di Beniamino Caravita
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
La Costituzione non può essere sacrificata. Ma quel che lascia perplessi è che la discussione sia tutta ideologica e senza approfondimenti. Se si vuole giocare a tombola (una tombola un po' più lunga, perché tarata sui 139 articoli della nostra Costituzione) con le violazioni della Costituzione compiute dalla nuova disciplina della prescrizione, anche secondo quanto sembra di capire dal cosiddetto lodo Conte2, la cinquina è presto trovata: il primo numero sorteggiato è sicuramente il 27: nel nostro ordinamento vigono i principî della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva di condanna, principio messo in pericolo dal rischio di "fine processo mai", innescato da una prescrizione infinita, e della finalità rieducativa della pena, finalità che viene messa nel nulla dall'esercizio della pretesa punitiva statale che arriva dopo decenni dalla commissione del fatto). Il secondo numero estratto è il 111, vale a dire l'articolo in cui viene sancita una riserva rinforzata di legge, con cui la Costituzione chiede al legislatore di intervenire per garantire la ragionevole durata del processo, nella sua connessione con il 117, che richiama il rispetto degli obblighi internazionali, tra cui la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, alla cui stregua siamo stati più volte condannati.
Sul tabellone poi compaiono il 3, che tutela l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, messa invece a rischio dallo strampalato meccanismo secondo il quale la prescrizione continua a decorrere in caso di assoluzione in primo grado, mentre è sospesa nel caso di condanna, salvo un retroattivo recupero in caso di assoluzione in secondo grado; il 24, che sancisce il diritto di difesa, quale principio supremo e inviolabile della nostra Costituzione, in grado di resistere anche alle norme di derivazione europea, diritto di difesa il cui esercizio non distingue tra eccezioni sostanziali e eccezioni procedurali (potrebbe mai un avvocato rinunziare ad eccepire un errore di notifica o una erronea composizione del collegio?); il 97, che fissa il principio di buon andamento e imparzialità, che per giurisprudenza consolidata si applica anche all'attività giurisdizionale, che viene messo a rischio da riforme non pensate e non tarate sulla realtà degli uffici giudiziari, senza tener conto dei numeri reali dell'impatto della prescrizione e della fase in cui l'istituto interviene.
E, in un sistema processuale dominato da un perverso e sregolato collegamento tra mezzi di comunicazione di massa e uffici giudiziari, il "fine processo mai" lede in modo irreparabile la dignità dell'uomo, quale diritto inviolabile, garantito dall'art. 2, senza dare nessuna garanzia alle vittime dei reati, assoggettate anch'esse alla infinita lunghezza dei processi.
Due cose stupiscono infine in questo dibattito infinito, stucchevole e poco tecnico. Da un lato, l'oblio in cui è caduta la recente, memorabile e vittoriosa, battaglia della Corte costituzionale per affermare, davanti alla Corte di giustizia europea, il carattere sostanziale - e non meramente processuale - della disciplina italiana della prescrizione, che impedisce la retroattività e la indeterminatezza, facendo delle caratteristiche costituzionali un profilo di identità nazionale da tutelare (le famose sentenze Taricco). Dall'altro, la mancanza di dati.
Ma non bastano i dati sulle prescrizioni (che intervengono in realtà già davanti al Pm o in primo grado, a testimonianza di un cattivo funzionamento processuale sin dall'inizio); occorrono anche i dati sulle assoluzioni nei differenti gradi dei processi: se, come è possibile, le assoluzioni attingono cifre del 40% - 50% dell'input in ogni grado processuale, al netto delle prescrizioni, forse il tema è la lunghezza dei processi per inutile sovraccarico di lavoro al giudice, (in particolare quello monocratico), come sottolineato nelle relazioni di apertura dell'anno giudiziario di Presidenti di Corti d'appello.
I principi costituzionali non possono in alcun modo essere sacrificati. Ma quel che lascia perplessi è che questa discussione, che tocca nodi cruciali della civiltà giuridica e della vita delle persone, sia tutta ideologica e avvenga senza mettere a disposizione i dati completi e organici della attività giudiziaria nel settore penale. Solo alla luce di questi dati, nel rispetto dei principi costituzionali, può essere elaborata e organizzata una seria riforma del processo penale.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
I pm chiedono di determinare il numero di procedimenti che può essere trattato dal singolo giudice in un anno. I tempi previsti nella riforma della giustizia voluta da Alfonso Bonafede, "un processo completo in quattro anni", sono destinati a rimanere nel libro dei sogni di via Arenula. E con essi lo spauracchio delle sanzioni disciplinari per le toghe che non abbiano rispettato tale cronoprogramma.
Un aggettivo, "esigibile", incombe sugli ambiziosi progetti del ministro pentastellato. La richiesta di determinare il carico esigibile, cioè il numero di procedimenti che può essere trattato dal singolo giudice in un anno, sta rimbalzando in questi giorni con sempre maggiore insistenza nei congressi dei gruppi della magistratura associata in vista delle elezioni, previste fra un mese, per il rinnovo del Comitato direttivo centrale dell'Anm. A favore del carico esigibile si è schierata anche Unicost, la corrente di centro delle toghe.
Nel suo congresso straordinario, in cui sono state rinnovate le cariche, presidente Mariano Sciacca, segretario Francesco Cananzi, la fissazione di carichi esigibili è stata inserita nella risoluzione finale. Il tema, va ricordato, non è nuovo essendo da anni fra i cavalli di battaglia di Magistratura indipendente, il gruppo moderato. Mi, criticata in passato dagli altri gruppi per la sua visione "burocratica" dell'attività del magistrato, è ora però in buona compagnia: sembra che pure i davighiani di Autonomia & Indipendenza non siano pregiudizialmente contrari alla proposta.
L'unica incognita riguarda chi dovrà determinare il numero di fascicoli per singolo magistrato: il Csm o il Ministero della giustizia. Se dovesse andare in porto la proposta dei carichi esigibili, diventerebbe dunque irrealizzabile il rispetto delle tempistiche volute da Bonafede: come conciliare i tempi certi per i processi sei i magistrati ne possono trattare solo un numero prefissato? Che fine faranno quelli che "splafonano" tale numero?
I fautori dei carichi esigibili affermano che sono indispensabili per garantire un prodotto finale di qualità: un giudice non può scrivere più di tante sentenze in un anno. La proposta, che sta creando qualche imbarazzo agli attuali vertici dell'Anm dopo il loro endorsement al blocco della prescrizione, ha raccolto invece il consenso della stragrande maggioranza dei neo magistrati. A differenza dei colleghi anziani, le giovani toghe sono molto sensibili ai temi delle condizioni di lavoro. Alle elezioni di marzo saranno oltre mille i magistrati che voteranno per la prima volta: un voto che è destinato a modificare i futuri equilibri nell'Anm.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Il Pd che l'aveva voluta oggi è tra le principali forze della maggioranza di governo: che paradosso. Ritorno alla gogna mediatica e utilizzazione del processo penale come strumento di lotta politica?
C'è da scommettere che da qui a breve il dibattito sulla giustizia tornerà ad infiammarsi su un altro tema delicato: il futuro della riforma Orlando e delle nuove normative relative all'utilizzo delle intercettazioni, la cui definitiva approvazione potrebbe definitivamente segnare il ritorno alle storture del processo mediatico. Infatti, entro il prossimo 29 febbraio dovrà essere convertito il decreto legge n. 161 del 2019, voluto con forza dal Ministro Bonafede, che ha decisamente sconfessato la legge Orlando nella parte in cui prevede la sostanziale pubblicazione di tutte le informazioni e le notizie raccolte in occasione delle operazioni di intercettazione in un processo penale, senza alcun filtro.
1. Come nel caso della prescrizione, anche in questa occasione il rischio è che possano nuovamente infiammarsi i due fronti contrapposti rappresentati: da un lato da chi ritiene che le intercettazioni siano uno strumento per conoscere gli arcana imperi (con la conseguenza di non prevedere alcun limite alla pubblicazione sui giornali degli atti e delle notizie, anche non rilevanti, raccolte nel processo penale (c.d. fronte giustizialista); dall'altro da chi ritiene necessario operare una selezione a monte del materiale intercettato per evitare la gogna mediatica e tutelare il diritto alla riservatezza, tenendo fuori dal processo fatti privi di rilevanza penale per evitare che le intercettazioni stesse possano diventare l'occasione per raccogliere informazioni e notizie da utilizzare per altri fini (c.d. fronte garantista). Ma come e perché si è arrivati al d.l. Bonafede?
2. La selezione del materiale intercettato ante riforma Orlando Già dal 1973, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 34 aveva sottolineato la necessità di predisporre un sistema a garanzia di tutte le parti in causa per l'eliminazione del materiale non pertinente in base al principio secondo cui non può essere acquisito agli atti se non il materiale probatorio rilevante per il giudizio. L'articolo 268 del nuovo codice di procedura penale non prevedeva nessun divieto di trascrivere comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini limitandosi a stabilire che "nel verbale è trascritto, anche sommariamente, il contenuto delle comunicazioni intercettate".
L'avvento del processo mediatico e la pubblicazione di intercettazioni clamorosamente irrilevanti (si pensi ai numeri di telefono degli indagati, alle abitudini sessuali, opinioni politiche etc. etc.) da parte degli organi di stampa ha fatto accendere il dibattito sin dai tempi del d.d.l. Mastella del 2007, senza tuttavia arrivare a nessun esito a causa dell'ostracismo delle categorie interessate. Un revirement interno alla magistratura è iniziato il 17 aprile del 2015, quando gli allora Procuratori della Repubblica di Roma e di Milano, durante una audizione alla commissione giustizia della Camera dei deputati, si pronunciavano contro la indebita diffusione di intercettazioni irrilevanti acquisiti nell'ambito di un processo penale.
In senso analogo a questa posizione si è espresso anche il Consiglio superiore della magistratura che il 29 luglio del 2016, approvando una delibera, affermava il dovere del pubblico ministero titolare delle indagini di compiere il primo delicato compito di filtro nella selezione delle intercettazioni inutilizzabili e irrilevanti per evitarne l'ingiustificata diffusione.
3. La selezione del materiale intercettato nella riforma Orlando In questo contesto si è inserita la riforma Orlando che, con il nobile e dichiarato intento di meglio tutelare la riservatezza delle persone coinvolte senza in alcun modo pregiudicare le indagini, ha introdotto il divieto di trascrivere comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, inserendo un comma 2 bis al citato articolo 268 del codice di procedura penale. Tale riforma ha trovato però un inaspettato dietro front dei magistrati, evidentemente spaventati dal punto di forza della riforma, che richiedeva al pubblico ministero un maggior impegno professionale e una costante attenzione selettiva, al fine di realizzare una puntuale azione di separazione dell'utile dall'irrilevante. A tale coro di insoddisfazione della magistratura si è unito anche il mondo dell'informazione, che dal suo lato prospettico ha temuto di non poter più attingere a un patrimonio di notizie potenzialmente di interesse, in ragione della previsione di segretezza sull'irrilevante.
4. La selezione del materiale intercettato nel d.l. Bonafede 161 del 2019 Il mutato contesto politico e la nuova maggioranza giallorossa hanno portato a una drastica inversione di rotta rispetto ai principi introdotti nella riforma Orlando. Infatti, il 30 dicembre del 2019, per volontà del ministro Bonafede è stato approvato il decreto legge n.161 che interviene in modifica della riforma della disciplina delle intercettazioni con cui si era chiusa la precedente legislatura e, tra le altre disposizioni in materia, abolisce il divieto di trascrizione del materiale irrilevante. Il paradosso è che tale disciplina, come visto, era stata fortemente voluta dal Partito democratico, oggi una delle principali forze politiche della attuale maggioranza di governo. Insomma una specie di gioco dell'oca che fa ritornare tutti al punto di partenza e consentirà, dunque, alla stampa di pubblicare qualsiasi notizia senza alcun limite, con buona pace del diritto alla riservatezza.
5. Dopo la prescrizione addio anche alla riservatezza? In conclusione, l'eventuale approvazione del decreto legge n. 161 del 2019 determinerà inevitabilmente il rischio che le indagini penali e le intercettazioni possano trasformarsi in una occasione per raccogliere informazioni e notizie per finalità estranee al processo penale, strumentalizzando ulteriormente il ruolo della magistratura anche nei confronti degli altri poteri dello Stato.
Per queste ragioni, è quanto mai necessario che le informazioni e il sapere prodotti per il processo debbano servire solo ed esclusivamente al processo, consentendo all'informazione di svolgere correttamente il suo compito in questo ambito.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
I numeri non lasciano dubbi sul dissesto del Tribunale di Sorveglianza di Napoli: su 57 unità previste, sono in servizio 34 persone. A Napoli ed Avellino manca il 42 per cento del personale e a Santa Maria Capua Vetere il 37 per cento; contemporaneamente, però, è in aumento il carico di lavoro, pari a 39mila procedure in più, con 50mila procedimenti pendenti.
I dati sono stati resi nota in una conferenza stampa presso il Tribunale partenopeo indetta dalla Camera Penale di Napoli, dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli e dall'associazione '"Carcere Possibile Onlus". "Si tratta di una situazione gravissima - ha commentato, durante l'incontro con i giornalisti, la Presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, Adriana Pangia - che non consente un accettabile esercizio delle funzioni proprie della magistratura di sorveglianza". Il ministero della Giustizia è stato allertato più volte ma "non sono state adottate misure adeguate" ; addirittura Pangia si è recata a gennaio a via Arenula, previo appuntamento per illustrare la situazione, ma poi non è stata ricevuta dai funzionari ministeriali.
Un viaggio a vuoto a cui si è deciso di reagire unendo avvocati e magistrati per alzare l'attenzione. L'avvocato Ermanno Carnevale, presidente dei penalisti napoletani, al Dubbio dice che "appena ci è giunta la missiva della presidente Pangia che denunciava questa grave carenza dell'organico amministrativo, ci è sembrato doveroso accogliere questo grido di dolore che è anche il nostro e, coinvolgendo la stampa, renderlo pubblico. La situazione è ormai insostenibile, per questo la conferenza stampa è stata solo la prima di una serie di iniziative". Come si legge in una nota del Carcere Possibile Onlus, "la carenza di organico del personale, soprattutto amministrativo, ha inginocchiato il funzionamento di un settore strategico della giustizia penale, quello deputato all'esecuzione della pena, quella tanto bistrattata esecuzione della pena che non interessa a nessuno, se non a parole ed esclusivamente in funzione di slogan usati per invocare la famosa certezza della pena che, in conseguenza della predetta carenza di mezzi, non può veramente essere assicurata".
In particolare, per l'avvocato Elena Cimmino "l'assenza di risorse umane, illustrate dalla dottoressa Pangia, nei fatti si traduce in un'assenza di diritti poiché gli avvocati che li tutelano, e che sono chiamati ad assicurare che la pena sia espiata nel modo più utile al condannato in funzione della sua rieducazione, hanno una difficoltà enorme a trovare l'indispensabile personale amministrativo a cui rivolgere solleciti o evidenziare criticità particolari" e denuncia anche "che se al Tribunale viene inviata dalla direzione sanitaria di un carcere una nota che segnala un'emergenza, può succedere che questa nota non trovi nessuno a riceverla prontamente, con conseguenze anche fatali per il detenuto".
di Elia Sanna
L'Unione sarda, 11 febbraio 2020
L'oristanese Paolo Mocci è il coordinatore regionale dei garanti dei detenuti. La sua nomina è stata formalizzata nel corso del primo incontro avvenuto a Oristano tra i garanti comunali delle altre province dell'Isola: Antonello Unida (Sassari), Edvige Baldino (Tempio), Giovanna Serra (Nuoro). All'incontro erano presenti anche Grazia Maria De Matteis, la garante dei diritti dell'infanzia della Regione, l'assessore comunale Angelo Angioi, i consiglieri comunali Carmen Murru, Lorenzo Pusceddu, Peppi Puddu e la presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", Maria Grazia Caligaris.
Nell'incontro si è parlato delle numerose criticità che i garanti hanno riscontrato nel corso delle visite effettuate nelle carceri isolane, in occasione dei colloqui con i detenuti. "Per la prima volta ci siamo riuniti a livello regionale e con la mia nomina abbiamo ufficializzato il coordinamento - dice Mocci - le criticità emerse negli istituti penitenziari isolani sono tante e comuni. In primo luogo la necessità di avere un direttore stabile in ogni carcere, e la mancanza delle figure dei responsabili che si occupino, ad esempio, dei casi di suicidio e di autolesionismo. Infine, due problemi ben noti che riguardano L'affollamento dei detenuti e la carenza degli agenti della polizia penitenziaria".
Mocci ha inoltre annunciato che a Massama sarà realizzata un'area di accoglienza per i figli dei detenuti grazie al progetto presentato dal garante dei diritti dell'infanzia della Regione Sardegna, favorendo l'accesso per i minori secondo quanto prevede il protocollo sottoscritto dal ministero della Giustizia e dell'Autorità garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza.
stamptoscana.it, 11 febbraio 2020
Le Associazione di tutela dei diritti dei detenuti (Arci Toscana, Associazione Progetto Firenze, Associazione volontariato penitenziario, Diaconia Valdese Fiorentina, Società della Ragione, L'altro diritto), i rappresentanti delle Camere penali di Firenze e di Prato, i Garanti comunali di Firenze e di San Gimignano hanno inviato oggi alla Consigliera Serena Spinelli una lettera che chiede attenzione alla procedura di nomina del nuovo Garante regionale dei diritti dei detenuti e la invita a chiedere un confronto aperto sulle candidature nell'ambito della Prima Commissione.
Che la decisione sul nome del nuovo Garante sia fatta a partire dalle competenze e dal programma di lavoro presentato, non concordata nelle riunioni di partito. I medesimi soggetti avevano già scritto al Presidente del Consiglio, al Presidente della Prima Commissione e ai Presidenti dei Gruppi politici, con lettera inviata lo scorso 17 gennaio, per porre la questione urgente della nomina del nuovo Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, sottolineando l'opportunità, oltre che di una celere presa in carico della questione da parte della Prima Commissione, anche di considerare gli indirizzi contenuti nelle Linea d'indirizzo sugli Organi di Garanzia prima di procedere alla nomina.
Ma, purtroppo nessuna risposta è seguita e la Prima Commissione si è già riunita due volte senza esaminare nel merito le candidature e senza invitare i candidati a presentarsi. Il Consiglio della Regione Toscana aveva all'unanimità una mozione, il 23 ottobre 2019 scorso, presentata dalla Consigliera Spinelli, in cui si impegnava a valutare le Linee di indirizzo in merito alla disciplina degli Organi di Garanzia prima della nomina del nuovo Garante, esaminando in particolare le nuove Linee d'indirizzo delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e Bolzano, già adottate dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli Regionali, tese a rafforzare le prerogative e le condizioni operative del ruolo del Garante. Ma la mozione non ha avuto seguito, nonostante ci fossero i tempi necessari per esaminare il testo.
Ora i tempi sono strettissimi per esaminare quella proposta, siamo oramai in una condizione di vacatio della figura del Garante, che ha concluso anche il periodo di prorogatio previsto dalla Legge il 24 gennaio scorso.
Le Associazioni, considerando che i tempi per la nomina si stanno allungando a causa di rinvii senza discussione nel merito, hanno chiesto alla Consigliera di sostenere la sua mozione, approvata all'unanimità dal Consiglio, e di portare nella Prima Commissione la discussione in merito alle Linee d'indirizzo, e in ogni caso di invitare alla sua seduta del prossimo 18 febbraio le persone che hanno presentato le autocandidature e procedere alla loro audizione, in modo che possano esporre il proprio programma di lavoro come eventuali Garanti.
mauroleonardi.it, 11 febbraio 2020
Don Francesco, parroco di Valderice e cappellano della casa circondariale di Trapani, è un caro amico sacerdote. Ha aperto le porte di casa sua ai ragazzi che, finito il periodo di detenzione, escono di prigione e non sanno dove andare. Da circa due anni le porte della casa di don Francesco sono aperte alle persone che, uscite dal carcere dopo aver scontato una pena, non hanno piani per il proprio futuro e nessuno che le accolga.
Per don Francesco, parroco di Valderice (paese in provincia di Trapani), l'esperienza della pastorale per i detenuti non è una novità, come lui stesso racconta: "Già da seminarista il Signore aveva messo nel mio cuore questo seme, perché in alcuni periodi dell'anno ospitavamo in parrocchia dei detenuti per mezza giornata, e quando ero diacono ho predicato un triduo pasquale proprio in un carcere. Già allora mi resi conto che le persone che si trovano in carcere sono persone che hanno un grande bisogno di essere ben volute".
Una scelta scomoda - La vita da parroco di don Francesco è proseguita in maniera ordinaria sino a due anni fa. Il vescovo stava cercando un cappellano per il carcere. "Io credevo che il Signore me lo stesse chiedendo - ricorda don Francesco - per mezzo del vescovo, ma non mi soffermavo troppo su questa sensazione. Dopo l'incontro con un amico sacerdote sentii come una voce interiore che mi diceva: Ti devi scomodare, dì di sì al vescovo! Telefonai al vescovo che mi disse che ci saremmo visti tra qualche giorno, ma io insistetti di vederlo quanto prima per non perdere lo slancio interiore".
Oggi per don Francesco, che è un Sacerdote della Società Sacerdotale della Santa Croce, accogliere in casa propria chi esce dal carcere e non ha dove andare è la normalità, ma tutto è nato gradualmente, passo dopo passo. "Un giorno il responsabile dell'area educativa del carcere mi ha chiesto di accogliere un ragazzo che usciva. Poi si sono aggiunti altri ragazzi che godevano di permessi premio. Si trattava di passare con loro una giornata: vedevamo insieme qualcosa della città, facevamo delle piccole escursioni nei dintorni".
Qualcosa però è scattato quando don Francesco è entrato in contatto, a Trapani, con un Centro di permanenza per il rimpatrio, comunemente detto Centro di espulsione. "Vidi un giovane appoggiato a un pilastro. Non stava facendo niente, e gli ho chiesto che cosa stesse aspettando. Si trattava di un ragazzo del Gambia che non sapeva dove sarebbe andato a dormire. Decisi di lasciargli il mio numero di telefono. Giusto il tempo di tornare in parrocchia e lui mi aveva già chiamato".
Una nuova famiglia - Dopo il primo nuovo "ospite" ne sono arrivati tanti altri. Alcuni trovano lavoro, altri se ne vanno in cerca di nuove opportunità, "a volte con troppa fretta perché manca la pazienza", osserva don Francesco, con un po' di rammarico.
Ognuno ha un piccolo incarico domestico - La vita in casa diventa per i nuovi arrivati una vita di famiglia: "a pranzo e cena ci ritroviamo insieme, - spiega don Francesco - e ognuno ha un piccolo incarico domestico. Chi apre le finestre, chi chiude, chi controlla le luci, chi prepara da cucinare. Parallelamente alla vita di casa continua la ricerca, molto difficile, di un lavoro regolare. Quando mi sembra di avere fretta, di voler cambiare tutto e subito, ritorno a quello che diceva san Josemaría: Non dimenticare che sulla terra tutto ciò che è grande è cominciato piccolo. Ciò che nasce grande è mostruoso e muore (Cammino, 821)".
La cena di Natale - "Può sembrare che papa Francesco esageri quando parla di poveri, immigrati e carcerati. - aggiunge don Francesco - Ma chi vive in mezzo agli altri, senza isolarsi, capisce quanto sia giusto che il Papa dia voce a questi nostri fratelli meno fortunati. Io penso di avere appena iniziato a capire".
"Il vescovo Pietro Fragnelli - conclude don Francesco - al quale devo tutto questo, non mi ha mai lasciato senza sostegno e ha voluto passare la notte di Natale con noi. Ha voluto ricordare quella sera con delle parole molto toccanti: è stata una serata ricca di emozioni: abbiamo avuto video-telefonate per augurare buon Natale ai loro bambini e familiari lontani. Quattro persone che stanno cambiando vita e hanno bisogno dell'aiuto e della fiducia di tutta la Chiesa e di tutta la società per redimersi da un passato che ha meritato la detenzione. Una fiducia che comincia anche da te".
picenonews24.it, 11 febbraio 2020
Potrebbe già partire ad aprile il corso di formazione professionale sulla ristorazione per i detenuti del carcere di Marino del Tronto, finanziato dalla Regione Marche con i fondi del Fse. Intesa raggiunta con il Provveditorato regionale Emilia Romagna e Marche del ministero della Giustizia che ha auspicato l'avvio di un'attività formativa "per agevolare il reinserimento sociale dei reclusi, una volta scarcerati".
Regione e Provveditorato si sono già incontrati con l'obiettivo di definire le modalità attuative. L'organizzazione del corso sarà affidata a un ente di formazione accreditato: la Giunta regionale ha già emanato un avviso pubblico (scadenza marzo 2020) per promuovere diverse attività formative, da cui attingere anche l'ente che seguirà il progetto destinato alla Casa Circondariale di Ascoli.
"Scelta comune della Regione, del Provveditorato e della direzione del carcere è quella di qualificare la struttura penitenziaria con attività di formazione professionale - riferisce la vice presidente Anna Casini - Il corso formerà figure professionali della ristorazione, come l'aiuto cuoco, da spendere poi sul mercato del lavoro, al termine della pena".
L'ambito della ristorazione, chiarisce Casini, "è il più idoneo per Marino del Tronto: considerando la vocazione gastronomica dell'Ascolano e del territorio nazionale, offre opportunità concrete di collocazione lavorativa. Le attività già promosse dalla Regione, in questo settore, nella struttura penitenziaria - come l'Orto in carcere e l'incontro con i chef dell'Unione regionale cuochi Marche - hanno riscosso l'interesse dei detenuti, confermando che puntare sulla ristorazione possa avere un riscontro positivo".
foggiatoday.it, 11 febbraio 2020
Ex carcere sui Monti Dauni diventa residenza per detenuti psichiatrici: ospiterà 20 pazienti, investimento di 4,7 milioni. Sarà la terza Rems, ovvero struttura ricettiva a carattere sanitario per pazienti psichiatrici autori di reati. Dall'Asl Foggia un nuovo passo in avanti del programma per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Il programma per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.) promosso dalla Regione Puglia fa un ulteriore passo in avanti. Il progetto ha previsto la realizzazione delle cosiddette REMS, strutture ricettive a carattere sanitario per pazienti psichiatrici autori di reati. Scopo principale delle REMS è l'avviamento di un percorso terapeutico-riabilitativo che permette, alla fine della pena, il reinserimento familiare e sociale dei detenuti. Le REMS consentono di dare una collocazione dignitosa a persone affette da disagio psichico e che, troppo spesso, vengono collocate in strutture non sempre idonee ai casi specifici, anche da un punto di vista organizzativo. Le REMS, infatti, permettono una gestione più appropriata e organizzata grazie alla specifica finalità e al personale appositamente formato.
"Si tratta anche di opportunità professionali per il territorio provinciale - afferma il Direttore Generale Vito Piazzolla - e di una occasione di crescita e di arricchimento per coloro che già operano all'intero del Dipartimento di Salute Mentale o che si aggiungeranno ai fini di una gestione più consona". Obiettivo generale è, infatti, è quello di inserire un altro punto nella rete della presa in carico dei pazienti che, comprendendo anche le CRAP dedicate (Comunità Riabilitative Assistenziali Psichiatriche) e le attività ambulatoriali del CSM, si arricchisce sempre di più dal punto di vista della riabilitazione psichiatrica. In Puglia, inizialmente, era prevista la realizzazione di due REMS, attivate rispettivamente a Spinazzola e a Carovigno. Le due strutture sono oggi perfettamente integrate nel contesto sociale e cittadino e registrano ottimi risultati. Il 2 maggio scorso la Regione Puglia, in considerazione delle necessità rilevate, ha deliberato la realizzazione di una terza struttura da 20 posti in provincia di Foggia.
La nuova REMS avrà sede ad Accadia. L'area individuata per la realizzazione della struttura è quella dell'ex carcere mandamentale. Al termine delle procedure autorizzative, l'Amministrazione comunale ne ha appena ceduto la proprietà, a titolo gratuito, alla ASL Foggia. Alla presenza del notaio, il Direttore Generale Vito Piazzolla e il sindaco Pasquale Murgante hanno firmato l'atto notarile presso la sede della ASL Foggia. Il progetto per la realizzazione della REMS di Accadia, per un importo complessivo di 4,7 milioni di euro, offrirà anche un'importante opportunità di riqualificazione urbana.
La struttura dell'ex carcere mandamentale attualmente, infatti, versa in uno stato di deterioramento che ne esclude la possibilità di recupero e di conversione. Lo studio di fattibilità già realizzato ha evidenziato la necessità di rilevanti interventi di ristrutturazione strutturale, dal punto di vista sismico e della riqualificazione energetica, con costi altamente onerosi. L'ex carcere, pertanto, sarà demolito. Al suo posto sarà realizzato un nuovo complesso edilizio in grado di sfruttare appieno le potenzialità dei nuovi materiali e delle attuali tecniche di costruzione. La nuova struttura, sviluppata su due livelli, sarà dotata di un'area abitativa, ambienti comuni, locali dedicati alle visite dei familiari e spazi verdi esterni. Secondo il modello pugliese, la REMS sarà gestita dal Dipartimento di Salute Mentale, a garanzia dell'assistenza e dell'attivazione di adeguati programmi terapeutici.
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 11 febbraio 2020
Il Garante dei detenuti chiede che sia Torino a indagare sui maltrattamenti del 2016. L'associazione: "Si vada avanti perché non restino nel silenzio gli episodi denunciati". I maltrattamenti dei detenuti dentro la "cella liscia" del carcere di Ivrea, o in quello che veniva chiamato "l'acquario": una stanza al piano terra che avrebbe dovuto essere la sala d'attesa dell'infermeria, dove invece le persone venivano chiuse anche per ore, senza che nessuno potesse vedere all'interno mentre erano sottoposte a trattamenti "di contenimento".
Restano avvolti dal silenzio, ormai da quattro anni, gli episodi di violenze sui detenuti denunciate a Ivrea: fascicoli di indagine rimasti senza responsabili, perché la procura ne ha chiesto l'archiviazione in due casi, oppure non ha trovato spunti sufficienti per chiedere il processo e li ha tenuti aperti ma contro ignoti.
La Garante dei detenuti della città, Paola Perinetto, assieme all'associazione Antigone, ha depositato nei giorni scorsi in procura generale, a Torino, una richiesta di avocazione di due dei quattro fascicoli ancora aperti sulle violenze in carcere, chiedendo che si vada avanti con gli approfondimenti mai fatti fino a ora, come aveva chiesto anche la gip, Stefania Cugge, che a giugno scorso ha respinto due richieste di archiviazione.
Le denunce venivano direttamente dal penitenziario e riportavano fatti avvenuti nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016. Testimonianze molto dure nelle quali si raccontava di almeno due detenuti vittime delle guardie carcerarie, trattenuti prima in una delle celle del penitenziario e poi nel cosiddetto "acquario", la stanza che veniva usata, illecitamente, come "cella di contenimento".
Il Garante nazionale, Emilia Rossi, confermò il loro racconto: "Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell'idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato". Il racconto riportato anche dall'associazione Antigone e dalla pagina web infout.org sulla quale gli altri detenuti scrissero: "Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone".
"Sappiamo per gli atti di cui siamo in possesso che le indagini si sono fermate al 2016 - dice l'avvocata che rappresenta Antigone, Simona Filippi - ma di alcuni episodi si conoscono anche nomi e ruoli dei presunti responsabili, per questo chiediamo che si vada avanti perché non restino nel silenzio le violenze denunciate in carcere".
La richiesta di avocazione dell'associazione e della garante sono state depositate nell'ufficio del procuratore generale Francesco Saluzzo, appena un piano sopra alla procura dove per la prima volta l'estate scorsa è stata avviata una inchiesta con l'accusa di tortura per fatti analoghi, ma recenti, denunciati nel penitenziario delle Vallette.
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