di Piero Sansonetti
Il Riformista, 20 dicembre 2019
È possibile opporsi al blocco delle navi che soccorrono i migranti, senza chiedere l'arresto, o la condanna per reati gravissimi, di chi invece è favorevole al blocco? Seconda domanda: è possibile essere favorevoli alla Tav senza chiedere la prigione per chi si oppone alla Tav?
Ecco, io per esempio sono per la piena accoglienza dei migranti, e depreco le posizioni dell'ex ministro Salvini, che considero reazionarie, sbagliate e anche, talvolta, poco umane: e tuttavia non credo che il senatore Salvini vada messo in prigione. Così come, dopo lunghi "pensamenti" e dubbi, sono fondamentalmente favorevole alla realizzazione della Tav, ma trovo del tutto insensato andare la mattina presto ad arrestare i leader del movimento che si oppone alla Tav.
Ieri è stato il giorno del trionfo dell'idea bipartisan delle manette come strumento essenziale di lotta politica. Abbiamo saputo che il tribunale dei Ministri di Catania ha respinto la richiesta di archiviazione, saggiamente avanzata dalla procura di Siracusa, e ha chiesto al Senato l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini che nel luglio scorso, quando era ministro dell'Interno, impedì per diversi giorni lo sbarco di un centinaio di migranti che erano stati soccorsi e trasportati a terra a bordo della nave Gregoretti, della Guardia costiera italiana.
Il tribunale dei Ministri di Catania chiede che Salvini sia incriminato per sequestro di persona, e cioè lo paragona ai banditi che negli anni Ottanta rapivano le persone ricche - anche i bambini - per ottenere cospicui riscatti. La pena prevista per il reato contestato a Salvini è di 15 anni di prigione (e la prescrizione scatterà, con la legge attuale, non prima del 2035). I Cinque stelle l'anno scorso hanno negato l'autorizzazione a procedere, ma stavolta hanno annunciato che la daranno. Santa coerenza.
Nella stessa giornata di ieri la polizia - su mandato della Procura di Torino - ha realizzato una vera e propria retata contro i leader del movimento no Tav. Ha arrestato i due principali leader del gruppo di estrema sinistra che si chiama Askatasuna. (Askatasuna è una parola della lingua basca: vuol dire libertà; ed è anche il nome di un partito politico nazionalista basco di estrema sinistra). 14 arresti in tutto. I più noti sono Giorgio Rossetto e Mattia Marzuoli, che sono tra i leader più in vista del movimento no Tav e che nel luglio scorso, insieme a qualche centinaio di attivisti, partecipano alla manifestazione notturna davanti ai cancelli del cantiere Tav a Chiomonte.
È una manifestazione "estiva" che si svolge tutti gli anni. I nemici della Tav si riuniscono, sfilano, cantano, fanno casino. Qualche volta sparano un po' di fumogeni. Non hanno mai né ferito né contuso nessuno. Neanche una sbucciatura. Non c'è mai stato scontro fisico con la polizia, che in genere resta dentro il recinto dei cantieri e risponde alle proteste tirando lacrimogeni. Ma i lacrimogeni vanno contro i manifestanti, non contro la polizia.
Stavolta i leader dei no Tav sono accusati di avere incitato gli attivisti a danneggiare i cancelli, anzi, il cancello. Non è precisato quale danno sia stato provocato al cancello di ferro. Credo che sia stato notevolmente scrostato e che bisognerà riverniciarlo. I leader dei no Tav sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, perché non hanno rispettato l'ordine di andar via, di travisamento (reato del quale non so molto, e ignoro se abbia a che fare con la cattiva interpretazione dei testi) e - come si diceva - di danneggiamento. Non sono accusati di lesioni o di reati violenti. I reati contestati (compreso il pericoloso travisamento) sono di luglio, cinque mesi fa, non si può dire che ci sia piena flagranza. Qual è la ragione dell'arresto? La ragione è quella di sempre: fare la faccia feroce, mostrare potere, dare spettacolo.
Torniamo a Salvini. Ieri, giustamente, ha fatto fuoco e fiamme per la notizia della richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui. L'ha messa giù con i suoi toni esagerati di sempre, parlando di dovere di difesa dei confini nazionali. Io, naturalmente, penso che non ci fosse nessun confine da difendere, e che ci sia una bella differenza tra le armate austriache del generale Radetzky e quei 131 poveri africani, affamati e disperati, sfuggiti ai lager libici.
Penso però che Salvini abbia ragione a infuriarsi contro l'insensatezza della richiesta di autorizzazione contro di lui, che appare un gesto di intimidazione e di invasione di campo da parte di un pezzetto della magistratura. Sempre più arrogante. Subito dopo però Salvini ha chiesto alla Procura torinese di non essere lassista e di agire con rigore e durezza contro gli oppositori della Tav. Ecco, io vorrei solo che Matteo Salvini si fermasse un attimo piccolo piccolo a riflettere. Come fa a non capire che non si può essere garantisti con la politica del palazzo, e con sé stessi, e poi superare il forcaiolismo di Travaglio, o di Caselli, quando le vittime dei manettari sono i suoi oppositori? Io sono certo che se si ferma a riflettere, e se per una volta rinuncia alla propaganda, capisce che le due posizioni sono incompatibili.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Consentiti l'esame e la copia del materiale. La riforma delle intercettazioni fa un mezzo passo avanti verso la tutela del diritto di difesa. All'avvocato saranno consentiti l'accesso per via telematica a tutto il materiale depositato e l'acquisizione diretta dall'archivio del pm delle conversazioni non trascritte, con possibilità di estrarre copia. Ma il decreto con cui Bonafede ha proposto ieri agli alleati la "correzione" del testo Orlando non rende davvero efficace il divieto di captare i colloqui fra difensore e assistito.
n passo avanti verso le esigenze della difesa, ma non risolutivo. Il decreto intercettazioni riveduto e corretto dal guardasigilli Alfonso Bonafede è la vera novità anche per l'ennesimo conclave sulla giustizia, celebrato ieri pomeriggio a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte.
Ed è anche una risposta efficace, almeno in parte, alle contraddizioni fatte emergere subito dopo l'emanazione del decreto Orlando, due anni fa, da Cnf, Unione Camere penali e Anm: il testo integrativo discusso nel vertice di ieri ridefinisce il divieto di trascrivere le parti irrilevanti o lesive della privacy, che non saranno dunque "filtrate" arbitrariamente dalla polizia giudiziaria, e prevede anche modalità soddisfacenti per l'accesso del difensore, persino la possibilità di estrarre copia. Restano però alcune gravi questioni aperte.
Spiare l'avvocato, il divieto virtuale - La più importante riguarda il divieto di intercettare il difensore, che continua a essere non effettivo. Nella bozza esaminata ieri dal ministro Bonafede con gli alleati non compare infatti alcuna modifica all'articolo 103 del codice di procedura penale, in particolare rispetto alle conversazioni fra l'avvocato e il suo assistito, che restano sì inutilizzabili ma che in realtà i pm potranno continuare ad acquisire, con la possibilità - per i più scorretti - di ascoltarle comunque, e di svelare in modo indebito la strategia difensiva. Il nodo resta eccome, e al momento la maggioranza sembra troppo distratta da altri aspetti del decreto intercettazioni e, soprattutto, dall'eterno tira e molla sulla prescrizione. Ma, come auspicato più volte dal presidente del Cnf Andrea Mascherin, lo stesso esame parlamentare del decreto integrativo di Bonafede potrà essere l'occasione per tutelare finalmente la segretezza delle comunicazioni professionali del difensore.
Cosa dicono le nuove norme - Sono gli aspetti tecnici di una giornata complessa, segnata dalle difficoltà di concludere un accordo in tempi rapidi. L'analisi puntuale delle norme avviene in tempo reale nella stessa riunione di ieri pomeriggio, decisa solo poche ore prima: molti dei numerosi partecipanti all'incontro non hanno avuto modo di arrivarci "preparati".
Altra complicazione è lo stridore fra l'imminente entrata in vigore della nuova prescrizione, a cui Pd e Italia viva sono ormai rassegnati, e il rinvio delle norme sulle intercettazioni, materia tenuta in sospeso fino alla fine del vertice, che finisce quando questo numero del Dubbio è già in tipografia.
Nel dettaglio, le correzioni alla riforma Orlando appor0tate dal testo "integrativo" di Bonafede, anche sulla scia delle richieste di avvocatura e Anm, ricalibrano uno dei punti chiave del testo di due anni fa (mai entrato in vigore): la non trascrivibilità delle comunicazioni irrilevanti e lesive della privacy.
Un divieto non più esplicito per la polizia giudiziaria, in modo da sciogliere il paradosso di una selezione del materiale da riportare nei verbali che altrimenti sarebbe rimasta tutta in capo agli agenti. Non sarà più così, perché gli addetti alle captazioni ora potrebbero anche verbalizzare tutto, ma dovranno tener conto che poi il pm vigilerà affinché dai brogliacci restino fuori quanto meno le espressioni lesive della reputazione, o della privacy, delle persone coinvolte, sdoganate però se rilevanti per le indagini. È chiaro che un problema resta, perché il meccanismo non impedirà di nascondere aspetti utili alla difesa.
Però a fare la differenza è un'altra modifica del codice di rito che consente all'avvocato di esaminare per via telematica tutto il materiale intercettato e verbalizzato per via telematica. Sempre il difensore sarà tra le categorie autorizzate ad accedere fisicamente all'archivio riservato del pm, dov'è custodito anche il materiale non trascritto.
Potrà ascoltarlo ed estrarre copia dei file, e i suoi accessi, come quelli di magistrati, agenti e cancellieri, saranno debitamente annotati in un registro digitale. Rispetto alla tutela della privacy, si interviene un po' a macchia di leopardo. Ridefinito il divieto di trascrizione, con il controllo più stringente del pm, c'è il divieto di pubblicare tutte le intercettazioni irrilevanti, senza però che vengano irrobustite le patetiche sanzioni per chi il giornale che se ne infischia (127 euro di "multa").
Viene introdotto un ulteriore controllo del giudice sull'eventuale sopravvivenza di brogliacci non rispettosi della privacy. Sembrano più utili, però, non solo la ribadita tracciabilità degli accessi all'archivio riservato del pm, ma anche l'indicazione, rimasta integra rispetto al testo di Orlando, secondo cui nelle richieste del pm sono riprodotti "solo i brani essenziali" del materiale intercettato.
Confermate le indiscrezioni sulla estensione dell'uso dei trojan a tutti i reati di corruzione con pena dai 5 anni in su: lo "spazza corrotti" lo aveva consentito solo per gli illeciti commessi dal pubblico ufficiale. Così come trova accoglienza una delle richieste più pressanti avanzate dai capi delle grandi Procure, la norma transitoria: il testo di Bonafede chiarisce che le nuove norme si applicano solo ai reati commessi dopo l'entrata in vigore della riforma.
di Sergio D'Elia*, Rita Bernardini* e Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 20 dicembre 2019
La moratoria delle esecuzioni capitali e poi le sentenze sull'ergastolo ostativo. Non è che l'inizio. Prosegue la lotta di Nessuno tocchi Caino per lo Stato di Diritto e la tutela della dignità umana. Da oggi il Congresso nel carcere di Opera.
di Carlo Bertini e Francesco Grignetti
La Stampa, 20 dicembre 2019
Ieri vertice a Palazzo Chigi. Ma Italia Viva è contraria. E restano due spine: processo penale e legge elettorale. Un accordo c'è, sulla giustizia, con un doppio via libera alla nuova prescrizione (legge Bonafede) e alle nuove intercettazioni (legge Orlando).
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 dicembre 2019
Un altro vertice di maggioranza fallito. Ma il 1 gennaio arriva lo stop, Bonafede festeggia. Il rinvio arriva, ma solo sulle intercettazioni come chiedevano dall'inizio i grillini. A furia di vertici falliti, lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado che tre partiti (Pd, Italia viva e Leu) su quattro della maggioranza di governo (il quarto è il M5S) non avrebbero mai voluto vedere entrare in vigore nel testo attuale, diventerà invece legge il prossimo primo gennaio.
E il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, al termine dell'ennesima riunione che ha potuto solo registrare il mancato accordo sul punto, si è persino detto "orgoglioso" di poter festeggiare il capodanno con la riforma. Quella che lui considera "una norma di civiltà" e che al contrario la maggioranza, i penalisti, molti magistrati e la gran parte dei giuristi considerano una norma incostituzionale. Un passo in avanti, piccolo, i giallo-rossi lo hanno invece fatto sulle regole delle intercettazioni.
Al centro del vertice a palazzo Chigi c'era però la prescrizione. Davanti al presidente del Consiglio è ripartito il pressing degli alleati per convincere Bonafede a un rinvio dell'entrata in vigore della "sua" riforma, approvata all'inizio dell'anno assieme alla Lega. Pd, Iv e Leu chiedono tempo per approvare norme di sicuro impatto sulla durata dei processi. Per evitare che altrimenti la fine della prescrizione per chiunque, colpevoli e innocenti, dopo il primo grado, si trasformi con certezza in un "ergastolo processuale".
Processi infiniti senza più il pungolo del limite temporale, altro che "ragionevole durata" costituzionale. Bonafede l'ha spuntata, solo dichiarandosi "disponibile senza preclusioni" a discutere anche delle proposte degli alleati, in testa la "prescrizione processuale". Ma dal 7 gennaio. Intanto la fine della prescrizione entra in vigore. Per quanto non produca effetti pratici immediati (è una norma di diritto sostanziale) una eventuale modifica successiva avrà l'effetto di introdurre due regimi diversi.
Il rinvio è invece al centro dell'accordo sulle intercettazioni. Altrimenti la riforma firmata dall'ex guardasigilli Orlando (Pd) e contestata dai 5 Stelle nelle piazze e sul blog, sarebbe entrata in vigore il 1 gennaio. Un rinvio ridotto rispetto a quello di sei mesi che il ministro voleva inserire nel decreto "mille proroghe".
Appena due mesi: la proroga potrebbe essere approvata domani dal Consiglio dei ministri. Ma non è certo. Solo oggi "tutte le forze avranno modo di vedere la norma nero su bianco", ha spiegato alla fine del vertice Bonafede, "c'è un accordo di massima".
Nel caso reggesse, il governo potrebbe fare un decreto ad hoc o inserire nel "mille proroghe" il quarto rinvio dell'entrata in vigore della riforma, stavolta fino al 1 marzo (una domenica); a parte arriverebbero le correzioni nel merito delle intercettazioni sulle quali c'è adesso, forse, un'intesa.
Due mesi sono "giusto il tempo di approvare le modifiche concordate", ha spiegato il senatore Grasso che era al vertice nella delegazione di Leu ma è andato via prima della fine.
Le modifiche sulle quali si è trovato un accordo riguardano due aspetti. Verrà recuperato il controllo del pm sulla massa delle intercettazioni grezze, dove adesso è previsto sia la polizia giudiziaria a decidere cosa palesemente non interessa ai fini delle indagini - un modo per evitare di trascrivere particolari irrilevanti. Sarà poi consentito agli avvocati di eccepire sulla rilevanza delle intercettazioni.
Il difensore potrà ancora accedere all'archivio riservato - quello nel quale vengono conservati tutte le intercettazioni non (o non ancora) giudicate rilevanti - con le medesime modalità di sicurezza. Potrà cioè solo ascoltare l'audio senza poterne avere una copia e senza poter prendere appunti (cosa invece possibile per le intercettazioni rilevanti). Ma se sorgerà una divergenza su cosa è o non è irrilevante avrà la possibilità di rivolgersi al giudice (in contraddittorio con il pm).
isnews.it, 20 dicembre 2019
Nuova udienza in Corte d'Assise del processo per il decesso di Fabio De Luca avvenuto nel penitenziario di Isernia. In aula ricostruito l'iter delle indagini. Nuova udienza stamane in Corte d'Assise a Campobasso del procedimento che vede imputati Francesco Formigli ed Elia Tatangelo per la morte di Fabio De Luca, detenuto nel carcere di Isernia, avvenuta nel novembre del 2014.
In aula sono approdati i filmati girati dal sistema di sorveglianza del penitenziario di Ponte San Leonardo: video che riprendevano il corridoio nei momenti immediatamente precedenti e poi successivi al tragico evento. E sono stati analizzati altresì i passaggi salienti delle indagini svolte. Il tutto per ricostruire la dinamica dei fatti e rispondere al quesito: omicidio o malore?
Domanda cui si cerca di dare risposta anche nel corso del processo parallelo, di scena a Isernia, che vede accusato del presunto delitto una terza persona: il 25enne campano Aniello Sequino. Intanto, l'udienza nel capoluogo di regione è stata aggiornata al 31 gennaio prossimo. In quella circostanza è prevista l'escussione di altri nove teste del pubblico ministero.
Si tratta della ex fidanzata del 45enne scomparso, un familiare della donna, un ispettore di polizia penitenziaria e ben sei detenuti. I fatti, si ricorda, risalgono alla sera del 5 novembre 2014, quando De Luca fu portato d'urgenza all'Ospedale Veneziale con pesanti traumi alla testa. Si parlò di caduta accidentale. L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indagò sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma.
L'11 novembre, dopo circa una settimana di agonia in Rianimazione, il 45enne morì al Cardarelli, dove nel frattempo era stato trasferito. L'autopsia, eseguita due giorni dopo il decesso, stabilì che le ferite sul corpo di De Luca erano incompatibili con una caduta accidentale.
"Trauma cranico multifocale": fu il responso contenuto nella relazione del medico legale Vincenzo Vecchione. Morte indotta, dunque, forse a seguito di un pestaggio in cella. Per quel decesso tre ex compagni di detenzione della vittima vennero accusati a vario titolo di omicidio dalla Procura di Isernia. La svolta nelle indagini ci fu nel novembre del 2015, con l'arresto dei presunti responsabili, ora a giudizio.
Corriere dell'Umbria, 20 dicembre 2019
Dramma nel carcere di Spoleto dove si è tolto la vita un detenuto di 40 anni. Il corpo senza vita del recluso, di nazionalità albanese, è stato rinvenuto all'interno della cella che gli era stata assegnata recentemente a seguito del rientro a Spoleto dopo un periodo trascorso in un istituto toscano. A fare la tragica scoperta sono stati gli agenti della polizia penitenziaria durante il controllo della sezione comune, come conferma Roberto Filippi dell'Osapp.
Inutili i soccorsi per il quarantenne che si è suicidato impiccandosi. Profondo il dolore all'interno del carcere di Maiano per l'estremo gesto del detenuto, che all'interno del carcere di Spoleto ha sempre avuto un comportamento esemplare. Era un grande lavoratore e fruiva di permessi. Non ci potevamo immaginare un gesto così grave da parte sua".
di Maurizio Pavani
lombardiaquotidiano.com, 20 dicembre 2019
"Sono molto soddisfatto per i risultati positivi ottenuti con il tour di presentazione dello Sportello del Garante dei detenuti presso le carceri lombarde e molto motivato per i progetti formativi che andremo a realizzare nel 2020 in ambito sanitario di primo soccorso e con il monitoraggio territoriale dei defibrillatori presenti nelle carceri. Anche coloro che nella vita hanno commesso degli errori e per questo si trovano reclusi, devono sapere che le istituzioni non li lasceranno mai soli perché anche dal carcere si può ricominciare una nuova vita rispettosa dei diritti degli individui, uomini, donne e bambini".
Lo ha detto questa mattina il Difensore regionale della Lombardia Carlo Lio alla presenza dei Vice Presidenti del Consiglio regionale Francesca Brianza e Carlo Borghetti, della Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano Giovanna Di Rosa e dell'ex provveditore alle carceri lombarde e "storico" direttore di San Vittore Luigi Pagano, durante l'incontro e scambio di auguri in occasione delle festività natalizie che si è tenuto al 23° piano di Palazzo Pirelli con i Direttori delle Carceri lombarde, i comandanti della Polizia penitenziaria e Provveditori regionali.
Al centro della riunione, un bilancio sulle positive iniziative intraprese nel corso del 2019 con le aperture degli "Sportelli del Garante dei detenuti" presso le case di detenzione della Lombardia e la presentazione di un nuovo progetto formativo in ambito sanitario e di intervento di primo soccorso riservato ai detenuti che vorranno specializzarsi in questo settore.
Al progetto formativo si affiancherà la mappatura-monitoraggio dei defibrillatori. I Servizi dello "Sportello del Garante dei detenuti" sono già attivi nelle Case Circondariali e di Reclusione di Milano-San Vittore, Milano-Opera, Milano-Bollate, Monza, Busto Arsizio, Pavia, Vigevano, Voghera, Como, Bergamo, Brescia-Canton Monbello, Brescia-Verziano, Lodi e Varese.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2019
Le modifiche domani in Consiglio dei ministri, operative dal 2 marzo. Alla fine arriva la schiarita almeno sul fronte delle intercettazioni. Il vertice di ieri tra le forze di maggioranza, con la presenza del capo del Governo Giuseppe Conte, porta a un'intesa su uno dei temi ancora aperti in materia di giustizia.
La Repubblica, 20 dicembre 2019
Per la Suprema corte la "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi" dal collaboratore di giustizia non permettono la concessione degli arresti domiciliari. E il "compiuto ravvedimento" e il "pentimento civile" vanno approfonditi e verificati nel tempo. Giovanni Brusca, il killer della strage di Capaci e dell'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo non può andare ai domiciliari: la sua "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi" non permettono la concessione di questo beneficio, per il quale è necessario che ci sia un "compiuto ravvedimento" e il "pentimento civile", elementi che vanno approfonditi e verificati nel tempo. Lo spiega la Prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 7 ottobre, ha respinto la richiesta di domiciliari al collaboratore di giustizia ed ex boss di Cosa nostra, che sconta a Rebibbia 30 anni di carcere, con fine pena nel 2022. Brusca chiedeva di poter accedere agli arresti domiciliari, istanza già respinta dal tribunale di sorveglianza di Roma.
Ma proprio la "caratura criminale che ha dimostrato nella sua vita di possedere" portano a considerare "non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento, ma solo di un ravvedimento non compiuto, anche considerata l'incertezza del completamento del suo percorso di pentimento".
Con la sentenza depositata oggi, i giudici di piazza Cavour condividono le conclusioni del Tribunale di sorveglianza della capitale, rilevando "l'insussistenza della prova di un effettivo compiuto ravvedimento", e che "lo sforzo di Brusca nel manifestare il suo pentimento civile e il suo intento di riconciliazione nei confronti delle famiglie delle vittime e della società tutta vadano approfonditi e verificati nel corso del tempo". Inoltre, si legge ancora nella sentenza, "a fronte delle indubbie manifestazioni di resipiscenza" di Giovanni Brusca, le "iniziative riparatorie" da lui intraprese non sono "ancora espressione di un suo compiuto ravvedimento", ma che tale percorso "sia attualmente soltanto positivamente avviato".
Dunque, il "positivo percorso trattamentale portato avanti da Brusca", continua la Suprema Corte, il "suo 'buon' livello di revisione critica del passato e il comportamento collaborativo da lui tenuto" non sono indici "sufficienti" in relazione al suo "indiscusso spessore criminale".
Nella sentenza della Cassazione infatti si ricorda che la "storia criminale di Brusca è senza dubbio unica e senza precedenti", con "più di cento omicidi commessi, con le modalità più cruente, in alcuni casi senza selezionare le vittime, ma colpendo indifferentemente bambini solo per realizzare vendette trasversali, capi mafia, servitori dello Stato, privati cittadini caduti nell'ambito dell'attività stragista", e come, "tra tanti 'uomini d'onorè, nessuno avesse realizzato un pari percorso sanguinario, manifestando inusitata violenza e assoluto spregio per il valore della vita umana".
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