di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2020
Chi non versa l'assegno stabilito ai figli minori o all'ex partner che abbia bisogno di sostegno non è passibile di sanzione solo sul piano civilistico: si rischia anche di commettere il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Lo prevede l'articolo 570 del Codice penaleche punisce, con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1.032 euro, chi "abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale o alla qualità di coniuge", facendo mancare, si legge nel comma due, "i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa".
La norma è chiara, sì, ma le variabili sono molte e non è detto che la trascurata corresponsione dell'assegno abbia valenza penale. A chiarire quando e come scatta la condanna sono le pronunce dei giudici.
I presupposti del reato - Perché si configuri il reato a danno dei figli minori non occorre dimostrare il loro stato di bisogno, che è presunto per età (Corte d'appello di Napoli, 4249/2019; Corte d'appello di Palermo, 3149/2019). Per le stesse ragioni, non serve affannarsi a provare che al bambino stiano provvedendo l'altro genitore o parenti prossimi, perché la condizione di bisogno non può dirsi cessata per il fatto che altri se ne occupino (Corte d'appello di Palermo, 3285/2019): l'obbligo contributivo grava su entrambi i genitori (Tribunale di Vicenza, 710/2019). Pertanto, non verranno indagate le capacità proporzionali di ogni coniuge di concorrere a soddisfare i bisogni dei figli (Tribunale di Genova, 2402/2019).
D'altro canto, la trasgressione dei doveri di mantenimento fissati dal giudice civile non integra sempre e automaticamente il reato. Il motivo è intuibile: la somma calcolata in sede di separazione o al momento della definizione dei singoli doveri di contribuzione copre più di quanto occorre per la sussistenza del minore, mentre il Codice penale sanziona l'aver fatto mancare ai figli o al coniuge il denaro strettamente necessario per la loro esistenza (Tribunale di Lecce, 1967/2019).
La giurisprudenza, tuttavia, ha nel tempo ampliato la nozione di mezzi di sussistenza finendo per includere non solo il vitto, l'alloggio, il vestiario e le cure mediche ma anche tutti quei mezzi che consentono alla prole di soddisfare le esigenze quotidiane: come i canoni per le utenze, le spese per i libri d'istruzione, i medicinali, i costi per il trasporto e la comunicazione; tutto ciò a prescindere dalle condizioni sociali o dal pregresso tenore di vita (Cassazione, 48910/2019).
I motivi per l'assoluzione - A rispondere del reato è solo chi ha fatto mancare i mezzi di sussistenza ai familiari pur avendone la capacità economica (Tribunale di Trieste, 1145/2019). Per liberarsi dalle accuse occorre quindi produrre documenti che attestano la concreta impossibilità di onorare gli impegni. Al genitore rimasto senza lavoro, ad esempio, non basta certificare la condizione di disoccupazione se non produce altri carteggi da cui si evince l'oggettiva incapacità di adempiere (Tribunale di Trento, 511/2019). Si sfugge, in sintesi, a responsabilità penale solo se si accerta l'assoluta, persistente e non colpevole indisponibilità di introiti (Tribunale di Trieste, 633/2019), che è esclusa se, ad esempio, emergono incassi in nero (Cassazione 49979/2019). Mentre evita la condanna chi è affetto da patologie che gli impediscono di esercitare la libera professione e, di conseguenza, non può assolvere ai suoi obblighi (Tribunale di Lodi, 11 marzo 2019). Nessun reato, poi, se gli ex coniugi si sono attenuti ad accordi transattivi conclusi in via stragiudiziale anche se non trasfusi nella sentenza di divorzio che non ha stabilito nulla sul punto (Cassazione, 36392/2019).
di Gad Lerner
repubblica.it, 3 febbraio 2020
Adolfo Ceretti raccoglie in un libro il "male" che ha studiato tutta la vita. Dai delitti italiani da prima pagina agli esperimenti di giustizia riparativa. "Ceretti, avevi ragione, non era una cazzata quella che mi avevi proposto. Ne valeva la pena".
Se dopo quarantasette anni trascorsi dietro le sbarre il celebre bandito Renato Vallanzasca si rivolge così al criminologo che l'ha convinto a incontrarsi con una delle sue vittime, vuol dire che davvero la giustizia riparativa, che aspira alla ricomposizione dei punti di vista senza pretesa né di perdono né di penitenza, può aprire uno squarcio di consapevolezza.
Tant'è che Vallanzasca - non chiamatelo "il bel René" se no davvero s'incazza - accomiatandosi da Adolfo Ceretti dismette la sua corazza di seduttore e confida: "Ho deciso di stare al mondo perché voglio uscire di qui prima di morire".
Potrei continuare a raccontarvi quali siano le regole impulsive a cui s'è ispirata tutta la vita del bandito della Comasina, cominciando dalla pessima idea di quei tre giovani milanesi che con la loro utilitaria gli soffiarono il posto in cui stava parcheggiando l'auto sportiva (rubata) per andare al cinema con la ragazza. Ma questo è solo un capitolo fra i tanti delle memorie di un criminologo che non cerca effetti speciali, non si esibisce nei talk, ma aspira a "trovare un posto al disordine".
Confrontandosi con il male che è dentro di lui, per entrare in sintonia col male che ha spinto altri a diventare violenti. Vastissimo è l'orizzonte delle esperienze sentimentali e scientifiche che rendono questo libro un unicum affascinante.
Ci sono i casi più noti della cronaca nera italiana - da Erika e Omar ai satanisti di Lecco fino al killer della Uno Bianca, Alberto Savi - ma anche i protagonisti della mediazione fra vittime e carnefici del dopo apartheid in Sudafrica; ci sono i mafiosi, e i brigatisti rossi che accettano il confronto con i congiunti degli innocenti presi a bersaglio, per poi addentrarci nelle favelas brasiliane e nella bolgia infernale delle carceri boliviane.
Senza falsa modestia, Ceretti si descrive tra i criminologi che "non solo in Italia, più si occupano di cose concrete, del cuore, dell'anima delle persone, pur senza aver mai perso il mio interesse verso la costruzione di ipotesi teoriche".
Chi lo conosce sa quanto sia timido e schivo, ma la sua autorevolezza di ricercatore nei territori inesplorati della giustizia riparativa spazia ormai su almeno tre continenti. Cosa sarà mai questa giustizia riparativa? Per spiegarlo non trovo di meglio che descrivere la mattinata che pochi anni or sono ho avuto modo di vivere, grazie a un suo invito, nella palestra del carcere Due Palazzi di Padova, dove si erano radunati centinaia di detenuti condannati definitivi per reati gravi, spesso in regime di massima sicurezza, con i loro parenti.
Difficile trattenere le lacrime mentre, uno dopo l'altro, gli ergastolani salivano a rilasciare la loro testimonianza accanto ai figli che per anni il vetro antiproiettile gli aveva proibito anche solo di tenere per mano. E riconoscevano come fossero stati proprio quei ragazzi a farli desistere dal codice ottuso e violento della criminalità, per tentare di recuperare l'umanità e l'affettività perdute. Dietro c'è un lavoro improbo, soggetto a fallimenti ma prezioso, per arrivare a dirsi - "in uno spazio di parola protetto dai mediatori" - "il lampo e il temporale causati dall'offesa altrui" che li aveva inferociti. Possibile "punto di svolta per ritrovare un'immagine di sé meno opaca e negativa".
Il titolo del libro, "Il diavolo mi accarezza i capelli", scaturisce proprio da un drammatico confronto fra due detenuti in lite, giunti a promettersi la morte: "Professo', ogni sera, prima che io mi addormenti, il diavolo viene e mi accarezza i capelli".
Per esplorare i meandri interiori del male che genera violenza, Ceretti compie la scelta più audace: guarda dentro di sé. Perché anche a lui, anche a noi, nella vita succede che il diavolo accarezzi i capelli. Ecco dunque la ferita di un padre che cade in depressione e smette di parlare quando Adolfo è ancora adolescente. La madre con cui fatica a comunicare e che legge di nascosto il biglietto infilato da Adolfo nella tasca di papà prima che ne venga chiusa la bara. E ancora l'identificazione nella fragilità di una nipote, il buco nero dei malesseri che lo assalgono sotto forma di una sindrome chiamata post viral fatigue.
L'umiltà con cui affronta questa fatica introspettiva gli consente un approccio alla dimensione criminale davvero inedito. Ne trae alimento anche la ricerca teorica che lo fa entrare in relazione con i colleghi impegnati a livello internazionale in questa nuova branca del diritto. Dove la letteratura, il cinema, la poesia e le arti figurative - che arricchiscono il racconto immaginifico di questo libro - lo aiutano a oltrepassare i limiti angusti della criminologia clinica ereditata da Cesare Lombroso.
Lo avevano intuito i Maestri cui Ceretti rende omaggio con la maiuscola e con ritratti affettuosi. Il primo è Giandomenico Pisapia, estensore del nostro Codice di procedura penale, che, scegliendolo come assistente, lo definiva "l'ultimo puledrino della mia scuderia". Il secondo è stato il magistrato Guido Galli, ucciso con tre colpi di pistola davanti a un'aula dell'Università Statale di Milano nel 1980 da un commando di Prima Linea.
Farà molta fatica, Adolfo Ceretti, a accettare una relazione personale con l'autore di quell'omicidio: Sergio Segio. Solo dopo diversi incontri col "nemico" troverà il modo di dirgli, durante una cena, quale ferita ha inferto pure a lui. Ma riunendo con pazienza, per anni, un gruppo di lavoro basato nel Centro San Fedele di Milano, si realizzerà lo straordinario "Libro dell'incontro", opera collettiva, insieme, di vittime e responsabili della lotta armata.
Quanto sia stato difficile, può intuirlo chi si è appassionato nella lettura del romanzo Patria di Fernando Aramburu. Ma questo non è un romanzo. E le incomprensioni non sono mancate, ad esempio nel febbraio 2016, quando la Scuola superiore della magistratura ha rifiutato di ospitare un loro intervento.
La giustizia riparativa, che cerca di soddisfare il bisogno di comprensione senza offrire in cambio premi o sanzioni, è solo ai suoi primi passi. Deve fare i conti con la propagazione della paura che diventa passione collettiva e orienta le mentalità. Al centro dell'esperienza di vita di Adolfo Ceretti resta sempre la fisicità e la vulnerabilità dei corpi, che lo spinge all'interpretazione e nei modi più diversi lo turba.
Era ancora giovanissimo quando giunto a Londra, ospite di un amico prezioso come Claudio Abbado, s'imbucò in una festa della rockstar Boy George; per darsi alla fuga quando i partecipanti, in uno sballo collettivo, cominciarono a denudarsi.
Quale estrema diversità dai corpi tatuati degli adolescenti "in conflitto con la legge" ammucchiati l'uno sull'altro a migliaia dentro la prigione di Palmasola a Santa Cruz di Bolivia. Eppure è in quella dimensione feroce e selvaggia che il criminologo in cerca di riparazione deve saper immergersi.
di Mauro Tedde
La Nuova Sardegna, 3 febbraio 2020
Detenuto dona la sua borsa di studio all'alunna autistica rimasta senza sostegno a scuola. La commozione della madre: "Servirà per acquistare materiale didattico". Hanno tifato per lei, Federica, la ragazza autistica che lo scorso ottobre la madre aveva ritirato dalla scuola perché non aveva insegnante di sostegno.
Dal carcere di Nuoro i detenuti hanno seguito la sua storia e i suoi sviluppi. Ma uno di loro ha voluto fare qualcosa di più per la studentessa sassarese e per i ragazzi come lei che frequentano le scuole spesso affrontando disagi e sacrifici: ha donato a Federica l'assegno della borsa di studio che ha ottenuto nel penitenziario perché la somma possa essere impiegata nell'acquisto di materiale didattico, che nelle scuole non è mai sufficiente.
Un gesto che va al di là della cifra, contenuta, ma pur sempre grande, che il detenuto ha messo a disposizione. Perché significa vicinanza verso chi ha bisogno di aiuto. Lui, chiuso tra le sbarre, ha voluto dare un piccolo contributo perché una malattia può diventare una prigione se ai ragazzi "speciali" mancano piccole cose. Una dimostrazione di buon cuore che ha commosso Rita Masia, la battagliera madre di Federica, che ha pensato di renderlo noto per ringraziare pubblicamente il generoso detenuto.
"Non mi sarei mai aspettata tanta solidarietà verso i problemi di mia figlia - racconta Rita Masia - e sono grata per l'attenzione. So che la battaglia che abbiamo condotto perché potesse frequentare regolarmente le lezioni dall'inizio dell'anno scolastico, come i suoi compagni di classe, ha coinvolto emotivamente molti ospiti del carcere di Nuoro.
E che il detenuto sta sensibilizzando i suoi compagni per avviare una raccolta da destinare ad altri ragazzi che si trovano in condizioni simili a quelle di Federica". "La somma ricevuta - continua la mamma di Federica - la utilizzerò per acquistare, d'accordo con le insegnanti e il Liceo artistico Figari, materiale che possa servire nei laboratori frequentati dagli alunni. Da pennarelli a tessuti, di cui si fa uso per l'attività didattica e che non bastano mai".
Intanto Federica, che nei giorni scorsi ha compiuto vent'anni, sta frequentando con interesse ed entusiasmo la scuola, coltivando la sua passione per la moda. "Da poco ha realizzato una gonna per me nel laboratorio che ora, grazie alla nomina degli insegnanti di sostegno, può frequentare anche al pomeriggio", sorride con orgoglio la madre.
triesteallnews.it, 3 febbraio 2020
"La morte di Vakhtang Enukidze, un uomo georgiano di 38 anni, detenuto amministrativo nel Centro per il rimpatrio di Gradisca di Isonzo, non è un caso isolato: a Caltanissetta un altro cittadino straniero di 34 anni è morto all'interno del CPR, mentre a Potenza è stata aperta un'indagine per la somministrazione abusiva di farmaci agli ospiti del centro". Fanno così sentire la loro voce le Sardine del Friuli Venezia Giulia, che affidano le loro parole alla stampa attraverso un comunicato. "Queste strutture vanno chiuse e vanno chiuse subito e contestualmente va chiesta a gran voce 'verità e giustizià per Vakhtang e per tutte le persone all'interno di queste strutture che, di fatto, sono dei 'non luoghi', sono istituzioni di esclusione e di violenza, che altro non sono che istituzioni totali, in cui i 'detenuti amministrativi' vengono privati anche dei loro diritti da detenuti".
"Le strutture", proseguono le Sardine in merito ai CPR, "risultano essere completamente impermeabili dall'esterno, la cui impermeabilità premette a tutti gli effetti una piena violazione dei diritti umani, come se oltre quel muro esistesse uno Stato nello Stato, un luogo in cui i diritti umani possano essere sospesi e le convenzioni internazionali, ratificate dal nostro paese, perdano il loro valore assoluto.
Le persone credono che nei Cpr vi siano dei delinquenti, in realtà, in queste strutture finisce chiunque veda revocato il proprio permesso di soggiorno come badanti e lavoratori che non hanno più trovato occupazione o chiunque veda respinta la propria richiesta di protezione, sempre più difficile da ottenere da quando i decreti sicurezza hanno eliminato la protezione umanitaria. Le sardine del Friuli Venezia Giulia, intendono mantenere viva l'attenzione su questo tema e chiedono: che il Governo disponga la chiusura immediata di queste 'Istituzioni totali', e contestualmente si attivi per l'abrogazione dei Decreti sicurezza; che nel frattempo venga istituita una Commissione Parlamentare di vigilanza sia per il caso di Vakhtang, sia per tutti gli altri casi menzionati, attribuendo alla stessa anche il dovere di vigilare sulle condizioni di vita all'interno delle strutture.
Inoltre, che i Cpr vengano resi permeabili, consentendo alle associazioni che si muovono in tutela dei Diritti Umani di entrare nei diversi centri italiani per vigilare sulle condizioni di vita e di salute delle persone all'interno. E che l'amministrazione regionale blocchi l'apertura, già prevista, degli altri 4 centri regionali. Contestualmente le sardine del Fvg intendono promuovere e affiancare campagne nazionali per chiedere con forza e fermezza la chiusura definitiva di queste strutture dello Stato, non degne di un Paese democratico".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 3 febbraio 2020
Il più recente grido di allarme è quello lanciato dal Commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, giusto tre giorni fa: "L'Italia deve sospendere la cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest'ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani".
Non so dire, di conseguenza, se suoni più beffarda o più sinistra la coincidenza di questo così drammatico monito con il rinnovo automatico del Memorandum tra Italia e Libia, scattato esattamente ieri a tre anni dalla sua stipula.
Entro il 2 novembre scorso il governo italiano avrebbe dovuto decidere se rinnovare l'intesa, come previsto dall'articolo 8 dello stesso testo. E così ha scelto di fare, senza una significativa discussione pubblica e una ratifica parlamentare. Certo, in base all'articolo 7 del Memorandum l'Italia si riserva di apportare alcune modifiche durante il periodo di validità: e, tuttavia, le premesse sono decisamente negative. Proprio a partire da un bilancio nudo e crudo degli effetti che l'accordo Italia-Libia ha prodotto finora.
Da quel febbraio del 2017 a oggi, secondo i dati dell'Ispi, circa 40.000 persone sono state intercettate in mare e riportate indietro dalla guardia costiera libica, finanziata dall'Italia e addestrata dai nostri corpi militari. Sappiamo inoltre che in questi tre anni una nave della marina italiana, ormeggiata nel porto di Tripoli, ha svolto in pratica funzioni di coordinamento per gli interventi nelle acque territoriali di competenza libica.
Ciò a causa dell'evidente incapacità del governo nazionale di Serraj di assicurare in proprio alcun tipo di controllo e monitoraggio e, tantomeno, di intervento di soccorso in caso di imbarcazioni in pericolo. Altro dato: in quel tratto di Mediterraneo, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr, vengono stimate in circa 5.000 le vittime in quello stesso periodo.
Ma questo bilancio non si ferma alla dolente contabilità dei morti in mare. Ormai centinaia sono le testimonianze, le immagini e le parole riportate da inchieste giornalistiche, da rapporti di organizzazioni come lo stesso Unhcr e l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e di altri organismi indipendenti. Documenti che raccontano l'orrore dei campi di detenzione, istituzionali e non, dove vengono rinchiusi i migranti intercettati nel Mediterraneo. Uomini, donne e bambini sottoposti a violenze sistematiche, all'interno di strutture gestite da corpi militari e milizie, in combutta con le gang che organizzano la tratta di esseri umani.
Grazie a un intelligente giornalista di Avvenire, Nello Scavo, abbiamo appreso che Bija, un importante organizzatore di quel traffico, è stato "ospite" del governo italiano per un periodo di formazione nel nostro Paese al fine di apprendere la capacità di gestire i centri di detenzione "nel rispetto dei diritti umani".
In questi anni abbiamo ascoltato i successivi governi italiani promettere "il massimo impegno" per migliorare le condizioni di vita in quei campi e per garantire la tutela dei diritti fondamentali dei reclusi attraverso la collaborazione con le organizzazioni umanitarie internazionali presenti in Libia. Si è omesso di ricordare, tuttavia, le enormi difficoltà denunciate da Unhcr e Oim a proposito dell'agibilità di quel contesto, ormai fuori controllo e teatro di una guerra civile che non sembra destinata a concludersi.
Al contrario. Oggi sono rarissimi i luoghi accessibili al personale umanitario, minima la possibilità di intervento, poche migliaia le persone bisognose di protezione trasferite in Paesi sicuri: fino alla decisione dell'Unhcr di sospendere le attività del centro di transito di Tripoli, annunciata pochi giorni fa. È questo il quadro in cui il nostro governo, con una imperturbabilità che offende il buon senso e i valori consacrati dalla Carta costituzionale e dalle Convenzioni internazionali, asseconda l'automatismo di un rinnovo del Memorandum Italia-Libia, che non sembra nemmeno in grado di ottenere il minimo effetto pratico: quello della riduzione delle partenze e degli sbarchi nel nostro Paese.
E che sembra realizzato, all'opposto, per affidare ai diversi attori che pretendono di rappresentare la Libia un formidabile strumento di pressione e, diciamolo, di ricatto nei confronti dell'Italia e dell'Europa. C'è da chiedersi: dov'è quella "discontinuità" che avrebbe dovuto segnare la vita del nuovo governo?
recensione di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
"La pacchia. Vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia", di Bianca Stancanelli, Zolfo Editore. L'inchiesta della giornalista Bianca Stancanelli su Soumaila Sacko l'immigrato ucciso nel 2018 in Calabria. Niente luce né acqua, solo baracche, tende sfondate e una barriera di immondizia per recinzione. Dopo la fuga dal Mali e la paura, il mare e ancora altra paura, una vita randagia a raccogliere arance per un euro e venti a cassa, eccola, è questa l'ultima "pacchia" di Soumaila Sacko prima di venire ammazzato come selvaggina, con una fucilata alla testa.
Poche espressioni, nella nostra recente storia politica, si sono rivelate più inappropriate e, col senno di poi, più intollerabili di questa usata da Matteo Salvini in un comizio a Vicenza contro gli immigrati. È il 2 giugno 2018, festa della Repubblica, e il neoministro degli Interni proclama ai suoi che per i "clandestini la pacchia è finita".
Ottocento chilometri più a Sud, proprio in quei momenti, Soumaila si sta giocando la vita nell'azzardo (imperdonabile, per i suoi assassini) di raccattare qualche lamiera d'una fabbrica abbandonata per costruire una baracca un po' più resistente agli incendi che spesso divampano nel campo dei migranti a San Ferdinando, piana di Gioia Tauro, Calabria. In verità non è un clandestino (un anno prima ha ottenuto la protezione umanitaria, la tutela che poi Salvini cancellerà): però sopravvive come se lo fosse, fantasma fra i tanti che, per pigrizia, chiamiamo "invisibili", ma incrociamo sotto i nostri occhi ogni giorno, in quella doppia realtà dei "luoghi di transito" e di "incampamento" che assai bene ha descritto Michel Agier.
Senza forzature, mettendo uno accanto all'altro fatti e dichiarazioni come si usa nei grandi reportage, Bianca Stancanelli costruisce così il suo La pacchia (Zolfo Editore) con il passo dell'inviata di inchiesta (acquisito in palestre di indagine giornalistica come "L'Ora" di Palermo e "Panorama") e con l'indignazione di un j'accuse: non solo e non tanto contro l'inventore politico dell'assai infelice formula ma, a guardar bene, contro molti di noi, forse noi tutti, che assistiamo indifferenti (nell'accezione gramsciana della parola, dunque peggiore) alla quotidiana violazione dei diritti, alla continua dissipazione di risorse e di speranze che la nostra pessima accoglienza condita dalla nostra cattiva coscienza apparecchia senza sosta sul palcoscenico dell'immigrazione.
Questo scempio, che troppo spesso nei nostri giornali riduciamo a statistiche sugli sbarchi, è sotto i nostri occhi. Eppure, il mistero di Soumaila Sacko resta in parte intatto perché poco, della vita di un migrante, ci viene restituito dal percorso dell'accoglienza: lacerti di informazione, registri smozzicati, memoria perduta, identità cancellate.
Stancanelli, tuttavia, anche usando questi vuoti, ci rende la pienezza di un'ingiustizia: in due anni precisi, dallo sbarco del giugno 2014 a Taranto dopo il salvataggio sulla nave "Etna", all'ingresso nella baraccopoli di San Ferdinando nel giugno 2016, Soumaila passa da una condizione di soggetto da proteggere a quell'area grigia di lavoro irregolare e di sfruttamento tollerato che rende tutti un po' "clandestini" e dunque titolari di quella pacchia evocata dal capo della Lega.
Una pacchia fatta di fatica sottopagata senza la quale la nostra filiera agricola, devastata nei prezzi dalla grande distribuzione, sarebbe già da un pezzo spazzata via: anche questo è sotto i nostri occhi, anche questo viene derubricato in una dimensione di ineluttabile folclore storico-politico (i migranti, si sa, riempiono al tempo della raccolta le campagne nelle quali gente come Peppino Di Vittorio si batté per la dignità e il valore di un lavoro che, si sa, ha di nuovo perso dignità e valore...).
Insomma, Soumaila in questo libro diventa la dolente chiave d'accesso nei molti mondi storti che un migrante deve attraversare in Italia dal giorno del suo arrivo. Lo aveva capito benissimo Jerry Masslo, il primo di cui infine ci accorgemmo, scappato dall'apartheid del regime di Pretoria per finire ammazzato a Villa Literno nel 1989.
"Nessun sudafricano dimentica il razzismo e io l'ho visto qui in Italia, coi miei occhi ho visto qui cose che non dovrebbero accadere", disse profeticamente ai microfoni di Non Solo Nero, Raidue, poco prima di venire ucciso.
Eppure, quella che a Jerry apparve già un'Italia ingiusta, era un Paese che sapeva ancora indignarsi, non sprovvisto di anticorpi: in 200 mila marciarono a Roma in sua memoria, l'allora vicepresidente del Consiglio, Claudio Martelli, fu in prima fila alle esequie solenni tenute in una Villa Literno che rifiutava la patente di razzista perché la parola "razzista" era ancora vissuta come un insulto.
Bianca Stancanelli ci racconta oggi un'Italia feroce che rivendica la propria ferocia, distante da quella molti anni luce. E dunque strappare la vita di Soumaila alla sua invisibilità e impedire che l'oblio ne avvolga la morte è, prima che un corretto lavoro giornalistico, una piccola opera di civiltà.
vaticannews.va, 3 febbraio 2020
Al carcere Regina Coeli di Roma, celebrazione eucaristica coi detenuti. Consegnati la solidarietà raccolta dal personale dell'istituzione vaticana in occasione del Natale, destinata ai più indigenti, e dei rosari benedetti dal Papa. Ieri mattina un gruppo della Segreteria di Stato si è recato al carcere Regina Coeli in Roma, per condividere l'Eucarestia domenicale con i detenuti e consegnare il frutto della solidarietà raccolta dal personale dell'istituzione vaticana nel tempo di Avvento e di Natale a favore dei più indigenti. Lo comunica il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.
Promozione umana - Al termine della celebrazione, caratterizzata dalla preghiera dei fedeli in diverse lingue, proclamata dagli Officiali delle sezioni linguistiche, dopo un breve saluto ai detenuti, i visitatori si sono recati anche presso la sede della Vo.Re.Co, l'Associazione di volontariato gestita dai Frati Minori Conventuali, che opera nel territorio per la promozione umana e cristiana a favore di detenuti, ex detenuti ed emarginati della società.
Rosari benedetti dal Papa - Prima di rientrare in Vaticano, sono stati consegnati al cappellano del carcere, padre Vittorio Trani, dei rosari benedetti da Papa Francesco, ricevuti durante il viaggio Apostolico in Tailandia e destinati ai più bisognosi.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
Quando il mondo guarda altrove i conflitti accelerano. E accelerano tanto più quanto i vincitori sentono l'odore della vittoria finale. Duecento bombardamenti in tre giorni, 700 mila rifugiati che si ritrovano di nuovo in fuga, cento morti in due settimane, undici vittime nell'attacco che gli aerei governativi appoggiati dai russi hanno scatenato su due costruzioni vicine e potete immaginare quanto strategiche: un pronto soccorso e una panetteria, come dire i vivi e i feriti, chi sfama e chi cura.
Dopo nove anni di guerra, il campionario degli orrori siriani ci strappa ancora un lamento di stupore e costringe civili stremati all'ennesimo esodo senza meta. Il cerchio del vincitore Bashar al-Assad si stringe sulla regione di Idlib, ultima roccaforte dell'opposizione, dove il tentativo di cessate il fuoco datato 12 gennaio non è mai stato rispettato. Le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), locali detentori del marchio Al Qaeda, guidano la lotta contro l'esercito, e questo basta a Damasco e Mosca per giustificare l'offensiva che vede 3 milioni di civili in prima linea. A 33 chilometri dal centro di Idlib è caduta Marat al-Numan, nodo importante sull'autostrada tra la capitale e Aleppo.
Chi può, scappa. Chi ce l'ha, vende anche l'armadio per pagarsi un passaggio verso nord. È l'inviato speciale americano per la Siria James Jeffrey a denunciare i duecento attacchi in tre giorni. Il presidente turco Erdogan minaccia un intervento diretto contro i soldati di Assad "per salvare la popolazione". Sia Washington che Ankara sono tra gli attori della tragedia siriana, che fin dall'inizio ha devastato i civili, causando mezzo milioni di morti. Accade spesso: quando il mondo guarda altrove (per esempio mentre impazza la febbre da coronavirus), i conflitti accelerano. E accelerano tanto più quanto i vincitori sentono l'odore della vittoria finale. Sono i momenti peggiori (e più dimenticati) di una guerra. Per ospedali e panetterie, i feriti e gli scampati, chi cura e chi scappa.
di Gianni Santucci
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
"Il percorso della dipendenza oggi è brevissimo". "Il percorso, fino a qualche anno fa, nella maggioranza dei casi, era più graduale, dilatato, distribuito su un periodo più lungo, di qualche anno, almeno quattro o cinque. Ora s'è appiattito. Ha tempi strettissimi". E non è quasi neppure più un percorso, spesso è un solo passaggio, un salto: canne, cocaina; canne, eroina. Come la ragazzina (nella storia in questa pagina) che ha fumato cannabis alle scuole medie e in prima superiore, su proposta di una compagna, un giorno ha iniziato con l'eroina. A 15 anni era già una "tossica".
A San Patrignano la casa verniciata di color mattone, con le tegole sulle tettoie, sta adagiata tra gli alberi di ulivo. Ora gli operai stanno lavorando. Sarà divisa, ingrandita. È la casa dei ragazzi giovani. I minorenni. Oggi sono in dodici. Entro l'estate raddoppieranno i posti: questa è l'esigenza, e se accade nella comunità di recupero più grande d'Europa vuol dire che là fuori, nelle strade, qualcosa sta cambiando. Cosa? "Un uso precocissimo delle sostanze più "pesanti"", riflette Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità.
Dalle 1.596 overdose mortali del 1996, i morti per droga in Italia erano scesi di anno in anno, un calo costante, fino ai 268 del 2016. Poi hanno ripreso a salire: 294 nel 2017, 334 nel 2018 (i dati sul 2019 saranno disponibili tra qualche settimana). L'aumento è collegato alla ripresa del consumo di eroina. La più recente ricerca dell'Istituto di fisiologia clinica del Cnr stima che 28 mila studenti abbiano consumato eroina almeno una volta nel 2018. Ma le statistiche raccontano solo una parte di un disastro sociale in incubazione. Per capire dove siamo oggi, bisogna guardare al passato. Antonio Boschini la storia la conosce fin dall'inizio: "Da metà anni Settanta e per tutti gli Ottanta c'era una sorta di "Rogoredo diffusa" in ogni parte d'Italia; una generazione è stata decimata dalle overdose e dalle malattie collegate all'uso di eroina. L'effetto della droga si vedeva nella trasformazione fisica dei ragazzi in strada; esistevano il bianco e il nero, il drogato e il normale, mille morti all'anno d'eroina per quasi un decennio, negli anni Novanta". In quell'epoca, a San Patrignano, entravano solo ragazzi con dipendenza da eroina.
Poi lentamente il consumo di droga è cambiato e quasi per una ventina d'anni i percorsi si sono in qualche modo stabilizzati, storie sempre uguali nella loro scansione, anche se si dividevano "a metà tra dipendenze da eroina e cocaina", riflette Boschini. "Grosso modo tutti i ragazzi entrati a San Patrignano in quel periodo avevano usato cannabis fin quasi ai 15 anni, poi facevano qualche anno con le droghe sintetiche, nei rave o nelle discoteche, a seconda delle tendenze sociali, e l'approccio con le droghe più pesanti avveniva intorno ai 18-19 anni: in media arrivavano da noi a 27-28 anni, con dipendenze da eroina e cocaina strutturate su un percorso piuttosto dilatato".
Solo se si tiene presente questo quadro si riesce a comprendere il "passaggio successivo, molto recente: abbiamo ingressi di ragazzi molto giovani, per decreto di un giudice più che per una loro decisione; raccontano, e vediamo, che quel percorso graduale è scomparso, si è appiattito, il passaggio cannabis-eroina avviene molto rapidamente, prima dei 15 anni; anche chi entra ora a San Patrignano per scelta, dopo i vent'anni, riferisce esperienze analoghe. Sembra di essere tornati un po' indietro, ragazzini giovanissimi che non hanno anticorpi e non hanno paure, non vedono il pericolo Hiv, si catapultano subito in una condizione ad alto rischio di dipendenza gravissima, prostituzione, overdose". Una forte vulnerabilità al dolore psicologico, allo stress emotivo, "nel momento critico dei 12-14 anni". Anche le ragazze minorenni ospitate a San Patrignano oggi sono in dodici. Prima o poi serviranno più spazi anche per le giovani donne.
La Repubblica, 3 febbraio 2020
L'accordo "blocca-immigrati": il testo del "Memorandum" con il Paese africano rimane così com'è, nonostante gli impegni per cambiarlo. "Il governo italiano ignora le violenze inflitte a migliaia di persone. Ieri, 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d'intesa sulla migrazione tra Italia e Libia è stato rinnovato per altri tre anni senza modifiche. L'accordo prevede che l'Italia aiuti le autorità marittime della Libia a fermare imbarcazioni in mare e a riportare le persone a bordo nei centri di detenzione libici, dove queste sono trattenute illegalmente e subiscono gravi violenze, tra cui stupri e torture. "Nei primi tre anni dalla firma dell'accordo - ha detto Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l'Europa. - almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare, riportate in Libia e sottoposte a sofferenze inimmaginabili. Solo questo mese, sono state intercettate 947 persone".
Una scelta che va oltre possibile comprensione. "Va oltre ogni comprensione - ha ggiunto Marie Struthers - il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell'escalation del conflitto in Libia, l'Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l'Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte". I migranti e i richiedenti asilo trattenuti nei centri libici sono soggetti a terribili condizioni di detenzione, in sovraffollamento, e rischiano gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall'aumento dell'intensità del conflitto.
L'Unhcr sospende ogni attività. Il 30 gennaio l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Il Memorandum d'intesa è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 per impedire ai migranti e ai rifugiati di raggiungere le coste italiane, trattenendoli in Libia. L'Italia ha accettato di addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l'obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle in Libia.
Il testo dell'accordo resterà così com'è. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l'accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell'ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. "Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono intrappolati in una zona di guerra. Coloro che cercano di fuggire via mare rischiano di essere intercettati e riportati nei centri di detenzione. Collaborando a fermare le persone in mare e a trattenerle in Libia, l'Italia si è resa responsabile di questa situazione", ha commentato Struthers.
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