di Cristina Papitto
retisolidali.it, 21 dicembre 2019
L'esperienza dell'associazione Oltre l'Occidente a Frosinone, che porta la cultura nel carcere, nelle Rems, nel Centro di salute mentale. Incontriamo l'associazione Oltre l'Occidente di Frosinone, ospitata nello spazio della Regione Lazio di Più Libri più Liberi, Fiera nazionale della piccola e media editoria, per presentare il progetto Costruire Memoria, nato per portare la lettura e la scrittura tra le persone svantaggiate e finanziato con fondi del bando "Io Leggo" della stessa Regione Lazio. Incontriamo il presidente, Paolo Iafrate, che ci racconta l'attività della biblioteca di Oltre l'Occidente: una biblioteca privata, ma che rientra nell'Obr (Organizzazione Bibliotecaria Regionale) e svolge attività presso i settori emarginati del territorio di riferimento.
La biblioteca e il territorio. "L'associazione", racconta Iafrate, ha sede nel centro storico di Frosinone, ed è un punto di riferimento da 25 anni per le persone che vogliono trascorrere delle ore insieme o fare attività culturali".
Negli anni l'associazione è diventata una biblioteca con oltre 20.000 monografie, materiale sulle scienze sociali e la storia e un fondo locale di circa 1500 testi, ma è importante il fatto che, "nel corso del tempo, ha sviluppato una serie di relazioni con il territorio: inizialmente con il Centro di salute mentale, in particolare con il centro diurno dell'Asl di Frosinone, con il quale da sempre collabora sia attraverso delle attività, come il cineforum, sia attraverso l'integrazione di alcune persone all'interno dell'associazione, per attuare dei progetti o micro progetti lavorativi. Inoltre nel 2017, quando è stata riconosciuta regionalmente, la biblioteca ha iniziato delle progettualità con la Rems di Ceccano e con la casa circondariale di Frosinone".
I libri in carcere. Nello stesso anno l'associazione ha infatti proposto al carcere di Frosinone di svolgere al proprio interno una parte del progetto Costruire Memoria. "È così, che ci è stato proposto di ricostituire la biblioteca di circa 6 mila volumi, che si trovava nel carcere, ma non era utilizzata. Da lì è nata una collaborazione, continua e valorizzata", continua Iafrate. "L'obiettivo nostro sarebbe di riuscire a realizzare quello che hanno fatto a Roma con la biblioteca del carcere, che è stata riconosciuta all'interno del circuito delle biblioteche romane e in cui ci si può avvalere anche del prestito dello scambio dei libri con l'esterno".
Grande aiuto è stato dato dalle volontarie del Servizio civile nazionale che hanno collaborato sia alla Rems, sia nel carcere, sia nel centro diurno. "L'attività principale nella casa circondariale è stata svolta intorno alla rinascita della biblioteca della struttura stessa", racconta Marta Mancini, volontaria in servizio civile, con competenza in Sociologia della devianza. "Ovviamente con tutte le problematiche alle autorizzazioni che, come potete immaginare, in un ambiente del genere non è semplice ottenere. Abbiamo catalogato i libri presenti all'interno, per arrivare alla fine alla stampa del catalogo. Tutto ciò è stato possibile grazie alla collaborazione di detenuti volontari, che si sono occupati e si occupano tuttora anche del servizio del prestito e di ritiro dei testi. Quello che noi abbiamo fatto, è stato di entrare all'interno della casa circondariale in punta di piedi e cercare di abbracciare una realtà detentiva, che fa riferimento alle persone private della libertà personale. La biblioteca è stata potenziata e oltre a questa, abbiamo riattivato anche altri due punti lettura già esistenti ma non funzionanti, all'interno di altri due reparti. Abbiamo creato un prestito interbibliotecario, affinché tutti i detenuti potessero avere accesso ai libri".
L'attività in carcere prevede anche alcuni laboratori artigianali che, spiega Mancini, "mettono in risalto le qualità artistiche dei detenuti, oltre a un laboratorio di musica, poesia e teatro. Questi laboratori sono per i detenuti momenti di socializzazione, così come la biblioteca". Oltre a questo, le volontarie in servizio civile si sono occupate anche della stesura di libri perché, spiega "in carcere ci sono molti detenuti lettori accaniti, che hanno loro stessi scritto libri, che riguardano proprio la loro vita da detenuti".
La continuità. "Il nostro è sì un approccio volontario, legato a una spinta che coltiviamo all'interno della nostra associazione Oltre l'Occidente", aggiunge Paolo Iafrate, però il valore e il riconoscimento di quello che facciamo è dato anche dalla continuità del lavoro, che abbiamo svolto con queste strutture. Queste sono strutture chiuse: non è semplice farsi aprire le porte e non solo in senso figurato. Vi faccio un esempio: l'unica attività reale è la scuola, che però può accogliere solo una piccola parte dei 700 detenuti e chi richiedere di seguirla, deve superare una selezione da parte del personale. All'interno del carcere, c'è una direzione amministrativa, un'area educativa e un'amministrazione. Quale è stato il riconoscimento che va dato a Marta e alle varie persone che hanno collaborato? il fatto di riuscire oggi ad essere interlocutori della struttura carceraria".
Le attività nella Rems. "Amo questo tipo di lavoro", spiega Marta, "che è in realtà uno stile di vita, in quanto per me è fondamentale la libertà e l'idea di socializzazione e di reinserimento attraverso attività creative". Lei e le altre collaborano anche con la Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems), dove svolgono corsi di rialfabetizzazione per gli adulti ospiti della struttura, italiani e soprattutto migranti.
"Svolgiamo materie non soltanto relative alla didattica italiana e alla letteratura, ma anche altre di argomenti quali l'inglese la matematica, che sono le materie di cui gli ospiti hanno molto piacere ad interessarsi. È proprio durante il corso di alfabetizzazione, che abbiamo notato il bisogno di un supporto multimediale.
Così, grazie a contributi arrivati su bandi della regione Lazio, abbiamo potuto donare alla struttura strumenti multimediali ed informatici oltre che ludici, come ad esempio una play station, un biliardino, un videoproiettore. Per la socializzazione è importante la fruizione di questi strumenti da parte degli ospiti anche quando i volontari non sono presenti, nostro compito è attivare processi di stabilizzazione delle attività e strumenti proposti, anche se non disertiamo la partecipazione al karaoke mensile".
Conclude Paolo Iafrate: "Una Rems non è un carcere, è una struttura residenziale. In provincia di Frosinone ce ne sono due: una a Ceccano, che ospita almeno 20 uomini, e una a Pontecorvo, che ospita 12 donne. La Rems è una struttura accogliente, diciamo così: non ci sono le guardie penitenziarie, ci sono dei vigilanti privati che svolgono in maniera discreta quelle le attività di sorveglianza, non ci sono eccessivi muri, ma ci sono ovviamente delle recinzioni. Siamo però in presenza di situazioni abbastanza articolate e molto gravi, non solo perché ci sono alcuni reati di un certo rilievo, ma anche perché le persone sono abbandonate in queste strutture da decenni. Abbiamo trovato persone, che hanno vissuto tanta parte la loro vita in queste strutture, che hanno strumenti culturali, ma una capacità di socializzazione ormai molto attenuata".
lanuovacalabria.it, 21 dicembre 2019
Torna anche per il Natale 2019 l'iniziativa solidale "Adotta un'aiuola" che ha già unito lo scorso anno il carcere di Catanzaro e l'associazione Universo Minori, attiva per facilitare i rapporti tra i genitori detenuti e i loro figli. Le persone recluse presso la Casa Circondariale hanno simbolicamente partecipato all'iniziativa dell'Ail (Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma Onlus) piantando giovedì scorso le stelle di Natale, emblema della lotta contro la leucemia, in un'aiuola della Casa Circondariale all'ingresso delle sezioni detentive.
Il valore dell'iniziativa è quello di creare una connessione tra il carcere e la comunità esterna: durante il mese di dicembre 2019 le piantine sono state vendute in tutta Italia a scopo benefico, nelle piazze e nelle strade. Adesso sono arrivate anche qui.
La direttrice dell'Istituto Angela Paravati spiega: "Le stelle di Natale ricordano a chi è in carcere che spesso anche chi è fuori sta combattendo altre lotte: molte persone trascorrono lunghi mesi in ospedale senza poter tornare a casa, e trascorreranno il Natale lontano dalle loro famiglie, senza alcuna colpa, e solo con la speranza di poter vivere ancora. Le stelle di Natale ci ricordano che finché c'è vita le cose possono cambiare, e non si deve mai smettere di crederci".
Anche la presidente dell'associazione Universo Minori Rita Tulelli si è soffermata sul significato della manifestazione: "L'associazione organizza spesso in collaborazione con il carcere di Catanzaro iniziative a favore dei figli di genitori detenuti, perché i bambini sono spesso la motivazione migliore per iniziare una vita migliore. E una vita diversa passa anche dall'attenzione al prossimo e dalla partecipazione a iniziative solidali come la raccolta fondi tramite la distribuzione delle stelle di Natale dell'Ail, manifestazione che permette ogni anno di finanziare progetti di ricerca scientifica e di assistenza sanitaria".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
I due fronti sono deboli. Ma in campo a riequilibrare le forze ci sono turchi e russi. Due colpi, a forse tre secondi l'uno dall'altro. Secchi, infidi, arrivati dal nulla. Due sibili che fendono l'aria e vanno a sbrecciare il muro dell'abitazione a meno di un metro da noi.
C'eravamo fermati da qualche minuto nella strada deserta del quartiere di Salahaddin in attesa dei volontari della milizia Ghnewa che ci scortassero forse un chilometro più avanti sulla linea delle postazioni contro le forze del maresciallo Khalifa Haftar. Al riparo di un balcone, di fronte ad un negozio di alimentari sventrato dalle esplosioni, avevamo visto alcuni pulcini sporchi, affamati. È la sorte degli animali abbandonati dai civili sfollati di fretta e furia, che sempre si trovano nelle zone di guerra. Avevamo provato a dare loro un poco di biscotti secchi raccolti dalle confezioni sparse a terra. Ed è allora che un cecchino, invisibile, appostato chissà dove, ha premuto il grilletto. Non abbiamo neppure sentito lo sparo quando i calcinacci e le schegge ci hanno sfiorato la testa.
"Che stupidaggine! Morire per due polli", è stato il primo pensiero. Ma per i miliziani non c'è nulla di nuovo. "Avviene tutti i giorni. Qui si combatte soprattutto a duelli tra cecchini dotati di ottimi fucili col binocolo e bombardamenti mirati di piccoli droni. Nostri e loro", hanno spiegato. Dicono che con il dispiegamento a settembre dei cecchini russi il gioco si è fatto più duro.
Dal campo di Haftar replicano che, da dopo l'accordo tra Sarraj ed Erdogan il 27 novembre, ora stanno arrivando i tiratori scelti turchi. "Resisteremo contro i nuovi invasori ottomani", tuona da Bengasi il portavoce militare Ahmed Mismari, minacciando raid su porti e aeroporti della Tripolitania per bloccare i rinforzi. In serata i social di Tripoli mostrano l'arrivo di tank con le bandiere turche da Misurata con i rinforzi turchi che sembrano aver già bloccato l'attacco di Haftar sul quartiere di Tarhuna.
È la battaglia alle periferie di Tripoli, sempre più diretta al cuore della città. A seconda dei simboli e dei numeri disegnati sulle auto mimetizzate in marrone e nero si riconoscono le appartenenze alle cinque maggiori brigate schierate col governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez Sarraj: quella di Eithan Tajuri sulle arterie maggiori, quindi la Ghnewa verso l'aeroporto, la Rada che controlla le prigioni più importanti, la Al Bugra dei guerriglieri del quartiere di Tajura, la Al Nawassi del quartiere di Abu Sitta.
Tra loro spesso nascono contenziosi, specie in queste settimane che Sarraj sta ritardando i pagamenti. Ma anche si ricompattano contro il nemico comune. Come le numerose milizie inviate da Misurata, che dai primi di ottobre erano sempre più divise tra quelle disposte a mandare volontari a Tripoli e le contrarie. Però, da ieri Haftar minaccia apertamente di bombardare la loro città, se entro tre giorni non si ritireranno da Tripoli e Sirte.
Risultato: il fronte è tornato ad unirsi. Vedremo invece cosa faranno gli oltre 300 soldati italiani dispiegati con l'ospedale militare inviato a Misurata nel settembre 2016. Si trovano nell'area della base militare dell'aeroporto, un obbiettivo sensibile già sfiorato dalle bombe di Haftar nell'estate. Ieri dallo Stato maggiore a Roma hanno rifiutato la visita dei giornalisti italiani.
Nel pomeriggio sale sulla nostra auto un ex giornalista 46enne, che tiene i collegamenti tra alcune migliaia di ex militari del vecchio esercito di Gheddafi e giovani volontari armati pronti ad insorgere in città al fianco dei soldati di Haftar. Accetta di farsi fotografare solo col volto coperto. Se fosse catturato rischierebbe la vita. È noto col nome del suo blog, Safuan Trabulsi.
"Noi siamo le cellule dormienti. Attendiamo l'ordine per scendere in piazza. In maggio avevamo provato. Ma decine dei nostri sono stati arrestati o uccisi", dice. Sugli stessi balconi stanno ad asciugare uniformi e camicette da bambini. Nei garage si riparano i pick up con le mitragliatrici montate sul cassone.
Transitiamo nei quartieri di Al Hadba e Al Keisa: a zone ingorgate dal traffico degli sfollati si alternano vie deserte. Indica complesso ospedaliero di Abu Selim, rigorosamente destinato ai miliziani feriti. Quanti siete? "Oltre 4.000. Ma la popolazione è stanca della guerra e di essere derubata impunemente dalle milizie. Quando Haftar arriverà tanti si uniranno a noi", replica. A suo dire manca poco all'ora finale. Eppure, da un paio di giorni la situazione si è fatta stranamente più calma, come se i rinforzi stranieri giunti ai due campi li riequilibrassero, costringendo all'ennesima tregua.
di Monica Cirinnà*
Il Riformista, 21 dicembre 2019
La strumentalizzazione che da destra si fa della coltivazione e della commercializzazione della canapa sativa (cioè non contenente principio attivo stupefacente) è una totale distorsione della realtà giuridica, scientifica, medica ed economico-produttiva. Va detto molto chiaramente - infatti e prima di tutto - che la canapa prodotta e venduta legalmente in Italia nulla ha a che fare con le sostanze stupefacenti.
Che non è stata operata negli anni alcuna modifica alla legge sulle droghe, che sono e restano illegali. Che la regolamentazione del settore, avvenuta con la legge n. 242/2016, è un provvedimento che ha a che fare con l'agricoltura e null'altro. Da queste verità bisogna partire se si vuole parlare di canapa. Non introducendo bugie e mistificazioni che utilizzano - del tutto impropriamente - la parola "droga".
La canapa sativa non è una droga! Punto. O si parte da qui, o si finisce inevitabilmente fuori strada. Ma perché allora tanto discutere su un qualcosa che, alla prova dei fatti, è ben diverso da come viene raccontata dai megafoni della destra? Perché ancora una volta c'è chi pensa soltanto alla becera propaganda, per di più basata su fake-news, invece di aiutare il tessuto imprenditoriale del nostro Paese a crescere e a rafforzarsi. In occasione della discussione sulla manovra di bilancio, ho dovuto ascoltare, appena pochi giorni fa, Matteo Salvini nell'Aula del Senato parlare addirittura di "droga di Stato".
Un intervento che ha dimostrato tutta l'ignoranza del soggetto sulla materia. 0/e la sua assoluta malafede. Uno schiaffo a coloro che faticosamente, con grande passione e con notevoli investimenti, anche in innovazione tecnologica, fanno impresa nell'agricoltura. Perché è proprio questo - e soltanto questo - il tema. Stiamo parlando di una realtà con circa 10mila addetti, 1500 aziende attive e un fatturato annuo di 150 milioni di euro. Aziende agricole di piccole e medie dimensioni, oltre a piccole attività commerciali - per lo più gestite da giovani - che hanno dato nuovo vigore - oltre ad aver creato lavoro - a una produzione storica e tradizionale di tante zone del nostro Paese.
La canapa è, infatti, utilizzata da sempre per i tessuti e ora - sempre più e lecitamente - per un'infinità di prodotti, dalla bioedilizia alla creazione di nuovi materiali, fino all'utilizzo in cucina. Tutto questo sfruttando soltanto le sue fibre. Dalle proprietà fitoterapiche della canapa si ricavano, poi, prodotti che si basano sul cannabidiolo, un principio che ha proprietà rilassanti, anticonvulsivanti, antidistoniche, antiossidanti, antinfiammatorie.
"E quindi? Dov'è il problema?", si chiederà qualcuno. Semplice: non c'è! A corto di argomenti e con una fame quotidiana di propaganda, la destra solleva periodicamente il polverone sulla canapa prendendo a pretesto lo 0,5%: cioè quella percentuale legale di Thc (tetraidrocannabinolo, il principio psicoattivo) che non deve essere superata nella canapa industriale.
Un limite fissato per legge, che tutela i produttori e i consumatori con prodotti sicuramente privi di effetti stupefacenti. Tanto per capire di cosa stiamo parlando: la cannabis terapeutica, prodotta in maniera controllata dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico dell'Esercito di Firenze, ha un contenuto di Thc compreso tra il 13 e i120%. La marijuana illegale ha concentrazioni di thc che raggiungono anche il 30%.
La canapa industriale, come detto, non può andare oltre lo 0,5%. Ripeto: 0,5%. Solo questo basterebbe a dimostrare quanto sia ridicolo e antiscientifico parlare, quindi, di "droga libera" e delle mille altre trovate propagandistiche volte - questo si - a drogare un tema che ha, invece, a che fare soltanto con parole come agricoltura, impresa, innovazione, occupazione e lavoro giovanile.
Continuerò con il Pd e con le varie sensibilità che ho trovato anche nel M5S - a iniziare dal senatore Mantero che ha presentato l'emendamento alla manovra, da me convintamente sottoscritto, poi falcidiato dalla presidente Casellati - a combattere perché nel nostro Paese possano continuare a crescere un'agricoltura avanzata e il relativo indotto. Un'agricoltura sostenibile che porti nuova ricchezza e lavoro nelle nostre campagne. Un'agricoltura che riavvicini i giovani alla natura rendendola anche fonte di reddito.
*Senatrice Pd
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
I favorevoli all'autorizzazione a procedere sono in teoria 12, contro 11 contrari. Se i tre senatori renziani facessero mancare il loro appoggio il verdetto della giunta del Senato si ribalterebbe. Concedere l'autorizzazione procedere per Matteo Salvini indagato per il caso Gregoretti? "Dal punto di vista umano e politico lo abbiamo già giudicato.
Dal punto di vista giudiziario i nostri colleghi in giunta per le autorizzazioni leggeranno le carte e valuteranno nel merito cosa fare": Davide Faraone, esponente di Italia Viva lancia il sasso nello stagno. Il suo partito tiene il giudizio in sospeso riguardo al processo contro l'ex ministro dell'interno e i numeri necessari per l'autorizzazione a procedere sono ora in bilico.
Se infatti i renziani diranno no, Salvini potrebbe essere "graziato" dalla giunta per le autorizzazioni a procedere. "Non siamo giustizialisti e non siamo abituati ad utilizzare temi giudiziari per trarre benefici nella lotta politica" aggiunge Faraone. Linea ribadita anche dal deputato Marco Di Maio: leggere le carte e solo dopo decidere.
I numeri in campo - La giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato dovrebbe votare sul caso della Gregoretti (nave della Marina italiana con 131 migranti a bordo alla quale, nel luglio scorso, fu impedito lo sbarco per cinque giorni) il 9 o 10 gennaio. I numeri, come detto, sono molto stretti.
In teoria contro Salvini dovrebbero votare l'unica esponente del Pd (Anna Rossomando), 6 grillini, l'ex presidente del Senato Pietro Grasso e l'ex M5S Gregorio De Falco più i tre di Italia Viva. Totale 12 voti. Sul fronte opposto sono schierati Lega (5), Forza Italia (4), Fratelli d'Italia (1, il presidente della giunta Maurizio Gasparri) ai quali potrebbe aggiungersi l'esponente sudtirolese Durnwalder. E farebbero 11. A questo punto se i renziani dovessero farsi da parte, il verdetto verrebbe ribaltato e la giunta non potrebbe dare il via libera al processo contro Salvini.
La Lega: "Palazzo Chigi sapeva" - Quest'ultimo, intanto, ribadisce la sua linea di difesa: la decisione di bloccare la nave Gregoretti fu presa collegialmente dal governo, esattamente come era avvenuto nel caso della Diciotti (quando fu negata l'autorizzazione a procedere).
"Il senatore Matteo Salvini ha conservato copia delle interlocuzioni scritte avvenute a proposito della Gregoretti - fanno sapere fonti della Lega. Si tratta di numerosi contatti anche tra ministero dell'Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari.
Era stata contattata anche la Cei". Si tratta di una risposta a quanto affermato ieri da Palazzo Chigi secondo il quale l'argomento non fu discusso in consiglio dei ministri e nessuna decisione fu quindi condivisa.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 21 dicembre 2019
A inchiodare Matteo Salvini, sia pure con chiodi per ora di carta, sulla croce del processo per sequestro di persona, abuso d'ufficio e non so cos'altro, chiesto dal tribunale dei ministri di Catania per i 131 migranti bloccati a fine luglio nel porto di Augusta sulla nave Gregoretti, della Guardia Costiera, sarebbe una comunicazione già partita da Palazzo Chigi. Della quale si è affrettato a farsi forte nella polemica politica con l'ex alleato di governo il capo ancòra delle 5 Stelle e ministro degli Esteri Luigi Di Maio per contestare a Salvini di aver fatto tutto di testa sua con quel blocco, senza la copertura del governo fornitagli l'anno scorso, in occasione di una vicenda analoga occorsagli con la nave Diciotti, anch'essa della Guardia Costiera. E risolta dal Senato col no al processo.
La giunta senatoriale delle immunità, presieduta di diritto da un esponente dell'opposizione, in questo caso da Ignazio La Russa, avvocato peraltro di lunga esperienza, approfondirà sicuramente la questione prima di votare, il 20 gennaio, e formulare all'assemblea di Palazzo Madama la sua proposta di accoglienza o rigetto dell'autorizzazione al processo. Si vedrà naturalmente con quale tipo di maggioranza, e di sorpresa, essendo peraltro il passaggio finale doverosamente a scrutinio segreto, con tutte le incognite del trasversalismo politico e umorale, per non parlare d'altro.
Al di là delle precisazioni e smentite già opposte dall'avvocato ed ex ministro leghista Giulia Bongiorno, che si è subito assunta la regìa della difesa di Salvini, una circostanza già appare nella sua assoluta, incontrovertibile singolarità, a prescindere o al netto, come preferite, delle simpatie o antipatie che potrà procurarsi l'ex titolare del Viminale con i suoi abituali atteggiamenti e toni da sfida, di una intensità inversamente proporzionale alle distanze che lo separano dall'appuntamento elettorale di turno. Che stavolta, con le votazioni regionali del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, rischia di accavallarsi con la fase conclusiva e decisiva del percorso parlamentare della richiesta giudiziaria partita da Catania.
La circostanza è quella rivelata, sullo spinosissimo terreno della gestione degli sbarchi e, più in generale, del fenomeno migratorio, dal presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte. Che, sfiancato dalle continue polemiche col suo allora e ancora per un po' vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, in un momento di spontaneità scambiato da qualcuno anche per una gaffe di Stato, si lamentò pubblicamente nella scorsa estate delle ore trascorse al telefono nei week con i suoi omologhi europei. Ai quali chiedeva "il piacere personale" di prendersi in carico una parte dei migranti trattenuti sulle navi di soccorso dal blocco dei porti italiani disposto dal Viminale a tutela dei confini, della sicurezza e quant'altro.
In quel piacere "personale" rivelato, vantato e quant'altro dal capo del governo c'era un po' tutto: non solo la stanchezza, magari anche le preoccupazioni espresse di volta in volta a Conte dal presidente della Repubblica, ma soprattutto l'ammissione di una situazione paradossale e scandalosa, diciamolo pure, di una comunità internazionale, cioè l'Unione Europea, incapace e nei fatti indisponibile, al di là delle parole di apertura apparente, a farsi carico spontaneamente, rapidamente e decentemente di un fenomeno scaricato sulle spalle, e sulle coste italiane, solo dalle circostanze naturali.
Il racconto del presidente Conte vale, anche ai fini del processo che torna a incombere sul collo dell'ormai ex ministro dell'Interno, e ora solo principale oppositore del governo, più di dieci, cento, mille sedute del Consiglio dei Ministri per certificare la natura complessa, multilaterale e quant'altro di una questione maledettamente pasticciata.
Che, codice alla mano, può anche permettere ad un pubblico ministero o ad un giudice delle indagini preliminari, come si configura il cosiddetto tribunale dei ministri, di ipotizzare un sequestro di persone. Ma sarebbe pur sempre un curioso sequestro: di persone regolarmente soccorse, assistite, visitate da curiosi e non, trattenute a bordo di navi sicure solo per il tempo necessario a stabilirne la destinazione, non certo verso i luoghi di prigionia e tortura da cui quella gente proveniva.
Tutto questo credo che possa e debba essere detto con tutta onestà, senza la pretesa - ci mancherebbe - di insegnare ai magistrati il loro mestiere né al governo e a chi lo guida il loro, né di prenotarci al prossimo comizio di Salvini o manifestazione similare, magari all'insegna di diversi - presumo dalle sardine. Basterebbe parlarne, e agire di conseguenza, rinunciando ai soliti interessi di bottega della politica e della campagna elettorale di turno. Cioè, senza specularci sopra.
di Tesfay Afrah Abrahem
Il Riformista, 21 dicembre 2019
Salve prof. Mannino, oggi le vorrei raccontare la mia storia, perché mi ha sempre ispirato fiducia. Da quando sono diventata una sua alunna, lei non ha visto in me solo l'apparenza. Ha visto oltre e questo mi ha aiutato a crescere. Mi presento correttamente. Il mio nome è Afrah, ho 18 anni, sono nata in Sudan, originaria etiope, ma cresciuta in Italia. In Sudan mia madre era proprietaria di un B&B e mio padre lavorava in un ristorante, mia sorella frequentava le medie e io andavo all'asilo. Quando avevo quattro anni, la mia famiglia decise di trasferirsi in Libia, perché ci fu una guerra tra sudanesi: in seguito il Paese si divise in due parti. Non appena arrivati in Libia, ci accorgemmo subito che la situazione era molto pericolosa, perché i libici punivano le donne che non indossavano il velo. Mia madre era ortodossa e mio padre musulmano.
Gli stranieri che vivevano da più tempo in Libia crearono un'area lavorativa a Tripoli per soli stranieri. E così i miei genitori aprirono un ristorante e iniziarono a lavorare diligentemente. Mia sorella li aiutava, io invece passavo il tempo a giocare con i bambini. Non frequentavo la scuola perché la mia famiglia aveva paura che potesse capitarmi qualcosa di brutto: un giorno venni quasi rapita, ma per fortuna quell'uomo fu fermato prima che potesse arrivare al cancello. In quel periodo sequestravano i bambini per poi ucciderli e vendere i loro organi. Col passare del tempo i miei genitori decisero di voler andare in Italia, ma i soldi per pagare lo scafista non bastavano e così ci tirammo indietro. Proprio allora un mio amico partì con la sua famiglia, ma un mese dopo sentimmo che la loro barca si era capovolta. Morirono tutti. Fu uno choc. Frattanto la Libia diventava ogni giorno sempre più pericolosa per gli stranieri. Mesi dopo i miei genitori decisero di voler partire e iniziarono a chiedere informazioni sulla barca. Così a un certo punto decidemmo di andar via. Partimmo a notte fonda, salimmo su un grande furgone e iniziammo il nostro lungo viaggio.
Superato il deserto, fummo catturati quattro volte. I sudanesi ci vendettero ai libici e poi ancora i libici ad altri libici. Per due volte i miei genitori pagarono per essere liberati. La terza volta però restammo senza soldi. Così presero i miei genitori e li misero in una stanza con dei serpenti, minacciandoli che se non avessero pagato sarebbero morti lì. Io e mia sorella eravamo all'oscuro di tutto, ma la paura c'era nel non vedere i nostri genitori. Infine mia madre chiese un prestito a mia zia che stava in America. Fummo liberati tutti e continuammo il nostro viaggio. Arrivati in una villa ci chiesero di nasconderci. Ero nel cortile e mi stavo annoiando, quando uno di loro mi disse: "Sto uscendo, non aprire a nessuno". Io però capii male. Pensai che mi avesse detto di aprirgli non appena fosse stato di ritorno. Sentii qualcuno bussare, mi misi a correre per aprire, e aperto il portone vidi un fucile puntato sulla mia fronte. Per il terrore mi misi a correre verso mia madre. Fummo di nuovo presi, mia madre pagò di nuovo, ma i soldi non bastarono neanche allora. E così mio padre decise di rimanere indietro. Io, mia madre e mia sorella proseguimmo il viaggio da sole. Senza mio padre. Alle 21 cominciammo a correre per raggiungere la riva dove la barca ci stava attendendo.
Cinque ore senza fermarci. Io ero sempre in braccio a mia madre o di qualche ragazzo che si offriva di aiutarla: avevo sei anni, ero piccola per sopportare quel percorso che per giunta era fatto di corsa. Arrivati a riva trovammo la barca e salimmo a bordo. Iniziammo il viaggio in mare. Ma a metà viaggio il motore si fermò. Tutti dal panico iniziarono a urlare dalla disperazione e a pregare, finché dopo qualche ora venne una barca molto più grande della nostra. Erano i libici. Ci chiesero se volessimo tornare in Libia o restare in mare. Tutti risposero di voler morire in mare piuttosto che tornare, mia madre urlando chiese di aiutarci, che aveva due bambine. I libici senza pietà se ne andarono come se non stesse accadendo nulla intorno a loro. Il mattino seguente incontrammo dei pescatori tunisini che ci aiutarono con il motore. Ci dissero che avevamo sbagliato rotta, che stavamo andando verso Malta. E così ci guidarono verso la Sicilia. Chiamarono la guardia costiera. Finalmente dopo tre notti e tre giorni arrivammo in Sicilia.
Sono ormai dodici anni che vivo in Italia, parlo, scrivo e penso in italiano, l'unica cosa che mi manca per completarmi è un pezzo di carta, la cittadinanza italiana. Bacerò sempre questa terra come fece mia madre la prima volta che arrivammo, sono multietnica, Sudan, Etiopia, Italia. Tre terre diverse. Tre culture differenti, ma fanno parte di me e della mia storia.
Cordiali saluti, la sua alunna.
di Simone Sabattini
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Condannato a morte, salvato (per ora) da un podcast che ha fatto scuola. La Corte Suprema: giurie truccate, i membri neri costantemente esclusi. Non c'erano ali di folla a proteggerlo dai venti di tempesta fuori dal carcere di Louisville, Mississippi.
C'erano le braccia di due sorelle che non hanno mai smesso di sorreggerlo, pur non potendolo toccare da ormai 23 anni. Curtis Flowers - un nome dolce da cantante soul e un destino amaro da capro espiatorio - torna a casa una settimana prima di Natale, in libertà vigilata, per la prima volta in quasi un quarto di secolo.
È con ogni probabilità il carcerato più perseguitato d'America: processato sei volte per lo stesso crimine (non si ricordano casi simili), un quadruplice omicidio, che sostiene di non avere commesso; è nel braccio della morte da 20 anni. La sua è una storia incredibile, ripescata e ribaltata da un podcast che ormai ha fatto scuola e storia. Dal buio di un villaggio dimenticato nel cuore dell'America fino alla Corte Suprema Usa e alle fragili ali della libertà arrivata quasi per miracolo.
Eppure non ci sarebbe niente di miracoloso, nel (temporaneo) epilogo di questi giorni. Piuttosto, le assurdità riempiono fino farli scoppiare i 23 anni precedenti. Il primo livello - quello delle ripetute condanne a morte - in fondo è persino il meno sorprendente. Una strage di periferia dentro un negozio di mobili a Wynona, Mississippi: 4 morti tra dipendenti e clienti. Chi è stato? Gli inquirenti locali puntano subito il dito su Curtis Giovanni Flowers, un ex dipendente appena licenziato per banali negligenze. "È lui: voleva vendicarsi", dicono.
Trovano le impronte delle scarpe tra il sangue delle vittime, le tracce di polvere da sparo, i proiettili compatibili (non l'arma). Tutto a carico del giovane Flowers, incensurato, che allora ha 26 anni e una figlia piccola. Un ragazzone afroamericano in un paese fermo agli anni 60, quelli di Mississippi Burning: i bianchi da una parte, i neri dall'altra, due mondi separati. E infatti sono tutti sollevati dalla condanna, che pare risarcire una comunità sconvolta. Solo che la Corte Suprema del Mississippi ribalta la sentenza: il processo è stato ingiusto. Lo stesso "colpo di scena" si ripeterà altre 3 volte, dopo altrettanti processi fotocopia.
E qui si passa al secondo livello della vicenda, che ha un contro-protagonista: il procuratore distrettuale Doug Evans, l'uomo che per 20 anni ha provato senza sosta a far condannare Flowers è si è visto rispedire indietro tutte le condanne (in due casi non si è riusciti a raggiungere un verdetto). La ragione è semplice, al netto delle prove rivelatesi sempre più fragili: Evans ha sistematicamente "sbiancato" le giurie, facendo rimuovere i componenti afroamericani. Poteva farlo? Tecnicamente sì: il sistema americano dà facoltà alla pubblica accusa di sostituire i giurati "sospetti". Solo che Evans lo fa solo con i neri. E quando non ci riesce, la condanna non arriva. Avanti così per anni, senza che Flowers possa mai lasciare il carcere.
Poi, l'estate scorsa, dopo una sesta condanna a morte, il caso sbarca a Washington: tocca alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Che fa a pezzi la condotta di Evans: finisce 7-2, con tre giudici conservatori che votano assieme ai liberal. "Condotta palesemente discriminatoria della pubblica accusa, un caso disturbante", scrivono i giudici. Scavando nel passato di Evans si scopre che ha "fatto fuori" i membri neri delle giurie per tutta la sua carriera. Si torna al punto di partenza, ma Flowers resta in galera, e Evans al suo posto: è una carica elettiva. Proverà a condannarlo un'altra volta? Ormai però il castello è crollato, e lunedì scorso un giudice del Mississippi non ha potuto negare la libertà su cauzione.
Ma chi ha bonificato il suolo avvelenato di Wynona, Mississippi? Chi ha fornito tutto il nuovo materiale a giudici e avvocati? È il terzo livello della storia. Porta il nome di un podcast: In the Dark. Sedici puntate prodotte da American Public Media, in parte finanziate dal fundraising, costate pare 100.000 dollari l'una. Un lavoro enorme, avvincente, impressionante. In the Dark ha sgonfiato ogni presunta prova, intervistato testimoni rivelatisi inattendibili, voltagabbana, corrotti, ha stanato un possibile colpevole alternativo. Ed è stato il primo podcast della storia ad aggiudicarsi il prestigioso Polk Award. A conti fatti, Curtis Flowers deve ringraziare soprattutto loro. In attesa che, dopo le accuse, cada anche il braccialetto elettronico e arrivi la libertà totale. Quella vera.
di Chiara Penna
cosenzachannel.it, 20 dicembre 2019
"Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni" scriveva nel 1866 Fëdor Dostoevskij in "Delitto e Castigo". Ed il punto è proprio questo: senza bisogno di estendere il concetto all'idea della pena e del processo penale che attualmente si sta diffondendo nel nostro Paese, in Italia si registra un rovinoso regresso del pensiero evoluto.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 20 dicembre 2019
Si terrà nel carcere di Opera a Milano, oggi e domani, l'VIII Congresso di Nessuno Tocchi Caino. L'appuntamento si svolgerà nel teatro del carcere, oggi dedicato a Marco Pannella, che nel 2015 partecipò a quello che fu il suo ultimo congresso dell'associazione di cui era presidente, animando e dando slancio alla battaglia per l'abolizione dell'ergastolo ostativo, che quest'anno ha colto i suoi frutti con le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo e poi della Corte costituzionale.










