di Marco Perduca
Il Manifesto, 5 febbraio 2020
Il Commento generale sulla scienza dell'Onu ricorda che le leggi e le politiche - nazionali e internazionali - devono tener conto delle più recenti scoperte perché esiste il "diritto a godere dei benefici della scienza". "Gli Stati dovrebbero armonizzare il rispetto dei propri obblighi ai sensi del regime internazionale di controllo delle droghe con i loro obblighi di rispettare, proteggere e adempiere a tutto il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e in particolare il diritto di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici, attraverso una revisione permanente delle loro politiche in relazione alle sostanze controllate. La proibizione di ricerca su tali sostanze, o di potervi avere accesso sono, in linea di principio, restrizioni al diritto di beneficiare dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni mentre dovrebbero soddisfare i requisiti dell'articolo 4 del Patto".
Chi scrive è il Comitato dell'Onu sui diritti economici, sociali e culturali che il 2 gennaio scorso ha pubblicato la bozza di un Commento generale sulla scienza - un documento che chiarisce le implicazioni dell'articolo 15 di uno dei due Patti internazionali sui diritti umani che, secondo l'articolo 2 della Costituzione, son da considerarsi al pari della nostra Carta. Questo Commento generale, atteso da oltre un anno e che in primavera dovrebbe essere adottato definitivamente dall'Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra, ha anche un'altra parte relativa alla ricerca sulle sostanze sotto il controllo internazionale. "La ricerca scientifica è impedita per alcune sostanze poiché queste rientrano nelle Convenzioni internazionali sul controllo delle droghe e sono classificate dannose per la salute e senza valore scientifico o medico. Tuttavia ci sono prove che sostengono che ci sono usi medici per molte di queste sostanze o che queste non sono poi così dannose come si pensava quando furono sottoposte a questo regime. Questo è il caso dei derivati da oppio (per la cura del dolore e i programmi di mantenimento nella dipendenza da oppiacei), della cannabis (per l'epilessia resistente ad altre terapie) e dell'Mdma (usata in psicoterapia per i disturbi da stress post-traumatico) nella misura in cui esistono evidenze scientifiche disponibili".
Il Commento ricorda anche come l'Oms abbia raccomandato di declassificare la cannabis dalla Tabella IV della Convenzione del 1961 riconoscendone gli usi e i benefici medicinali. Una proposta avanzata grazie a crescenti evidenze scientifiche. Il documento del Comitato parla chiaramente di "diritto alla scienza". Basterebbero questi tre passaggi per avviare la definitiva demolizione delle certezze proibizioniste in materia di stupefacenti - e non solo per usi medico-scientifici.
Infatti, altrove il Commento generale ricorda che le leggi e le politiche - nazionali e internazionali - devono tener conto delle più recenti scoperte perché esiste il "diritto a godere dei benefici della scienza". Se un numero crescente di ricerche dovesse dimostrare la non pericolosità di un uso consapevole di piante e derivati o prodotti di sintesi chimiche, come dovrebbe comportarsi il legislatore? Se la scienza ci consegna evidenze consolidate circa la non pericolosità di un consumo di piccole dosi, o i rischi connessi alla non conoscibilità dei principi attivi delle sostanze consumate, non tenere in considerazione questi dati frutto di lavori rivisti da scienziati di tutto il mondo è una violazione dei diritti umani e, in ultima istanza, dell'articolo 2 della nostra Costituzione.
Il proibizionismo viola dunque il diritto alla scienza in quanto limita immotivatamente la ricerca, scoraggia la condivisione dei saperi e non consente di godere dei benefici delle scoperte recenti. Il 2020 segna un punto di non ritorno nella valutazione dell'impatto di leggi e politiche pubbliche sulla base delle evidenze scientifiche: politici, giuristi e militanti dei diritti umani ne tengano conto.
di Simona Lorenzetti
Corriere della sera, 5 febbraio 2020
Il Tribunale di Hamm ha rigettato il ricorso. Sono accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza. Il Tribunale regionale superiore di Hamm, in Germania, ha respinto il ricorso dei due manager di Thyssenkrupp, già condannati in Italia per la morte di sette operai al lavoro lungo la linea 5 dello stabilimento di corso Regina Margherita: ora dovranno scontare 5 anni di carcere in Germania. Lo rende noto il Tribunale del Nord Reno Westfalia. In precedenza il Tribunale di Essen aveva dichiarato esecutive le pene italiane ma le aveva adeguate al diritto tedesco, che in questi casi prevede una detenzione massima di 5 anni.
I manager, accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza, avevano fatto ricorso, ma l'istanza oggi, 4 febbraio, è stata respinta. La pronuncia del Tribunale di Hamm arriva a 12 anni dall'incendio a Torino, dove persero la vita 7 persone nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 2007. La Cassazione, in Italia, li aveva condannati a 6 anni e 10 mesi (Gerald Priegnitz) e a 9 anni e 8 mesi (Harald Espenhahn).
La sindaca Appendino: "Vicina alle famiglie delle vittime" - La sindaca di Torino Chiara Appendino commenta su Facebook la decisione del tribunale tedesco: "Sono vicina alle famiglie delle vittime, che hanno sempre chiesto giustizia senza mai fermarsi e tacere, con coraggio e determinazione". La prima cittadina torinese ringrazia poi "il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e quanti in questi anni si sono sempre battuti per ripristinare verità e giustizia in una ferita mai rimarginata".
di Mario Chiavario
Avvenire, 4 febbraio 2020
Battuta infelicissima, e priva di fondamento, quella attribuita al ministro Bonafede sull'inesistenza, in Italia, di innocenti in prigione. Purtroppo, cronache e statistiche sono lì a documentare, anche pesantemente, il contrario: non sono poche le persone pienamente assolte all'esito del processo oppure a seguito di una procedura di revisione, ma soltanto a quel punto tornate in libertà da una detenzione spesso anche di lunga durata. E a cancellare la sofferenza subita, nella libertà, negli affetti, nella reputazione, non basta la "riparazione" (per lo più in denaro) cui quelle persone hanno diritto.
Comprensibile, dunque, che la battuta abbia rinfocolato sferzanti polemiche, coinvolte nel turbinare di eccessi verbali e di grossolanità argomentative di cui fanno sfoggio le opposte tifoserie scatenatesi attorno alla riforma della prescrizione. Chissà se a frenare la spirale delle esasperazioni gioverebbe, a monte, un maggiore autocontrollo nell'uso di certe parole. A cominciare proprio da quelle, tanto impegnative, di "innocente" e "innocenza", aventi radici profonde e un'eco potente nella coscienza etica collettiva?
La legge processuale italiana evita di definirne il significato, ma quelle radici e quell'eco non le sono estranee: nonostante la diversa terminologia le si avverte in trasparenza anche in una distinzione recepita dal codice vigente. Di "assoluzione" è infatti la sentenza dibattimentale che, ad esempio, escluda la commissione del fatto di reato da parte dell'imputato; altra è invece la qualifica, sempre ad esempio, per la sentenza che appunto si limiti a constatare l'intervenuta prescrizione del reato per via del tempo trascorso dalla realizzazione: chi ne fruisce è, sì, a sua volta "prosciolto" ma non "assolto".
E peccato che la differenza sia poco o nulla percepibile dall'orecchio dei "non addetti ai lavori", causa l'assonanza fonetica e la sinonimia, nel linguaggio comune, tra i due vocaboli. Talune garanzie processuali fondamentali fanno poi leva - e qui esplicitamente - proprio sulla nozione di "innocenza" o su quella, antitetica, di "colpevolezza".
Si pensi all'art. 27 della Costituzione e all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo: l'uno ammonisce che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva"; l'altro, con maggiore incisività benché con minor raggio d'incidenza, proclama che "ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata".
Dalla combinata lettura di tali norme scaturiscono, tra le altre, due conseguenze di assoluto rilievo. La prima è che va assolto non solo chi dimostri positivamente la sua innocenza, ma pure la persona la cui colpevolezza non sia provata "oltre ogni ragionevole dubbio" (ed è vero che così si rischia di mandar liberi dei colpevoli, ma sarebbe ben peggio se, nel dubbio, ad essere condannato fosse un innocente).
Inoltre, durante tutto il procedimento penale le condizioni materiali e giuridiche della persona che vi è sottoposta non possono essere le medesime di chi sia stato definitivamente condannato. Si va oltre il segno quando si dice o si scrive che pertanto l'imputato "è" innocente fino a che una sentenza non lo condanni in via definitiva.
A dire il vero, neppure una pronuncia assolutoria passata in giudicato ha il magico potere di cambiare la realtà delle cose sul piano materiale e su quello morale ed errori giudiziari sono anche quelli che vanno a beneficio di chi non si sia riusciti a dimostrare colpevole di un reato, ma in effetti lo è stato (né il sottolinearlo significa appropriarsi della falsa e brutta immagine dell'innocente come colui che "l'ha fatta franca"). Tuttavia, il rispetto dell'autorità giudiziaria e la necessità di scongiurare l'incubo di persecuzioni penali senza fine vogliono che si renda incontestabile giuridicamente il giudicato assolutorio, mettendolo anche al riparo - a differenza di quello di condanna - da possibilità di revisione.
Quanto all'imputato tuttora sotto processo, è ancor meno vero che le norme costituzionali e internazionali gli cuciano addosso la vesta bianca dell'innocenza, ed esse stesse si inseriscono in contesti che ammettono palesemente l'uso del carcere invia cautelare; impongono tuttavia che la detenzione in pendenza di giudizio rimanga l'extrema ratio, giustificandosi soltanto in presenza di gravi indizi per gravi delitti e allo scopo di scongiurare pericoli di inquinamento di prove, di fuga o di reiterazione criminosa: così, almeno, è scritto nel codice sebbene non manchino deplorevoli aggiramenti nelle prassi. Ma il monito va ben al di là di ciò: se ne ricordano sempre i gestori della comunicazione, quando preme la tentazione dello "sbattere il mostro in prima pagina"?
di Adriano Sofri
Il Foglio, 4 febbraio 2020
L'Italia è il paese in cui l'ordine giudiziario è rappresentato da un magistrato che sostiene la presunzione di colpevolezza, anche se decine di migliaia di persone sono state risarcite per essere state ingiustamente detenute. Lo scorso 29 gennaio si è potuto seguire per radio un incontro promosso dal Partito Radicale con un titolo sconcertante: "Anche gli innocenti vanno in carcere".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 4 febbraio 2020
Gli avvocati contro Davigo, i magistrati contro Bonafede, la politica che prova a cambiare la prescrizione (occhio alla mozione di sfiducia). Il dissenso c'è, ma dove sono finiti i mitici difensori della Costituzione? Appello contro gli altri pieni poteri.
di Rita Bernardini*
Il Riformista, 4 febbraio 2020
Il Guardasigilli avrebbe dovuto fornire dati e statistiche. Invece non una parola sul carico di procedimenti penali pendenti, né sullo stato delle nostre carceri, bocciate dal Comitato per la prevenzione della tortura. La relazione al Parlamento del ministro della giustizia Alfonso Bonafede, più per il non detto che per quanto esplicitato, nulla di buono può farci sperare sullo stato della giustizia e su quello delle carceri nel nostro Paese.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 febbraio 2020
Renziani pronti a votare con la destra, ma non sono determinanti. Orlando: non fosse per voi i 5 Stelle avrebbero dovuto già mediare. Dopo le critiche alla riforma dei vertici degli uffici giudiziari, i dem si affidano a Conte. La minaccia di Renzi di votare contro il governo sulla prescrizione è rivolta ai 5 Stelle e al ministro Bonafede, ma fa arrabbiare soprattutto i democratici e Zingaretti.
A litigare sulla giustizia sono così i due partiti, Pd e Italia viva, ufficialmente schierati su posizioni simili. I dem accusano l'ex segretario scissionista di cercare visibilità fino al punto da essere disponibile a votare con Salvini, non uno specchiato garantista. I renziani replicano che i timidi distinguo del Pd hanno lasciato campo libero a Bonafede: la sua riforma che abolisce la prescrizione dopo il giudizio di primo grado è in vigore già da un mese, e ancora si discute di se e come porvi rimedio.
Il Pd si affida ormai da settimane alla mediazione di Conte, non fosse che quella che il presidente del Consiglio aveva finalmente trovato - distinguere tra condannati e assolti in primo grado - si è rivelata presto insufficiente (anche per la contrarietà di Iv). Renzi d'altra parte minaccia più di quello che può effettivamente mantenere. "Bonafede e tutti gli altri devono sapere che non hanno i numeri, sicuramente non li hanno al senato". Alla camera invece, anche se Iv sulla prescrizione decidesse di votare con le opposizioni - come ha già fatto in commissione giustizia, peraltro - i giallo-rossi reggerebbero. In questo modo al senato, dove in effetti la maggioranza sarebbe sul filo, la questione potrebbe non arrivare nemmeno.
Sia il decreto milleproroghe, infatti, che il disegno di legge Costa che abolisce del tutto la riforma Bonafede, sono all'esame di Montecitorio. Nel milleproroghe Italia viva ha un emendamento a prima firma della responsabile giustizia Annibali che rinvia di un anno (quindi fino al 1 gennaio 2021) la riforma Bonafede, e intanto riporta in vita le regole introdotte dall'ex ministro della giustizia Orlando. Le commissioni prima e quinta che stanno esaminando il decreto potrebbero arrivarci già oggi (è all'articolo 8) ma il tema dovrebbe essere accantonato (come già gli emendamenti renziani sulla sugar tax) a meno che il governo non dia subito parere contrario. In teoria il Pd avrebbe modo di convergere su altri emendamenti sospensivi, senza per questo darla vinta a Renzi.
Il radicale di +Europa Magi ha presentato tre emendamenti, oltre alla cancellazione della riforma Bonafede o al suo rinvio per quattro anni propone anche la sospensione di un solo anno. Sospensioni più o meno lunghe chiedono anche Lega e Forza Italia. In pratica la linea dei dem è quella di costringere Conte alla mediazione, non solo sulla prescrizione ma anche su molte altre questioni aperte nel milleproroghe: domani dovrebbe è previsto un vertice di maggioranza.
"Abbiamo chiesto al presidente Conte di produrre una sintesi, se non ci sarà andremo avanti con la nostra proposta di legge", ha detto Zingaretti, riferendosi a una proposta che può essere abbinata al disegno di legge Costa e tornare in aula tra venti giorni. Le pensanti critiche che la riforma della prescrizione ha raccolto nello scorso fine settimana dai magistrati che hanno aperto l'anno giudiziario nei diversi distretti rafforzano le aspettative del Pd in una mediazione. E indeboliscono posizioni oltranziste come quella del reggente 5 Stelle Crimi, secondo il quale la nuova prescrizione è cosa fatta per sempre: "È legge e se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola se ne assumerà le responsabilità".
Il vicesegretario del Pd Orlando, impegnato nella mediazione che passerebbe anche per una distinzione tra le fattispecie di reato, scarica su Italia viva la colpa della mancata soluzione: "Se non si fossero alzati i toni, Bonafede sarebbe costretto a rispondere ai vertici degli uffici giudiziari che hanno criticato in modo puntuale le nuove norme sulla prescrizione".
Mentre secondo l'ex ministro della giustizia la soluzione delle criticità proposte dai magistrati, e quindi non più "solo" dagli avvocati penalisti e da molti giuristi, "sarà il presupposto a qualunque accordo, quando si tornerà a discutere nel merito". Argomenti ai quali Renzi oppone un categorico tweet: "Difendo la riforma Orlando perché a differenza di altri non mi vergogno delle riforme del nostro governo". E nel suo governo il ministro della giustizia era Orlando (e non Gratteri, come da sua prima proposta al Quirinale).
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 4 febbraio 2020
I vertici degli uffici giudiziari sparsi per l'Italia demoliscono la riforma Bonafede. Con buona pace di Davigo Roma. Anche i magistrati bocciano la riforma della prescrizione, entrata in vigore il 1° gennaio. Nonostante il sostegno espresso dall'Associazione nazionale magistrati alla norma voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, che blocca il decorso della prescrizione dopo una sentenza di primo grado, una valanga di critiche è giunta dai massimi vertici degli uffici giudiziari sparsi per il paese, durante le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario tenutesi lo scorso fine settimana.
Il Primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone, ha prospettato un aumento del carico di lavoro per la Suprema Corte di "circa venti- venticinquemila processi", che "difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato nonostante l'efficienza delle sezioni penali della Corte di cassazione". In altre parole, una paralisi della giustizia. A Milano, dove i penalisti hanno abbandonato l'aula prima dell'intervento di Piercamillo Davigo, il procuratore generale della Corte d'appello, Roberto Alfonso, è stato ancora più duro: "La sospensione del corso della prescrizione non servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà 'senza limiti'", ha detto Alfonso alla presenza del ministro Bonafede, aggiungendo che la norma entrata in vigore "presenta rischi di incostituzionalità", in particolare "viola l'articolo 111 della Costituzione" sulla ragionevole durata del processo.
Alfonso ha anche sottolineato che per l'imputato "già solo affrontare il processo penale costituisce una 'pena'", anche per il "disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica esso provoca", e di conseguenza "l'inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino, benché imputato". A Trieste il procuratore generale Dario Grohmann ha ribadito di "non essere assolutamente favorevole a una sospensione sine die della prescrizione", aggiungendo che la riforma "va a colpire i principi generali dell'ordinamento portando comunque un vantaggio minimo".
Anche il procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, si è detto "assolutamente contrario alla prescrizione sterilizzata per sempre": "La prescrizione è una garanzia per i cittadini e assicura che non si possa essere imputati a vita e neppure vittime, persone offese, parti civili a vita". Il presidente della Corte d'appello di Firenze, Margherita Cassano, nel suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario ha affermato che "la inevitabile dilatazione dei tempi del processo conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado mal si concilia con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova", ricordando che "la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari".
"Non possono, infine, essere sottaciute le drammatiche conseguenze sociali provocate dalla pendenza per lunghissimi anni di un processo penale che rende l'uomo unicamente un imputato in palese contrasto con la presunzione costituzionale di non colpevolezza", ha detto ancora Cassano. Alla cerimonia di inaugurazione a Napoli, dove gli avvocati sono entrati in aula con le manette ai polsi, il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, ha affermato che la riforma, "anche se risponde a un principio astrattamente condivisibile" considerata "da sola e calata nella comatosa situazione italiana" si tradurrebbe "in quell'ergastolo processuale o in Quell'inizio pena mai di cui tanti giustamente parlano".
Per il presidente della Corte d'appello di Roma, Luciano Panzani, "sospendere la prescrizione non serve a nulla", ma "significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli" e "ledere in modo irreparabile diritti fondamentali ad un processo equo e tempestivo". Da qui la proposta di amnistia: "La battaglia per risolvere il problema della prescrizione può essere vinta", ha detto Panzani, potenziando "adeguatamente le corti" e ponendo rimedio "all'arretrato che si è accumulato, per i reati minori", con "un'amnistia mirata". Ma a offrire la sintesi definitiva delle conseguenze nefaste prodotte dalla riforma della prescrizione è stato probabilmente il procuratore generale facente funzioni di Roma, Federico De Siervo: "Allo stato degli atti e delle condizioni in cui si trova la Corte d'appello di Roma non è irragionevole ritenere che i processi che ora si definiscono con la formula di non doversi procedere per prescrizione si risolvano un domani con la formula di non doversi procedere per morte del reo". A concludere i processi, cioè, sarà soltanto la morte degli imputati.
agensir.it, 4 febbraio 2020
Laura Marignetti, già assistente volontaria della Sesta Opera San Fedele di Rieti, è stata riconfermata presidente del Seac, coordinamento degli enti e delle associazioni di volontariato penitenziario in Italia di ispirazione cristiana, all'unanimità dal Consiglio nazionale. Assieme a lei sono stati riconfermati il precedente staff di presidenza integrando l'elezione di Stefania Marangoni (Associazione Nova Terra di Vicenza) alla carica di vicepresidente. L'impegno di Laura Marignetti e di tutto il Consiglio nazionale sarà "il proseguimento della linea di rinnovamento del Seac per la promozione del volontariato in ambito penitenziario, potenziando l'impegno già intrapreso con il progetto 'Volontari per le misure di Comunità', sostenuto dalla Fondazione con il Sud", si legge in una nota.
di Maurizio Tortorella
Panorama, 4 febbraio 2020
Un avvocato finito a San Vittore racconta quel che ha visto dietro le sbarre: umanità, intelligenza e sensibilità. Ma anche un mare di occasioni perdute L'avvocato pensa al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e alla frase che qualche giorno fa gli è sfuggita in diretta tv: "Non ci sono innocenti in galera".
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