di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 2 febbraio 2020
Le toghe non devono andare in televisione a illustrare le incriminazioni contenute nelle loro indagini. Il rischio è quello dell'effetto "sentenza anticipata", una pratica molto in voga nell'ultimo periodo.
L'intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario del neo procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, si è incentrato sul richiamo alla sobrietà comunicativa dei magistrati. Pur senza aver citato espressamente nessuno, tutti i presenti nell'aula magna della Cassazione hanno capito chi fosse il magistrato destinatario della "raccomandazione". Un pm.
"È ricorrente la polemica - ha precisato infatti Salvi - circa le dichiarazioni rese da magistrati del pubblico ministero. La moderazione nelle dichiarazioni, resa necessaria dalla precarietà dell'accertamento non ancora sottoposto alla piena verifica del contradditorio, è manifestazione della professionalità del capo dell'Ufficio".
"La comunicazione, nei toni misurati e consapevoli, deve essere tale da evitare anche solo il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia ricercata, ma il suo consenso", ha aggiunto il pg della Cassazione, secondo cui "questa sarebbe la fine dell'indipendenza del pubblico ministero".
"L'informazione non è resa nell'interesse del magistrato o della Procura; è un dovere di ufficio e il pm deve attenersi ai doveri di riservatezza e correttezza, come manifestazione e riflesso della imparzialità e della indipendenza. Ne consegue che toni enfatici, tali da generare nell'opinione pubblica la convinzione della definitività dell'accertamento, sono professionalmente inadeguati e lesivi dei diritti degli indagati", ha quindi concluso il pg.
Da parte di Salvi un richiamo alle garanzie e un ritorno allo Stato di diritto dopo anni di una narrazione che ha portato a considerare gli innocenti nei processi solo come dei colpevoli che l'hanno fatta franca. Ma oltre allo stop al processo mediatico, Salvi ha avvisato le toghe che sbagliano, per loro nessuno sconto. "Il danno che il mercimonio della funzione determina all'amministrazione della giustizia è incalcolabile: queste condotte devono trovare adeguata sanzione disciplinare".
Poi Salvi si è occupato di molti altri temi. Anche dell'immigrazione. ha criticato i decreti sicurezza e una politica dell'immigrazione che da anni non si applica alla necessità di aumentare le regolarizzazioni, creando in questo modo zone della società dove è facile l'ingresso per la malavita.
Salvi ha anche detto che è una pessima idea quella di "affidare esclusivamente al diritto penale i valori della società", ha detto che questa impostazione porta a rischi rilevanti. Così come sono rilevanti i rischi di pensare che sia una buona cosa il governo della paura, cioè l'uso della paura come strumento di governo. Il procuratore generale ha anche criticato la tendenza di alcuni magistrati a "proporsi come inquirente senza macchia e senza paura..." alimentando una cultura eroica della magistratura e quella di una sua presunta superiorità morale".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista , 2 febbraio 2020
La prima riflessione che viene da fare di fronte al precipitare delle polemiche sulla persona del dott. Piercamillo Davigo si traduce in una inconfutabile verità: chi sceglie di vivere da simbolo, deve accettare di esserlo in ogni occasione. Non puoi compiacerti di esserlo nelle tue ormai incalcolabili e sistematiche esposizioni mediatiche, e poi pretendere di proporti come uno dei tanti rappresentanti del Consiglio Superiore della Magistratura, libero di manifestare le proprie idee in una delle tante cerimonie di inaugurazione dell'Anno Giudiziario.
Si spiega così, fuori da ipocrisie e protocolli istituzionali, la dura reazione dei penalisti milanesi, spintasi addirittura alla certamente irrituale richiesta rivolta al CSM di mandare alla cerimonia milanese chiunque altro fuorché l'ormai leggendario ex P.M. di Mani Pulite. L'Associazione Nazionale Magistrati reagisce con durezza, stigmatizzando le pulsioni censorie che animerebbero i penalisti meneghini nei riguardi di legittime manifestazioni del pensiero. Ma quella protesta è rivolta ad un simbolo, e per essere più precisi a chi ha scelto di esserlo con un certosino impegno durato anni. Simbolo di tutto ciò che i penalisti italiani da sempre avversano; simbolo di tutto ciò che in definitiva costituisce la ragione fondativa dell'Unione delle camere Penali Italiane.
Pier Camillo Davigo ha scelto di diventare orgogliosamente e testardamente simbolo della più esplicita idea inquisitoria del processo penale, condita da una peculiare inclinazione alla divulgazione più schiettamente -e di recente anche volgarmente - populistica di quei principi, vecchi come il mondo e che ciclicamente si sono affermati, purtroppo, nella storia della civiltà umana.
Si tratta di idee che rifiutano il principio stesso di presunzione di non colpevolezza, vissuto con insofferenza e sarcasmo come una bizzarria da suffragettes.
Idee - per fare un altro esempio - che valutano come irritanti ostacoli alla Giustizia tutte quelle regole che negano il valore di prova piena, direttamente utilizzabile nel giudizio, agli elementi investigativi raccolti in solitudine dal Pubblico Ministero o dalla Polizia Giudiziaria. Vi è dietro questa ultima petizione, ripetutamente sostenuta dal dott. Davigo, la radicata convinzione autoritaria di una supremazia processuale ed etica della parte pubblica, che guarda con scandalo a chi metta in dubbio che una prova raccolta da ufficiali di Polizia in una stanza di una Caserma sia assistita da una presunzione di attendibilità e di verità proprio perché raccolta da un pubblico funzionario.
Davigo è il simbolo di una idea del diritto penale che guarda ad ogni attenuazione di pena, ad ogni anche solo parziale giustificazione di una condotta illecita, come ad una sconfitta dello Stato. Il video, che impazza sui social, di una sua performance obiettivamente straordinaria dal punto di vista dei tempi comici, che prospetta la possibilità che un omicidio volontario possa essere punito con poco più di quattro anni di reclusione, ne è la più lampante manifestazione.
In questo mondo davighiano, l'avvocato è - ormai esplicitamente - un imbroglioncello dalle cui insidie occorre che il processo si difenda; è un soggetto eticamente inaffidabile, che orienta le sue scelte pensando solo al proprio guadagno; e, nei casi più complessi, un favoreggiatore dell'imputato che consentirà al colpevole di farla franca. Ed allora, invece di invocare protocolli e bon ton dagli avvocati che protestano, la magistratura italiana farebbe bene a fare i conti con ciò di cui il dott. Davigo è simbolo indiscusso, per interrogarsi se questo tacere sull'ormai incontenibile sua esposizione mediatica sia pavidità culturale, cinico calcolo di convenienza per gli equilibri correntizi, o infine piena condivisione di quell'universo di principi.
di Andrea Bulleri
La Repubblica, 2 febbraio 2020
È un passaggio della relazione con cui Margherita Cassano ha aperto l'anno giudiziario. Numerosi i decessi per overdose. In aumento i delitti di stalking e i maltrattamenti contro familiari e conviventi.
"Non si possono tacere le drammatiche conseguenze sociali provocate dalla pendenza per lunghissimi anni di un processo penale, che rende l'uomo unicamente un imputato, in palese contrasto con la presunzione costituzionale di non colpevolezza". Con queste parole la presidente della corte di Appello di Firenze, Margherita Cassano, boccia la riforma della prescrizione in vigore dal primo gennaio 2020. Parole contenute in un passaggio della relazione con cui il magistrato ha aperto questa mattina, sabato 1 febbraio, l'anno giudiziario nel palazzo di giustizia del capoluogo toscano.
"L'inevitabile dilatazione dei tempi del processo conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado - ha affermato Cassano - mal si concilia con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova". Spiegando poi che "contrariamente a un'opinione diffusa, la percentuale più alta delle prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari". E questo non per uno "scarso impegno dei magistrati", ma a causa delle carenze di organico negli uffici requirenti e per via della "mancata riforma del codice penale, a novant'anni dalla sua entrata in vigore".
Ma nel suo intervento la presidente della corte di Appello ha criticato anche uno "spirito del popolo" che sempre più spesso "reclama il processo come anticipazione della pena, la risposta all'allarme sociale, spesso pericolosamente enfatizzato, a costo di andare oltre la legge". "Sono consapevole - ha detto Cassano - che le aspettative che il cittadino medio nutre oggi parlano una lingua molto diversa da quella del giusto processo". "Ritengo - ha proseguito - che a queste pressioni la magistratura debba rispondere con la forza della ragione, della serenità, della pacatezza e con la fedeltà ai valori costituzionali".
Allarme morti per overdose. Nel suo intervento il procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, ha sottolineato la preoccupazione per "i numerosi decessi per overdose, ancora tanti, verificatisi negli ultimi mesi: sono state ben 11 le morti per overdose nel 2018 e altre 9 nel 2019". "In molti casi - ha precisato - la causa è da attribuire all'assunzione di eroina, droga che, dopo anni di sostanziale assenza dal mercato, è tornata purtroppo ad essere largamente diffusa, anche tra i giovanissimi, spesso con principio attivo assai elevato".
"La vigente disciplina normativa in materia di stupefacenti - ha affermato ancora il procuratore generale - ha sicuramente affievolito il regime punitivo e non assicura nemmeno adeguata capacità repressiva, né idonea attitudine preventiva". Il pg Viola ha poi sottolineato come nell'ultimo anno si sia registrato un aumento "dei reati connessi allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti", con un incremento dell'11% delle persone finite sotto indagine per questo tipo di reati. "Dalla articolata relazione del procuratore per i minorenni - ha aggiunto ancora Viola - emerge la significativa e preoccupante crescita dei reati posti in essere da soggetti di età minore, anche in tema di stupefacenti, laddove lo spaccio avviene per lo più a scuola e serve ai giovani per finanziare l'acquisto di droghe da utilizzare per uso personale"
Molti i temi toccati nella relazione: dalle carenze amministrative di alcuni tribunali toscani, primo tra tutti quello di Prato, all'aumento dei reati di violenza contro le donne e a danno di minori nel 2019 rispetto all'anno precedente. Fino al sovraffollamento carcerario. Viola ha posto l'accento anche sulla crescita dei casi di stalking e maltrattamenti. Calano invece i femminicidi, "ben dieci consumati e cinque tentati, rispetto ai 20 del precedente periodo, con una riduzione che non intacca la sostanza di un fenomeno di intollerabile drammaticità, spesso connotato da modalità brutali ed efferate, in un contesto di aumento delle violenze intrafamiliari".
Viola si è poi soffermato sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose nella regione. I clan, ha sottolineato, riescono a infilarsi "nei circuiti dell'economia legale e nel tessuto dell'economia locale, con molteplici e diversificati investimenti, dall'accaparramento di lavori pubblici e privati, al settore immobiliare, a quello del turismo, all'acquisizione o alla gestione di pubblici esercizi, specie di ristorazione o intrattenimento", "spesso con la complicità di imprenditori che trovano conveniente intrecciare rapporti con loro".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Inaugurazione dell'Anno Giudiziario. Allarme su reati minorili, sorveglianza e codice rosso. Gli avvocati: senza prescrizione, processi eterni. "Si tratta di casi circoscritti territorialmente. L'idea che esista un generalizzato sistema Bibbiano nasce con la complicità di un'informazione giornalistica non sempre misurata e a volte pressappochista.
La polemica politica poi ci ha messo il suo, ma su questo è meglio tacere". Il procuratore generale della Corte d'Appello di Bologna, Ignazio De Francisci, non usa mezzi termini, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario.
Il sistema Bibbiano non esiste, sostiene il magistrato. Esistono dei reati di cui si sta occupando la procura di Reggio Emilia, ma si tratta di episodi che non possono mettere in discussione il lavoro della magistratura minorile. Nella sua relazione De Francisci ha spiegato che a seguito dell'inchiesta "Angeli e Demoni" è stato svolto "un doveroso controllo sugli otto casi.
Due di questi sono stati definiti con decreto del tribunale, non impugnato dai genitori, in cinque casi si sono avuti collocamento extra familiari". Per il procuratore generale "la procura minorile ha svolto un'attenta valutazione" e "l'attività giudiziaria non ha subito compromissione di rilievo". In atri termini, se errori e forzature nell'affido dei minori ci sono state queste vanno eventualmente ricercate tra le singole responsabilità di alcuni operatori dei servizi sociali della Val d'Enza. Lapidario il commento sul ruolo della politica che ha cavalcato l'inchiesta: "È meglio tacere".
"È sicuramente necessario rafforzare i servizi di sostegno alla genitorialità e investire nella formazione e supervisione di chi opera nel campo della fragilità famigliari, evitando decisioni troppo solitarie o basate su stereotipi del buon genitore. Ma è anche necessario non adagiarsi nell'idea che la famiglia naturale sia sempre e comunque il luogo più sicuro dove crescere. Non sempre, purtroppo, è così". Lo ha detto il presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna, Roberto Aponte, nella sua relazione.
Per Aponte, al di là dei possibili esiti dell'indagine penale di Bibbiano, è fondamentale salvaguardare "l'Istituzione Tribunale per i minorenni", che rimane essenziale strumento di tutela per i minori. "Questa, del resto, è la finalità sempre in concreto perseguita dal Tribunale per i minorenni - ha sottolineato il magistrato - il cui presidente, Giuseppe Spadaro, può legittimamente rivendicare, insieme a tutti i giudici, il merito dei risultati di un'attività che colloca l'ufficio in questione tra i primi della nazione per carichi di produttività".
"Gli anni scorsi abbiamo commentato con preoccupazione i segnali provenienti dalla Giustizia minorile e anche quest'anno i motivi di consolazione sono pressoché assenti" ha detto ancora in un passaggio della relazione. "La devianza minorile continua dunque a crescere di intensità. Essa si manifesta in particolar modo nei reati contro la persona - ha spiegato il magistrato - essendosi consumati nell'anno scorso due omicidi, di cui uno con arma da fuoco, nonché nei reati di natura sessuale aumentati del 29%".
Viene così confermata la tendenza in atto da alcuni anni nel distretto "caratterizzata dal modesto decremento del numero di notizie di reato e dall'aumento non solo dei delitti di maggiore gravità, ma anche dal numero complessivo degli autori di reato e del numero dei minori di 14 anni autori di azioni delittuose". In ambito civile le segnalazioni dalle quali emergono situazioni di pregiudizio di minori sono state quasi 5mila, ma solo per metà di queste la procura ha chiesto al Tribunale limitazioni di responsabilità genitoriale.
La legge n. 69 del 19 luglio 2019, 'Codice Rosso', "rischia di determinare un forte aggravio di lavoro per la polizia giudiziaria e per le Procure del distretto" ha sostenuto ancora nella sua relazione il presidente vicario della Corte d'Appello di Bologna, Aponte,. La legge "desta qualche perplessità circa gli effetti sulla sospensione condizionale, di una partecipazione infruttuosa ai previsti percorsi di recupero presso enti o associazioni, che si occupano di assistenza psicologica ai soggetti condannati per i medesimi reati e sulle concrete caratteristiche di centri e del reperimento da parte del condannato delle necessarie risorse finanziarie, con il conseguente rischio di creare differenziazione in base al censo".
Altro punto è l'"avviso della scarcerazione del condannato alle persone offese, non previsto per alcune tipologie di provvedimenti, ad esempio licenze e permessi premio, che comunque autorizzano l'uscita dal carcere e possono essere anche più pericolosi per la loro prossimità agli eventi".
"Per la magistratura di sorveglianza, a diretto contatto con l'universo carcerario, l'ulteriore drammatico e improcrastinabile problema resta quello dei mezzi, delle risorse e delle strutture a fronte di un numero di soggetti carcerati sempre elevatissimo rispetto alla possibilità di capienza degli istituti penitenziari" ha aggiunto Roberto Aponte.
Queste "carenze", secondo il magistrato, "rischiano di pregiudicare anche la pronta adozione di basilari provvedimenti in materia di libertà, cosicché essenziale è sia la copertura delle vacanze, sia un ulteriore aumento d'organico previsto".
In particolare, nel periodo che va dal 1 luglio 2018 al 30 giugno 2019, dei 66.226 procedimenti iscritti al Tribunale e agli uffici di sorveglianza ne sono stati definiti 39.226. "Dunque si tratta di un carico di lavoro che rischia di paralizzare completamente gli uffici", ha concluso Aponte.
Nonostante poi nell'ultimo periodo si è verificato un significativo incremento delle misure alternative al carcere sul territorio emiliano, "la situazione degli istituti penitenziari è ancor più problematica rispetto allo scorso anno, perché da tempo è in atto la ripresa del fenomeno del sovraffollamento".
Al 30 giugno 2018, a fronte di una capienza regolamentare di 2.824 posti, i detenuti nelle carceri della regione erano 3.560. Nel corso dell'anno giudiziario in esame, invece, le presenze sono pari a 3.695 detenuti, a fronte di una capienza di 2.795 posti. Al 31 dicembre 2019, infine, le presenze erano pari a 3.834. L'istituto penitenziario con più detenuti è Bologna (855), seguito da Parma (639) e Modena (512).
"La durata ragionevole del processo imposta dall'art. 111 della Costituzione, contrariamente a quanto si vuol fare intendere al cittadino, non sarà garantita dall'abrogazione della prescrizione". L'ha detto la presidente del consiglio dell'ordine degli avvocati di Bologna, Elisabetta d'Errico, intervenuta questa mattina. "Al contrario, l'abrogazione della prescrizione regalerà al nostro Paese, ai suoi cittadini, che siano indagati, imputati o persona offesa, la durata eterna del processo, grazie a una legge ispirata dall'idea punitiva, secondo la quale il proscioglimento dell'imputato rappresenta la sconfitta dello Stato, perché prevale l'idea becera che essere imputato equivale a essere colpevole, perché coloro che vengono assolti sono catalogati quali "furbetti che l'hanno fatta franca". Parole che offendono la giurisdizione, la delicata e irrinunciabile funzione del giudicare e l'idea stessa del processo penale accusatorio".
"L'anno giudiziario che ci prepariamo ad affrontare, nonostante le forti e fondate critiche ha inizio con l'entrata in vigore della riforma sostanzialmente abrogativa della prescrizione dopo la pronuncia della sentenza di primo grado", ha aggiunto d'Errico. "Il ministro, supportato nella sua scelta dalla maggioranza parlamentare, ha ritenuto di dover proseguire il cammino intrapreso, ignorando il qualificato dissenso che fonda le proprie ragioni nei principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, primo fra tutti quello espresso nell'art. 27, il quale non prevede solo la presunzione di innocenza ma anche il fine rieducativo della pena".
di Luca De Vito
La Repubblica, 2 febbraio 2020
E 120 penalisti escono dall'aula per protesta contro Davigo. Inaugurazione dell'anno giudiziario, presente anche il ministro Bonafede: "Rispetto divergenze, non sono manettaro". I penalisti espongono cartelli e protestano contro la presenza del consigliere del Csm Piercamillo Davigo. La sospensione del corso della prescrizione "non servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà 'senza limiti e presenta rischi di incostituzionalità".
È uno dei passaggi della relazione del procuratore generale di Milano Roberto Alfonso in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. "La norma introdotta consente al processo di giungere all'accertamento del fatto e all'eventuale condanna dell'imputato, è ciò anche a tutela della persona offesa, ma non si può sottacere che essa viola l'articolo 111 della Costituzione, con il quale confligge, quanto agli effetti, incidendo sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo".
E per protesta contro la presenza del consigliere del Csm Piercamillo Davigo 120 avvocati della Camera penale di Milano hanno lasciato l'aula nel momento in cui ha preso la parola, mostrando cartelli con tre articoli della Costituzione: 24 (diritto do difesa), 27 (presunzione di innocenza) e 111 (giusto processo), a loro avviso violati dalla riforma sulla prescrizione. "Io rispetto le divergenze dei penalisti, sono fisiologiche", ha risposto nel suo intervento il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, aggiungendo di essere "pronto al confronto con tutti gli attori: condivido che dobbiamo intervenire sui tempi del processo, non ho mai detto che per me la prescrizione è un modo per ridurre questi tempi, non sono manettaro".
All'inaugurazione - a cui sono presenti oltre al ministro anche Piercamillo Davigo, magistrato e membro togato del Csm, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, il sindaco di Milano Beppe Sala e la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia - si annuncia come un'occasione di protesta contro la riforma della prescrizione anche per gli avvocati: una quarantina di iscritti alla Camera penale di Milano hanno sfilato mostrando cartelli poco prima dell'inizio delle celebrazioni per l'anno giudiziario. "Abbiamo indicato tre articoli della Costituzione: il 24 che è per il diritto di difesa, il 27 che è la presunzione di non colpevolezza è il 111 che è il giusto processo. Accoglieremo Davigo con questi cartelli", ha detto l'avvocato Giovanni Briola del direttivo della Camera penale.
Nei giorni scorsi, infatti, i penalisti milanesi avevano chiesto di revocare la designazione del consigliere Piercamillo Davigo a rappresentare il Csm all'inaugurazione dell'anno giudiziario: richiesta giudicata "irricevibile" dal comitato di presidenza del Csm. "Accanto alle aggressioni fisiche, quelle verbali possono essere ugualmente dannose. Con la narrazione degli avvocati unici responsabili delle lungaggini processuali, i cui testimonial, re incontrastati del talk show serali, rivestono importanti ruoli, purtroppo anche nella magistratura, impegnandone l'autorevolezza, in un quasi generalizzato silenzio".
Così nel suo intervento per l'anno giudiziario il presidente dell'ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo, torna sulla polemica con Davigo. Quando la presidente della Corte d'Appello di Milano Marina Tavassi nel ringraziare i principali ospiti presenti all'inaugurazione ha nominato Davigo dicendo che "siamo lieti di accogliere e che per tanti anni abbiamo avuto protagonista nella sede giudiziaria di Milano", nell'aula si è levato uno scroscio di applausi. Ma poi, quando ha preso la parola Davigo, gli avvocati della Camera Penale di Milano hanno lasciato l'aula. Alle urla "vergogna" di uno dei presenti Davigo è stato costretto a interrompere il suo intervento. La protesta contro il presidente della II Sezione penale presso la Corte suprema di Cassazione è però stata subito bloccata dalla presidente della Corte di Appello, Marina Anna Tavassi: "Silenzio, altrimenti uscite dall'aula".
La protesta degli avvocati contro Piercamillo Davigo è una iniziativa "gravemente impropria che vorrebbe negare la presenza stessa e la voce a un interlocutore, persino nella sua veste istituzionale", una forma di "ostracismo preventivo". Lo ha affermato il presidente dell'Anm Luca Poniz nel suo intervento. Davigo era assente quando poi c'è stato l'intervento di Andrea Soliani, presidente della Camera penale di Milano.
"A nostro modesto avviso la norma presenta rischi di incostituzionalità - aggiunge il procuratore generale nella sua relazione alla presenza del ministro della giustizia Alfonso Bonafede - essa invero appare irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali". A Milano la prescrizione nella fase delle indagini preliminari "incide per il 3,79 per cento". E a Milano, lamenta Alfonso, ci sono "spaventosi vuoti di organico e la mancanza di risorse che contribuiscono a determinare tempi lunghi del processo". E ancora, nel discorso del procuratore generale si legge che per l'imputato "già solo affrontare il processo penale costituisce una pena", anche per il "disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica esso provoca".
E, dunque "l'inefficienza dell'amministrazione" non può "ricadere sul cittadino, benché imputato". Da "oltre un decennio", prosegue Alfonso, "denunciamo gli spaventosi vuoti di organico e la mancanza di risorse che contribuiscono a determinare i tempi del lungo processo, ma certamente la soluzione ai ritardi, alla mancanza di risorse, al difetto di organizzazione, alla inefficienza dei servizi, dunque al mancato rispetto dell'articolo 111 Costituzione da parte dei Governanti, non può individuarsi nella sospensione del corso della prescrizione, a danno dell'imputato". Per questo "il legislatore con urgenza e con sapienza" deve adottare "una soluzione che contemperi le due esigenze: la tutela della persona offesa e la garanzia per l'imputato di un processo di ragionevole durata".
In merito ai fondi stanziato per la sicurezza del Palazzo di Giustizia di Milano, dopo l'incidente capitato ad un giovane avvocato un anno fa, il ministro Alfonso Bonafede ha detto che sono stanziati "immediatamente" dei fondi per la sicurezza. Il presidente della Corte d'Appello, Marina Tavassi, ha invece affermato che "solo di recente è stato deliberato il finanziamento". "Non è sufficiente destinare risorse, se tali risorse rimangono imbrigliate nelle reti della burocrazia - sono state le parole del ministro.
È l'esperienza drammatica avvenuta proprio negli uffici milanesi, nei quali lo scorso anno è accaduto un fatto di una gravità inaudita". "Oltre a portare la mia personale vicinanza all'avvocato Antonio Montinaro, il ministero ha tempestivamente svolto tutte le attività di sua competenza - assicura Bonafede - stanziando tra l'altro immediatamente la somma di 650mila euro, poi elevata a 900 mila euro per i lavori necessari. Eppure a causa delle lunghe procedure l'intervento non è stato compiuto e il problema non attiene soltanto alla sicurezza, ma alla percezione della trascuratezza che può notare chiunque passi in quel punto delle scale.
Le procedure sono lunghe, ma oltre allo stanziamento dei fondi vi assicuro che è costante ed elevatissima su questo Palazzo e sulla vostra sicurezza". "A distanza di un anno dal drammatico evento del 18 gennaio 2019 - ha sostenuto Tavassi nel suo intervento - in cui un giovane avvocato ha subito gravissime lesioni di carattere permanente, i lavori di messa in sicurezza delle balaustre e dei parapetti del Palazzo non sono ancora stati avviati. Solo di recente ne è stato deliberato il finanziamento, cosicché si confida che - dopo i tempi necessari per l'aggiudicazione dell'appalto - i lavori potranno finalmente avere inizio".
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 2 febbraio 2020
Nelle relazioni del presidente della Corte di Appello di Bari, Franco Cassano, e del procuratore generale Anna Maria Tosto, per inaugurare l'anno giudiziario sono state evidenziate, tra le altre cose, le criticità in cui opera la giustizia a Bari a causa dell'emergenza dell'edilizia giudiziaria. Si "continua a soffrire di una condizione logistica e strutturale ai limiti della decenza".
L'inchiesta sugli uffici giudiziari di Trani che ha "disvelato l'esistenza di un sistema di malagiustizia", le "condizioni di emergenza della quasi totalità degli uffici penali del tribunale di Bari", la crescita della percezione di insicurezza" nel distretto di Bari e la criminalità che imperversa nel territorio di Foggia.
Sono stati alcuni punti della relazione del procuratore generale presso la Corte di Appello di Bari, Anna Maria Tosto, durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Il "sistema Trani" è quello svelato da un'inchiesta della procura di Lecce nella quale sono coinvolti l'ex gip Michele Nardi, in carcere per corruzione in atti giudiziari e l'ex pm Antonio Savasta (ai domiciliari) per il quale venerdì scorso è stata chiesta la condanna a dieci anni. "Se ha potuto originarsi e operareha detto Tosto in riferimento all'inchiesta sul "sistema" Trani- è stato anche a causa delle connivenze, degli imperdonabili silenzi, dell'indifferenza consumata ai danni della collettività e dei tanti magistrati che invece hanno lavorato e lavorano nel rispetto del giuramento di fedeltà".
A proposito dell'edilizia giudiziaria, il procuratore generale ha parlato di "urgenza" e di "emergenza" sottolineando che "gli uffici del distretto, tutti, quelli di Bari in particolare, continuano a soffrire di una condizione logistica e strutturale ai limiti della decenza. Tuttavia-ha aggiunto la stipulazione del protocollo che impegna il Ministero alla costruzione di un Polo della giustizia rappresenta finalmente un passo concreto verso la realizzazione di un obiettivo". Anche il presidente della Corte di Appello, Franco Cassano nella sua relazione, in riferimento all'edilizia giudiziaria, ha detto che "è una questione che ci affligge e ci mortifica".
Sulla situazione a Foggia e provincia il pg ha detto che "a gennaio 2020 si sono susseguiti una serie di atti intimidatori: tempistica e destinatari degli attentati denunciano che si tratta della reazione rabbiosa alla progressiva inarrestabile rivendicazione della scelta di legalità e di coraggio che ormai viene dalla società civile" e ha sottolineato che quella foggiana è "una mafia che somma in sé il familismo della 'ndrangheta e la ferocia della camorra cutolina, capace però di evolvere e, dunque, moderna nella progressiva infiltrazione nei settori nevralgici dell'imprenditoria locale".
Pur se "il sistema criminale è stato "messo in crisi" dalle azioni di contrasto- ha aggiunto - e occorrerà continuare il lavoro intrapreso tenendo conto dell'evoluzione delle organizzazioni sempre più a vocazione affaristico imprenditoriale: la "mafia del click" che sposta il denaro, lo investe e lo occulta con un colpo di mouse".
Snocciolando i dati relativi relativo all'anno appena concluso emerge che nel distretto di Corte di appello di Bari, da giugno 2018 a giugno 2019, sono dimezzati i procedimenti per omicidio volontario (da 88 a 45), sono diminuite le denunce per reati di terrorismo (da 20 a 8).
Sono però aumentate quelle per estorsione (da 840 a 1.011) e sono raddoppiati i procedimenti per i reati di mafia(da 40 a 74). Sono anche diminuiti gli omicidi stradali (da 120 a 94); delle rapine (da 1.729 a 1.301) e delle bancarotte fraudolente (da 170 a 157). Sono aumentati i procedimenti di riduzione in schiavitù (da 15 a 26) ; quelli per pedofilia e pedopornografia (da 64 a 86); e di stalking ( da 1.191 a 1.223).
di Dafne Roat
Corriere dell'Alto Adige, 2 febbraio 2020
L'allarme della presidente della Corte Incidenti e alcol: 300 casi in regione. Carcere di Bolzano, Servetti scuote la Provincia: "Ci dia tempi certi". La relazione della Direzione nazionale antimafia preoccupa. Malgrado la resistenza, il Trentino Alto Adige è sempre più terra di conquista della criminalità organizzata. Appello per il nuovo carcere di Bolzano.
Il Trentino Alto Adige resiste. Ma è sempre più terra di conquista della criminalità organizzata anche di tipo mafioso. La relazione della Direzione nazionale antimafia non può non preoccupare. D'altronde è difficile immaginare che la mafia non nutra alcun interesse verso un territorio ricco e che tutto sommato ha resistito anche alla crisi economica come quello del Trentino Alto Adige. Ma Giovanni Ilarda, procuratore generale, precisa: "Ancora una volta debbo confermare l'assenza di acquisizioni giudiziarie che dimostrino un radicamento della criminalità organizzata".
Questo non significa che non ci sia un interesse e "non vi possano essere stati tentativi di penetrazione del tessuto economico e produttivo da parte di esponenti della criminalità organizzata che oggi - evidenzia il procuratore generale - non ha più il volto di chi si nascondeva nella campagne mangiando cicoria, né quello delle belve stragiste. Oggi i rappresentanti del crimine organizzato si presentano in giacca e cravatta per investire capitali".
Preoccupa maggiormente l'aumento, purtroppo non solo regionale, dei reati contro le donne e in famiglia. "Un problema sociale di dimensioni endemiche e universalmente presente", ha ricordato la presidente della Corte d'appello di Trento, Gloria Servetti.
In regione si parla di un aumento del 19% dei reati contro la libertà sessuale, del 22%delle denunce di stalking e del 39% delle denunce per maltrattamenti in famiglia. Soffermando lo sguardo solo sui dati relativi al Trentino si scopre che nel 2019 sono stati aperti 63 fascicoli (erano 53 l'anno precedente) e i reati di maltrattamento in famiglia sono passati da 115 a 160. Nell'ambito della violenza di genere nel corso del 2019 la questura di Bolzano ha emesso 32 provvedimenti e la questura di Trento 190. I numeri sono eloquenti.
Un'altra grande emergenza regionale, purtroppo testimoniata anche dalla recente terribile tragedia di Lutago, riguarda la guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti e gli incidenti stradali. Un triste binomio che spesso contraddistingue le statistiche. Gli incidenti stradali causati dall'alcol e dagli stupefacenti in regione sono quasi 300. Sono aumentati anche i procedimenti per reati di omissione di soccorso sia a Trento che a Bolzano. E se in Trentino si registra una lieve flessione delle contestazioni per guida in stato di ebbrezza (sono passate dalle 476 alle attuali 443 iscrizioni), mentre sono aumentate del 10% le contestazioni relative alla guida sotto l'effetto di sostanze stupefacenti (da 29 a 32).
Analizzando il lavoro dei magistrati del Tribunale dei minori, che purtroppo registra una sofferenza di organico, è curioso scoprire il desiderio di molte coppie di adottare bambini. Dato che può e va letto in chiave sociale. Le domande di disponibilità di adozione pendenti sono 763 e quelle presentate nel corso dell'anno sono 247. Al Tribunale dei minori di Bolzano è aumentato invece il numero dei reclami in particolate relativi a coppie di albanesi che per assicurare l'accesso dei figli al sistema scolastico e sanitario chiedevano l'autorizzazione a restare in Italia. Richiesta, però, respinta.
Ma a fronte di una giustizia che comunque funziona e con poche pendenze, come ha sottolineato Servetti, l'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata l'occasione per la presidente Servetti di lanciare un nuovo grido d'allarme sul carcere, in particolare quello di Bolzano.
"È in una struttura vetusta non più compatibile con la permanenza sia della popolazione detenuta che del personale". Manca un direttore e c'è solo un educatore, "è impossibile garantire la copertura sanitaria a tempo pieno". Servetti sprona la Provincia, citando le parole di papa Francesco sul rischio che le carceri diventino "polveriere di rabbia". "La Provincia dia rassicurazioni convincenti quantomeno sui tempi di attesa per il completamento della nuova struttura".
di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 2 febbraio 2020
Anno giudiziario, Zaia all'attacco: "Scandalosa mancanza di personale". Calano gli omicidi e soprattutto i tentati omicidi ma non i femminicidi. Crescono di molto i fascicoli per mafia, furti e reati ambientali. E resta il problema dell'organico con costi fino a 2 milioni di euro per le cause lente.
Una cifra record di oltre 2 milioni di euro pagati dallo Stato per la lentezza dei processi in Veneto. Ecco uno degli "effetti collaterali" della crisi della giustizia della nostra regione, che emerge dalla relazione della presidente della Corte d'appello Ines Marini.
Nel 2018 si era arrivati vicini a quella soglia, che lo scorso anno è stata superata, anche se non c'è ancora il dato ufficiale. Ma a impressionare è la crescita esponenziale delle cause iscritte: erano 223 nel 2015/2016 (l'anno giudiziario va dall'1 luglio al 30 giugno), 422 l'anno dopo, poi 389, ma ora sono salite a 567.
Ieri, nel corso della cerimonia a Palazzo Grimani, l'appello al governo per avere maggiori risorse, soprattutto umane, è arrivato da tutta la giustizia veneta, che non si accontenta dei 23 magistrati (o, meglio, posti) in più della recente proposta ministeriale. Oltre a Marini, anche il procuratore generale Antonio Mura, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Venezia Giuseppe Sacco ("la distribuzione "a pioggia" è una mancanza di sensibilità verso il Veneto") e quello della Camera penale Renzo Fogliata ("sembra quasi una punizione per chi ha votato l'autonomia"), il segretario della giunta veneta dell'Anm Vincenzo Sgubbi ("anche con dieci magistrati in più la Corte d'appello di Venezia avrebbe il doppio del carico di tutte le altre Corti del nord"). "Ho visto una bella squadra di magistrati e tanta voglia di fare ha chiosato il governatore Luca Zaia - ma c'è una scandalosa mancanza di personale".
Da Roma però non sono arrivate molte risposte. Il membro del Csm Alessio Lanzi si è concentrato sugli scandali della magistratura dell'ultimo anno, la dirigente del ministero della Giustizia Gemma Tuccillo ha promesso una "particolare attenzione" sull'edilizia giudiziaria di Venezia, ma ha snocciolato una serie di cifre nazionali, dagli investimenti (9 miliardi) al personale (9 mila immissioni nel triennio) e all'informatizzazione, per dire che il governo sta facendo il possibile. Ma proprio sull'informatica, Marini e Mura hanno ricordato che il centro di assistenza è a Brescia ("troppo lontano") e conta 22 tecnici per un'area, quella del Nordest, con 5377 tra magistrati e cancellieri.
Mura ha fatto il quadro del lavoro delle procure venete. E ha spiegato che prendendo i processi con citazione diretta o per direttissima, le assoluzioni con formula piena sono il 16 per cento. "Limite fisiologico - ha detto - l'azione penale viene esercitata con ponderazione". Venendo ai reati, calano gli omicidi (da 51 a 44), soprattutto quelli tentati (da 186 a 66), anche se restano stabili i 35 complessivi con le donne come vittime. Stabili o in diminuzione i reati di terrorismo, la corruzione, le rapine e i casi di stalking, mentre crescono i furti in abitazione e gli scippi (da 6451 a 6750), gli omicidi colposi sul lavoro (da 30 a 53), i reati informatici (sia le frodi che gli accessi abusivi), quelli ambientali. I numeri sono fortunatamente bassi, ma l'anno scorso sono stati iscritti 16 fascicoli per mafia rispetto ai 5 di 12 mesi prima. Ci sono stati inoltre 2593 "bersagli" di intercettazioni, di cui 626 per mafia e 38 per terrorismo. "C'è una stabilità dei fenomeni criminosi - ha commentato Mura - resta il problema dell'insicurezza percepita dai cittadini". Le carceri venete continuano a essere sovraffollate, con 2432 detenuti a fronte di una capienza di 1942: ci sono stati 2 suicidi, 81 tentativi e 674 episodi di autolesionismo. Idem in quello minorile di Treviso, dove ci sono 16 detenuti per 12 posti, con 26 atti di autolesionismo.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Dopo tre anni il magistrato torna da componente del Consiglio superiore della magistratura, e pronuncia parole appassionate. "Sono certo che saprete soffocare sul nascere il pericolo di un ritorno al passato - dice Nino Di Matteo nell'aula magna della Corte d'appello dove si inaugura il nuovo anno giudiziario - un ritorno a quegli opachi contesti nei quali trovano terreno fertile stragi e delitti eccellenti".
Dopo tre anni, torna a Palermo da componente del Consiglio superiore della magistratura, e pronuncia parole appassionate, citando uno per uno i nomi dei magistrati uccisi dalla mafia: "Spero che Palermo abbia la volontà e la capacità di continuare a rappresentare l'esempio trainante di una giurisdizione che non ha paura di estendere ai potenti il controllo di legalità". Un appello a tutti i magistrati: "Avete la grande responsabilità di sconfiggere la tentazione, sempre strisciante, dell'oblio e dell'appiattimento alle logiche del quieto vivere e, del falso e solo formale efficientismo burocratico. Sono certo che quello spirito del 92 che animò la riscossa contro il sistema mafioso venga gelosamente custodito nell'animo di ogni magistrato".
Di Matteo ricorda cosa rappresentò quella stagione: "Questo è il distretto che ha sopportato sulle sue spalle l'urto più immediato della violenza mafiosa e le innumerevoli insidie delle complicità politiche e istituzionali di Cosa nostra. Da questi uffici, pur fra mille difficoltà e resistenze anche interne, è partita, nella immediatezza delle stragi del 1992, una splendida reazione, che nella consapevolezza che la lotta alla mafia è condizione essenziale di libertà e democrazia, ha trasformato Palermo nell'avamposto del contrasto alla criminalità organizzata. Questi uffici hanno, per molto tempo, rappresentato un insostituibile punto di riferimento, anche sociale e culturale, per quella parte del Paese che non si rassegna al predominio di metodi predatori e correttivi nella gestione del potere".
Parole forti che entrano anche nella ferita grande all'interno della magistratura. "I fatti emersi con l'inchiesta di Perugia ci devono indignare ma non ci possono sorprendere. Non possiamo permetterci di essere ipocriti, rappresentano uno spaccato, una fotografia nitida, ma pur sempre parziale, di una grave patologia che rischia di minare l'intero sistema di autogoverno della magistratura". La distorsione del sistema delle correnti, che Di Matteo definisce "una malattia che si è diffusa come un cancro, con la prevalenza di logiche di clientelismo, appartenenza correntizia o di cordata, di collateralismo con la politica".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 2 febbraio 2020
"Ma la riforma è sbagliata". Si conclude con una supplica amara "vi prego chiamate un elettrauto" la prolusione del presidente del Tribunale di Torino, Massimo Terzi, all'inaugurazione dell'anno giudiziario che si celebra questa mattina a Palazzo di giustizia. Un discorso che è destinato a far discutere perché è uno sfottò tagliente alle "ricette" vecchie e nuove proposte come soluzione all'inefficienza della giustizia italiana.
È un "no" esplicito al processo eterno, come rischia di diventare quello che esce dalla riforma della giustizia del ministro grillino, Alfonso Bonafede. Anche a Torino, oltre che in Cassazione, si parla dunque dell'entrata in vigore della legge sulla sospensione della prescrizione all'esito del primo grado e la prospettiva di riforma, più volte annunciata, del codice di procedura penale. Con entrambe, il governo, scrive il presidente del tribunale: "ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti". Un attacco dritto al cuore delle scelte politiche in tema di prescrizione. Un attacco da chi la giustizia l'amministra tutti i giorni.
"Due facce della stessa medaglia di facilissima valutazione se si assume un atteggiamento laico e scevro della propaganda politica e dal corporativismo di tutte le categorie" dirà Terzi. "Laicamente non ci sarebbe nulla di scandaloso rispetto anche a un'abolizione della prescrizione già a decorrere dal momento dell'esercizio dell'azione penale: in astratto. Ma il diritto non è un'astrazione: in concreto, ad oggi, questo Stato, questa Amministrazione della Giustizia, con questa forzatura, ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti".
Il fatto, secondo Massimo Terzi è che "da tempo immemorabile, lo Stato non è riuscito a garantire tempi di indagine e di processi degni, prima ancora che ragionevoli". E uno Stato che "si prenda un diritto così incidente sulle persone, essendo inadempiente da trent'anni al corrispondente dovere, incide gravemente su un caposaldo della democrazia che è in primo luogo bilanciamento tra Autorità e Libertà".
Gravità etica, prima ancora che giuridica. Che potrà emendare solo se, prima che la legge inizi a produrre effetti, riuscirà a rispettare il suo dovere. "Spero di essere smentito, ma sono molto, anzi, del tutto, pessimista". E Terzi spiega il perché: sono i numeri a decretare il "coma irreversibile" della giustizia, le pendenze al 40 giugno 2019: 599.583 sul Tribunale monocratico 28.822 sul Tribunale Collegiale di primo grado. "Ciò vuol dire, ipotizzando una spaventosa produttività dei magistrati addetti al dibattimento, di 1 sentenza collegiale a settimana lavorativa e 1 sentenza monocratica a giorno lavorativo, uno stock di processi smaltibili dal primo grado in ben oltre tre anni". Questo significa, cifre alla mano, che i processi in arrivo, seguendo un mero ordine cronologico, andrebbero fissati a 4 anni.
"Abbiamo un'automobile che, secondo il manuale di costruzione di trent'anni fa, per funzionare e partire necessita di una batteria e di un alternatore funzionante. Da trent'anni invece stiamo riuniti lì intorno come ingegneri scienziati attoniti di fronte a un'astronave aliena" dice Terzi. "Se non fosse un sì grave problema la definirei una situazione tra il paradossale e il ridicolo. Cominciamo a chiamare un semplice elettrauto che sistemi la batteria del filtro processuale e l'alternatore dei riti alternativi". Scacciati gli scienziati, ecco la ricetta: "il nostro elettrauto sa che il motore può funzionare, come di fatto si è riusciti a fare nel settore civile, solo se sul Giudice dibattimentale ( e prima ancora sul Pubblico Ministero) arriva un numero di procedimenti congruo". Tradotto in numeri: non più di un quarto massimo, un terzo del carico attuale. "Tutto il resto, scusatemi il termine tecnico, ma è quello che mi sgorga spontaneo dal cuore, è purissima fuffa".
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