di Alessia Marani
Il Messaggero, 2 febbraio 2020
Dopo tre anni è ancora un mistero chi e cosa provocò la morte di Mimmo D'Innocenzo, romano di 32 anni rinchiuso in isolamento nel carcere di Cassino. La mattina del 27 aprile del 2017 si sentì male, venne chiamata l'ambulanza, ma il ragazzo spirò nel corridoio mentre lo stavano trasportando fuori. Su un braccio, però, aveva un foro di siringa.
Mimmo non faceva uso di eroina, figuriamoci poi se, isolato da tutti, avrebbe potuto "farsi" o procurarsi una sostanza. I familiari, assistiti dall'avvocato Giancarlo Vitelli, scoprono che la sera prima al ragazzo sarebbero stati somministrati degli oppiacei, un forte calmante, magari iniettato in dose troppo massiccia, che lo ha ucciso.
Da allora il fascicolo aperto dal pm Roberto Bulgarini, non si è più mosso dal suo tavolo: nessuna risposta per mamma Alessandra Pasquiri che ora chiede "giustizia per mio figlio". Nella vicenda sarebbero coinvolti una guardia penitenziaria dell'istituto di pena che avrebbe riferito agli inquirenti di avere prelevato la sera precedente il ragazzo dalla cella per portarlo in infermeria e due medici.
Ma i sanitari avrebbero replicato che in infermeria quella sera non era stato visitato nessuno. Accertare questa circostanza, tuttavia, sarebbe stato semplice, se non fosse che, come spiega l'avvocato Vitelli, "è scomparso tutto il carteggio del diario clinico del carcere del mese di aprile". In sede di autopsia venne chiarito che il foro sul braccio del ragazzo era stato praticato nell'arco delle 24 ore precedenti, quindi non ci sono dubbi sul fatto che la morte sia collegata a quella iniezione.
Mimmo era un ragazzone bello robusto, qualcuno può avere pensato di tenerlo a bada. Ma chi e con quale cautele lo ha fatto? E, soprattutto, il 32enne poteva essere soccorso prima? C'è un superteste in questa vicenda che prima si è fatto avanti e poi è sparito.
"Un altro detenuto nel novembre scorso mi ha contattata - racconta mamma Alessandra- era appena uscito dal carcere e la prima cosa che ha fatto fu cercarmi per dirmi che aveva questo peso dentro di cui liberarsi, per Mimmo. Mi raccontò che la sera prima a mio figlio fu fatta un'iniezione per calmarlo, perché non volevano che rompesse le scatole. Che già subito cominciò a sentirsi male. Poi però quest'uomo è scomparso".
La famiglia di D'Innocenzo ha fornito alla Procura il nome e cognome, "ma a noi non risulta che sia stato ancora sentito", dice la mamma. "Mimmo era un giovane speciale - dice Alessandra - mi aveva scritto due giorni prima di morire, voleva tornare a essere se stesso, libero dal "mostro" della cocaina per occuparsi del fratello più piccolo che ora ha 15 anni e che lo adorava". Quella del 32enne di Pietralata è anche una storia speciale.
A vent'anni ebbe un grave incidente di moto sulla Tiburtina, finì in coma per alcuni giorni, a distanza l'assicurazione lo risarcì con 250mila euro, una cifra stratosferica per un ventenne e difficile da gestire. "Era un ragazzone buono Mimmo, fu avvicinato da brutti giri, pusher sicuri di avere trovato un cliente d'oro". Comincia il calvario della coca.
A 29 anni Mimmo decide di smettere ed entrare in comunità. Ma da solo non trova la forza. Quindi una mattina scende al supermercato sotto casa e a volto scoperto inscena una improbabile rapina, la polizia lo prende.
Lui chiama la mamma al telefono: "Vedi ma', mi sono costituito". Al suo avvocato dell'epoca chiese di non ottenere attenuanti. "Mimmo riuscì ad entrare in comunità ad Assisi, poi però quando la condanna diventò definitiva me lo portarono a Cassino dove dopo appena un paio di giorni me lo hanno ucciso", piange Alessandra.
di Cristina Palazzo
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Si era cucito la bocca più volte, aveva scioperato rinunciando al cibo e si era tagliato perché in Marocco, dove sarebbe tornato tra pochi giorni in seguito a un decreto di espulsione, non voleva andare. Stava scontando una condanna per rapina e sperava nell'udienza della prossima settimana, che ora non si terrà perché il detenuto, trentenne, si è ucciso usando una busta in testa e delle bombolette di gas venerdì sera nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, una tecnica diffusa tra chi è in carcere come gesto voluttuario, per compensare la carenza di droga.
Era stato sottoposto a una visita psichiatrica la sera prima, non avrebbe mostrato di voler farla finita, e prima di quel momento non aveva mai tentato il suicidio. Ma comunque era in cella con un'altra persona, una sorta di supporter, che però venerdì sera dormiva.
È stato lui comunque a lanciare l'allarme: i soccorriti hanno provato a rianimarlo ma non c'è stato più nulla da fare: la notizia della sua morte è stata data dal garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.
"La sua pena sarebbe terminata tra 11 giorni - denuncia. Possibile che ciò non interroghi la società esterna e che resti soltanto un problema del carcere e di chi in esso opera? Possibile che non si legga il nesso tra l'assenza di un qualche supporto territoriale e una vita così "sprecata"?".
di Eleonora Falci
ilcapoluogo.it, 2 febbraio 2020
Raddoppiati in 10 anni i detenuti in regime di 41bis al carcere dell'Aquila. Una situazione difficile tanto per i detenuti quanto per gli operatori penitenziari. Il carcere dell'Aquila è quello con il maggior numero in Italia di detenuti in regime di 41bis: in 10 anni sono di fatto raddoppiati. Ma non sono aumentati, di contro, gli operatori penitenziari.
Il regime speciale del 41bis è stato introdotto nel 1986 ma esteso nel 1992 dopo le stragi di mafia: prevede restrizioni soprattutto per gli autori di reati di criminalità organizzata. Lo scopo è quello di evitare contatti con l'esterno e con l'associazione di cui il condannato fa parte. Nel corso degli ultimi anni il numero di detenuti al 41bis alle Costarelle è però di fatto raddoppiato.
Nel 2010 erano 80: adesso ne sono 166 su un totale di 760 reclusi. Tra di loro c'è chi ha ucciso Giovanni Falcone, chi ha attentato alla vita di Paolo Borsellino, chi ha ucciso Marco Biagi, chi si è macchiato le mani nell'uccisione di Massimo D'Antona.
Una situazione difficile, sottolinea il segretario regionale territoriale Uil Pa Polizia Penitenziaria Mauro Nardella: "Con il raddoppio dei reclusi sono inevitabilmente raddoppiate le video conferenze, gli ingressi dei familiari impegnati nell'adempimento del diritto ad avere colloqui, le traduzioni in posti diversi e i piantonamenti nei luoghi di cura; l'attività amministrativa in tutti gli uffici". A rimetterci in questa situazione sono però tanto i detenuti quanto gli operatori penitenziari. "In termini di organici l'amministrazione non ha risposto in maniera proporzionale all'aumento dei detenuti" sottolinea Nardella che fa un appello anche al neo-garante dei detenuti Gianmarco Cifaldi.
"L'Amministrazione Penitenziaria si faccia carico della situazione difficile creatasi provvedendo più che a raddoppiare il personale di Polizia Penitenziaria a riportare il numero di sottoposti al regime speciale ai valori antecedenti il 2010. Ne varrà del mantenimento adeguato degli standard lavorativi e, per quello che più ci riguarda da vicino, della qualità di vita di tutti gli operatori penitenziari"
Garantire diritti mantenendo al tempo stesso le restrizioni del regime del carcere duro: è di pochi giorni fa la vittoria di una battaglia legata proprio ad un detenuto "aquilano" cui era stato proibito di portare dolci e giochi durante il colloquio con la figlia, nata quando lui era già in carcere. Il legale dell'uomo, Nicoletta Ortenzi, ha vinto il reclamo presentato dal suo assistito. Il tribunale di sorveglianza dell'Aquila, tra le motivazioni, ha evocato le osservazioni della Corte costituzionale: "le compromissioni dei diritti nel regime del 41bis sono costituzionalmente legittime soltanto se serve a escludere contatti dei detenuti con il gruppo criminale di riferimento". Tutto il resto, quindi, sono misure afflittive inutili.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un "ergastolo processuale per cittadini imputati a vita". Gli avvocati napoletani sfilano in manette per protestare contro la riforma della prescrizione. È la provocazione che aprirà la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario in programma al Maschio Angioino. Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un "ergastolo processuale per cittadini imputati a vita".
In questi mesi, l'avvocatura napoletana ha promosso incontri e dibattiti, anche con parlamentari eletti nel distretto, per sollecitare una modifica della riforma fortemente voluta dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Quando ha preso la parola la rappresentante del ministero della Giustizia, la dottoressa Concetta Lo Curto, gli avvocati si sono alzati in piedi esponendo silenziosamente cartelli di protesta con scritto "rispettate la Costituzione". La cerimonia è stata aperta dalla relazione introduttiva del presidente della Corte d'Appello Giuseppe De Carolis di Prossedi.
"Viviamo in una società che sembra incattivirsi e nella quale vi è sempre più bisogno di legalità e di giustizia. È importante che chi subisce una violenza o un torto sappia di poter contare su un sistema giudiziario che è in grado di tutelare i suoi diritti", ha detto l'alto magistrato. E ha aggiunto: "per mantenere la fiducia dei cittadini è necessario innanzitutto un recupero dell'efficienza del sistema giudiziario. Una giustizia che arriva a distanza di molto tempo rischia di essere inutile". Per quanto riguarda i magistrati, ha detto ancora, "non credo che la fiducia dei cittadini si possa guadagnare con la ricerca del consenso popolare e con la visibilità mediatica, ma con l'applicazione indipendente della legge e con un comportamento eticamente corretto".
In rappresentanza del Csm ha preso la parola il consigliere togato Antonio D'Amato, che ha voluto ricordare l'avvocato Aldo Cafiero, decano dei penalisti napoletani, scomparso nei giorni scorsi. Sulla questione morale, D'Amato ha ricordato le recenti vicende "che hanno gettato un'ombra sull'intero ordine giudiziario.
Il presidente Mattarella ha affermato che quello che è emerso ha disvelato un quadro sconcertante e prodotto conseguenze negative sull'intero ordine giudiziario. Mai come ora è necessario riaffermare l'indipendenza della magistratura e la sua autonomia", ha evidenziato, ricordando la necessità di assicurare il rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo. D'Amato ha assicurato la "costante attenzione del Csm ai problemi e alle criticità del distretto di Napoli".
Il procuratore generale Luigi Riello ha lanciato l'idea di far "partire da Napoli un confronto franco, senza riserve mentali e senza pregiudizi, per proporre insieme, avvocati e magistrati, una riforma strutturale del processo penale". Il pg ha aperto il suo intervento definendo l'anno appena trascorso come "il più difficile e lacerante per la magistratura perché è esplosa una questione morale anche al nostro Interno. Deve essere chiaro che le erbacce vanno decisamente sradicate, ma è necessario non consentire che sulla nave dei salvatori della Patria e della Giustizia salgano soggetti interessati non a spezzare ignobili collusioni ma a presentare il conto ai magistrati seri".
"L'Avvocatura, baluardo della democrazia e garante dei diritti, è oggi qui in questa sede, per denunziare i gravissimi attentati ai princìpi e ai valori fondamentali su cui si fonda lo Stato di diritti", ha detto prendendo la parola il presidente dell'Ordine forense Antonio Tafuri. E ha parlato di "odiosa compressione dei diritti della difesa e del ruolo dell'avvocato sta purtroppo caratterizzando la politica giudiziaria anche nel nostro Paese".
Quindi ha lanciato per ben diciassette volte il suo "io accuso" contro il potere esecutivo, dalle scelte sui tempi del processo penale alle politiche su processo civile, tributario e sulle carceri, fino all'"abuso delle intercettazioni". E sulla prescrizione ha ribadito: "Io accuso il potere esecutivo che ha abolito la prescrizione, spacciando questa misura come intervento acceleratorio e sapendo perfettamente, invece, che il processo senza prescrizione è un processo che non si concluderà mai".
di Luca Kocci
Il Manifesto, 2 febbraio 2020
Pax Christi contro l'intesa che si rinnova automaticamente oggi, anche se il governo, senza troppa convinzione, fa sapere che potrà essere modificato in ogni momento nei prossimi tre anni. "Un accordo diabolico, che va cancellato". È il netto giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, sul memorandum Italia-Libia, l'accordo fra Roma e Tripoli firmato nel 2017 da Gentiloni e al-Serraj per fermare i barconi nel Mediterraneo e deportare i migranti nei centri di detenzioni libici. Il memorandum si rinnova automaticamente oggi, anche se il governo italiano, senza troppa convinzione, fa sapere che potrà essere modificato in ogni momento nei prossimi tre anni.
Intanto le caselle di posta elettronica dei ministri degli Interni Lamorgese (
"All'indomani della Giornata della memoria, non dobbiamo avere la memoria corta: ricordare i lager del passato ma ignorare i lager di oggi, ovvero i campi di prigionia in Libia", spiega il coordinatore di Pax Christi, che ha aderito alla campagna "Io accolgo", scrivendo a Lamorgese e Di Maio. "Non è una questione di legalità, ma di umanità. Senza considerare che le leggi sicurezza volute da Salvini rendono tutto ancora più disumano", aggiunge don Sacco.
Da Pax Christi, interviene un ex coordinatore nazionale, don Tonio Dell'Olio. "Trapelano alcune interpretazioni secondo le quali si potrebbero negoziare nuovi termini dell'accordo anche dopo la scadenza", scrive Dell'Olio su Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi. "Ma la verità è che il testo di quegli accordi sembra un segreto di Stato e nessuno l'ha mai letto, forse nemmeno chi l'ha firmato - prosegue. E soprattutto che sono proprio quegli accordi a produrre morte, violenze, sofferenze atroci e violazione dei diritti umani. Mille volte abbiamo ascoltato racconti raccapriccianti. Mille volte giovani migranti hanno testimoniato, talvolta documentato, le torture subite. Per questo siamo in molti a chiedere di non rinnovare quel memorandum".
Vista la sordità dei governi, Dell'Olio si rivolge direttamente a Mattarella, "perché giunga fino a lui l'urlo senza voce del dolore dei disperati e con uno scatto di dignità umana intervenga direttamente a scongiurare la nostra complicità da questa violazione dei diritti umani su vasta scala. Sarebbe la maniera più nobile per onorare la Giornata della memoria appena celebrata e riscattarci dal giudizio severo con cui ci condanneranno le generazioni a venire".
di Danilo Loria
strettoweb.com, 2 febbraio 2020
Il messaggio di don Italo Calabrò nelle scuole e negli istituti penitenziari. Melissari: "dalle mafie si può uscire. È questo il tema di una serie d'incontri che il Comunitario Agape ha organizzato nei prossimi giorni in alcune scuole della città".
"Dalle mafie si può uscire. È questo il tema di una serie d'incontri che il Comunitario Agape ha organizzato nei prossimi giorni in alcune scuole della città, c/o la comunità ministeriale della giustizia minorile, al carcere di Palmi con i detenuti dell'alta sicurezza ed al rione Archi.
Porterà la sua testimonianza, Giosuè che negli anni 80 dal carcere minorile ha iniziato un percorso di liberazione dal clan di appartenenza grazie al sostegno ed al l'accompagnamento di don Italo Calabrò, di Agape e dei servizi della giustizia minorile.
Una esperienza che lo ha portato oggi a vivere una attività imprenditoriale di successo nel campo agricolo che rappresenta un esempio concreto di una vita alternativa ai modelli esistenziali negativi che la criminalità propone ancora oggi ai giovani". È quanto scrive in una nota per il centro comunitario agape, la responsabile del gruppo giovani Giulia Melissari.
"Gli incontri sono - prosegue- parte del progetto "io non delego la mia vita" che il gruppo giovani dell'agape sta realizzando in alcune scuole della città. Un progetto che parte dall'invito che don Italo Calabro' rivolgeva ai giovani di non delegare ma di essere protagonisti attivi della propria vita, Nella vita si possono delegare tante cose diceva, una sola cosa non si può delegare: il vivere.
Nessuno può dire ad un altro tu vivi al posto mio! Questo concetto, che don Italo Calabrò comunicava spesso ai giovani che incontrava, ha ispirato questa iniziativa di promozione della cittadinanza attiva e del volontariato che i giovani del centro Comunitario Agape in collaborazione con Libera e con la rete delle Alleanze Educative hanno avviato presso l'Itis Panella- Valluari, l'istituto Piria, il Liceo Volta e il Fermi Boccioni, in collaborazione con Dirigenti scolastici e professori e soprattutto degli studenti che hanno aderito con entusiasmo alla proposta e si sono messi in gioco in prima persona facendosi coinvolgere in un percorso di presa di coscienza delle loro responsabilità per la costruzione di un futuro diverso per loro e per la città.
Un tentativo di coinvolgerli e ridare, loro, la convinzione di avere il potere, la forza e la responsabilità di cambiare la società, impegnandosi "senza mai delegare", per far capire che è importante oggi soprattutto tornare alla Costituzione, rileggerla e riscoprirla, perché bisogna essere coscienti, tutti, soprattutto in un momento difficile come questo, che la responsabilità è collettiva.
Il gruppo giovani di Agape propone agli studenti momenti di formazione, di conoscenza delle realtà di servizio agli ultimi del nostro territorio e soprattutto darà loro la possibilità di mettersi in gioco coinvolgendosi direttamente in attività di volontariato.
Anche la tappa che si farà c/o la comunità ministeriale si propone, attraverso la testimonianza di chi ce l'ha fatta e con la presenza della Dirigente della Giustizia minorile Isabella Mastropasqua e di altri operatori della giustizia minorile e delle comunità, di incoraggiare i minori a scegliere un percorso di vita di all'insegna della legalità e del lavoro onesto.
Altri incontro speciale sarà quello programmato nella casa circondariale di Palmi che grazie alla disponibilità del Direttore Antonio Galati e degli operatori dell'area pedagogica offriranno ai detenuti dell'alta sicurezza la possibilità di ascoltare chi è riuscito a farsi una vita fuori dal carcere e di potere anche esprimere il loro pensiero sul progetto Liberi di scegliere confrontandosi con i referenti del Tribunale per i minorenni di Reggio che lo sta realizzando", conclude.
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 2 febbraio 2020
Il carcere minorile di Treviso scoppia. A sancirlo la presidente della corte d'appello di Venezia Ines Maria Luisa Marini, nella sua relazione di apertura dell'anno giudiziario. Nel report ha messo nero su bianco i dati forniti dal presidente del tribunale per i minorenni di Venezia. Numeri che fotografano la realtà dell'istituto di pena trevigiano, l'unico carcere per minori nel Triveneto. La struttura ha una capienza massima di 12 detenuti. Ma attualmente sono 16 i reclusi, 6 dei quali stanno espiando una condanna definitiva.
La media di presenze, nel corso del primo semestre del 2019, è stata sempre di 16 detenuti in quello che nella relazione è descritto come "un conseguente costante affollamento" nonostante la direzione dell'istituto "sia sempre attenta nel chiedere il nulla osta al trasferimento quando la situazione diviene di difficile gestione, sia per il superamento della capienza massima, sia per le problematiche comportamentali del detenuto".
Nel 2019, le problematiche dell'istituto si sono tradotte in 26 atti di autolesionismo compiuti dai giovani reclusi, gesti quasi sempre dimostrativi ma che in alcuni casi hanno portato a ricoveri e cure mediche. Non solo. In almeno un caso c'è stata una vera e propria sommosse a cui si aggiungono due episodi violenti commessi dai detenuti contro gli agenti penitenziari.
Il primo all'inizio di maggio quando un detenuto diede fuoco a lenzuola e materasso rischiando di provocare un incendio nella struttura, il secondo quando, pochi giorni dopo, un agente rimase ferito nel tentativo di sedare una rissa scoppiata tra altri giovani reclusi.
"Quando i detenuti sono troppi e hanno età così diverse, i problemi aumentano - spiega Luca Bosio della Fp Cgil Polizia penitenziaria, sindacalista e agente in servizio a Treviso. Viviamo una situazione critica da anni nonostante le ripetute segnalazioni. Ed è inevitabile perché essendo quella di Treviso l'unica struttura per minori del Triveneto, ci saranno sempre più detenuti di quelli previsti".
A risolvere la situazione dovrebbe intervenire la costruzione di un nuovo istituto di pena minorile a Rovigo, il cui progetto sarebbe stato avviato dal ministero delle infrastrutture. Per ora però, tutti i minori per i quali viene disposto il carcere tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, arrivano a Treviso. E non si tratta solo di minorenni perché la legge prevede che, se un minore viene incarcerato prima della maggiore età, deve restare nell'ambito della reclusione minorile fino al compimento dei 25 anni.
Questo rende la convivenza ancora più complessa, perché aumentano tensioni e risse. E per gli agenti penitenziari diventa difficile gestire la situazione: "C'è stato l'adeguamento degli organici, ma ci sono problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente e per i quali da tempo chiediamo alla direzione di aprire un tavolo di confronto".
Tra i problemi da mettere sul piatto c'è anche il problema dei piantonamenti dei detenuti all'ospedale, cresciuti con l'aumentare dei gesti autolesionistici. "Se dobbiamo accompagnarli in ospedale perché stanno male o si sono feriti - conclude Bosio -, da contratto dovremmo fare turni di 6 ore e invece rimaniamo per 10 o 12 ore. E neppure su questo, dalla direzione, abbiamo avuto risposte".
di Andrea Zambenedetti
Il Gazzettino, 2 febbraio 2020
Il problema, sgombriamo subito il campo, non è il sovraffollamento. Le cause vanno cercate altrove. Ma andiamo con ordine. Stando ai numeri che emergono dalla relazione del Presidente della corte di appello di Venezia, sull'amministrazione della giustizia nel distretto, è che a fronte di 73 detenuti della Casa circondariale di Belluno a fine giugno 2019 (presenza media nei 12 mesi precedenti 81 persone, tollerabile di 134 e regolamentare di 90), sono 63 quelli che hanno compiuto atti autolesionistici. Addirittura tre quelli che hanno provato a togliersi la vita. Insomma, se ci si limita a guardare i numeri e le proporzioni, è come se in media ogni quattro detenuti tre si fossero intenzionalmente feriti.
Si tratta di una percentuale decisamente più elevata rispetto ai numeri delle altre province. A Venezia ci sono stati 84 casi di autolesionismo a fronte di una presenza media di 263 detenuti, a Rovigo 69 episodi con una presenza media doppia che è il doppio rispetto a quella della struttura di Belluno. La corte d'Appello spiega il fenomeno puntando il dito contro il sovraffollamento e la carenza di risorse umane specializzate. In particolare a mancare sarebbero le "competenze per la gestione dei detenuti con problematiche psicologiche o psichiatriche e nelle situazioni di disagio derivanti dalla limitata offerta di lavoro e di altre attività formative".
Un'ipotesi che vede d'accordo anche i sindacati. Leo Angiulli, segretario Triveneto della Uspt spiega che la carenza di organico nel penitenziario di Belluno pesa per il 35 per cento. "La legge Madia - spiega il sindacalista - ha portato a un impoverimento del personale. Su Belluno ha pesato in modo rilevante anche una particolare coincidenza: l'apertura della sezione psichiatrica proprio nel momento in cui veniva ridotto il personale. C'è una difficoltà oggettiva - prosegue Angiulli - che non dipende dalla direzione ma proprio dallo Stato".
Robert Da Re, della segreteria provinciale della Cisl Belluno-Treviso, spiega che gli episodi di autolesionismo sono avvenuti spesso tra i detenuti transessuali. "Mentre nel reparto "comuni" il clima è sereno e ci sono le cooperative che lavorano, nella sezione dedicata ai transessuali e alla salute mentale la situazione è più complessa.
Abbiamo subito segnalato il problema - prosegue - anche perché nel territorio le strutture sanitarie non si occupano abitualmente di transessuali, visto l'esiguo numero nel territorio. Qualcosa dovrebbe cambiare con l'applicazione di una nuova delibera della giunta regionale ma al momento siamo in attesa. E fortunatamente le cose sono molto migliorate rispetto a quello che accadeva qualche anno fa quando in dodici mesi eravamo arrivati a quasi 200 aggressioni ai danni degli addetti". Ora quel genere di episodi si è ridotto ma il numero dei casi di autolesionismo indica che è presto per abbassare l'attenzione.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 2 febbraio 2020
Il disegno di legge della Regione Piemonte sugli affidamenti famigliari ("Allontanamento zero") sta suscitando molte contestazioni nel mondo degli operatori sociali che temono la criminalizzazione dell'istituto dell'affido. Il magistrato Emma Avezzù, Procuratore dei Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, per la prima volta interviene sull'argomento.
L'onda lunga delle vicende di Bibbiano sui presunti affidi illeciti - che hanno spopolato nelle cronache estive e continuano ad essere argomento di scontro politico - ha ispirato il Disegno di legge regionale del Piemonte "sull'allontanamento zero" presentato da Chiara Caucino (Lega), l'assessore alle Politiche della Famiglia e dei Bambini della Giunta Cirio.
Il testo (scaricabile sul sito della Regione www.regione.piemonte.it) come dice il titolo, si pone come obiettivo ridurre gli affidi famigliari fino a "zero" per permettere a tutti i bambini di crescere nelle proprie famiglie d'origine. Il progetto di legge, che fino al 14 febbraio sarà oggetto di discussione nella IV Commissione Consiliare che ha avviato le consultazioni on line invitando le parti coinvolte (associazioni, ordini professionali e tutti coloro che a vario titolo si occupano di minori) ad esprimere un parere, fin dalla sua pubblicazione ha suscitato molte perplessità tra gli addetti ai lavori circa l'"utopia dell'allontanamento zero".
Contro il Disegno di Legge sono usciti documenti delle associazioni delle famiglie affidatarie, dell'Ordine degli avvocati, una petizione lanciata dall'Università di Torino a cui hanno aderito docenti di tutt'Italia, è nato un comitato "Zero allontanamento Zero" a cui aderiscono, tra gli altri, l'Ordine degli assistenti sociali di Torino e Rita Turino, Garante dell'Infanzia e dell'Adolescenza del Piemonte: tutti invitano la Regione a ritirare la proposta di legge e ad avviare piuttosto un tavolo regionale sulla Tutela dei minori.
Ne abbiamo parlato con Emma Avezzù, da ottobre 2019 Procuratore dei minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, con una lunga esperienza come magistrato del Tribunale minorile torinese prima di essere nominata Procuratore capo dei minori a Brescia.
Procuratore cosa non funziona nell'Istituto dell'affidamento se, dopo i fatti di Bibbiano, si è rimesso in discussione tanto che la nostra Regione ha proposto un Disegno di legge che si pone l'obbiettivo di eliminare gli affidi in Piemonte almeno del 60 per cento?
"Sui fatti di Bibbiano la magistratura sta ancora lavorando e se ci sono stati degli illeciti, se si sono fatti favoritismi verso alcune famiglie affidatarie o se i servizi non hanno funzionato lo capiremo al termine dell'inchiesta. Intanto mi preme ricordare che l'affido è una misura temporanea perché il minore possa trovare soccorso quando la sua famiglia attraversa un momento di difficoltà. In Italia è regolato dalla legge 184 del 1983, modificata poi dalla legge 149 del 2001. Una legge dello Stato quindi c'è e funziona. La vicenda di Bibbiano che riguarda quel caso specifico - anche grazie a certa informazione, diffusa persino dalle reti televisive pubbliche, irrispettosa della Carta di Treviso che detta le regole per i giornalisti che informano su temi legati a minori - ha messo in cattiva luce l'istituto dell'affidamento in generale e questo è pericoloso. Intanto occorre fare attenzione ai termini.
Si parla spesso scorrettamente di "sottrarre un bambino alla famiglia": "sottrarre" fa pensare ad un oggetto. I bambini non sono un oggetto, non sono una proprietà. L'intervento dell'affido temporaneo ad una famiglia o ad una comunità mira alla tutela del minore quando vengano descritte situazioni di disagio e le assicuro che nella mia esperienza - prima come giudice in questo Tribunale, poi come Procuratore a Brescia ed ora di nuovo qui a Torino - le situazioni per cui i provvedimenti di tutela si rendono necessari sono numerosi".
Il Disegno di legge regionale insiste sul fatto che la maggior parte dei disagi dei minori sono dovuti a difficoltà economiche della famiglia che starebbero alla base dei motivi per cui si avviano gli allontanamenti...
"La legge 184 dice che le condizioni d' indigenza di una famiglia debbono portare l'ente locale a predisporre strumenti di sostegno al reddito, no di certo ad allontanare i bambini: non si sono mai allontanati minori solo a causa dell'indigenza. Lo scopo della legge è la tutela rispetto a disagi ben più gravi che la povertà. In caso di carenze igienico-sanitarie dell'abitazione del nucleo, di disoccupazione, quando non si è in grado di pagare il riscaldamento o l'affitto l'Ente pubblico interviene con le provvidenze e questo già si fa. Ma può capitare che la famiglia non si avvalga o non si rivolga all'Ente, o spenda i sussidi non per beni di prima necessità facendo vivere i bambini nella sporcizia e nell'incuria: allora senza dubbio occorre intervenire. Qui non si tratta solo d' indigenza ma di carenze educative".
Cosa vi preoccupa più della povertà?
"Il disagio psicologico ad esempio: non si può affermare che non si possono allontanare i bambini per "mero disagio psicologico o per mera inadeguatezza genitoriale". L'inadeguatezza genitoriale, la dipendenza da sostanze, la malattia psichica portano a patologie gravissime per i minori. Ho avuto esperienza di bambini che fin da neonati non venivano alzati dalla culla, non venivano presi in braccio, coccolati, mentre li si nutriva non li si guardava negli occhi. Quando ero giudice a Torino, molti anni fa, mi è capitato un caso di un bimbo di cui si sospettava una patologia neurologica perché stava immobile. Si è poi scoperto che non aveva assolutamente nulla ma non era mai stato preso in braccio... Non parliamo poi dell'incapacità dei genitori di contenere minimamente i figli, di dare delle regole: qui non si tratta di violare la privacy delle famiglie, ognuno ha le proprie modalità educative. Ma nostro dovere è pretendere il minimo e che cioè, ad esempio, i bambini non vengano maltrattati fisicamente e psicologicamente, che i figli non vengano apostrofati con parole che minano l'autostima, che non vengano umiliati o ignorati ma anche che abbiano regole negli orari, che vadano a letto col pigiama e quando si alzano si insegni loro a vestirsi: insomma i fondamentali dell'educazione. Ripeto nostro dovere è garantire il benessere fisico, materiale e psicologico del minore. Cioè garantire l'educazione".
Il testo del Disegno di legge regionale sottolinea che occorre fare il possibile perché il bambino rimanga nella famiglia d'origine e, qualora non sia possibile, che si affidi a parenti fino al quarto grado. Ci sono situazioni dove il legame di sangue non basta e interviene la genitorialità sociale, la "famiglia in prestito"...
"Certamente laddove è possibile si lavora perché il minore rimanga nella sua famiglia anche allargata ma quando anche i parenti del bambino non sono idonei dal punto di vista educativo perché ne è minata la sua integrità fisica e psicologica, gli affidatari sono una risorsa da sostenere e che in questo Paese hanno salvato migliaia di adolescenti. Pensiamo a tutte le situazioni che hanno consentito a minori con storie di vita difficilissime di godere di riferimenti famigliari adeguati, pensiamo anche a tanti genitori in difficoltà che hanno dato il consenso all'affido del figlio - sono una minoranza le famiglie che si oppongono - e sono riusciti con i sostegni adeguati a superare i momenti critici".
Quali sono i suoi rilievi sulla proposta di legge?
"Per ora la Regione ha inviato al Presidente del Tribunale dei Minorenni e a me il testo del progetto di legge senza convocarci per sentire un nostro parere. Con il Presidente penseremo di inviare una nota in cui esprimeremo la nostra opinione. Innanzitutto mi sento di dire che, fatti salvi i provvedimenti dell'autorità giudiziaria che sono la regola e che deve sempre intervenire, la stessa autorità giudiziaria deve però contare su servizi sociali che abbiano la possibilità di lavorare bene anche sulla prevenzione, come auspica il Disegno di legge, e di sentirsi legittimati. E qui in Piemonte i servizi sono assolutamente di prim'ordine. I limiti veri, su cui occorrerebbe che la politica si concentrasse, sono le carenze di personale e di mezzi. Accade a Torino che, anche con il consenso dei genitori all'allontanamento temporaneo di un minore o alla sua presa in carico da parte di un servizio specialistico, le liste d'attesa siano talmente lunghe che si arriva all'assurdità; e che cioè i servizi sociali chiedono a noi, autorità giudiziaria, un provvedimento d'urgenza così la pratica va avanti e il minore viene ospitato in comunità, o viene preso in carico, ad esempio dal Servizio psicologico. Diversamente si può attendere mesi... Ma un'iniziativa della Procura per i minori va messo in atto solo quando le situazioni sono molto gravi, e non vi sia consenso".
Quindi il lavoro dei servizi sociali è molto importante anche dal punto di vista della prevenzione...
"Senza dubbio e si fa già moltissimo. Penso al "Progetto Pippi" per prevenire l'istituzionalizzazione e accompagnare alla genitorialità e a tanti altri strumenti messi in campo dai servizi su territorio... Tutto questo c'è già e funziona. Ma anche qui ci vogliono più risorse, altro che "costo zero" come prevede il Disegno di legge pensando di limitare i costi dell'affidamento. Anche per questo credo che sugli allontanamenti su iniziativa dell'autorità amministrativa (regolati dall'ex art. 403 del Codice civile) per mezzo dei servizi sociali il disegno di legge non faccia i conti con la realtà: io sono qui da ottobre e registro che il 50 per cento dei provvedimenti non vengono messi in atto dai servizi (che spesso non sono a conoscenza della situazione di fragilità) ma vengono attivati dalle Forze dell'ordine, dagli ospedali o dalle scuole. Cioè non sono le assistenti sociali "cattive" che portano via i bambini: accade che, quando un bambino o la mamma vengono picchiati vanno in ospedale, oppure viene fatta una segnalazione alle Forze dell'ordine dai vicini di casa o talvolta dagli stessi ragazzini che, assistendo alle violenze, chiedono aiuto alla Polizia o ai Carabinieri. Poi ci sono ragazze adolescenti che si rivolgono alla scuola e che raccontano di maltrattamenti, o le maestre che segnalano di alunni con i ferite da frustate o bruciature... Ripeto la maggior parte degli allontanamenti non vengono messi in atto per motivi economici: certo, l'indigenza non aiuta, può darsi che le famiglie che hanno più mezzi e un livello culturale più elevato abbiano qualche risorsa in più nella famiglia allargata ma non si possono fare automatismi. Il disagio è trasversale. E ci vogliono più personale e risorse per intercettarlo prima che sia troppo tardi".
In questi giorni molte associazioni, ordini professionali e chi si occupa di minori auspicano che sarebbe più opportuna un' alleanza per i minori piuttosto che un dibattito che rischia di strumentalizzare i bambini...
"Certamente. A mio parere la Regione ha la possibilità di fornire tutti i mezzi possibili ai servizi, di predisporre gli interventi, in particolare di carattere economico e pensare anche a supporti nuovi o relativamente nuovi come l'affido part-time o diurno: sostegni educativi che possono essere messi in campo per mantenere un legame con la famiglia d'origine laddove è possibile. Occorre però non partire dal presupposto che l'allontanamento è necessariamente "una cosa cattiva" e da evitare quando invece ci sono esigenze di tutela dei bambini molto pressanti. Inoltre bisogna che si riconosca l'operato che i servizi svolgono con interventi preventivi di sostegno prima di pensare ad un allontanamento. Cerchiamo allora di incidere e potenziare su quello che già funziona, evitando di insistere sul fatto che gli allontanamenti non si devono fare: è una posizione che considera la gravità delle situazioni che sono reali e le esigenze di tutela dei bambini. Anziché demonizzare assistenti sociali e servizi potenziamoli perché possano rintracciare il disagio prima che si manifesti alle Forze dell'ordine o nei Pronto soccorsi quando è degenerato. In Piemonte i servizi sul fronte della prevenzione sono sempre stati virtuosi: delegittimarli significa scoraggiare le famiglie disposte ad adottare e a prendere minori in affidamento. Già i numeri delle disponibilità rispetto alle necessità sono inferiori, se screditiamo le famiglie affidatarie e i servizi rischiamo di far male a tanti minori che invece avrebbero bisogno di genitori disponibili ad accoglierli".
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 2 febbraio 2020
Il nuovo funzionario ha impugnato il provvedimento. Per ora torna la Incollu, reggerà anche Nuoro. Non sono solo i detenuti - specie quelli sottoposti al carcere duro del 41bis - che non gradiscono il trasferimento nel carcere di Bancali, scelto dallo Stato come modello nel pacchetto delle iniziative per la lotta alla mafia.
Anche i funzionari - specie quelli non sardi - preferiscono girare al largo e questo spiega le difficoltà finora incontrate dal ministero della Giustizia e dal Dipartimento nel trovare un direttore in pianta stabile. Finora si è andati avanti con provvedimenti a tempo e solo pochi giorni fa era trapelata la notizia della nomina di un direttore in pianta stabile: il nome era quello di Graziano Pujia che pare abbia già impugnato il provvedimento.
Niente da fare, quindi, almeno per ora. E così per correre ai ripari la scelta è stata quella di puntare su un funzionario che conosce bene quella realtà e che ha dimostrato di avere professionalità e capacità di gestione di livello superiore. Così, almeno per ora, a dirigere Bancali torna una donna, la dottoressa Patrizia Incollu, che reggerà anche Nuoro e Mamone: un carico di responsabilità notevole ma che la direttrice - che vanta una esperienza pluriennale con risultati di rilievo durante la sua attività di funzionario dello Stato - ha già dimostrato di sapere fronteggiare.
La Milanesi (che ha retto finora Bancali a scavalco) dirigerà invece Alghero e Tempio. In attesa che si sblocchi la vicenda del nuovo direttore, quindi, si torna al passato, con una scelta che in questo momento sembra l'unica in grado di dare garanzie. Nei giorni scorsi - dopo i gravi episodi delle aggressioni agli agenti della polizia penitenziaria che avevano fatto salire la tensione nella struttura penitenziaria di Bancali - c'era stata la visita del provveditore regionale delle carceri sarde Maurizio Veneziano.
Un sopralluogo per incontrare l'agente ferito e anche il detenuto protagonista della violenta protesta che - a sua volta - ha denunciato di essere stato picchiato. Ma anche per rendersi conto di persona delle criticità esistenti in una struttura di prima fascia che merita sicuramente ben altre attenzioni a livello centrale. Il provveditore aveva confermato a breve l'arrivo del direttore e nell'arco di due settimane anche del comandante della polizia penitenziaria.
E nel frattempo aveva garantito che per il periodo di vacanza avrebbe nominato un commissario per la reggenza. Nei prossimi giorni il provveditore dovrebbe incontrare i sindacati per un confronto sulle criticità a Bancali.
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