di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
La legge Bonafede, espressione di una concezione illiberale, ha messo in moto una imprevedibile dinamica. La vera novità è che l'apparente (solo apparente) compattezza della magistratura è saltata: il disaccordo è alla luce del sole. Conseguenze inattese. Dal male, talvolta, può nascere un po' di bene. La legge Bonafede sulla prescrizione, espressione di una concezione illiberale dei rapporti fra i cittadini e lo Stato, ha messo in moto un'imprevedibile dinamica, sia fra i magistrati che fra le forze politiche.
Fino a ieri e per tanti anni, in materia di giustizia si recitava sempre il medesimo copione. Sia gli attori che gli spettatori conoscevano ogni battuta a memoria. C'era di qua un gruppo di magistrati, più o meno compatto, e più o meno sempre gli stessi, che pretendeva di parlare a nome dell'intero ordine giudiziario e che recitava sempre lo stesso mantra: guai a voi se "delegittimate" la magistratura. Non c'erano (o per lo meno non c'erano pubblicamente) voci togate dissenzienti. Apparentemente, la magistratura sembrava muoversi come un solo uomo (pronta certo a dividersi, e anche a dilaniarsi, nelle lotte fra le correnti ma compatta e unita contro il "nemico esterno", ossia la politica). C'era poi la politica, appunto: anche qui sempre lo stesso copione.
La divisione era (rigidamente) per schieramenti. Da un lato quelli che, di volta in volta, entravano nel mirino delle procure e che cercavano di difendersi (da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini); dall'altro, i difensori tutti d'un pezzo dello "Stato di diritto" e della "indipendenza della magistratura" ma solo quando la botta giudiziaria colpiva l'avversario politico. Quando toccava a loro o ai loro amici la musica cambiava. In ossequio al famoso detto di Giovanni Giolitti "In Italia le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici".
Grazie al ministro Bonafede e alla sua legge ci sono novità. Non dico che il vecchio copione sia stato buttato via. Questo no. Ma per lo meno qualcosa è cambiato, soprattutto si sentono battute mai udite in precedenza. La cosa certamente più importante, la vera novità, è che l'apparente (solo apparente, ovviamente) compattezza della magistratura è saltata: sulla prescrizione il disaccordo fra i magistrati è ora alla luce del sole. È come se un ambiente chiuso si fosse aperto improvvisamente al mondo. Pur con la necessaria cautela, possiamo dire che si tratta di un passo avanti, una buona cosa per la nostra vita democratica.
Non più un gioco "noi contro loro" ma un pubblico dibattito in cui diventa possibile portare le proprie idee ed esperienze senza preclusioni e senza farsi scudo con le appartenenze professionali. Si era sempre saputo naturalmente che ci sono tanti magistrati - per lo più sconosciuti, poco propensi a pavoneggiarsi in pubblico e ad accumulare "capitale politico" usando le inchieste giudiziarie - che cercano di fare il loro difficile mestiere al meglio delle capacità, che non si credono gli "unti del Signore", che sono consapevoli dei propri limiti e delle proprie imperfezioni (che condividono con tutti gli altri esseri umani), consapevoli anche dei limiti dei loro strumenti professionali, nonché attenti alle sofferenze che la macchina giudiziaria può provocare.
Diversi alti e illustri magistrati, credo anche a nome di quei loro colleghi, sono venuti allo scoperto sul tema della prescrizione manifestando il loro dissenso nei confronti della legge Bonafede e dell'opinione di altri magistrati. Con interventi e interviste dalle quali i non addetti ai lavori, e anche i politici, possono apprendere molto. Questa vicenda della prescrizione, per giunta, sta dando maggiore peso anche agli argomenti degli avvocati penalisti, per lungo tempo ridotti al silenzio dal circo mediatico-giudiziario, trattati più meno come complici dei delinquenti da magistrati che all'Università erano distratti o assenti quando il professore trattava il tema delle garanzie costituzionali.
Queste novità in seno alla magistratura hanno effetti sulla sfera politica. Perché, almeno sul caso della prescrizione, la classe politica non ha l'impressione di trovarsi di fronte a una corporazione giudiziaria compatta e pronta alla guerra. Per conseguenza, essa diventa meno propensa a rinserrarsi entro i vari schieramenti, è più fluida, più libera di dividersi lungo linee trasversali. Certamente in questo momento è Matteo Renzi che, nell'area di governo, guida il fronte degli oppositori alla legge Bonafede.
Ma è anche interessante la posizione del Pd. Ci fu un tempo in cui il Pd (al pari dei suoi predecessori, dal Pci al Pds ai Ds) cavalcò ogni giustizialismo, per colpire gli avversari ma anche per "tenersi buoni" i magistrati. Ora le cose sono diverse. Sicuramente, dopo tanti anni di propaganda giustizialista e di conseguente "diseducazione civica", una parte dei militanti e degli elettori di quel partito continua ad essere attratta dalle sirene dell'autoritarismo giudiziario. Ma sembra proprio che la maggioranza dei parlamentari del Pd sia su altre posizioni. Il loro problema ha ora a che fare prevalentemente con gli equilibri di governo: come neutralizzare la legge Bonafede senza provocare la caduta dell'esecutivo e nuove elezioni? Tutt'altra cosa rispetto ai furori giustizialisti del passato.
Certamente le vecchie cattive usanze non verranno abbandonate. Né da certi settori della magistratura né dalla politica. Non cesserà l'epidemia di inchieste giudiziarie in grande stile che, dopo tanti clamori, furori, e sofferenze, finiscono qualche anno dopo senza nemmeno una condanna. Con gravi danni per la vita collettiva e anche per la democrazia. Non solo fanno vittime innocenti. Continuano anche ad alimentare certe false convinzioni dell'opinione pubblica: per esempio, la convinzione secondo cui la corruzione in Italia sia molto più diffusa di quanto in realtà non risulti alla luce delle conoscenze disponibili. Né cesserà la cattiva abitudine di certi magistrati di usare le inchieste come trampolino per carriere politiche.
Nemmeno la politica si libererà dei propri vizi. I vari raggruppamenti continueranno a fare tutto ciò che possono al fine di ottenere che venga eliminato per via giudiziaria l'avversario che essi si sentono incapaci di battere politicamente. Né scompariranno quelle propensioni illiberali (figlie di un'antica storia e di un'antica tradizione) che sono proprie di molti nostri connazionali, coloro che hanno fin qui avallato con il loro consenso diverse patologie giudiziarie. Però è arrivato, improvviso, un raggio di sole. Finalmente.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 10 febbraio 2020
I dati sui processi nella relazione ministeriale per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2020. Giustizia senza pace. Novelle periodiche (in media ogni sei anni) continuano a modificare le leggi vigenti, ma i numeri sull'amministrazione della giustizia non riescono a dare, neppure quest'anno, grandi soddisfazioni, ma solo piccoli risultati.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 10 febbraio 2020
Italia bacchettata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Abolire l'isolamento diurno per gli ergastolani e rivedere il regime del "41bis" offrendo ai detenuti un minimo di attività utili e sottoponendolo a verifiche periodiche.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
"Non sarà breve né prevedibile". La senatrice leghista e avvocato consiglia il leader: "Il cortocircuito istituzionale fa sì che il ministro dell'Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali".
"Io spero davvero che Matteo Salvini decida di non avallare la linea dell'autorizzazione a procedere nei suoi confronti". Giulia Bongiorno, a due giorni dal voto in Senato sul processo all'ex ministro dell'Interno per i fatti della nave Gregoretti, dà voce al sentimento che nella Lega è diffuso: "È sbagliato che da molti anni a questa parte la politica abbia rinunciato a molte delle sue funzioni".
Perché avrebbe rinunciato?
"È evidente che il Parlamento abbia abdicato al potere di legiferare in alcune materie sensibili e che per una sorta di pudore abbia rinunciato a tutelare la sua indipendenza. Basta guardare ai molti via libera alle autorizzazioni degli ultimi anni, che nasce anche dal timore dei parlamentari di essere considerati dei privilegiati. I poteri dello Stato devono essere separati e indipendenti, ma se uno dei poteri viene meno, il vuoto è riempito dal potere giudiziario che è proprio quello che invece dovrebbe controbilanciare".
Nel caso specifico cosa accade?
"Il cortocircuito istituzionale fa sì che il ministro dell'Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali".
In parecchi, in questi giorni, la mettono giù piatta: Salvini scappa dal processo...
"Tutti non fanno che chiedere se salveremo o non salveremo Salvini. Non è questo il punto. Il Senato deve verificare se ha agito nell'interesse pubblico. E quel che vale oggi per Salvini tutelerà in futuro chi svolge questa funzione".
Non è normale che un ministro possa essere processato se la magistratura ritiene che abbia commesso reati?
"Non ha commesso alcun reato: rallentare lo sbarco in attesa della redistribuzione dei migranti non è sequestro di persona. Ma la legge prevede che il Senato sia giudice su un tema cruciale. E cioé, se il ministro abbia agito nell'interesse pubblico. E il Senato su questo aspetto fondamentale è l'unico giudice altrimenti da domani sarà la magistratura a stabilire se un atto politico è di interesse pubblico".
Salvini ha chiesto alla giunta delle Immunità di votare a favore del processo. Dovrebbe dire ai senatori di comportarsi in modo opposto?
"Io ribadirò a Salvini che deve essere orgoglioso di quello che ha fatto e capisco che lui voglia dimostrare che non scappa dal processo. Ma deve tutelare il dovere del ministro di difendere i confini. La strada giusta non è rinunciare alla valutazione sull'interesse pubblico: compete solo al Senato".
Salvini rischia comunque il processo. La preoccupa?
"Io parlo di principi costituzionali e non di tifoserie. E posso assicurarle che il mio timore non è l'esito del processo ma i tempi. L'idea che un uomo possa rimanere per anni e anni a processo non dovrebbe piacere a nessuno. E questo certamente lo farò presente a Matteo Salvini. Lui pensa di andare in aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c'è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo".
C'è anche chi sostiene che, al contrario, ci potrebbe essere l'interesse che il processo venga definito quanto prima in modo da far scattare per Salvini l'incandidabilità prevista dalla legge Severino...
"Resto convinta dell'insussistenza del sequestro di persona. Non significa che si tratterà di un processo che si risolverà in breve né è possibile prevederne l'esito. Il mio maestro, il professor Coppi, mi ha insegnato che la legge è uguale per tutti, ma i giudici no".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 10 febbraio 2020
Non sappiamo quale sarà l'epilogo delle attuali convulsioni della maggioranza governativa sulla prescrizione. L'incertezza maggiore riguarda l'atteggiamento di Italia Viva che forse voterà la fiducia, o forse insisterà per una sospensione lunga, cioè un rinvio della riforma Bonafede, che nel frattempo è stata imbastardita dal cosiddetto Lodo Conte bis.
Il grottesco spettacolo cui stiamo assistendo è così umiliante per chi abbia a cuore quel che resta della nostra civiltà giuridica che possiamo solo attendere gemendo, con fatalistica rassegnazione. Quando, su queste colonne, definimmo l'originario progetto un mostro giuridico, intendevamo usare questo termine nel suo significato originario coniato dai latini, cioè di monstrum, vel portentum vel prodigium: una strana creatura che nella sua singolarità ha qualcosa di terrificante.
E in effetti la mostruosa proposta del ministro Bonafede vaporizzava, come poi autorevoli giuristi hanno confermato, i principi elementari del diritto. Tuttavia un monstrum possiede un connotato di potente identità, per quanto negativa: esso ispira appunto terrore e sgomento, non disgusto. Peggio del mostro c'è invece il mostriciattolo. Il quale senza tenere la valenza dirompente del fratello maggiore, suscita solo un sentimento di ripugnanza.
Il lodo Conte bis, che dovrebbe, nell'accordo compromissorio del governo, sostituire la proposta del guardasigilli, è proprio un mostriciattolo, una copia deforme del parto originario. Essa infatti introduce una bizzarra distinzione: per chi è assolto in primo grado, la prescrizione continua a correre; per chi è condannato, si sospende. Se poi quest'ultimo è assolto in appello, la prescrizione riprende, recuperando anche il tempo della precedente sospensione. Un tortuoso marchingegno che non considera l'attuale complessa disciplina delle impugnazioni, e crea un'incredibile confusione.
Mentre infatti l'originario progetto aveva il pregio di una chiara immutabilità parmenidea (dopo la prima sentenza la prescrizione si blocca sempre, e il processo può non finire mai) ora subentra l'opposta filosofia di Eraclito dove il processo, come tutte le cose, scorre con dinamismo indeterminato e mutevole. Facciamo alcuni esempi che chiariranno il concetto. Tizio viene assolto in primo grado: la prescrizione continua. Il Pubblico Ministero impugna, si va in Appello, e Tizio viene condannato.
La prescrizione (a quanto pare) si sospende. Ma Tizio ricorre in Cassazione, che annulla la condanna e rinvia a un'altra Corte. Quest'ultima assolve. Che fine farà al prescrizione? Mah! E mica è finita. Perché se contro questa assoluzione ricorre il Procuratore Generale, e la Cassazione accoglie il ricorso, si fa un nuovo processo.
Se stavolta la Corte d'Appello condanna, la prescrizione si sospende (pare) di nuovo. Ma se Tizio ricorre a sua volta, e la Cassazione annulla la condanna, la nuova Corte può assolvere, con la conseguenza di una nuova impugnazione del Procuratore Generale. E così via senza tregua, perché nel nostro sgangherato sistema il processo può effettivamente andare avanti all'infinito, con corsi e ricorsi che ricordano, tanto per restar nella filosofia greca, la dialettica degli stoici. E badate che questo è solo un aspetto del problema.
Perché può esservi il caso opposto e simmetrico a quello di Tizio: Caio è condannato in primo grado (la prescrizione si ferma) ma assolto in Appello (la prescrizione riprende); poi un annullamento della Cassazione e condanna nel giudizio di rinvio. Altro ricorso, eccetera eccetera. Nel frattempo, come l'omino di Cartesio, la prescrizione si è perduta nella foresta normativa. L'esausto e allibito lettore si domanderà se abbiamo scherzato.
No, non abbiamo scherzato affatto. Questa interminabile tiritera si è realizzata molte volte, coinvolgendo centinaia di disgraziati finiti nelle maglie inestricabili della nostra (si fa per dire) Giustizia, e soltanto la prescrizione ha posto fine al loro estenuante calvario. Talvolta, pietosa, è intervenuta la morte, che risolve ogni cosa. Con il lodo Conte bis, essa sarebbe l'unica speranza di un accertamento definitivo, naturalmente nell'Altro Mondo
di Diotato Pirone
Il Messaggero, 10 febbraio 2020
Italia Viva: scandaloso inserire la modifica nel Mille proroghe. Zingaretti: buon punto di arrivo. Rinviato a domani il Consiglio dei ministri con la riforma Bonafede del processo penale.
Matteo Renzi annuncia di voler proseguire la battaglia sulla prescrizione in Parlamento. Minaccia spuntata, secondo gli alleati, se è vero che Italia Viva al dunque voterà la fiducia al governo. Tanto che Nicola Zingaretti già volta pagina e dice che sulla prescrizione si è raggiunto un "buon punto di arrivo": ora il governo deve avviare una nuova fase senza "picconate", ripete.
Lo schema concordato dal ministro Alfonso Bonafede con i Dem prevede la presentazione, probabilmente oggi, di un emendamento al decreto Milleproroghe per sospendere per circa un mese la legge Bonafede e intanto modificarla con il cosiddetto "lodo Conte bis", che rende definitivo il blocco della prescrizione solo dopo una doppia condanna. Non appena la norma sarà votata in Commissione, probabilmente domani, si riunirà il Consiglio dei ministri per approvare la riforma del processo penale, che mira a ridurre i tempi dei processi. Attendere l'approvazione dell'emendamento serve ad accertarsi che il percorso per "blindare" il lodo sulla prescrizione funzioni. E non è scontato. Anzi, secondo Italia Viva il piano salterà.
Perché, come denuncia Forza Italia con Enrico Costa, l'emendamento rischia di non essere ammissibile: il decreto Milleproroghe dovrebbe contenere solo proroghe e non la modifica di una norma penale. "Sarebbe uno scandalo", denuncia da IV Ettore Rosato, secondo il quale Italia Viva "contrasterà qualsiasi forzatura istituzionale". Cinque stelle e Dem si mostrano ottimisti: gli uffici legislativi di via Arenula stanno limando la norma perché passi ogni vaglio. Ma le opposizioni già si preparano a protestare, facendo appello innanzitutto ai presidenti delle Camere perché blocchino il "blitz".
A quel punto, se l'emendamento non passasse, il "lodo Conte bis" potrebbe essere inserito nella riforma del processo penale o affidato a un percorso del tutto parlamentare (in commissione alla Camera si stanno discutendo le proposte di FI e Leu sulla prescrizione). Ma i tempi si allungherebbero, prolungando uno scontro politico che anche il premier Conte auspicherebbe di archiviare al più presto. Anche i Dem spingono per chiudere la partita al più presto: la norma nel Milleproroghe sarebbe blindata con la fiducia alla Camera e al Senato. Iv protesterebbe, magari diserterebbe il Consiglio dei ministri sulla riforma del processo penale, ma poi si andrebbe avanti.
In maggioranza c'è però chi cerca ancora di mediare. E spera in un percorso - ma Bonafede resta contrario - che includa un rinvio di sei mesi e poi il confronto in Parlamento. Il Dem Michele Bordo, in mattinata, vede una "marcia indietro" di IV nella scelta di confermare la fiducia al governo. Ma i renziani si affrettano a smentire: non faranno cadere l'esecutivo ("Sono gli altri a volerci cacciare") ma potrebbero non partecipare al voto sulla fiducia per manifestare il loro dissenso. Perché, dice Rosato, "l'unica soluzione è il prudente rinvio" di un anno "previsto dal lodo Annibali".
"Non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia", sottolinea Renzi, punzecchiando i Dem. E preannuncia che tornerà alla carica al Senato, dove Iv è determinante, con una sua proposta di legge sulla prescrizione. I renziani fanno notare che anche Nicola Gratteri definisce il "lodo Conte bis" sulla prescrizione "una mediazione al ribasso". E non depongono le armi: "M5s e Pd se sono furbi dovrebbero cambiare schema subito, l'emendamento al Milleproroghe non funzionerà e se glielo ammettono protesteremo in ogni sede", annunciano.
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
L'emendamento limato fino all'ultimo: Consiglio dei ministri sulla riforma verso il rinvio. Montecitorio, domenica sera. I corridoi del Transatlantico sono deserti, ma nel chiuso degli uffici i tecnici della maggioranza sono chini sul dossier che da settimane agita il governo. Il testo ha ancora bisogno di limature, ma salvo altri colpi di scena il destino della prescrizione è deciso. Niente decreto legge.
Lo strumento parlamentare individuato è un emendamento al Milleproroghe, per quanto i renziani ritengano "uno scandalo" modificare con queste procedure il diritto penale. Il via libera sull'ammissibilità della materia dovrà darlo Roberto Fico e i 5 Stelle si aspettano che il presidente non ponga ostacoli.Per rendere accettabile l'escamotage occorrerà una proroga. Si parla di "un paio di mesi al massimo", che scatterebbero retroattivamente dall'inizio dell'anno.
Il che vuol dire che ai primi di marzo l'efficacia della riforma Bonafede cesserà ed entrerà in vigore il lodo "Conte bis": l'intesa di merito raggiunta dalla maggioranza (senza i renziani), che prevede il blocco della prescrizione in via definitiva solo per i condannati in primo e secondo grado. Su questa delicatissima e complessa materia, la tensione non sembra destinata al allentarsi. Renzi darà battaglia in commissione e in Aula, cercando con tutte le possibili tecniche parlamentari di "tornare allo stato di diritto". E anche se Ettore Rosato parla di "battaglia civile, trasparente e senza trappole", Pd, M5S e Leu si stanno attrezzando per parare i colpi del fuoco amico. "Conoscendo Matteo - prevede un esponente dem del governo - cercherà in Parlamento ogni occasione di scontro sul tema della giustizia, che gli è congeniale".
Se l'iter sarà confermato, il Consiglio dei ministri che era in agenda oggi si terrà domani. E mentre ai piani alti di Palazzo Chigi il ministro Bonafede illustrerà ai colleghi la riforma del processo penale, nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera si voteranno gli emendamenti al Milleproroghe. E qui il primo iceberg da superare per la maggioranza di Conte sono i subemendamenti dell'opposizione, per quanto i voti di Italia Viva non siano determinanti e la possibilità che il governo vada sotto è assai remota.
Se non ci saranno slittamenti, mercoledì il decreto arriverà nell'aula di Montecitorio, dove l'approvazione con il voto di fiducia può dirsi scontata. Dopodiché, sarà corsa contro il tempo. Il decreto Milleproroghe deve essere convertito entro il 28 febbraio e al Senato arriverà blindato, anche qui con la fiducia. I renziani hanno indossato l'elmetto. "Ogni soluzione che non sia il prudente rinvio previsto dal lodo Annibali ci vedrà votare contro", ha promesso il coordinatore di Italia Viva, Ettore Rosato. E se Renzi decidesse di fare sua la proposta dell'azzurro Enrico Costa? L'antidoto del governo è un emendamento che riproponga il lodo "Conte bis".
La tensione della vigilia è altissima, anche se alla Camera in Commissione i numeri sono favorevoli all'alleanza giallorossa. I tecnici governativi stanno limando anche le virgole. L'obiettivo è fare in modo che l'emendamento del governo precluda quello dell'azzurro Enrico Costa e l'insidioso "lodo Annibali", con cui l'avvocatessa di IV chiede la sospensione di un anno della riforma Bonafede. Ma Renzi ha pronta la contromossa: ripresentarlo al Senato, dove senza i suoi voti il governo non ha i numeri.
Nel Pd nessuno scommette un euro sull'ipotesi che Italia Viva voglia strappare, non votando la fiducia e mettendosi fuori dal governo. Eppure i capigruppo fanno di conto: al Senato la maggioranza senza i 17 di Renzi ha 158 voti, tre sotto la soglia. Cifre da brivido. I parlamentari di Italia Viva sospettano che Conte stia tramando per sostituirli con un drappello di venti "responsabili", pescati dentro al gruppo Misto e tra le file di Forza Italia ed ex 5 Stelle. E per quanto sembri difficile che possano muoversi verso Conte in chiave anti-renziana senatori come Romani, Causin e Mallegni, nel grande caos di questi giorni i loro nomi hanno ripreso a girare, assieme a quelli di De Falco, Nugnes, Fattori e altri ex 5 stelle.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2020
Cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 17 gennaio 2020 n. 1825. Va rimessa alle sezioni Unite, sussistendo contrasto interpretativo, la questione se la causa di non punibilità di cui all'articolo 384, comma 1, del Cp sia applicabile o no al convivente more uxorio. Lo ha stabilito la sezione VI penale della Cassazione con la sentenza n. 1825 del 17 gennaio 2020.
La Corte ha preso atto della sussistenza di un contrasto interpretativo, meritevole di essere devoluto alle sezioni Unite. Infatti, a un orientamento prevalente, secondo cui non può essere applicata al convivente more uxorio, resosi responsabile di favoreggiamento personale nei confronti dell'altro convivente, la causa di non punibilità operante per il coniuge, ai sensi del combinato disposto degli articoli 384, comma 1, e 307, comma 4, del Cp,i quali non includono nella nozione di prossimi congiunti il convivente more uxorio (cfr. tra le altre sezione V, 22 ottobre 2010, Migliaccio), se ne contrappone altro, minoritario, ma più recente, che adotta l'opposta interpretazione, onde, pur dopo la legge 20 maggio 2016 n. 76, contenente regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (cosiddetta legge Cirinnà), che sembrerebbe avere limitato l'estensione degli effetti penalistici alle sole unioni civili (cfr., del resto, il decreto legislativo 19 gennaio 2017 n. 6, con cui è stata modificata la definizione legale di "prossimi congiunti", dettata agli effetti penali dall'articolo 307, comma 4, del Cp, inserendo nel relativo novero "la parte di un'unione civile tra persone dello stesso sesso"), dovrebbe adottarsi una interpretazione estensiva in linea con la Costituzione e con le indicazioni dettate dall'articolo 8 della Cedu in forza della quale ai fini delle cause di non punibilità assume rilievo anche la convivenza di fatto o more uxorio, anche se non regolata sul piano normativo (sezione VI, 19 settembre 2018, Cavassa, che, da tali premesse, ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per il reato di favoreggiamento, sul rilievo della sussistenza dei presupposti della causa di non punibilità, perché il fatto era stato commesso in favore del fratello della convivente di fatto dell'imputato; cfr. anche sezione II, 30 aprile 2015, Agostino e altri).
di Adelaide Pierucci
Il Messaggero, 10 febbraio 2020
Per il tribunale "la sua morte non si può addebitare ad alcuna persona". Alla mamma e al papà, al primo tentativo, aveva lasciato scritto di fare festa il giorno del suo funerale. Di mettere musica di Dalida. Di ricordare i suoi sorrisi più belli. Di accantonare i ricordi più brutti. Di lasciargli sulle unghie lo smalto rosso.
Mentre al secondo tentativo, quello che in carcere non è stato evitato, aveva usato parole ancora più accorate: "Il suicidio non è un atto di coraggio, né di codardia. Il suicidio è una malattia. E questa vita mi è insopportabile. Le menzogne su di me e su quella notte mi sono insopportabili".
Era stata una morta voluta, ostinata, ricercata quella di Marco Prato, e solo per un soffio già scampata. E proprio al momento dell'arresto che lo ha portato dalla stanza d'albergo in cui si era imbottito di barbiturici al carcere per l'omicidio di Luca Varani.
Ora sul suicidio del pierre dei vip, del trentenne che parlava in francese, amava la letteratura e si è ritrovato assieme all'amico Manuel Foffo protagonista di uno dei delitti più efferati della capitale, cala l'ultimo sipario. Non ha trovato sviluppi giudiziari l'ipotesi che la sua morte potesse essere scongiurata. La procura di Velletri, competente per territorio, aveva aperto un fascicolo per istigazione al suicidio.
Gli inquirenti volevano capire se Prato, detenuto ad alto rischio nel carcere locale considerato il suicidio appena scampato, fosse seguito e assistito adeguatamente, anche da uno psichiatra. Se fosse monitorato o meno. Specie nei momenti più delicati. Insomma se fosse stato protetto. Così come aveva sollecitato la famiglia, da subito contraria anche del trasferimento da Regina Coeli. Ora il caso è stato chiuso, per sempre.
Il tribunale di Velletri ha avallato le conclusioni della procura: nessuna colpa, nessun reato da addebitare a nessuno. Né alla direzione del carcere, dove nel giugno 2017 Marco Prato si era infilato la testa in un sacchetto collegato a una bomboletta di gas usate per la cucina nei campeggi, né ai secondini addetti alla sorveglianza, tantomeno a chi lo avrebbe avuto in cura. Eppure per Marco Prato erano giorni particolari.
Specie l'ultima notte. L'indomani si sarebbe dovuto presentare in aula per rispondere dell'omicidio di Varani. Avrebbe dovuto affrontare un processo sicuramente travagliato, considerato che a differenza del coimputato non aveva voluto evitare le scorciatoie del rito abbreviato (che poi hanno portato Foffo alla condanna definitiva a 30 anni) e affrontare la Corte di Assise. L'intenzione era quella. Voler spiegare che il giorno della mattanza di Luca, lui c'era in casa di Foffo, ma non aveva usato armi.
Che lui non avrebbe mai ucciso. La sua colpa, chissà, forse per lui sarebbe stata quella di non essere riuscito né a fuggire, né a chiedere aiuto, di restare là fino all'ultimo momento fino a quando l'indomani ha salutato l'amico per cercare la morte nell'albergo. Una morte evitata dai carabinieri e da una lavanda gastrica.
Per Marco Prato poi col tempo il processo si è trasformato solo in una montagna troppo alta da scalare. La sua fragilità così lo ha portato a fare un passo indietro, un passo definitivo. La sua difesa è stata trovata appallottolata nel cestino del bagno del carcere, non lontano dal corpo. "Non ho partecipato quella notte. Non ho usato le armi".
Una lettera accantonata però, per lasciare spazio invece a una seconda lasciata su un comodino e indirizzata alla famiglia. Una paginetta in cui Prato parla del suicidio come una scelta obbligata per chi sta male ("Non una scappatoia o gesto egoistico, è solo una malattia", aveva scritto), ma anche come ultima strada per superare il tormento interiore: "La pressione dei media è insopportabile, le menzogne su quella notte e sul mio conto sono insopportabili. Questa vita mi è insopportabile. Perdonatemi".
di Marco Versiglioni
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2020
Negli Stati Uniti la decisione penale assunta da una macchina dotata di un software è diventata realtà. Anche nel Regno Unito analoghi sistemi algoritmici sono usati per risolvere controversie relative a violazioni alle norme sulla circolazione stradale.
Nel web si trovano app destinate a individuare punti di equilibrio sui quali comporre controversie relative a diritti disponibili (Adr). Da noi il Consiglio di Stato si è occupato espressamente di algoritmi e, soprattutto, l'amministrazione finanziaria, che da tempo produce software sia per la selezione dei casi da controllare sia per la stima della credibilità dei dati dichiarati, si accinge a fare un uso moderno dei big data di cui dispone e disporrà.
I temi antichissimi collegati alla relazione diritto-macchina e al rapporto uomo-macchina assumono nell'era digitale, e ancor più nella prospettiva dell'intelligenza artificiale, una dimensione prima impensabile e coinvolgono tutti i rami del diritto: dal civile al penale, dall'amministrativo al lavoro, dal bancario al tributario, dal nazionale all'internazionale e così via. Ne è dimostrazione il fatto che negli ultimi tempi un numero crescente di convegni è dedicato a questo fenomeno. E assistendo alla dialettica che ne deriva - riguarda molti campi come difesa, sanità, finanza, etica - si ha la sensazione che non sia il digitale in sé, ma siano piuttosto i modi americani dell'uso del digitale a destare preoccupazione in Europa, almeno con riguardo al diritto.
Il modo applicato oltre oceano - Ciò che più si teme è forse l'idea, in parte diventata realtà, che il diritto possa essere applicato al caso singolo con il "modo della correlazione", che dovrebbe porsi come sostituivo del "modo logico" che tutti conosciamo, e che verrebbe applicato a milioni o miliardi o bilioni di casi giudiziari oggetto di sentenze e altri provvedimenti presenti nei big data. Esemplificando e prendendo a riferimento quanto già avviene nella sanità, la correlazione tra casi giudiziari nel modello Usa sembra simile a quella che potenti computer creano tra immagini o voci digitalizzate presenti nei big data per identificare la presenza di un tumore in una persona. Ma questo modo non sembra compatibile con l'universo giuridico perché il grado di scambiabilità dei casi giudiziari è ben diverso da quello dei casi clinici. Nella sanità, dove l'uomo-medico vince ancora la sfida contro la macchina-medico, è possibile pensare che, con lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, forse presto non sarà più così, proprio perché i casi, avendo a oggetto corpi umani, hanno un elevato grado di scambiabilità e il margine di errore dei computer è destinato a ridursi.
Altra cosa pare invece il diritto. I casi delle vite delle persone, delle quali il diritto si occupa, non sono e non saranno mai scambiabili, perché destinati a rimanere singoli, unici. Parimenti, ciascuna norma giuridica è un caso a sé, singolo, unico, non scambiabile. Se il fine del diritto è "dare a ciascuno il suo e ricevere da ciascuno il suo", cioè garantire l'uguaglianza dei rapporti tra ciascuno e il suo caso e tra ciascuno e la sua norma, allora il modo della correlazione non può essere applicato, a meno che non si voglia rinunciare al principio fondamentale di uguaglianza (ossia di scambiabilità) che caratterizza i moderni ordinamenti a base costituzionale (ad esempio l'articolo 3 della Costituzione italiana).
La proposta alternativa - Esiste però un modo diverso di affrontare il tema giuridico dell'innovazione digitale. Si chiama "diritto matematico". In estrema sintesi è un diverso algoritmo, softwarizzabile ma al tempo stesso naturale, reale, semplice, antico. Un algoritmo "estratto" dal diritto che c'è e animato dalla consueta logica aristotelica, applicata però - e questa è l'innovazione - a quattro esaustivi tipi di verità, nessi, nomi, concetti e segni (non numeri) ricavati analogicamente dalla matematica.
Metodi a confronto - Cerchiamo allora di capire come funziona e come si confronta con il modo correlativo. Prendiamo ad esempio una decisione giuridica (da testare) e cerchiamo di capire se essa possa avere un'efficacia dichiarativa (accertamento di rapporti giuridici) o un'efficacia costituiva (modifica di situazioni e rapporti giuridici). Il modo correlativo d'oltreoceano prende spunto da un infinito numero di sentenze disponibili nei big data e arriva alla soluzione univoca del caso in due fasi, una analogica e una digitale: il percorso seguito dal robot non è però spiegabile, né in senso diretto, né in senso inverso, e il perché della decisione rimane imperscrutabile, insindacabile.
Il "diritto matematico", invece, fornisce solo la "norma d'uso" della disposizione da applicare al caso, mentre la decisione di merito, come la sua premessa, resta all'uomo. Il percorso, logico, deduttivo, trasparente e sindacabile, si articola in tre fasi consecutive: analogica, digitale e analogica. Insomma, in questa versione europea l'uomo mantiene il primato e il "diritto matematico" costituisce solo un vincolo di metodo (e non di merito), e può tornar utile, in una prospettiva digitalizzata, sia a fini legistici (drafting legislativo, contrattuale o provvedimentale), sia a fini applicativi quali prova, interpretazione, motivazione e così via (per approfondimenti sulla metodologia giuridico-matematica: dirittomatematico.it
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