romasette.it, 20 dicembre 2019
Appuntamento il 20 dicembre in via della Conciliazione. Serviti 40 pasti. Permesso speciale del magistrato per due ospiti, per essere in strada coi volontari. Riso con verdura e diverse varietà di frutto. Tutto fatto in casa. Ai fornelli: i detenuti dell'Isola Solidale, che domani, 20 dicembre, prepareranno i pasti che a partire dalle 21 saranno distribuiti ai senza tetto in via della Conciliazione dai volontari dell'Opera Divin Redentore. Con loro in strada anche due dei detenuti che si sono mobilitati per questa esperienza, che hanno avuto un permesso speciale dal magistrato; gli altri si occuperanno della cucina, dello sporzionamento dei pasti e del loro confezionamento.
Per il presidente dell'Isola Solidale Alessandro Pinna si tratta di "un gesto di solidarietà e speranza che assume un alto significato in occasione del Natale. I nostri ospiti mi sorprendono ogni volta perché non si tirano mai indietro quando c'è da mettersi in gioco per chi è solo o in difficoltà. Penso che questo sia un segnale bello e commovente in vista delle festività natalizie". In continuità con le iniziative di solidarietà portate avanti nel corso dell'anno ogni terzo venerdì del mese.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 dicembre 2019
Se è vero che il potere politico-sociale sta nelle mani di chi ha il compito e la forza di qualificare come illecito un comportamento umano, possiamo dire che, nella società del "Diritto penale totale", sono tanti i soggetti a questo legittimati. Tanti, dal giudice alle vittime fino alla realtà percepita e al pensiero dominante che sovrappone il peccato al reato.
Ma non la norma penale, che dovrebbe essere l'unico soggetto a creare il confine tra il lecito e l'illecito. La norma penale che sta sempre più evaporando, sta assumendo un carattere relativo e privo di certezze. Mentre la decisione del giudice trova sempre più la propria legittimazione nel sentire sociale, nel contesto, nella percezione, nelle ragioni di "opportunità". Una sorta di nuovo proibizionismo che sta avvolgendo come la tela del ragno le libertà individuali e la certezza della norma penale.
"Il diritto penale totale" (Il Mulino, pp. 88, 10 euro) è un testo del professor Filippo Sgubbi, ma è come fosse stato scritto, o suonato in concerto, a sei mani, visto che è completato dalle preziose introduzione e postfazione di giuristi come Tullio Padovani e Gaetano Insolera. Meno di cento pagine e pare ci sia proprio tutto, tanto sono dense e precise.
C'è naturalmente una parte più politica, quel fenomeno che va sotto il nome di "supplenza", una vera abdicazione, in corso ormai da qualche decennio, da parte del potere politico che, paralizzato dal gioco incrociato dei veti, ha perso legittimazione non solo consegnando alla giustizia compiti di governo e di pubblica amministrazione che non le sono propri, ma anche accettando di essere esposto, senza più alcuna immunità, al sospetto costante di corruzione e mafiosità.
Così si è costruita la società etica, dove all'antinomia colpevole-innocente si è sostituita quella dei puri e degli impuri. Il reato, scrive Sgubbi, si è trasformato "in una colpa antropologico-sociale". E reato e colpa sono quasi uno stato naturale che prescinde e sicuramente precede il fatto. Quasi un peccato originale della società degli impuri. La casta, ovviamente.
di Camilla Palagi
Il Tirreno, 20 dicembre 2019
Alessandro Bandoni cucina per i 160 reclusi. Il vescovo Santucci: "Spero un giorno di trovare questo luogo vuoto". "Il carcere è una storia che dovrebbe aiutarci a cambiare la storia. Spero un giorno di trovarlo vuoto. Mi dispiacerebbe soltanto per le guardie carcerarie che perderebbero il lavoro". È il vescovo di Massa Carrara Giovanni Santucci a parlare di fronte a 160 detenuti della Casa di reclusione di Massa.
L'occasione è un'eccezione: un pranzo offerto dall'associazione laicale cattolica Rinnovamento dello Spirito realizzato dallo chef Alessandro Bandoni proprio dentro le mura del carcere di Massa. La sala comune e la chiesa sono allestite con delle grandi tavole addobbate a tema natalizio. Ad occuparle i detenuti, per qualche ora insieme a festeggiare il natale serviti dai volontari di Prison Fellowship per il progetto L'altra cucina.
Ogni domenica i volontari cantano per loro nella chiesa della casa di reclusione: "Veniamo qua perché vogliamo trasmettergli un messaggio: c'è chi crede in voi", spiega la volontaria Carmen Barani. In sala l'aria è ricca di adrenalina e in un momento l'allegria esplode mentre i musicisti Roberto Duna (violino), Maurizio Marchini (tenore) e Pierpaolo Biancalani (fisarmonica) intonano O'Sole Mio.
"Credo che ognuno di voi nel cuore, nel profondo, sappia che cosa debba cambiare per poter pensare la vita in termini diversi - dice Cristina Bigi, direttrice del carcere di Massa. E una volta che quei termini si iniziano a pensare, significa che si possono fare".
Presenti al pranzo i sindaci di Massa e di Carrara, Francesco Persiani e Francesco De Pasquale, l'assessora Amelia Zanti e l'assessora del Comune di Montignoso, Giorgia Podestà. "Come movimento crediamo nella giustizia riparativa - spiega la coordinatrice di Rinnovamento dello spirito, Bianca Maria Marcucci - Crediamo che l'umanità vada oltre il reato e che nei detenuti, nei fragili, si trovi l'anima di Gesù".
Altri 60 pasti sono stati serviti nelle celle del carcere e sono andati a quei detenuti che non hanno il permesso di uscire dalle rispettive stanze. Quello di quest'anno è il secondo pranzo natalizio voluto da Don Leonardo Biancalani, parroco di Fossola. "Mi auguro che questa iniziativa si diffonda il più possibile - dice il parroco - e che sia sostenuta dalle istituzioni perché penso che sia una finestra importante per queste persone".
Il menù servito si è composto di un tortino di polenta con fonduta di formaggi, rigatoni al sugo stornellato, crostone di pane fritto con spinaci saltati e vitella e per concludere panettone e pandoro serviti con la crema inglese calda. La musica è continuata per altro tempo e a grande richiesta si è soffermata sulle canzoni della tradizione napoletana.
In dodici carceri italiane l'associazione Rinnovamento dello spirito ha offerto un pranzo come questo. Un modo per condividere uno spazio, più che un pasto. E per un momento, per quelle centosessanta persone, è stato Natale.
di Stefano Di Lullo
vocetempo.it, 20 dicembre 2019
Il negozio-laboratorio della Caritas che coinvolge i detenuti del carcere Lorusso Cutugno. "Esiste uno spazio in città dove se anche ho smarrito la strada posso ricominciare daccapo". La frase scritta su un cartellino viene appesa ad ogni pacchetto regalo: che si tratti di una cornice, una lampada, un presepe, una libreria, un appendiabiti.
Perché ogni oggetto prodotto in quello spazio, messo a disposizione dal Comune di Torino, ha un valore aggiunto: rappresenta l'opportunità di ricominciare daccapo offerta - grazie ad un accordo tra la Caritas di Torino e il Carcere Lorusso Cutugno - per la durata di sei mesi a detenuti in base all'articolo 21 della legge 354/75 sull'ordinamento penitenziario.
Lo spazio è un laboratorio di falegnameria con annesso negozio in via San Massimo 31 dove sotto la guida progettuale di Silvia Di Fabio si realizzano con legno e materiali di recupero, con vernici e prodotti ecocompatibili, gli oggetti più disparati.
"Il laboratorio", racconta Silvia Di Fabio, "era nato nel 2014 come integrazione del vicino centro diurno Caritas La Sosta: rappresentava un modo per permettere ai senza dimora di fare qualche lavoretto creativo.
Poi dopo un paio di anni si è verificata la difficoltà di coinvolgere in questa attività, che richiede costanza e attenzione, persone che hanno molteplici problemi e si è pensato che invece potesse essere una modalità di reinserimento nel mondo lavorativo per carcerati". Ed ecco che già una quindicina di detenuti di 6 mesi in 6 mesi si sono avvicendati al laboratorio: alcuni mettendo a frutto la propria professionalità, altri acquisendola.
"C'è chi dopo aver terminato il periodo con noi", prosegue "e aver concluso il tempo della detenzione poi è tornato come volontario per ringraziare di quanto ricevuto in termini di fiducia, di sostegno nel proprio percorso. L'obiettivo infatti non è creare falegnami, ma aiutare persone che hanno sbagliato a capire che possono ancora realizzare cose belle nella loro vita e quindi a ritrovare la fiducia necessaria per ricominciare".
In questi giorni il laboratorio Daccapo, aperto dalle 9 alle 17, offe idee regalo anche "a tema" come presepi e alberelli di Natale, ma tutto l'anno si possono trovare oggetti utili ed è in programma anche la realizzazione di giocattoli. "Oggetti unici", conclude, "ma soprattutto oggetti che sono parte di un progetto: chi li acquista aiuta persone a ricominciare daccapo".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Negli Stati Uniti si moltiplicano i cosiddetti "gun sanctuaries" per eludere le norme federali o statali contro la diffusione delle armi, una ricetta per la promozione del caos secondo il "Washington Post". Il clima politico infuocato dell'America con la contrapposizione totale tra progressisti e conservatori alimenta anche fenomeni pericolosi in tema di diffusione delle armi da fuoco: la moltiplicazione dei cosiddetti gun sanctuaries, città e contee nelle quali le assemblee elettive impegnano le autorità locali a non applicare eventuali norme contro la diffusione delle armi varate a livello federale o dai governatori degli Stati.
Di movimenti a difesa del Secondo emendamento della Costituzione americana, quello che garantisce ai cittadini il diritto di armarsi, ce ne sono da tempo parecchi negli Stati Uniti: hanno cominciato alcune contee dell'Illinois, imitate da comunità del Texas, della Florida, del Colorado, del Tennessee e del New Mexico.
Ma la spinta a giocare d'anticipo contro ogni possibile intervento restrittivo sulla diffusione di armi spesso di una potenza micidiale (gli americani hanno 300 milioni di fucili e pistole, quasi uno per abitante, in media) è venuta nelle ultime settimane dalla Virginia dove molti rivendicano anche il diritto di creare una milizia per difendere il diritto di armarsi. Difendersi da chi?
Non è chiaro, ma l'indiziato è il governatore democratico Ralph Northam. Il suo progetto di introdurre nuovi controlli sulla diffusione delle armi e di limitare la capacità dei caricatori di quelle semiautomatiche ha preso consistenza a novembre quando, per la prima volta da un quarto di secolo, in Virginia sono state elette maggioranze democratiche tanto alla Camera quanto al Senato.
La mobilitazione del "popolo del Secondo emendamento" è stata vasta e immediata: in appena 43 giorni, 86 delle 95 delle contee della Virginia hanno deciso di trasformarsi in "santuari delle armi". Senza nemmeno una sollecitazione della Nra, la potente lobby delle armi.
Così oggi a un passo dalla capitale si diffonde un movimento di vigilanza che, benché privo di autorità legale, chiede ai poteri locali di porsi al di sopra delle leggi: una ricetta per la promozione del caos, secondo un allarmato editoriale del Washington Post. Una ricetta difficile da smontare per i democratici che, da quando Trump è presidente, hanno a loro volta creato "città santuario" che non cooperano con le autorità federali dell'immigration per deportare i clandestini. La sostanza è ben diversa, ma il meccanismo è simile.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 20 dicembre 2019
Dopo Luigi Di Maio adesso anche Giuseppe Conte prende le distanze da Matteo Salvini su come l'ex ministro dell'Interno gestì gli sbarchi dei migranti quando ormai mancavano poche settimane alla fine del governo gialloverde. "La questione relativa alla vicenda della nave Gregoretti non figura all'ordine del giorno e non è stata oggetto di trattazione nell'ambito delle questioni varie ed eventuali nel citato consiglio dei ministri né in altri successivi", precisava ieri una nota di Palazzo Chigi.
Il consiglio dei ministri a cui si fa riferimento è quello del 31 luglio 2019 e la nota firmata dal Segretario generale di Palazzo Chigi, datata 11 ottobre scorso e inviata al Tribunale dei ministri di Catania, non è escluso che abbia avuto il suo peso nella successiva decisione di chiedere al parlamento l'autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno per aver impedito, tra il 27 e il 31 luglio dello scorso anno, lo sbarco nel porto di Augusta di 131 migranti dalla nave della Guardia costiera.
La stagione delle decisioni "politicamente condivise" che permise al leader della Lega di evitare il processo per il caso Diciotti - quasi una fotocopia di quello per il quale Salvini è chiamato a rispondere oggi - è ormai davvero solo un pallido ricordo. Ci aveva già pensato Di Maio a farlo capire subito dopo la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di processare il leader leghista per sequestro di persona. Ieri Di Maio è tornato a prendere le distanze dall'ex alleato. "La vicenda Diciotti fu una decisione di governo, la vicenda Gregoretti fu invece propaganda del ministro Salvini. Mi pare che quando vi è stato il caso della Diciotti Salvini disse 'andrò a processo'. Ora lo vedo un po' impaurito, ma è evidente che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità". "Di Maio dice che sono impaurito? Se mi processano chi se ne frega", la replica secca dell'ex ministro.
Da ieri il fascicolo sul caso Gregoretti è all'esame della Giunta delle immunità del Senato. Nella richiesta di autorizzazione a procedere i giudici del Tribunale dei Ministri di Catania spiegano come proprio il decreto sicurezza bis - uno dei cavalli di battaglia salviniani - impedisca di vietare l'ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi militari, come appunto è la Gregoretti. Il leghista avrebbe quindi infranto una norma da lui stessa voluta quando sedeva al Viminale.
"Abbiamo fissato il calendario dando al senatore Salvini 15 giorni per produrre memorie, note e se eventualmente vuole comunicarci se vuole essere ascoltato dalla Giunta", ha spiegato il presidente, Maurizio Gasparri. Al voto si dovrebbe arrivare al massimo entro il 20 gennaio, e l'esito sembra scontato. Anche se fonti leghiste ieri hanno ricordato come "per risolvere il caso Gregoretti ci furono molte interlocuzioni tra Viminale, presidenza del consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari", dal M5S i fatti vengono letti in maniera diversa.
"Dando un'occhiata veloce alla memoria, sicuramente possiamo dire che è un caso molto diverso dal caso Diciotti. Sembra non esserci un'azione collegiale nel preminente interesse nazionale", spiegava ad esempio la capogruppo grillina nella Giunta, Elvira Evangelista. E favorevole al processo si è detto anche il presidente della commissione antimafia Nicola Morra.
Discorso diverso sarà, il 17 febbraio, per l'aula del Senato. È qui infatti che Matteo Salvini potrebbe giocarsi tutto contando anche su qualche aiuto insperato. Considerando la fuga dal M5S di una decina di dissidenti, la maggioranza è infatti sempre più risicata e soprattutto legata a quanto decideranno i 17 senatori di Italia Viva, tra i quali non mancherebbero i dubbiosi. "Dobbiamo ancora leggere le carte, ma mi sembra davvero che il caso Diciotti fosse più grave", spiegava ieri uno di loro.
di Gregorio Piccin
Il Manifesto, 20 dicembre 2019
Domani presidio davanti alla Prefettura di Genova per esigere l'interdizione del commercio bellico dal porto della città. "Chiudiamo i porti alla guerra!" recita il volantino del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova che ha convocato per domani, sabato 21 dicembre, un presidio davanti alla Prefettura di Genova per esigere l'interdizione del commercio bellico dal porto della città.
Hanno aderito al presidio Emergency, Amnesty International, Assemblea contro la guerra, Genova antifascista, Rifondazione comunista ed altre associazioni pacifiste cittadine.
I portuali possono fare la voce grossa nell'ambito della logistica di Genova perché già lo scorso giugno, col sostegno della Cgil, hanno impedito ad una nave della linea marittima saudita Bahri di caricare materiale destinato ad alimentare la guerra in Yemen, "la più sporca e criminale di quelle in corso", si legge sul volantino. Le petromonarchie del Golfo sono infatti tra i principali ed efferati consumatori di tecnologia militare occidentale sia di marca statunitense che europea ed italiana.
Dopo il blocco di giugno il presidente della regione Toti è sceso in campo dicendo che "è assurdo volere che non si imbarchino questi prodotti, mentre in Liguria molte migliaia di persone lavorano per Fincantieri che fa navi militari e sommergibili, Leonardo che fa radar e missili, per Oto Melara che fa cannoni navali e mezzi blindati...".
Lo scorso novembre il papa in persona ha in qualche modo risposto (indirettamente?) a Toti dicendo a chiare lettere che quando le autorità parlano di pace e trafficano in armi, si tratta di "ipocrisia armamentista", ribadendo appunto che "i Paesi europei parlano di pace" ma "vivono di armi", ma soprattutto ha detto che "i lavoratori del porto sono stati bravi". E del resto stanno rispondendo anche gli stessi portuali del Collettivo Autonomo con il presidio ed il volantino di oggi: "Noi non ci stiamo ad essere complici di questi sporchi affari.
Nemmeno se appartengono alla nostra industria di Stato come Leonardo, che ha scelto di anteporre le produzioni militari a quelle civili". Ma è chiaro che dopo giugno qualcosa è cambiato se all'ultimo attracco dell'Abha Bahri lo scorso 12 dicembre erano presenti Carabinieri e Digos sia al varco che dentro il terminal per garantire le operazioni di carico. Già in quell'occasione i lavoratori portuali hanno fatto sapere in un comunicato che "o la guerra esce dal nostro porto o le conseguenze - innanzi tutto economiche - saranno di tutti. Non siamo disposti a tollerare che un rifornimento continuo ed essenziale alla guerra, quindi alla morte e miseria per milioni di persone, abbia a Genova una sua tappa".
Rosario Carvelli, membro del Collettivo ma anche delegato Filt-Cgil, alla domanda su come intendano imporre la loro linea a governo e istituzioni portuali risponde: "Monitoriamo ogni passaggio della nave saudita e a gennaio pare abbia cancellato il passaggio a Genova. Ma a febbraio saremo nuovamente pronti a bloccare i varchi con l'aiuto della città e chiederemo alla Cgil un nuovo sciopero per fermare queste navi della morte. Il nostro motto è non un passo indietro".
Questa lotta si sta guadagnando visibilità e sostegno perché al momento è l'unica che sta dimostrando concretamente come i lavoratori organizzati e determinati possano imporre un cambio di rotta alle navi saudite e anche alla traiettoria bellicista del nostro Paese che con Leonardo è nella top-ten globale dei venditori di armi.
Certo non mancano le contraddizioni: su Leonardo la Fiom continua ad avere una posizione contraddittoria, ma è pur vero che "grazie" alla Abha Bahri i portuali del Collettivo Autonomo stanno costruendo reti con gli omologhi di Livorno e Napoli e con altri dockers in Europa suggerendo e applicando una linea di azione che supera il confine della sola lotta sindacale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Tardi e in modo incompleto, ma finalmente per il cosiddetto "massacro di Ampatuan", avvenuto nelle Filippine nel 2009 è stata finalmente pronunciata una sentenza. Il 23 novembre di 10 anni fa oltre 100 uomini armati assaltarono un corteo elettorale nella provincia meridionale di Maguindanao. I partecipanti si stavano recando a depositare la candidatura alle elezioni nazionali del 2010 di Esmael Mangudadatu. Ma quello era il territorio del potente clan Ampatuan, che esercitava il totale controllo politico nella regione con la forza delle armi.
Nel massacro furono uccise 58 persone, tra cui 32 giornalisti. Dopo un'indagine cui più volte il clan Ampatuan ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote, un centinaio di persone sono state rinviate a processo, tra cui 54 agenti di polizia. Ventotto imputati, tra cui i due mandanti del massacro - Dadu Antal Jr e Zaldy Ampatuan - sono stati condannati all'ergastolo, automaticamente commutato in 40 anni di carcere, di cui 10 già scontati in detenzione preventiva. Altri 15 hanno ricevuto pene inferiori. Cinquantacinque imputati, per la maggior parte poliziotti, sono stati assolti per insufficienza di prove. Ulteriori 80 presunti responsabili del massacro sono ancora alla larga. La foto è dell'Ufficio stampa della Corte suprema delle Filippine.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Potrebbero essere alla fine solo le intese tra Putin e Erdogan ad individuare la via d'uscita della crisi. Cosa può fare la politica dove prevale la logica della guerra? È il dilemma che ha caratterizzato la visita di Luigi Di Maio in Libia. Il ministro degli Esteri si è scontrato con una realtà violenta, dove vaghe promesse di dialogo rivelano soltanto brutali dinamiche di muro contro muro. Qui da anni ormai conta unicamente chi combatte, fornisce armi, l'addestramento, garantisce a un campo di prevalere sull'altro. Vince la forza, non la diplomazia. E infatti il governo di Tripoli chiede ora aiuti militari all'Italia assieme ai Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, che sostennero la battaglia contro l'Isis a Sirte nel 2016.
Non a caso uno dei pareri più diffusi resta che, proprio alla luce degli sviluppi nell'assedio delle truppe di Khalifa Haftar contro le milizie schierate a Tripoli con la coalizione di Salvezza Nazionale guidata da Fayez Serraj, saranno alla fine soltanto le intese tra Putin ed Erdogan a individuare la via d'uscita dalla crisi. Da Mosca arrivano i combattenti russi, che hanno permesso le recenti avanzate di Haftar. Con loro stanno i rinforzi egiziani ed emiratini. Da Ankara hanno risposto veloci con l'invio di droni, armi, e mettendo a disposizione di Sarraj 5.000 soldati. Erdogan ne approfitta per espandere le sue acque territoriali sino alle libiche, a scapito degli interessi europei e certamente italiani.
Già nel febbraio 2018 aveva minacciato di bombardare la piattaforma Eni-Total per le trivellazioni in acque internazionali al largo di Cipro. Come fermarlo, ora che siamo privi dell'ombrello americano? L'impotenza di Di Maio in Libia è in realtà quella dell'Europa in uno scenario internazionale infido, dominato dalla politica di potenza. "Potevate almeno avvisarci degli accordi con Erdogan", ha sibilato offeso a Sarraj. Ma, se è vero che la guerra è il proseguimento della politica, difficilmente la politica disarmata fermerà la guerra, anzi, ne diventa vittima.
raiawadunia.com, 20 dicembre 2019
Loujain è in carcere in Arabia Saudita solo perché è stata tra le prime donne a mettersi alla guida di un'automobile. Insieme ad altre difensore dei diritti umani, Loujain stava conducendo una campagna pacifica per il diritto alla guida, per porre fine al sistema di tutela maschile e per la giustizia e l'uguaglianza delle donne in Arabia Saudita.
Tre mesi dopo il suo arresto, altre donne difensore dei diritti umani sono state arrestate. Loujain è stata portata in giudizio davanti al tribunale penale di Riyad il 13 marzo 2019. Resta in carcere con l'accusa di aver contattato organizzazioni internazionali.
L'accanimento delle autorità saudite nei confronti di Loujain al-Hathloul e delle altre arrestate è assurdo e ingiustificabile. Loujain al-Hathloul e le altre difensore dei diritti umani devono essere rilasciate immediatamente in quanto prigioniere di coscienza, detenute esclusivamente per il loro pacifico lavoro in favore dei diritti umani e sollecitiamo le autorità a concedere l'accesso ad osservatori indipendenti nelle carceri per indagare sulle accuse di tortura, maltrattamenti e molestie sessuali. Aiutaci a cambiare la sua storia. Firma l'appello: https://www.amnesty.it/maratone/cambiamolastoria/#loujanin
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