di Eleonora Camilli
redattoresociale.it, 7 febbraio 2020
Il Viminale cerca di rimediare al taglio dei 35 euro voluto dall'ex ministro Salvini, ma non interviene sui servizi di integrazione. Associazioni deluse. Miraglia (Arci): "Intervento peggiorativo, ai bandi si può partecipare anche senza esperienza". Capitani (Oxfam): "Non vediamo un cambio di rotta". Il Viminale prova a ricucire sul fronte accoglienza: dopo il taglio ai famosi 35 euro pro capite pro die voluto dall'ex ministro Matteo Salvini durante il primo governo Conte. Un intervento che ha causato una vera fuga dai bandi indetti dalle prefetture, da parte degli operatori del Terzo Settore.
Tramite una circolare, il ministero ha annunciato ieri un incremento del 10-15 per cento della quota per migrante ospitato. La cifra giornaliera, dunque, aumenterebbe di poco arrivando a circa 23-24 euro, non si tratta di un ritorno alla quota originaria dei 35 euro. Il Viminale ammette che la modifica si è resa necessaria dopo che, con una quota pari a circa 19/21 euro, in diverse province italiane i bandi sono andati letteralmente deserti e ora i posti per l'accoglienza dei migranti scarseggiano. La modifica, però, delude le organizzazioni che non solo non vedono un reale cambio di rotta, ma considerano alcune parti della circolare emessa ieri fortemente peggiorative della situazione attuale.
Nessun intervento sui servizi di integrazione. "Innanzitutto non siamo di fronte a una modifica del capitolato ma a una sua interpretazione, che cerca di allargare un po' il prezzo della base d'asta - sottolinea Filippo Miraglia, di Arci Nazionale. Il problema è che non si parla dei servizi offerti, noi abbiamo rinunciato ai bandi per i centri di accoglienza straordinaria (Cas, ndr) perché ci rifiutiamo, come altre cooperative, di offrire un servizio di mero albergaggio.
Questo ha messo in difficoltà il Viminale: si sono trovati nell'impossibilità di fare accoglienza in più della metà delle province italiane perché nessuno partecipa. Siamo stati anche sollecitati direttamente ma abbiamo ribadito che alle condizioni date non saremmo tornati indietro. Ora questa circolare di fatto per noi non cambia niente: non vengono messi fondi sui servizi di integrazione, ma si esplicita che si può alzare di poco la cifra per i servizi già previsti nel capitolato che sono quelli di assistenza sanitaria e di vigilanza". Nella circolare inviata ai prefetti il ministero spiega che l'aumento può essere previsto anche per adeguare la cifra relativa all'affitto degli immobili.
Se gare deserte, anche chi è senza esperienza può fare accoglienza. Gli operatori del settore che lanciano l'allarme anche su alcuni dei rischi conseguenti alla comunicazione diffusa ieri. "Rileviamo in particolare un elemento peggiorativo nel capitolo A2 della circolare: nel caso in cui la gara vada deserta o non evasa completamente, le prefetture possono escludere alcune delle condizioni di accesso alla gare, anche quelle più stringenti, per esempio possono eliminare i 3 anni di esperienza nel settore: da ciò che sappiamo in alcune province alcune prefetture hanno aperto già a operatori senza esperienza, come albergatori e titolari di bed and breakfast - aggiunge Miraglia -. Non solo ma si sta lentamente eliminando anche la condizione minima tra numero dei migranti accolti nei centri e numero di abitanti nei comuni, che dovrebbe essere pari a 2, 5 per mille. Il rischio è che si favoriscano i grandi centri anche nei piccoli comuni. In generale la nostra posizione resta critica, ci rifiutiamo di sposare una logica di accoglienza che non contempli servizi di integrazione ed è, invece, di mero parcheggio".
Operazione di maquillage che non cambia nulla nel concreto. Anche per Giulia Capitani, policy advisor su accoglienza e crisi migratoria di Oxfam Italia il giudizio è negativo. "Da una parte apprezziamo che si sia cercato di mettere mano a uno degli aspetti più negativi degli interventi portati avanti nel primo governo Conte, ma dobbiamo rilevare che nella sostanza non cambia nulla - afferma -. Viene esplicitato nella circolare che i bandi sono andati deserti e solo per questo si è pensato di intervenire. Non si indica nessun cambio di passo culturale.
Oltre a questo ci sono delle parti allarmanti: di fatto l'unico aumento reale di cui si parla è relativo all'adeguamento dei costi di locazione, non vengono menzionati i servizi di integrazione, non si parla dei corsi di italiano. In generale - aggiunge Capitani - stiamo parlando di cifre piccole che non consentono di intervenire su chi vuole fare accoglienza diffusa, ma che agevola i grandi centri. Pur di ottenere la massima adesione ai bandi si deroga alla possibilità di avere un servizio di qualità, ammettendo anche chi è senza esperienza nel settore".
Anche Oxfam contesta l'intervento sulla spesa per il servizio sanitario e sulla vigilanza che "serve alle grandi caserme non in un centro di accoglienza". "Aspettavamo un cambio di passo in questo governo - conclude Capitani - ma per ora non lo vediamo".
di Edoardo Sylos Labini
Cultura Identità, 7 febbraio 2020
Il voto sulla Prescrizione è un passaggio importante per il futuro della maggioranza... tutto dipende da voi di Italia Viva?
Non dipende da Italia Viva, o almeno, non solo: dipende dalla coerenza e dal senso di responsabilità che la politica deve tirare fuori in questo momento, mettendo da parte le ideologie. Noi stiamo facendo quello che è il nostro lavoro: stiamo dando la nostra impronta riformista al governo, cercando di evitare che la deriva giustizialista si mangi il buon senso. La politica non può piegarsi al populismo, deve governare dando risposte. Non si può cedere all'idea che un innocente possa andare in carcere o che un cittadino possa portarsi il peso di un processo sulle spalle tutta la vita. Serve una battaglia culturale in nome del garantismo che si opponga a tutto questo. Noi semplicemente, portiamo avanti questa idea sempre: invece dell'obbrobrio firmato da Bonafede e Salvini chiediamo di tornare alla riforma Orlando. Cosa che dovrebbe fare anche il Pd,
se non altro per coerenza.
Al contrario di molti suoi ex compagni di partito lei non è mai stato giustizialista, cosa le è scattato dentro quando ha vissuto la gogna mediatica del processo alla sua famiglia?
Non lo auguro a nessuno. E sto dalla parte di chi ci è passato, di chi lo vive ancora ogni giorno. Io ho scelto di rispondere colpo su colpo, con gli strumenti della giustizia, perché ci credo davvero ed ecco perché sulla prescrizione non cediamo: ne abbiamo visti troppi di innocenti in carcere e di gogne mediatiche che hanno distrutto la vita delle persone, prima, durante e dopo un processo.
Ha visto Hammamet di Amelio? Dov'era il giorno delle monetine dell'Hotel Raphael?
La stagione di Craxi mi ha toccato ai limiti dell'adolescenza, quindi ne ho avuto un impatto più ragionato nel tempo: ero un ragazzo ai tempi delle monetine, anche se già molto interessato alla politica. Però ho capito che in Italia i lutti durano troppo a lungo e che dovremmo imparare a fare conti più rapidi con la nostra storia. Di Craxi c'è sicuramente da salvare la lezione riformista, e anche se la sua fine non è stata quella che si dice una bella uscita di scena, credo che vent'anni siano un tempo sufficiente per elaborare un pensiero più razionale. II passato non deve essere sempre una terra straniera.
Neanche Berlusconi ha rottamato i comunisti come ha fatto lei in questi anni, non crede che sia arrivato il momento di fare outing dicendo che Italia Viva non si riconosce nella sinistra italiana?
Italia Viva si riconosce nel riformismo, nella politica che risolve i problemi e che guarda alla crescita e il futuro. Se la sinistra è quella di Obama, di Blair o di Clinton io sono di sinistra. Se è quella di Corbyn. Sanders o Melenchon allora no, non sono di sinistra.
Dica la verità... Verdini che ha fatto il pontiere per il Patto del Nazareno ora continua a farlo tra lei e Salvini?
Verdini è stato un protagonista del patto del Nazareno ma non ha alcun ruolo nel rapporto tra me e Salvini. Che peraltro è ben diverso da quello che avevo - sulle riforme - con Berlusconi. Parlando di politica estera, Trump a Davos cita l'Italia solo per parlare della bellezza di Firenze, ma il governo italiano dov'è? Che fa? Qual è la sua posizione nei più importanti scenari internazionali? Che l'Italia debba ritrovare un ruolo centrale in Europa e nel mondo è talmente palese che dirlo è un'ovvietà. Abbiamo affrontato la questione libica come se non volessimo disturbare, come se non ci rendessimo contro dell'importanza che ha per noi il Mediterraneo, consegnando le chiavi della zona più calda del mondo a Erdogan. E ora vedo in Europa la stessa timidezza nei confronti della Brexit. Boris Johnson è uno che ci sa fare, l'ho visto all'opera quando lui era sindaco di Londra e io di Firenze: se l'Europa adesso non alza la voce rischiamo di essere travolti dal dinamismo finanziario inglese. Dopo 4 anni di immobilismo mi aspetto di tutto: shock fiscali, campagne e accordi commerciali, non possiamo stare fermi a guardare. È ora di svegliarsi.
Lei che ha fatto politica fin dai tempi del liceo Dante di Firenze, dov'era rappresentante di Istituto, come giudica contenuti e comunicazione delle Sardine?
Le Sardine hanno riempito le piazze. Ma la differenza l'ha fatta il buon governo di Bonaccini. In Emilia Romagna ha vinto il riformismo, non il populismo.
Ora che Vito Crimi ha sostituito Di Maio nel MSS, e visto che in passato si è battuto per togliere i finanziamenti pubblici ai giornali, come lo mettiamo l'allargamento del Bonus Cultura per l'editoria chiesto giustamente da lei?
Noi chiediamo di estendere una misura che ha permesso ai nostri giovani di avere dei soldi da spendere in cultura anche ai contenuti digitali a pagamento. In pratica chiediamo di potenziare qualcosa che ha funzionato ed è stata apprezzata da tutti, seguendo quel principio originario venuto fuori come reazione al Bataclan: un euro in cultura, un euro in sicurezza.
Cosa prevede il piano Shock! per l'economia che lancia con il suo partito? Ma più che altro glielo faranno fare gli attuali alleati?
Questo governo adesso deve inserire la marcia giusta, quella della crescita e sbloccare i 120 miliardi fermi, aprendo subito i cantieri. In agosto ho fatto la mossa del cavallo, fermando Salvini e in Emilia Romagna questo stop è stato confermato. Abbiamo dato vita a un governo di emergenza, per bloccare l'Iva e le tasse, adesso deve andare in onda il secondo tempo di questo film, altrimenti non so che finale scriveremo da qui al 2023.
Matteo padre come racconta in poche parole l'Italia ai suoi figli?
Come la grande avventura che hanno davanti e che devono imparare a costruire ogni giorno, ognuno il suo, ciascuno secondo le proprie immense possibilità. Non parlo di sogni, ma di realtà. Di quell'Italia che guarda al futuro come una bella sfida, all'innovazione come un'occasione. Un'Italia che produce, lavora, inventa e cresce.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 6 febbraio 2020 n. 5037. Non può trincerarsi dietro la "buona fede" il titolare di un'armeria - nel caso di San Marino - che abbia venduto, per corrispondenza, 247 "pezzi" a persone residenti in Italia che avevano fornito false generalità e titoli di legittimazione contraffatti. La Cassazione, sentenza 5037/2020, ha così accolto, con rinvio, il ricorso del Procuratore generale della Corte di appello di Bari contro l'assoluzione del venditore, per non aver commesso il fatto, dal reato di associazione a delinquere e altri reati fine in materia di falso e violazione di disciplina delle armi.
Secondo la prima sezione penale la motivazione dell'assoluzione era "assertiva" e non faceva i conti con quanto già stabilito dalla condanna in primo grado. Secondo il Tribunale, infatti, l'imputato aveva certamente violato la legge n. 40 del 1991 del "Titano" che impone al venditore di armi di "verificare direttamente la reale identità personale degli acquirenti e destinatari delle armi e l'effettiva titolarità in capo agli stessi di validi titoli di acquisto rilasciati dalle competenti autorità italiane di pubblica sicurezza".
Il primo giudice aveva tratto la prova dell'inosservanza degli obblighi proprio "dalle false generalità (corrispondenti a quelle di persone fisiche inesistenti) spese dagli acquirenti, nonché dall'utilizzo, per eseguire gli ordinativi delle armi, di titoli di legittimazione contraffatti, realizzati modificando la scansione digitale del medesimo - originario - porto di fucile rilasciato (e poi revocato)".
Una serie di falsità dunque di cui l'imputato, "anche in ragione della sua qualità professionale di titolare di un'armeria, si sarebbe agevolmente reso conto se avesse controllato personalmente (come era tenuto a fare, specie a fronte del consistente numero di armi da fuoco nell'ordine di circa 250 unità cedute, ad apparente uso sportivo, sempre tramite i medesimi soggetti) gli originali dei documenti di identità e delle licenze di porto d'armi esibite in occasione degli acquisti". Col suo comportamento complessivo - prosegue la decisione - ha invece rivelato di "non aver mai conosciuto o incontrato di persona gli acquirenti, e di non aver mai esaminato in originale i loro documenti". La Corte di Appello di Bari dovrà dunque procedere a un nuovo giudizio relativamente però solo ai delitti fine dal momento che l'assoluzione per il reato associativo non è stata investita dal ricorso del Pg ed è così divenuta definitiva.
di Eduardo Savarese
Cultura Identità, 7 febbraio 2020
Tra populismo giustizialista e garantismo il tema si fa sempre più spinoso In tempi di populismo giustizialista, e di rinverdimento benemerito del garantismo, il tema della responsabilità dei magistrati è spinoso. Il populista vuole che il colpevole paghi e, se a sbagliare la sentenza è il giudice, paghi il giudice!
Il giustizialista, che è perfettamente puro e coerente, adora i magistrati, ma non può esimersi dal volere anche la loro testa, se necessario (vedi alla voce Robespierre). Il garantista vuole che il magistrato (soprattutto il pubblico ministero) che sbaglia indagini e mette iniquamente alla gogna l'innocente, ne risponda, con i propri soldi, e magari con la carriera. Giusto: chi sbaglia, paga. Ma cosa e a chi? Il problema di fondo della responsabilità civile (cioè, per risarcimento del danno) dei magistrati è un po' la sua natura di illusione infantilmente fumogena. Agevolare questa responsabilità con legge rischia di minare due capisaldi di un'attività giudiziaria degna dello Stato di diritto: l'autonomia e l'indipendenza.
Il diritto (e neppure la medicina...) non è una scienza esatta, e il diritto oggi è dannatamente difficile da gestire, sicché il margine di interpretazione aumenta, e con esso il rischio di sbagliare soluzione. Ma se devo decidere con la paura di sbagliare soluzione, la mia attività rischia di non essere liberamente soggetta solo alla legge, ma a calcoli di sottrazione dal risarcimento del danno e dalle sue tante minacce. Una funzione giudiziaria difensiva, come la medicina difensiva, rinnega se stessa (ed è un dramma poiché, quando funziona bene, è presidio di libertà e efficace risoluzione di conflitti per tutti).
Assicurarsi una facile responsabilità per danni dei magistrati è allora rischioso. Nel 2015, il Parlamento ha ampliato lo spettro delle ipotesi di responsabilità. Pretendere di più sarebbe dannoso e controproducente. Ma cerchiamo di vedere ora la luna, e non il dito. Il vero tema non è tanto "facciamola pagare ai magistrati che sbagliano!", quanto cercare di capire cosa davvero vogliamo far pagare, e a chi. Nel mirino c'è l'attività investigativa del pm, da un lato, quando si rivela totalmente sballata; dall'altro, le forme di superficialità e ignoranza nell'applicare le norme da parte del giudice civile e penale.
Solo in parte, questi errori sono "catturati" dalla legge sulla responsabilità civile del magistrato. Significa che si sbaglia impunemente? In parte no, perché l'impugnazione dei provvedimenti spesso consente di correggere gli errori; in parte, sì. E questa impunità non è un problema di risarcimento dei danni, ma ha una dimensione molto più vasta, è di sistema, e si chiama meritocrazia. La valutazione del merito, in magistratura, tende a latitare drammaticamente.
Di più: ci sono giudici che si massacrano di lavoro, e giudici che lavorano poco, giudici che stanno in territori difficili, e altri che vivono in lande tranquille, taluni in tribunali sovradimensionati e altri in tribunali sottodimensionati. Esiste una parolina magica che potrebbe fotografare quanto e come lavorano i magistrati in questo Paese: "standard di rendimento". Li introdusse una legge del 2006... ma nessuno li ha ancora definiti. E sono passati quattordici anni.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 febbraio 2020
La testimonianza in Commissione parlamentare d'inchiesta e l'appello della procura di Roma alle istituzioni. Fu senza dubbio un sequestro premeditato, quello di Giulio Regeni da parte dei servizi segreti egiziani. E il ritrovamento del corpo del giovane ricercatore, il 3 febbraio 2016 sulla strada da Alessandria al Cairo, fu "un fatto fortuito", niente affatto sicuramente voluto.
Il pm di Roma Sergio Colaiocco che è tornato ieri, insieme al sostituto Michele Prestipino, per la seconda tranche di audizione nella Commissione parlamentare d'inchiesta, continua ad elencare gli interrogativi rimasti senza risposta sul caso che lo stesso presidente della Commissione, Erasmo Palazzotto, definisce "non semplicemente giudiziario ma anche politico e diplomatico". Proprio per questo i magistrati chiedono una mano alle istituzioni. Da tempo, dicono, "siamo in attesa che l'autorità giudiziaria egiziana ci risponda alla rogatoria con tre richieste". Palazzotto promette ai pm "tutto il nostro sostegno".
Secondo la procura, prima di essere rapito Giulio fu per due mesi oggetto "né casuale né occasionale" dell'attenzione della National security, alla quale il ricercatore era stato denunciato come spia dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che voleva vendicarsi per non essere riuscito ad estorcere soldi al giovane italiano. Giulio venne "volutamente ucciso", non morì per conseguenza delle torture, e il suo corpo venne ritrovato solo per caso su una strada "costeggiata da muraglioni alti 3 metri, per chilometri".
Molti passi avanti nella ricostruzione della vicenda sono stati fatti anche senza l'aiuto delle autorità egiziane. Nel dicembre 2018, Colaiocco iscrisse sul registro degli indagati per sequestro di persona cinque ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Ma a pesare sono anche i silenzi del Kenya, che non ha risposto ad una rogatoria inviata da Roma, e "della tutor di Giulio a Cambridge, la prof. Maha Abdel Rahman, che non ha mai collaborato alle indagini".
Per la procura di Roma molto rilevante è la rogatoria del 28 aprile 2019 con le tre richieste. Il primo punto, riferiscono i pm, "riguarda riscontri sul fatto che il maggiore Sharif, uno dei 5 indagati, nell'agosto 2017 fosse a Nairobi dove avrebbe fatto riferimento alle modalità del sequestro di Giulio a una persona durante un pranzo poi ascoltato da una terza; il secondo riguarda l'elezione di domicilio degli indagati; il terzo i tabulati telefonici". La risposta non c'è, e va sollecitata.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 7 febbraio 2020
Una decisione del Tar di Bari potrebbe essere la svolta. Il regime delle interdittive, che ha massacrato il Sud e ha travolto il principio di libertà di impresa, potrebbe essere dichiarato illegittimo. Casi come quello della famiglia di Bruno Polifroni sono migliaia e costituiscono il banco di prova della libertà di fare impresa, della vita degli imprenditori e dei lavoratori, in definitiva della vita del Diritto nel nostro Paese.
La speranza che la situazione cambi giunge da una recente sentenza del Tar di Bari che può costituire un punto di svolta rispetto alla logica dell'emergenza che da trent'anni governa la vita politica, sociale ed economica nel nome di una guerra alla mafia che travolge tutto e tutti mangiandosi i principi basilari dello Stato di Diritto.
Per la prima volta infatti, un tribunale, il mese scorso, ha accolto un ricorso, curato dall'avvocato Pasquale Rinaldi, in materia di interdittive antimafia e ha rimesso alla Corte di Giustizia dell'Unione europea la questione della compatibilità della legge italiana con il principio del contraddittorio cosi come riconosciuto dal diritto dell'Unione. Un principio che certo riguarda il diritto di difesa nel processo ma che vale, secondo il Tar, anche "nei procedimenti amministrativi nei quali i destinatari di decisioni che incidono sensibilmente sui loro interessi devono essere messi in condizione di manifestare utilmente il loro punto di vista in merito agli elementi sui quali l'Amministrazione intende fondare la sua decisione". In altre parole non è tutto oro colato quello che dice la Prefettura.
Finalmente si scoprono gli altarini della cosiddetta antimafia costruiti a partire dai primi anni Novanta e in virtù dei quali è potuto accadere che lo Stato di Diritto si sia ridotto allo Stato dei Prefetti, dei sospetti e degli interdetti. È potuto accadere che centinaia di Comuni siano stati sciolti per mafia senza contraddittorio e per via di sole relazioni prefettizie.
È potuto accadere che a migliaia di imprenditori siano stati sequestrati i beni sulla base di semplici sospetti di infiltrazioni mafiose. È potuto accadere che altrettanti imprenditori siano finiti nella black-list e interdetti dal lavoro con la Pubblica amministrazione, senza contraddittorio in ragione di informazioni prefettizie. È accaduto che il sistema di prevenzione su cui si fonda la lotta alla mafia si è progressivamente sostituito al sistema penale, troppo garantista con diritto al contraddittorio e i suoi gradi di giudizio.
Un tempo si sarebbe detto che prevenire è meglio che reprimere ma oggi assistiamo ad una prevenzione che è più cieca e distruttiva della repressione stessa. Nella sentenza del Tar di Bari riecheggia il senso delle proposte di legge di iniziativa popolare del Partito Radicale volte a impedire le infiltrazioni mafiose nel sistema economico senza distruggerlo, a salvaguardare la continuità aziendale e amministrativa, a prevenire il crimine senza massacrare la vita delle persone, a combattere la mafia senza minare i principi dello Stato di Diritto e i diritti umani.
Confidiamo anche in questo caso, come avvenuto con l'ergastolo ostativo, che siano le Alte Giurisdizioni, in questo caso la Corte di Giustizia europea, a sciogliere quei nodi che il Parlamento non è in grado di affrontare. *Segretario Nessuno Tocchi Caino
piacenzasera.it, 7 febbraio 2020
"L'anno scorso abbiamo prodotto 30 quintali di fragole, tutte andate a ruba. Per il 2020 la volontà è triplicare questi numeri". Lo ha detto Fabrizio Ramacci, presidente della cooperativa sociale L'Orto botanico e responsabile di diverse attività di reinserimento lavorativo presso il Carcere di Piacenza, tra cui l'ultima in ordine di tempo - in partnership con l'Università Cattolica del Sacro Cuore - riguarda la coltivazione di fragole negli spazi esterni della casa circondariale.
"Attualmente - ha continuato Ramacci - nelle attività del progetto Ex Novo (così è stato chiamato il marchio dei prodotti del carcere di Piacenza, ndr) - sono regolarmente assunte 6 persone detenute. Una persona nell'attività della coltivazione degli ortaggi, in quella di falegnameria, tre nella coltivazione delle fragole. L'obiettivo per il futuro è allargarsi sempre di più, coinvolgendo un numero maggiore di detenuti e implementando la distribuzione. In tal senso vogliamo aprire un piccolo chiosco fuori dalle mura della casa circondariale".
Un primo passo in questa direzione verrà fatto con il convegno "Il carcere che produce", in programma l'11 febbraio, a partire dalle 9, presso l'Auditorium di Santa Maria della Pace a Piacenza (via Scalabrini). L'incontro è stato presentato nella mattinata del 6 febbraio dallo stesso Ramacci, insieme ad altri attori coinvolti nel progetto. "Sarà una mattinata intensa - ha evidenziato l'Assessore alle Politiche Sociali Federica Sgorbati - in cui verrà illustrato alla città il progetto Ex Novo, e ci sarà modo di confrontarsi anche con altre realtà e territori che sviluppano iniziative legate al coinvolgimento delle persone detenute".
"Il tempo speso nella detenzione deve essere riempito di senso, portare a riflettere su quanto si è fatto ma invitando anche a guardare anche al futuro - le parole di Brunello Buonocore dell'Asp Città di Piacenza, che presenterà uno degli interventi durante il convegno dell'11 febbraio, del quale ha detto: "Partendo da quanto si sta facendo a Piacenza si parlerà di economia carceraria, andando quindi alla scoperta delle tante esperienze che ci sono in Italia in questo campo: tra queste abbiamo scelto quelle della Cooperativa Sociale Calimero di Bergamo; della Cooperativa Sociale Nazareth Cremona di Cremona; di Store Freedhome di Torino e della Cooperativa Sociale Rio Terà dei Pensieri di Venezia".
"Il convegno - ha aggiunto il direttore della Casa circondariale di Piacenza, Maria Gabriella Lusi - sarà una bella occasione per mostrare la forza e l'efficacia di una rete territoriale che unisce carcere, istituzioni e risorse del territorio. Lavoro significa impegno, a maggior ragione in carcere, dove diventa fondamentale anche per l'acquisizione di competenze, la remunerazione, e per conferire all'esterno l'idea di un luogo che produce: l'obiettivo è quello di restituire alla società persone riabilitate".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 febbraio 2020
La Corte d'Assise di Roma motiva la sentenza di condanna dei quattro carabinieri. Per i giudici, i verbali mal stilati erano "funzionali alla cancellazione di qualsiasi traccia della vicenda". La condotta dei militari è "indiscutibilmente illecita e ingiustificabile". Stefano Cucchi stava bene, prima di essere arrestato la sera del 15 ottobre del 2009.
Ed è morto per le conseguenze delle gravi lesioni riportate in seguito al pestaggio subito. La violenza dei due carabinieri Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo è stata un'azione "palesemente dolosa e illecita che ha costituito la causa prima di un'evoluzione patologica alla fine letale". Non poteva essere più chiara, la Prima corte d'Assise di Roma presieduta da Vincenzo Capozza, nel motivare la sentenza del 14 novembre scorso con la quale sono stati condannati a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale i due militari che quella sera pestarono il giovane geometra romano fino a spezzargli la schiena.
E insieme a loro - poiché i documenti ufficiali stilati in caserma, a cominciare dal verbale di arresto di Stefano Cucchi, appaiono, scrivono i giudici, come "una sagra degli errori" - vennero condannati per falso anche Francesco Tedesco (30 mesi di reclusione), il carabiniere coimputato che nel corso del processo bis è diventato il testimone chiave delle torture, e il maresciallo Roberto Mandolini che allora era comandante della stazione Appia, condannato a 3 anni e 8 mesi e interdetto dai pubblici uffici per 5 anni.
Appurata l'"inconsistenza della tesi della morte per Sudep (epilessia improvvisa, ndr), mera ipotesi non suffragata, anzi smentita, da alcuna evidenza clinica", e confermata la "condizione di sostanziale benessere" di Stefano fino al momento dell'arresto, la corte ritiene evidente come l'"azione lesiva inferta da taluno" abbia generato "molteplici e gravi lesioni, con l'instaurarsi di accertate patologie che hanno portato al suo ricovero e da lì a quel progressivo aggravarsi delle sue condizioni che lo hanno condotto alla morte".
Contrariamente a quanto sostenuto nella linea difensiva scelta dagli avvocati difensori degli imputati, questo schema "corrisponde perfettamente alla previsione normativa in tema di nesso di casualità tra condotta illecita ed evento". E, "d'altra parte, rende chiara la differenza tra la mera causalità biologica, secondo la quale nessuna delle singole lesioni subite da Cucchi sarebbe stata idonea a cagionare la morte, e la causalità giuridico penale, nel rispetto della quale il nesso di causalità sussiste se quelle lesioni, conseguenza di condotta delittuosa, siano state tali da innescare una serie di eventi terminati con la morte, così come si è verificato nel caso in esame".
Dunque, oltre ad essere state letale, la reazione di D'Alessandro e Di Bernardo è stata "indiscutibilmente" "illecita e assolutamente ingiustificabile" perché conseguenza di un "uso distorto dei poteri di coercizione inerenti il loro servizio", e una violazione del "dovere di tutelare l'incolumità fisica della persona sottoposta al loro controllo".
Ricorda infatti la Corte composta anche di giudici popolari che "il fatto si è svolto in un locale della caserma ove nessuno estraneo poteva avvedersi di quanto stava accadendo, in piena notte, ai danni di una persona decisamente minuta e di fisico molto meno prestante rispetto a quella dei due militari".
D'altronde la testimonianza di Tedesco è, secondo i giudici, "credibile" e sostanziata da prove. Poco importa che sia stato in silenzio per nove anni perché, come ha spiegato egli stesso in modo "comprensibile e ragionevole", "aveva avuto la certezza gli si fosse parato dinnanzi" un muro "costituito dalle iniziative dei suoi superiori dirette a non far emergere l'azione perpetrata ai danni di Cucchi, e a non perseguire la volontà di verificare che cosa fosse realmente accaduto".
A riprova di questa narrazione c'è, d'altra parte, addirittura un processo ter che si è aperto da qualche settimana contro otto ufficiali accusati di aver depistato le indagini e insabbiato per anni la verità. Infatti la corte presieduta da Capozza rileva che già il verbale di arresto di Stefano appariva "un concentrato di anomalie, errori ed inesattezze. Il soggetto sottoposto alla misura pre-cautelare viene indicato nell'incipit con luogo e data di nascita a lui non pertinenti".
"Questa sagra degli errori rafforza la sensazione che l'attestazione dell'identificazione di Cucchi sia stata una (macroscopica, madornale) svista.
L'omissione dei nomi - si legge nelle motivazioni - di Di Bernardo e D'Alessandro tra gli autori dell'arrestato è stata casuale? La corte ritiene di dovere dare risposta negativa alla domanda. L'assenza dei due è funzionale alla cancellazione di qualsiasi traccia della drammatica vicenda avvenuta all'interno della caserma". Per la famiglia di Stefano si tratta di "parole semplici per una verità semplice che qualcuno ha voluto complicare e qualcun altro non vedere". Ilaria è emozionata: "È esattamente tutta la verità così come l'abbiamo sostenuta e urlata invano per tanti anni".
di Massimiliano Nespola
Il Dubbio, 7 febbraio 2020
La sessione plenaria inaugurale del Parlamento europeo del 2020 si è chiusa, nel mese scorso a Strasburgo, con un focus sulla giustizia interessante ma anche meritevole di un'attenta riflessione. Tra i primi temi posti in agenda è apparsa infatti la questione di una lotta coordinata a livello comunitario alla criminalità, anche in relazione alle competenze della nuova super Procura della Ue. Non da oggi ci si pone in quest'ottica.
Anzi, si può dire che questo aspetto sia tra quelli prioritari per portare avanti un'Unione che tuteli la sicurezza dei suoi cittadini. Da questo punto di vista, la parola chiave sembra proprio "coordinamento". A offrirne conferma è anche una recente decisione del governo italiano, che nel Consiglio dei ministri del 23 gennaio scorso ha approvato il decreto legislativo di attuazione di una direttiva Ue, la 2017/1371, con cui si impone un'ulteriore stretta penale sulle frodi che ledono gli interessi finanziari dell'Unione. È un ambito che sollecita strategie di contrasto così complesse da aver agito, negli anni scorsi, quale stimolo più efficace proprio per l'istituzione della ricordata super Procura della Ue.
Ma per comprendere quanto sia difficile trovare, nell'idea del "coordinamento", l'equilibrio fra la necessaria autonomia delle giurisdizioni nazionali e le esigenze di integrazione, c'è da fare una distinzione importante tra quello che dicono i numeri e le possibili modalità di azione.
Veniamo dunque ai dati. Quelli riportati a metà gennaio, in apertura di discussione al Parlamento di Strasburgo, dal vicepresidente della Commissione europea, Maroš Šefcovic, non sono positivi: si stima infatti che, nel 2017, i gruppi criminali indagati siano stati circa 5.000, con un incremento del 150% rispetto al 2013.
Un'informazione del genere, di per sé, non fa che surriscaldare gli animi ed espone inevitabilmente al rischio di cadere nella trappola securitaria, la cui ricetta è nota e spesso riproposta: più poteri alle forze dell'ordine, maggiori controlli, norme più restrittive. Questo significa anche minore libertà? Potrebbe. È dunque il caso di mantenere gli occhi aperti sulla risposta corretta da dare al problema: non è infatti riducendo le libertà della persona che si contrasterà meglio la criminalità organizzata. Ma anche questa considerazione è stata tra gli argomenti della plenaria di Strasburgo, fortunatamente.
L'operazione da compiere dovrebbe poter ravvivare la fiducia dei cittadini e disincentivare le persone dal compiere attività illecite. C'è bisogno di un più veloce scambio di informazioni? Certo. È necessario conoscere i vari contesti e fornire risposte adeguate e diversificate? Pure. Il rischio da evitare è però quello di un accentramento verso un approccio solo "europeo" che perda la bussola e che non consideri la specificità dei vari Paesi e dei vari casi trattati.
Uno dei metodi più adeguati fa riferimento al principio della proporzionalità dell'azione giudiziaria: a monte, l'Europa può svolgere la funzione di coordinatore, disponendo di maggiori informazioni per porre le basi di un approccio più condiviso. Accanto a questo sforzo, però, non si dovrebbero dimenticare gli aspetti della territorialità e della sensibilità ai contesti.
Chi ha competenza a valutare se l'applicazione della pena abbia portato ad un cambiamento effettivo della personalità del detenuto? Probabilmente il magistrato che ha seguito la storia del soggetto potrà nel tempo valutare meglio l'evoluzione del caso; ciò acquista una particolare importanza, per esempio, in relazione alla questione del riconoscimento di permessi premio ai detenuti condannati all'ergastolo. Se in funzione stabilmente su un determinato territorio, il giudice potrà anche verificare se, nel tempo, l'azione dello Stato sia riuscita a reprimere una particolare forma di organizzazione criminale che vi si era insediata.
E infine: è noto che esistano forme differenti di criminalità organizzata, con particolarità legate ai luoghi di insediamento. L'Italia, in questo settore, può vantare un patrimonio di conoscenze dettagliate non di poco conto, da condividere con tutti gli Stati membri dell'Ue per poter predisporre un'azione efficace di contrasto. È bene quindi ricordare che accanto alle dichiarazioni d'intenti di un Parlamento che parla da un'unica sede per rappresentare l'intera Europa, ci sono le operazioni concrete messe in atto dalle istituzioni.
E se è vero che uno Stato si regge su principi etici, quando questi trovano applicazione, la risposta deve poter essere quella più adeguata al caso specifico. A maggior ragione se si parla di lotta alla criminalità: per poter rieducare, bisogna riformare. E un approccio più europeo, ma solo europeo, non sembra la risposta migliore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 febbraio 2020
Presentata dal Consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali Alessandro Capriccioli. "Il Consiglio regionale del Lazio ha approvato questa mattina una mozione a mia prima firma che impegna il Presidente a intervenire presso il ministero della Giustizia affinché tenga nella massima considerazione i rilievi emersi nel rapporto del Cpt riguardanti la situazione del carcere di Viterbo, e affinché si attivi, attraverso l'amministrazione penitenziaria, per tutelare i diritti delle persone detenute al Mammagialla e dei tanti agenti di polizia penitenziaria che ci lavorano. L'errore imperdonabile, a questo punto, sarebbe spegnere i riflettori su questa vicenda una volta scomparsa la notizia dalle pagine di cronaca dei quotidiani". Così in una nota Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali, annuncia la mozione.
"La notizia, uscita pochi giorni fa su Il Dubbio, dei 10 rinvii a giudizio per il caso di Giuseppe De Felice, che ha denunciato di aver subito percosse da una "squadretta" di agenti a volto coperto, e la citata relazione del Ctp, che parla di violenze sistematiche e deliberate ai danni dei detenuti, sono elementi che confermano quanto da circa un anno e mezzo, dopo numerose visite e colloqui con gli ospiti del Mammagialla, provo a portare alla luce", denuncia Capriccioli.
"Le criticità in quell'istituto carcerario sono ormai note non solo in Italia, ma in tutta Europa, e non è possibile rimandare ancora i necessari approfondimenti e gli interventi che ne conseguono: il ministro Bonafede ha il dovere di agire per ristabilire un clima vivibile all'interno di un istituto difficile e pieno di zone d'ombra. La mozione approvata oggi in consiglio regionale è un altro passo avanti per i diritti dei detenuti del Mammagialla, ma anche dei tanti agenti di polizia penitenziaria che vi lavorano con dedizione e impegno", conclude il consigliere di +Europa.
Tra i consiglieri della regione Lazio che hanno sottoscritto la mozione compare, a sorpresa, anche Orlando Tripodi della Lega. Fatto non di poco conto visto che il capo politico Matteo Salvini ha da sempre espresso solidarietà nei confronti degli agenti della polizia penitenziaria coinvolti in presunti pestaggi. Il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti citato da Capriccioli è noto.
Fra i maltrattamenti denunciati e raccolti al carcere di Viterbo, c'è quello di una ispettrice di polizia che brucia i piedi a un detenuto soggetto al 41bis per verificare se finge uno stato catatonico. Poi, quello di un detenuto preso a pugni da un gruppo di agenti verosimilmente per fargli dire com'è riuscito a far entrare nel carcere un cellulare trovato nella sua cella. C'è chi viene colpito alla testa con chiavi di metallo, chi preso a calci e pugni, chi buttato giù dalle scale. Tutto, in luoghi non coperti da telecamere a circuito chiuso. Nelle cartelle cliniche dei detenuti che hanno denunciato ci sono descrizioni di lesioni corporali considerate compatibili con le accuse di maltrattamento.
Sul caso di De Felice, come riportato in esclusiva da Il Dubbio, ora sarà il Giudice dell'udienza preliminare a valutare la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 10 agenti che avrebbero malmenato il detenuto, dichiarando alcuni di loro - sempre secondo la procura di Viterbo - il falso. Sempre il consigliere Capriccioli, da mesi, aveva chiesto un incontro con il ministro Bonafede per poter riferire quanto aveva visto e ascoltato durante le sue visite ispettive. Ora sarà la regione Lazio ad intervenire presso il ministero della giustizia affinché si faccia piena luce, attivandosi anche a far prevalere i diritti in un carcere definito non a caso "punitivo".
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