di Marta Spanò
artribune.com, 25 dicembre 2019
Da sempre ritenute architetture destinate al margine e alla periferia, le carceri sono luoghi che meritano una riqualificazione. Come è capitato ad alcuni ex stabilimenti di pena.
La storia dell'architettura è più lunga di quella di ogni altra espressione artistica: secondo Walter Benjamin, ne L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, "le costruzioni vengono accolte in un duplice modo: attraverso l'uso e attraverso la percezione. O, per meglio dire: in modo tattile e in modo ottico [...].
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 25 dicembre 2019
Tra le tante sciocchezze che si ripetono in materia di giustizia la più ricorrente è questa: che ci si deve difendere "nel" processo e non "dal" processo. E che chi fa il contrario si rende responsabile di una specie di mascalzonata. A quelli, e sono purtroppo tanti, che come pappagalli ripropongono la canti-lena, qualcuno potrebbe spiegare che difendersi anche "dal" processo, se non è proprio un diritto, almeno può costituire un comportamento comprensibile.
di Luca Dal Poggetto
luccaindiretta.it, 25 dicembre 2019
Gli esponenti dem ribadiscono la necessità di trovare una sede esterna alle Mura. Una situazione non più critica come qualche anno fa ma che non per questo deve essere posta in secondo piano. Si è tenuta questa mattina (24 dicembre) l'ormai tradizionale visita di alcuni esponenti istituzionali al carcere di San Giorgio.
aduc.it, 25 dicembre 2019
All'uscita dalla visita nell'istituto penitenziario di Sollicciano il presidente dell'associazione Progetto Firenze, Massimo Lensi ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Scegliere di esserci nel giorno della vigilia di Natale non ha in questo caso nulla a che fare con la luce dell'Avvento, ma con la grigia penombra che in un istituto penitenziario nelle festività s'infittisce.
immediato.net, 25 dicembre 2019
Gli organizzatori: "Questa giornata può diventare l'occasione per costruire ponti fra il mondo di fuori e i luoghi della reclusione". L'atmosfera natalizia ha raggiunto, nel giorno della vigilia, anche l'istituto penitenziario di Foggia. In via delle Casermette il pomeriggio è stato animato dal cappellano fra Eduardo Giglia con il volontario Fabio Soldi, da Luigi Talienti, dai volontari dell'associazione Genoveffa De Troia, Flora Pistacchio ed Emanuele Pio e da Annalisa Graziano del CSV Foggia. L'accompagnamento musicale è stato curato dagli "Zampognari del Monte Gargano" Michele Campanile, Felice Ricucci e Libero Potenza che hanno intrattenuto i ristretti nelle sezioni con musiche natalizie a suon di zampogna e ciaramelle.
"Ringraziamo - sottolineano gli organizzatori - la direzione, l'area trattamentale e la polizia penitenziaria per averci concesso anche quest'anno l'opportunità di ricreare l'atmosfera natalizia in giorni in cui la popolazione detenuta avverte maggiormente la distanza dai propri cari. È stato bello toccare con mano l'emozione dei musicisti che, con grande esperienza alle spalle, per la prima volta si sono esibiti all'interno di una casa circondariale. Fondamentali sono stati il supporto dei ristretti lavoranti, che ci hanno aiutato nella distribuzione di panettoni e caramelle, e il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, a cui va la nostra gratitudine per la sensibilità mostrata anche in questa occasione. Il giorno della vigilia di Natale può diventare così l'occasione per costruire ponti fra il mondo di fuori e i luoghi della reclusione".
di Veronica Rodia
salernosera.it, 25 dicembre 2019
Spettacolo dei detenuti di alta sicurezza nella Casa circondariale di Salerno. Tanta solidarietà e tensione verso la libertà. Il gran lavoro della direttrice Rita Romano. Un fine settimana intenso quello appena trascorso nella Casa Circondariale "Antonio Caputo" di Fuorni, iniziato sabato con un incontro impegnato, sulla giustizia riparativa insieme al Garante dei detenuti per la Regione Campania, Samuele Ciambriello; c'è stato spazio anche per le emozioni: tra gli ospiti la mamma di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ucciso da un ultras romanista e Carmela, la vedova Veropalumbo, moglie del carrozziere ucciso da un proiettile vagante. "Nell'immaginario di tutti la pena è quella afflittiva, si riduce alla punizione di chi ha sbagliato, ma affinché la detenzione svolga la sua funzione adempiendo al compito indicato dalla costituzione la pena deve essere riparativa", così la direttrice Rita Romano introduce il fitto programma di attività con questo preciso scopo, andando subito al punto.
Ci accoglie nel suo ufficio, è intenta a redigere un documento, è domenica, sono le 9.30 e le attività già fervono. Riceve telefonate, dà disposizioni, "Noi qui facciamo miracoli" spiega.
Nonostante il sovraffollamento e il personale di Polizia Giudiziaria sottodimensionato, ormai un leitmotiv sottolineato ad ogni visita dal Garante negli ultimi anni, i progetti non si fermano e senza rassegnazione aggiunge: "Purtroppo però si parla di noi solo per le risse, per il rinvenimento di telefonini". Infatti, da poco insediata (febbraio 2019 ndr) la direttrice fu protagonista delle cronache perché coinvolta in una rissa tra detenuti.
Le chiediamo subito, senza tema di sfociare in sterili discorsi di genere in un luogo in cui la separazione degli uomini e le donne è una prescrizione considerata necessaria, se essere donna e ricoprire questo ruolo rappresenti uno svantaggio. "Il carcere è un ambiente maschile e maschilista, ma il rispetto per la figura femminile è un valore qui largamente condiviso, è un punto a favore; quando per prima arrivai sul luogo degli scontri, "fermatevi fermatevi! che facciamo male alla direttrice!" furono le prime parole che sentii, poi però ci sono anche i contro", ma non specifica e passa a parlare delle detenute femmine, quasi un collegamento consequenziale.
Percepisco che con la sezione femminile è diverso, più complicato, e le sue parole lo confermano. "Le problematiche sono più complesse ma c'è empatia, siamo donne e sento dentro le loro sofferenze, molte sono mamme lontane dai figli".
Una professoressa dell'Istituto Alberghiero interno al carcere è più diretta: "Il reparto femminile è meno gestibile, è per questo che le attività sono minori, loro sono più promiscue e disinibite, fanno squadra ed hanno un forte temperamento. Qui ad esempio l'istruzione di grado superiore è prevista solo per gli uomini, le donne si fermano alle medie. Però prima non facevano proprio niente, adesso con la nuova direttrice fanno più cose".
Considerando superate le teorie biologiche del 19esimo secolo, la questione qui sollevata supera anche il diritto poiché molte delle differenze tra uomo e donna promanano dai modelli socio-culturali, dall'educazione, dall'apprendimento, dalla famiglia di origine.
Non ha paura di cadere nei luoghi comuni di genere la direttrice Romano e dà alcune anticipazioni sulle attività future rivolte alle donne: un laboratorio di cucina, un corso di yoga, un corso per costumiste che "si concluderà con una sfilata e la creazione di due boutique una rosa per le donne e una celeste per gli uomini, perché c'è anche una povertà notevole e vogliamo mettere a disposizione abiti nuovi non sempre i soliti abiti usati ma" - continua - "il teatro è la massima espressione della valenza pedagogica di questi laboratori" e inizia a parlare dello spettacolo al quale stiamo per assistere.
I detenuti in regime di Alta Sicurezza, quelli ad elevato spessore delinquenziale i cui rapporti con gli altri e con l'esterno sono limitati proprio per la natura organizzativa delle loro attività, da settembre stanno preparando uno spettacolo teatrale "Omaggio ai tre fratelli De Filippo", e stanno per andare in scena. Il regista è Francesco Granozi, che ormai da 24 anni lavora in questo carcere con la sua scuola "Teatranimando".
È la prima volta che lavoro con i detenuti di Alta Sicurezza, ho sempre lavorato con i detenuti comuni e devo dire che questo non dice nulla sulla loro condotta, ho trovato grande educazione e rispetto per la mia figura e questo mi ha permesso di fare cose più difficili come Eduardo, coi comuni potevo fare solo cabaret, con qualche sketch" a sottolineare che la pericolosità dei reati, spesso ingiustamente, si estende alla pericolosità della persona che li ha commessi. Erano partiti numerosi poi sono arrivati a circa undici elementi a causa di trasferimenti e dimissioni, così hanno deciso di darsi il nome di "Compagnia In...stabile".
Appaiono impazienti ed emozionati quando sbucano dalle quinte per chiedere cose e incalzare mentre ascoltiamo Granozi che cerca di spiegare: "Hanno l'adrenalina giusta, si sono immedesimati, la prima fase è togliere quella pelle di serpente, come la chiamo io, la fase in cui hai paura di essere preso in giro dai compagni, di fare la figura dello scemo, ma da quando è uscito Gomorra è più facile, si scimmiotta quell'atteggiamento".
Una serie Tv che ha sdoganato la performance attoriale, giustificandola quasi ai loro occhi, ma una volta sul palco i volti non sono così intimidatori e risoluti, sono tutti molto giovani tranne qualcuno sulla cinquantina che sta scontando una lunga pena, le parole sono incerte ma c'è intenzione, alcuni sembrano avere una naturale predisposizione, si aggirano tra il pubblico con sicurezza.
Il pubblico ride, coinvolto e mi volto a guardarlo. Dietro di noi a destra un gruppo della sezione femminile e a sinistra uno di quella maschile divisi dal corridoio centrale. I più battono le mani e incitano compiaciuti nelle scene ad elevata immedesimazione: una singolar tenzone, una battuta maschilista, una canzone tradizionale; una donna non ride, si sfrega le mani convulsiva, è quella che ci aveva agganciati prima dell'inizio dicendo: "A noi ci devono dare il lavoro, dobbiamo vedere gente diversa, qua dentro si parla solo di droga, so' trent'anni che sto qua dentro, te lo dico da tossicodipendente...".
Poi l'ispettrice della Polizia Penitenziaria l'ha messa a tacere, l'ha fatta tornare al posto redarguendola con voce ferma per raggiungerci: "Il fatto di stare qua dentro da trent'anni le fa credere di essere il capo, di poter fare quello che vuole ma non è così". Sono apostoli di un dio che non li vuole, sono le parole di Sabato che è qui da trent'anni e mette in poesia la sua testimonianza. Un dramma nel dramma che non muove il pubblico a commozione, che non coinvolge quanto il riso.
In fondo traspare già dalle parole dello stesso Peppino De Filippo: "Sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata provocata da una qualunque azione che a noi è sembrata comica. Sono fermamente convinto che, spesso, nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa si compie!". L'ovazione finale, un omaggio floreale, il commiato ad un luogo che fatica a riscattarsi dalla definizione turatiana di "cimitero dei vivi" e un ultimo scambio prima che le sbarre si chiudano alle nostre spalle. "Voi siete la giornalista? Potete mettere pure i nostri nomi nell'articolo, non vi preoccupate: sui giornali ci siamo già stati. Grazie signorì".
radiobombo.com, 25 dicembre 2019
Il 14 dicembre 2019, presso la Casa Circondariali di Trani e? stato inaugurato il nuovo spazio ludico "Magikambusa 2.0", progetto vincitore del bando Orizzonti Solidali dell'anno 2018, promosso dalla fondazione Megamark. Il progetto "Magikambusa 2.0", gestito dall'associazione "Paideia" fin dal 2013, e? protagonista di una nuova rinascita, grazie ai fondi stanziati dalla fondazione Megamark e dal cofinanziamento ricevuto da parte dell'ufficio del Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà? personale.
crotoneinforma.it, 25 dicembre 2019
I detenuti danno il benvenuto a Mons. Panzetta con una lettera ed una poesia. Dai tempi di Cesare Beccaria - e ancor di più nell'Italia democratica - il concetto di pena carceraria non va inteso come una "punizione", ma anche e soprattutto come una "riabilitazione", al fine di recuperare l'individuo, non solo nell'interessa dell'individuo stesso, ma anche di quello della società, che vede così diminuire il rischio di reiterazione del reato. In quest'ottica il Garante dei detenuti, avvocato Federico Ferraro ha patrocinato l'iniziativa di un gruppo di poeti e scrittori crotonesi che si è proposto per svolgere un corso di lettura e scrittura poetiche all'interno della casa circondariale di Crotone.
I volontari (Pasquale D'Emanuele, Paola Deplano, Susy Savarese, Raffaella Trusciglio, Francesco Vignis e Davide Zizza) hanno letto e commentato con un gruppo di detenuti sia le proprie poesie che quelle di autori famosi, dando poi ai loro interlocutori la possibilità di esprimere per iscritto, anche in forma non necessariamente poetica, le loro emozioni e il loro vissuto.
Il corso, svoltosi fra novembre e dicembre di quest'anno, è stato svolto con commozione e partecipazione, sia da parte dei docenti che da quella dei discenti.
Imprescindibile l'appoggio e il sostegno del Direttore del carcere, dottoressa Caterina Arrotta, del Comandante dottoressa Manon Giannelli, dell'Educatrice dottoressa Concetta Froio e del personale di polizia penitenziaria tutto che hanno reso possibile, con la loro fattiva disponibilità, lo svolgimento del corso stesso.
Vista l'entusiastica partecipazione dei detenuti il gruppo di poeti, sempre tramite l'Avvocato Ferraro, ha nuovamente richiesto alla Direzione della Casa Circondariale l'autorizzazione a ripetere l'iniziativa da gennaio in poi. Al termine del corso i detenuti della casa circondariale di Crotone hanno scritto una lettera di benvenuto al nuovo arcivescovo Mons Angelo Raffaele Panzetta, nell'attesa di poterlo incontrare e pregare insieme a lui, ed una poesia dal titolo Gesù e Dio, a tema religioso.
di Sandro Ronchetti
La Sentinella del Canavese, 25 dicembre 2019
La Casa circondariale di Ivrea è stata una delle 14 strutture penitenziarie italiane a ospitare la giornata di festa e il pranzo d'amore" nuovamente promosso quest'anno nell'ambito della Prison Fellowship Italia, in collaborazione tra l'associazione di volontariato Itaca di Biella e i volontari della decina di gruppi ecclesiali di Rinnovamento nello Spirito Santo della diocesi di Ivrea. La giornata è iniziata con la celebrazione della messa da parte del vescovo Edoardo Aldo Cerrato, che ha annunciato ai partecipanti - detenuti, polizia penitenziaria e volontari - che tornerà in carcere il 24 dicembre a celebrare l'eucarestia di Natale.
Prima del pranzo d'amore preparato, e servito eccezionalmente per l'occasione nelle lunghe tavolate allestite nei corridoi dei quattro piani dell'istituto carcerario, dagli allievi delle classi terza, quarta e quinta della scuola Alberghiera Gae Aulenti di Cavaglià, i giornalisti sono stati accompagnati per l'occasione a visitare la cucina ed anche alcuni dei reparti della Casa Circondariale, dove sono stati organizzati dei laboratori da parte dei volontari dell'associazione Itaca. Gli studenti si sono impegnati molto nella preparazione del pranzo: risotto allo zafferano, fesa di tacchino con salsa di senape, fagiolini al burro e patate al forno, panettone con crema inglese.
Durante il pranzo d'amore, detenuti e ospiti hanno ricevuto la visita della direttrice del carcere Assuntina Di Rienzo. Prima del pranzo, invece, giornalisti e volontari, accompagnati dai garanti dei diritti dei detenuti regionale, Bruno Mellano, ed eporediese, Paola Perinetto, hanno potuto vedere dei manufatti di cucito e non solo, realizzati nel laboratorio creativo Penelope da alcuni detenuti ai quali sono stati riconosciuti anche parte dei ricavi dalla loro vendita all'interno ed anche in iniziative fuori dal carcere, curate da Caterina Miracola dell'associazione Itaca. Altra importante iniziativa, rivolta come ha spiegato la responsabile Susanna Peraldo "alla speranza del futuro", è stata quella del recupero della serra, che era nata ai tempi del direttore Enzo Testa, negli anni Novanta, poi abbandonata e rimasta inutilizzata per molti anni.
"Abbiamo già lavorato molto per il recupero delle due serre interne prima abbandonate insieme ad alcuni detenuti volontari che hanno prodotto anche degli ortaggi come pomodori e cavoli -ha spiegato Susanna Peraldo - che abbiamo venduto all'amministrazione penitenziaria ed anche all'esterno della casa circondariale.
Anche in questo caso, come in quello del laboratorio manifatturiero Penelope, abbiamo riconosciuto parte dei ricavi ai detenuti impegnati nel lavoro nelle serre". Il progetto proseguirà nel 2020 e sarà ampliato. "Da gennaio - ha concluso Peraldo - attraverso la nostra cooperativa La Pecora Nera potremmo occupare due o tre detenuti che verranno regolarmente remunerati per il loro lavoro di produzione degli ortaggi nelle serre della casa circondariale di Ivrea".
di Laura Bellomi
Famiglia Cristiana, 25 dicembre 2019
Il 25 dicembre la Comunità di Sant'Egidio offre pranzo e compagnia a chi passerebbe la festa da solo. 60 mila pasti e centinaia di volontari in tutta Italia: fra loro anche Antonino, che fino a poco fa sedeva fra gli ospiti. Un tempo sedeva fra gli invitati, oggi aiuta i volontari. Anche quest'anno passerà tra i tavoli a portare lasagne, polpettone e un po' di quel calore che a chi attraversa un periodo difficile manca come il pane. Il 25 dicembre Antonino sarà volontario per "Aggiungi un posto a tavola", l'iniziativa della Comunità di Sant'Egidio per offrire pranzo e compagnia a chi passerebbe la festa da solo. E lo sarà proprio nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, dove anni fa sedeva tra gli invitati. "Che differenza c'è? Noi di Sant'Egidio diciamo che chi aiuta si confonde con chi è aiutato!", dice Antonino, 60 anni, originario di Palermo.
Arrivato a Roma in cerca di lavoro, Antonino è stato costretto alla vita di strada dai problemi di salute e dalla lontananza dalla famiglia. Si arrangiava con piccoli lavoretti - l'ultimo è stato vendere popcorn al cinema - e viveva in macchina. Un giorno ha incontrato i volontari di Sant'Egidio: "Ero alla stazione Tuscolana, Marco mi ha offerto un panino ed è nata un'amicizia", ricorda. Così ha iniziato a dare una mano nelle attività della Comunità, portando pasti caldi alle persone senza fissa dimora: "Lo faccio anche oggi, per restituire un po' del calore ricevuto quando stavo al freddo", dice mentre ricorda orgoglioso che dieci anni sedette a tavola accanto a Benedetto XVI e al fondatore di Sant'Egidio, Andrea Riccardi.
Il prossimo 25 dicembre le tavolate imbandite dai volontari non saranno solo quelle di Trastevere. Dal primo pranzo del 1982 con una ventina di invitati, oggi l'iniziativa si svolge in centinaia di città italiane, istituti per anziani e carceri, coinvolgendo migliaia di persone tra le più povere del nostro Paese. E non è finita qui: solo nello scorso 2018 ai 60 mila invitati in Italia si sono aggiunti 240 mila ospiti in tutto il mondo, tra Europa, Africa, Asia e America. In Italia il menù prevede antipasto, lasagne, polpettone con verdure, frutta fresca, panettone e spumante, caffè e cioccolatini. Inoltre tutti gli ospiti che sono conosciuti dai volontari riceveranno regali pensati apposta per loro: oggetti utili come coperte e sacchi a pelo, radio, indumenti, prodotti per l'igiene personale, zainetti, borsoni, ma anche alimenti e dolci. Per sostenere "Aggiungi un posto a tavola" e permettere a Sant'Egidio di accogliere un numero sempre maggiore di persone, fino al 25 dicembre si può contribuire con un sms o chiamata da rete fissa al numero solidale 45586 per donare da 2 a 5 o 10 euro.
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