Il Riformista, 22 dicembre 2019
Quasi sei ore di Consiglio dei ministri, che partoriscono l'ok al decreto intercettazioni, ma anche solo un disco verde 'salvo' intese per il Mille Proroghe. E tensioni inedite sul Piano innovazione. Insomma, la riunione prenatalizia dell'esecutivo diventa emblematica dei problemi tra gli alleati, attesi a gennaio ad una verifica ormai non più rinviabile. La giustizia è sicuramente un tema divisivo, come testimonia il nodo dell'entrata in vigore dello stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado a partire dal primo gennaio.
di Luca Di Bartolomei
L'Espresso, 22 dicembre 2019
Sulle detenzioni e sul porto d'arma c'è meno controllo che sulla patente di guida. E nessuna norma permette di mettere in connessione l'uso di farmaci per i disturbi psichiatrici con la possibilità di avere un revolver o un fucile. Ma quanto disagio e quante angherie siamo in grado di sopportare prima di metter in pausa la razionalità? In un paese dove il declino del senso civico è costante ed orizzontale queste domande restano in attesa di risposta mentre il carico di frustrazione e aggressività cresce e spaventa.
Come la scorsa settimana, quando tornando verso casa mi sono imbattuto in un paio di universitari che molestavano un povero cristo addormentato in una strada d'angolo dietro al Verano, il cimitero monumentale di Roma. Due ragazzi così miseri e violenti da prendersela con un disgraziato "per fare serata". Due ragazzi che di colpo si sono trovati davanti un gruppo di adulti, normali fino un attimo prima e poi d'istinto rabbiosi per quanto avevano visto. Più che la cattiveria di quei due, a colpirmi è stata la violenza della nostra reazione: noi, in gruppo, per poco non prendevamo a botte due ventenni stupidi. E ripensare a quell'istinto di "farsi giustizia" mi produce vergogna.
Galleggiamo in una narrazione tossica dove l'unico paradigma sembra l'affermazione di sé, costi quel che costi. La menzogna di un successo inteso come fama, soldi e potere alla portata di tutti quelli che hanno il "coraggio" di prenderselo a scapito dell'altro sta definitivamente annientando quel minimo senso di comunità che era rimasto. E tutta questa distanza fra una falsa percezione di benessere e la mediocre quotidianità di tanti ci peggiora, ci incattivisce. Un paese disgregato, ogni giorno psicologicamente più fragile; e non è un caso se ci confessiamo come una nazione che torna a desiderare l'uomo forte.
La nostra intolleranza alla vista del disagio, sia momentaneo o cronicizzato ad esempio per una malattia mentale, dovrebbe preoccuparci molto. Mostriamo sempre maggiore reticenza alla solidarietà, facendo di tutto per rimuovere ogni rappresentazione di malessere, addirittura accettando la rinascita di lager sull'altra sponda del Mediterraneo. Disagio, solitudine, incertezza, rabbia sono sensazioni diffuse come moneta corrente e forse non bastano più a dare le coordinate di un malessere profondo.
Il sintomo più drammatico e radicale personalmente lo ritrovo osservando le statistiche di suicidio. Gli ultimi dati dell'Istat parlano di 12.877 fra il 2014 e il 2017. Otto su dieci sono stati compiuti da uomini. Ma cosa ancora peggiore sono giovani: quella dell'abbassamento dell'età nella quale questi tentativi sono messi in atto è forse la più triste delle novità. Tanto la cattiveria si è diffusa fra gli italiani quanto la sensibilità diventata una colpa. Giovani e anziani, ceti sociali fragili nei quali sono più intensi i sentimenti di solitudine, insicurezza e incertezza. E poi, ovviamente, come agnello sacrificale le donne: in questo caso vittime predestinate di ogni fase storica in cui paura e rabbia rendono i maschi ossessionati.
Ma se non inserissimo tutto questo in un contesto politico compiremmo un enorme sbaglio: in una cornice sociale ad alta infiammabilità dove il futuro spaventa e la prima preoccupazione riguarda il lavoro come strumento di sopravvivenza e non più di miglioramento viene da chiedersi se la riforma della legislazione sulla legittima difesa e sulle armi non rappresenti un gigantesco fattore di rischio. Una normativa che se da un lato non ha fondamento nei numeri (in costante riduzione) dell'Italia criminale, dall'altro rappresenta la soddisfazione di questa rabbiosità diffusa: la possibilità di farsi una propria "giustizia".
Senza dimenticare un aspetto essenziale: che la paura è un sentimento classista, perché colpisce maggiormente chi non ha gli strumenti culturali per elaborare fatti e contesti che gli consentirebbero di ridimensionare le proprie preoccupazioni. Sulle detenzioni e sui porto d'arma c'è meno controllo che sulla patente di guida. In pochi ad esempio si preoccupano di revocare un porto d'arma a chi è stato oggetto di un Trattamento sanitario obbligatorio e nessuna norma permette di mettere in connessione l'uso di farmaci per il controllo dell'ansia, della depressione o più in generale di disturbi psichiatrici con la possibilità di avere a casa, dentro un cassetto, un revolver o un fucile. Eppure in una società in cui crescono gli elementi di incertezza, di solitudine e di senso di abbandono, maggiore dovrebbe essere il controllo sulle armi, sulla loro diffusione e sul loro uso. E la cronaca settimanale, da Palermo a Udine passando per Esperia e Nettuno, ce lo ricorda visto che già oggi i legali detentori di armi uccidono più della mafia.
Per fronteggiare quella che la sanità statunitense considera "un'emergenza di sanità pubblica" (American Medical Association 2018) e che nel prossimo decennio stima "oltre un milione di americani feriti o uccisi da una pistola", un ruolo speciale (insieme alle forze di polizia) dovrebbero svolgerlo coloro che - come i medici - sono più vicini alle famiglie, alle loro necessità, avendo gli strumenti per cogliere le condizioni di salute della mente, le capacità di comprendere e valutare le situazioni di pericolo e di misurare le proprie reazioni (Bauchner Jama 2017, Taichman 2017). "Medici dei cittadini", ha detto recentemente Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), "garanti di quei diritti, di quei principi e di quelle libertà che sono alla base della nostra democrazia".
Se il dovere principale del medico è la tutela della vita, tra i tanti fronti aperti per la professione dovrebbe trovare spazio anche questo: in tutti i Paesi dove le armi da fuoco sono più facilmente accessibili, alle persone accade un maggior numero di incidenti, si compiono più omicidi e il tasso di criminalità è più elevato.
In un momento in cui la sanità vede anche i propri operatori direttamente colpiti da una escalation di violenza e chiede l'adozione di soluzioni volte a garantire la sicurezza dei medici, riaffermare i valori etici di rispetto e solidarietà domandando una maggiore cautela nell'accesso alle armi da fuoco da parte dei cittadini è un'urgenza non più rinviabile.
nuovairpinia.it, 22 dicembre 2019
Questa mattina il Centro Italiano Femminile di Aiello del Sabato e Avellino consegnano 9 giochi personalizzati ai figli delle detenute di Lauro e si preparano a consegnare i doni in vista dell'Epifania alla Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.
Cif, giochi in dono ai figli dei detenuti. Vola alto la raccolta dei giochi usati aperta dal Centro Italiano Femminile comunale di Aiello del Sabato, tanto che questa mattina ha consentito la consegna di 9 giochi personalizzati ai bambini che vivono nella struttura circondariale di Lauro, insieme ad altri giochi che resteranno a disposizione della struttura di Bellizzi ad Avellino. La consegna è avvenuta da parte delle due presidenti dei Cif di Aiello Costantina Della Sala e di Avellino Francesca Archidiacono, ricevute dal direttore della Casa Circondariale di Avellino Paolo Pastena, e che hanno contribuito a regalare un po' di serenità ai figli delle detenute.
"In qualità di presidente del Cif di Aiello, ho lanciato l'iniziativa della raccolta dei giochi usati sia per strutture adibite alla formazione- che alla socializzazione secondaria e primaria-, sia per il riciclo e riutilizzo dei giochi, tesi alla salvaguardia dell'ambiente, e ad evitare l'acquisto di oggetti nuovi" spiega Costantina Della Sala.
"Oltre a queste motivazioni, c'è un gesto di solidarietà di fondo che trovato una grande risposta e disponibilità da parte di famiglie e persone che hanno donato con grande spirito di condivisione. Abbiamo destinato i giochi a famiglie e strutture e, stamattina abbiamo donato ai bambini che vivono nella struttura penitenziaria a Lauro.
Sono stati consegnati 9 giochi personalizzati, poi altri sono stati invece consegnati a Bellizzi, presso la Casa Circondariale per i bambini che accedono per i colloqui. L'infanzia è un momento da preservare: tutti i bambini hanno diritto a vivere l'infanzia e il gioco è fondamentale, quindi abbiamo deciso di dedicarci a quelle strutture per alleggerire la condizione di grave disagio di quei bambini che si trovano a vivere certe condizioni" conclude.
La solidarietà però, non si esaurisce con le festività natalizie: la raccolta dei giochi proseguirà fino al 6 gennaio, ovvero fino alla consegna dei giochi alla Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, dove il Cif di Avellino e di Aiello stanno organizzando la consegna per l'Epifania. "Il Cif provinciale ha sposato e supportato la lodevole iniziativa del Cif comunale di Aiello perché incarna la solidarietà e lo spirito cristiano che da sempre sono segno distintivo dell'associazione" spiega la presidente del Centro di Avellino Francesca Archidiacono.
"L'azione del Cif è radicata profondamente nel tessuto sociale e interagisce e collabora con le varie istituzioni, operando con competenza, sensibilità e consapevolezza. Pertanto, il progetto promosso dal Cif di Aiello di raccogliere giocattoli da donare ai figli delle detenute, mette la solidarietà al promo posto, nel periodo dell'anno che più di ogni altro parla di amore e vicinanza. Oggi i Cif hanno consegnato questi doni alla Casa Circondariale di Bellizzi, e per l'Epifania consegneremo altri giocattoli alla Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi. Le attività di raccolta quindi non si fermano" sottolinea l'avvocato Archidiacono.
Il Centro Italiano Femminile di Aiello, intanto, ringrazia le strutture che hanno messo a disposizione i punti raccolta, l'associazione Terra Viva Project, il Cif Avellino nella persona della Presidente Provinciale Francesca Archidiacono e alla Direttrice del Consultorio Familiare del Cif di Avellino Wanda Della Sala, a tutte le volontarie del Cif Aiello che si sono impegnate.
bsnews.it, 22 dicembre 2019
È stato inaugurato ieri (venerdì 20 dicembre) lo Sportello di ascolto e consulenza, per ex detenuti e familiari, che Fiducia e Libertà ha voluto aprire in vicolo Paitone n. 47 (traversa di via Capriolo) a Brescia. Un traguardo importante per i volontari dell'Associazione che sono riusciti a realizzare questo spazio nel cuore della città grazie anche al prezioso sostegno ricevuto dall'Assessore alle Pari Opportunità del Comune di Brescia, Roberta Morelli, e al generoso contributo di Ubi Banca, Fondazione Oltre di Cuore Amico, Fondazione Bonoris.
Lo sportello ospita i locali dove i volontari lavoreranno e porteranno avanti i progetti rivolti agli ex detenuti e ai loro famigliari, un segno di continuità verso il recupero di chi esce dal carcere e deve affrontare di nuovo la vita oltre le sbarre ricominciando daccapo. "L'idea di realizzare uno Sportello come quello inaugurato oggi - ha detto la Presidente di Fiducia e Libertà, Danila Biglino - è dettata anche alla volontà di dare continuità ai laboratori di genitorialità che si svolgono attualmente per i detenuti in carcere.
Un ringraziamento particolare a chi ha contribuito alla realizzazione di questo luogo, al sostegno ricevuto dall'Assessore alle Pari Opportunità del Comune di Brescia, Roberta Morelli, e ai volontari che dedicano il loro tempo per le attività dell'Associazione". Si tratta di un ulteriore tassello, un proseguimento dei progetti rivolti ai detenuti realizzati dall'Associazione Fi.li, due laboratori che coinvolgono ad oggi 30 detenuti. Lo Sportello di ascolto e consulenza per ex detenuti e loro famigliari è aperto tutti i giorni di martedì e giovedì dalle 9.30 alle 12.30, il sabato si riceve su appuntamento. Per maggiori informazioni 3200004943,
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 22 dicembre 2019
Sono tante le testimonianze che i migranti ci consegnano dopo aver superato innumerevoli prove, le-gate ai viaggi e alle dolorose traversie che devono affrontare, traumi umani e linguistici, profonde lacerazioni e possibili ricuciture, ma poche quelle destinate a restare, questo perché in letteratura, come sappiamo, il nucleo tematico, per quanto interessante possa essere, conta poco.
A incidere è soprattutto lo stile, il timbro di voce. Soltanto lavorando sul respiro della scrittura si può arrivare a comprendere e far comprendere che quanto accade a un essere umano non riguarda soltanto lui, ma chiama in causa tutti noi. Nessuno può sperare di chiudersi a chiave dentro casa per salvaguardare chissà quali proprietà economiche o culturali. Ogni fiore conservato in bacheca è destinato, prima o poi, ad avvizzire.
Shahram Khosravi, esule iraniano fuggito dalla sua patria come obiettore di coscienza e, dopo anni di peregrinazioni fra Pakistan e India, giunto in Svezia dove insegna antropologia all'università di Stoccolma, ha scritto un libro, pubblicato nel 2010 e solo oggi tradotto dall'inglese da Elena Cantoni, che ha pochi uguali: in originale s'intitolava 'Illegal' Traveller, An Auto-Ethnography of Borders, da noi "Io sono confine" (Elèuthera, pp. 238, 18 euro).
Le vicende richiamano quelle tipiche dei profughi: il distacco dalla famiglia, la vita all'addiaccio, gli arresti, le perquisizioni, persino le sparatorie (come il colpo di pistola che il protagonista riceve in pieno viso, vittima di un razzista seriale), reclusioni anche in capo al mondo (la detenzione nel campo di prigionia di Kiruna, oltre il circolo polare artico). Eppure la dimensione riflessiva e speculativa non viene mai meno, al punto che si passa dai toni del romanzo a quelli del saggio.
L'autobiografia è ancorata a un ricco corredo bibliografico che comprende i più grandi pensatori occidentali, da Walter Benjamin e Edward Said, ai quali il testo è dedicato, fino a Jacques Derrida e Giorgio Agamben, come se l'autore, dopo aver assorbito gran parte della cultura critica occidentale, avesse fatto ricerca diretta-mente su sé stesso.
Ne consegue un'opera per molti versi incasellabile: i librai, lasciandosi guidare dall'etichetta esterna, la collocano negli scaffali delle ricerche etnografiche, accanto a Malinowski e Levi-Strauss, tanto per intenderci, ma in realtà la sua posizione più azzeccata dovrebbe essere nella sezione di narrativa. La tensione emotiva si forma nei giorni trascorsi nelle misere stanze dell'hotel Shalimar di Karachi, in attesa di varcare nuove frontiere, sotto i vecchi ventilatori che ruotano lenti sui soffitti recando poco sollievo dal vento bollente e diventa sempre più forte fra la comunità di nullafacenti che ruota intorno a Defence Colony, quartiere di New Delhi, dove accanto alle prestigiose sedi-fortezza delle più importanti ambasciate, vive e prospera un mondo straccione e disperato ai margini del mercato ortofrutticolo.
Shahram si aggira fra trafficanti e spacciatori, poveri vagabondi e guardie doganali, clandestini e poeti, nel tentativo di trovare una casa dove abitare, una lingua in cui esprimersi, una famiglia che possa accoglierlo. Solo in Svezia comincerà ad elaborare ciò che gli è capitato. Non sarà facile ricomporre i pezzi dell'esistenza distrutta. Alla fine due famosi racconti di Franz Kafka lo aiuteranno in questa azione di consapevolezza, non senza lasciar crescere nel suo animo un sentimento amaro e sconsolato.
Il primo è Davanti alla Legge: la storia di un contadino il quale trascorre l'intera vita in attesa di varcare la soglia in grado di farlo entrare nel mondo della giustizia, salvo scoprire alla fine dall'usciere che glielo impediva una verità sconcertante: la porta rimasta per sempre chiusa in realtà sarebbe stata destinata solo a lui. Il secondo, La tana, l'ultimo testo di Kafka, evoca un uomo-animale, schiacciato alle pareti del nascondiglio, alle prese con un probabile nemico che, dopo essere riuscito a intrufolarsi, forse vorrebbe ucciderlo.
di Carmelo Lopapa
La Repubblica, 22 dicembre 2019
Il presepe in una mano, la dava nell'altra, soprattutto contro i giudici. Matteo Salvini battezza così la sua nuova, personalissima Lega. Costruita ad hoc per lanciare la corsa a Palazzo Chigi, sotto gli occhi sconfortati e impotenti di Umberto Bossi, comparso a sorpresa nel salone da 500 posti dell'hotel Da Vinci nell'estrema periferia milanese.
Tre ore e appena 126 delegati possono bastare per scindere le due leghe, la bad company condannata in processo e debitrice dalla "cosa" di Salvíni. Sarebbe il primo partito d'Italia, il salone è per metà vuoto. Il Senatur entra senza preavviso in sala su sedia a rotelle, spinto dalla vecchia guardia, è accolto da una standing ovation.
Salvini gli stringe la mano, non plaude al ruggito del vecchio leone, ma lo abbraccia quando va via. Poi, quando Bossi è già fuori, lo attacca: "Di passato si muore, bisogna guardare avanti". La minoranza di Gianni Fava ha disertato, Roberto Maroni, non pervenuto, ha avvertito attraverso un'intervista alla Stampa che il Nord non rappresentato rischia di dar vita a un soggetto diverso.
La vecchia Lega Nord per l'indipendenza della Padania resta in vita ma, come spiega ai congressisti l'uomo dei cavilli Roberto Calderoli, giusto perché "abbiamo un impegno da rispettare con la procura di Genova".
Appena 49 milioni di euro da restituire allo Stato, come ricordano fuori dall'hotel le poche decine di sardine mobilitate in un flash-mob che è un mezzo flop, complice il maltempo. Dentro, l'approvazione del nuovo statuto è storia di pochi istanti, il tempo di un'alzata di mano, unanimità e via, nel partito del capo funziona così. Del verde Lega old style non c'è più traccia. Sullo sfondo la scritta "Congresso federale" senza nemmeno la parola Lega (per evitare disparità tra vecchia e nuova).
Resta un grande Alberto da Giussano, lo stesso che campeggia in oro sul bavero delle giacche delle decine di parlamentari. Non si vedono più nemmeno le cravatte, color verde. Il logo della Lega "Salvini premier" è SU un blu scuro assai trumpiano. Il governatore Luca Zaia prende la parola per insultare i 5 stelle: "Il Paese non può avere i grillini sulle palle, hanno alimentato odio sociale". Parla e torna in fretta in Emilia l'aspirante governatrice Lucia Borgonzoni.
Prende la parola e quasi uccide il congresso con 30 minuti di sermone il nuovo l'ex ideologo M5s e ora sovranista Paolo Becchi. Quando prende la parola Giancarlo Giorgetti, dopo cotanti relatori, sembra De Gasperi. Ma è l'ex vicepremier a monopolizzare la scena e a trasformare la tribuna nel più personale e autoreferenziale dei comizi (in 45 minuti). Show in chiave anti giudici nel solco del primo Berlusconi "perseguitato" dalle toghe. Chi osa processarlo attenta alla "sovranità nazionale e del popolo: se è così, processateci tutti".
Fa votare per alzata di mano il ricorso all'"autodenuncia di massa" per sequestro di persona se il 20 gennaio in giunta al Senato dovessero davvero votare la sua autorizzazione a procedere. Perché "è vergognoso per un Paese civile processare chi ha difeso i confini". Dunque, "se pensano di impaurirmi con la minaccia del carcere, hanno sbagliato persona".
È la magistratura che non rispetterebbe la separazione dei poteri: "Se qualcuno vuol fare politica, si candidi come sempre col Pd". Poi, anche qui in pieno stile berlusconiano, sferza un secondo attacco, stavolta alla Corte Costituzionale che a metà gennaio si pronuncerà sulla loro richiesta di referendum per abrogare la parte proporzionale del Rosatellum: "Contiamo che i giudici supremi non scippino questo diritto di democrazia al popolo italiano". È un crescendo dai toni a tratti inquietanti, in cui la sua battaglia diventa la battaglia della "libertà contro la dittatura". La Lega, in questa visione onirica, diventa "l'unica ancora di salvezza per il popolo cristiano dell'Occidente". C'è da preoccuparsi? Ma no, rassicura i giornalisti Giorgetti a fine lavori.
"C'è un nuovo conservatorismo occidentale, in stile Trump e Boris Johnson". Prima di chiudere, Salvini trova il tempo per una strigliata contro i troppi "pigri" e gli "assenti" al congresso, forse stanco di fare tutto da solo. E per minacciare un altro colpo alla Costituzione: "Quando torneremo al governo cancelleremo i senatori a vita".
E infine per una nuova convocazione di piazza, il 18 gennaio, a una settimana dalle regionali, stavolta a Maranello, alle porte di casa Ferrari, "tutti vestiti di rosso, per esaltare l'Italia del sì e dell'ingegno". Per adesso stop alla campagna elettorale permanente, giusto perché è Natale. Ai governatori e ai parlamentari il dono di un vino "Sforzato della Valtellina", tra i preferiti del segretario, con tanto di etichetta da lui firmata. Sipario, tutti a casa. La guerra ricomincia a gennaio, dal fronte emiliano.
di Tonino Perna
Il Manifesto, 22 dicembre 2019
Cosche e politica. Le norme volute da Matteo Salvini modificano il destino dei beni confiscati alle 'ndrine: quelli di valore superiore a 400 mila euro vengono messi all'asta e quelli di valore inferiore dati a trattativa privata. Prima la maxi-operazione contro la 'ndrangheta condotta dal Gratteri con 334 arresti e 5 divieti di dimora, il giorno dopo gli arresti eccellenti in Piemonte con gli stessi capi d'imputazione e il solito intreccio tra 'ndrangheta, politica, imprenditori.
Ormai è chiaro: non c'è regione italiana dove non sia penetrata la 'ndrangheta, dove non abbia messo le mani sul potere economico e politico. Lo sappiamo da anni, ma ogni volta ci stupiamo perché è difficile ammetterlo: il nostro Paese è in buona parte governato da 'ndrangheta, camorra, mafia e sacra corona unita, che si sono trasformate da arcaiche organizzazioni criminali, legate a vecchi riti e tradizioni locali, in borghesia mafiosa capace di gestire flussi di denaro enormi.
Una classe sociale, emergente già negli anni Settanta, che grazie allo straordinario sviluppo nel mercato delle droghe, è riuscita ad accumulare enormi capitali che ha reinvestito in attività legali e nella corruzione degli apparati pubblici.
Senza voler giustificare questo fenomeno, si può dire che questa è stata la risposta del Sud, impoverito e abbandonato dallo Stato, una sorta di Nemesi storica. Sicuramente lo è stato per il cuore della 'ndrangheta più potente, quella del triangolo Africo-Platì-San Luca, dove numerose famiglie di pastori sottoposti allo sfruttamento feroce dei proprietari terrieri (ancora negli anni Cinquanta venivano pagati in natura e vivevano come "sardine" in scatola, in casupole malsane) hanno abbracciato la via criminale al capitalismo, prima con i sequestri di persona (anni Settanta) e poi con il controllo crescente del mercato della droga. La loro forza sta nella rabbia sociale, nella coesione del clan familiare, nella sete di potere. Così in trent'anni sono diventati talmente potenti da aver sostituito la mafia siciliana nel controllo del mercato a più alto tasso di profitto: quello della cocaina.
Come ci ha insegnato il grande Fernand Braudel il motore del capitalismo è l'extra-profitto, grandi rischi e grandi profitti, che si basa su uno scarto di informazione tra domanda e offerta. I mercati illegali - droga, armi, rifiuti tossici, beni archeologici - offrono una grande opportunità per accumulare in tempi brevi grandi capitali e quindi guidare, attraverso gli investimenti, il processo di accumulazione capitalistico. Ed è nel nostro Paese che questo processo si è registrato trovando una resistenza ondivaga da parte dello Stato, con alcuni suoi servitori che ci hanno rimesso la vita ed altri che sono entrati in rotta di collusione con le mafie.
Come è noto, siamo il Paese che ha la migliore legislazione antimafia, grazie al sacrificio di Pio La Torre (1982) che ha fatto varare dal Parlamento italiano la prima legge al mondo che prevede il sequestro dei beni dei mafiosi. Successivamente, grazie al grande impegno di Libera con la legge 109/96 i beni confiscati alla borghesia mafiosa devono essere utilizzati a fini sociali. Una vera e propria rivoluzione in un Paese capitalistico: una redistribuzione della ricchezza dal capitale mafioso alle cooperative sociali, associazioni, enti pubblici.
Complessivamente, in questi ultimi venti anni sono migliaia i beni confiscati per svariati miliardi, in Calabria e nel resto d'Italia, per un valore di circa 30 miliardi al 2018. Questa guerra alla 'ndrangheta ha portato come primo risultato la fuga dei capitali mafiosi dalla Calabria, che nell'ultimo decennio si sono trasferiti decisamente verso il Nord Italia, Europa, e resto del mondo. Su quello che si stima come fatturato annuo di 55 miliardi, la 'ndrangheta ne realizza 44 nel Nord Italia ed Europa.
Il secondo effetto è stato quello della chiusura in Calabria di ipermercati, alberghi, ristoranti, aziende agricole, ecc. Purtroppo, la lentezza burocratica ha impedito che una parte significativa di questi beni (circa 17.000 devono essere ancora assegnati!) fossero valorizzati e spesso sono stati portati al fallimento, con la relativa perdita di migliaia di posti di lavoro in una terra con un altissimo tasso di disoccupazione. Risultato finale: la benemerita azione repressiva dello Stato da sola non solo non basta, ma è addirittura controproducente sul piano del consenso sociale.
Ci vorrebbe un grande intervento pubblico compensativo, con assunzioni in settori chiave della Pa (sanità, servizi sociali, Università, ecc.) e investimenti mirati alla valorizzazione delle imprese "sane" sopravvissute. Ed invece... Arriva il dl 113/18, noto come Decreto Sicurezza 1, con cui i beni confiscati di valore superiore ai 400 mila euro vengono messi all'asta e quelli di valore inferiore dati a trattativa privata. Fantastico!
Ecco come e perché la Lega ha riscosso un grande successo elettorale alle ultime elezioni. Siamo ad una svolta storica: o va avanti il contrasto alla borghesia mafiosa attraverso un processo di redistribuzione della ricchezza e un intervento fattivo dello Stato che risponda ai bisogni sociali delle popolazioni meridionali, oppure il capitale mafioso si riprende i beni confiscati e fa una bella pernacchia alle istituzioni.
L'Osservatore Romano, 22 dicembre 2019
Sono almeno diciotto i detenuti morti e venti quelli rimasti feriti ieri pomeriggio nel corso di un probabile scontro tra bande avvenuto nel carcere di Tela nella regione costiera di Atlàntida in Honduras. Al momento le autorità hanno riferito di non conoscere la motivazione della sparatoria. Dovranno inoltre essere stabilite le modalità dell'ingresso nella prigione delle armi usate nello scontro tra i prigionieri. Martedì scorso il governo del paese caraibico aveva dichiarato lo stato d'emergenza per il sistema carcerario nazionale, dopo diversi episodi di violenza negli ultimi mesi a causa di problemi di sicurezza nelle carceri.
Misura che aveva comportato la sospensione dei direttori civili delle carceri, sostituiti da una commissione speciale guidata da ufficiali militari e agenti di polizia. Tuttavia, il trasferimento del controllo alla commissione speciale non era stato ancora completato al momento della sommossa nella prigione di Tela, ha dichiarato José Coello, portavoce del nuovo sistema di comando del penitenziario. Coello ha poi precisato che le forze di sicurezza si sono rapidamente schierate in prigione per ripristinare l'ordine e avviare un'indagine.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 21 dicembre 2019
Bonafede ottiene il via libera alla prescrizione, i dem incassano l'ok alla riforma delle intercettazioni. Duri gli avvocati: "Surreale". Anche l'ultima speranza, il vertice di maggioranza sulla giustizia di giovedì, ha deluso i garantisti. Il Pd punta a trattare a oltranza e la riforma della legge sulle intercettazioni diventa la moneta di scambio per la prescrizione.
intervista di Antonio Pitoni
La Notizia, 21 dicembre 2019
"Mai più banchieri fraudolenti impuniti. Ben venga il contributo degli alleati purché costruttivo". C'è un dato di fatto inoppugnabile, mette in evidenza la deputata M5S, Angela Salafia: "La riforma della prescrizione entrerà in vigore il prossimo primo gennaio". Volenti o nolenti, alleati e opposizione, da Italia Vivia a Forza Italia dovranno farsene una ragione.
Più che una pace, sulla prescrizione sembra una tregua armata: Italia Viva continua a sparare contro la riforma Bonafede e il Pd annuncia che presenterà una propria proposta di legge. Siamo al tutti contro tutti?
"Ognuno è libero di dare il proprio contributo - fermo restando che dovrebbe essere sempre positivo - specie quando si tratta di un tema così importante. Detto questo, la riforma della prescrizione entrerà in vigore il prossimo primo gennaio e di lì a poco si ricomincerà a dialogare e lavorare. Esattamente come abbiamo fatto fino ad ora".
Dopo averla votata, ora Salvini dice che la legge Bonafede è una barbarie. Teme che sulle posizioni della Lega e del Centrodestra più in generale, possano convergere pezzi della maggioranza, a cominciare da Italia Viva, per smontare la riforma della prescrizione?
"L'incoerenza di Salvini non è più una sorpresa per nessuno. Detto questo, ho difficoltà a pensare che Italia Viva e Lega possano condividere la stessa idea di giustizia. Non ricordo che sia accaduto in tempi recenti, quando Renzi era ancora nel Pd, e mi sorprenderebbe se le cose cambiassero proprio ora".
Il vice ministro Buffagni, intanto, taglia corto: "Tra i grandi amici della prescrizione, ci sono tutti quei banchieri fraudolenti che truffavano gli italiani e che noi vogliamo far pagare". è anche a questo che serve la riforma della prescrizione?
"Con la nostra riforma della prescrizione sarà molto più difficile che i procedimenti penali finiscano in un nulla di fatto, quindi sì: anche i banchieri fraudolenti, dovranno fare i conti con una giustizia più efficace. Ovviamente non si tratta solo di questo, non parliamo certo di un intervento selettivo su alcuni tipi di reati. Gli effetti della nuova prescrizione ricadranno su tutti i processi, a partire dalla sentenza di primo grado. L'obiettivo, al di là dei singoli casi, è quello di dare ai giudici maggiori possibilità di arrivare fino in fondo per poter accertare la verità".
C'è però chi obietta, anche nella maggioranza, che i processi non possono durare in eterno. Bloccando la prescrizione dopo il primo grado si va verso il fine giudizio mai?
"Al contrario, con lo stop della prescrizione si va verso processi più rapidi. Nessuno, nei gradi di giudizio successivi al primo, avrà più interesse a rallentare e a perdere tempo, perché nessuno sarà più salvato dalla prescrizione dei reati. La norma è pensata per garantire la ragionevole durata dei procedimenti, e con la riforma del processo penale verranno introdotti ulteriori strumenti per comprimere i tempi e rendere la macchina della giustizia ancora più efficiente. D'altronde, anche l'Associazione nazionale magistrati, in audizione alla Camera, ha detto chiaramente che quella del "fine giudizio mai" è una ipotesi priva di fondamento".
Trovata l'intesa sulle intercettazioni, resta il nodo della riforma del processo penale. Come se ne esce?
"Al di là degli aspetti più strettamente politici di questa vicenda, sono convinta che nessuno sia contrario all'idea di comprimere i tempi dei processi e di restituire ai cittadini una giustizia più rapida. Non credo sia necessario aggiungere altro".
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