di Bruno Micolano
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
Un caso penale di un condannato a morte pendente di fronte ad un tribunale della Georgia negli Stati Uniti, forse, potrebbe essere utile per farci ragionare su cosa voglia dire un processo infinito e quali siano le conseguenze reali di una tale situazione oggi dai più indicata come forma più alta di giustizia e di giusto processo che, per essere giusto, deve impedire che il colpevole sfugga al giusto castigo.
Il Mattino, 5 febbraio 2020
Nove Tribunali di sorveglianza (Venezia, Lecce, Taranto, Brindisi, Cagliari, Napoli, Caltanissetta, Potenza e Salerno) hanno espresso i loro dubbi sulla legittimità della retroattività della stretta sui benefici penitenziari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
Roberto Giachetti, di Italia Viva, ha presentato un'interrogazione parlamentare. Arriva in Parlamento il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) sulle condizioni di detenzione in Italia. A farlo con un'interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Giustizia è Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva. Il parlamentare mette in evidenza la contraddizione tra quanto riferito dal guardasigilli e quanto affermato dal suo gabinetto in risposta al Cpt.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 febbraio 2020
Due le ipotesi in campo: il blocco dell'istituto dopo la sentenza di appello oppure lo slittamento di sei mesi degli effetti della legge, per lavorare sull'accorciamento dei tempi del processo. Giornata di trattative, ma il ministro nega il passo indietro.
Stop della prescrizione dopo il processo d'appello, e non dopo quello di primo grado come prevede la legge Bonafede. Regola da applicare per tre anni, salvo tornare alla Bonafede originaria in caso di insuccesso. Oppure, per spegnere le polemiche, rinviare addirittura di sei mesi la prescrizione "corta" entrata in vigore il primo gennaio. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, quando è sera, e dopo una giornata intrecciata di indiscrezioni sulle sue mosse, nega qualsiasi passo. Ma, all'opposto, fonti del governo confermano che per ore, con la consapevolezza dello stesso premier Giuseppe Conte, si è lavorato a un paio di ipotesi - principalmente quella dell'appello - per uscire definitivamente dal guado della giustizia. Ovviamente in attesa che Conte stabilisca la data del tavolo in cui chiudere lo scontro con i renziani. Ma vediamo quali sono le due strade.
Che nel primo caso, lo slittamento della prescrizione "corta" in appello, comporta un prezzo politico per Bonafede di medio danno. Mentre nel secondo - il rinvio di sei mesi, mentre i renziani chiedono un anno e il forzista Costa un anno e mezzo - si risolverebbe per lui in una sconfitta alquanto pesante. Partiamo dall'ipotesi della prescrizione bloccata dopo il processo di appello. Quindi subito prima dell'ultimo grado di giudizio, la Cassazione.
Quando ormai il dibattimento ha compiuto i due terzi della sua strada. Quando ci possono essere due sentenze concordanti, di condanna oppure di assoluzione, oppure discordanti, una condanna e un'assoluzione e viceversa. La logica sarebbe quella di garantire che non può essere la prescrizione a cancellare un esito processuale, al quale va garantita la sua definitiva completezza.
Rispetto a soluzioni contestate dal punto di vista costituzionale, come la distinzione tra condannati e assolti nel caso di prescrizione dopo il primo grado contenuta nel primo lodo Conte (la prescrizione si ferma per gli assolti, continua a correre per i condannati), lo slittamento tout court in appello eviterebbe discrasie. Ma se ne dovrebbe valutare l'effettiva utilità, visto che le statistiche dicono che la maggior parte dei reati si prescrive nella fase delle indagini preliminari e poi proprio in appello.
Mentre quasi nulla si prescrive in Cassazione. Ma tant'è, ogni mediazione, e questa di Bonafede lo sarebbe, comporta un prezzo da pagare. Sicuramente questa comporterebbe un immediato e congruo aumento degli organici della Suprema corte che, a quel punto, si troverebbe addosso la responsabilità di riuscire a chiudere comunque un iter processuale.
Anche se, finito il paterna della prescrizione, avrebbe tutto il tempo per farlo. A meno che il Guardasigilli non stabilisca anche dei tempi per i processi, un tot di anni per ogni fase, Cassazione compresa. Ben più drastica la soluzione del rinvio della Bonafede. L'ipotesi di una trattativa ha cominciato a serpeggiare alla Camera ieri pomeriggio.
Quando nelle due commissioni Affari costituzionali e Bilancio, che stanno esaminando il decreto Mille Proroghe, è stato accantonato l'articolo 8 in cui sono inserite le richieste di rinvio della Bonafede della renziana Lucia Annibali (gennaio 2021) e del forzista Enrico Costa (giugno 2021).
Più di una fonte, anche in questo caso governativa, ha accredita la voce che Bonafede stesse pensando a un rinvio di soli sei mesi, per spegnere le polemiche e lavorare sui tempi del processo. Una volta pronto quel dossier sarebbe possibile discutere anche di come cambiare la prescrizione "corta".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
"La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito".
"Sentenza populista" è solo l'ultima esternazione - pronunciata da un difensore per definire l'esito di un procedimento penale - che associa il populismo alla giustizia. Un legame complesso, che affonda le radici nella storia del nostro Paese e nell'indissolubile connubio tra politica e diritto. "Una tendenza - quella del populismo penale - che porta, sul versante politico, alla strumentalizzazione del diritto penale, con l'impiego della punizione come medicina per ogni malattia sociale; su quello giudiziario alla pretesa del magistrato di assumere il ruolo di autentico interprete delle aspettative di giustizia del popolo" è la tesi di Giovanni Fiandaca, professore ordinario di diritto penale presso l'Università di Palermo e autore del saggio Populismo politico e populismo giudiziario.
Cominciamo dalla locuzione "populismo penale". Lei lo considera un concetto improprio?
Il concetto di populismo si presta, nella sua potenziale estensione, a ricomprendere fenomeni molto diversi e può, perciò, essere piegato anche ad usi impropri. In un mio saggio del 2013 ho provato a mettere insieme alcuni spunti di riflessione sul populismo penale, distinguendone due possibili forme che peraltro non sono necessariamente destinate a manifestarsi in forma congiunta, nel senso che l'una può mantenere una certa autonomia rispetto all'altra: alludo da un lato al populismo penale "politico-legislativo" e, dall'altro, al populismo penale "giudiziario". Il primo sottintende l'idea di un diritto penale utilizzato come risorsa politico- simbolica per lucrare facile consenso elettorale in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure e ansie prodotte dal rischio-criminalità, specie quando la fonte di tale rischio viene identificata nel "diverso", nello straniero, in quell' immigrato extracomunitario che finisce con l'assumere il ruolo di nuovo nemico della società da controllare, punire e bandire: insomma, inasprire la risposta punitiva nei confronti del presunto nemico significa farsi populisticamente carico del bisogno di sicurezza del popolo sano, a difesa di una sorta di "ideologia del guscio" e di una supposta identità culturale (e perfino razziale!) che rischierebbe di essere inquinata dai nuovi barbari.
In questo che lei chiama "farsi carico populisticamente del bisogno di sicurezza" rientra anche la creazione di nuove fattispecie di reato?
Sì, in generale può parlarsi di populismo penale in tutti i casi, in cui i politici assecondano la tentazione di creare nuovi reati o inasprire reati preesistenti allo scopo di dimostrare alla gente di volere combattere sul serio e in modo drastico i diversi mali che affiggono la società. Insomma, la risposta punitiva rappresenta uno strumento non solo apparentemente risolutore proprio perché energico, ma anche molto comunicativo perché semplice, facilmente comprensibile da tutti nella sua elementare simbologia; inoltre, essa canalizza pulsioni vendicative e sentimenti di indignazione morale diffusi a livello popolare e, ancora, esime la politica dalla ricerca di strategie di intervento più costose e tecnicamente più appropriate. Questa ricorrente tendenza alla strumentalizzazione politica del diritto penale, e all'impiego della punizione come medicina quasi per ogni malattia sociale è stata, non a caso, esplicitamente criticata anche da Papa Francesco.
E veniamo ora alla seconda forma di populismo penale, il populismo giudiziario...
Il "populismo giudiziario", quale specifica forma di manifestazione del populismo penale sul versante della giurisdizione, è un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo (o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale. Questa sorta di magistrato-tribuno, che pretende di entrare in rapporto diretto con i cittadini, finisce col far derivare la principale fonte di legittimazione del proprio operato, piuttosto che dal vincolo alle leggi scritte così come prodotte dalla politica, dal consenso e dall'appoggio popolare.
Viene automatico chiederle: possiamo fare qualche esempio, più o meno recente?
Esemplificazioni concrete d'un tale populismo giudiziario non è difficile rinvenirne, ieri come oggi. È fin troppo facile individuarne un modello prototipico nell'Antonio Di Pietro protagonista di "Mani pulite". Anzi, direi che proprio Di Pietro ha acceso la miccia di un populismo destinato, successivamente, a proliferare in forme anche più direttamente politiche. Aggiungo, incidentalmente, che sarebbe anche maturato il tempo per effettuare un autentico bilancio critico degli effetti politici ad ampio raggio - alcuni dei quali, a mio giudizio, del tutto negativi - prodotti dalla cosiddetta rivoluzione giudiziaria milanese. Personalmente, temo che una giustizia penale che si auto-investe di missioni palingenetiche, alla fine, causi più danni che vantaggi.
"Mani pulite" come modello di populismo giudiziario, dunque. Di quale missione palingenetica si sarebbero investiti i magistrati milanesi?
La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. Altra cosa è che un obiettivo "sistemico" così ambizioso fosse veramente alla portata dell'azione giudiziaria di contrasto della corruzione. A riconsiderare quell'esperienza a venticinque anni di distanza, sembra più che lecito dubitarne.
Ecco il punto: è possibile associare il termine populismo alla giustizia, quindi?
Si può associare se utilizziamo il termine "giustizia" per indicare i bisogni, le aspettative di tutela e le aspirazioni di giustizia della popolazione secondo la chiave interpretativa che pretendono di fornirne le forze politiche o i magistrati di vocazione populista. Se guardiamo al concetto di giustizia sotto un'angolazione diversa e più generale, invece, tra populismo e giustizia può esservi conflitto.
Proviamo ora a ricercare le origini del fenomeno. Secondo lei dove affondano?
Il discorso è complesso. Direi una miscela di fattori oggettivi o di contesto, e soggettivi come il protagonismo di una parte della magistratura. Tra i fattori di contesto, annovererei - in sintesi - la crisi della politica ufficiale e la sfiducia verso i politici, l'emergere di tendenze antipolitiche (o, meglio, antipartitiche), la tentazione politica di delegare alla magistratura il compito di affrontare e risolvere grosse questioni sociali, criminali e non. Tra i fattori soggettivi, porrei l'accento sulla vocazione lato sensu politica di una parte della magistratura, sul diffondersi di una cultura giudiziaria di tipo attivistico-combattente e sulla tendenza - appunto - di alcuni magistrati a impersonare il ruolo di giustizieri, angeli del bene o tribuni del popolo. Questi fattori oggettivi e soggettivi interagiscono secondo dinamiche complesse e non univoche.
Provando a spostare l'analisi sull'attuale sistema politico, si può dire che il diritto penale è stato strumentalizzato in chiave populista?
Questo fenomeno di strumentalizzazione è esistita e continua ad esistere, peraltro sia a destra che a sinistra.
Concretamente, possiamo citare qualche caso?
Faccio due esempi, entrambi emblematici: la circostanza aggravante della clandestinità introdotta in epoca berlusconiana, e poi bocciata dalla Corte costituzionale; il nuovo reato di omicidio stradale fortemente voluto da Matteo Renzi, in una prospettiva sinergica populista- vittimaria: nel senso che la motivazione politica di fondo sottostante all'omicidio stradale (come reato autonomo) è stata non solo quella di dare un segnale anche simbolico di grande rigore nel contrastare la criminalità stradale con pene draconiane, ma anche di indirizzare un messaggio di attenzione e vicinanza nei confronti dei familiari delle vittime della strada e delle loro associazioni. Al di là di questo discutibilissimo populismo vittimario, quel che rimane da dimostrare con criteri empirici è - beninteso - che l'omicidio stradale serva davvero a prevenire più efficacemente gli incidenti mortali.
Secondo lei la politica sta tendendo ad avvicinarsi al lessico tipicamente "accusatorio" della magistratura requirente?
Ritengo che vi siano esempi di questo avvicinamento anche in Italia. Alludo, com' è intuibile, al fenomeno di esponenti politici a vari livelli che pongono al centro della loro azione politica o del loro programma di governo la lotta alla criminalità o la difesa della legalità: una sorta di professionismo politico specificamente anti-criminale o anti-mafioso. Con una tendenziale differenza, peraltro, a seconda che questo tipo di politico militi sul fronte conservatore o progressista: nel primo caso, egli muoverà guerra soprattutto alla criminalità comune e alla criminalità da strada; nel secondo caso, alle mafie e alla criminalità dei "colletti bianchi". In entrambi i casi, comunque, il politico di turno tenderà a vestire i panni del pubblico ministero più che del giudice: porrà infatti l'accento, con parecchia enfasi, sulla necessità di denunciare, indagare, accertare, impiegare tutti i mezzi di contrasto possibili e immaginabili per sradicare la mala pianta del crimine e fare terra bruciata intorno ad esso, applicare pene draconiane, controllare e neutralizzare gli individui pericolosi o sospettabili tali.
Tornando al populismo penale, il termine viene utilizzato in accezione negativa. Eppure lei ha scritto che il diritto penale è, in qualche modo o misura, populistico. È una provocazione?
Sì è una provocazione intellettuale, nel senso che tento di chiarire. Tradizionalmente, ogni codice penale è stato considerato una specie di marcatore simbolico dell'identità culturale e valoriale di un determinato popolo: in questo senso, ogni codice nazionale rifletterebbe la storia, i valori, gli usi sociali, i sentimenti collettivi della nazione in questione. Con formula efficace, si è anche detto che un codice penale rispecchia il "minimo etico" della popolazione. Ciò premesso, io avanzerei in realtà riserve rispetto alla tendenza a caricare il dritto penale di valenze fortemente identitarie, a maggior ragione nelle società in cui viviamo caratterizzate da un accentuato pluralismo: incombe, infatti, il rischio di voler autoritariamente attribuire alla punizione il compito illusorio di riaffermare o rinsaldare identità "comunitarie" ormai inesistenti o indebolite contro criminali percepiti come nemici estranei e inquinanti. Un simile atteggiamento sarebbe non solo incostituzionale, ma sostanzialmente fascistico- razzistico.
Nel suo saggio sul populismo penale, lei cita il criminologo Jonathan Simon, che attribuisce un ruolo politico decisivo alla paura per la criminalità. Che funzione esercita, secondo lei, la paura nell'affermarsi del populismo?
Un ruolo certo non piccolo, non solo in Italia. Come ha appunto messo in evidenza Simon riguardo ad esempio agli Stati uniti, si può verosimilmente diagnosticare uno specifico paradigma di governance politica incentrato sulle strategie di repressione e prevenzione della criminalità quali essenziali elementi costitutivi dell'azione di governo. Ma il fenomeno è da tempo registrabile in molti paesi.
Per concludere, le richiamo una citazione di Leonardo Sciascia che lei usa come incipit del suo saggio: "Quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve rassegnarsi al paradosso doloroso per quanto sia - che non si può essere giudice tenendo conto dell'opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto". Lei condivide? Ma come può chi giudica tenere conto dell'opinione pubblica?
Condivido il senso profondo del paradosso sciasciano, che lascia trasparire la difficoltà oggettiva ma, al tempo stesso, la necessità di conciliare in qualche misura due esigenze opposte. Cioè il giudice dovrebbe in teoria, per un verso, essere sempre capace di prendere criticamente le distanze dal clima ambientale, dalle pressioni esterne e dalle aspettative di punizione delle stesse vittime del reato e, aggiungerei, anche dai propri pregiudizi e dai sentimenti personali, e di emettere decisioni basate soprattutto sulle norme, sul ragionamento rigoroso e sul senso di equilibrio, in modo da contemperare tutti i valori in campo: il che, passando dalla teoria alla realtà, può peraltro avverarsi soltanto fino a un certo punto. Anche i giudici sono esseri umani!
E però rimane il fardello dell'opinione pubblica...
Infatti. Per altro verso, chi giudica neppure dovrebbe pronunciare sentenze così difformi dalle aspettative della società esterna e delle vittime da risultare poco comprensibili e, perciò, inaccettabili. Ma la grande difficoltà, il dramma stanno proprio in questo: non di rado, le aspettative popolari di giustizia sono molto emotive, poco filtrate razionalmente e perciò, come tali, irricevibili da una giustizia che aspiri a condannare e punire sulla base di motivazioni razionali e in misura proporzionata alla gravità dei reati e delle colpe accertate.
Viene da chiederle, se mai esiste una risposta: è possibile trovare la "misura" nel giudicare?
Che cosa sia davvero "proporzionato" in campo penale, è una questione a sua volta intrinsecamente controvertibile: in proposito, non c'è verità scientifica, né si può esigere la precisione del farmacista. Si ripropone, dunque, il paradosso "doloroso" di Sciascia: un paradosso che non consente facili vie di uscita, né tollera risposte capaci di tranquillizzare - appunto - la coscienza di chi ha scelto la professione di giudicare.
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 5 febbraio 2020
La prescrizione, l'abuso del diritto penale, il "governo della paura", il ruolo del pm. Il Pg della Cassazione e altri vertici della magistratura hanno pronunciato parole di verità. Il Parlamento saprà ascoltarle?
di Francesco Damato
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
La sua verifica rischia di tradursi non in quella che lui chiama "Agenda 2023", con l'obiettivo di durare fino alla fine della legislatura, ma in un'agendina di pochi mesi.
Ha giustamente colpito il disagio, direi anche fisico, in cui si è trovato il ministro della Giustizia Adolfo Bonafede nelle cerimonie d'inaugurazione dell'anno giudiziario cui ha assistito sentendo contestare dai procuratori generali la sua cosiddetta riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio: cosiddetta, perché in realtà si tratta della sua soppressione all'arrivo della prima sentenza, dopo la quale il processo potrà continuare negli altri due gradi di giudizio all'infinito, diventando in qualche modo per l'imputato un surrogato dell'ergastolo.
Ad uno dei procuratori generali critici degli effetti di questa pseudo- riforma, in particolare a quello di Milano, Roberto Alfonso, il guardasigilli ha voluto pubblicamente reagire ribadendo la sua linea e cogliendo significativamente l'occasione per dolersi anche dell'etichetta di manettaro che gli viene sempre più di frequente affibbiata nelle polemiche.
Probabilmente il ministro pensava anche a quegli avvocati che - non a Milano, in verità, dove si erano limitati a innalzare cartelli e ad allontanarsi quando aveva preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura- ma in altre sedi avevano protestato contro la politica giudiziaria del governo giallorosso ammanettandosi, appunto, davanti a fotografi e telecamere.
Ma più ancora forse del ministro Bonafede, del suo movimento politico 5 Stelle che, per quanto lacerato per tantissime ragioni, lo sostiene fortemente in questa partita della prescrizione sventolandola come una bandiera: più ancora di Davigo, che nella "sua" Milano ha dovuto sorbirsi, diciamo così, una relazione del procuratore generale anche contro le sue convinzioni su questo tema, dalle inaugurazioni dell'anno giudiziario è uscita malconcia l'Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole, per carità, che le spettano. La sua rappresentatività, dopo il consenso dato alla cosiddetta o presunta riforma della prescrizione, è uscita maluccio dalle opinioni di segno opposto espresse dai procuratori generali.
Il più sensibile e toccato, diciamo così, da questo scenario è stato sul Fatto Quotidiano, schieratissimo per l'abolizione della prescrizione, l'infaticabile o incontenibile Marco Travaglio. Che in un editoriale in cui ha storpiato già nel titolo, secondo le sue abitudini, il nome delle Camere penali in Camere penose, perché appunto contrarie alla norma che sopprime la prescrizione con l'esaurimento del primo dei tre gradi giudizio, ha voluto contestare al procuratore generale di Milano la dissonanza dal sindacato, o associazione, di cui fa parte.
Questa, in verità, non si era mai vista e sentita, ma c'è sempre una prima volta per le cose alle quali non si è abituati. Non immaginavo che un procuratore generale di Corte d'Appello, la prima autorità, diciamo così, del distretto giudiziario in cui opera, avrebbe dovuto preoccuparsi in primo luogo, facendo il proprio lavoro, esprimendo le proprie valutazioni e avvertendo dei guasti in arrivo per il funzionamento della giustizia con certe norme decise "per sentito dire", come ha osservato abrasivamente Luciano Violante in una intervista al Dubbio, dovesse farsi carico della posizione del sindacato o associazione di appartenenza. In un clima politico, mediatico, e persino culturale, così arroventato si moltiplicano naturalmente le difficoltà del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena sollecitato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti a farsi carico del problema della prescrizione mediando fra le parti della maggioranza, specie dopo che Matteo Renzi ha praticamente avvertito di essere pronto ad una crisi, se le cose non cambieranno.
Il capo del governo sa che sul tema della prescrizione, per quanto credito si sia guadagnato a Palazzo Chigi riuscendo a trasformare, almeno sino ad ora, in un successo anche la disinvoltura con la quale qualche mese fa ha cambiato alleati e maggioranza, la sua verifica, già mutuata dal poco popolare linguaggio della cosiddetta prima Repubblica, rischia di tradursi non in quella che lui stesso ha chiamato e chiama "agenda 2023", con l'obiettivo di durare fino alla fine ordinaria della legislatura, ma in un'agendina di pochi mesi.
di Carlo Bertini e Ilario Lombardo
La Stampa, 5 febbraio 2020
L'ala dei grillini filo-Pd: "No alle impuntature". E spunta anche l'ipotesi di un decreto lampo. "Nessun accordo". Una riga di comunicato informale, lapidario, arriva poco prima delle otto di sera dagli uffici del ministero della Giustizia. Per smentire una voce che circola da ore su un compromesso sulla riforma della prescrizione: sei mesi di rinvio. Non è vero, sostiene lo staff di Alfonso Bonafede: che fa sapere di attendere da Giuseppe Conte la convocazione del vertice, previsto per oggi, ma che il premier potrebbe rinviare di qualche giorno.
Peccato che quella voce fosse più di una voce. Nel pomeriggio, sia alla Camera sia al Senato, tra M5S, Pd e Italia Viva di Matteo Renzi si dava quasi per certo un compromesso. I sei mesi di sospensione sarebbero il punto di caduta tra la posizione irremovibile del ministro grillino e il rinvio di un anno della sua riforma che blocca la prescrizione (attiva dal 1 gennaio) chiesto dai renziani con l'emendamento Annibali al decreto Mille Proroghe. Che si voterà venerdì in commissione alla Camera.
È il primo passaggio cruciale per testare la tenuta della maggioranza. Visto che anche parte del Pd scalpita per sostenere la proposta di Renzi come arma di pressione. E qualcuno tra i big azzarda pure l'ipotesi di un decreto-lampo per risolvere la grana. L'orizzonte del governo sulla prescrizione si fa sempre più cupo. Prova ne è la preoccupazione del capodelegazione Dem, Dario Franceschini. Ma anche il messaggio consegnato dagli sherpa Pd a Bonafede. In sintesi: si intesti lui una soluzione per uscire dall'impasse. Il Guardasigilli è accerchiato, convinto che sia meglio - come avvenuto per la Tav - lasciar decidere il Parlamento, salvare la faccia al M5S ed evitare di trascinare il governo nella crisi. Ma se cederà o meno molto dipenderà dal suo partito.
Nel M5S c'è chi non nasconde il timore per le conseguenze dello stallo, e chi si scaglia contro l'irrigidimento del ministro, considerato pericolosamente inflessibile. Roberto Cataldi, avvocato ascolano, dato qualche settimana fa in uscita dal M5S, è tra i più duri. Un invito alla "ragionevolezza" arriva dal ministro Federico D'Incà. Esplicito anche Giorgio Trizzino, alla testa di una fronda che spinge per l'alleanza con il centrosinistra: "No alle impuntature, bisogna sapere ascoltare con umiltà le ragioni degli alleati politici. Sono certo che Bonafede saprà accogliere il ragionevole e misurato invito del Pd a intervenire in modo organico sulla struttura del processo penale". Ed è quello che tenterà di fare Conte, cercando di tenere in piedi l'ipotesi rinvio assieme ad un'accelerazione della riforma del processo penale.
Per adesso in mano ha le due proposte di mediazione dell'omonimo deputato di Leu Federico Conte. La chiamano "la soluzione scaletta": blocco della prescrizione solo per i condannati in due gradi di giudizio. E retrodatazione della prescrizione per gli assolti in appello e condannati in primo grado. Conte ha poco tempo. Perché se da un lato, vede che i 5 Stelle stanno tentando di rianimarsi sulle battaglie identitarie come prescrizione e vitalizi (sui quali ci sarà una manifestazione il 15 febbraio), dall'altra deve tenere in considerazione il pressing del Pd, che vuole una sterzata sull'agenda. E Renzi che minaccia di votare il 24 febbraio il ddl di Enrico Costa che annulla la riforma Bonafede. Ed è proprio il deputato di Forza Italia a proporre con un emendamento al Milleproroghe di legare l'entrata in vigore della nuova prescrizione ai decreti attuativi della riforma, in mano al ministro, mirata a garantire una civile durata del processo.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 5 febbraio 2020
Molti anni fa, durante la discussione parlamentare sui Patti Lateranensi, Benedetto Croce pronunciò alcune parole divenute emblematiche: "Accanto a persone per le quali Parigi val bene una Messa, altre ve ne sono per le quali una Messa conta molto più di Parigi, perché è questione di coscienza". L'illustre filosofo si riferiva alla frase attribuita ad Enrico di Navarra, che abiurò la fede ugonotta e si convertì al cattolicesimo per ottenere la corona di Francia. Frase che da quel momento contrassegna lo spregiudicato opportunismo politico, al quale Croce opponeva, appunto, l'imperativo della coscienza. Nel dibattito che sta per iniziare alle Camere sulla prescrizione, Parigi sarebbe la stabilità della maggioranza governativa, e la Messa sarebbe quel minimo di residua civiltà giuridica che il ministro Bonafede rischia di sgretolare definitivamente con la pericolosa riforma che rende eterni i processi.
Ora non sappiamo se Renzi voglia imitare Benedetto Croce, minacciando una crisi se il provvedimento non viene ritirato o almeno sospeso. Né sappiamo se questa sua iniziativa poggi sul nobile intento di salvaguardare i princìpi minimi del diritto, o quello più machiavellico di minare la stessa maggioranza.
Magari per acquistare nella stessa maggioranza un maggior peso contrattuale. Comunque sia, è un'ottima scelta, che ha messo nell'angolo il ministro della Giustizia, che si trova ora in un vicolo cieco.
L'alternativa infatti è la seguente: o Bonafede accetta di rinviare la riforma (che peraltro è già entrata in vigore) e allora smentisce mesi interi di solenni affermazioni contrarie, e rimane al suo posto come una "lame duck", un'anatra zoppa di credibilità affievolita. Oppure la ritira in toto, come chiedono le opposizioni, e allora rischia addirittura di doversi dimettere.
In realtà potrebbe cavarsela ricordando a se stesso, e agli altri, che questa riforma fu approvata sul presupposto di una concomitante riedizione di un codice di procedura penale, volta ad abbreviare il corso delle cause. Riedizione ancora da imbastire, ma che Bonafede potrebbe pur sempre accelerare, rinviando la prescrizione a una promulgazione simultanea, come in effetti era nei patti sin dall'origine.
Ma poiché il ministro pare voler continuare in una ostinata intransigenza, la via di uscita è sempre più difficile e insidiosa. Per uscirne, è possibile che alla fine intervenga Conte con una formula vagamente compromissoria e vescovile. Ma sarebbe comunque un pasticcio umiliante per il governo e, se ci è consentito, anche per il Paese.
Nel frattempo le proteste sono aumentate. Gli avvocati sono in aperta rivolta, e persino alcune toghe di ermellino, alle inaugurazioni dell'anno giudiziario, hanno manifestato perplessità di ordine costituzionale e difficoltà di gestione operativa. Quanto all'Associazione Nazionale Magistrati, ha perso un'occasione. In un primo tempo si era infatti dimostrata blanda e comprensiva, forse perché, come dicono i maligni, aveva contrattato questa neutralità disarmata con il ritiro della proposta di Bonafede di procedere al sorteggio dei membri del Csm. Poi però il Ministro ha creduto bene di indicare nell'azione disciplinare verso i giudici uno dei rimedi per abbreviare i processi.
Proposta assurda, perché la loro lentezza dipende da ben altre cause, e i nostri magistrati avranno tanti difetti ma non quello della poltroneria. E questo ha scatenato la reazione delle toghe, che, sordi alla sottrazione dei diritti individuali con la sospensione della prescrizione, sono invece sensibilissimi quando - giustamente o no - vengono aggredite le loro prerogative.
Sta di fatto che Bonafede si è trovato tutti contro, e anche il Pd comincia a rivedere la sua strategia che in questi ultimi tempi era pericolosamente scivolata verso un giacobinismo arrendevole.
Concludo. In tutto questo, e comunque vada finire, ancora una volta la Giustizia - a cominciare dal pilastro del diritto alla difesa - è stata sacrificata sull'altare dei pregiudizi ingannevoli e delle convenienze contingenti. Ora vedremo l'atteggiamento di Renzi. Una sua resistenza, anche a costo di sacrificare Parigi, ne accrescerebbe la dignità politica. Un cedimento, significherebbe che Parigi è stata ridotta al rango di un villaggio, la Santa Messa a quello di un'omelia mattutina, e che anche la coscienza crociana è solo un accessorio di una precaria visibilità elettorale.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
Sospendere la prescrizione solo perché il Pm fa appello: così il "sospetto" è innalzato a "verità". Il cosiddetto "lodo Conte" evidenzia seri deficit culturali e giuridici. Si muove nella logica per la quale la sentenza di primo grado sospende la prescrizione e l'attenzione della politica si è spostata sui tempi delle fasi successive. In altri termini, tra Orlando e Bonafede, le riflessioni sul tempo dell'azione penale, del reato e del processo hanno finito per coinvolgere quest'ultimo aspetto.
Era verosimile che dopo le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario (e gli esiti elettorali) il dibattito sulla prescrizione riprendesse vigore. Ma gli approdi sono difficili da ipotizzare, alla luce delle varie iniziative in corso. Sospensione della riforma o congelamento in attesa di una più ampia modifica della struttura del rito processuale. La politica punterà a compromessi, come è stato - da ultimo - il cosiddetto lodo Conte che, al di là di iniziative tra emendamenti al Mille Proroghe e "recupero" in commissione della proposta Costa, resta a livello di maggioranza probabilmente il punto da cui si partirà per cercare un compromesso "più avanzato" come diceva in altri tempi "la politica".
Ebbene il suddetto lodo Conte evidenzia seri deficit culturali e giuridici. Invero, il lodo si muove nella logica ormai acquisita per la quale la sentenza di primo grado sospende la prescrizione: l'attenzione della politica si è dunque spostata sui tempi delle fasi successive. In altri termini, tra Orlando e Bonafede le altri due. Allo stato la situazione non è suscettibile di modifiche. Il danno si è materializzato, anche perché la riforma Bonafede dal 1° gennaio 2020 manifesta i suoi effetti diretti e sistematici. E proprio considerato che si tratta di una legge vigente, è necessario che le modifiche che si vorranno introdurre siano scolpite nella legge e non consegnate a improbabili disegni di legge o leggi delega. Resta comunque aperta alle incertezze politiche la soluzione del congelamento.
Entrando nel merito del lodo, si è già avuto modo di segnalare l'errore concettuale legato all'opposizione al decreto penale di condanna. Invero, come espressamente previsto dall'articolo 464, comma 3, del codice di procedura penale, in caso di opposizione ammissibile "il giudice revoca il decreto di condanna" in ogni caso, quale che siano le richieste di altri riti ovvero di nessun rito. Gli effetti della sospensione non possono essere determinati da un atto che non c'è più nel mondo del processo in quanto revocato.
Altrimenti avremmo una sospensione prima (il decreto) ed una nuova sospensione poi (la sentenza dibattimentale o quella dei riti abbreviato o patteggiamento nei quali il giudizio di opposizione si è trasformato). Si consideri che il decreto penale è un atto emesso senza contraddittorio e garanzie, e proprio per questo l'opposizione è consentita all'imputato che non deve neppure presentare motivi, essendo sufficiente la volontà di opporsi.
Il dato, preoccupante in sé, per la mancanza dei "fondamentali" del processo penale, è indice della visione che si ha del processo penale, nella misura in cui consegua a una iniziativa unilaterale del pm. Effetti che - secondo questa impostazione - la difesa non sarebbe in grado - nonostante l'espressa previsione del codice - di far venir meno. A questo errore di diritto, si aggiunge "l'orrore" per la ipotizzata disciplina legata agli effetti della prescrizione sulla sentenza di proscioglimento.
Non è il caso di riaffrontare il problema della differenza tra sentenza di condanna e sentenza di proscioglimento, ma ci si deve ancora occupare del modo con il quale il lodo lo affronta. Al fondo si percepisce un retrogusto che definire inquisitorio è troppo benevolo. È noto, infatti, anche ai profani di diritto processuale, che la prescrizione opera nei confronti delle condanne e non delle sentenze di proscioglimento. Se può avere - nella logica autoritaria - un significato ritenere che il condannato in primo grado non potrà godere della prescrizione in appello e che, se in appello sarà prosciolto, non avrà bisogno della prescrizione, un discorso di questo genere non ha nessun significato per il prosciolto in primo grado.
La sua condizione dopo la sentenza che lo assolve o lo proscioglie è la stessa del giorno prima della decisione, durante il tempo nel quale la prescrizione corre. Perché dopo la decisione favorevole, il lodo propone di sospendere per lui il decorso della prescrizione? Perché cerca di evitare che, ove fosse poi condannato in appello, possa avvalersi della prescrizione. Si consideri che l'atto idoneo a sospendere per due anni il decorso del termine prescrizionale è un atto del pubblico ministero che non costituisce - per dottrina unanime - esercizio dell'azione penale. In altri termini, anche se sei stato assolto, resti un presunto colpevole e quindi ove condannato non potrai avvalerti del decorso del termine di prescrizione.
Non regge l'affermazione per la quale la prescrizione del reato dell'assolto potrebbe maturare subito dopo la sentenza favorevole, perché comunque l'imputato avrebbe diritto alla celebrazione del giudizio d'appello, non essendo sufficiente, in sé, un ricorso in appello da parte del pm a trasformare l'assoluzione in condanna, che dovrebbe poi essere accertata prima di dichiarare l'estinzione del reato.
E ancora: se è chiaro che la condanna in appello del prosciolto sospende il decorso della prescrizione, non è chiaro se anche il ricorso del pm contro la sentenza di proscioglimento emessa nel giudizio d'appello sospenda la prescrizione (per due anni). Inoltre: non appare corretto affermare che la prescrizione per il condannato in primo grado decorra solo dalla sentenza di proscioglimento in appello; la sentenza favorevole di secondo grado, al contrario, dovrebbe consentire anche il recupero del tempo sospeso, e il dato dovrebbe ovviamente valere anche per il prosciolto la cui decisione sia stata confermata.
Queste operazioni frutto di improvvisazione possono portare a conseguenze non preventivabili. Solo per fare esempi: interesse a differire il più possibile la decisione di primo grado, che sospende la prescrizione; interesse contrapposto ad accelerare per evitare il decorso del tempo della prescrizione, con presenza di criteri discrezionali nella gestione delle indagini; rischio che non si considerino le ipotesi di annullamento delle sentenze di primo grado come causa di inefficacia della sospensione della prescrizione sia per il condannato (in assoluto), sia per il prosciolto (del tempo sospeso). La visione culturale di alcuni magistrati ha già permeato di sé la materia del processo penale. Se un atto del pm è in grado di sospendere la prescrizione, perché non dovrebbe - domani - esserlo l'esercizio dell'azione penale, riportando allo stesso livello gli odierni condannati e prosciolti?









