di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2020
Con il nuovo Codice della crisi non c'è stata depenalizzazione. Non cambiano cioè i presupposti civilistici del reato di bancarotta. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 4772 della Quinta sezione penale depositata ieri. Bollato quindi con l'inammissibilità il ricorso presentato dalla difesa di un imputato contro la pena, peraltro oggetto di patteggiamento, cui era stato condannato per avere riportato nei bilanci di esercizio di una srl dichiarata fallita fatti non corrispondenti a verità, nascondendo perdite tali da annullare il patrimonio netto, provocando così il dissesto della società.
L'unico motivo alla base dell'impugnazione era costituito dal cambiamento della legge extra penale messa a fondamento dei fatti di bancarotta fraudolenta: determinante sarebbe stata l'approvazione del nuovo Codice della crisi, decreto legislativo n. 14 del 2019 di riforma della Legge fallimentare, e, in particolare, degli articoli 389 e 390.
La risposta della Cassazione è netta, non c'è stata abolitio criminis. Tra l'altro, le norme civilistiche di riferimento neppure sono entrate in vigore, visto che lo saranno solo dal prossimo 15 agosto. In ogni caso, il nuovo Codice della crisi è in dichiarata continuità con le fattispecie penali antecedenti. E neanche la difesa ha sostenuto l'applicazione della, questa sì nuova, causa di non punibilità per tenuità del fatto oppure della relativa attenuante per coprire la condotta dell'imprenditore che, in un contesto di danni di relativa gravità, si è attivato con l'Ocri e comunque per una soluzione concordata della crisi.
Quanto poi alla disciplina civilistica, che di quella penale rappresenta un presupposto, la sentenza della Cassazione sottolinea come le novità siano più terminologiche che di sostanza. A venire sostituito è il termine "fallimento" con "liquidazione" e a venire distribuiti diversamente sono compiti e poteri del giudice delegato, del curatore, dei creditori e del soggetto interessato e le diverse scansioni processuali.
Non abbastanza per fare ritenere che sia stato investito da un significativo cambiamento anche il presupposto dell'"insolvenza dell'impresa" sul quale si fondano le norme penali che, infatti, sono rimaste inalterate, tranne nell'aggiornamento del lessico dei nuovi presupposti di applicabilità. Il ricorso è così giudicato inammissibile, tanto più poi che il Codice di procedura penale lo ritiene possibile contro la sentenza di patteggiamento solo per motivi che riguardano l'espressione della volontà dell'imputato, il difetto di collegamento fra la richiesta e la sentenza, l'erronea qualificazione del fatto, e l'illegalità della pena o della misura di sicurezza.
È stato firmato un protocollo d'intesa tra il Provveditore regionale della Amministrazione Penitenziaria della Campania diretto dal Dott. Antonio Fullone ed il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania Prof. Samuele Ciambriello. Il Garante si impegna come interlocutore dell'Amministrazione penitenziaria al fine di sollecitare, suggerire, valutare e promuovere attività di sostegno ed integrazione in materia di diritto alla salute; diritto allo studio ed alla formazione, anche di intesa con agenzie istituzionali di settore; diritto al lavoro ed alla formazione professionale; preparazione alla dimissione e sostegno della misura alternativa alla detenzione; ogni altra materia ricollegabile alla competenza regionale.
Il Provveditore e il Garante realizzeranno patti annuali finalizzati alla tutela e alla promozione dei diritti dei detenuti, al miglioramento delle condizioni di vita all'interno degli istituti penitenziari, al potenziamento dei percorsi di reinserimento sociale. Per il Garante campano Samuele Ciambriello: "Questo protocollo coniugherà anche efficacia ed efficienza per la promozione di progetti sperimentali di inclusione al fine di migliorare la condizione di vita della popolazione carceraria in Campania impegnando per momenti di formazione e aggiornamento congiunti anche personale dell'Amministrazione penitenziaria. Sono grato al Provveditore regionale per questo metodo sinergico e per la qualità della nostra collaborazione".
In attuazione del presente protocollo le direzioni degli Istituti penitenziari della Campania potranno stipulare specifici accordi con il Garante regionale, al fine di promuovere e sostenere, anche economicamente, i protocolli di intesa per il lavoro di pubblica utilità in favore della popolazione detenuta negli Istituti campani. Il Garante porrà in essere tutte le azioni possibili per creare anche un fondo per attribuire borse di lavoro mirate ad incentivare l'adesione volontaria di un sempre maggior numero di detenuti al processo di reinserimento lavorativo e di giustizia riparativa.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 5 febbraio 2020
Ascoltati in Commissione parlamentare d'inchiesta i genitori di Giulio: "Zone grigie sia dal governo egiziano che da parte italiana". La permanenza dell'ambasciatore italiano in Egitto risponde a politiche e logiche distanti da quelle che dovrebbe perseguire un Paese sovrano, e democratico come l'Italia. A quattro anni dall'assassinio di Giulio Regeni, la questione viene riproposta con forza dai suoi genitori durante un'audizione in Commissione parlamentare d'inchiesta: "L'ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, da molto tempo non ci risponde, evidentemente persegue altri obiettivi rispetto a verità e giustizia, mentre porta avanti con successo iniziative su affari e scambi commerciali tra i due Paesi", denuncia Claudio Regeni ascoltato ieri, insieme alla moglie Paola Deffendi e alla loro avvocata Alessandra Ballerini, dalla Commissione bicamerale creata ad hoc per fare luce sulla morte del giovane ricercatore friulano rapito il 25 gennaio 2016 nei pressi della propria abitazione al Cairo e ritrovato cadavere orrendamente torturato il 3 febbraio successivo nei pressi di una prigione dei servizi segreti egiziani.
I due coniugi - che hanno appena dato alle stampe per Feltrinelli il loro racconto di questi quattro anni nel libro Giulio fa cose - parlano espressamente di responsabilità congiunte: "Ci sono zone grigie sia dal governo egiziano, che è recalcitrante e non collabora come dovrebbe, ed anche da parte italiana, che non ha ancora ritirato il nostro ambasciatore al Cairo", come chiedono da tempo. E, sottolinea Paola Deffendi, la scelta compiuta in pieno Ferragosto 2017 dall'allora ministro degli Esteri Angelino Alfano di rinviare il nuovo ambasciatore, dopo che Maurizio Massari era stato richiamato nell'aprile 2016, è stata "una fuffa velenosa".
I Regeni raccontano tutti gli incontri istituzionali avuti: il 7 marzo 2016 l'allora premier Matteo Renzi li volle incontrare "senza legali, cosa che oggi non faremmo più. Quella volta l'emotività e il desiderio di muovere le cose ci fece accettare di andare senza. Fu una cosa strana". Era la prima volta che si vedevano, ma a luglio poi "ci fu un nuovo incontro in cui Renzi ci fa un discorso come se fossero già in Italia i famosi video della sorveglianza della metro", quelli che la procura di Roma chiese invano per mesi e ottenne solo due anni dopo, nel maggio 2018. Allora, invece, "ci venne detto come se quei video fossero stati già visti. Noi restammo basiti". Poi fu la volta del premier Paolo Gentiloni "che il 20 marzo 2017 voleva convincerci che prima o poi sarebbe stato il caso di rimandare l'ambasciatore al Cairo". E fino ai giorni nostri: il 6 ottobre scorso il ministro Luigi Di Maio disse loro che "se entro il 28 novembre non ci sono novità nella collaborazione alle indagini, ritiriamo l'ambasciatore. Prima della scadenza, con una lettera maleducata il nuovo procuratore egiziano annuncia che ci sarà un incontro quando sarà nominato il procuratore di Roma, bypassando il titolare delle indagini Sergio Colaiocco".
Ai membri dell'organismo presieduto da Erasmo Palazzotto (Leu) che a metà dicembre scorso hanno sentito raccontare della mancata collaborazione egiziana anche dai procuratori di Roma Colaiocco e Prestipino, i signori Regeni riferiscono poi che negli stessi giorni in cui Giulio era nelle mani dei suoi aguzzini, "tra il 25 gennaio e il 4 febbraio 2016, era presente al Cairo il direttore dell'Aise (il servizio segreto per l'estero, ndr), Alberto Manenti". Una presenza che potrebbe aver messo fuoristrada gli apparati del regime di Al Sisi? "Perché è stato ucciso Giulio? - si chiede l'avvocata Ballerini - La ricerca che stava conducendo non è la risposta. Altri facevano ricerche potenzialmente più pericolose della sua. È stato ucciso perché si trovava in un regime paranoico dove tutto può succedere perché non c'è il minimo rispetto per i diritti umani". Perciò, afferma la legale, "l'Italia dovrebbe inserire l'Egitto nella lista dei Paesi non sicuri: lì 3-4 persone ogni giorno fanno la fine di Giulio".
D'altronde "è evidente - continua Ballerini - che Giulio è stato preso dagli apparati egiziani, tanto che Massari si attivò parlando con il ministro degli Interni e le stazioni di polizia. Perché, ce lo hanno ribadito altre persone, Giulio non è il primo italiano preso: è il primo che viene torturato e ucciso, ma altri italiani sono stati presi, e in un caso uno è stato molto maltrattato. Per questo motivo - ha sostenuto il legale - Massari ha usato una strategia sotto traccia, una strategia già collaudata nel tempo e funzionante per altri casi di italiani". Quanto ai nostri connazionali arrestati e poi rilasciati, "sono così terrorizzati che non parlano. Uno ci ha contattato, pentito per non aver parlato perché ci ha detto che magari si sarebbe saputo che l'Egitto non è un Paese sicuro". E ancora: "Siamo costantemente spiati dagli egiziani, ho presentato un esposto alla procura di Genova", ha aggiunto Ballerini. "Tempo fa ho comunicato al telefono con i nostri consulenti e loro sono stati subito chiamati a riferire dal commissariato di Doki. Le nostre telefonate vengono ascoltate e ancora adesso ai convegni in Italia c'è qualche egiziano che fotografa i presenti".
Fatti già denunciati più volte pubblicamente dalla famiglia Regeni ma che in questa cornice istituzionale assumono una rilevanza speciale. Palazzotto però, rispondendo ai giornalisti, non entra nel merito delle richieste dei genitori di Giulio: "Non spetta a me discutere dei rapporti diplomatici tra Italia e Egitto. Penso che la famiglia abbia la legittimità di chiedere alle istituzioni atti concreti e forti che restituiscano autorevolezza al nostro Paese nel rivendicare la cooperazione che finora non c'è stata da parte dell'Egitto". Nel frattempo, alla Camera il presidente Roberto Fico ha incontrato Ahmed Abdallah, consulente della famiglia Regeni al Cairo. L'incontro, ha scritto l'esponente 5 Stelle su Facebook, "è servito per fare un punto sullo stato delle indagini, ma anche sulla situazione e sulle preoccupazioni dell'associazione di cui fa parte Abdallah, l'Ecrf, che in questi anni in un contesto difficile ha fornito un contributo coraggioso nella ricerca della verità". Piccoli movimenti, per non lasciare Giulio da solo a fare cose.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 5 febbraio 2020
Prescrizione ma non solo. Come nasce il patto tra il presidente della Anm e Bonafede (e cosa c'è sotto). Ora che, come abbiamo raccontato ieri, anche i massimi vertici degli uffici giudiziari di tutta Italia (dal primo presidente di Cassazione ai presidenti delle corti d'appello e i procuratori generali) hanno bocciato senza scampo la riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio, non sono in pochi a chiedersi come mai l'Associazione nazionale magistrati, cioè il sindacato delle toghe, continui imperterrita a sostenere la riforma voluta dal ministro Alfonso Bonafede.
Tra il presidente dell'Anm, Luca Poniz, e il Guardasigilli (e più in generale il M5s) scorre certamente un'intesa profonda di stampo giustizialista. Basti pensare al modo con cui, lo scorso agosto, Poniz si espresse a favore della riforma della prescrizione: "La riforma dissuade il ricorso al secondo e terzo grado di giustizia per chi è stato condannato e magari il reato lo ha commesso", disse il presidente dell'Anm, distorcendo in questo modo il contenuto della norma poi entrata in vigore (che non si applica solo alle persone condannate in primo grado, ma anche a quelle assolte) e aderendo alla vecchia cara "dottrina Davigo", secondo cui gli italiani sono tutti colpevoli non ancora scoperti.
Di recente, Poniz si è anche detto favorevole al "lodo Conte", il mostro giuridico e anticostituzionale ideato dal premier nel tentativo di condurre i partiti di maggioranza all'intesa sulla prescrizione, e che prevede l'applicazione della riforma Bonafede solo ai condannati in primo grado, destinando questi ultimi a processi potenzialmente eterni. Il presidente dell'Anm ha affermato che la distinzione tra condannati e assolti in primo grado "è saggissima, non capisco perché dovrebbe essere incostituzionale", aggiungendo che il lodo "sta dentro il principio di uguaglianza", perché "condannati e assolti sono due cose diverse". Insomma, ancora una volta il presidente dell'Anm sembra ignorare l'articolo 27 della nostra Costituzione, che stabilisce invece che condannati e assolti in primo grado non vanno considerati diversamente, ma allo stesso modo, vale a dire innocenti fino a sentenza definitiva. Ma l'intesa tra Poniz e Bonafede sembra aver trovato slancio soprattutto a partire dal congresso nazionale tenuto dall'Anm a Genova a fine novembre. In quell'occasione è accaduto qualcosa, diciamo così, di speciale, che vale la pena ricordare.
Nella relazione di apertura del congresso, Poniz muove - a sorpresa - alcune critiche nei confronti della riforma della prescrizione: "Svincolata da riforme strutturali, come da noi richieste, rischia di produrre squilibri", afferma, aggiungendo che la politica deve trovare "un punto di equilibrio tra irrinunciabili riforme organiche di un sistema complesso, sapendo percorrere vie come il significativo potenziamento di riti alternativi". Il presidente dell'Anm sembra suggerire un rinvio dell'entrata in vigore della riforma, per permettere di velocizzare prima i tempi della giustizia, e infatti le sue parole creano scalpore, tanto da essere rilanciate dall'ex Guardasigilli, e vicesegretario del Pd, Andrea Orlando.
Il giorno dopo, il ministro della Giustizia Bonafede si presenta col cappello in mano al congresso dell'Anm e, dopo aver incensato le toghe ("I nostri magistrati sono tra i migliori al mondo, lavorano duramente e senza sosta"), di fronte alla platea di magistrati annuncia di voler abbandonare l'ipotesi di introduzione del sorteggio per l'elezione dei consiglieri togati del Csm, di cui tanto si era parlato in seguito allo scandalo sulle nomine pilotate dalle correnti, e su cui si era scatenata l'ira del sindacato togato. Applausi scroscianti dei presenti.
L'Anm incassa il passo indietro di Bonafede sul sorteggio e, poche ore dopo, cambia rotta sulla riforma del Guardasigilli. "La prescrizione così com'è va benissimo e renderà impossibile un uso strumentale delle impugnazioni", dichiara Poniz, che poi ribadisce: "Non c'è nessuna bomba atomica. Il 1° gennaio non succede niente". Insomma, tra l'Anm e Bonafede è avvenuto uno scambio di amorosi sensi, ma soprattutto di interessi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 febbraio 2020
In italiano aulico si direbbe chiagni e fotti. Qui, in modo corrente, diciamo che lascia almeno perplessi la tesi secondo cui i magistrati sarebbero a rischio di mordacchia. Pure, la tesi che sfila è ormai questa. Giusto l'altro giorno - mentre, come ogni giorno, tutti i quotidiani e le televisioni d'Italia erano impegnati nel riporto di qualsiasi sbuffo togato - un noto collaboratore de Il Fatto Quotidiano, Gian Carlo Caselli, ha scritto che "le gravi difficoltà della stagione che stiamo vivendo non consentono il lusso del silenzio".
E spiega: "Altrimenti, mentre tutti parlano di giustizia, sarebbero solo i magistrati a non poterlo fare". Il che, per il collaboratore del giornale di Marco Travaglio, sarebbe assurdo: come se si pretendesse il silenzio dei medici quando si discute di sanità o quello dei giornalisti quando si parla di informazione.
Che dire? Un paio di cose. La prima: che davanti alla scena di un dibattito pubblico dove la parola della magistratura corporata non è propriamente inibita, queste considerazioni di Gian Carlo Caselli si profilano in modo abbastanza incongruo. Forse assistiamo a uno spettacolo diverso, ma a noi francamente non sembra che nella temperie italiana il diritto di parola del magistrato incontri gravi impedimenti di esercizio. Ma una seconda osservazione bisogna fare a proposito di quel che scrive: e cioè che paragonare i magistrati agli esponenti di altri mestieri non si può, perché il mestiere di magistrato non è un mestiere come un altro.
Se si discute pubblicamente di dare questo o quel potere alle forze armate, a me suona un po' male che un colonnello a capo del suo reggimento partecipi al convegno pretendendo di "dire la sua". Perché magari lui non lo vuole, ma c'è almeno il sospetto che le cose che dice possano affermarsi grazie al timore incusso dalle armi che la società gli ha dato il potere di maneggiare. Ed è un potere che al militare è stato attribuito per proteggere la società dalla sopraffazione della violenza illegale: non per partecipare alla vicenda civile e politica del Paese. E nel caso dei magistrati è tanto diverso? Non è tanto diverso e anzi è proprio lo stesso. Perché anche il magistrato è un uomo armato: è armato del potere di giudicare e imprigionare le persone, e questo potere non è meno offensivo giusto perché punta contro i cittadini la minaccia del carcere anziché la bocca di un fucile.
Probabilmente nemmeno lui, nemmeno il magistrato che, armato del suo potere, pretende di dire la sua al modo del colonnello in parata, vuole davvero che le sue parole, i suoi propositi di riforma, le sue istanze di governo della giustizia, rischino di imporsi in forza della capacità intimidatoria dei pericolosi strumenti di lavoro che la società gli ha messo in mano. Ma io discuto molto mal volentieri se il mio interlocutore ha una pistola, e non è che sono più tranquillo se anziché metterla sul tavolo la tiene nella fondina. Pare che la questione neppure vagamente impensierisca i magistrati che rivendicano il diritto di occupare ogni luogo del dibattito pubblico in tema di giustizia.
E visto che non li impensierisce i casi sono due: o non si rendono conto di quanto sia pericoloso che il loro intervento si imponga sulla scena di una società intimorita dal loro potere, e allora si tratta di una improbabile buona fede che sarebbe anche facile perdonare; oppure se ne rendono conto benissimo e cioè sanno perfettamente che il loro eloquio è invigorito dal potere di cui dispongono, vale a dire il potere di rinchiudere in una cella la vita di una persona: e allora quella buona fede è irriconoscibile, ed è imperdonabile la loro pretesa d'aver voce in capitolo. Vorremmo magistrati inchinati davanti al potere di cui dispongono, cioè timorosi e saggi nell'esercitare il potere immenso che gli abbiamo attribuito. Invece spesso vediamo una magistratura impettita, che ci intima di inchinarci davanti alla sua pretesa di dire e fare tutto ciò che vuole.
di Alessandra Ricciardi
Il Foglio, 5 febbraio 2020
La ricetta è l'esatto opposto di quanto ha deciso sinora il Parlamento. La riforma pentastellata della prescrizione fa retrocedere il diritto di questo Paese al rango di diritto primitivo. Se poi, come pare, Bonafede vuole anche limitare gli appelli degli imputati e devolverli a un giudice unico, allora siamo proprio alla fine". E invece, dice Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, protagonista delle indagini sulle Brigate rosse venete e su Tangentopoli, occorrerebbe ribaltare il tavolo, ripartire dalla riforma della durata dei processi. Iniziando dalla depenalizzazione di molti reati bagattellari. "Quasi tutti i partiti credono che la quantità dei reati e la severità delle pene siano le armi migliori per combattere la delinquenza. Mentre è tutto il contrario", spiega Nordio, "occorrono pochi reati, e pene anche più basse, ma certe". La mediazione tentata tra M5s, favorevole alla riforma, e Italia viva, che ne chiede l'abrogazione, dal premier Giuseppe Conte ossia la sospensione sine die della prescrizione solo per i condannati di primo grado? "Sarebbe incostituzionale, per manifesta disparità di trattamento... è molto più ragionevole seguire la proposta Costa, ed eliminare del tutto la mostruosità".
Domanda. Andiamo con ordine. La riforma della prescrizione del ministro Bonafede è in vigore da gennaio. Cosa è cambiato?
Risposta. Materialmente nulla, perché la norma non è retroattiva, e produrrà i suoi effetti dopo le sentenze di primo grado per reati commessi dal gennaio 2020, e quindi tra qualche anno. Ma è cambiato un mondo, perché con questa porcheria il Paese retrocede al rango del diritto primitivo, ammesso che possa ancora chiamarsi diritto.
D. Per il ministro Bonafede occorre garantire la certezza dei processi. Gli avvocati lamentano invece la violazione del principio di presunzione di innocenza. Come stanno le cose?
R. Gli avvocati hanno ragione, ma oltre alla presunzione di innocenza qui viene vulnerato e violato il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Sospendendo la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, l'imputato, e la vittima del reato, devono solo sperare in un evento futuro e incerto, cioè il giudizio definitivo, che senza lo stimolo della prescrizione sarà sempre più lontano. Quanto a Bonafede, la certezza del processo si attua predisponendo le riforme per renderlo più efficiente e rapido, ma di queste non c'è neanche l'ombra.
D. Una volta tanto anche i magistrati, se non tutti una ampia maggioranza, evidenziano difetti e rischi.
R. L'Associazione Nazionale Magistrati ancora una volta ha fatto una pessima figura. In un primo tempo aveva esitato su questo obbrobrio, e alcuni si erano detti addirittura favorevoli. Quando però Bonafede ha annunciato che uno dei modi per render più rapidi i processi era punire i magistrati che non avessero rispettato i termini, il sindacato ha fatto marcia indietro, e sono riemerse le perplessità e anche i dissensi. Se l'Anm avesse detto subito che questa riforma era di dubbia, e per me palese, incostituzionalità sarebbe stata molto più credibile.
D. Quali sarebbero le ricadute per il sistema della giustizia italiana? Di quanti giudici in più avrebbero bisogno i tribunali per reggere?
R. Per aver processi in tempi ragionevoli, andrebbero almeno raddoppiati i magistrati a oggi in servizio, e andrebbero triplicate le strutture di supporto amministrative. Ma poiché questo non è possibile, perché mancano i soldi e i concorsi non colmano nemmeno i vuoti, non resta che diminuire il carico: cioè depenalizzare molte fattispecie, semplificare le procedure, ma senza ridurre le garanzie, introdurre la discrezionalità dell'azione penale e il divieto di reformatio in peius. In Italia puoi essere assolto dopo un anno di dibattimento e poi condannato in appello, sulla base degli stessi atti cartacei, senza che il processo venga rinnovato. Un'altra assurdità che non solo allunga i tempi, ma confligge con il principio della condanna al di là di ogni ragionevole dubbio. Come puoi infatti condannare un imputato quando il giudice precedente ha dubitato così tanto da assolverlo?.
D. Movimento5stelle e Italia viva sono ai ferri corti. Il premier Conte ha provato una mediazione: sospendere la prescrizione sine die solo per i condannati di primo grado e non per gli assolti. È una mediazione percorribile?
R. A suo tempo, proprio dalle pagine di Italia Oggi, dissi che sarebbe stato il minimo. Ma in realtà sarebbe incostituzionale, per manifesta disparità di trattamento.
D. La maggioranza al senato rischia, potrebbe passare una riforma opposta alla Bonafede, quella del ddl Costa. Ultima chance un rinvio della prescrizione. Giuridicamente possibile?
R. Poiché gli effetti della riforma, come ho detto all'inizio, si sentirebbero tra qualche anno, c'è tutto il tempo o per eliminarla del tutto o per farla slittare, come era stato previsto in origine, fino al momento dell'entrata in vigore della riforma che acceleri i processi. Ma poiché quest'ultima è futura, incerta, e probabilmente fatta male, è molto più ragionevole seguire la proposta Costa, ed eliminare del tutto questa mostruosità
D. Il vero problema, tutti concordano, è la durata dei processi. In tal senso torna in campo un intervento a lei caro, quello delle depenalizzazione.
R. La Commissione per la riforma del codice penale, che ho avuto l'onore di presiedere quindici anni fa, aveva individuato tutta una serie di reati bagatellari da eliminare, convertendoli in illeciti amministrativi. Nel frattempo, al contrario, la produzione normativa è aumentata. Bisognerebbe riprendere tutto daccapo.
D. Un'impresa, certamente dal punto di vista politico.
R. Eh sì, sarebbe un'impresa politicamente difficile, perché quasi tutti i partiti credono che la quantità dei reati e la severità delle pene siano le armi migliori per combattere la delinquenza. Mentre è tutto il contrario: occorrono pochi reati, e pene anche più basse, ma certe.
D. Mi fa un esempio?
R. Oggi la legge prevede fino a trent'anni di galera per chi ruba in una sera in tre case diverse; poi il giudice gli dà diciotto mesi con la condizionale, e il giorno dopo l'arresto il ladro è libero. Un codice buono prevede "solo" dieci anni, un giudice bravo gliene dà quattro, e un sistema serio glieli fa scontare tutti, magari con sanzioni alternative ma afflittive ed efficaci.
D. Una politica che mette così le mani nella giustizia (prima si fa la prescrizione, poi si discute della durata del processo, per esempio) che immagine rende del Paese all'estero?
R. Dà un'immagine pessima, di scarsa serietà, di incompetenza e di nessuna considerazione per i diritti individuali. Se poi, come pare, Bonafede vuole anche limitare gli appelli degli imputati e devolverli a un giudice unico, allora siamo proprio alla fine.
gazzettadalba.it, 5 febbraio 2020
Continua a essere avvolto nel mistero il destino della Casa di reclusione Giuseppe Montalto di Alba, chiusa nel gennaio del 2016 a causa del batterio della legionella e riaperta a giugno del 2017 solo in minima parte, riducendo una macrostruttura da 142 detenuti a uno spazio ristretto a 33 posti regolamentari.
E allo stesso tempo condannando all'abbandono, oltre che a un progressivo deperimento, la maggior parte delle celle e la quasi totalità degli spazi comuni, come il teatro e la biblioteca, che vanta migliaia di volumi. Una situazione che si protrae ormai da due anni, nonostante promesse e rinvii da parte dei Governi che si sono succeduti, come spiega il garante comunale per i detenuti Alessandro Prandi: "La situazione pare davvero insostenibile, soprattutto per la chiara indifferenza ormai manifestata dai vari enti decisori nei confronti del carcere di Alba.
Secondo le ultime notizie in merito, i lavori di rifacimento dell'impianto idrico della struttura sono stati inseriti nel programma triennale ministeriale delle opere pubbliche 2019-2021, con uno stanziamento di 4 milioni di euro e la previsione del 2019 come anno per l'affidamento dei lavori. Ma fin qui si è registrato un nulla di fatto: di recente ho scritto anche al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, senza avere risposta". Oggi ad Alba sono 45 i detenuti, di cui 5 stranieri.
quinewsfirenze.it, 5 febbraio 2020
La Cgil Firenze ha organizzato un convegno con l'obiettivo di analizzare il fenomeno che vede i detenuti impiegati dentro e fuori dai penitenziari. Negli Istituti di pena fiorentini la possibilità di essere adibiti al lavoro viene offerta mediamente a non più del 30 per cento degli aventi diritto, "per poche ore al giorno e per pochi mesi con turnazioni, ad esempio, di un mese per i lavori generici come le pulizie, tre mesi per quelli specifici o anche di un anno per quelli più specialistici come il bibliotecario o cuoco, per consentire a tutti di lavorare" è quanto sottolineato dalla Cgil Firenze che ha organizzato un incontro sul tema la mattina del 5 febbraio in Borgo dei Greci.
La Cgil organizzatrice del convegno ha spiegato "Si tratta nel 90 per cento dei casi di lavori interni e a bassissimo contenuto formativo mentre i lavori assegnati dalle Istituzioni esterne o attraverso le cooperative sono in numero molto ridotto. Inoltre a tali lavori non viene affiancata una opportuna formazione che possa consentire loro di spendere, una volta scontata la pena, alcuni elementi di competenza per la ricerca di nuovi lavori. Tutto questo non solo perché i fondi sono pochi ma anche perché non c'è abbastanza attenzione da parte delle Istituzioni a questo tema che invece può rientrare a pieno diritto anche nell'ambito dell'investimento sulla sicurezza di un territorio e sulla sua condizione di sviluppo e civiltà".
"Il 26 febbraio 2018 è stato firmato un Protocollo da parte del Comune di Firenze con l'Università di Firenze e le Associazioni delle Cooperative di tipo B, che è tutt'ora in vigore e che individua in alcune gare di appalto la possibilità di favorire l'integrazione sociale e professionale delle persone con disabilità o svantaggiate.
Con l'iniziativa del 5 febbraio si vuole partire da una verifica su quello che è stato fatto anche a fronte di questo protocollo e sollecitare l'impegno non solo del Comune attraverso ad esempio le società partecipate, ma anche del Governo (sarà presente per questo il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis) e di tutte le Istituzioni, del mondo delle cooperative, affinché si migliorino gli strumenti, si rimuovano gli impedimenti e si individuino concretamente nuove possibilità di adibizione al lavoro dei detenuti come avviene anche in altri Istituti Penitenziari in Italia, come ad esempio Padova" conclude la nota diramata dal sindacato per presentare l'evento.
Tra i relatori Elena Aiazzi, Segreteria Cgil Firenze, Gianfranco De Gesu, Provv. Amm.ne Penitenziaria Toscana-Umbria, Fabio Prestopino, Direttore Casa Circondariale Sollicciano, Eros Cruccolini, Garante dei detenuti, Antonella Tuoni, Direttrice Casa Circ. Mario Gozzini, Donato Nolè, Polizia Penitenziaria, Gianfranco Politi, Responsabile Area Educativa Sollicciano, Elisabetta Beccai, Responsabile Area Educativa Gozzini, Salvatore Nasca, Direttore Uepe, Giuseppe Caputo, Associazione L'altro diritto, Gianni Autorino, Coop. Ulisse Firenze, Daniele Bertusi, Coop. Cat Firenze, Andrea Vannucci, Assessore Comune di Firenze, Andrea Giorgis, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, Paola Galgani, Segretaria Generale Cgil Firenze e Donato Petrizzo, Fp Cgil Firenze.
ottopagine.it, 5 febbraio 2020
Per favorire attività di integrazione in materia di diritto alla salute, studio e formazione. È stato firmato un protocollo d'intesa tra il Provveditore regionale della Amministrazione Penitenziaria della Campania diretto da Antonio Fullone ed il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello.
Il Garante si impegna come interlocutore dell'Amministrazione penitenziaria al fine di sollecitare, suggerire, valutare e promuovere attività di sostegno ed integrazione in materia di diritto alla salute; diritto allo studio ed alla formazione, anche di intesa con agenzie istituzionali di settore; diritto al lavoro ed alla formazione professionale; preparazione alla dimissione e sostegno della misura alternativa alla detenzione; ogni altra materia ricollegabile alla competenza regionale.
Il Provveditore e il Garante realizzeranno patti annuali finalizzati alla tutela e alla promozione dei diritti dei detenuti, al miglioramento delle condizioni di vita all'interno degli istituti penitenziari, al potenziamento dei percorsi di reinserimento sociale.
Per il Garante campano Samuele Ciambriello: "Questo protocollo coniugherà anche efficacia ed efficienza per la promozione di progetti sperimentali di inclusione al fine di migliorare la condizione di vita della popolazione carceraria in Campania impegnando per momenti di formazione e aggiornamento congiunti anche personale dell'Amministrazione penitenziaria. Sono grato al Provveditore regionale per questo metodo sinergico e per la qualità della nostra collaborazione".
In attuazione del presente protocollo le direzioni degli Istituti penitenziari della Campania potranno stipulare specifici accordi con il Garante regionale, al fine di promuovere e sostenere, anche economicamente, i protocolli di intesa per il lavoro di pubblica utilità in favore della popolazione detenuta negli Istituti campani. Il Garante porrà in essere tutte le azioni possibili per creare anche un fondo per attribuire borse di lavoro mirate ad incentivare l'adesione volontaria di un sempre maggior numero di detenuti al processo di reinserimento lavorativo e di giustizia riparativa.
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 5 febbraio 2020
È stato pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Friuli Venezia Giulia l'avviso che consente la presentazione di operazioni di carattere formativo a favore dei residenti presso gli istituti penitenziari regionali. L'avviso si inserisce nell'ambito del Programma 2019 per la formazione della popolazione detenuta nelle cinque case circondariali presenti sul territorio della Regione, attivato grazie alle risorse del Fondo Sociale Europeo nel Programma Operativo Regionale 2014-2020.
Con questa comunicazione si dà attuazione ai protocolli sottoscritti tra la Regione e il ministero della Giustizia, assicurando, in continuità con la precedente programmazione, un'offerta formativa adeguata alle esigenze e ai fabbisogni dei detenuti e del territorio, individuati dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto e dalle aree pedagogiche, sulla base delle caratteristiche dell'utenza e della disponibilità di aule e laboratori. Da quest'anno, inoltre, sono subentrati alcuni cambiamenti favorevoli: per rispondere meglio alle particolari esigenze organizzative degli istituti, infatti, è stata prevista la possibilità di finanziare le proposte formative non più tramite bando annuale ma con modalità "a sportello", con cadenza mensile, consentendo di rispondere in maniera più aderente e tempestiva ai fabbisogni dell'utenza di volta in volta emergenti.
L'avviso, inoltre, introduce la possibilità di realizzare non solo corsi professionalizzanti ma anche interventi più brevi, dedicati all'orientamento al lavoro, all'alfabetizzazione informatica e linguistica e al recupero delle competenze socio-relazionali, cognitive, organizzative, che sono presupposto indispensabile per ogni futuro inserimento lavorativo. Il tutto per un finanziamento complessivo di 1,2 milioni di euro. Attenzione specifica è stata posta al tema della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro con l'obbligo di dedicarvi alcune ore. Le competenze trasversali e professionali acquisite anche con modalità didattiche innovative e sperimentali, permetteranno di soddisfare non solo la richiesta di lavoro intramurario, ma saranno fruibili anche all'esterno. Il risultato raggiunto è il frutto di un lavoro operoso degli uffici del PRAP di Padova e della Regione Friuli Venezia Giulia con la sua articolazione regionale che si occupa di formazione professionale, sostenuta da una corrispondente volontà politica che riconosce nel lavoro e nella formazione professionale uno strumento indispensabile per fare "buona sicurezza".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 4 gennaio 2020 n. 4666. Via libera alla condanna per la coltivazione domestica della canapa, se fatta con tecniche e in quantità tali da far escludere l'uso personale. La Cassazione, con la sentenza 4666 conferma così la condanna a carico del ricorrente per il reato di coltivazione detenzione di sostanza stupefacente. Nell'abitazione erano infatti state trovate piante essiccate e 85 grammi di marijuana, dalla quale potevano essere ricavate 270 dosi. Inutilmente la difesa contesta il reto di coltivazione perché non erano state rinvenute piantine in crescita. Ma oltre alle piante essiccate, ad inchiodare il ricorrente, era stata l'attrezzatura: una serra del fertilizzante e un sistema di ventilazione. Il tutto portava ad escludere una coltivazione per uso personale. La Cassazione sottolinea che la decisione è in linea con la sentenza delle sezioni unite, di cui mancano ancora le motivazioni, del 19 dicembre scorso, secondo la quale il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta del tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente. Per le Sezioni unite devono però considerarsi escluse dall'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiano destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore. Nello specifico per i giudici non era così.
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