Corriere di Como, 12 febbraio 2020
La rassegna "I classici dentro e fuori il Bassone" è un ponte culturale che lega i lettori reclusi con i lettori liberi. Promossa e organizzata dall'Associazione Bottega Volante, coinvolgerà anche quest'anno, per la terza edizione, un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Como. Un giorno al mese, da febbraio a dicembre, si leggeranno classici antichi e contemporanei per assaporarne l'intramontabile bellezza e ritrovare l'essenza della nostra umanità. Novità di quest'anno, tra i titoli scelti ci saranno anche cinque graphic novel. Il mondo dell'illustrazione è entrato nel progetto anche grazie all'associazione Slow comix: ventisei disegnatori hanno infatti reinterpretato i classici 2019 per il sito www.bottegavolante.org.
Quest'anno si scoprirà come Agota Kristof, Ismail Kadaré, Alan Bennett, Mary Shelley e Agatha Christie abbiano tanto da insegnare. E alcuni capolavori della letteratura - illustrati da disegnatori del calibro di Lorenzo Mattotti, Tim Hamilton, Marjane Satrapi e Art Spiegelman - regaleranno la bellezza delle immagini insieme a quella delle storie.
Con l'illustratrice romana Rita Petruccioli, ospite a Como il 23 marzo, si andrà invece alla scoperta del mondo degli illustratori italiani. Venerdì 21 febbraio alle 18, alla Libreria Feltrinelli di Como, il primo appuntamento del 2020 che sarà con "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury, uno dei più importanti testi di fantascienza distopica del Novecento (proposto anche nella versione graphic novel di Tim Hamilton).
Ospite il giornalista Paolo Moretti che dialogherà con Eletta Revelli e Katia Trinca Colonel. I commenti, le idee, le critiche e le impressioni dei detenuti verranno condivise con il pubblico in un'ottica di scambio tra "dentro" e "fuori". Info: www.bottegavolante.org.
ideawebtv.it, 12 febbraio 2020
La prima "lezione" si è tenuta il 20 gennaio e il programma prevede un percorso in 10 lezioni di affrancamento alla lettura dell'immagine fotografica, per poi arrivare a produrne alcune personalmente.
Tra le tantissime attività dell'associazione Progetto Har, sicuramente la più innovativa riguarda il percorso fotografico organizzato all'interno della casa di reclusione di Fossano e cominciato alcune settimane fa. "Il mondo inaspettato", così è stato intitolato.
L'idea è venuta ad Alice Borgogno, affiliata dell'associazione, che, dopo aver assistito a diversi spettacoli tra le mura penitenziarie, ha iniziato a chiedersi in che modo anche lei avrebbe potuto essere utile alla comunità della casa di reclusione. In un lampo l'idea di coinvolgere Ober Bondi, il presidente, che le è sembrata la persona giusta per questo tipo di iniziativa e che in effetti ha risposto subito con l'entusiasmo che lo contraddistingue. Il confronto con la direttrice dell'istituto Assuntina Di Rienzo e con la responsabile degli educatori Antonella Aragno hanno reso possibile il concretizzarsi dell'idea.
"Vogliamo offrire una diversa chiave di lettura della realtà che ci circonda, uno strumento in più per capire e abitare questo mondo" spiegano Alice e Ober "Dare un'altra via a chi ha trovato nel delinquere la sua via. È ormai dimostrato che i gruppi di detenuti che partecipano a programmi rieducativi e di lavoro nel periodo di carcerazione, hanno poi un tasso di recidiva (ovvero la probabilità di tornare a compiere reati al termine della pena) inferiore a coloro che non hanno questa opportunità. È dunque un vantaggio sì per il singolo, ma anche per l'intera comunità". La prima "lezione" si è tenuta il 20 gennaio e il programma prevede un percorso in 10 lezioni di affrancamento alla lettura dell'immagine fotografica, per poi arrivare a produrne alcune personalmente. Una mostra finale accoglierà gli scatti dei partecipanti.
di Giulia Melani e Katia Poneti
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
Sono passati quasi tre anni dall'11 maggio 2017, l'antivigilia del trentanovesimo anniversario della legge Basaglia, giorno in cui l'ultimo internato uscì dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Tre anni che hanno visto l'assestamento degli effetti del loro superamento, l'emersione e la denuncia di criticità, tentativi falliti di revisione (parziale) del sistema delle misure di sicurezza. La ricerca e la riflessione sulla disciplina relativa al malato di mente autore di reato non si sono arrestate. In questo filone, si inserisce il convegno che si è tenuto all'Università di Trento il 31 gennaio e 1 febbraio, organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza e dalla Camera Penale, sul tema "Infermità mentale, imputabilità e disagio psichico in carcere", trattato in chiave multidisciplinare.
È superata quell'emergenza Opg, che nel 2012 spinse il legislatore ad una riforma repentina, ma lasciava il codice invariato. Oggi diventa necessario ricentrare l'analisi su alcuni aspetti cruciali, quali: i rapporti tra psichiatria e diritto; i concetti di imputabilità e pericolosità sociale; il doppio binario e le misure di sicurezza; il disagio psichico in carcere.
Gli psichiatri e gli psichiatri forensi presenti al convegno hanno evidenziato la discrezionalità e opinabilità dei giudizi di incapacità e pericolosità sociale, spesso influenzati, come rilevato da Stefano Ferracuti, da bias del perito, alimentati dalla vaghezza dei concetti giuridici ed acuiti, come osservato da Gabriele Rocca, dalla mancanza di linee guida e standard nella formulazione dei quesiti. La denuncia di incertezza che proviene dalla stessa psichiatria chiama i giuristi ad una nuova riflessione sul concetto di imputabilità e sul doppio binario, che incarna, come ci ricorda autorevolmente Francesco Palazzo, l'approccio autoritario del Codice Rocco. La riforma che ha superato l'Opg, ha delineato una disciplina efficacemente definita da Marco Pelissero "a metà del guado", che manca di definire un'organizzazione condivisa delle Rems, apre all'ibridazione penitenziario/sanitaria e mostra i suoi limiti applicativi nel numero crescente di persone in lista d'attesa e nell'uso smodato delle misure provvisorie; nonché, come ricordato da Antonia Menghini, nella mancata definizione della condizione del malato di mente autore di reato, con infermità sopravvenuta.
Di fronte a un quadro denso di problematiche, la discussione vira sulla proposta, non nuova, ma rilanciata in questi giorni da Franco Corleone, di abolire la distinzione tra imputabili e non imputabili per vizio di mente (contenuta nel testo "Il muro dell'imputabilità"). Proposta nobile - come osserva il prof. Palazzo - ed ideologica, in quanto guidata dall'alto principio di equiparazione del folle e del sano. Un disegno assiologicamente fondato - come rilevato da Pelissero - ma che suscita perplessità sul piano attuativo, per timore che possa prodursi l'appiattimento del trattamento psichiatrico sulla logica custodiale e di quello penitenziario su quella psichiatrica.
L'abolizione della non imputabilità si fonda, come ricorda Corleone, sul riconoscimento di piena soggettività al malato di mente autore di reato e sul principio per cui "la responsabilità è terapeutica"; mentre il rischio di carcerizzazione del malato di mente autore di reato appare scongiurato dalla previsione di misure alternative (specifiche) al carcere e dalla maggiore attenzione alla salute mentale negli istituti penitenziari assicurata da una gestione esclusivamente sanitaria. A fronte di posizioni favorevoli, contrarie o critiche, appare positivo che su una proposta, spesso considerata provocatoria e scandalosa, si apra finalmente una seria riflessione. Del resto, come ricorda nelle conclusioni Gabriele Fornasari, questa opzione non è estemporanea, ma presente in alcuni ordinamenti, come quello svedese.
di Giulia Scatolero
La Stampa, 12 febbraio 2020
Aperte le prenotazioni per il nuovo spettacolo che Voci Erranti ha allestito con i reclusi del Morandi di Saluzzo. "Ulisse. Una storia sbagliata". È il titolo della nuova pièce che Voci Erranti organizza insieme ai detenuti del carcere di Saluzzo offrendo l'opportunità al pubblico esterno di entrare nel teatro della casa di reclusione. Le prenotazioni si sono aperte nelle scorse ore e si chiuderanno il 23 febbraio: lo spettacolo andrà in scena il 6, 7 e 8 marzo, alle 15 e alle 17. Per partecipare occorre scrivere a
È il 18º spettacolo saluzzese di Voci Erranti, nata nel 2000 all'interno dell'ex ospedale psichiatrico di Racconigi dopo l'esperienza di un laboratorio teatrale con un gruppo di malati ed infermieri psichiatrici. Dal 2002, al Morandi, organizza il laboratorio teatrale. "Siamo partiti con il desiderio di dare voce alle persone che vivono ai margini e con loro narrare e celebrare, fare memoria - spiega Grazia Isoardi, direttore artistico di Voci Erranti. Ulisse è l'eroe che più di ogni altro ci è vicino, contemporaneo, perché è imperfetto, non si sottrae all'avventura e si contraddice continuamente, non è mai sazio di scoprire e superare i propri limiti".
Il gruppo di detenuti ha già rivisitato il mito insieme a Isoardi, autrice del testo, Marco Mucaria, alla regia, e Simona Gallo, alle luci. Il risultato è la rappresentazione di una storia al contrario che semina dubbi e mette in risalto le fragilità umane.
"Si sono identificati nei compagni di Ulisse immaginando di invertire la storia perché sono loro a ritornare a casa e non l'eroe - specifica Mucaria. È una storia sbagliata così come sono state le loro vite caratterizzate dal forte desiderio di oltrepassare il limite di essere uomini invincibili, eroi improvvisati, padri inaffidabili, figli ingrati, compagni infedeli".
Uno spettacolo speciale perché inserito all'interno del progetto nazionale "Per aspera ad astra", portato in Granda grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. "Mamma" dell'iniziativa tutta italiana è la compagnia teatrale della Fortezza di Volterra, tra le storiche realtà nate in una casa di reclusione: era l'88 quando il regista Armando Punzo la fondò. Accanto alla compagnia toscana l'Acri, associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa di cui la Crc fa parte.
Cuore del progetto stimolare la condivisione di esperienze e buone pratiche per "fare il punto", cogliere eventuali opportunità di sviluppo e insegnare un lavoro. "Siamo stati scelti dalla Fondazione Crc per un'esperienza che riteniamo sarà importantissima per la nostra associazione, ma anche per tutto il "mondo" carcere - spiega Isoardi. L'obiettivo è insegnare una metodologia per l'apprendimento dell'arte teatrale nelle case di reclusione".
Primo risultato, la messa in scena, con "Ulisse", di uno spettacolo in più rispetto alla tradizionale unica pièce annuale. Secondo aspetto positivo avere un'occasione per imparare e formare. "Saranno coinvolti 30 detenuti - prosegue Isoardi: 20 reciteranno sul palco, 5 impareranno il mestiere di tecnico dell'audio e delle luci altrettanti quello di tecnico della scenografia".
Tutti detenuti di alta sicurezza, vista la recente trasformazione dell'istituto a carcere esclusivamente dedicato ad internati appartenenti alla criminalità organizzata. "Faranno formazione attraverso corsi e workshop anche gli operatori che operano nel Morando a partire da noi di Voci Erranti" conclude il direttore artistico.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 12 febbraio 2020
Se la Libia costituisce un assaggio delle nostre potenzialità, come minimo resta moltissimo da fare. Da quando russi e americani hanno cancellato di comune accordo (anche se non lo ammetteranno mai) il trattato Inf che vietava gli euromissili, la questione della sicurezza europea ha acquistato una nuova urgenza. Troppo passivo davanti alle nuove minacce del dopo-guerra fredda e troppo sicuro di una protezione statunitense meno scontata di un tempo, il Vecchio Continente ha incassato a fatica i dissensi transatlantici degli ultimi tre anni. E ora che aumentano le probabilità di rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, in Europa cresce in parallelo un inedito tormento strategico: dove e con quale consenso sociale si possono trovare le risorse per far avanzare il progetto della difesa europea, oppure quello, più realizzabile, di un pilastro europeo all'interno della Nato e dell'alleanza con l'America? Come evitare di essere schiacciati in un futuro prossimo dalla tenaglia strategica e tecnologica Usa-Cina, con la Russia che non starà certo a guardare? E ancora, come promuovere l'unità di intenti almeno tra i principali Stati della Ue, essendo chiaro a tutti che non può esistere una sicurezza comune senza volontà politica comune? La Russia e la Turchia, davanti al tardivo risveglio dell'Unione, hanno avuto di recente l'involontaria cortesia di offrire all'Europa un banco di prova capace di collaudare le sue nuove inquietudini: la Libia.
Un conflitto a noi vicino, legatissimo agli interessi europei a cominciare da quelli italiani, e per di più osservato con scarso interesse dagli Stati Uniti che più volte hanno invitato gli alleati a provvedere per proprio conto. Ebbene, se di collaudo si è trattato va detto che i risultati sono stati sin qui assai deludenti. Alla vaghezza retorica e agli errori passati dell'Italia si sono aggiunti i timori di fallimento della Germania, e così la conferenza di Berlino è diventata un esercizio diplomatico troppo affollato che ha prodotto un libro dei sogni senza impegni precisi da parte di chi tiene il dito sul grilletto. Tutti hanno detto "sì" ma ognuno si regola come vuole, la tregua e lo stop ai rifornimenti militari sono rimasti concetti in gran parte astratti, si parla anche in Italia di "missione europea" senza precisarne il ruolo e senza valutarne le necessarie premesse, restano inevasi interrogativi come quello che riguarderebbe Misurata (dove c'è un ospedale italiano protetto da forze italiane) nel caso il cirenaico Haftar decidesse di attaccarla, e le linee del confronto militare disegnano di fatto una spartizione della Libia che nessuno dichiara di volere.
Se la Libia è un assaggio delle potenzialità di una nuova sicurezza europea, il meno che si possa dire è che resta moltissimo da fare. Ma sul tavolo dell'Europa prossima ventura non c'è soltanto la Libia. C'è, anche, quel Boris Johnson che ha appena celebrato la parte più facile della Brexit e si prepara a una guerra negoziale con Bruxelles su quella più difficile. Non solo, perché resta da scoprire quale sarà la politica estera di Johnson. Quella nazionale e spesso vicina all'Europa esibita in tema di Huawei e 5G, oppure quella appiattita sugli Usa (i precedenti non mancano) mostrata pochi giorni dopo elogiando, nell'imbarazzo degli altri alleati, il "piano del secolo" di Trump sul conflitto israelo-palestinese? L'interrogativo è cruciale, perché gli europei vorrebbero mantenere inalterata, se non allargare, la collaborazione con Londra in tema di sicurezza e di difesa. Cosa che potrebbe non piacere a Washington, particolarmente in campo industriale. C'è la nevrosi politica tedesca davanti al declino dei partiti tradizionali e della cancelliera Merkel, che si traduce in un indebolimento dell'intero progetto europeo.
E poi c'è la Francia, diventata grazie al divorzio con Londra l'unico Stato europeo a possedere un seppur modesto arsenale nucleare. Cosa intendeva Emmanuel Macron quando nei giorni scorsi si è detto disposto ad associare altri Paesi europei al potere deterrente della Force de frappe? L'Eliseo ha respinto un suggerimento venuto da un parlamentare tedesco volto a porre le forze atomiche transalpine sotto comando Ue o Nato, ma se esiste davvero una via alternativa da mettere al servizio dell'autonomia strategica dell'Europa, fin dove vorrà e potrà spingersi un Macron che alle ultime europee ha soltanto pareggiato con Marine Le Pen e che tra poco dovrà affrontare una nuova campagna presidenziale? Di certo le parole del capo dell'Eliseo hanno fatto risuonare un campanello in molte cancellerie europee a cominciare da quella di Berlino, e le prospettive della mezza apertura di Parigi sembrano migliori, e soprattutto meno divisive, del coinvolgimento della Russia sollecitato da Parigi.
L'Italia, se non fosse per l'industria della difesa che di norma difende bene occasioni e interessi, brillerebbe per la sua assenza da un simile dibattito. Indipendentemente dalla sorte futura dei progetti europei, si tratta di un errore non nuovo che soltanto in parte può essere giustificato dalla demagogia propagandistica e dalle liti permanenti che caratterizzano la nostra politica interna. A mancare è una consapevolezza fondamentale, che la pace si difende con una valida struttura di sicurezza, non con l'arrendevolezza, la vulnerabilità o l'incertezza dei trattati. Anche perché così si lascia spazio a una non nuova suggestione di certa destra americana, secondo cui l'Italia starebbe meglio rompendo con l'Europa e assumendo, con l'aiuto Usa, una ipotetica quanto poco probabile leadership nel Mediterraneo. Come dirci che continuiamo a essere il ventre molle dell'Europa, quello che più facilmente può essere allontanato dai suoi veri interessi nazionali.
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
Dalla Francia, al Sud America all'Africa e all'Oriente le classi dirigenti sotto accusa per l'avanzare delle povertà. La sfiducia genera inquietudine e per tenerla sotto controllo i governi scelgono di solito la strada più breve: l'adozione di politiche "securitarie" per ristabilire l'ordine.
Ma la repressione, doverosa in molti casi onde evitare tragedie, provoca l'indignazione le cui motivazioni sono quasi sempre riconducibili alle reazioni contro corruzione, costo della vita, disordine sociale, emergenza climatica, compressione dei diritti civili, pensioni. Il tutto fa parte di un quadro dai colori lividi che possiamo, senza esagerazione, intitolare al neo- liberismo che ispira tanto le scelte economico- sociali che le modalità per difenderle. Insomma, il popolo contro le élites o le oligarchie è un fenomeno contagioso che se fino a poco tempo fa era diffuso nelle società affluenti adesso si verifica anche in quelle meno progredite sotto il profilo della ricchezza e della dilatazione dei bisogni e dei desideri.
Si ha la sensazione che il disordine mondiale stia prendendo piede senza alcun coordinamento, creando le premesse di una sorta di "rivoluzione permanente" contro il potere "ammaestrato" dal grande capitale finanziario, che non di rado alimenta il malaffare tanto nei regimi militari che quelli sedicenti democratici.
Insomma, la sfiducia generale nelle pratiche globaliste che attengono alla distribuzione della ricchezza e all'alimentazione di necessità fittizie, veicolate da una tecnologia sempre più aggressiva della quale, paradossalmente, gli "indignati" sono attratti ed affascinati salvo poi contestarne gli esiti che si riassumono nelle devastanti ineguaglianze sociali, sta facendo breccia ovunque, ma soprattutto nei Paesi nei quali sono piuttosto consolidati gli aspetti democratici e di controllo.
Il "caso francese" è emblematico al riguardo. E giornali e televisioni non possono fare a meno di documentare la più massiccia e continuativa contestazione al potere in un Paese europeo dalla fine della guerra che ha delegittimato il presidente e il suo governo.
La Francia di Emmanuel Macron è un laboratorio di contraddizioni che sono fuori controllo. E sul banco degli imputati, per quanto lo si nasconda, vi sono le politiche neo-liberiste del presidente nato e cresciuto negli ambienti dell'alta finanza che al momento opportuno se n'è servito per consolidare le sue posizioni turbo- capitaliste.
Il malessere ha cominciato a manifestarsi nell'autunno 2018. I gilets jaunes lanciarono il primo sasso. Macron si era messo in testa di aumentare il carburante agricolo per incamerare quattrini ai danni degli agricoltori. Il ceto medio comprese che non era soltanto una categoria ad essere penalizzata poiché la filiera del disagio avrebbe coinvolto tutti e si unì ai contestatori. Sbocciò da qualche parte l'idea, tutt'alto che peregrina, secondo la quale Macron era davvero il "presidente dei ricchi" che lo avevano eletto costruendogli un partito in grado di eliminare quelli tradizionali.
Si sono poi aggregati i ferrovieri e gli studenti, ma le fiamme si sono alzate quando il governo ha varato la riforma delle pensioni che sta facendo diventare la Francia incandescente poiché riguarda tutti anche gli avvocati che disertano le udienze e platealmente gettano le toghe davanti ai Palazzi di Giustizia.
Con la riforma pensionistica, che non tocca i più abbienti, Macron ha istituzionalizzato una rottura generazionale, dal momento che i lavoratori nati prima del 1975 non rientreranno nel nuovo sistema che contemporaneamente stabilisce, come ha scritto Serge Halimi su "Le Monde diplomatique", "con il pretesto dell'uguaglianza, che i quadri superiori non avranno più una pensione a ripartizione oltre un certo stipendio".
Ciò significa che dovranno rivolgersi ai fondi pensionistici per assicurarsi la quota complementare. Chi gestisce tali fondi sono i privati che si arricchiranno maggiormente con la trovata macroniana, mentre il Presidente ha promesso un regime derogatorio per tutti coloro che "assumono funzioni sovrane di protezione della popolazione", vale a dire i poliziotti, le forze dell'ordine. I beneficiari della politica "securitaria".
A Macron ovviamente interessa far quadrare i conti, ma a spese delle classi più deboli. Come ha osservato Sylvain Cipel sull'americano "The New York Review of Books", la riforma porterà "necessariamente un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno compensati da stipendi più alti". Perché lo sta facendo? Certo, per ridurre il debito pubblico mettendo le mani nelle tasche dei cittadini più indifesi, come i pensionati appunto. Tuttavia il vero obiettivo, come ha sottolineato il giornale americano, "non è tanto gestire in modo più efficiente le pensioni, ma ridurre i costi. E la strategia del governo per farla approvare è stata dividere i lavoratori, dicendo a quelli del settore privato che per tutelare le loro pensioni era necessario abolire i privilegi di quelli del settore pubblico".
Insomma, teoria e prassi della diseguaglianza formulate e portate avanti da un presidente che, come ha detto un intellettuale tra i più noti in Francia, il quale da giovanissimo previde la fine dell'impero sovietico con un libro di raro acume, La chute finale, Emmanuel Todd, "la lotta di classe è tornata". Contro ogni possibile immaginazione mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri e tutti insieme contro il governo, dagli agricoltori ai pensionati, dagli studenti ai ferrovieri, agli avvocati a coloro che immaginavano, dopo aver letto il libro-manifesto di Macron, Révolution del 2016, che una nuova stagione s'apriva, ma non pensavano nel modo opposto a come la descriveva il giovanotto di Amiens. Per fortuna, tutti hanno capito che a beneficiare della riduzione delle pensioni e dei salari sarà l'élite che ha "inventato" Macron verso il quale la stragrande maggioranza dei francesi comincia a pensare che nutra "obiettivi nascosti".
In aggiunta, per compiacere l'industria del lusso o del superfluo, legata all'establishment, il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, mentre finge di perorare cause ecologiste, lascia che i grandi edifici della città vengano rivestiti di luminescenti ed obbrobriosi cartelloni pubblicitari di marchi glamour e telefoni cellulari; il ministro dei trasporti sponsorizza carriere nel suo settore e fa sapere che nei prossimi anni serviranno trentamila autisti per mettere sulle strade gli "autobus Macron" in un Paese nel quale l'ecosistema non è dei migliori.
E il trasporto ferroviario? Va penalizzato perché il numero dei dipendenti è eccessivo, come in tutte le imprese pubbliche. L'iper-liberismo viaggia su gomma a Parigi. La Francia fa più notizia degli altri Paesi, ma non è sola nel quadro della disintegrazione del sistema economico, finanziario ed anche morale.
La rivolta tunisina che dieci anni fa inaugurò la mostruosità politica delle "primavere arabe"; la nascita coeva del movimento degli Indignados in Spagna che mise soqquadro il Paese, ma si fermò prima di varcare i confini per la risibilità di una organizzazione senza idee, animata da rancore e risentimento; la successiva mobilitazione degli studenti cileni, e nel 2009, l'apparizione a Wall Street di Occupy, fenomeno poco indagato che comunque diede voce ad un malessere diffuso, sono stati derubricati ad episodi estemporanei di insoddisfazione delle classi subalterne. Ma quei fuochi si sono mai del tutto spenti. E di tanto in tanto in altre forme emanano bagliori.
Per esempio, nessuno poteva immaginare disordini a Beirut, dove si protesta contro la corruzione che le élites finanziarie mondialiste stanno alimentando a scapito dei ceti più deboli, appropriandosi delle ricchezze nazionali e dove infuria la "guerra islamica" tra bande contrapposte.
A Santiago del Cile, dove nell'ottobre scorso una rivolta, tenuta in qualche modo sotto controllo, originata da una protesta studentesca per l'alto costo dei biglietti dei mezzi pubblici, tiene il agitazione la popolazione: da più di tre mesi, infatti, i manifestanti si riuniscono a Plaza Italia (ribattezzata Plaza Dignidad) che divide i quartieri ricchi da quelli poveri della capitale, invocando una società più giusta; le rivendicazioni, che riguardano la sanità, l'istruzione, il sistema pensionistico, i trasporti, hanno un dato comune: il cambiamento della Costituzione che è ancora quella dell'80 voluta da Pinochet.
Il fuoco di Santiago potrebbe incendiarne il Cile e in allarme non è non soltanto il presidente Sebastian Pineira, bensì la popolazione immiserita da una gestione dissennata da parte del governo la cui politica è funzionale alla tutela delle classi più agiate contigue al potere che ha progressivamente depauperato il Paese fino a creare sacche di vero e proprio disagio sociale al quale hanno tentato di reagire sia i più poveri che cospicue fasce del ceto medio.
Anche in Sudan (la rivolta del Pane) si lotta contro il carovita responsabile dell' impoverimento progressivo di tutti coloro che non partecipano al banchetto dell'oligarchia, mentre l'Iraq non si sa più se è una nazione e la mattanza continua "normalmente", favorita dall'Iran dove pure manifestazioni di segni diversi e contraddittori hanno mandato in confusione gli ayatollah e nello Yemen si uccide per un boccone di pane o per un'oncia di khat, la droga dei poveri.
Ogni giorno in questi Paesi - al netto di quelli dove sono in corso vere e proprie guerre, a cominciare dalla Siria - c'è qualcuno che muore o viene arrestato. Come a Hong Kong, dove da mesi, il regime cinese ha lanciato un'offensiva che non si placa per zittire chi protesta contro l'estradizione verso Pechino (che non era nei patti del ricongiungimento), mentre è alle prese con la conquista del mondo ed una strana malattia che sta facendo centinaia di migliaia di vittime.
L'America Latina, dall'Ecuador al Perù, dalla Bolivia al Brasile, è attraversata da un malcontento diffuso alimentato da profonde diseguaglianze socio-economiche. Per non parlare della crisi endemica che sta letteralmente facendo saltare il Venezuela una volta tra le più floride nazioni sudamericane.
L'Algeria - e non è il solo Paese africano dove tensioni acutissime rischiano di sfociare in violenze di regime e riapparizione di terroristi - vive giorni di grande incertezza dopo le elezioni- farsa del successore di Bouteflika ed il controllo ossessivo dei militari sulla società, mentre l'inquietudine attraversa il Marocco dove da mesi non si sa che fine abbia fatto la regina: lotte di potere che minano l'azione di governo. Nel contempo tra Marocco, Algeria e Mauritania, popoli dimenticati come i Saharawi si stanno letteralmente estinguendo perché non rientrano nei piani del Fondo monetario internazionale: la fame e l'indignazione li distrugge, il loro capitale è la povertà assoluta, senza patria e senza speranza di averne una.
L'anno appena passato, insomma, è stato segnato da una serie di rivolte popolari che hanno contestato duramente l'ordine economico globale, chi nutre la corruzione a spese dei più deboli, chi se ne frega del mondo che soffoca nei miasmi della produttività che deve garantire il profitto a pochi, gli avanzi a tutti.
E megalopoli oscene, dall'Africa all'America Latina, si popolano di disperati e di immondizia nociva che dal mondo dei ricchi viene venduta a chi si nutre di scarti e veleni, prima o poi esploderanno e non sarà per dare ad esse un nuovo ordine, ma per reclutare il terrorismo nelle pieghe del malessere, come avviene in Nigeria, nel Mali, in Sierra d'Avorio, mentre la malavita imperversa tra la povertà delle favelas brasiliane, ecuadoregne, boliviane, chiudendo bocche e lo stomaci con droga e prostituzione (da consumare nel nord del mondo, ovviamente) a milioni di disgraziati.
Popoli in rivolta. Angosce planetarie. Il fashion style illumina la povertà più indecente. E l'Occidente libero e l'Oriente rosso sono sempre di più la stessa cosa. Del resto si sono spartiti la disperazione pagandola con le illusioni a poco prezzo. È la prassi dei coloni del neo-capitalismo per chi non l'avesse capito.
di Marco Perduca
Il Riformista, 12 febbraio 2020
Il 15 giugno del 2000 Enrico (Chico) Forti fu ritenuto colpevole di "aver personalmente e/o con altre persone, allo stato ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato dolosamente e preordinatamente la morte di Dale Pike".
Life without parole, ergastolo senza condizionale, fu la pena comminatagli da una giuria di Miami per "omicidio di primo grado a scopo di lucro". Il processo durò poco più di un mese senza che elementi di prova consolidati venissero portati dall'accusa. Life without parole solitamente si riserva per crimini efferati o a criminali incalliti. Da quasi 20 anni Chico, che non intende dichiararsi colpevole, lotta perché il suo processo venga riaperto. Le prove raccolte successivamente, grazie all'incessante minuzioso lavoro di amici, parenti, esperti e persone che negli anni si sono interessate al suo caso, potrebbero sovvertire la sentenza. Occorre trovare il bandolo della matassa.
L'amministrazione della giustizia negli Usa, come dappertutto del resto, è tutt'altro che senza macchia: a conflitti d'interessi, uso politico di casi clamorosi, corruzione diffusa s'aggiunge un intreccio procedurale degno d'un percorso di guerra dove, inciampati sul primo ostacolo, non si ha una seconda possibilità. Secondo la Farnesina gli italiani detenuti all'estero sono 3.278 (non pochi se paragonati ai 60.971 ristretti in Italia al 31 gennaio scorso), uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono in attesa di giudizio: l'80% è in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto in giro per il mondo. Se ne parla poco e alle volte basta "poco" per migliorare le loro condizioni detentive o riportarli a casa.
Ci sono innocenti, colpevoli, adulti, ragazzi, a volte anche a rischio di pena di morte, dietro ogni storia ci sono altrettante famiglie che vivono l'incubo della lontananza e quello dell'impotenza di fronte a errori giudiziari, sciatterie, corruzione, macchinazioni o mancanza di democrazia nel Paese dov'è arrestato il parente. Dal 2008 esiste Prigionieri del silenzio, un'associazione che di questo s'interessa - non sempre il Governo è presente per come potrebbe.
Sono anni che, con fortune alterne, si parla di Chico Forti - recentemente in particolare grazie alle Iene - ma anche quando l'attenzione istituzionale era ai massimi livelli è mancato quel "coraggio politico" necessario per inquadrare la complessità del caso nella cornice del rispetto dei diritti umani, degli obblighi del giusto processo e delle relazione Italia-Usa.
E proprio su questo, grazie al lavoro del giudice Ferdinando Imposimato e delle certosine ricostruzioni della criminologa Roberta Bruzzone, che assieme al Senatore Giacomo Santini ci confrontammo a più riprese con la Farnesina di Frattini e quella di Terzi nella speranza che un passo nei confronti del Governatore della Florida potesse esser fatto. Parte di quella documentazione è diventata poi un libro, ma il dossier con oltre 100 elementi di prova non è mai stato utilizzato per riaprire il processo - complice anche qualche errore procedurale dei primi legali statunitensi di Chico.
La sentenza Forti lasciò esterrefatto chiunque avesse seguito il processo, pareva infatti impossibile che una giuria potesse ritenere Chico colpevole di omicidio "oltre ogni ragionevole dubbio" a fronte delle prove flebili e confuse del Procuratore che tra l'altro non trovarono mai riscontri fattuali. Una successiva verifica indipendente della fondatezza di quelle "prove circostanziali" produsse una tale quantità di dubbi che il sospetto che i fatti fossero andati in modo completamente diverso è divenuto certezza per tutti coloro che hanno partecipato alla ricostruzione di quelle ore tragiche.
Nel febbraio del 2012 da Senatore, e l'anno successivo da semplice cittadino, ho incontrato Chico in carcere in Florida su segnalazione di Marco Pannella. Durante le nostre visite, più simili a riunioni di lavoro, Chico ripercorse per filo e per segno gli ultimi tre giorni della sua vita da libero cittadino. Racconti a cui ero stato preparato da Roberto Fodde, l'amico che mi aiutò in quelle occasioni e che, successivamente, cronometro alla mano, mi fece fare il giro dei luoghi del delitto per come descritti dai documenti processuali incrociandoli con le contro-deduzioni preparate dall'attento studio delle carte. Un sopralluogo illuminante mai effettuato dall'accusa.
Forti non chiede trattamenti speciali, offre l'opportunità di unirsi a lui nella ricerca dell'affermazione di una versione dei fatti alternativa alle speculazioni pregiudizievoli dell'accusa. Il recente interessamento di diversi parlamentari e membri del Governo lascerebbe ben sperare. L'8 febbraio è stato il compleanno di Chico, le curve di San Siro gli hanno dedicato un enorme striscione, ricevere un chiaro impegno da parte della Repubblica italiana per ridargli una speranza di giustizia gli farà sicuramente altrettanto piacere.
di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
La politica del cosiddetto hostile environment intesa a disincentivare/dissuadere/scoraggiare l'immigrazione - una delle più detestabili eredità di Theresa May fatta immediatamente sua da Boris Johnson - ha raggiunto nuovi picchi di ostilità. Ieri un volo charter che doveva riportare "nel loro paese" cinquanta cittadini giamaicani con precedenti penali (stupro, omicidio, ma soprattutto spaccio) è decollato con solo diciassette persone a bordo.
Gli altri sono rimasti a terra grazie a una decisione in extremis della corte di appello (motivata dal fatto che alcuni dei "rimpatriati" non erano riusciti a mettersi in contatto con i propri legali dai centri di detenzione dove si trovavano prima della partenza per via di una mancanza di copertura della rete telefonica mobile).
È una deportazione particolarmente repellente perché viola i diritti umani di alcuni di loro, che sono senz'altro più britannici che giamaicani, ed è avvenuta nonostante un centinaio fra deputati e Lord da tutti i partiti avessero scritto un'inutile lettera a Johnson perché desistesse dall'autorizzarla. Come accade sin troppo spesso quando si tratta di cittadini dell'ex-colonia caraibica - alcuni dei quali fin troppo recenti (2017) vittime del rimpatrio forzato della cosiddetta Windrush generation - almeno cinque di ro erano arrivati in Gran Bretagna in un'età compresa fra i due e gli undici anni, e uno è a sua volta figlio della generazione Windrush. Hanno tutti scontato la pena inflittagli, sono stati tutti mandati in centri di detenzione per immigrati e ora alcuni rischiano la vita: secondo il Guardian, sono almeno cinque le persone uccise in Giamaica dopo esser state lì deportate dopo l'affare Windrush.
Abbastanza inquietante la reazione governativa. L'ufficio stampa di Downing Street, in piena modalità intimidatoria, ha così commentato: "Certe parti di Westminster non hanno ancora imparato la lezione delle ultime elezioni".
Insomma tenetevi forte, branco di snowflakes (lett, fiocco di neve, sarcastico epiteto rivolto dai neodestri anglosassoni ai giovani liberali): questo è solo l'inizio. La nota piccata prosegue con la minaccia di intervenire in modo contenitivo sul controllo da parte del tribunale: un altro aspetto del conflitto fra potere esecutivo e giudiziario emerso platealmente quando la corte suprema decretò illegale la sospensione del parlamento da parte di Boris Johnson.
Questo governo sguazza prevedibilmente nell'atmosfera rancorosa nella quale è immerso il paese post elezioni. In piena modalità farlocco-identitaria, manda avanti i propri membri non bianchi come Priti Patel (interni, fa sembrare Salvini un moderato) o il ministro delle finanze Sajid Javid a difendere le proprie azioni semi-totalitarie e discriminatorie.
Ora che è il momento di ringraziare l'elettorato sovranista, niente di meglio di una prova di fermezza con lo straniero criminoso. Peccato l'infausta coincidenza di date: l'aereo partiva a trent'anni esatti dal rilascio di Nelson Mandela dalla galera razzista nella quale avevano cercato di seppellirlo vivo.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
La piramide del terrore. Twitter esegue la richiesta del Cairo. I media attaccano anche il manifesto. L'avvocato del giovane: "Psicologicamente distrutto". Ma gli affari con le aziende italiane vanno a gonfie vele, da Egypt 2020 al Bit di Milano. "Patrick si trova al momento in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura-2. È psicologicamente distrutto, è arrabbiato": sono le parole consegnate all'Ansa da Hoda Nasrallah, parte del team impegnato nella difesa di Patrick George Zaki, lo studente dell'università di Bologna arrestato venerdì al suo arrivo dall'Italia.
Patrick, la cui detenzione è stata prorogata per 15 giorni, "ha chiesto di essere visitato da un medico legale - continua l'avvocata dell'Eipr, la stessa organizzazione con cui in passato ha collaborato Zaki - per mettere agli atti le tracce della tortura subita". Colpi e scosse elettriche subite nelle prime 24 ore del sequestro, "ma in maniera da non far vedere tracce sul suo corpo".
La mobilitazione dal basso intanto prosegue, anche al di fuori dell'Italia. Al coro di chi chiede la liberazione immediata di Patrick si è unito tutto il consorzio di università del master Gemma in Studi di genere e delle donne, a cui è iscritto il ricercatore. Sette atenei europei di cui è capofila Granada, dove ieri si è tenuto un partecipato presidio di studenti e docenti.
La pressione dell'opinione pubblica continua a smuovere anche i livelli istituzionali. Dopo la pronuncia dell'Ue che tramite un suo portavoce si è detta pronta a "sostenere pienamente" le autorità italiane in caso di azioni necessarie, la delegazione Pd a Bruxelles ha scritto all'ambasciatore egiziano in Belgio e presso l'Unione europea, Khaled Aly El Bakly: "Dato il partenariato tra Egitto e Unione europea, ai sensi dell'accordo di associazione che prevede significativi fondi di cooperazione per l'Egitto e di cui il rispetto dei diritti umani è un elemento essenziale, chiediamo alle autorità egiziane di rilasciare immediatamente Patrick George Zaki".
Anche l'ambasciatore italiano al Cairo Giampaolo Cantini si è mosso sulla vicenda, incontrando il presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani egiziano, organo governativo che ha ribadito la posizione del ministero dell'Interno: Patrick, dice il Consiglio, "risulta essere stato fermato in base a un'ordinanza della Procura generale ed è attualmente sotto inchiesta presso la stessa".
La vasta risonanza ricevuta dalla vicenda non è stata particolarmente gradita dalle autorità del Cairo, che hanno subito messo in atto le loro contromosse. L'account Twitter ufficiale della campagna Free Patrick è stato sospeso domenica per aver "violato le regole di Twitter", senza specificare ulteriori motivazioni.
Non è la prima volta che la divisione Medio Oriente di Twitter, basata a Dubai, silenzia voci critiche su pressione dei vari regimi arabi. Era già accaduto a settembre durante l'ondata di proteste in Egitto: centinaia di utenti si erano ritrovati bannati per aver espresso critiche ad al-Sisi, mentre il regime faceva arrestare oltre 4mila persone.
Un nuovo account è stato immediatamente creato, ma i gestori della pagina chiedono a Twitter "spiegazioni subito". Nel mirino della stampa pro-regime è finito di nuovo anche il manifesto, che in una trasmissione sul canale TenTv (la stessa in cui si denigrava Patrick e il suo lavoro) è stato additato come presunto agitatore di una campagna mirata a colpire i rapporti economici e militari tra Italia ed Egitto.
L'articolo in questione, con tanto di screenshot dal sito del giornale, è quello che riportava la vendita delle due navi militari Fincantieri al Cairo. Un affare milionario che, se messo in discussione, rischia di mandare all'aria tutta una serie di altre vendite di armamenti, che fanno molta gola all'industria militare italiana.
Gli affari comuni a ogni modo proseguono indisturbati in diversi settori. In questi giorni il Cairo è stata teatro di Egypt 2020, la fiera egiziana del settore petrolio e gas in corso fino a domani, di cui Eni è uno degli sponsor principali. All'evento, inaugurato ieri dal presidente al-Sisi in persona, hanno preso parte 24 aziende italiane.
Di queste, undici partecipano attraverso una missione collettiva di Ice, l'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, un organismo del governo che ha favorito la presenza dei privati all'evento cairota. A Milano contemporaneamente era in corso la quarantesima edizione della Bit, la Borsa internazionale del turismo, che ha celebrato il "ritorno" dell'Ente del turismo egiziano.
Il presidente dell'ente Emad Abdalla, nel promuovere le mete nel paese delle piramidi, si è rallegrato della crescita esponenziale dell'afflusso di italiani registrata nel 2019: +46% rispetto al 2018, pari a 619mila presenze, come riferisce askanews. "Aspettiamo tutti gli italiani - ha commentato Abdalla - In Egitto si possono fare tutti i tipi di vacanza e gli italiani sono sempre i benvenuti in Egitto". Un invito che suona come macabra beffa
di Khaled Said
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
Aumentano i casi di insulti e abusi nel paese nordafricano, casa a circa sei milioni di migranti, la metà da Sudan e Sud Sudan. In assenza di politiche governative, con scuole off limits e lavori sottopagati, è l'Unhcr a tentare la via (anche social) all'integrazione. Il Nilo e i grattacieli della città sono nascosti da una fitta nebbia sopra il ponte 6 Ottobre al Cairo, una delle arterie che porta al quartiere Zamalek, sede di ambasciate e uffici internazionali. Qui c'è anche una delle quattro sedi dell'Unhcr presenti in Egitto: "Tre sono qui al Cairo e una ad Alessandria", ci dice Radwa Sharaf delle relazioni pubbliche dell'agenzia che fa campo alle Nazioni unite. Il personale della sicurezza è ovunque, sorvegliano i piani tra un tè e l'altro verificando chiunque entri nell'edificio.
L'Egitto ospita circa sei milioni di immigrati secondo l'Oim, la metà dal Sudan e dal Sud Sudan, dove la guerra civile ha provocato l'esodo di oltre due milioni di rifugiati. Solo nel 2019 circa 29mila immigrati hanno avanzato richiesta di asilo politico, stando ai dati dell'Unhcr, molto più bassi perché riferiti ai soli migranti registrati. "Abbiamo 129.426 siriani di cui 122.416 richiedenti asilo e 7.010 rifugiati. I sudanesi sono circa 47mila di cui 25mila richiedenti asilo", afferma Radwa elencando i numeri a memoria. "Siamo convinti che i numeri siano molto più alti, non tutti vengono a registrarsi nelle nostre sedi per prendere la residenza". Le altre nazionalità più presenti sono i sud-sudanesi, gli eritrei e gli etiopi. I siriani arrivano con i corridoi umanitari, mentre gli altri, in particolare i sudanesi, attraversano illegalmente il confine sud. I numeri sono alti, a dimostrazione che i flussi migratori sono preponderanti anche nella sponda sud del Mediterraneo.
"Una volta fatta la registrazione - spiega Radwa - ci sono tre soluzioni durature offerte ai migranti: la prima consiste il rientro nel loro paese di origine, la seconda è il ricollocamento in un altro Stato e infine la terza opzione è quella dell'integrazione ma non è molto diffusa". Si parla poco di integrazione. Le difficoltà economiche in cui versano gli egiziani rischiano di alimentare sentimenti discriminatori contro gli immigrati in caso di misure di integrazione percepite come onerose dalla popolazione. Una linea politica, quella adottata da al-Sisi, molto simile a quella dei paesi europei dove il tema migrazione è sempre scottante.
tuttavia, un'inchiesta pubblicata ai primi di gennaio dalla Ap ha evidenziato l'incremento di attacchi a sfondo razziale nel paese, registrando un aumento di sentimenti xenofobi contro gli immigrati di origine sub-sahariana. A farne le spese maggiori, si legge nel testo, sono le donne, prese di mira con insulti e abusi sessuali soprattutto nei luoghi di lavoro. Secondo l'inchiesta dell'Ap la maggior parte degli immigrati vive in quartieri poveri dove cercano di dare vita a piccole comunità per proteggere le famiglie e i nuovi arrivati, più vulnerabili ad attacchi e violenze. Molti di loro vengono sfruttati nei negozi o nelle aziende con salari molto bassi per intere giornate di lavoro durante le quali subiscono costanti trattamenti denigratori. Tuttavia, Radwa afferma che all'Unhcr non dispongono di dati o rapporti che possano confermare un aumento o una diminuzione degli episodi di razzismo, ma sono molte le iniziative messe in campo contro la discriminazione razziale. "Per sensibilizzare la popolazione - continua - cerchiamo di portare avanti anche campagne social attraverso personaggi famosi come attori e cantanti che abbracciano la causa dei rifugiati e cercano di fare informazione sull'argomento".
Con aria soddisfatta ricorda che l'hashtag #isirianiilluminanolEgitto è stato trend topic su Twitter, ma confida che "per i siriani l'integrazione diventa più semplice rispetto agli immigrati africani, perché c'è una sorta di fratellanza solidale tra gli appartenenti al mondo arabo". Oggi molti di loro lavorano nel settore della ristorazione, principalmente come cuochi o pasticceri. Di al-Sisi e del governo non ne parlano: "I rifugiati tendono a vivere per conto loro - ci spiega Radwa - Non si interessano alla vita politica egiziana, cercano di aiutarsi a vicenda per trovare un lavoro o un appoggio dove stare". Trovare lavoro non è facile, soprattutto per chi aspira a qualcosa in più rispetto a una mansione come manodopera a basso costo. "Recentemente abbiamo organizzato un workshop su come curare una mostra per aiutare gli artisti che hanno difficoltà a entrare nel mercato del lavoro - afferma Radwa - Abbiamo esposto le opere di artisti provenienti da sei nazionalità diverse, per dieci giorni. Sono venute tante persone, molte delle quali hanno pure acquistato alcune opere".
L'integrazione però avviene anche attraverso l'accesso all'istruzione pubblica, non garantita a tutti gli immigrati, ma solo a chi proviene dal mondo arabo "perché il sistema scolastico egiziano è diverso e l'ostacolo della lingua è molto grande", conferma Radwa. Chi non è arabo, dunque, non può iscriversi a una scuola pubblica rimanendo ancora più escluso all'interno della società. Il modo migliore per alimentare le distanze e le disuguaglianze tra gli immigrati e gli egiziani.
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