di Davide Piccardo
laluce.news, 1 gennaio 2020
"Se il prezzo per salvaguardare la legittimità democratica è il mio sangue, allora sono pronto a offrire il mio sangue per la salvezza e la giustizia di questa patria". Queste le parole di Mohamed Morsi nell'ultimo discorso prima di essere arrestato dai militari golpisti del generale Al Sisi nel 2013.
Mohamed Morsi ha mantenuto fede alla promessa fino alla fine, fino a quando dopo una lunga detenzione in isolamento in cui gli erano negate anche le cure più basilari, il 18 giugno di quest'anno si è accasciato a terra in un'aula di un tribunale dove affrontava l'ennesimo processo farsa, le accuse infamanti fabbricate senza pudore da un regime con le mani sporche di sangue.
Morsi si era trovato alla presidenza dell'Egitto quasi per caso, quando due dei principali candidati alla carica per il partito Libertà e Giustizia erano stati esclusi con dei pretesti dal potere militare, aveva accettato una sfida quasi impossibile: governare democraticamente un paese che non aveva mai conosciuto la democrazia, farlo con la spada di Damocle dell'establishment militare ancora intatto.
Mohamed Morsi faceva parte però di un movimento che in decenni di pedagogia spirituale, culturale e politica ha forgiato l'ossatura indispensabile a sorreggere il cambiamento, una parte importante di popolazione alfabetizzata politicamente nell'idea di un cambiamento sociale dal basso e non violento, nell'idea di un paese libero e sovrano, idea che fu del fondatore Hassan al Banna e della sua opposizione alla dominazione inglese. Anche Hasan Al Banna fu assassinato, morì come Morsi mentre gli venivano negate le cure.
Il suo anno di governo fu caratterizzato dalla fatica di gestire un paese impoverito, con un sistema istituzionale a pezzi e un'economia in fortissima crisi, tutto ciò con l'ostilità del deep state che operava un sabotaggio costante dell'azione governativa. Morsi e il partito della Fratellanza finirono in una trappola ben congegnata quando cercarono di liberarsi dal giogo dei militari attraverso un'irrituale e molto contestata dichiarazione costituzionale che avvenne dopo lo scioglimento del Parlamento legittimo da parte dei militari.
Una grande coalizione di forze reazionarie composta dai militari, potentati dell'ancien regime e i loro sgherri mediatici i salafiti a libro paga di Riyad, la Chiesa copta e il nascente asse Israele- Emirati- Arabia Saudita spinsero al massimo sulla delegittimazione del presidente, i media e gli opinion makers occidentali fecero eco con rare eccezioni.
Le cancellerie europee e gli intellettuali e i giornalisti occidentali fecero moltissima fatica a pronunciare la parola "golpe", ci vollero la repressione feroce che trasformò l'Egitto in una grande prigione, il ritorno a un regime militare più liberticida dei precedenti, che non ha risparmiato gli oppositori laici, e il disastro economico conclamato per far aprire gli occhi sulla realtà del nuovo Egitto.
Tutto questo non è bastato però a delegittimare Al Sisi come interlocutore politico privilegiato e il silenzio della politica italiana sull'omicidio di Mohamed Morsi fa il paio con la debolezza dell'Italia nel chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Nemmeno oggi che l'Egitto di Al Sisi minaccia i nostri interessi in Libia armando la marcia di Haftar verso Tripoli, il nostro Governo ha un sussulto di orgoglio nazionale.
Mohamed Morsi, martire, è l'uomo emblematico di un anno che ha visto l'ulteriore degenerazione della situazione in tutto il Medio Oriente, del divampare di venti di guerra e della contestuale elezione della violenza come principale, se non unico, metodo di conseguimento e conservazione del potere. Da presidente non fece arrestare nessun oppositore, non fece sparare sulla folla, non represse le manifestazioni, avrebbe potuto chiamare i suoi sostenitori alla resistenza armata, non lo fece. Questo è forse il lascito più importante della sua presidenza in un contesto regionale, e internazionale, in cui il potere nasce dalla canna del fucile, si alimenta del sangue degli oppositori e si legittima nella violenza. Mohamed Morsi avrebbe potuto durante la sua dura prigionia cedere ai tentativi di corruzione e alle minacce dei servizi segreti di Al Sisi e legittimare in potere usurpatore, non lo fece. Mantenne due promesse: non versare il sangue di nessuno, non tradire mai per questo Morsi è l'emblema di una via diversa, di un fuoco che, sotto la cenere, continua a bruciare.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino ed esponente del Partito Radicale, stamattina sarà in visita al carcere romano di Regina Coeli insieme all'onorevole Roberto Giachetti ed altri compagni radicali mentre domani andrà in quello di Rebibbia. Un rituale che si ripete ormai da anni.
di Andrea Oleandri*
antigone.it, 31 dicembre 2019
È un panorama non confortante quello che riguarda le carceri italiane alla fine del 2019, dove il numero dei detenuti è in costante crescita. Al 30 novembre 2019 erano infatti 61.174, circa 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017. Un aumento su cui non pesano gli stranieri che, sia in termini assoluti che percentuali, sono diminuiti rispetto allo scorso anno. Se al 31 dicembre 2018 erano infatti 20.255, pari al 33,9% del totale dei detenuti, al 30 novembre 2019 erano 20.091, pari al 32,8% del totale dei ristretti.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2019
La fine dell'anno è tempo di bilanci. Ne tentiamo uno per la materia che ci compete, quella che riguarda il sistema penitenziario italiano. Va detto innanzitutto che chi ha a cuore la sicurezza del Paese dovrebbe avere a cuore anche un modello di vita carceraria rispettoso dei diritti fondamentali. La pena del carcere contribuisce alla sicurezza collettiva nei limiti in cui è utilizzata per avviare, nel momento della detenzione, percorsi personalizzati di reintegrazione sociale.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 31 dicembre 2019
Il Governo non solo non ha fatto niente, ma è artefice della situazione. Conte 1 si è preso la responsabilità di non portare a compimento la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta da Orlando e ha chiuso la porta alle misure alternative.
di Manuela Battista
gruppoabele.org, 31 dicembre 2019
Cresce ancora il numero delle persone detenute nelle carceri italiane. I dati di fine anno del Ministero della Giustizia fanno registrare dietro le sbarre quasi 11 mila persone in più rispetto alla capienza regolamentare (50.476 posti) nei 190 istituti penitenziari presenti sul territorio italiano. Vivono recluse (dati al 30 novembre 2019) 61.174 persone, per un terzo stranieri, 2.713 donne, 56 bambini detenuti con le proprie madri.
di Salvatore Merlo
Il Foglio, 31 dicembre 2019
"Il legislatore dovrebbe smetterla di trasformare ogni bagatella in reato penale". Entra in vigore domani, mercoledì 1 gennaio, la legge Bonafede che annulla la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. "Una norma che è l'effetto dello strabismo legislativo del nostro paese", dice Gherardo Colombo, settantatré anni, il giudice istruttore del processo alla P2, delle indagini su Michele Sindona e sull'omicidio Ambrosoli, il pubblico ministero di Mani pulite e del lodo Mondadori. Cerca una definizione, un aggettivo, il dottor Colombo, per individuare un clima forse persino morale: fondamentalismo, intransigenza, fideismo, massimalismo... "quel non volere, o non sapere, modellare le risposte in relazione alle situazioni di fatto", dice. "Il legislatore dovrebbe individuare il risultato che vuole ottenere, per poi trovare lo strumento adatto a raggiungerlo, tenendo conto della situazione dalla quale si parte".
E invece che succede? "E invece tante volte sembra che si voglia piantare un chiodo con un bulldozer o con un martelletto di gommapiuma", insomma sempre con lo strumento sbagliato. "Stiamo parlando dell'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Vorrei che una cosa fosse chiara: se la misura rispondesse esclusivamente a un desiderio di retribuire sempre e comunque una trasgressione con la pena, il discorso sarebbe logico.
Io non lo condivido, ma sarebbe logico: 'Hai peccato - la retribuzione sta in quegli ambiti - per te non c'è oblio, non c'è possibilità di recupero, non c'è futuro se non dopo (meglio, nemmeno dopo) che paghi il tuo peccato'. Ecco. Questo avrebbe un senso, anche se io non lo condivido perché ritengo sia ingiusto non considerare l'influenza del passaggio del tempo sulle esigenze di punizione.
Di sicuro però non si può motivare l'abolizione della prescrizione con la volontà di rendere più rapido (rectius, meno lento) il processo penale. Teniamo separati gli argomenti, da una parte la prescrizione, dall'altra la ragionevole durata del processo. Iniziamo da quest'ultimo tema. Vogliamo, giustamente e secondo Costituzione, un processo rapido? Lo vogliamo efficiente? Pensiamo a strumenti che lo rendano effettivamente rapido ed efficiente. Depenalizziamo.
E insomma, dice Gherardo Colombo, la legge Bonafede è il prodotto di una politica strabica, quasi a riprova del fatto che l'eccesso è segno del contrario di ciò in cui si eccede. La prescrizione non c'entra niente con la ragionevole durata dei processi, anzi. E il legislatore (leggi il ministro Bonafede), se davvero volesse rendere più efficiente la giustizia dovrebbe fare altro: depenalizzare. "Liberiamo i tribunali penali, diventati il luogo dove precipitano tutti i conflitti e le tensioni anche insignificanti di questo paese", spiega infatti l'ex magistrato. "Se vogliamo che il processo penale sia rapido, occorre che ci siano poche cose da processare. Quelle importanti. Il diritto penale va riportato a quello che dovrebbe essere: l'extrema ratio".
E non lo è più l'extrema ratio? "Quando feci il concorso per entrare in magistratura, inizio anni '70, il diritto penale era condensato quasi tutto nel Codice penale: poco più di 700 articoli. E interveniva soltanto di fronte a trasgressioni rilevanti (secondo la cultura dell'epoca), che mettevano seriamente in dubbio il rapporto di fiducia che tiene insieme la comunità.
Il resto si regolava in altra via. Il punto è questo: non tutto può essere reato. Mentre oggi in Italia la tendenza è quella di far diventare reato qualsiasi violazione. E così a quelle vecchie, tra le quali pure ne esistono di insignificanti (se uno cancella la vidimazione di un biglietto dell'autobus, perché non è multato per via amministrativa ma finisce con una denuncia penale per falso che intasa la macchina della giustizia?
Si mette in piedi un apparato complicatissimo, per una questione che a Milano oggi vale due euro...) se ne aggiungono sempre più di nuove, con l'ovvio risultato di intasare la macchina della giustizia. Oltre a depenalizzare - e quindi a trovare soluzioni in ambito civile o amministrativo - si ricorra a strumenti che evitino il protrarsi delle indagini o la celebrazione del dibattimento.
Si incentivi la messa alla prova, il patteggiamento, il giudizio abbreviato. Si pensi a introdurre pratiche di giustizia riparativa, che esistono da anni in molti altri paesi. Misure che non vengono prese, a mio parere, sempre per quella idea di fondo che vede la pena come retribuzione. E poi si dia all'amministrazione della giustizia ciò che serve per funzionare. Se manca il personale amministrativo si può pensare di rendere rapido il processo attraverso l'abolizione della prescrizione? Altrettanto se a mancare sono i giudici e i pubblici ministeri?".
Per esempio ci sono 251 magistrati, vincitori di concorso, che dal 24 luglio 2019 attendono di poter iniziare, come da legge, il tirocinio di un anno e mezzo. Il ministero della Giustizia non firma il decreto di nomina. Inceppato chissà come e perché. "Si pensi a come riempire gli organici o a renderli adeguati al flusso di denunce, piuttosto", dice Gherardo Colombo. "Si diano agli uffici giudiziari strumenti adeguati (come in effetti si fa per quanto riguarda il personale). Soprattutto, ci si impegni a fare una vera e seria prevenzione, sia a livello normativo che a livello educativo. La durata delle indagini e dei processi, a mio parere, si risolve così. E veniamo alla prescrizione".
Ecco, appunto: la prescrizione. Qualcuno inventandosi un Cesare Beccaria immaginario, gli ha fatto dire questo: "La prescrizione piace alle anime belle e ai grandi criminali". È così? Piace ad anime belle e a grandi criminali? "Credo ci sia un motivo se prima il legislatore del 1889 e poi quello del 1930 nello scrivere il Codice penale abbiano pensato di limitare la potestà dello stato di verificare se una persona abbia commesso un reato, agganciando il termine entro il quale poter esercitare questa potestà alla gravità del reato. Il motivo risiede nell'idea che il passare del tempo abbia una notevole interferenza sulle esigenze punitive.
La nostra cultura tradizionale è piena di motti su come il tempo lenisca le ferite. Più il tempo passa, più l'offesa recata all'ordinamento e alla vittima sfuma, da attualità si trasforma in storia. Se si individuasse oggi chi le ha rubato la bicicletta tredici anni fa avrebbe senso sottoporlo a processo e infliggergli una pena?". Direi proprio di no. "E a una persona che aveva diciotto anni e nel frattempo, poniamo, ha studiato, ha trovato un lavoro, ha - come si dice - messo la testa a posto?". Col tempo anche le persone cambiano.
"E infatti non ritengo sia giusto che una persona possa essere sottoposta al processo a vita, ancor di più quando proprio dall'essere sotto processo dipende una serie corposa di conseguenze negative. In questo modo si penalizza il percorso di recupero complessivo dei rapporti di fiducia all'interno della comunità, e si corre il rischio di evocare conflitti che si erano in qualche modo superati. Sono queste, secondo me, le ragioni che giustificano la prescrizione".
"Ci sarebbe poi da domandarsi un'altra cosa: che rilievo ha oggi la prescrizione in Italia? E la risposta è che riguarda, salvo casi eccezionali che pure si verificano, soltanto reati di lieve entità. Spesso quelli per i quali non si dovrebbe nemmeno tenere un processo. Peraltro, per certi aspetti paradossalmente la prescrizione può giovare alla rapidità: il suo verificarsi può essere base per l'instaurarsi di un procedimento disciplinare nei confronti del magistrato che l'ha causata; togliamo la prescrizione, togliamo lo stimolo a evitare il disciplinare, la giustizia diventa ancora più lenta".
E insomma, verrebbe da dire, non solo la norma Bonafede è dannosa perché allunga i processi. Ma è persino inutile. "Proviamo a vedere quali sono i reati che facilmente si prescrivono nel nostro paese", riprende Gherardo Colombo.
"Come si sa, i reati punibili con l'ergastolo non si prescrivono mai (per loro la questione non si pone). Per gli altri, il termine di prescrizione è commisurato al massimo della pena previsto per quel reato. Per esempio un omicidio senza aggravanti, per il quale il massimo della pena è di 24 anni, la prescrizione è di 24 anni dalla data della sua commissione, più un quarto in caso di interruzione: nel complesso trenta anni.
Se il sistema giudiziario non riesce a individuare il possibile responsabile di un omicidio e ad applicare la pena entro trent'anni dal fatto, bisognerà renderlo più efficiente. Termini pure molto consistenti valgono, per fare qualche esempio, per il sequestro di persona a scopo di estorsione (qui addirittura 37 anni e mezzo), per la rapina aggravata (25 anni), la violenza sessuale (15 anni), il furto pluriaggravato (12 anni e sei mesi). Insomma, per i reati che destano clamore sociale le pene sono elevate e il termine di prescrizione è lungo al punto che è raro che gli stessi si prescrivano".
E insomma allora chi può sperare davvero nella prescrizione? "Direi nemmeno più gli autori di reati di corruzione, perché le pene massime, a seconda dei tipi di corruzione, variano dagli 8 ai 20 anni. La prescrizione interveniva spesso per gli omicidi colposi, ma anche lì, per le situazioni più allarmanti, le pene sono state aumentate. Quindi, guardi, alla fine la prescrizione riguarda soprattutto i reati non particolarmente gravi i quali, essendo prevista una pena massima non superiore a sei anni, si prescrivono appunto in sei anni, sette anni e mezzo in caso di interruzione, riguarda tante di quelle cose per cui in carcere ci sono persone che dovrebbero stare fuori, affidate ai servizi sociali o a scontare altre pene alternative. Però vorrei ripetere: teniamo distinti i temi della prescrizione e della ragionevole durata dei processi, perché sono solo in parte sovrapponibili. Il legislatore moderi l'impulso di inserire nuovi reati ogni volta in cui ritiene di dover fare una nuova legge. Piuttosto, si guardi alle spalle e sfoltisca, non di poco, le fattispecie penali esistenti. Altro che prescrizione". Altro che Bonafede.
di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 31 dicembre 2019
Tradizionale messa di fine anno domattina del cardinale Crescenzio Sepe alla cappella del carcere di Poggioreale. Il vescovo della chiesa di Napoli darà un conforto spirituale agli ospiti della struttura carceraria Giuseppe Salvia, costretti a passare il Capodanno lontane dalle famiglie per scontare la pena detentiva per i vari reati commessi.
Un appuntamento oramai consueto quello del 31 dicembre per Sepe al carcere di Poggioreale, che replica quello del pranzo natalizio, anch'esso rituale, del 23 dicembre organizzato come sempre dalla Comunità di Sant'Egidio alla presenza quest'anno, tra gli altri, di Giuseppina Salvia e Claudio Salvia rispettivamente vedova e figlio del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia ammazzato per volontà di Raffaele Cutolo perché il boss della Nuova Camorra Organizzata non sopportava la parità di trattamento ad ogni detenuto di Poggioreale che Salvia propugnava nella propria opera di integerrimo funzionario statale.
Nessuna particolare iniziativa è invece prevista al carcere di Secondigliano per il fine anno, con i vari appuntamenti attesi dopo l'inizio del 2020. Intanto il nuovo garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia, nominato su indicazione del primo cittadino Luigi de Magistris, attende ancora l'ok del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per entrare nelle varie carceri del territorio e supportare i detenuti come prevede la sua mansione (svolta a titolo gratuito). Un ritardo burocratico che al dire il vero un po' rammarica Ioia e ad InterNapoli.it lo stesso garante spiega il perché: "Nei giorni scorsi c'è stato al padiglione Milano del carcere di Poggioreale un tentativo di suicidio (riportato dalla nostra testata ndr.), con un detenuto che ha cercato di impiccarsi nella propria cella.
La persona è stata poi salvata dagli altri che erano lì con lui e poi soccorso dalle guardie penitenziarie. Se avessi avuto già la possibilità di ispezionare le carceri, avrei potuto magari parlare con questo detenuto in difficoltà e cercare di dar lui supporto". Ma il placet del Dap è ancora lontano? "Spero di no - risponde Ioia - il sindaco mi ha assicurato che invierà la richiesta tra oggi e domani". Se tutto andrà secondo i piani, il nuovo garante dei detenuti potrebbe visitare il carcere di Poggioreale e quello di Secondigliano nell'arco della giornata del 7 o del 9 gennaio.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 31 dicembre 2019
Il nucleo centrale della questione è stabilire se sia giusto (termine dal quale deriva quello di giustizia), sotto un profilo culturale, etico, sociale oltre che giuridico ovviamente, perseguire e punire i ritenuti responsabili di un reato, dopo che sia trascorso un considerevole lasso di tempo dalla sua commissione.
Ci siamo; dal prossimo primo gennaio entrerà in vigore la nuova prescrizione penale. In realtà, più che di una vera riforma del processo penale, si tratta di modifiche relative alla individuazione del momento iniziale e finale del termine di decorrenza della prescrizione anche se la vera novità è rappresentata dal blocco del decorso della stessa dopo che è divenuta esecutiva la sentenza di primo grado.
Le numerose e autorevoli analisi piuttosto critiche verso il cambiamento, hanno riguardato tanto questioni propriamente tecnico-giuridiche relative, per esempio, allo stravolgimento della sospensione e della interruzione del processo, che le modalità attuative della revisione apparse da subito troppo frettolose essendo state introdotte per effetto di un emendamento in fase di approvazione della legge spazza-corrotti, anziché a seguito di un dibattito di riorganizzazione del complessivo sistema processuale. Ragioni che hanno alimentato la percezione che si sia trattato per lo più di un compromesso politico della maggioranza dell'epoca, interessata a documentare e semmai a magnificare nella campagna elettorale per le allora prossime elezioni europee, i risultati conseguiti. Depone a favore di questa ipotesi il differimento di circa un anno della legge (del 09.01.2019) che infatti è stato motivato dalla necessità di approvare, nel frattempo, degli interventi legislativi per riordinare il processo penale nel suo insieme. Cosa che non è avvenuta.
Ora, premesso che non è più tollerabile la lentezza della giustizia penale italiana i cui processi, solo per parlare del primo grado, hanno una durata dai 500 ai 700 giorni circa, di gran lunga maggiore ai 138 della media europea, il punto è stabilire se la riforma costituisca effettivamente un rimedio oppure il rischio di un aggravamento della già precaria condizione attuale.
Una indagine che non può prescindere dal fatto che la prescrizione del reato è un istituto ben definito in tutti gli Ordinamenti dei Paesi omologhi al nostro. Nel codice di procedura penale francese (art. 6), la prescrizione estingue l'azione pubblica; in quello penale spagnolo (art. 130) l'estinzione riguarda la responsabilità penale mentre in quello tedesco (art. §§ 78 StGB) si estingue la perseguibilità.
In Italia, tuttavia, nonostante vi siano già state delle riforme, quella del 2005 (art. 6 L. 251/2005) e, in ultimo, quella del 2017 (L. 103/2017), ancora non si è riusciti a delinearne una chiara identità. Una condizione che, va detto senza indugio, ha favorito la risoluzione di problemi giudiziari anche di importanti politici e che, soprattutto, ha fomentato un senso di impunità per i potenti e sbilanciato il dibattito a favore della politica giudiziaria anziché verso quella di politica criminale. Ciò nonostante perseveriamo nell'errore, come dimostra la discussione di questi giorni incentrata sulla contrapposizione tra coloro che invocano l'attuazione della riforma, per evitare possa esservi impunità per i responsabili dei reati, e quelli che la osteggiano paventando un allungamento ulteriore dei tempi della giustizia.
Ma il nucleo centrale della questione è un altro, ovvero stabilire se sia giusto (termine dal quale deriva quello di giustizia), sotto un profilo culturale, etico, sociale oltre che giuridico ovviamente, perseguire e punire i ritenuti responsabili di un reato, dopo che sia trascorso un considerevole lasso di tempo dalla sua commissione. Ad una valutazione scevra da pregiudizialità politica e di interessi personali, la risposta non è difficile essendo insita nel patrimonio di civiltà e di conoscenze che non senza grandi sacrifici abbiamo conseguito. Pur volendo trascurare le pur non secondarie questioni che i termini di prescrizione normalmente sono alquanto lunghi e che sono già previsti numerosi casi di sospensione del processo e di imprescrittibilità di alcuni reati particolarmente gravi, è chiaro che il blocco della decorrenza dei termini prescrizionali viola non soltanto importanti principi costituzionali di libertà, per tutti quello della ragionevole durata del processo, cristallizzato nella Costituzione (art. 111) e nella Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (art. 6), ma anche quello della prevenzione e della riabilitazione. Funzioni cardini del nostro sistema giudiziario che possono essere espletate soltanto se tempestive e non certamente tenendo sotto scacco per sempre coloro che hanno commesso un reato.
La disfunzione del sistema della giustizia penale, della cui gravità non è dato di dubitare, si risolve in primo luogo attraverso una migliore organizzazione gestionale degli uffici giudiziari. Con un maggiore investimento in organico e soprattutto alleggerendo il contenzioso penale con seri interventi di depenalizzazione, posto che l'esperienza di questi anni insegna che l'inasprimento delle pene e l'introduzione di nuove fattispecie di reati non hanno contribuito a ridurre l'attività criminale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
E così il giorno fatidico è arrivato: con i brindisi augurali, la mezzanotte porterà la "nuova" prescrizione, la novità del processo penale potenzialmente infinito. Una riforma voluta dal M5S a cui il Pd ha risposto con un'ipotesi correttiva, che ieri il responsabile Giustizia dei dem Walter Verini ha indicato come punto di partenza per arrivare a una "sintesi". Ma secondo quanto trapela, il solo spiraglio lasciato intravedere da Bonafede riguarda la possibilità di escludere dal "blocca-prescrizione" chi in primo grado è assolto. Un restyling che sarebbe comunque incostituzionale.
A Napoli la fantasia dei bombaroli pirotecnici preferisce fermarsi al calcio. Alle prese col nome da attribuire al solito ordigno per la notte di San Silvestro, hanno preferito tornare al passato: dal "pallone di Maradona" si passa quest'anno a "Ringhio", in "onore" di Rino Gattuso, grintoso allenatore del Napoli. Se avessero voluto osare, i delinquenti dei botti proibiti avrebbero potuto scegliere un altro nome suggestivo: "Prescrizione". Perché se c'è una bomba, politica e giuridica, che certamente il 1° gennaio innescherà, si tratta proprio della norma che sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
E così il giorno fatidico ormai incombe. Con i brindisi augurali, la mezzanotte porterà la novità del processo penale potenzialmente infinito. "L'ergastolo processuale", come lo definisce il portavoce di Forza Italia Giorgio Mulè. "Con un atto di viltà politica, gli aiutanti della sinistra che si dicevano custodi del garantismo consegnano la loro storia alla subcultura manettara e giustizialista dei 5 Stelle", è il fendente assestato al Pd dal deputato azzurro.
Eppure dietro le quinte gli artificieri ancora sperano di disinnescare la bomba. Tra i più attivi è Walter Verini, che in un'intervista ad Affaritaliani.it si rivolge al premier Giuseppe Conte affinché "si adoperi per trovare una sintesi" sulla norma che tormenta la maggioranza (e la Costituzione). E anzi, il responsabile Giustizia del Pd chiarisce che il suo partito fa della "ricerca di un accordo" la propria "via maestra". Peccato che il tavolo con il guardasigilli Alfonso Bonafede, riconvocato per il 7 gennaio, al momento non lasci scorgere schiarite.
A meno di non voler interpretare in modo estensivo alcuni segnali filtrati dall'ultima riunione a Palazzo Chigi del 19 dicembre. In particolare un dettaglio che trapela solo ora: Bonafede aveva detto, quella sera, che "si può ragionare", almeno, su una ipotesi rimbalzata tra le frenetiche discussioni con gli altri partiti della coalizione giallorossa, limitare lo stop della prescrizione dopo le sentenze di primo grado ai soli casi di condanna.
Il timer dell'estinzione del reato continuerebbe cioè a correre quando in primo grado l'imputato è assolto. Non un'ipotesi nuova. Ma a forte rischio di incostituzionalità. Perché introdurrebbe una discriminazione lesiva del principio di non colpevolezza, che per l'articolo 27 deve restare integro finché la sentenza non è definitiva. Considerazioni che d'altra parte non autorizzano a escludere una discussione sul punto, all'incontro del 7 gennaio fra Conte, il ministro, il Pd, Italia viva e Leu.
Così come è chiaro che non si potrà prescindere da altri due elementi. Il primo è la mossa con cui i dem, lo scorso 27 dicembre, hanno presentato la loro modifica sulla prescrizione, con il segretario Nicola Zingaretti in prima fila, che di fatto prevede il ritorno alla riforma Orlando, solo un po' ritoccata. Il secondo elemento è la linea sempre più netta dei renziani: ieri hanno sbattuto di nuovo i pugni sul tavolo per voce di Ettore Rosato, che in un'intervista al Messaggero ha detto a chiare lettere: "Ciò che ha fatto il governo Lega- 5S sulla prescrizione va semplicemente abrogato: se non accadrà, come abbiamo sempre detto, noi voteremo con FI". Potrebbe non essere solo una minaccia. Come minimo, ora Italia viva si aspetta che il Pd le rivolga un esplicito appello a optare per il sostegno al testo annunciato 4 giorni fa.
Lo si intuisce da un passaggio dell'intervista a Repubblica con cui sabato scorso uno degli esponenti più autorevoli nella formazione di Renzi in tema di giustizia, l'ex sottosegretario Gennaro Migliore, ha commentato il restyling del Nazareno sulla prescrizione: "Non vorrei che rimanesse solo una proposta, come lo ius soli tanto declamato da Zingaretti che poi è finito nel nulla". Come a dire: se invece fate sul serio, ci troverete dalla stessa parte.
Verini dice che se Bonafede non saprà affrancarsi dalla "totale rigidità" esibita finora sul tema, "vedremo come andrà il dibattito parlamentare sulla nostra proposta". Che contiene intanto una distinzione tra assolti e condannati, nel senso che solo per questi ultimi vale il meccanismo disegnato dai dem: allungamento di 6 mesi della sospensione dei termini dopo il primo grado (sospensione che la riforma Orlando aveva fissato in 18 mesi) e ulteriori 6 mesi di stop in caso di cambio di rinnovazione del dibattimento; in più, sospensione di un altro anno (anziché dell'anno e mezzo previsto da Orlando) dopo l'eventuale impugnazione davanti alla Suprema corte. Evidente che i 5S non convergeranno mai su una soluzione simile, troppo vicina a quella approvata nel luglio del 2017 e da loro seppellita con la norma Bonafede.
Ed è probabile che il Pd stesso consideri il proprio testo come l'offerta iniziale su cui intervenire con successivi rilanci. Ordinaria amministrazione politica. Così com'è ovvio che un altro ex sottosegretario alla Giustizia, il leghista Jacopo Morrone, accusi il Movimento e gli alleati di "mercanteggiare".
Mentre la capogruppo di Fratelli d'Italia in commissione Giustizia, Carolina Varchi, liquida l'idea di Zingaretti come il velleitarismo di chi "continua ad abbaiare alla luna". Inascoltata, l'avvocatura insiste nel ricordare che "la durata dei processi non dipende dagli imputati ma da disfunzioni del sistema", per citare le considerazioni proposte a Studiocataldi.it da Caterina Flick, dell'Associazione donne giuriste d'Italia. È un ultimo dell'anno teso com'è giusto che sia per chi teme l'esplodere di una bomba. Certo è che quella bomba, una volta innescata, rischia di lasciare segni incancellabili. Forse non per i partiti, ma di sicuro per il processo.
- Al via domani la nuova prescrizione, stop dopo la sentenza di primo grado
- Lettera ai detenuti di Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani
- Rovigo. Il carcere che dovrebbe ospitare i mafiosi presenta delle criticità
- Permessi ai mafiosi, non si può dire no in modo automatico
- Da domani saremo tutti presunti colpevoli










