di Stefano Mannoni
Il Giornale, 1 febbraio 2020
"Ghiribizzi penalistici per colpevoli", di Fausto Giunta. Di liberali in giro ne sono rimasti pochi. E quelli sopravvissuti non albergano, salvo eccezioni, nelle facoltà di giurisprudenza italiane. Per quale ragione? Perché in esse la fa da padrone un pensiero unico inappellabile che può riassumersi così: la separazione dei poteri è un punto di vista derogabile; il primato della giurisdizione è indiscutibile; la dialettica istituzionale è solo tra giudici di livello più basso e più alto fino a quelli internazionali; e infine le garanzie individuali non sono un valore assoluto ma condizionato alla salvaguardia dell'etica pubblica.
Ecco perché quando un professore di diritto penale dell'Università di Firenze, Fausto Giunta, si avventura a esprimere una argomentata opinione dissenziente è doveroso prestargli ascolto. Nel suo libro, "Ghiribizzi penalistici per colpevoli", Ets, 2019, non si può proprio dire che la mandi a dire, seppure con eleganza e ironia. Il punto di partenza è lo stato attuale del diritto penale: la norma non viene più creata dal legislatore e applicata dal giudice, bensì abbozzata dal Parlamento e definita nel corso del processo.
Eppure le cose non dovrebbero stare così. Il principio di riserva di legge da tre secoli a questa parte serve proprio a difendere il cittadino dall'arbitrio del giudice. Il cittadino dovrebbe sapere quali comportamenti creano un disvalore sociale tale da attirargli la sanzione penale. Strano a dirsi, ma sono in molti a non pensarla in questo modo. Il vero nemico sarebbe il legislatore e il magistrato invece apparirebbe come l'alfiere di giustizia, complice il tenace discredito che da trenta anni colpisce il Parlamento.
Non è così del resto che funziona negli Usa? Non comandano i giudici? Non proprio, ci ricorda Giunta. In Italia si è sviluppata la tendenza a prendere a prestito dagli Usa le componenti che fanno comodo per rigettare le altre. Sì allora all'abolizione del grado di appello nel merito, ma no all'adozione della giuria; sì a una certa indeterminatezza della norma penale, ma no alla fedeltà al precedente, per tacere poi dei contrappesi rappresentati dalla discrezionalità dell'azione penale e dalla scelta dei giudici nel novero degli avvocati, addirittura aborriti.
A impensierire in tutto questo è lo sviluppo di una concezione vendicativa del penale e della convinzione che la norma si plasmi nel processo, il che spiega la tenace e perversa campagna in corso a favore dell'allungamento della prescrizione.
Le parole di Giunta sono sferzanti nel descrivere la condizione in cui versa la giustizia penale: "bulimia punitiva", "diritto penale populista", "libertinaggio ermeneutico". In filosofia vi è del resto chi avalla questa degenerazione dicendo: non vi sono fatti, ma solo interpretazioni. Verrebbe da commentare: ce ne siamo accorti!
Non è detto del resto che questa concezione sacerdotale che affida ai giudici tanto il facere quanto il dicere del diritto migliori di molto salendo i gradi del giudizio. Persino i giudici europei del Lussemburgo e la Corte costituzionale non vanno esenti da critiche per cedimenti molto significativi rispetto alla bibbia del liberalismo penale. Alla quale, nella sostanza, ci dice Giunta bisogna tornare resistendo alle sirene di un diritto libero amministrato da mandarini del diritto legittimati solo dal carisma popolare e da una supposta sapienza tecnica.
E allora ecco la ricetta. Innanzitutto restituire centralità alla riserva di legge che, per quanto appannata nel suo ruolo di garanzia, è sempre superiore alla interpretazione soggettiva di un ceto di giudici irresponsabili. In secondo luogo ripudiare il fondamentalismo punitivo che confonde la linea di demarcazione tra illecito penale e giudizio morale.
In terzo luogo rifuggire da ogni forma di surrettizia responsabilità penale oggettiva che annacqui il requisito del dolo o della colpa individuali. Infine mettere mano all'ordinamento giudiziario che non può rimanere racchiuso nel recinto di una corporazione autoreferenziale. Giusto. Sapevamo che essere liberali è impegno quotidiano e controcorrente. Fausto Giunta ci ha dato un incoraggiamento per perseverare.
di Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini, Igor Boni
Il Riformista, 1 febbraio 2020
Il 2 febbraio, il memorandum Italia-Libia verrà rinnovato per altri tre anni, senza che alcuna modifica sia stata apportata. Domenica dalle 15.30 i Radicali saranno in piazza, a Montecitorio, di fronte a un Parlamento vuoto e silenzioso, esattamente come è stato il dibattito politico su questo scellerato accordo che mira a contenere il flusso di migranti e rifugiati che giungono via mare dalla Libia, anche se ciò significa esporre persone già vulnerabili al rischio di subire ulteriori abusi e violenze. L'art. 80 della Costituzione impone un voto parlamentare che non c'è stato e non è in programma, una violazione inaccettabile dello stato di diritto da parte delle Istituzioni. A fine ottobre il ministro degli esteri Di Maio si dichiarava disposto a modificare il memorandum, seguito a pochi giorni di distanza dalle analoghe affermazioni della ministra dell'interno Lamorgese.
Sono passati tre mesi, mesi in cui molte delle persone - mille solo nei primi giorni dell'anno - che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo centrale sono state intercettate dalla Guardia costiera libica e riportate in un paese in aperto conflitto nel quale, come denunciano le Nazioni unite, la detenzione arbitraria, il sequestro di persona, l'estorsione sono pratiche sistematiche, insieme ai diffusi casi di tortura, molestie e stupro, omicidio. Un paese dove i civili sono un bersaglio e il numero di sfollati interni è in aumento. Ai pericoli della violenza generalizzata, per rifugiati e migranti, si somma il rischio di essere condotti nei centri di detenzione, lager degli orrori in mano a gruppi armati, o di essere usati come scudi in carne e ossa, in prima linea nei combattimenti.
Alla determinazione di questo destino, potenzialmente puntellato da violazioni dei diritti umani, noi contribuiamo con milioni di euro, unità e mezzi terrestri e navali. Dal 2017, quando l'accordo è stato firmato, secondo le stime di Oxfam l'Italia ha stanziato oltre 570 milioni di euro per sostenere la Guardia costiera libica, le operazioni navali nel Mediterraneo, l'adeguamento dei centri di detenzione, il contenimento dei flussi e i rimpatri "volontari'". Siamo complici a tutti gli effetti. La risposta della politica di fronte al racconto delle atrocità che le organizzazioni internazionali documentano è il silenzio. Perché non si porta in Parlamento la discussione sul memorandum? Cosa aspetta il governo a intervenire? Attende forse che la situazione in Libia si stabilizzi? È un paradosso. Se l'instabilità è tale da non consentire neppure una modifica del memorandum, allo stesso modo determina uno scenario in cui è impensabile tenere in piedi un accordo il cui prezzo, per molti, è la vita. Deve essere sospeso immediatamente: l'Italia deve tornare a promuovere la tutela dei diritti umani e non permetterne la violazione.
I risultati delle regionali spazzano via ogni giustificazione data a questo infinito temporeggiamento e mettono nelle mani delle forze politiche l'opportunità di fare la differenza, di essere davvero discontinui dal primo governo Conte, in modo incisivo. Ci rivolgiamo ai presidenti delle Camere e al Parlamento, dove il memorandum Italia-Libia non è mai giunto: portate l'accordo in aula per sospenderne con effetto immediato l'efficacia. Bisogna esserci, non possiamo permettere che l'Italia contribuisca in modo sistematico a questa mostruosità senza opporci, dobbiamo far sapere alle istituzioni che non vogliamo accettare questo imperdonabile coinvolgimento.
Corriere di Viterbo, 31 gennaio 2020
"La situazione è inaccettabile per un paese civile, urgono misure urgenti del ministro della Giustizia, che non sono più in alcun modo rimandabili". Lo afferma il presidente del Codacons Marco Donzelli, commentando i dati contenuti nel dossier del Comitato anti tortura del Consiglio d'Europa che ha puntato i riflettori sul carcere Mammagialla di Viterbo e sugli altri istituti penitenziari di Biella, Milano Opera, Saluzzo, dove i detenuti sarebbero stati sottoposti a minacce e maltrattamenti da parte degli agenti della polizia penitenziaria. "Presenteremo un esposto allo stato italiano e alle amministrazioni responsabili in quanto di sua diretta responsabilità il buono e corretto andamento delle carceri italiane", aggiunge Donzelli.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
Tra i reati "decaduti", quelli dei "colletti bianchi" sono meno del 10%. Da almeno un mese e mezzo l'Unione Camere penali attende dal ministero della Giustizia i dati sui tipi di reato che vanno più spesso in prescrizione. Nulla, nessuna risposta.
Tanto che la scorsa settimana l'associazione dei penalisti italiani, presieduta da Gian Domenico Caiazza, ha proposto una formale istanza di accesso agli atti. Qualora non fosse evasa da via Arenula, l'Ucpi sarebbe legittimata a ricorrere al Tar per vedersi riconosciuto coattivamente il dato negato dall'amministrazione.
Ma da ieri un indizio tutt'altro che trascurabile, per non dire una prova, avvalora i sospetti dell'avvocatura: secondo il Rapporto Italia 2020 dell'Eurispes, non è affatto vero che ad andare in prescrizione sono soprattutto gli illeciti dei "colletti bianchi", e in particolare i reati di corruzione. Dal lavoro di ricerca dell'istituto presieduto da Gian Maria Fara si ricavano molti dati allarmanti sulle tendenze dell'opinione pubblica, ma anche alcuni elementi di fatto sul funzionamento della macchina dello Stato. Giustizia compresa.
Ebbene, per chi è interessato al dibattito sulla prescrizione, e in generale alla presunzione di non colpevolezza, andare, prego, alla scheda numero 42. È dedicata al processo penale, ed è il frutto di uno specifico approfondimento svolto dall'Eurispes proprio con la colloborazione dei penalisti italiani. Si scopre che i reati di corruzione prescritti sono meno del 10% rispetto al totale delle declaratorie di prescrizione.
E considerato che queste ultime rappresentano appena il 10% dei "procedimenti arrivati a sentenza", vuol dire che i "corrotti salvati dalla prescrizione", per dirla con i fautori della riforma Bonafede, rappresentano una quota insignificante. I "colletti bianchi che sono riusciti a farla franca" (qui il copyright è proprio di Luigi Di Maio) perché il reato si è prescritto rappresenterebbero sì e no l' 1% degli imputati destinatari di una qualche sentenza.
Ora, per carità: si tratta di una ricerca scientifica. Non dei dati del ministero. Quelli, per ora, non ci sono, e pende l'istanza di accesso agli atti sopracitata. Eppure è innegabile la serietà con cui l'Eurispes conduce le proprie ricerche. Nello specifico, sono stati monitorati qualcosa come 13.755 processi, in 32 sedi giudiziarie omogeneamente disseminate in tutto il Paese. Il valore quanto meno indicativo del dato sulle corruzioni prescritte, dunque, è indiscutibile. E anzi, l'Eurispes neppure ha voluto scorporare i dati raccolti in modo da enfatizzare la statistica, spiazzante, sui "colletti bianchi".
Prima, infatti, si è detto che i reati contro la pubblica amministrazione finiti in prescrizione sarebbero meno del 10% di tutti quelli estinti per decorrenza termini. In realtà potrebbero essere significativamente meno. Perché il dato rilevato dall'istituto di ricerca, pari esattamente al 10,2%, accorpa in realtà non solo le fattispecie tradizionalmente accomunate sotto la voce "corruzione" (tra cui anche la concussione, il peculato, la malversazione e così via).
In quel 10,2% ci sono tutti i reati "contro lo Stato, le altre istituzioni sociali e l'ordine pubblico". La categoria include, per intenderci, anche fattispecie come la violenza o la resistenza a pubblico ufficiale. Se ne deduce perciò che i "corrotti salvati dalla prescrizione" sono, secondo la ricerca, persino meno dell'1% degli imputati destinatari di una qualche sentenza.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, per assegnare al rango delle "fake news" la tesi per cui la prescrizione sarebbe la scialuppa di salvataggio del corrotto. E dalla ricerca Eurispes emerge con chiarezza quanto fosse plausibile la convinzione dell'Ucpi sulla reale natura delle fattispecie che non arrivano a sentenza per intervenuta decorrenza termini: si tratta di reati come furti, rapine, traffico di droga.
Sono gli illeciti per i quali, non a caso, è stata condannata la stragrande maggioranza delle persone oggi recluse in Italia. Secondo l'Eurispes, a finire prescritti sono infatti prima di tutto i reati contro il patrimonio (25,1%), quindi i reati contro la persona (15,6%) e poi le violazioni al Codice della strada (7,6%) e i delitti legati alla droga (4,1%).
Sul processo penale l'Eurispes propone altre statistiche, in parte diffuse già nello scorso mese di ottobre. Alcune forniscono smentite altrettanto nette rispetto alle teorie del cosiddetto fronte giustizialista: sul totale delle sentenze quasi il 30%, il 29,8 per l'esattezza, sono di assoluzione. Le condanne propriamente dette non sono tanto più numerose: il 43,6%. A cui vanno aggiunte comunque le tipologie di estinzione del reato diverse dalla prescrizione, quali la remissione di querela o l'esito positivo della messa alla prova.
Altri dati ancora sono di un certo interesse rispetto alle scelte fatte, o da fare, sulla riforma penale. In particolare quelle sui riti alternativi: rispetto al totale dei processi, l'abbreviato incide per il 4,6%, ed è ancora più insignificante il numero dei patteggiamenti, pari ad appena il 2%.
Basterebbe potenziare tali istituti, renderli effettivamente "appetibili", per decongestionare i Tribunali e scongiurare le prescrizioni. È, non a caso, l'orizzonte suggerito dall'avvocatura e dagli stessi magistrati al tavolo istituto da Bonafede. Che nelle ultime bozze della sua riforma pare aver dato ascolto, almeno su tale particolare aspetto, a chi il processo lo conduce materialmente ogni giorno nelle aule di giustizia.
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
Oggi apre l'anno giudiziario, a Roma. Domani in tutte e 26 le Corti d'Appello. Apre sotto pessimi auspici. Il timore è che il 2020 sia l'anno "nero" della Giustizia. La magistratura, che negli anni scorsi aveva vissuto momenti di divisione, di discussione - persino di pensiero critico - sembra essersi ricompattata.
di Daniele Priori
Il Riformista, 31 gennaio 2020
"Anche gli innocenti vanno in carcere". Le voci delle vittime di errori giudiziari irrompono nel dibattito sulla prescrizione con una proposta di legge che chiede l'istituzione di una Giornata nazionale da celebrarsi ogni anno il 17 giugno nell'anniversario dell'arresto di Enzo Tortora, assolto dopo una condanna in primo grado "che con la legge sulla prescrizione di oggi avrebbe rischiato di morire con il marchio della colpevolezza", fa notare Francesca Scopelliti, compagna storica del conduttore e presidente della Fondazione a lui dedicata.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
I soggetti interessati all'esecuzione penale esterna sono 94.537. Rendere il carcere l'ultima ratio e perseguire, attraverso la pena da scontare fuori dalle mura, l'attuazione piena dell'articolo 27 della Costituzione. Sono queste le richieste del sindacato che chiede più organico per attuare al meglio l'esecuzione penale esterna.
internapoli.it, 31 gennaio 2020
Lo scorso lunedì, in seguito al ritrovamento del cadavere di Carmelo Marchese, deceduto all'interno del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, è stata aperta una inchiesta dalla Procura di Barcellona per omicidio colposo allo stato contro ignoti.
Fatto ingresso al carcere Pagliarelli di Palermo, i medici, viste le condizioni di salute del soggetto, le quali apparivano incompatibili con il regime carcerario, stabilirono che sarebbe stato necessario il trasferimento in un carcere munito di struttura sanitaria. Il detenuto messinese, quindi, è stato portato a Barcellona. Nel frattempo il suo difensore, l'avvocato Giovanni Villari, aveva richiesto dapprima il ricovero in struttura adeguata e successivamente, al rigetto dell'istanza, aveva presentato richiesta di incidente probatorio.
Marchese, trovandosi in manette per scontare un cumulo di pene, pare soffrisse di una serie di patologie, anche al cuore, avrebbe avuto difficoltà respiratorie e avrebbe assunto farmaci. Il tutto sarebbe stato più volte segnalato dai familiari della vittima. È stata disposta l'autopsia del corpo, la quale sarà eseguita dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo, mentre il perito per la difesa sarà il dottor Fabrizio Perri. Resta da accertare cosa sia accaduto e quali siano le cause che hanno portato alla morte del deceduto.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 31 gennaio 2020
Continua acceso il confronto politico sulla riforma della prescrizione. Ci sono alcuni punti fermi, il primo dei quali è costituito dal fatto che la legge n. 3 del 2019, in questa parte, è già operativa per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020. In altri termini, per le sentenze emesse dopo questa data per questi reati opera la legge spazzacorrotti, con la conseguente interruzione del decorso della prescrizione dopo la sentenza di condanna o di proscioglimento.
Il dato opera per i processi definiti con rito direttissimo, con convalida e contestuale giudizio e a breve opererà per i direttissimi (ordinari) e tra novanta giorni per i giudizi immediati a prova evidente. Il tutto oltre al fatto strutturale, più volte evidenziato, dalla frattura che si determinerà tra la fase antecedente alla decisione di prima istanza e quella successiva.
Il confronto politico si è spostato sulla legittimità della possibilità di trovare dei compromessi sul testo della riforma, differenziando le posizioni del condannato da quelle del prosciolto. In altri termini, la "politica" di maggioranza sembra aver già archiviato la possibilità di un superamento della nuova disciplina, tesa solo a trovare soluzioni di mediazione. Il punto conflittuale riguarda l'affermazione per la quale la differenziazione delle due posizioni processuali sarebbe in contrasto con la Costituzione, sotto il profilo della violazione dell'art. 3 Cost., il principio di uguaglianza. Si tratta di argomento specioso, anche in considerazione che queste riflessioni non avevano accompagnato la riforma Orlando. Invero, le ipotesi sono due. Se le due posizioni soggettive sono uguali, la eventuale declaratoria di incostituzionalità, non farebbe regredire il prosciolto al livello del condannato, trattandosi di incostituzionalità in malam partem, ma piuttosto eleverebbe la posizione del condannato alla riformata disciplina del prosciolto. Se, invece, le posizioni potessero essere considerate diverse, si potrebbero legittimamente differenziare.
Il focus del confronto si è spostato, quindi, sul cosiddetto lodo Conte, ora contenuto nella bozza di legge delega per la riforma del processo penale. In questi termini, c'è il rischio di consegnare la riforma Bonafede alle travagliate vicende, contenutistiche e temporali, del più ampio contesto riformatore del processo. Il tema della prescrizione, cioè, delle modifiche alla legge vigente, va tolto dalla delega - fissata a un anno - e va trattato separatamente a tempi brevi, imponendo alle forze politiche di assumersi le responsabilità di scelte precise. Tuttavia, guardando al lodo Conte, non possono non essere segnalate da subito distorsioni, errori grossolani, scelte giuridicamente irricevibili. Limitandosi a segnalare le più evidenti, va in primo luogo evidenziato come si ritenga che l'opposizione ammissibile al decreto di condanna, non faccia venir meno la sospensione della prescrizione: con l'opposizione - come è previsto dal codice - il decreto di condanna è revocato. Non è possibile, quindi, che un provvedimento che è venuto giuridicamente meno mantenga i suoi effetti.
Il dato non è solo grave in sé, ma nasconde insidie, nel retro pensiero degli estensori del lodo, nella misura in cui potrebbe giustificare il mantenimento della sospensione della prescrizione anche in caso di annullamento della sentenza di primo grado (quella che sospende la prescrizione) con regressione del procedimento nelle fasi precedenti. Inoltre, non può non segnalarsi che i riferiti termini di due anni entro i quali dovrebbe chiudersi il giudizio di appello, innestando la richiesta dell'imputato di definizione del giudizio entro sei mesi salvo il prolungamento in caso di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, decorre non dalla decisione ma dall'arrivo degli atti al giudice di secondo grado.
Non può, infine, non allarmare il fatto che è previsto che il Consiglio Superiore della Magistratura, in relazione ai carichi giudiziari possa determinare per i diversi distretti delle Corti di appello termini differenziati per la definizione dei procedimenti pendenti, differenziando le posizioni degli imputati assolti, per i quali opera il meccanismo acceleratorio. Forse gli unici che avranno processi certi, alla fine, saranno solo i condannati con misure cautelari in scadenza. Tutti gli altri resteranno sospesi. Purtroppo sollevare oggi una questione di legittimità costituzionale - sotto il profilo della durata irragionevole del processo - della riforma Bonafede (nelle situazioni operanti) sarebbe possibile solo nel giudizio di appello, che tuttavia si scontrerebbe con il profilo della rilevanza. Forse la materia andrebbe resettata; ma il tema non è nella volontà di una politica che si è incartata.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Parla il segretario di Area, corrente di sinistra delle toghe, ex presidente dell'Anm: "Assurdo prevedere tempi bloccati per ogni grado di giudizio". E sulla richiesta dei penalisti, che a Milano non vogliono l'ex pm di Mani Pulite all'inaugurazione dell'anno giudiziario: "Danno prova di scarsa democrazia".
"È un'idea assurda prevedere tempi bloccati per ogni grado di giudizio. Noi magistrati non accettiamo di giocare alla roulette russa sulla nostra testa, né tantomeno di essere la merce scambio per uscire dal cul de sac in cui si è cacciata la politica". E ancora sul caso Davigo: "Gli avvocati di Milano, sbagliando, stanno dando prova di scarsa democrazia e stanno trasformando il collega in un martire". È furibondo il segretario della corrente di sinistra delle toghe Eugenio Albamonte, pm a Roma ed ex presidente dell'Anm che dice: "La politica vuole uscire da un dibattito surreale scaricando tutto sulle nostre teste, ma non si stanno rendendo conto che questo sarà il peggior danno possibile da fare alla giustizia italiana".
Processi lenti: il governo giallorosso va verso un'intesa che, in primis, punisce i magistrati con la scure disciplinare. La ritiene una soluzione giusta?
"E lo sapevo che si andava a finire in questo modo. Le forze di governo, per cercare di uscire dal cul de sac in cui si sono infilate sulla prescrizione, adesso utilizzano le toghe come merce di scambio. E pretendono di addossarci tutte le colpe delle lungaggini dei processi".
Ma lei nega che queste lungaggini ci siano? Purtroppo sono sotto gli occhi di tutti...
"Certo che le lungaggini ci sono, io le verifico ogni giorno quando vado in udienza. E ne vedo chiaramente anche tutte le ragioni. Nel nostro sistema ci sono troppi reati, alcuni ormai privi di senso; il processo è diventato un percorso a ostacoli che prevede inciampi anche quando non servono a dare maggiori garanzie all'imputato; mancano clamorosamente - ma questo lo sanno tutti - risorse economiche, di personale e di infrastrutture, la cui messa a disposizione è precisa responsabilità del governo e del ministro della Giustizia".
Quindi lei, da pm, metterebbe sotto processo disciplinare il governo anziché i suoi colleghi?
"La responsabilità della politica, secondo me, sta nel fatto di utilizzare i temi del processo come strumento per acquisire consenso elettorale. Il Guardasigilli Bonafede lancia il tema della prescrizione quando era stata appena modificata dal suo predecessore Orlando. Anziché occuparsi da subito delle riforme strutturali necessarie a far funzionare meglio il processo".
Ma Bonafede sostiene che sia stata la Lega a bloccarlo nelle riforme e comunque dice che le sta facendo adesso.
"Stiamo assistendo da mesi a un dibattito surreale nel quale, al di là della contrapposizione tra i partiti per ragioni di visibilità, non è stata fatta nessuna proposta concreta se non questa, del tutto assurda, di contingentare i tempi del processo e stabilire sanzioni disciplinari per i magistrati che non li rispettano".
Perché assurda?
"Per la semplice ragione che, in qualsiasi azienda che si rispetti, non si pretende un risultato senza aver prima messo in bilancio i mezzi e le risorse necessari".
Eppure proprio il Pd, che è contro la prescrizione di Bonafede, non ha sollevato un dito contro l'ipotesi di sanzioni disciplinari...
"Forse perché si va cercando un modo apparentemente onorevole per uscire da questa disputa politica e, in mancanza di altre idee che abbiano una vera consistenza giuridica, si va alla ricerca di un capro espiatorio".
L'Anm ha parlato di "metodo brutale", ma la mia impressione è che questa volta con voi magistrati non ci stia nessuno, neppure la gente che va in piazza. Non siamo più ai tempi di Mani pulite, il cittadino medio vi ritiene colpevoli di questi ritardi...
"Sarà sempre peggio perché quando il ministro Bonafede, pur non garantendo alcuna possibilità di rispettarli, fisserà dei tempi certi per ogni grado di giudizio, i cittadini saranno autorizzati a credere che il loro mancato rispetto dipende dal fatto che i magistrati sono dei fannulloni. In questo modo il governo ipoteca anche per il futuro ogni residua credibilità della giustizia e dei magistrati che invece dovrebbe preservare".
Scusi Albamonte, non voglio fare l'avvocato difensore di Bonafede. Ma da quando è ministro, e se ricorda bene anche nel congresso dell'Anm a Siena due anni fa quando lei era presidente, lui ha sempre difeso i magistrati presentandoli come produttivi e tra i migliori in Europa. È un po' la linea di Piercamillo Davigo. Non sarà che Pd e renziani, pur di ottenere una prescrizione più morbida, sono pronti a sacrificarvi? Se lo ricorda Renzi quando tagliò le ferie accusandovi di non lavorare?
"Proprio per questo sto dicendo che i magistrati oggi sono la merce di scambio nell'ambito della trattativa tra i partiti di governo innescata dallo scontro sulla riforma della prescrizione. Rischiamo di rimanere stritolati in questa dinamica, e con noi sarà stritolata anche la residua efficienza del processo che finora solo noi abbiamo garantito con i nostri sforzi e con essa anche i diritti dei cittadini".
Ma allora come mai gli avvocati, avvelenati contro la prescrizione, non dicono nulla sulla previsione di sanzioni disciplinari contro di voi?
"In questo momento mi sembra che gli avvocati si stiano avvitando in una spirale di polemiche come quella su Davigo che allontana ancor di più da un approccio ragionevole e produttivo sui tempi della riforma, perdendo tempo a confutare le posizioni personalissime di quest'ultimo come se fosse lui il legislatore e rinunciando a ogni proposta concreta di modifica".
Lei come la pensa sulla richiesta degli avvocati di Milano di escludere Davigo, in rappresentanza del Csm, dalla cerimonia per l'anno giudiziario?
"Le idee di Davigo sulla giustizia non sono certamente le mie, ma la fatwa che gli è stata lanciata dagli avvocati milanesi, oltre a essere brutalmente antidemocratica, rischia solo di attribuire al suo pensiero e alle sue proposte un valore politico e culturale molto maggiore di quello che effettivamente hanno".
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