di Fabrizio de Feo
Il Riformista, 28 dicembre 2019
"Prescrizione senza fine? È come un ospedale con liste d'attesa infinite". Il successo della campagna promossa dalle Camere penali contro la riforma Bonafede. Le persone chiedono un'altra cosa: processi più brevi. Ha raggiunto oltre mezzo milione di persone in soli quattro giorni la campagna social dell'Unione camere penali italiane contro il provvedimento della nuova prescrizione che entrerà in vigore dal primo gennaio. I post con vignette e "meme" che sintetizzano gli effetti pratici della nuova legge hanno fatto il giro delle pagine Facebook e Instagram ricevendo l'endorsement di migliaia di persone.
Il verdetto è chiaro: dall'analisi delle interazioni dei social media il rapporto tra chi si schiera contro la nuova legge è di sei volte superiore rispetto a chi invece la approva, e il tema si dimostra caldo tanto che un like non basta a esprimere il dissenso. Sono migliaia le persone che hanno lasciato commenti contrari alla nuova legge giudicata iniqua e troppo garantista nei confronti dello Stato, a discapito delle vittime e degli imputati che diventano automaticamente colpevoli "fino a prova contraria", l'esatto ribaltamento di quanto dice la legge.
Lo dice Michele R., che in commento a un post scrive: "Adesso tutti noi siamo passibili di processo eterno, il bello è che qualcuno è pure contento. Beata ignoranza", e lo sottolinea anche Pierfrancesco C.: "Mi dici che impatto rieducativo ha una pena da scontare venticinque anni dopo i fatti? E che giustizia sarebbe tenere un cittadino imputato a vita, senza prescrizione, praticamente ostaggio della magistratura?".
C'è poi chi non nasconde di aver passato dei guai pur essendo innocente, e porta la sua testimonianza in risposta a chi invece sostiene la nuova legge: "Sei mai stato accusato ingiustamente di un reato, senza averlo mai commesso? Credi che sia così difficile? A me carpirono l'identità per fare delle truffe a parroci dell'Alto Adige. Un cliente mi ha accusato di appropriazione indebita per coprire i suoi mancati versamenti delle tasse", scrive Dani P. Chiude la discussione Salvatore M.: "Colpevoli o innocenti non si può tenere sotto processo una persona a vita, piuttosto che prolungare la prescrizione sarebbe meglio definire la durata dei processi, perché non mi dite che dopo due o tre anni di indagine non si può definire se una persona è colpevole o innocente".
Su Twitter interviene Giancarlo L.: "La cancellazione della prescrizione è il punto più basso a cui ci sta portando il populismo - scrive - corrisponde all'idea che chiunque è colpevole, basta avere abbastanza tempo per dimostrarlo e anche un innocente è solo un colpevole processato male e quindi va ri-processato fino alla Verità".
Oltre ai post, condivisi e commentati centinaia di volte, ci sono anche i commenti a riscuotere like e approvazioni. Uno dei record appartiene ad Alberto M. (104 "mi piace") che sul post "La prescrizione senza fine? È come un ospedale con liste d'attesa interminabili", commenta: "È la soluzione più facile, che procura più consensi elettorali e perché è l'unica di cui è capace chi attualmente ci governa. L'altra. quella più corretta, ma anche più difficile da attuare, sarebbe quella di fare in modo che tutti (o quasi) i procedimenti terminassero in tempi "umani", in modo da non oltrepassare gli attuali termini di prescrizione. Così facendo. il problema si sarebbe risolto senza necessità di modificare la norma sulla prescrizione".
Ci sono comunque voci che si pongono a favore della nuova legge, come dice Francesco F.: "La legge sulla prescrizione finalmente eviterà che molti processi finiscano senza colpevoli! È successo tantissime volte e stranamente a salvarsi dalle condanne sono stati i nostri politici". Ma sono in molti a rispondergli, come Enrico C.: "Togliere la prescrizione senza stabilire una data certa per chiedere un processo vuole dire imputare a vita... con tutti i costi che ci vanno dietro".
di Melania Tanteri
livesicilia.it, 28 dicembre 2019
E da riorganizzare, per rendere più efficace l'istituzione stessa, la detenzione, in Italia immaginata per riabilitare. Una funzione che al momento è quasi smarrita, stando alle parole di Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto dell'Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, animatore di tante proteste per accendere i riflettori su ciò che avviene, veramente, dietro gli alti muri di cinta di carceri e case di reclusione. È lui ad appellarsi al presidente Musumeci e a descrivere una realtà come quella catanese con alcune luci e molte ombre.
"La provincia di Catania è importante ma talvolta viene sottovalutata - afferma. C'è, ad esempio, a Giarre, l'istituto nato per le misure che sembra lì, quasi morente. È una casa circondariale per tossicodipendenti, potrebbe essere un fiore all'occhiello e invece lo stanno facendo morire. All'interno si svolgono poche attività e poi è sottodimensionata: avrebbe bisogno di 40 agenti e ce ne sono appena 20. La situazione è gravissima e non ci sono quasi detenuti. Ma la struttura va comunque gestita".
Un altro istituto da ripensare, secondo Nicotra, è Bicocca, dove c'è anche una sezione per minori (l'altro istituto minorile è ad Acireale). "Una vecchia proposta voleva accorpare la sezione minorile di Bicocca a quella di Giarre per fare una grande sezione per minori, mentre a Bicocca si sarebbe potuta aprire la sezione femminile che c'è solo a Piazza Lanza, ma è piccolina, e non c'è per la semilibertà, per le misure alternative. Invece non se n'è fatto più nulla. Ad Acireale ci sono pochi detenuti, massimo dieci, e la struttura è in affitto - prosegue - insomma, lo Stato paga".
Tutti istituti che secondo il sindacalista andrebbero accorpati in un'unica struttura. "Il tema più importante è la riorganizzazione delle strutture - sottolinea.
Nella regione abbiamo 28 strutture: ho richiesto di riorganizzarle e chiuderne alcune, come Favignana o Piazza Armerina. E nel frattempo riorganizzare quelle di Catania. Con risorse meno dispese si dà un servizio migliore". E i numeri confermerebbero le parole di Domenico Nicotra. "Nell'amministrazione penitenziaria abbiamo le stesse risorse, lo steso organico che c'è in Lombardia - afferma: 5.000 agenti, 6.000 detenuti ma ci sono 19 istituti. In Sicilia abbiamo 6.000 detenuti, 4 mila agenti ma 28 istituti. Alla fine, al Nord sono più efficienti perché hanno accorpato alcune strutture".
Nello specifico, ogni carcere o casa circondariale soffre di sovraffollamento della popolazione detenuta e, al contrario, di mancanza di personale. Tutto questo si traduce in assenza di attività che vadano oltre la normale vita detentiva. "Piazza Lanza è affollata - continua Nicotra: in questo momento ha circa cento detenuti in più. È una struttura che però, in questo momento, è la migliore in Italia perché, pur essendo sottodimensionata nell'organico e affollata, è ben organizzata grazie a un direttore e a un comandante del personale capaci.
Per questo, attualmente, non è alle cronache. C'è una grave carenza di personale che speriamo il ministero colmi, ma al momento si mantiene in buon equilibrio. Qui c'è il 70 per cento del personale previsto. Abbiamo 230 persone di cui 80 sono fuori, distaccate in altri posti. Sono previsti 330. E il personale lavora con grande spirito di sacrificio, ma sono motivati molto".
Diversa la situazione di Bicocca. "La struttura è fuori da ogni regola - tuona: sono previste 200 unità compreso il nucleo traduzioni, ed è un istituto ad alta sicurezza. Ci sono 200 detenuti circa, su una capienza di 300 ma mezzo istituto è chiuso per manutenzione. E ci vorrebbero altri cento agenti, come a piazza Lanza. La Costituzione, all'art 27, prevede il reinserimento e la riabilitazione per i carcerati - continua - ma l'attuale situazione si traduce in assenza di tuto questo. Tutto diventa più difficile. Un istituto come Piazza Lanza ha numerose attività lavorative: dentro fanno tantissime cose, fanno lavori veri. A Bicocca fanno piccole manutenzioni, non ci sono grandi attività".
Un sistema che andrebbe ripensato anche per mitigare le ricadute negative di una situazione talvolta critica. "Molto di quello che c'è di buono non si legge mai sul giornale. Non si parla di quello che c'è in carcere, del lavoro per esempio, ma soprattutto non si parla di quello che non c'è. Si finisce sul giornale solo se viene scoperto un telefonino, se c'è un'aggressione. E invece, la popolazione detenuta deve cominciare a poter pensare che in carcere può fare attività sociali vere. Fuori. E creare dentro alternative lavorative che possano creare un mestiere. In gran parte degli istituti non si fa, quando si fa, vedi piazza Lanza, è poco. Questo sarebbe riabilitazione".
In un quadro come questo, a tinte fosche, è l'agente penitenziario, spesso, a rischiare di più. "Un detenuto chiuso in gabbia per 24 ore, quando esce per l'ora d'aria può avere delle reazioni pericolose - evidenzia Nicotra. Ci sono pochi educatori e pochi assistenti sociali. Il vero educatore a volte è il poliziotto. Quello che sta più vicino ma che spesso rischia la vita perché non è preparato a svolgere determinati compiti. Quando qualcosa va storto finiamo sul giornale. Per il caso Cucchi, ci hanno massacrato per dieci anni e poi si è scoperto che la polizia penitenziaria non c'entrava nulla. Paradossalmente, chi parla bene della polizia penitenziaria, sono i detenuti che hanno avuto ed effettivamente partecipato a un percorso rieducativo. Questo personale è costretto poi a fare turni estenuati per uno stipendio che arriva a 1.800 euro con tutti gli straordinari e i notturni".
Da qui la richiesta alla Regione. "Il presidente Musumeci deve farsi portavoce della riorganizzazione delle carceri presso lo Stato e riorganizzare il sistema per spendere meglio le nostre energie. E poi dividere carcere di massima sicurezza da quelli dove fare attività lavorative".
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 28 dicembre 2019
Chi è il magistrato più brillante e coraggioso del reame? Davanti a quale eccellentissima toga
dovrà inchinarsi la balbettante politica che non riesce più a risolvere i problemi o quella, ancora più nefasta, che ostenta le manette come rimedio contro ogni male e contro ogni ingiustizia? Sul piazzale degli eroi si è affacciato l'altro ieri Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, che non ha fatto mistero della sua ambizione: pretende un piedistallo come quello che toccò in vita a Giovanni Falcone, il giudice che portò alla sbarra i sanguinari corleonesi di Totò Riina; e chiede una protezione straordinaria, comunque non inferiore a quella che il ministero dell'Interno assicura ad Antonino Di Matteo, il pubblico ministero che nell'aula bunker di Palermo ha svelato il mysterium iniquitatis della trattativa tra i boss di Cosa nostra e alcuni organi deviati dello Stato, che ha sfidato il Quirinale di Giorgio Napolitano, che ha scavato nel doppiofondo delle verità ufficiali, che per cinque anni ha martellato col suo estremismo la Corte d'Assise, che ha difeso finché ha potuto le patacche di Massimo Ciancimino, che ha scritto libri, tanti libri, uno sui collusi e un altro sul patto sporco, che non s'è persa una intervista né un talkshow e che oggi, manco a dirlo, sente di essere il bersaglio preferito delle cosche, l'uomo più minacciato d'Italia.
Ma anche Gratteri sente sul collo il fiato selvaggio della minaccia mafiosa. Ha sostenuto che i boss della 'ndrangheta gli hanno lanciato non pochi avvertimenti e che le sue paure - tutte legittime, tutte sacrosante - non potranno non toccare livelli estremi ora che, in un colpo solo, ha trascinato in galera oltre trecento boss della Calabria e ha chiuso la sua mastodontica inchiesta con numeri da capogiro: 416 indagati, un'ordinanza di custodia cautelare lunga 13.500 pagine, cinque milioni di fotocopie, da consegnare agli arrestati, stampate in gran segreto in un'altra città del mondo e fatte arrivare con camion blindati per evitare fughe di notizie: perché si sa che non c'è boss che non abbia i suoi confidenti tra le forze dell'ordine e non c'è picciotto che non sia in grado di corrompere uno sbirro, un appuntato, un maresciallo.
Bisognava sentire, nel giorno della conferenza stampa, con quanto orgoglio e quanto compiacimento il procuratore capo Gratteri ha illustrato al Paese - sì, al Paese: perché la 'ndrangheta da tempo non è più un fenomeno regionale - i grandi numeri della retata. C'erano, nel suo linguaggio furori che a tratti richiamavano il poliziotto di Graham Greene e il suo inno spocchioso all'onnipotenza della legge: "Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare", urlava.
Ma il punto di riferimento restava Falcone, il magistrato antimafia per eccellenza, l'uomo che nel febbraio del 1986 consegnò alla giustizia i mammasantissimi di cui Palermo, regia e conventuale, non osava nemmeno pronunciare i nomi: da Michele Greco, detto "il papa", a Luciano Liggio, col suo sigaro storto; da Totò Riina, il capo dei capi, a Pippo Calò, che era stato il mestolo di ogni pentolone di sangue e violenza. E poi c'erano i pentiti, quelli che sbriciolavano nelle udienze ogni presunzione degli avvocati di difesa: c'era Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile e arrivato in Italia col piglio di un angelo sterminatore, e c'era Totuccio Contorno, un killer che altri killer hanno tentato a tutti i costi di ammazzare prima della sua deposizione davanti alla Corte presieduta da Alfonso Giordano.
Certo, nella retata di Catanzaro non c'erano nomi che potessero raffrontarsi, per calibro e ferocia, ai 475 imputati che Falcone aveva costretto a recitare sul palcoscenico della disfatta, in un'aula bunker fatta costruire apposta dentro le mura dell'Ucciardone. Ma i numeri sì, quelli c'erano. E Gratteri li ha calati tutti sul tavolo a suggello della sua personalissima epopea: "Questa indagine - ha detto - è la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
I numeri e nulla più, comunque. Falcone non cedeva a suggestioni simili a quelle che attraversano "Il potere e la gloria" di Graham Greene. Non dava credito a metafisiche banali e perdenti, come quella del cosiddetto terzo livello che ipotizzava un tavolo ovale nel quale sedevano e complottavano uomini di Cosa nostra e ras della politica. Non amava scorciatoie facili e giudiziariamente sterili: quando Giuseppe Pellegriti, un pentiticchio di terz'ordine, gli propose chissà quali rivelazioni per incastrare Salvo Lima, pro console di Giulio Andreotti in Sicilia, il magistrato palermitano capì che era una polpetta avvelenata e incriminò Pellegriti per calunnia.
Poteva uscirne con la testa cinta da alloro e avrebbe fatto felice Leoluca Orlando, il sindaco populista che tiranneggiava allora su un'antimafia chiodata, quella che sputacchiava pure sulla ragionevolezza mite di Leonardo Sciascia. Invece Falcone preferì la via della verità. E, stoicamente, accettò addirittura gli sfregi di Orlando che, con la tracotanza di un predicatore gesuita, lo accusò persino - roba da pazzi - di tenere le prove nascoste nei cassetti. Ma Falcone non aveva la mistica della toga. Non credeva nella missione salvifica della magistratura. Sosteneva semplicemente che la mafia, come tutte le cose del mondo, ha un inizio e una fine e che per combatterla basta raccogliere prove e testimonianze capaci di reggere in dibattimento: perché un mafioso che la fa franca dopo essere stato inquisito è una sconfitta non solo per il magistrato che ha istruito l'inchiesta ma anche e soprattutto per lo Stato.
Il procuratore Gratteri, a differenza del giudice simbolo dell'antimafia, crede che un'inchiesta giudiziaria, indubbiamente portentosa come quella che lui ha firmato, possa contribuire a salvare il mondo; o, quantomeno la sua regione: "Il giorno del mio insediamento - ha tenuto a precisare nel giorno della conferenza stampa - ho pensato di smontare la Calabria come un treno Lego e poi rimontarla, piano piano".
Era la sottolineatura che, a suo avviso, avrebbe dovuto accendere, attorno alla retata, il consenso del mondo politico, gli applausi della società civile e i titoloni sulle prime pagine dei giornali. Tutte cose che non sono arrivate; o sono arrivate in maniera ridotta, sbiadita: non con i colori lucenti e smerigliati che abitualmente accompagnano un'impresa eroica e straordinaria, ma con quelli smunti e appannati dell'ordinaria amministrazione. Gratteri c'è rimasto male. Non solo se l'è presa con la stampa e la sua scarsa sensibilità, ma ha anche lanciato sospetti pesanti, pesantissimi contro il potere che da sempre, vada da sé, isola e perseguita chi, come lui, rischia ogni giorno la vita per ripulire la propria terra da ogni nefandezza, da ogni collusione, da ogni intrigo, da ogni corruzione. È la teoria della trama oscura. All'interno della quale ha trovato degna collocazione anche il veto con il quale Giorgio Napolitano bloccò, dal Quirinale, proprio la nomina di Gratteri a ministro Guardasigilli del governo Renzi.
È il vittimismo di Stato. Un vittimismo che per un capriccio del destino si ingrotta, serpigno, nella mente di molti magistrati coraggiosi. Ricordate quando Antonio Ingroia dall'alto del suo strapotere alla procura di Palermo credette non solo di intercettare Napolitano nel suo ruolo, costituzionalmente protetto, di presidente della Repubblica; ma spacciò poi come un complotto di palazzo la sentenza inappellabile della Consulta che imponeva al capo della procura palermitana di distruggere immediatamente le bobine?
Anche Di Matteo ha ostentato - come Gratteri, come Ingroia - il suo vittimismo di Stato. Anche lui era accucciato dietro la porta di via Arenula, sicuro del fatto che Beppe Grillo avrebbe aperto da lì a poco il lucchetto per nominarlo ministro della Giustizia. Ma le cose sono andate poi diversamente ed è difficile, ora che il successo della Trattativa si sfarina sempre più nei processi d'appello, mantenere alto il livello delle ambizioni. Tuttavia, piaccia o no, è lui il magistrato coraggioso che ancora troneggia nel piazzale degli eroi.
Lo hanno elevato sul piedistallo più ardito i cento comuni che gli hanno conferito la cittadinanza ordinaria, le associazioni - dalle Agende rosse alla Scorta Civica - che lo accompagnano nei pellegrinaggi del fervore anti-mafioso, il suo giornaletto di riferimento che ogni giorno lo osanna con otto titoli in homepage, i colleghi che due mesi fa lo hanno eletto al Consiglio superiore della magistratura come interprete fedele della linea dettata da Piercamillo Davigo, l'ex pm di Mani pulite che la tv ha trasformato in un Sommo Sacerdote di Giustizia.
Gratteri ne ha ancora strada da fare. La Trattativa era una boiata pazzesca ma la Corte, con i suoi giudici popolari, ci ha creduto; e dopo un processo durato cinque anni ha emesso una sentenza che condanna a 12 anni di carcere non solo due boss sopravvissuti al 41bis come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, ma pure due alti ufficiali dei carabinieri, che tentarono, al tempo delle stragi, di arginare il fiume di sangue: Mario Mori e Antonio Subranni. Il trenino Lego che il procuratore di Catanzaro ha tenacemente e meritoriamente smontato ha ancora da toccare parecchie stazioni: deve affrontare il tribunale del riesame, il rinvio a giudizio, il processo di primo grado. Quanti saranno i colpevoli e quanti gli innocenti? Il piazzale degli eroi non è proprio dietro l'angolo.
di Stefano Folli
La Repubblica, 28 dicembre 2019
La storia del processo penale infinito, reso tale dalla scelta di sospendere senza limiti la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è tipicamente italiana. Nel senso che in materia tutti possiedono uno spicchio di ragione e una porzione di torto, ma quasi sempre declinati nei modi sbagliati.
La Nazione, 28 dicembre 2019
In carcere si producono "Reati di gola" per "una buona formazione da potere spendere all'esterno". Lo afferma la direttrice Maria Cristina Morrone. Marmellate, verdure sottolio e succhi di frutta: questa la produzione del nuovo laboratorio di trasformazione alimentare inaugurato nella casa circondariale di Massa Marittima (Grosseto).
Dodici i detenuti coinvolti, su circa sessanta persone recluse nell'istituto penitenziario, in un percorso formativo di alta specializzazione. A fornire le materie prime le aziende agricole locali della realtà associativa Pulmino Contadino. Tutti i prodotti avranno l'etichetta "Reati di gola", brand creato dagli stessi detenuti che hanno già lavorato in aula con più esperti, sia per la comunicazione e grafica che per la parte alimentare, nutrizionale e biologica oltre che di cucina.
L'obiettivo è dare ai detenuti una "una buona formazione da potere spendere all'esterno", ha spiegato la direttrice del carcere, Maria Cristina Morrone, che ha anche ringraziato Carlo Mazzerbo da cui ha ereditato il progetto insieme al passaggio di consegne alla direzione del carcere. Coinvolti nel progetto anche "Slow Food" condotta Monteregio, attiva nel carcere dal 2006, e la sede di Follonica del Cpia 1 Grosseto, il Centro per l'istruzione degli adulti che ha aggiunto nel programma formativo scolastico il progetto che collega l'istruzione alla formazione e quindi al lavoro. L'iniziativa ha avuto anche il contributo del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme alla Regione Toscana, poiché vincitrice del bando regionale per il terzo settore del 2018.
La Repubblica, 28 dicembre 2019
Il fatto segnalato anche da ambienti sanitari. Avvertiti i ministri di Difesa, Giustizia e Salute. Conferenza stampa con Ilaria Cucchi. Avrebbe "impedito al personale sanitario del 118" di dare le cure necessarie ad une persona in stato di arresto in una caserma del Ferrarese. Per questo motivo la Cgil di Ferrara, secondo quanto riferito dal segretario ferrarese Cristiano Zagatti, ha denunciato un ufficiale dei carabinieri in servizio nella provincia di Ferrara. Secondo la denuncia il militare avrebbe impedito ai sanitari "di prestare le dovute cure ad una persona in stato di arresto trattenuta in caserma a Copparo".
Il sindacato ha sottoposto l'episodio anche all'attenzione dei ministri della Difesa, della Giustizia e della Salute, al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e al Garante nazionale dei detenuti. Il fatto risale a settembre e riguarda un cittadino italiano che era in custodia nella caserma della cittadina della provincia di Ferrara. L'uomo, secondo la denuncia, era bisognoso di cure e i sanitari del 118, una volta arrivati, non sarebbero stati messi nelle condizioni di operare. La persona interessata non avrebbe riportato gravi conseguenze. Prima della denuncia presentata dalla Cgil, una segnalazione del fatto sarebbe partita anche da ambienti sanitari. Ulteriori dettagli della vicenda saranno illustrati domani, in una conferenza stampa convocata alle 11 alla Camera del lavoro di Ferrara, alla quale parteciperà Ilaria Cucchi.
recensione di Cecilia Pagella
sistemapenale.it, 28 dicembre 2019
Un potente e triste ritratto del sistema penale americano, in un romanzo dal successo internazionale. Einaudi Editore, 2019. Romy Hall fa la spogliarellista al "Mars Room", un night scalcagnato in cui "se non sei incinta di cinque o sei mesi, sei la reginetta della serata"; ha un figlio, Jackson, di cinque anni, e, alle spalle, un'infanzia mancata, una giovinezza prematura di indigenza, droga e abbandono, accanto a una madre burbera e depressa, in una San Francisco nebbiosa, sordida e punteggiata di lunghe file di case tutte uguali, "senza bandiere arcobaleno, poesia Beat o strade ripide e tortuose". Kurt Kennedy è un veterano di guerra disabile, cliente del Mars Room e ossessionato persecutore di Romy; lei fugge a Los Angeles per allontanarsi da lui ma, proprio quando crede di esserci riuscita, se lo ritrova seduto nel portico della sua nuova casa. Arrabbiata ed esausta, Romy aggredisce l'uomo che, paralizzato dalla propria disabilità, non è nemmeno in grado di reggersi in piedi, e lo massacra a sprangate.
Romy non può permettersi un avvocato di fiducia, perciò gliene viene assegnato uno d'ufficio, disperatamente incompetente e oberato di lavoro, che la incontra per la prima volta in udienza; l'accusa insiste sull'irrilevanza degli atti persecutori e sulla totale inoffensività di Kennedy dovuta al suo handicap, e la giudice non ammette le prove dello stalking: l'imputata viene condannata a due ergastoli, che sconterà nella prigione di Stanville.
Finisce così la vita libera di Romy, e ne inizia una nuova, che della prima non conserva che la nostalgia, di Jackson, in primo luogo, rimasto completamente solo in un mondo ostile; una vita da trascorrere tra le mura del carcere: un edificio circondato da una recinzione elettrica, dotato di un quadratino di cemento circondato da filo spinato in cui le detenute trascorrono la loro ora d'aria, un luogo disciplinato da assurdi divieti, popolato da persone spesso analfabete e segnate da un passato da incubo, che si fingono dislessiche per poter godere delle poche tutele assicurate agli americani disabili, in cui pochissimo spazio è concesso alla solidarietà e all'amicizia. Unico bagliore di speranza nella vita di Romy è Gordon Hauser, un benintenzionato insegnante di lettere che le passa libri e le regala l'illusione di poter essere per lei un ponte verso il mondo esterno. Incapace di accettare l'esistenza che le è stata inflitta, Romy decide di tentare un'impresa mai riuscita a nessuna delle detenute di Stanville: l'evasione.
Mars Room è un atto d'accusa a tutti gli attori della tragedia del processo penale: gli avvocati della difesa che, animati esclusivamente dalla logica del profitto, rifiutano ai poveri il diritto a difendersi; i sostenitori dell'accusa a tutti i costi, che trascurano la giustizia in favore di un'interpretazione formalistica delle norme; i giudici inermi di fronte alla manifesta disparità delle armi nei casi di processi a carico di appartenenti alle fasce più svantaggiate della popolazione. È un potente, tristissimo ritratto del carcere, come luogo di isolamento, annientamento dell'identità e privazione della speranza, albergo di persone quasi sempre poverissime, per nulla istruite, tossicodipendenti, vittime, a loro volta, di un'esistenza di abusi e privazioni, adatto, forse, a rimuovere dalla vista delle "persone per bene" i prodotti delle diseguaglianze economiche e sociali, ma, evidentemente, non a svolgere quel compito che le Costituzioni gli assegnano: restituire alla società persone migliori.
recensione di Marco Belpoliti
Robinson - La Repubblica, 28 dicembre 2019
Sono immagini prese al volo, frammenti estratti dal flusso dell'esistenza di un'umanità con la speranza di remissione. Cristo tra i ladroni? Un uomo sta appeso a una sbarra, le braccia divaricate e gli occhi chiusi; altri due l'osservano, piedi poggiati a terra e braccia abbandonate sui fianchi. Non siamo sul Golgota, ma in un altro similare luogo di pena e di dolore, ovvero nel cortile di una prigione italiana: Regina Coeli.
Gli uomini ritratti nell'immagine di Valerio Bispuri sono tre tra le migliaia di detenuti rinchiusi nelle nostre carceri. Il fotografo romano ha compiuto un viaggio in questi istituti, tra coloro che vi sono rinchiusi. Più che ai luoghi, in gran parte degradati e squallidi, Bispuri ha dedicato la sua attenzione alle persone.
L'uomo che compie l'esercizio di sollevamento e di sospensione in questo scatto, alla pari degli altri due che lo guardano, è tutto ricoperto di tatuaggi, una scrittura che l'identifica per le storie che la sua pelle racconta: un revolver, una stella, un viso, frasi, una ragnatela; la stessa arma è incisa sulla pelle dell'uomo di sinistra e un'altra ragnatela copre la parte alta del suo braccio. Ai piedi scarpe da ginnastica.
Dietro di loro sbarre alle finestre, i mattoni consunti del muro, un tubo di scolo: sono in un cortile in un momento d'aria, una pausa fuori dalle loro celle. Bispuri nel libro che raccoglie le sue istantanee ha ritratto momenti della vita quotidiana in bianco e nero.
Sono immagini spesso prese al volo, colpi d'occhio, frammenti estratti dal flusso dell'esistenza di uomini e donne. Vi si colgono gesti, espressioni, posture, atteggiamenti. Un patimento connota ogni cosa, ogni movimento, ogni attesa.
Un'umanità con la speranza di remissione, o anche solo di un po' di libertà, affolla le pagine di questo straordinario libro, "Prigionieri" (Contrasto), fratelli e sorelle di chi la libertà la sperimenta ogni giorno senza pensare a quale dono eccezionale sia in un mondo di schiavi, prigionieri ed esiliati.
L'autore - Un fotoreporter in dieci carceri. Dall'Ucciardone di Palermo a Poggioreale a Napoli, da Regina Coeli e Rebibbia a Roma al Carcere della Giudecca di Venezia, passando per San Vittore a Milano e tanti altri: la fotografia pubblicata in questa pagina fa parte del progetto Prigionieri di Valerio Bispuri, edito da Contrasto.
Un reportage rigorosamente in bianco e nero che racconta dall'interno dieci delle principali strutture carcerarie italiane e testimonia i problemi maggiori che affliggono i detenuti: dal sovraffollamento alla precarietà dei fabbricati, dalla mancanza di personale ai drammi che hanno segnato la vita degli uomini e delle donne sospesi in questi non luoghi. Il libro raccoglie tre anni di lavoro e completa il viaggio fotografico cominciato da Bispuri (Roma, 1971) nelle prigioni sudamericane con il progetto Encerrados.
recensione di Andrea Moser
La Regione, 28 dicembre 2019
Nei vicoli di Napoli. "L'odore di cipolla di una tavola calda di scarsa qualità, quello del sudore, delle scarpe, di uno spogliatoio di una palestra, la puzza di fumo che impregna i tessuti, il respiro nei dormitori per gli studenti, il pungente profumo di detergenti e dei saponi a basso costo, sommati a chissà cos'altro, producono un risultato unico, irripetibile eppure così uguale. È l'odore del carcere. Da San Vittore all'Ucciardone può essere più o meno intenso, ma è sempre uguale".
Si apre con queste parole il romanzo-testimonianza di Francesco Cascini intitolato "Il giudice e il camorrista", edito da Tipografia Helvetica e accompagnato da una prefazione di Carla Del Ponte. La storia prende avvio con i ricordi di un magistrato (diciamo sin d'ora che l'io narrate coincide con l'autore stesso vista la forte impronta autobiografica che caratterizza la storia) che nella sua funzione di direttore dell'Ufficio ispettivo presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si occupava di verificare lo stato delle carceri italiane. L'autore ci conduce nei luoghi in cui i detenuti - in gergo i camosci (termine che ha origine dal fatto che un tempo i detenuti indossavano una divisa color giallo-marrone) - devono espiare le loro pene.
Il carcere ha un odore inconfondibile, è "l'odore della sofferenza, della cattività, della colpa, della rabbia o della rassegnazione". Cascini - oggi tornato a svolgere la funzione di procuratore pubblico - si interroga su quale senso possa avere rinchiudere sei persone in una cella di nove metri quadrati e, soprattutto, che valore possa avere la pena dopo tre o quattro anni trascorsi lì dentro: sono interrogativi laceranti ai quali si possono dare forse delle risposte solo tentando di distanziarsi emotivamente da quegli individui e ricordarsi sempre che essi rimangono dei criminali che spesso hanno compiuto dei reati gravissimi, specie quelli del reparto del 41bis, ossia coloro che sono stati condannati per reati di tipo mafioso. Anche attraverso questa prospettiva le cose non sono così limpide come si vorrebbe: accade così che un giorno come tanti, mentre si guardano negli occhi i camosci, riaffiorino con forza dirompente i ricordi della propria infanzia: essi conducono lo scrittore a confrontarsi con sé stesso, la sua professione e più in generale sulle possibili cause che portano molti giovani dei quartieri più poveri di Napoli ad abbracciare la strada della criminalità.
Varcare il confine - Cascini accompagna così il lettore a seguire le avventure di un timido ragazzino che dai quartieri alti decide un bel giorno di varcare il "confine" e scendere nei vicoli dove vivevano "loro", quelli che i genitori di Francesco definivano diversi "da noi". Cosa cercava il ragazzino in quei luoghi? Semplicemente qualcuno con cui giocare a pallone, con cui condividere la propria infanzia. In quel quartiere era tutto un fremito di vita: le stradine pullulavano di gente, i venditori urlavano le loro offerte, dappertutto vi erano sedie, tavolini, bambini che correvano e su ogni balcone era uno sventolio di bandiere del Napoli. Bastò poco allora per fare amicizia: "Uè ce sta stu guaglione ca ten o' pallone". Attraverso il gioco Francesco conosce Gennaro "recchia e puorco", Pasquale "a banana", Antonio "o' sicc", Giggin "o' zuopp" e soprattutto il capo del gruppo Tonin "o' cinese" (figlio di un delinquente rinchiuso nel carcere di Poggioreale) che per ragioni non del tutto chiare - e che per Cascini rimarranno per sempre avvolte nel mistero - aveva una simpatia per il nuovo venuto, e, soprattutto, lo teneva sotto la sua ala protettrice.
Le partite di calcio diventavano spesso terreno di scontro, l'occasione per ribadire la propria forza e in tutto ciò "o' cinese" si dimostrava il più violento, l'indiscusso capo. Francesco appena poteva frequentava il gruppo, quei bambini che sembravano già degli uomini: ben presto si rese conto che non andavano a scuola ed erano già avviati a una vita d'illegalità e, soprattutto, erano già pedine nelle mani della camorra. Tutto però in quegli anni appariva diverso agli occhi di Francesco: grazie alle sue conoscenze calcistiche permise al gruppo di vincere una bella somma al totonero. Alla riscossione però nacquero dei problemi: Tore "o' animale" non volle pagare. Inevitabilmente la disputa ebbe un epilogo violento e, soprattutto, coinvolse il vero capo del totonero; tutti lo chiamavano Ciù Ciù.
Un destino segnato - Ormai per Francesco era anche chiaro che tutta la zona era un grande supermercato della droga e il sabato sera centinaia di "figli di papà" vi si recavano per comperare la "roba". La famiglia del cinese "spacciava il fumo e aveva mantenuto, anche se ridotto, l'attività, dopo l'arresto del padre. Dopo aver visitato casa sua diverse volte avevo capito cosa fossero quelle stecchette argentate sull'asse da stiro. La madre, mentre faceva il ragù e guardava la televisione, le stirava rendendole leggermente più sottili, spesso aggiungeva del lucido da scarpe e da tre stecchette ne ricavava quattro o cinque.
Avevo sentito il cinese che spiegava come riuscivano a campare solo allungando il fumo, altrimenti con quello che gli davano loro avrebbero fatto la fame". Inevitabilmente i ragazzini dei vicoli crebbero velocemente e per Francesco lì non c'era più posto per un "figlio di papà": il destino del cinese era segnato, così come di tutti gli altri. A Francesco non rimase che un senso di colpa per aver abbandonato senza spiegazioni i suoi amici; rimase, però, la consapevolezza che in fondo "lui avrebbe capito, che sapesse perfettamente chi ero e dove abitavo. Forse anche lui in fondo sapeva che la nostra amicizia sarebbe stata impossibile".
Gli occhi erano i suoi - Il destino aveva però in serbo un'ultima sorpresa: Cascini molti anni dopo rivide il cinese in un carcere di massima sicurezza. Ci mise un po' a riconoscerlo, il nastro dei ricordi doveva essere riavvolto, ma gli occhi, gli occhi erano i suoi! Il magistrato andò a rileggersi gli incarti del processo che lo aveva condannato all'ergastolo, voleva sapere...; si chiedeva se l'amico di un tempo lontanissimo fosse diventato quello che temeva. "Avevo sperato in una ragione per giustificare quella sensazione così netta d'ingiustizia che avvertivo, ma era tale solo nella mia testa".
Sì, il cinese era diventato un camorrista e un assassino. Forse tutto era già scritto in quelle parole che trent'anni prima gli disse l'amico: "Per campare nei vicoli devi tenere la cazzimma. Se ti fai mettere e pier in capa dal primo stronzo che arriva non tieni futuro. Nun te pensa nisciun, si nu scemo qualunque. In miez a via nun ci sta nient a fa', si te miett paura nu riesc a campà". L'ultima volta che Cascini lo vide dietro le sbarre gli disse, quasi a conclusione di quel discorso iniziato tantissimi anni prima: "Tutte le persone possono scegliere. Non esiste solo un mondo, né un solo modo di vivere". E a noi che chiudiamo il libro non rimane che l'amarezza e la tristezza di una storia di violenza e solitudine.
Corriere dell'Umbria, 28 dicembre 2019
Partirà nel 2020 nel carcere di Capanne il laboratorio di cucito: ci sono tutte le volontà e le aspettative. Il corso che interesserà 60 detenuti e detenute porta la firma e il sostegno di Brunello Cucinelli. Nei prossimi mesi nella casa circondariale di Perugia si realizzeranno anche i capi in maglieria delle divise degli agenti della polizia penitenziaria di tutta Italia. Una sfida che ha il sapore della vittoria personale e di una comunità che vuole offrire una seconda opportunità.
"Ci è stato chiesto un supporto per il settore della maglieria e noi abbiamo accettato con molto piacere - spiega il progetto Carolina Cucinelli, figlia del re del cachemire - abbiamo fornito tutto il know how, il nostro saper fare, a partire dall'aiuto logistico: pensiamo soltanto al tipo di macchinari da scegliere e impiegare nel laboratorio ma anche al numero di postazioni in base allo spazio e al numero di lavoratori".
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