di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2020
Corte europea dei diritti dell'Uomo - Sezione I - Ricorso 6 febbraio 2020 n. 44221/14. L'applicazione delle nuove regole sulle circostanze attenuanti a fatti commessi prima dell'entrata in vigore della legge non è una violazione del principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole. È vero - scrive la Corte europea nella sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 44221/14 - che le modifiche legislative introdotte in Italia nel 2008 restringono il perimetro di applicazione delle circostanze attenuanti, ma questo senza renderle inapplicabili, lasciando in ogni caso la valutazione al giudice.
Strasburgo ha così ritenuto che l'Italia non ha violato l'articolo 7 della Convenzione europea che fissa il principio "nessuna pena senza la legge", ritenendo però violato l'articolo 6 sull'equo processo a causa di una non adeguata motivazione della sentenza da parte della Cassazione.
A rivolgersi alla Corte europea è stato un cittadino italiano condannato per guida in stato di ebrezza. L'uomo aveva contestato la condanna ritenendo che la mancata concessione in suo favore delle circostanze attenuanti generiche per l'assenza di precedenti era dovuta proprio all'applicazione della legge 125 del 2008 (che ha modificato l'articolo 62bis del codice penale). I giudici interni, inclusa la Cassazione, avevano respinto tutti i ricorsi e così l'uomo si è rivolto a Strasburgo.
La Corte europea riconosce che il legislatore italiano ha modificato le norme penali, ma anche prima dell'introduzione della legge n. 125/2008 i giudici nazionali non erano tenuti ad applicare automaticamente le circostanze attenuanti. La modifica legislativa, quindi, ha solo delimitato l'ambito delle attenuanti, ma ha lasciato l'impianto di base con la valutazione da parte del giudice competente, che ha effettuato un bilanciamento tra l'insieme degli elementi pertinenti. Pertanto, la condanna non è stata dovuta all'applicazione di una legge più severa non esistente all'epoca dei fatti, quanto piuttosto a una valutazione da parte del giudice. Di conseguenza, il ricorrente non è stato penalizzato dalla legge adottata successivamente al fatto illecito a lui imputato.
Respinto il ricorso per violazione dell'articolo 7, la Corte europea, però, ha dato ragione al ricorrente sotto il profilo della violazione dell'articolo 6 (equo processo), condannando l'Italia. Questo perché, secondo i giudici internazionali, la Corte di Cassazione ha dichiarato irricevibile la domanda ritenendo che i motivi di ricorso riguardassero questioni di fatto e non di diritto.
Una posizione non condivisa da Strasburgo: la questione dell'applicazione della nuova legge che limitava l'applicazione delle circostanze attenuanti e che secondo il ricorrente violava il principio della irretroattività della legge penale più sfavorevole e dell'operatività delle circostanze attenuanti esigeva "una risposta specifica ed esplicita" che, invece, per la Corte europea è mancata, impedendo al ricorrente di comprendere le ragioni che hanno condotto all'irricevibilità del ricorso. Di qui la condanna all'Italia per violazione dell'articolo 6, con il Governo tenuto a versare al ricorrente 2.500 euro per i danni non patrimoniali.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 6 febbraio 2020 n. 5092. Anche nello stalking la remissione della querela da parte della ex moglie estingue il reato se la minaccia, benché reiterata, non può essere considerata grave. La Corte di cassazione, con la sentenza 5092, accoglie il ricorso dell'imputato respinto invece dalla Corte d'Appello che aveva considerato ininfluente la marcia indietro della ex moglie a fronte delle condotte reiterate da parte dell'uomo che inviava alla ex moglie messaggi telefonici minacciosi.
Senza successo l'imputato aveva fatto presente che non intendeva perseguitare la moglie, che in effetti non aveva cambiato le sue abitudini di vita, ma solo rivendicare le sue esigenze abitative e impedire che la figlia fosse costretta a frequentare il nuovo compagno della sua ex. Che il suo comportamento non fosse percepito come grave era dimostrato, ad avviso della difesa, anche dalla remissione di querela da parte della donna.
Argomenti che non avevano convinto i giudici territoriali che avevano confermato sostanzialmente la condanna del primo grado, disapplicando solo la recidiva. Per la Corte d'Appello, infatti, il cambiamento delle abitudini di vita poteva essere un sintomo della condotta illecita ma non un suo requisito essenziale. Allo stesso modo non era utile neppure la remissione di querela. I giudici di seconda istanza, avevano chiarito che a, fronte dei comportamenti ripetuti nel tempo volti a spaventare la vittima, si doveva considerare irrilevante in base alla legge, il carattere della gravità.
La Suprema corte non è d'accordo su nulla e accoglie il ricorso. La corte territoriale ha sbagliato a considerare irrilevante il fatto che la ex moglie non avesse cambiato le abitudini di vita, una condizione che è invece posta dall'articolo 162-bis per la configurabilità degli atti persecutori. Lo stesso non è corretta la conclusione sugli effetti della remissione di querela.
La Suprema corte precisa che, se è vero che in caso di minaccia grave non trova effetto la modifica del regime di minaccia grava introdotta dal Dlgs 36/2018 che ha sancito il passaggio dalla procedibilità d'ufficio alla querela, in assenza di minacce considerate non gravi, come nel caso esaminato, la rinuncia alla querela ha l'effetto di estinguere il reato. La Cassazione annulla con rinvio invitando la corte di merito ad un nuovo esame.
corrierenazionale.it, 7 febbraio 2020
"Continuo a non crederci. Non mi sembra vero di essere stato a tu per tu col Papa: era vicino a me, gli ho parlato a quattr'occhi. È stata un'emozione fortissima e non trovo altre parole per descrivere quello che ho vissuto". La voce di Sakho Mamadou, 30enne di nazionalità senegalese, trema quando racconta alla Dire quanto vissuto a Roma, nell'aula Paolo VI dopo l'udienza generale del Santo Padre.
Il Pontefice ha incontrato lui e altri nove ragazzi che fanno parte del progetto della diocesi di Andria "Senza sbarre" pensato per rieducare alla legalità chi ha vissuto o vive l'esperienza carceraria. "Non posso dire che sono diventato rosso - ride - ma avevo il cuore che batteva a mille per la gioia, la sua benedizione, l'umiltà e la semplicità con cui si è avvicinato a noi sono state grandiose".
Il gruppo ha donato a Bergoglio pasta, taralli e olio. "Sono il frutto del nostro lavoro, del nostro impegno, delle nostre mani per non sentirci più "scartati" e non avere più il marchio del detenuto. Quei taralli sono il nostro riscatto", dice il 30enne con un passato fatto di campi di calcio.
Ha militato nel Nardò, nel Galatina e nel Sassari, poi sono arrivate le prime delusioni, gli insulti dagli spalti, la depressione e le rapine che gli hanno aperto le porte del carcere. "Lui ha sbagliato e lo sa ma ora sta ricostruendo la sua vita e l'incontro di oggi di sicuro lo aiuterà ancora di più", commenta don Riccardo Agresti che conosce bene "i ragazzi di masseria San Vittore", così si chiama il luogo in cui vengono preparati i prodotti da forno e l'olio extravergine di oliva. "A Papa Francesco abbiamo regalato anche due libri, in uno c'è la storia di Mamadou", sottolinea don Riccardo ed evidenzia: "Il Pontefice è molto vicino alla realtà carceraria e i detenuti saranno protagonisti della Via Crucis del Venerdì santo".
Il gruppo è ora in viaggio, rientra in masseria: "Poter andare a Roma oggi è stata una grande prova di fiducia per questi ragazzi. Alcuni sono in regime di semilibertà, un altro è un ergastolano e gli altri sono affidati al progetto.
È andato tutto come doveva", sospira don Riccardo. "Io volevo che il Papa assaggiasse i taralli, avrei tanto voluto vedere la sua reazione, sapere se gli piacciono ma non è stato possibile", rivela Mamadou che tutti in comunità chiamano Matteo perché "mi sono convertito al cattolicesimo il 21 settembre, giorno di San Matteo e ho preso il suo nome". Il sogno più grande ora è un altro: "Rivedere il Papa a Bari quando verrà a febbraio e che magari abbia il tempo e il modo per raggiungerci ad Andria. Sarebbe stupendo", confida Mamadou.
di Silvana Cortignani
tusciaweb.eu, 7 febbraio 2020
Uccise il compagno di cella a Mammagialla, sarà un collegio peritale a stabilire se è sano di mente Sing Khajan, il 35enne indiano che il 29 marzo dell'anno scorso ha massacrato a colpi di sgabello per un accendino il detenuto viterbese 61enne Giovanni Delfino. Ne faranno parte due psichiatri e una interprete di punjub. Presa visione del caso, il professor Giovanni Battista Traverso, prima di assumere l'incarico, ha chiesto alla corte d'assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone di poter essere affiancato dalla figlia Simona, anche lei psichiatra e esperta criminologa, nonché da una interprete di lingua punjab.
"Data la delicatezza e complessità del caso, ritengo sia necessario formare un collegio peritale", ha spiegato e la corte d'assise ha concordato, concedendo ai Traverso 90 giorni di tempo per elaborare la perizia psichiatrica che dovrà stabilire se Sing sia affetto da patologie psichiatriche, se la sua capacità di intendere e di volere sia esclusa oppure ridotta, se sia in grado di stare scientemente a processo e se sia socialmente pericoloso. Sing sarà visitato il 19 febbraio presso il carcere romano di Rebibbia, dove è stato trasferito dopo l'omicidio a Mammagialla. La perizia psichiatrica è stata chiesta nell'udienza dello scorso 23 gennaio sia dal difensore Antonio Maria Carlevaro, sia dall'avvocato Carmelo Antonio Pirrone che assiste i familiari della vittima che si sono costituiti parte civile.
"Alla luce delle sue tre precedenti aggressioni in pochi giorni, una delle quali al compagno di cella del carcere di Civitavecchia a fine febbraio, l'imputato doveva stare in cella da solo. Se qualcuno ha sbagliato a metterli nella stessa cella, deve pagare", disse Pirrone, spiegano che il figlio di Delfino ha sporto denuncia contro i vertici del carcere, mentre il pm Pacifici ha confermato la presenza di una inchiesta in corso. Sempre durante l'udienza del 23 gennaio, nel frattempo, è stata acquisita la relazione affidata dopo l'arresto dalla procura allo psichiatra Alberto Trisolini, primo testimone del processo.
Il dirigente del servizio psichiatrico diagnosi e cura della Asl ha parlato in aula di una "miscela esplosiva", combinata con lo stress del carcere. L'imputato, secondo il professor Trisolini: "E' affetto da un disturbo di personalità borderline, che ogni tanto sconfina in disturbi deliranti paranoidei. Può stare in giudizio ed è parzialmente capace di intendere e di volere. Ma al momento dell'atto la sua capacità di intendere e di volere era fortemente scemata. Ed è socialmente pericoloso". Tra gli atti messi a disposizione dei professori Traverso c'è anche una precedente relazione, redatta il 20 febbraio 2019 da una psichiatra del carcere di Viterbo, nella quale per Sing si chiede la "grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero-lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere", come sgabelli, accendini, lamette e similari. Si torna in aula il prossimo 15 giugno per sentire i periti e l'eventuale discussone.
di Sara Barovier, Claudio De Zan
rainews.it, 7 febbraio 2020
Il penitenziario "Due Palazzi" è conosciuto per le iniziative della Cooperativa Giotto, una grande associazione di volontari che, in 40 anni di impegno, è riuscita a insegnare un lavoro e a ridare futuro e speranza a centinaia di detenuti.
Nel servizio le interviste a Massimo Quadro, Associazione Coristi per caso; Rossella Favero, Cooperativa Altra Città; Ornella Favero, fondatrice "Ristretti Orizzonti"; Maria Cinzia Zanellato Teatro Carcere Due Palazzi; Matteo Marchetto Pasticceria Giotto; Nicola Boscoletto, responsabile Cooperativa Giotto.
Il video a questo indirizzo: https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2020/02/ven-Volontariato-Padova-Carcere-cooperativa-giotto-detenuti-1baf0860-483b-4495-b3a0-0a355ca3dfe0.html
estense.com, 7 febbraio 2020
Scade il 5 marzo il termine per la presentazione delle candidature. Avviata la procedura di presentazione delle domande per il rinnovo della figura di garante per i diritti delle persone private della libertà personale. L'Ufficio di Presidenza del Consiglio Comunale di Ferrara ha infatti emanato, secondo quanto previsto dal regolamento approvato con deliberazione del consiglio comunale, l'avviso relativo alla presentazione delle candidature all'elezione del garante per i diritti dei detenuti.
"Il Garante - si legge nell'avviso - viene scelto tra cittadini italiani che, per comprovata competenza nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di prevenzione e pena, e nei Centri di servizio sociale e per esperienza acquisita nella tutela dei diritti, offrano la massima garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenze e capacità di esercitare efficacemente le proprie funzioni". Le candidature devono essere presentate entro giovedì 5 marzo alle 13.
L'avviso integrale e il facsimile della domanda sono pubblicati sulle pagine internet del Comune di Ferrara disponibili qui: http://www.comune.fe.it/1947/ufficio-garante-dei-diritti-dei-detenuti
di Andrea Voltolini
ilgolosario.it, 7 febbraio 2020
Una bottega alimentare aperta al pubblico all'interno della Casa Circondariale della città. Ad Alessandria è sorta la prima bottega alimentare in Italia aperta al pubblico all'interno di un carcere. Si chiama SocialWood e si trova all'interno delle mura della Casa Circondariale Alessandria "Cantiello e Gaeta" in piazza Don Soria. Ovviamente non si tratta solamente di una semplice attività commerciale, ma alle spalle c'è un serio e ambizioso progetto di economia carceraria: creare un'impresa sociale nel Carcere di Alessandria valorizzando i principi di economia circolare, e dare un futuro nella società a fine pena ai carcerati.
Fiore all'occhiello, la vendita di pane fresco artigianale a lievitazione naturale con lievito madre da farine biologiche macinate a pietra. A prepararlo quotidianamente, 5 mastri panettieri detenuti nella Casa Circondariale di San Michele, a una manciata di chilometri da qui, che utilizzano un forno a legno rotante del diametro di 5 metri (uno dei più grandi del Piemonte!). Due le tipologie proposte, il Pane Libero, anche di segale e di noci, e il Pane Quotidiano, accanto a numerosi altri formati di pane e ai grissini.
Ma è volgendo lo sguardo agli scaffali che si può comprendere ancora di più la bontà (non solo al palato) di questo progetto di recupero di una parte della popolazione carceraria. In Italia, infatti, sono 17.614 le persone detenute che lavorano.
Ne sono prova le belle confezioni di pasta artigianale prodotta nel carcere Ucciardone di Palermo. Trafilata al bronzo ad essiccazione lunga a bassa temperatura, è realizzata con le varietà Duilio, Iride e Simeto 100% italiana. Ma anche verdure e ortaggi in vasetto (friarielli, pomodorini gialli, peperoni, carciofini arrostiti...) brandizzati "Fuga di Sapori", la birra solidale Skizzata aromatizzata alla camomilla coltivata nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, e la Sbirra, aromatizzata agli agrumi di Sicilia lavorati da Dolci Evasioni nella Casa Circondariale di Siracusa. Da questi ultimi, anche buccia di arancia e di limone essiccati bio, e il pesto alle mandorle e basilico senza glutine.
Non mancano le classiche tegole valdostane, i torcetti al burro e i grissini del Carcere di Aosta, o i frollini al cioccolato e arancia, limone e zenzero, del Laboratorio "Cotti in Fragranza" dell'Istituto Penitenziario Minorile Malaspina di Palermo. Da assaggiare anche il "Maresciallo", un gustosissimo tarallo napoletano alle mandorle. Chiudiamo questo viaggio goloso tra le carceri italiane con i distillati dai nomi originali "Furbetto", "Bricconcello" e "Malandrino" aromatizzati al finocchietto selvatico, al limone e al mandarino.
SocialWood e Fuga di Sapori. Alessandria, piazza Don Soria, tel. 0131 264890. Orari di apertura: dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30.
di Marta D'Auria
riforma.it, 7 febbraio 2020
Lunedì prossimo nella Nuova Aula dei gruppi parlamentari sarà presentato il progetto grazie al quale la musica e l'arte incontrano i detenuti. Ne parliamo con l'on. Raffaele Bruno, promotore dell'iniziativa. Lunedì 10 febbraio alle ore 16 nella Nuova Aula dei gruppi parlamentari, si svolgerà il convegno/spettacolo "Gli Ultimi saranno", progetto in cui musicisti e attori si uniscono ai detenuti e tramite l'arte si condividono storie di vita, difficoltà e speranze. Ne parliamo con Raffaele Bruno, deputato del M5s, di fede evangelica battista, promotore dell'iniziativa.
"Gli Ultimi saranno è un progetto che nasce nel dicembre 2018 - in parallelo con l'inizio della mia avventura istituzionale, e in continuità con il lavoro fatto con il collettivo artistico "Delirio creativo" - sull'intuizione che l'arte è un potente strumento di elevazione umana, un modo per permettere a parti lontane della società di trovare un luogo comune in cui incontrarsi. Partendo da questa idea abbiamo organizzato una serie di incontri in carcere, luogo particolarmente simbolico di lacerazioni, difficoltà, e di sofferenza. Così, dal dicembre 2018 insieme ad un gruppo di artisti, abbiamo realizzato 25 incontri in 16 carceri diversi (in alcuni siamo ritornati) e l'evento che si terrà a Montecitorio lunedì prossimo raccoglie le esperienze acquisite fino ad adesso".
Cosa accade durante uno spettacolo de "Gli Ultimi saranno"?
"Più che di spettacolo parlerei di "rito di improvvisazione". Noi andiamo in carcere con un nostro repertorio di testi teatrali e di brani musicali, ma la scaletta è totalmente variabile, infatti, viene contaminata splendidamente dagli interventi dei detenuti. Siccome vogliamo puntare il faro sugli effetti benefici dell'arte, e quindi sui laboratori creativi che avvengono nelle carceri, prima dell'incontro contattiamo i responsabili dei laboratori invitandoli a preparare insieme ai detenuti dei contributi; poi, quando noi arriviamo, mettiamo insieme i loro pezzi con i nostri, e si crea un repertorio completamente nuovo, inedito: tutti insieme portiamo avanti lo stesso discorso. Spesso accade che qualche ospite della struttura chiede in maniera estemporanea di unirsi a noi per recitare o cantare, a quel punto si annulla completamente ogni idea di contrapposizione e tutto diventa condivisione circolare. Ecco, proveremo a riprodurre questo schema anche a Montecitorio".
Chi ci sarà il 10 febbraio a Montecitorio?
"Ci saranno gli artisti che di solito sono con me: Maurizio Capone, Luk (Enzo Colursi) e Blindur (Massimo De Vita), e Federica Palo. Ci sarà poi la realtà delle carceri che fino ad ora abbiamo incontrato e a cui abbiamo chiesto due cose: la prima, di far partecipare alcuni detenuti che reciteranno insieme a noi; è una cosa unica o rarissima che dei detenuti abbiano avuto l'opportunità non solo di entrare alla Camera ma anche di parlare; la seconda, di raccontare le buone pratiche messe in atto negli istituti penitenziari. Sono state invitate anche delle personalità del Governo, della cui presenza stiamo aspettando conferma. Ci auguriamo che ci sia uno scambio di buoni esempi, e soprattutto uno scambio umano di emozioni".
Qual è l'obiettivo di questo progetto?
"Il primo obiettivo è farlo, è vivere questo momento, che noi troviamo straordinario, unico: Poi, altro scopo è quello di stare insieme a partire dall'idea di essere tutti parte di una comunità che è presente quando c'è qualcuno che soffre e che ha bisogno di un sostegno. Il carcere, come ci ricorda l'art. 27 della Costituzione dove si riconosce la funzione rieducativa del carcere, è luogo di opportunità, di salvezza, di aiuto di persone che, spesso, per un concorso di responsabilità, sono arrivate a fare delle scelte sbagliate. Con Gli Ultimi saranno vogliamo puntare il faro su questo concetto e mettere l'accento su tutte le associazioni e i laboratori teatrali che quotidianamente operano nelle carceri, affinché abbiano maggiori tutele e sostegno. Altro obiettivo del progetto è di segnalare altre iniziative legate a questo progetto, come "Dona un libro", lanciata anche dal presidente della Camera, Roberto Fico: una campagna di raccolta e distribuzione di libri con dedica destinati alle biblioteche carcerarie. Si tratta di un altro ponte che vogliamo costruire tra il dentro e fuori, un messaggio di vicinanza verso le persone che stanno vivendo un momento buio".
Come si traduce tutto questo impegno sul piano istituzionale?
"Sono il primo firmatario di una mozione, che dovrebbe essere discussa in aula a breve, per chiedere al Governo di supportare le amministrazioni penitenziarie nell'organizzazione di progetti con finalità culturali, concentrandosi in particolare sui laboratori teatrali, con la prospettiva di definire un quadro normativo per gli operatori all'interno delle carceri e rendere il teatro parte integrante delle strutture. La mozione chiede anche una mappatura dei diversi progetti per verificare le correlazioni con il tasso di recidiva dei detenuti, nella convinzione che l'arte ha un valore enorme nel ridare speranza a una persona che prima o poi uscirà dal carcere. Concludo, portando un piccolo esempio di come da un incontro umano, in cui si vivono delle emozioni, si possa innescare una catena virtuosa. Durante una visita al carcere di Salerno, un agente penitenziario ci ha segnalato che una grande sofferenza per i detenuti era che i loro figli non avevano la possibilità di giustificare le assenze a scuola quando andavano a fargli visita. Da questa segnalazione si è messa in moto una serie di passaggi che hanno portato alla nascita di una circolare emanata dal Miur lo scorso ottobre proprio sulla deroga per le assenze dei figli di detenuti che possono andare a trovare il genitore senza rischiare di perdere l'anno scolastico".
Cosa ha significato e significa per lei l'impegno nelle carceri?
"L'impegno nelle carceri è parte della mia vocazione, un modo in cui riesco a vedere plasticamente il senso del mio essere credente, del mio essere un artigiano dell'arte, e adesso anche del mio ruolo istituzionale. Andare in carcere è trovare un po' una sintesi tra tutte queste anime, e un luogo in cui portare l'insegnamento cristiano che ho avuto fin da piccolo di che cos'è una comunità e di come si vive in comunità. Anche il carcere è una comunità, quindi andare lì e raccontare l'esempio cristiano di stare insieme è per me un seme. Con la nostra presenza e l'arte proviamo a far sì che il carcere non sia come un terreno roccioso e sabbioso in cui cade invano il benefico seme, ma cerchiamo di costruire insieme una terra fertile in modo che il seme che proviamo a portare possa fiorire".
di Andrea Martella
La Repubblica, 7 febbraio 2020
La lettera "Nei quasi cinque mesi della mia esperienza di governo, non c'è stato praticamente giorno in cui non sia arrivata la segnalazione di un operatore dell'informazione vittima di un'intimidazione, di una minaccia, come, ancora l'altro giorno, a Bari ai danni della troupe del Tgr Rai della Puglia".
Caro direttore, siamo immersi in un tempo che sembra davvero dominato dall'intolleranza e dall'odio. Quando la ministra Lamorgese parla, come ha fatto ieri su queste pagine, di una vera e propria "emergenza culturale e civile", non esagera. È un'onda cupa, quella che avanza, che investe le prime sentinelle dei principi di libertà e democrazia sanciti dalla nostra Costituzione: i giornalisti.
Se accade che vengano recapitate lettere intimidatorie a uno dei simboli del giornalismo italiano, l'allarme dovrebbe essere ancora più grande rispetto a quello che c'è stato. Tutti dovrebbero rendersi conto che quando si colpisce Eugenio Scalfari, si colpisce la libertà d'informazione. E le minacce inviate a lei, direttore, e al vostro Paolo Berizzi, sono solo i più recenti e gravissimi casi. Nei quasi cinque mesi della mia esperienza di governo, non c'è stato praticamente giorno in cui non sia arrivata la segnalazione di un operatore dell'informazione vittima di un'intimidazione, di una minaccia, come, ancora l'altro giorno, a Bari ai danni della troupe del Tgr Rai della Puglia.
Di fronte al ripetersi di casi come questi la solidarietà serve, è importante. Ma non basta, non è più sufficiente. Ecco perché già lo scorso novembre ho chiesto alla ministra dell'Interno di riattivare, come è stato tempestivamente fatto, il Centro di coordinamento dell'attività di analisi e scambio di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, così da rafforzare la rete di protezione e le tutele per chi fa informazione. Ed ecco anche la decisione, che ho assunto, di ricostituire la Commissione per l'equo compenso, perché, i giornalisti, per essere davvero liberi devono veder riconosciuti i propri diritti ed essere retribuiti come meritano.
Servono azioni concrete. E insieme è fondamentale portare avanti una diffusa opera di sensibilizzazione rivolta in particolare ai più giovani, da coinvolgere in una battaglia culturale contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza. Contro la violenza verbale online, che è un serbatoio continuamente alimentato e sempre pronto a traboccare. Per questo il Governo, dopo la nomina della coordinatrice nazionale della lotta contro l'antisemitismo, ha istituito anche un gruppo di lavoro di studiosi ed esperti per contrastare l'hate speech, il discorso che fomenta l'odio, particolarmente velenoso quando poggia in maniera perversa sulle fake news.
E a questo proposito, non posso fare a meno di dire che la politica per prima dovrebbe imporsi delle regole di comportamento, stabilendo dei confini da non oltrepassare mai. Il libero confronto delle idee, persino lo scontro aperto e trasparente, non può avere nulla a che fare con l'insulto, con la trasformazione dell'avversario in un nemico da annientare. Serve responsabilità.
Serve amore per la democrazia, che è un bene delicato e prezioso. Credo davvero che sia arrivato il momento di dar vita ad un "patto" civico e culturale per tutelare chi di fatto rappresenta un pilastro della nostra democrazia, che poggia necessariamente sul pluralismo, sull'indipendenza e sulla libertà dell'informazione. È proprio questa, la buona informazione, l'arma migliore che abbiamo per rispondere all'emergenza dell'odio. Sconfiggerlo, invertire la rotta e far sì che non diventi questa la cultura dominante nel nostro Paese, è il compito che il Governo sente su di sé e per cui spenderà le sue migliori energie.
di Antonella Soccio
bonculture.it, 7 febbraio 2020
Un documentario di Luciano Toriello. Nel carcere, "un mondo deprivato della parola", è arrivata la telecamera discreta e rispettosa di Luciano Toriello con "La luce dentro", il documentario, diretto e prodotto dal regista lucerino e realizzato in partnership con l'Associazione Lavori in Corso e la Cooperativa Paidos di Lucera in collaborazione con il Garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
Il docu-film risponde all'obiettivo del bando Social film Fund Con Il Sud, ossia raccontare per immagini il Sud attraverso i fenomeni sociali che lo caratterizzano. Si tratta di una iniziativa nata dal comune interesse della Fondazione Apulia Film Commission e della Fondazione Con Il Sud, che insieme hanno messo a disposizione complessivamente 400 mila euro per la produzione e la diffusione di 4 cortometraggi e 6 documentari.
Con una peculiarità: promuovere l'incontro tra imprese cinematografiche con enti del Terzo Settore meridionale, per favorire percorsi di coesione sociale e contribuire alla diffusione di temi sociali di rilievo nel Sud Italia. L'idea de "La luce dentro" è quella di focalizzare l'attenzione su argomenti diversi rispetto a quelli della quotidianità del carcere.
"Non possiamo indossare maschere, si rischia così tanto di recitare un ruolo da non sapere più chi siamo. Liberiamoci, buttiamo via le maschere per avere solo il nostro vero essere", dice un detenuto nel documentario. Le storie gravitano intorno alla Casa Circondariale di Lucera, dove al fianco delle famiglie e dei detenuti operano quotidianamente due associazioni di volontariato: ogni giorno al lavoro fuori e dentro le mura del carcere, sempre dalla parte dei bambini e dei loro genitori. Mario e Christian, come tanti altri uomini che stanno scontando la loro pena in carcere, si impegnano ogni giorno per far valere il loro diritto alla genitorialità. Da una parte i reati, dall'altra le pene. In mezzo i figli, condannati a pagare per colpe che non hanno.
"La luce dentro" ha la rara capacità di raccontare le storie dei protagonisti senza alcun cliché. Chi sta fuori - compresi i figli dei detenuti, arrabbiati, delusi, sconfitti o desiderosi di veder ricostruita la propria famiglia e la propria identità - non capirà mai le emozioni di chi è dentro ed è come se la telecamera di Toriello lo evidenziasse con grandissimo pudore.
Noi di "bonculture" abbiamo potuto vedere in anteprima il documentario e abbiamo rivolto qualche domanda a Luciano Toriello.
Luciano, hai ridotto all'osso l'uso della musica e di altri effetti emotivi. Non temevi che così facendo il documentario potesse essere poi troppo specifico e legato ad un dato momento storico? Che fosse quindi poco "universale"?
La scelta registica di cui parli è una scelta che mi porto dietro in molti dei miei lavori e, nello specifico, questa volta l'idea di trattare in questo modo la colonna sonora è stata condivisa assieme all'autore delle musiche originali Riccardo Giagni, già autore di numerosi film di Bellocchio. Con lui sentivamo che l'eco del carcere o il silenzio assordante che accompagnava le parole dure di Priscilla rappresentassero già un suono di per sé, e a quella verità non abbiamo sentito l'esigenza di aggiungere nient'altro. Di qui, tra le righe, viene fuori il lavoro delle associazioni, nel creare modelli di vita non stereotipati. Ed è proprio dalla volontà di raccontarmi una storia fortemente personale da parte di Priscilla, ragazza cresciuta nell'associazione Paidòs, che vengono fuori tra le lacrime le parole più dure e nette, probabilmente per liberarsene definitivamente nel tentativo di essere d'aiuto ad altre donne che hanno bisogno di non sentirsi sole per poter denunciare.
Perché hai scelto un linguaggio filmico così poco "edificante"? Colpisce molto la tua scelta nettamente diversa da molti prodotti che si leggono o vedono in giro sulla detenzione...
Esistono "prodotti carcerari" edulcorati o altri che danno troppo valore enfatico alle attività delle associazioni che entrano all'interno, con una narrazione esasperata e psicologistica, spesso anche banalizzante. In La luce dentro è quasi il contrario: è come se le attività fossero "normalizzate", non sono viste come l'eccezionale mondo di fuori che arriva in cella, dentro.
Era questo il senso che volevi dare? La chiusura del cancello alla fine è questa cesura tra il dentro e il fuori?
In effetti il mio tentativo non è mai stato quello di santificare il carcerato - d'altronde se si è ristretti un motivo di fondo esiste - né tantomeno di edulcorare il seppur nobile lavoro delle associazioni che operano in carcere. Del resto le due associazioni che hanno lavorato con me, Lavori in Corso per la parte della Casa Circondariale di Lucera e per tutte le riprese a casa dei bambini e Paidòs per la parte delle riprese all'Opera San Giuseppe di Lucera dove c'è la Casa famiglia e il Centro Diurno, lavorano da sempre a riflettori spenti e sin da subito si è manifestato da parte loro il desiderio di non raccontare se stessi se non in funzione del racconto degli altri. Il mio focus è sulle pene che i bambini vivono esternamente, le colpe non proprie che pagano e l'esempio più lampante di questo concetto viene da Christian che da dietro le sbarre si rivede bambino e, attraverso la narrazione delle proprie pene, riesce, in un momento di altissima lucidità, a trovare la forza di osservarsi dall'alto e a vedere il parallelismo tra la sua storia di bambino e quella di sua figlia. Ho filmato personalmente tutte queste storie e in ognuna ho provato delle emozioni fortissime.
Il documentario è girato con uno sguardo dalla parte dei bambini e dei ragazzi, che non le mandano a dire, come Priscilla. Cosa hai provato filmandoli?
Mentre giravo la scena della bambina, assolutamente improvvisata come del resto quasi tutte le scene del documentario, che urla da fuori al carcere nel disperato tentativo di far sentire la propria voce al padre detenuto avevo il viso pieno di lacrime, ma le lacrime e il nodo alla gola mi sono venute soprattutto con Christian dal quale la mia telecamera non si staccava mai, perché le sue micro espressioni narrano ancora di più delle sue seppur forti parole. Io sono nato e cresciuto in un quartiere della periferia di Lucera e per me il linguaggio di questi luoghi e i suoi problemi non sono certo estranei, la famiglia Battista è praticamente mia vicina di casa e con loro ho passato più tempo che con gli altri. Nel documentario ad un certo punto si dice che una delle molle che può far scattare la volontà di cambiamento sono i figli e infatti questo è proprio l'esempio di Loredana e Mario che hanno mostrato, anche mentre li osservavo da lontano, un forte pentimento nei confronti delle loro azioni passate motivato proprio dal desiderio di poter rimediare per poter dare una prova, un segno tangibile ai loro figli che insieme si può andare avanti. Questa redenzione che passa attraverso l'attaccamento alla famiglia mi è sembrata di per sé una cosa rispettabilissima.
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