di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
Sarà l'Ue in grado di sfruttare le nuove divergenze tra Russia e Turchia sugli scenari libico-siriani? Sino a poche settimane fa la domanda appariva superata. Sarà l'Europa in grado di sfruttare le nuove divergenze tra Russia e Turchia sugli scenari libico-siriani? Sino a poche settimane fa la domanda appariva superata. Sebbene divisi da storiche contrapposizioni, Putin ed Erdogan negli ultimi mesi avevano raggiunto un grado di coordinamento sorprendente.
In Siria in autunno si erano accordati per il controllo delle zone curde e delle milizie ribelli sunnite a nord di Aleppo. Quindi, ai primi di gennaio era apparsa possibile una loro intesa per imporre il cessate il fuoco in Libia, scavalcando totalmente il ruolo europeo. Erdogan avrebbe dovuto tenere a bada le milizie pro Sarraj a Tripoli e Misurata, mentre Putin s'impegnava a frenare il maresciallo Haftar a Bengasi. In quel contesto, la conferenza di Berlino il 19 di gennaio era apparsa quasi inutile, penalizzata dall'immagine della diplomazia europea imbelle contro due potenze disposte ad un impiego spregiudicato della forza militare.
Ma la situazione si era complicata già pochi giorni prima del summit tedesco, quando Putin non era riuscito a imporre le briglie ad Haftar. Deciso a proseguire la violenta offensiva lanciata il 4 aprile scorso, questi si era sentito abbastanza garantito dal sostegno militare egiziano e degli Emirati. Erdogan ha quindi ripreso a mandare rinforzi alle milizie libiche, inclusi i controversi "volontari" siriani, che in realtà sono gli stessi guerriglieri da lui utilizzati per elidere i curdi e radicalizzati da nove anni di battaglie contro il regime di Damasco assieme agli alleati russi e sciiti filo-iraniani. Ad aggiungere fuoco al fuoco sono adesso i gravi scontri scoppiati nella regione di Idlib, dove i soldati siriani violano le intese tra Mosca e Ankara, spingendo Erdogan a rispondere a suon di cannonate. Da qui le nuove opportunità per l'Europa in Libia. L'impasse della forza rilancia la carta della diplomazia, che però deve parlare con una voce sola e soprattutto avere un puntello militare in grado di imporre l'embargo totale all'invio di soldati e armi.
di Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
L'intervista al deputato del Pd. Emanuele Fiano, sui decreti Salvini vi accusano di non aver fatto niente...
"Critica giusta e accettata. Però Zingaretti metterà questo tema sul piatto della verifica, come priorità. Noi avversiamo questi decreti che peraltro non sono serviti nemmeno dal punto di vista della sicurezza del Paese. Quindi c'è una priorità che non è solo politica, ma è dovuta al fatto che con questi provvedimenti sono aumentati i problemi. Sono aumentati perché si è abolito completamente il permesso di soggiorno per motivi umanitari e perché si è sostanzialmente disattivato il sistema di accoglienza diffuso nei Comuni. Insomma, invece di ragionare su come migliorare il sistema dell'integrazione e dell'accoglienza per quelli che ne hanno diritto si è pensato che eliminando una parte dell'accoglienza si risolvesse la questione".
Quindi agirete su questi punti ma non li cancellerete...
"Noi riteniamo che vadano cancellati quasi completamente, come abbiamo sempre detto. Ma siamo in un governo di coalizione nato non a inizio legislatura e quindi sappiamo che dobbiamo trovare un punto di incontro con i nostri alleati".
Ci riuscirete?
"Noi abbiamo delle ragioni da spiegare ai nostri alleati di governo. Quelle che le ho illustrato prima. E poi altre, che conoscono anche il M5S e il premier Conte, perché sono alla base dei rilievi di Mattarella. Riguardano l'incongruenza tra le sanzioni ai comandanti delle navi che raccolgono dei disperati in mezzo al mare e l'ordinamento internazionale che prevede l'obbligo, per dei trattati che abbiamo firmato, di accoglierli a bordo. Mattarella infatti fece notare che la sanzione prevista era spropositata e facendolo ha ricordato l'accordo di Montego Bay".
Matteo Salvini vi attaccherà...
"Bisogna che qualcuno sfati questa leggenda che quando c'è qualcuno della destra al governo si risolvono i problemi della sicurezza e quando c'è qualcuno della sinistra no. È successo il contrario negli ultimi sette-otto anni. Con i governi di centrosinistra sono diminuiti tutti reati e sono aumentati tutti gli investimenti".
Però Salvini ci farà la campagna delle prossime Regionali...
"Se noi non la impostiamo ideologicamente no. Quando si affrontano questi argomenti bisogna essere molto pratici e poco ideologici. Porteremo i numeri di ciò che è successo a coloro che hanno perso il permesso di soggiorno per trattamento umanitario, di ciò che non è successo con le promesse di Salvini in campagna elettorale, che avrebbe rimpatriato 500 mila irregolari in pochi mesi e i numeri che spiegano come con la ministra Lamorgese siano aumentati i rimpatri di coloro che non avevano diritto a restare nel nostro Paese. E ancora: noi abbiamo investito sette miliardi nelle forze dell'ordine con i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Possiamo anche dimostrare quante assunzioni hanno fatto i governi di centrosinistra e quanti investimenti sul contratto delle forze dell'ordine. Anzi, adesso utilizzo questa intervista per chiedere alla ministra Lamorgese di dire alla sua collega della Pubblica amministrazione che va aperto immediatamente il tavolo per il nuovo contratto perché noi abbiamo stanziato i soldi".
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 7 febbraio 2020
La deputata di Forza Italia: "Si è diffusa una cultura dell'aggressività contro i media che in passato non esisteva". Non solo governo e maggioranza. Pure fra le fila del centrodestra inizia a montare una certa preoccupazione per il clima pesante che si va diffondendo nel Paese. Testimoniato anche dalle intimidazioni contro il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e il direttore Carlo Verdelli. La deputata di Fi Stefania Prestigiacomo lo dice chiaro: "Viviamo in un Paese che purtroppo ha sdoganato la violenza. Credo sia arrivato il momento di intervenire".
Onorevole Prestigiacomo, la ministra Lamorgese ha detto a "Repubblica" che l'odio in Italia sta diventando un'emergenza. Lei è d'accordo o pensa che esageri, come sostengono Salvini e Meloni?
"Non amo il Conte due, credo sia una sventura per il Paese, ma in questo caso concordo appieno con Lamorgese. La violenza verbale e purtroppo, sovente, anche fisica, è stata sdoganata, derubricata a espressione "normale" di dissenso, di opinione. Non voglio fare sociologia a buon mercato, ma certo la rete ha contribuito ad alimentare un fenomeno che ovviamente non è solo italiano".
Negli ultimi tempi i messaggi che incitano all'odio si sono moltiplicati. Spesso a farne le spese sono i giornali che denunciano questa pericolosa deriva antidemocratica. Lei come se lo spiega?
"Negli ultimi anni s'è diffusa una cultura dell'aggressività contro i media che in passato non esisteva. Io sto dentro Forza Italia dal 1994, sono stata ministra dei governi Berlusconi: non sempre con la stampa abbiamo avuto buoni rapporti, ma mai, dico mai, in quegli anni da parte nostra è venuto un incitamento all'odio nei confronti dei giornalisti. Diventati un bersaglio con l'avvento dei grillini, che li vedono come nemici da colpire e come tali li additano ai militanti. Anche se poi si sono presi i Tg pubblici e ci hanno messo a capo gente a loro vicina".
I 5S avranno pure responsabilità, ma neanche il leader della Lega scherza in quanto a toni e metodi aggressivi. Cosa pensa della citofonata al presunto spacciatore?
"Mi è parsa una cosa di pessimo gusto. Ma anche molto enfatizzata dai media schierati con Bonaccini alla vigilia delle elezioni".
"L'indifferenza è complice dei misfatti peggiori" avverte Liliana Segre. Ma ormai è come se ci fossimo assuefatti: minacce e insulti sono considerati "normali". Con quali rischi?
"Di perdere un elemento fondamentale delle democrazie: la libertà di espressione, di parola, di pensiero. Vale per tutti, ma specie per la stampa. Continuando così temo possa passare, pian piano e silenziosamente, l'idea che in fondo i giornalisti 'se la sono cercata'".
Come si combattono gli odiatori?
"Con la cultura, l'educazione, l'esempio. Ma anche con una gestione attenta e moderna dei social network, in grado di evitare che diventino strumenti di odio e di violenza. Ripetendo sempre e ovunque - fra i banchi di scuole e università, nei luoghi di lavoro, in tv, sulla rete - che i giornalisti sono "intoccabili" perché sono strumenti fondamentali della democrazia".
Cosa devono fare le istituzioni?
"Perseguire e sanzionare chi diffonde messaggi d'odio, ormai veicolati da canali diversi e molto più veloci rispetto al passato. Ma anche, se necessario anche con interventi legislativi, individuare e punire aspramente chi inneggia alla pulizia etnica, al genocidio, ai campi di sterminio. Qui siamo oltre l'odio, siamo alla esaltazione degli omicidi di massa. Una barbarie intollerabile".
di Don Antonio Mazzi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
Non dobbiamo solo invadere le piazze, ma interpretare la politica in modo nuovo, purificandola da infiltrazioni egoistiche lontane dai concetti democratici. Caro direttore, comincio male, ma ad uno che ha compiuto 90 anni è permesso tutto, tranne quello che io in questo periodo sto pensando. Ho sempre vissuto tra i giovani, belli e brutti, buoni e cattivi, sapienti e somari, sani e disabili. Perciò, appena leggo e ascolto giovani, divento giovane. Strano, ma vero! Mi contagiano. D'altra parte non ho mai avuto casa. Negli ultimi 35 anni, poi, sono vissuto e vivo giorno e notte nella Cascina "Molino Torrette" nel Parco Lambro di Milano con ragazzi troppo avventurosi. Per chi ama vivere realmente per i giovani, non perché è prete o genitore, o professore, o educatore, ma "coltivatore diretto" deve fare con loro famiglia.
E senza accorgersi viene divorato dalle urla dentro le sue orecchie, dalle canzoni strapazzate, dalle parolacce, dalle malattie, dalle allegre spintonate, dalle furbate sul filo della legalità, dalle baruffe per una sigaretta e alla fine si trova quasi soffocato da abbracci improvvisi e impensati. E tu, con loro, mangi e bevi la vita non segnando i giorni sul calendario, ma alzando ogni mattina il sipario di una commedia, che non ha niente a che fare con i palchi, ma con una sequenza di giornate, mesi, anni che ti cascano addosso e ti danno l'età che hanno deciso loro di darti. Farsi educare dai giovani è l'unico modo di educarli. Questo teorema non credo sia tanto algebrico e tanto meno psicopedagogico, ma, almeno per me, è stato ed è vitale.
Torno alla mia pensata un po' fuori dalla normalità. Se non avessi 90 anni chiederei a Papa Francesco di lasciarmi entrare nel mondo a 360 gradi. Chi lavora nel sociale e anche nell'educativo, deve avere un occhio alle persone, ai giovani, a coloro che deve educare e salvare dalla povertà fisica e culturale come dalle particolari situazioni della esistenza; ma l'altro occhio lo deve tenere spalancato sui progetti politici, restando però il prete che sono. Non voglio essere laicizzato o usufruire di permessi eccezionali. Vorrei solo, insieme ai giovani che hanno ripreso coscienza di quanto sia urgente e parte integrante del loro cammino verso l'immersione autentica nel sociale, invadere non solo le piazze, ma interpretare il politico in modo nuovo, purificandolo dalle infiltrazioni egoistico-paranoiche lontanissime dai concetti democratici, funzionali allo stare meglio insieme. Urge fare società, comunità, convivenza positiva, alleanza vera. E io voglio essere lì in mezzo. Mi pare che oggi fare il prete sia incarnarsi per incarnare, correndo il rischio di rendere sacro soprattutto ciò che fino a ieri chiamavamo profano.
Papa Francesco dice: "Mai come ora c'è bisogno di unire gli sforzi in una ampia alleanza per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto delle relazioni per una umanità più fraterna".
Per arrivare a questi livelli, dobbiamo superare il vecchio concetto di politica, di partito, di clericità, per arrivare, come ci suggerisce Enzo Bianchi, sempre attento nel coniugare Chiesa e mondo, a creare soggetti politici che siano un insieme di voci e di azioni ispirate alla stessa visione di società polietnica e senza frontiere.
Cristo non è entrato nel mondo per portare il mondo dentro al Tempio, come segno di potere religioso e politico, ma per testimoniare che i cercatori della liberazione dalla schiavitù creata dal potere, dovevano battere le stesse strade, correre gli stessi rischi, mangiare lo stesso pane e combattere le stesse ingiustizie. Cristo con i dodici ha voluto essere un uomo fino in fondo, per riportare tutto ad unità. Qualcuno, ridendo, si è domandato se i dodici Apostoli erano dodici sindacalisti. Quasi quasi rischio di credere che non sia una battuta. Perché il Vangelo ha reso umano tutto, anche quello che fino a trent'anni prima era "con-templativo" (prendete la parola come interpretazione elementare) ed esclusivamente rinchiuso nel "sancta santorum".Riporto ancora Enzo Bianchi: "Non possiamo più accontentarci di slegare la fede dalla vita e urge trovare altri contenitori capaci di non avvelenare le azioni quando divengono politiche. Siamo arrivati alla ricerca urgente di movimenti salvagente".
Queste riflessioni, non vorrei che fossero recepite paranoie di un prete di strada. Dentro di me vive una grande sofferenza. Perché il Vangelo, nel 2020, non possiamo giocarcelo tra la strada e il tempio, tra il corpo e l'anima. Dobbiamo essere interi mentre preghiamo, ma anche mentre viviamo. Come fare non lo so. So solo che dobbiamo avere il coraggio di essere "interi" in tutte le situazioni. Se siamo "sale" lo siamo solo se diamo gusto ai menu quotidiani.
dailymuslim.it, 7 febbraio 2020
Allarme sul piano del governo del Regno Unito di modificare la regola di rilascio anticipato della prigione. Gli esperti affermano che cambiare la legge sulla liberazione anticipata per i condannati di atti terroristici potrebbe danneggiare le libertà civili e creare un sistema giudiziario a due livelli. Lo scrive la giornalista Anealla Safdar in un focus su Al Jazeera. Dopo gli ultimi due attacchi terroristici a Londra a opera di due detenuti scarcerati di recente, il governo ha promesso di modificare le regole di rilascio anticipato della prigione per chi ha commesso reati anche lievi connessi con il terrorismo.
Attualmente, un detenuto che sconta una determinata pena viene normalmente rilasciato a metà della pena. Se la pena dura più di un anno, viene rilasciato in libertà vigilata. Ma la legislazione di emergenza, che il governo spera di introdurre in pochi giorni, porterebbe a non tenere i trasgressori del "terrore" in considerazione per il rilascio anticipato, prima di scontare almeno i due terzi di una pena. Sarebbero quindi valutati da uno specifico comitato e se giudicati colpevoli di costituire ancora una minaccia per la società, rimarrebbero in prigione.
Gli esperti hanno avvertito che le nuove regole potrebbero creare un sistema carcerario discriminatorio a due velocità in cui i musulmani sono trattati in modo diverso. "La cessazione del rilascio automatico per un gruppo di autori di reato alla luce di un piccolo numero di casi in cui tali autori hanno continuato a reprimere crea un sistema ingiusto e distorto sia per i trasgressori che per le vittime", lo ha detto ad Al Jazeera Mandeep Dhami, professore alla Middlesex University di Londra, che ha lavorato in due carceri britanniche e ha studiato mediazione in contesti carcerari.
Descrivendo la risposta del governo del Regno Unito alla lotta contro l'estremismo come "terribilmente inadeguata", ha aggiunto: "Ci sono altri gruppi di autori di reato che si ribellano anche dopo il rilascio automatico e le loro vittime dovrebbero chiedere perché il governo non desidera proteggerli dalla criminalità violenta. "Allo stesso modo, la creazione di un sistema che sembra favorire alcuni criminali servirà solo a alienare ulteriormente quelle persone che si sentono private del diritto e che possono essere attratte da ideologie estremiste che indicano pregiudizi sociali sistemici".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2020
L'associazione nazionale dei Centri di servizio per il volontariato (Csv), rappresentata all'interno del Consiglio nazionale del Terzo settore, mette in risalto la crescita esponenziale delle misure alternative al carcere.
Questo grazie ai dati della messa alla prova presentati dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità dove emerge quasi 40mila casi presi in carico nel 2019, oltre 7mila le convenzioni stipulate tra tribunali ed enti pubblici e non profit, tra cui Croce rossa italiana, Lega italiana lotta ai tumori, Legambiente e anche tanti Centri di servizio. Sono i numeri che caratterizzano a livello nazionale la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, due istituti sui quali non tutti inizialmente avevano creduto e che invece registrano un aumento esponenziale che stupisce perfino gli addetti ai lavori.
di Luciano Capone
Il Foglio, 6 febbraio 2020
Catanzaro è la capitale italiana delle ingiuste detenzioni, lo dice il ministero. Mentre l'Italia televisiva era incollata al debutto di Sanremo, su La7 Giovanni Floris intervistava un importante magistrato. Non il solito Piercamillo Davigo ma il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, per quanto non si notino sfumature di pensiero tra i due.
di Stefano Folli
La Repubblica, 6 febbraio 2020
Se dobbiamo dar credito ai proclami, il destino infausto della maggioranza giallo-rossa si direbbe già segnato. Quando il ministro della Giustizia, Bonafede, annuncia che entro pochi giorni porterà in Consiglio dei ministri la sua riforma, lascia intendere che non ci sono e soprattutto che egli non cerca un compromesso.
È l'atteggiamento di chi ostenta sicurezza perché in realtà teme di non arrivare al traguardo da vincitore sul punto chiave della prescrizione. Meglio allora guardare dietro le quinte. Bonafede avrebbe ragione, sotto il profilo del metodo, se fossimo ancora nel 2018, all'indomani del poderoso successo elettorale del M5S.
di Alessandro Giovannini
L'Opinione, 6 febbraio 2020
Sono decenni che il Paese non ha riforme di sistema, ma solo toppe spacciate per riforme. Toppe dai colori sgargianti, intendiamoci, ma buone soltanto per qualche titolo di giornale o comparsata televisiva dei politici di turno. Niente di organico, che faccia parte di un'architettura progettata con rigore. Ho scritto altre volte che l'assenza di architettura non discende tanto dalla mancanza di risorse finanziarie, quanto e soprattutto dalla pochezza della visione politica.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2020
Interruzione soltanto dopo la conferma della condanna in appello. Non accenna a scendere la tensione sulla prescrizione. Certo i "pontieri" provano a cercare una soluzione tecnica che sia digeribile per tutte le forze di maggioranza. Dove però la fantasia, abbastanza inesauribile del giurista, si scontra con la logica della convenienza politica.
Così nelle ultime ore prende quota una sorta di lodo Conte bis che indichi una linea più avanzata rispetto alla proposta originaria formulata dal premier a inizio gennaio e poi tradotta nell'attuale bozza di riforma del processo penale. E se la proposta di mediazione iniziale di Conte faceva leva sulla distinzione tra condannati e assolti in primo grado, interrompendo i termini solo per i primi e sospendendoli solo per i secondi, ora la prescrizione si fermerebbe unicamente nel caso di una condanna in primo grado poi confermata dall'appello, mentre tornerebbe a decorrere se dopo la condanna di primo grado arrivasse un'assoluzione.
Ma gli schemi possono essere i più vari e prevedere un congelamento comunque dopo l'appello e non dopo il primo grado come ora previsto dalla Bonafede. Sullo sfondo, ma neppure troppo, l'ipotesi di un nuovo rinvio puro e semplice di tutta la riforma, che si applica ai reati commessi a partire da quest'anno, ma che nei fatti dispiegherà i suoi effetti solo al maturare dei termini per i più lievi reati contravvenzionali e quindi non prima di 5 anni come ricordato pochi giorni fa dal presidente della Cassazione nella sua relazione di apertura dell'anno giudiziario. E proprio sulla necessità di uno slittamento di un anno (come del resto cristallizzato nell'emendamento Annibali al Mille Proroghe) rimane attestata anche nelle ultime ore Italia Viva, non intenzionata a smuoversi, sostenendo in questo modo di volere dare tempo a una complessiva riforma del Codice di procedura penale.
Scenario cui plaude il Pd, con il vicesegretario Andrea Orlando, che precisa come "noi lo avevamo proposto, ma avevamo capito che Bonafede era contrario. Ma se si fa il rinvio siamo i più contenti del mondo perché un rinvio ci darebbe modo di affrontare con più calma la riforma del processo penale". E proprio Orlando ieri ha incontrato a Palazzo Chigi il premier Conte. Uno slittamento, oltretutto dopo un breve periodo di operatività, verrebbe però accolto come doccia gelata da parte dei 5 Stelle.
E in primo luogo dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, da poco anche capo delegazione nell'Esecutivo. Non a caso ancora ieri Bonafede ha negato con forza qualsiasi indiscrezione su trattative in atto con mediazioni già messe a punto. Tanto che le dimissioni potrebbero rappresentare l'esito più scontato di un rinvio non concordato, ma votato magari in Parlamento.
Ed è in Parlamento appunto che, in caso di assenza di un accordo nella maggioranza, le cose potrebbero complicarsi. In un intreccio di provvedimenti in discussione in queste ore che potrebbe rivelarsi assai complicato da sciogliere. Al Senato la spaccatura potrebbe emergere con evidenza in un voto che a differenza della Camera, dove il supporto di Italia Viva non è determinante, avrebbe conseguenze gravi, anche se Matteo Renzi si è detto convinto che il Governo non cadrà sulla prescrizione.
In ogni caso, tra provvedimenti già in discussione, come il decreto legge sulle intercettazioni, e altri che vi arriveranno come il decreto legge Mille Proroghe, al netto di eventuali voti di fiducia, a Palazzo Madama le tentazioni di blitz parlamentari sono assolutamente plausibili. Alla Camera intanto da martedì prossimo si tornerà ad esaminare il ddl Costa che intende bloccare la Bonafede. Il testo approdato in aula, dopo che in commissione era stato approvato un emendamento soppressivo con il voto decisivo della presidente Francesca Businarolo, potrebbe vedere convergere i deputati di Italia Viva con le opposizioni, in un voto dalle minime conseguenze pratiche ma dall'elevato significato politico.
Sulla riforma del processo penale intanto l'intenzione espressa del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è di accelerare anche perché già scritta in larghissima parte, coni capitoli già noti che vanno dalle misure per accelerare i giudizi penali (dai tempi di durata delle indagini preliminari a quelli dei 3 canonici gradi di giudizio) alle restrizioni sui passaggi dai ranghi della magistratura agli incarichi politici, al nuovo sistema elettorale del Csm.
- Prescrizione, trattativa tra Pd e 5S. Ora Leu prova a convincere Renzi
- Riforma Bonafede, il Pd si avvicina a Italia Viva e isola i 5 Stelle
- Bonafede sfida Italia Viva: "Nessuna trattativa sulla prescrizione"
- Prescrizione, la guerra di nervi sfuggita di mano ai giallo-rossi
- Prescrizione, come funziona negli altri Stati europei









