di Antonino Ulizzi
Il Riformista, 24 dicembre 2019
Salvini sosterrà l'iniziativa: "Noi ci saremo". La mossa del Pd: "Il 27 la nostra proposta per evitare processi infiniti". L'Unione delle Camere penali promuoverà "un confronto con tutte le forze politiche-culturali del Paese" per costituire "comitati promotori di un referendum abrogativo di questa nonna" che sospende la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, insieme a "tutti gli strumenti per rimediare a questo obbrobrio giuridico".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 24 dicembre 2019
Gli avvocati penalisti lanciano il referendum per abrogare la riforma Bonafede, e rivelano: il ministro ci ha scritto ammettendo di non avere ancora dati certi sulla reale entità del problema. Nell'ultimo giorno di lavori parlamentari, quando ormai manca appena una settimana all'inizio del nuovo anno e cioè al giorno in cui comincerà ad applicarsi la contestatissima riforma Bonafede della prescrizione, il Pd ha annunciato la presentazione del suo disegno di legge per "evitare le conseguenze negative" della riforma.
Rimandando però la presentazione del testo, avendo avuto bisogno di limarlo fino all'ultimo, a venerdì prossimo. La proposta, è noto, è quella della cosiddetta "prescrizione processuale", in base alla quale malgrado i termini di estinzione del reato continuino a essere bloccati per sempre dalla sentenza di primo grado, tuttavia se i gradi di giudizio dovessero allungarsi oltre una certa misura è il processo ad estinguersi. Con effetti identici a quelli della prescrizione.
La riforma Bonafede, ricorda il Pd, è stata "voluta dal precedente governo", e rende urgente "la necessità di fissare tempi certi per la durata dei processi, come la Costituzione e gli interessi del paese richiedono". Il Pd però non è riuscito a convincere il ministro grillino, che ancora ieri ha dichiarato: "La riforma della prescrizione entra in vigore dal 1 gennaio ed è un traguardo importante". Nei giorni scorsi, i democratici hanno evitato di appoggiare (anzi hanno rallentato) la proposta di legge di un solo articolo con la quale Forza Italia voleva cancellare le modifiche di Bonafede per riportare in vigore le regole scritte dall'ex ministro Pd Andrea Orlando. Adesso accompagnano il loro testo precisando che "è aperto un confronto con le forze di maggioranza che auspichiamo possa presto concludersi con una sintesi ragionevole".
Bonafede non è altrettanto conciliante e risponde picche anche alla richiesta degli alleati di anticipare il vertice sulla giustizia a una data almeno precedente all'entrata in vigore della nuova prescrizione. Appuntamento confermato al 7 gennaio, e allora - chiarisce Bonafede - "valuteremo tutte le proposte sui tempi del processo penale, l'importante è non far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta". Risposta sgarbata, ma anche un modo per anticipare il no alla "prescrizione processuale".
Tra i democratici è diffusa convinzione che la riforma Bonafede sarà presto o tardi bloccata dalla Corte costituzionale, dal momento che la "ragionevole durata" del processo, imposta dalla Costituzione, non potrà essere più assicurata in assenza della valvola di sicurezza che è garantita dall'istituto della prescrizione. Gli avvocati dell'Unione camere penali annunciano di volersi affidare a referendum abrogativo della riforma, e ottengono l'appoggio prima di Forza Italia e poi di Salvini, che pure come tutta la Lega quella riforma - inserita a febbraio nella legge cosiddetta "spazza-corrotti" - ha votato.
Il presidente degli avvocati penalisti, Gian Domenico Caiazza, ieri ha reso pubblica un'imbarazzata lettera del ministro guardasigilli in risposta alla richiesta di dati ufficiali sulla prescrizione.
Proprio l'Unione camere penali, infatti, aveva commissionato qualche mese fa una ricerca all'Eurispes dalla quale veniva fuori che oltre la metà delle prescrizioni arriva nella fase di indagini preliminari, e un altro 25% durante il giudizio di primo grado.
La riforma che prevede la cancellazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, allora, risulterebbe inutile in tre casi su quattro. Bonafede ha risposto spiegando che l'elaborazione dei dati ufficiali è ancora in corso. "Ciò dimostra - ha concluso Caiazza - che si interviene a prescindere dalla conoscenza del problema e della realtà, per esigenze simboliche e di comunicazione".
camerepenali.it, 24 dicembre 2019
Proposte di legge abrogative e referendum. La lettera del Presidente Gian Domenico Caiazza agli iscritti. Si chiude un anno che ha visto le Camere Penali Italiane protagoniste, ancora una volta, delle più importanti battaglie civili sui temi della giustizia penale con una intensissima attività politica e mediatica.
di Armando Spataro
La Repubblica, 24 dicembre 2019
Pochi giorni fa sono venute alla luce criticabili modalità di informazione della Polizia locale della cittadina di Opera (Milano): è stata diffusa sul web la foto di un nigeriano dietro le sbarre, sia pure con il volto "oscurato", fermato per reati minori. L'esposizione del "trofeo" e di due vigili in posa, al di là del vigente divieto di legge, sarebbe stata ovviamente del tutto inopportuna anche in caso di arresto o fermo per reati gravi.
Purtroppo simili eccessi comunicativi traggono spesso origine dal desiderio di acquisire titoli utili per fare carriera. Costituirebbe un grave errore, però, non considerare che improprie modalità comunicative riguardano frequentemente anche i magistrati, in particolare i pubblici ministeri. Sia ben chiaro che la necessità e il dovere di corretta informazione sulle attività connesse all'amministrazione della giustizia appaiono evidenti, anche in relazione alla fase delle indagini preliminari quando le circostanze lo consentano e comunque mai in violazione del segreto. Il corretto rapporto tra giustizia e informazione-comunicazione, anzi, è oggi uno dei pilastri su cui si fonda la credibilità dell'amministrare giustizia, tanto che, proprio per tali ragioni, il Csm ha emanato nel luglio del 2018 importanti Linee guida, quale espressione della necessità di trasparenza, controllo sociale e comprensione della giustizia intesa come servizio.
La giustizia viene comunicata quotidianamente all'esterno con vari strumenti, inclusi avvisi di garanzia, provvedimenti cautelari, sentenze, ma soprattutto attraverso interviste e conferenze stampa che spesso appaiono la spia di diffuse propensioni di magistrati e organi di polizia giudiziaria ad accrescere, per quelle vie, la loro popolarità.
Non è ovviamente accettabile alcuna generalizzazione, tuttavia deve ribadirsi che l'informazione va data non solo evitando il rischio di pregiudizio alle indagini e ai diritti delle persone coinvolte (indagati e parti offese), ma anche con misura.
Non è perciò apprezzabile la pratica di certe teatrali conferenze stampa, in cui alcuni pubblici ministeri, inclusi quelli che sognano di rivoltare le regioni in cui operano (quasi che il compito dei magistrati sia quello di moralizzare il Paese), presentano sistematicamente le proprie indagini con proclami del tipo "si tratta della più importante indagine antimafia del secolo" o "finalmente abbiamo scoperto la mafia al Nord" (ignorando processi celebrati più di vent'anni prima), così proponendosi come icone per le piazze plaudenti.
E si moltiplicano affermazioni apodittiche quasi che le tesi dei pm rappresentino la verità accertata, un anticipo di sentenza. Le interviste costituiscono spesso occasione per l'ampliamento degli spazi propri delle conferenze stampa: consentono ai magistrati, ad esempio, la costruzione di verità alternative rispetto a quelle accertate o da accertare nei dibattimenti.
Proliferano misteri senza fini e indimostrate responsabilità di un antistato diffuso e indecifrabile: un noto pm ha dichiarato che Messina Denaro non viene preso perché conosce troppi segreti! Se ne può dedurre che le istituzioni lo preferiscono latitante per evitare che li riveli!
E chi critica simili costruzioni viene subito accusato di volere isolare i magistrati, negare la verità e temere i poteri forti. Le corrette modalità di comunicazione impongono, invece, oltre che equilibrio e sobrietà, la massima spersonalizzazione delle notizie necessarie, attribuendo un'indagine di pubblico interesse all'Ufficio e non al singolo magistrato che l'ha condotta.
Le conferenze stampa vanno riservate alle occasioni di storica o particolare necessità, senza dimenticare che il rispetto del giusto processo e dei diritti della difesa è raccomandato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo anche con riferimento alle parole da usare nell'informazione. Ciò alimenta la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Protagonisti necessari della comunicazione relativa alla giustizia, però, non sono solo magistrati e polizia ma anche avvocati, politici e giornalisti: i diritti e i doveri connessi all'esercizio di tali elevate funzioni sono indiscutibili, ma molte criticità permangono e anzi rischiano di amplificarsi, per effetto delle moderne modalità dell'informazione.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
La Circolare del Csm. È ormai endemico il fenomeno delle distorsioni giuridiche sul processo penale per una informazione giudiziaria legata "a doppio filo" alle impostazioni dell'accusa. Di contro, è sempre meno frequente la cronaca giudiziaria intesa come cronaca del processo: da tempo, infatti, esiste una cronaca giudiziaria fatta di "copia e incolla" delle informazioni degli atti di indagine.
Il primo effetto è il condizionamento dei soggetti processuali (giudici, testimoni, parti) dovuto ad una percezione distorta dell'indagine: l'eventuale esito assolutorio del processo rischia di essere percepito come uno "spreco" di attività processuale, o una "denegata giustizia", da parte di chi si è formato un convincimento colpevolista, quando non "giustizialista". Ma non solo. Il giudice, laddove decidesse in modo difforme dal comune sentire generato dal predetto convincimento, potrebbe correre il rischio di essere delegittimato e di subire violenti attacchi.
Diverse sentenze della Corte Edu si sono espresse, anche di recente, a favore di un bilanciamento tra libertà di stampa e diritto all'informazione, da un lato, e diritto alla riservatezza delle persone coinvolte in vicende giudiziarie e al buon andamento della giustizia, dall'altro. Strasburgo, nonostante l'art. 10 Cedu tuteli la libertà d'espressione, ha confermato la sanzione per il giornalista che ha divulgato notizie coperte dal segreto istruttorio, sottolineando l'importanza della buona amministrazione della giustizia, il diritto ad un processo equo, il rispetto della vita privata dei soggetti interessati. La Corte ha anche ritenuto sussistere un dovere dello Stato di adottare misure organizzative e di formazione del personale per prevenire l'illegittima pubblicazione di informazioni riservate.
In tale contesto, vale la pena ricordare che il Csm, con delibera del 2018, ha approvato le "Linee- guida per l'organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale", con lo scopo di garantire la massima "trasparenza e comprensibilità dell'azione giudiziaria" e la creazione di prassi uniformi per una "comunicazione efficace e deontologicamente irreprensibile, imparziale, equilibrata e obiettiva", anche attraverso l'elaborazione di strategie comunicative (conferenze stampa, comunicati, utilizzo del web) e la realizzazione di uffici stampa.
Alla stesura ha partecipato un gruppo di lavoro, presieduto dall'ex presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, composto da giornalisti, scrittori e magistrati. Sono state svolte anche audizioni del Cnf, dell'Ordine nazionale dei giornalisti, della Fnsi e dell'Anm.
"L'informazione giudiziaria non confligge con il carattere riservato, talora segreto della funzione, aumentando la fiducia dei cittadini nella giustizia e nello Stato di diritto, rafforzando l'indipendenza della magistratura, e più in generale l'autorevolezza delle Istituzioni", si legge in premessa.
Numerose le indicazioni sovranazionali; fra queste, la Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa agli Stati membri del 2010, secondo cui: "I procedimenti giudiziari sono questioni di pubblico interesse. Il diritto all'informazione deve essere esercitato tenendo conto delle limitazioni imposte dall'indipendenza della magistratura. I giudici devono dar prova di moderazione nei loro rapporti con i media".
La delibera si divide in due parti: una generale ed una specifica per i diversi Uffici (giudicanti, requirenti, di merito, di legittimità). Fulcro della comunicazione giudiziaria è l'oggettivo interesse pubblico (controversie di obiettivo rilievo sociale, politico, economico, tecnico-scientifico). Fra i punti cardine: scongiurare discriminazioni fra giornalisti e testate, evitare canali informativi privilegiati con esponenti dei media, non personalizzare le informazioni esprimendo opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi.
Corollario è il rispetto della sfera privata e familiare degli individui coinvolti, della dignità dell'imputato, degli estranei. Imprescindibile, il rispetto del giusto processo, la tutela della presunzione di non colpevolezza, la centralità del giudicato rispetto ad altri snodi processuali (es. le indagini preliminari), il diritto dell'imputato a non apprendere dalla stampa quanto deve essergli comunicato in via formale. Il procuratore, responsabile della comunicazione esterna, è tenuto al rispetto delle decisioni giudiziarie, che può "contrastare" non pubblicamente ma nelle sedi processuali. Divieto assoluto, infine, di "amplificare impropriamente i meriti dell'Ufficio e dei servizi di polizia giudiziaria".
di Giovanni Valentini
Gazzetta del Mezzogiorno, 24 dicembre 2019
Fra pochi giorni, dunque, secondo l'annuncio del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, entrerà in vigore la riforma della prescrizione. Dal 1° gennaio 2020, verranno bloccati i termini dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di assoluzione sia in caso di condanna.
Fino alla sentenza definitiva, il reato non potrà più essere considerato estinto, lasciando magari i colpevoli impuniti. Ed è una riforma che riguarda tutti, anche chi non abbia o non abbia mai avuto a che fare con la giustizia, perché riguarda una garanzia che potenzialmente spetta a ciascuno di noi. Si attendono ora il vertice di maggioranza, previsto per il 7 gennaio, e l'eventuale accordo tra Pd e M5S. Il Partito democratico ha confermato intanto che depositerà una sua proposta di legge per salvaguardare la "ragionevole durata" del processo sancita dall'articolo 111 della Costituzione a favore dell'imputato.
Se non arriveranno segnali di apertura da parte dell'alleato di governo, gli stessi "dem" hanno anticipato che si sentiranno liberi di proseguire l'iter parlamentare. Come dire che, in mancanza di un'intesa, il Pd cercherà consensi in Parlamento anche tra le altre forze politiche. La questione non è né tecnica né tantomeno burocratica.
A che cosa mira la riforma dei Cinque Stelle? Nello spirito giustizialista che contraddistingue il Movimento, punta essenzialmente a evitare che le lungaggini della giustizia consentano ai colpevoli di farla franca, dilatando i tempi del processo e sfuggendo così alla sentenza di condanna. E non c'è dubbio che si tratti di un obiettivo legittimo e sacrosanto. Ma è proprio questo lo strumento migliore, più efficace e decisivo, per ottenere un tale risultato? Molti ne dubitano. Fra questi, in prima linea, gli avvocati penalisti e più in generale il fronte garantista.
"I processi si prescrivono perché durano troppo", ha scritto in un articolo pubblicato sull'Unità Francesco Petrelli, segretario dell'Unione delle Camere penali. E ha aggiunto: "Se avessero una durata ragionevole non si prescriverebbero". A parere suo e della maggior parte dei suoi colleghi, insomma, "il problema non è quello della prescrizione troppo breve, ma quello di un sistema processuale troppo lento e di processi troppo lunghi".
E questo, purtroppo, è un dato di fatto incontrovertibile: tant'è che nel 2017, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, su 129mila processi prescritti quasi centomila si sono prescritti prima ancora di arrivare in tribunale, trattandosi di fascicoli rimasti a far polvere sulle scrivanie o negli armadi.
Con la riforma del ministro Bonafede, forse si ridurrà il numero dei colpevoli che riescono a sottrarsi ai rigori della giustizia per decorrenza dei termini di prescrizione. Ma verosimilmente non si accelereranno i processi e chissà quanti imputati innocenti dovranno continuare ad aspettare anni e anni per essere assolti, come purtroppo già avviene nella realtà. Si cureranno così gli effetti di una giustizia lenta, non le cause che la provocano.
Con buona pace della norma che stabilisce la "ragionevole durata" del processo, sulla base della consapevolezza che una giustizia tardiva è per definizione una giustizia ingiusta. Può valere anche in questo caso per analogia il principio "meglio un colpevole in libertà che un innocente in carcere"?
In un certo senso, sì. Perché il processo è già di per sé una condanna ed essere costretti ad aspettare per troppo tempo una sentenza di assoluzione costituisce una pena per così dire preventiva che segna per sempre la vita di un cittadino innocente in attesa di giudizio. Eppure, come scrive ancora l'avvocato Petrelli nel suo articolo, non mancano gli esempi che dimostrano come "una sana e oculata amministrazione dei tribunali garantisce tempi processuali ragionevoli e annulla di fatto il problema della prescrizione".
Si tratta, dunque, di correggere le disfunzioni dell'apparato giudiziario, di tagliare i "tempi morti", di incentivare la riorganizzazione degli uffici. Tutto ciò per rispettare i parametri di equità e di civiltà giuridica a cui una società moderna deve aspirare. Una riforma di questo genere, più organica e complessiva, forse potrebbe contribuire anche a ridurre il numero degli errori giudiziari su cui l'Italia detiene un primato assai poco onorevole.
Dal 1992 al 2018, gli innocenti finiti in carcere - calcolando soltanto quelli risarciti dallo Stato, a spese della collettività - sono stati oltre 27mila. In media, più di mille all'anno, tre al giorno.
Non è anche questo uno scandalo che bisognerebbe stroncare in un Paese civile? Tra il giustizialismo dei Cinque Stelle e il garantismo dei Democratici, c'è da augurarsi che prevalga alla fine il senso di equilibrio e di responsabilità. I termini della prescrizione si possono anche interrompere. Ma occorre ridurre in primo luogo i tempi del processo, rispettando la presunzione d'innocenza che è un cardine fondamentale dello Stato di Diritto.
Ricorda a questo proposito lo scrittore ed ex magistrato barese Gianrico Carofiglio nel suo nuovo romanzo intitolato "La misura del tempo" (Einaudi) che il codice di procedura penale (articolo 530, comma secondo) "prevede appunto l'assoluzione quando è insufficiente o contraddittoria la prova che l'imputato abbia commesso il fatto".
Non esiste più, infatti, la formula dubitativa "per insufficienza di prove". Se l'accusa non è in grado di dimostrare la colpevolezza dell'imputato, questi va assolto con formula piena. Chissà quanti processi durerebbero meno, e soprattutto quanti errori d'ingiustizia si potrebbero evitare, se questo principio fosse rispettato fino in fondo nelle aule dei tribunali della Repubblica.
di Francesco Merlo
La Repubblica, 24 dicembre 2019
Riemerge ogni tanto sulla superficie della cronaca (nera) l'omosessualità come valore antimafia. E ogni volta riscopriamo spaventati che nel Sud d'Italia, fatto di marginalità e terra povera da cui scappare, di pregiudizi e sottosviluppo ma anche di bellezza e libertà, c'è un mondo dove la parola gay ha lo stesso suono di "cornuto e sbirro".
L'omosessualità non è infatti compatibile con l'antropologia del boss, del "vero uomo" di mafia e di 'ndrangheta, spietato perché virile, spinoso come i fichidindia, masculu d'onore. "Lei è un uomo" dice don Mariano Arena al capitano Bellodi. Ed è bene ricordare che quasi al livello dei quaquaraquà ci stanno solo i pigliainculo. La nostra Alessia Candito sabato scorso ci ha raccontato l'agghiacciante esecuzione di Filippo Gangitano, giustiziato dalla 'ndrangheta di Vibo Valentia perché gay. Attenzione: i suoi carnefici non gli rimproveravano tradimenti e infedeltà alla cosca alla quale apparteneva per nascita. Gangitano eseguiva gli ordini con efficienza e con ferocia.
Era un picciotto, un killer, un duro, un omone che non esibiva la sua sessualità in alcun modo. Era gay, ma sobriamente, fuori mano e privatamente, in casa sua, dove aveva scelto di abitare con il suo compagno. Ma 'ndranghetista e gay è appunto un ossimoro antropologico. Lo spiega bene il De Niro di Terapia e pallottole allo psicanalista: "Dottore, tu puoi scoprire quello che vuoi, ma se mi dici che sono frocio, io t'ammazzo!".
E siamo alla questione: come mai la criminalità, che pure si fa capitale moderno, è ancora incistata nei valori arcaici, fatti di famiglia e pasta al sugo e di strangolatori con il crocifisso al collo? Credo che i pregiudizi abbiano una funzione essenziale, come la mitologia greca che mappava le carte nautiche: al Circeo si finiva mangiati dai porci, a Nasso ci si perdeva con Arianna, alle Eolie nascevano i venti, e il confine di tutti i pregiudizi erano le insuperabili Colonne d'Ercole, fine del mondo.
Sto dicendo che il pregiudizio, arma di mortificazione della realtà, è la vera sapienza mafiosa. La 'ndrangheta imprenditrice che ricicla denaro sporco, manovra azioni nella Borsa di Francoforte e investe nell'edilizia in Asia, regola però i suoi conti con lo stereotipo più arcaico. Ecco perché il pregiudizio è un destino, per giunta benedetto da Dio: Filippo Gangitano doveva morire perché la famiglia come impresa criminale moderna si rigenera e si ossigena nel pregiudizio, gongola nel sangue e nel sugo di pomodoro.
E ad ucciderlo fu incaricato il cugino perché la liturgia del delitto vuole che sia la famiglia a liberarsi della vergogna che la schiaccia. Ecco: segnalo Vibo Valentia alle organizzazioni che si battono per i diritti degli omosessuali e che scelgono i luoghi dove tenere i loro pride. Ci sono città dove la sfilata dell'orgoglio omosessuale sarebbe più civile e meno folcloristica, più rassicurante e meno scandalosa delle feste del santo.
di Paolo Comi
Il Riformista, 24 dicembre 2019
Intervista a Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, fino allo scorso anno componente laico del Csm. "Altro che caso Palamara! Quello è servito solo a inchiodare un capro espiatorio. Il problema è una magistratura dove comandano le correnti e domina la smania di allargare la propria potenza".
"Le correnti in magistratura sono sempre più forti. Vuole un esempio? La recente elezione del procuratore generale della Corte di Cassazione. Per una carica tanto importante (il Pg della Cassazione, oltre a tutto il resto, è il titolare dell'azione disciplinare nei confronti delle toghe, ndr) era auspicabile una maggiore condivisione del Plenum.
Invece ci sono stati ben tre candidati, ognuno riferibile a un preciso gruppo associativo. Senza togliere nulla a Giovanni Salvi, magistrato decisamente meritevole e di altissimo profilo professionale e morale, la sua elezione è avvenuta a maggioranza, con 12 voti a favore e ben 5 astensioni. Per una così alta carica, in questo momento, una maggiore condivisione sarebbe stata auspicabile e non avrebbe dato adito a reciproche recriminazioni torrentizie.
Insomma, poteva essere un segnale e invece si è proseguito con lo stesso sistema anche su altre importanti nomine. Quali Torino. Brescia e Salerno". Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, fino allo scorso anno componente laico del Csm, non crede che dopo le dimissioni forzate di cinque togati sia cambiato, qualcosa a Palazzo dei Marescialli.
Presidente Leone, è scettico?
"Guardi, lo "scandalo" Palamara fino a oggi ha prodotto solo un cambiamento degli equilibri al Csm, con la corrente di Davigo che è passata da due a quattro consiglieri, cinque se vogliamo considerare anche l'indipendente Di Matteo che è stato appoggiato dall'ex pm di Mani pulite. I tanti magistrati italiani che nel 2018 votarono per i cinque consiglieri che si sono dimessi non hanno ora rappresentanza. Le pare normale? Non credo. Sa come si chiama in politica una cosa del genere? Ribaltone bello e buono".
Il problema della magistratura ha un nome e un cognome: Luca Palamara. Concorda?
"Palamara è diventato il capro espiato rio della magistratura italiana. So per certo che molti magistrati fanno addirittura fatica a pronunciarne il nome. È diventato il simbolo della lottizzazione torrentizia. Ma le oltre mille nomine che sono state fatte nella scorsa consiliatura non credo siano solo farina del sacco dell'ex consigliere Palamara. Dove erano tutti coloro che oggi lo attaccano e gridano contro il sistema clientelare della spartizione degli incarichi? E dove sono quelli che avrebbero usufruito della incriminata spartizione? Il fil rouge dell'ultimo congresso nazionale dell'Anm è stato sostanzialmente: "Basta con Palamara!". Ma prima di lui lo strapotere delle correnti non esisteva?".
Che idea ha di questa vicenda?
"Tutto nasce dall'indagine di Perugia. Indagine che era nota a ognuno di noi fin dal mese di settembre del 2018, quando un importante quotidiano nazionale pubblicò in prima pagina i dettagli del procedimento pendente a Perugia che riguardava Palamara. Nessuno allora si scandalizzò o parlò di fughe di notizie. Vedo molta ipocrisia. E poi, la stura all'inoculazione del trojan, avvenuto lo scorso maggio, qual è stata? E poi, se l'immagina cosa sarebbe accaduto se qualche "trojanino" avesse girato nei dintorni del Csm da una ventina di anni a questa parte?".
Quindi al Csm non è cambiato nulla?
"I tre candidati per le ultime suppletive, quelle per eleggere il sostituto del consigliere Paolo Criscuoli, erano tutti riconducibili a una corrente, avendo fatto in passato anche vita associativa con incarichi nell'Anm. Il tanto sbandierato pluralismo delle candidature che fine ha fatto? E anche le nomine di importantissimi uffici giudiziari, Roma in primis, sono al palo. Ma non solo: le nomine in dirittura di arrivo vengono bloccate e rimesse in discussione in ossequio, sembra, alle risultanze trojanesche. Mi riferisco al caso della Procura di Salerno che è tornata in Commissione per valutare che tipo di rapporti avesse avuto l'aspirante con Palamara".
Cambiamo argomento, cosa pensa della riforma "epocale" della giustizia di Bonafede?
"La riforma di Bonafede? E chi l'ha vista? Doveva essere pronta per la fine di quest'anno e invece ci sono stati solo annunci per soddisfare l'elettorato giustizialista. Il blocco della prescrizione provocherà il collasso delle Corti d'Appello e creerà una nuova figura giuridica: quella dell'imputato a vita. Siamo di fronte alla fine dello stato di diritto. Lo stop alla prescrizione annulla completamente la ratio per cui è stato creato l'istituto stesso. E sostanzialmente. un modo per rimediare a un fallimento dello Stato: quello di non riuscire a portare a termine i processi. Il ricorso al "fine processo mai". diciamocelo, diventa sostanzialmente una sostituzione. La sostituzione della condanna. che lo Stato non riesce a comminare, con un processo infinito. Siamo alle prese con uno strisciante ricorso a una ideologia giustizialista, o giacobina che dir si voglia. che valorizza la teoria in base alla quale siamo tutti e sempre presunti colpevoli. Teoria, questa, molto cara anche a qualche alto magistrato. Questa assurdità riesce a mettere al bando due "parole" di non poco conto: umanità e innocenza. Per non parlare, poi, del giusto processo che servirà solo a riempirsi la bocca. Contro questa riforma, ricordo, si sono schierati gli avvocati penalisti, numerosissimi e autorevoli professori di diritto, e anche molti magistrati. Il ministro, invece, continua a usare toni trionfalistici e propagandistici, supportati da argomentazioni - direi meglio spot - prive completamente di verità".
Il Pd sulla riforma Bonafede sembrava aver preso le distanze. Cosa ne pensa?
"Le distanze a mio parere si sono azzerate. Mi meraviglia come il buon Andrea Orlando (ex ministro della Giustizia, ndr) si sia rimangiato le sue posizioni, che sicuramente avevano avuto un maggiore apprezzamento, per compiacere l'alleato di governo".
Cosa andrebbe fatto subito nel tanto "criminalizzato" rapporto politica e magistratura?
"Innanzitutto andrebbe eliminata da parte della politica la sudditanza psicologica nei confronti della magistratura più ideologizzata. Il legislatore deve essere meno pavido nel formare, una volta per tutte, le regole che impediscano le porte girevoli tra magistratura e politica. Tra l'altro, bisognerebbe eliminare immediatamente tutti gli incarichi extragiudiziari dei magistrati. affidati magistrato, con l'incarico anche di giudice tributario, che è stato autorizzato dal Csm a svolgere attività di consulenza per il presidente del Consiglio Conte. Questo magistrato, senza essere fuori ruolo, la mattina scrive le sentenze di due giurisdizioni ed il pomeriggio scrive i pareri sulle leggi del governo. Tale consulenza è retribuita con la modica cifra di 40.000 euro all'anno. 500 euro l'ora per essere maggiormente precisi. Su questo i grillini non dicono nulla: la loro battaglia sulle esagerazioni degli emolumenti è terminato. Il taglio dei vitalizi dei parlamentari ha fatto scomparire la povertà".
La magistratura è sempre più delegittimata. Cosa suggerisce per invertire la rotta?
"La delegittimazione è partita dall'interno stesso della magistratura. così come accaduto per la politica anni addietro. Il populismo si è impossessato di ampie fette della magistratura. Penso. poi. a quella folle ipotesi del sorteggio dei membri del Csm voluto da Bonafede e finito nel cassetto in cambio del via libera dei magistrati allo stop alla prescrizione. Magistrati che, durante lo scorso congresso nazionale dell'Anm, hanno repentinamente fatto inversione di marcia proprio su un argomento così delicato come la prescrizione. E la riforma del Csm qualcuno l'ha più vista? Le toghe, giustamente, rivendicano sempre la loro autonomia e indipendenza. Ma per tornare ad avere il rispetto e la considerazione di tutti devono anche rispettare l'autonomia della politica e, principalmente, del legislatore".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 24 dicembre 2019
Non c'è una politica, non c'è una giustizia, ce ne sono di più, dell'una e dell'altra. Prima di tutto colpisce la tenacia dell'impegno di Marco Cappato e di Mina Welby, e delle persone militanti nell'associazione Coscioni. La tenacia va contro l'aria del tempo, che vuole essere leggera ed effimera, e bruciare desideri propositi e giuramenti.
Quando questa ostinazione a rivendicare la libertà di ciascuna persona consapevole di decidere della propria vita si leghi all'amicizia e alla frequenza delle persone in carne e ossa, ossa e carne e anima straziate, che invocano d'essere aiutate, il peso umano appare schiacciante e spaventa e respinge.
I militanti di cui parliamo, Cappato e Welby e le altre e gli altri, hanno per giunta scelto sempre più nettamente di rinunciare, almeno in apparenza, al doppio impegno, quello specifico sulle questioni di vita e di morte, dell'inizio e della fine della vita, e quello generale sulla "politica", il governo del tempo che si stende fra quei due punti.
In loro agisce la convinzione che quella apparente "questione singola" sia il rocchetto attorno al quale si svolge e si srotola un'idea del mondo. Lo spettacolo dell'assise milanese - l'amministrazione della giustizia è anche uno spettacolo pubblico, che vuole essere esemplare, qualunque strada prenda la sua esemplarità - è stato a sua volta impressionante.
L'imputato, l'accusatrice pubblica, i giudici, hanno convenuto sul fondo e tutti hanno potuto riferirsi alla sentenza della Corte costituzionale. La Corte aveva dichiarato illegittimo l'articolo del codice penale che equipara l'aiuto all'istigazione al suicidio: "Nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente".
Erano convenuti tutti, tranne il potere legislativo (e il governo), che hanno scelto da un tempo immemorabile di non scegliere. Si può pensare, qualcuno lo pensa schiettamente, che astenersi dal fissare in una norma legale questioni di una tale intima delicatezza e rischiosità sia la cosa migliore che il parlamento possa fare: pensiero che però sbatte contro il fatto che altri organi, altri luoghi intervengono a decidere nel vuoto tra una legge obsoleta e una elusa.
È questo che impedisce di protestare contro l'invadenza dell'amministrazione della giustizia nella vita pubblica e privata. Appena l'altro giorno c'era stato un altro caso, diversissimo e non abbastanza valutato, di quella invadenza, in Olanda, dove la Corte Suprema, dopo due gradi di giudizio, ha definitivamente decretato l'obbligo del governo a ridurre le emissioni di CO2, entro il 2020, almeno del 25 per cento rispetto al 1990; dunque, poiché da allora sono state ridotte così da raggiungere il 17-18 per cento nel 2020, di ridurle di un ulteriore 7-8 per cento entro un anno. Il governo, che aveva tentato tutti i ricorsi, è ora tenuto ad applicare la sentenza: la prima cosa che farà sarà la chiusura delle riaperte centrali a carbone.
La sentenza richiama gli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, che dichiarano la vita e il benessere delle persone diritti universali e inviolabili. Dunque, se non la si dimostri arbitraria, la sentenza coinvolge logicamente l'azione dei governi e dei parlamenti di ogni altro paese europeo. Nel caso olandese, essa non è stata pronunciata in carenza di un'iniziativa politica. Il governo aveva fondato la sua avversione sulla convinzione che non sia legittimo per un tribunale indipendente "giudicare la politica di un governo e per questa via cambiarne la politica". Il vuoto, in questo caso, non riguarda una pavidità o un astensionismo legislativo, ma il contrasto fra i programmi che governi nazionali e organi internazionali proclamano necessari e urgenti, e la loro elusione di fatto.
Un tribunale indipendente olandese può, in nome di una legge europea (e dei suoi riferimenti universali) obbligare il governo olandese. Non esiste un tribunale indipendente europeo, e tantomeno universale, in grado di ottenere lo stesso. Bel problema, che risuscita in molti il vecchio alibi: che senso ha che la piccola Olanda, la piccola Italia, tagli le sue emissioni di gas serra, mentre il resto del mondo va per la sua strada distruttiva? (Per analogia: che senso ha che io non butti la mia cicca in strada quando tutti gli altri eccetera...?).
L'invadenza della cosiddetta giustizia è un malanno micidiale, ma trova un terreno propizio nella micidiale immunodeficienza della democrazia e dei comportamenti privati. Postilla: in Olanda la causa era stata promossa da un'associazione di centinaia di cittadini, che l'hanno tenacemente perseguita dal 2013, e attraverso due sentenze, del 2015 e del 2018.
Oggi nel mondo sono più di un migliaio i processi intentati per i danni del cambiamento climatico contro governi e grandi compagnie. L'Italia è probabilmente il paese in cui l'invadenza giudiziaria è più grossolana - il Brasile di Bolsonaro e Moro, che del resto le si è ispirato, gioca in un altro campionato. Più realista del re, la politica provvede a regalare alla magistratura anche quello di cui i suoi esponenti più vicini ai problemi veri farebbero a meno, come l'abolizione della prescrizione. D'altra parte, proprio in questi giorni stiamo facendo un bilancio del modo in cui provvedimenti politici disgustosi come i cosiddetti decreti sicurezza sono dimostrati illegali e inapplicabili in un vario numero di tribunali indipendenti.
Non ci sono conclusioni da trarre, se non una: che parlare di "politica" e di "giustizia" e di "conflitto fra politica e giustizia" è una inutile litania. Non c'è una politica, non c'è una giustizia, ce ne sono di più, dell'una e dell'altra.
di Marco Mobili e Giovanni Parente
Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2019
Le mafie fanno sempre più rotta sulle regioni settentrionali. A testimoniarlo sono le richieste di sequestri avanzate dalla Guardia di Finanza. Nei primi 11 mesi del 2019, sono state avanzate per quasi 300 milioni di euro se si considerano quattro grandi regioni del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia. Si tratta delle aree in cui si è registrato il maggior incremento percentuale delle richieste avanzate dalle Fiamme gialle.
Un incremento che va di pari passo con la crescente penetrazione e ramificazione nel tessuto economico delle regioni del Nord delle mafie e che in Piemonte ha addirittura portato a quadruplicare le richieste tra il 2017 e il 2019, in cui fino a novembre è stata superata la soglia dei 300 milioni di valore.
La presenza della criminalità organizzata al Nord - come fanno notare dalla Guardia di Finanza - è aumentata per fasi e con modalità differenti: si è passati dai primi insediamenti di Cosa Nostra e delle 'ndrine calabresi negli anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto in comuni lombardi e piemontesi, fino a una progressiva supremazia della ndrangheta, a partire dagli anni Novanta fino ad oggi. Con la conseguenza che nessun territorio settentrionale può ritenersi immune da infiltrazioni mafiose a causa di una crescente presenza nei clan e di trame di relazioni sempre più fitte soprattutto con gli apparati pubblici e imprenditoriali. Ne sono una testimonianza gli scioglimenti di diversi consigli comunali e gli episodi di corruzione scoperti nella Pa. Più in generale, sono 18 i miliardi (più dell'1% del Pil) sottratti dalla GdF alle mafie dal 2015 tra confische e sequestri.
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