorio di Antigone, l'associazione onlus che svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà, riferisce che, al 30 settembre 2019, i detenuti presenti nel carcere erano 453, su una capienza di 299 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 147,8%. Costretti in spazi angusti, in celle con 3 o 6 posti letto a castello. Malgrado l'impegno della direzione, del personale amministrativo e della polizia penitenziaria, i problemi di un istituto penitenziario complesso come il "Francesco Rucci" sono strutturali.
Senza dimenticare che si tratta di una casa circondariale di primo livello, con diversi circuiti penitenziari, nei quali sono ospitati detenuti appartenenti a clan contrapposti, motivo per cui esistono due diverse sezioni per allocarli, sia per l'Alta che per la Media Sicurezza. Al sovraffollamento si aggiunge la necessità di creare un reparto di medicina protetta. Il Rucci, infatti, ospita detenuti provenienti anche da altre carceri perché bisognosi di cure specialistiche. Ora, è inconcepibile che un centro clinico penitenziario con 24 posti letto possa tener testa a 11.000 visite specialistiche effettuate all'interno dell'istituto e altre 1.250 all'esterno (dati del 2018).
I detenuti vengono trasferiti volta a volta nei poli sanitari del territorio disponibili; in caso di ricovero, piantonare i detenuti comporta un impegno che grava sulle già esigue risorse di Polizia penitenziaria. Per questo il procuratore ribadisce l'urgenza di creare un reparto di medicina protetta all'ospedale San Paolo, così come disposto da una delibera della giunta regionale che ha trasferito il reparto penitenziario dal policlinico alla Asl.
"Da tempo anche l'associazione Antigone lamenta criticità e stato di emergenza in cui versa la casa circondariale di Bari - rincara Maria Pia Scarciglia, presidente Antigone Puglia e responsabile dello sportello interno al carcere - agli spazi inadeguati corrisponde un sovraffollamento disumano, appunto. Al policlinico c'è un "gabbiotto" - spiega - con soli 10 posti letto per i detenuti degenti. E solo due agenti di polizia penitenziaria.
Purtroppo l'impegno del direttore del carcere, Valeria Pirè, e del dirigente sanitario, Nicola Buonvino, si scontra contro inadeguatezze organizzative che mi auguro siano affrontate e risolte una volta per tutte". La risposta della direzione generale Asl allo stato di criticità lamentato prima di tutto dal procuratore non si fa attendere: il progetto preliminare è stato già inviato al Provveditore per l'amministrazione penitenziaria per la condivisione e approvazione. Sono stati individuati i locali destinati ad ospitare il nuovo reparto del San Paolo e in corso le operazioni di ricollocazione, con la priorità al completamento di un nuovo reparto di Psichiatria.
Tra gli interventi all'interno della Casa Circondariale, il potenziamento dell'apparecchiatura diagnostica attualmente presente, grazie alla installazione imminente di un telecomandato digitale, un sistema che consente la trasmissione in remoto degli esami, utile per evitare o diminuire i frequenti spostamenti di detenuti.
La chiusura dei lavori relativi è prevista tra 60 giorni. La dotazione diagnostica del Carcere sarà infine arricchita da un nuovo Opt (Ortopantomografo) installato anche questo a breve. Tutto questo, oltre a rispondere alle più recenti disposizioni normative in materia di assistenza sanitaria alla popolazione detenuta, consentirebbe una razionalizzazione del servizio, minori costi di gestione, garanzia della salute e della dignità del detenuto nonché delle condizioni lavorative del personale e degli operatori in genere.
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