reggiosera.it, 4 gennaio 2020
il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria racconta le difficili condizioni in cui i detenuti si trovano a vivere e gli agenti a lavorare. "I colleghi in turno si sono astenuti dalla mensa e hanno deciso di digiunare. È impensabile che si preparino e si cucinino i pasti in locali dove soffitto e pareti sono ricoperti di muffa. Senza dimenticare le temperature bassissime: nella mensa degli agenti ci sono otto gradi". Anna La Marca, agente penitenziaria alla sezione femminile della casa circondariale reggiana e vicesegretario regionale del Sinappe, il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria, racconta così le condizioni in cui i detenuti si trovano a vivere e gli agenti a lavorare.
"La situazione rasenta il sopportabile: stiamo tutti al freddo. Anche gli accasermati, pur pagando una sorta di affitto al ministero, non hanno riscaldamento. L'acqua delle docce è appena tiepida. Nella mensa degli agenti si muore di freddo, il momento del pasto è diventato fonte di tensione e stress. Le cuoche cucinano e servono con giacconi, cappelli e sciarpe. Va avanti così da anni, ogni ottobre è la stessa storia. Per ovviare a questo disagio, qualche anno fa abbiamo ricevuto in prestito dalla Protezione civile dei 'cannoni' che sparano aria calda, ma non sono sufficienti per tutto l'istituto. Peraltro, molti non sono adatti agli interni: ci sono vani in cui non si respira per la puzza di benzina e cherosene".
Oltre 400 i detenuti a oggi accolti nella casa circondariale reggiana, quasi completamente non riscaldata adeguatamente. Niente doccia calda, né nella sezione maschile, né in quella femminile. "Per fortuna - dice La Marca la neve e le notti di gelo sono state ancora poche, ma siamo solo all'inizio di gennaio. In carcere fa freddo: anche i detenuti cominciano a essere nervosi, e hanno ragione. Così si rischia di far esplodere una situazione già estremamente delicata. Noi dobbiamo lavorare, loro stanno scontando una pena: perché' non si decide di intervenire?".
L'insofferenza dei detenuti si somma allo scoraggiamento degli agenti penitenziari: "In molti hanno scelto di adire le vie legali. C'è chi soffre di alcune patologie e ha cominciato a sentirsi male: asma, allergie. Per non parlare del logoramento nervoso". Nei giorni scorsi, il Sinappe ha inviato una lettera al Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, al Servizio igiene degli alimenti e nutrizione, al Servizio igiene pubblica e ai Nas per denunciare le condizioni in cui versa il carcere. Si parla di "estrema insalubrità del locale ove vengono preparati i pasti per il personale in servizio che presentano rilevanti infiltrazioni d'acqua e vistose chiazze di muffa.
La sala dove si consumano i pasti è in condizioni ancora peggiori perché', oltre alla muffa, il locale registrerebbe temperature polari a causa della rottura dell'impianto di riscaldamento". Il Sinappe chiede il controllo dei locali e l'eventuale chiusura per il loro risanamento. Oggi è arrivata la risposta di Gianluca Candiano, direttore dell'istituto, che annuncia un incontro con il responsabile del servizio mensa il 7 gennaio: "Nell'immediatezza assicuro degli interventi di prime cure presso i locali Mos (mensa obbligatoria di servizio, ndr) e il laboratorio cucina da parte della Mof (manutenzione ordine prefabbricati, presso la quale lavorano alcuni detenuti, ndr).
Questo almeno per un primo intervento di rifacimento manutentivo della soffittatura e dei muri laddove sono presenti chiazze di muffa". Ma "per noi non è sufficiente - ammonisce La Marca - la muffa va trattata in un determinato modo, gli ambienti devono essere risanati, non basta ripitturare per nascondere la chiazza. È necessario e urgente un intervento drastico e profondo, non un susseguirsi di lavori di rattoppo. Così si crede di risparmiare, ma è esattamente il contrario".
di Livio Sacchi
Il Riformista, 4 gennaio 2020
Per quale motivo tutti (o quasi tutti) vogliono vivere in città? Perché le città hanno tanto successo? Perché ci piacciono? Le risposte a tali interrogativi sono certamente molte e anche molto diverse fra loro: la ricerca di un lavoro, di un ambiente più vivace e stimolante, di una maggiore concentrazione di servizi, anche culturali. Siamo tuttavia convinti che, al di là di quelle citate e delle moltissime altre che sarebbe possibile citare, il principale motivo per cui le città piacciono così tanto è invece, sostanzialmente uno solo ed è che in città c'è più libertà che altrove: in città ci si sente - e probabilmente si è, nei fatti - più liberi che altrove. "Stadt Luft macht frei - L'aria delle città rende liberi", diceva un vecchio adagio tedesco risalente al Medio Evo.
In quei tempi, chi viveva in città era libero dalle restrizioni feudali e, in parte, da quelle religiose. Ma ancora oggi, affrancando le identità dei singoli dalle aspettative familiari e sociali e permettendo a chi vi abita di diventare ciò che vuole, le città consentono qualcosa di molto prossimo all'autodeterminazione del proprio essere. Non è cosa da poco; si tratta anzi di una cosa molto, molto importante. Un esempio? Suketu Mehta, nel suo libro su Mumbai, a proposito quindi di una delle grandi città del mondo contemporaneo, racconta: "È un luogo dove non conta di che casta sei, dove una donna può cenare da sola in un ristorante senza essere molestata e dove ci si può sposare con chi si preferisce. Per i giovani di un villaggio indiano il richiamo di Mumbai non è solo una questione di denaro. È anche una questione di libertà". Le città sono insomma i luoghi dove si determina libertà, e ciò vale persino in quei paesi in cui di libertà ve n'è poca.
Che le città piacciano è testimoniato dalla loro enorme espansione recente. Ma, a proposito di città, va ricordato che i primi due decenni del XXI secolo appaiono segnati da alcuni aspetti particolarmente significativi: la quantità di nuove infrastrutture e nuovi edifici realizzati, che non ha precedenti storici, nemmeno nei periodi di ricostruzione post-bellica; il crescente ricorso a nuove tecnologie, nuove tecniche costruttive, nuovi materiali; la sempre più diffusa consapevolezza in tema di sostenibilità, a fronte di un pianeta i cui equilibri ambientali sono effettivamente sempre più precari; l'ibridazione tipologica e la sempre maggiore complessità dell'edificato; ma anche la pervasiva sensazione di crisi - economica, prima di tutto, ma anche culturale, di valori e, in alcuni paesi come il nostro, demografica - e la speranza di uscirne, se non di esserne già fuori. Le città sono importanti per tutti noi: pur occupando, com'è noto, meno del 4% della superficie della Terra, ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e consumano il 75% dell'energia, rilasciando all'incirca il 70% delle emissioni nocive. Inoltre, secondo il McKinsey Global Institute, le prime 600 città del mondo, con poco più del 20% della popolazione, producono più del 50% del Pil. È chiaro che giocano un ruolo centrale quando si parla del nostro futuro.
Un futuro carico di incertezze, che non deve tuttavia spaventarci. Si pensi, per esempio, al tema dell'inclusione, peraltro strettamente legato a quello della libertà. Pensiamo a quanto accade nelle tre maggiori città americane. A New York si calcola che il 65% dei residenti appartenga a una minoranza etnica: si tratta di una città in cui le minoranze, messe insieme, costituiscono insomma una solidissima maggioranza. Non sarà forse anche questo il motivo per cui tutti quelli che vi abbiano trascorso un sia pur breve periodo di vita si siano subito sentiti a casa? Passiamo, sull'altra costa, a Los Angeles. Giuseppe Sala, nel suo recente libro, riporta che il sindaco Eric Garcetti pare abbia scritto al presidente Trump più o meno così: "vorrei ricordarti, a te che parli di muri ai confini, che più del 50% delle aziende che operano a Los Angeles sono state fondate da quelli che tu chiami immigrati. Sappi che io farò di tutto per difendere un modello di grande città contemporanea che funziona". Ricordiamo infine Chicago, una metropoli che è uscita bene dalla crisi e che è oggi una delle più attraenti degli Stati Uniti. Dal 2019 ha un nuovo sindaco, Lori Lightfoot: donna, afro-americana, lesbica.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 4 gennaio 2020
"Tolo Tolo" è un film politico, palesemente "anti-salviniano". Senza per questo voler appiccicare nessuna etichetta a un artista che vuole restare di tutti. Il film di Checco Zalone non fa molto ridere. Alla fine anzi fa piangere, con la scena dell'agnizione (per non dire parolacce: riconoscimento, tra padre e figlio). Per il film di un comico, è un bel guaio. Questo non significa che Checco non abbia infilato le sue gag, le sue battute, le sue trovate. Ce ne sono: molte e godibili come sempre. Ma inserite in un contesto talmente amaro che la risata a volte si strozza in gola.
"Tolo Tolo" commuove e ci fa sentire un po' in colpa, anche se non muore nessuno. Soprattutto, spiazza. Perché affronta un fenomeno epocale del nostro tempo, capovolgendo il punto di vista. Finora abbiamo sempre guardato i migranti con i nostri occhi. Ci siamo impauriti per il dumping sociale - riduzione di salari e diritti - legato all'afflusso di manodopera a basso costo; e per i problemi di sicurezza, che sarebbe ipocrita negare.
Checco guarda e racconta la questione dal punto di vista dei migranti. Restando sé stesso: l'italiano becero, ossessionato dalle mode - sushi e acido ialuronico - diffidente dello Stato e degli altri. L'italiano che ieri, in "Quo vado?", raccontava il nostro Paese visto dalla Scandinavia; e ora dall'Africa. Solo lui poteva farlo.
Anche perché nessuno, nel nostro cinema notoriamente intento a rimirarsi l'ombelico, può spendere i milioni di euro necessari a girare in Kenya e nel Sahara, sapendo che saranno ripagati dal botteghino. Ieri gli incassi - pur restando eccezionali - hanno un po' rallentato. Può darsi che il passaparola non sia sempre positivo. All'uscita del cinema, gli spettatori discutono. Di solito "Tolo Tolo" piace più alle donne che agli uomini. Di sicuro non è il film che ti aspetti da Checco Zalone.
È anche un film politico, e non solo perché il meridionale senza arte né parte che diventa ministro degli Esteri si chiama Luigi come Di Maio; e perché a un certo punto compare Vendola nella parte di se stesso, distolto dalla cura dei suoi fiori dalla telefonata del pugliese ostaggio dei trafficanti (l'ex governatore si lancia in una delle sue complicate metafore sinistrorse; Macron, chiamato da un francese, paga e lo fa liberare). È un film palesemente anti-salviniano, senza per questo voler appiccicare nessuna etichetta a un artista che vuol restare di tutti. I neri non sono buoni. Omar, l'amicone, si rivela un traditore.
Però i neri sono poveri. Deboli. In una parola, umani. I buoni non esistono: tantomeno i giornalisti (il francese è un odioso reporter che si fa bello con i reportage umanitari, oltre che con il suddetto acido ialuronico, ma poi abbandona i compagni di viaggio nelle carceri libiche). Checco non tradisce sé stesso. Non rinuncia all'ironia, compresa l'irresistibile satira dell'Africa consolatoria della Disney, con la "cicogna strabica che sbaglia rotta", abbandonando i bambini a un destino di miseria, "ed è pure una mignotta". Insomma Zalone non diventa politicamente corretto o sentimentalista. Però "Tolo Tolo" può davvero cambiare, almeno un po', il sentimento dell'italiano medio verso i migranti. Il produttore Valsecchi non sarà d'accordo; ma questo non vale meno di un incasso record. Che poi magari arriverà comunque: il film va visto. Perché è bellissimo.
Avvenire, 4 gennaio 2020
L'impresa sociale "Cotti in fragranza", promossa dall'Istituto penale minorile Malaspina di Palermo, dal Centro studi Opera Don Calabria e dalla Fondazione San Zeno, offre lavoro vero a nuovi giovani con reati e condanne alle spalle e fa breccia anche nei cuori dei critici gastronomici, tanto da conquistare il titolo di "miglior progetto solidale" del 2019 conferito dal Gambero Rosso.
La nota rivista di settore ha stilato una lista di "Best of the year" toccando numerose sfere di interesse e premia "il bel progetto di economia carceraria nato nel carcere minorile Malaspina di Palermo nel 2016 - scrive Gambero Rosso. Un'intelligente dimostrazione di come sia possibile far rivivere spazi storici della città". "Questo riconoscimento è prova del fatto che stiamo riusciti a diventare un'impresa", commenta Lucia Lauro, responsabile del progetto e con Nadia Lodato anima della cooperativa Rigenerazioni Onlus.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 4 gennaio 2020
Depositata a Palazzo Madama la memoria difensiva dell'ex ministro dell'Interno. Che punta a coinvolgere Conte e Di Maio. Sette mail per dimostrare che la decisione di non far sbarcare i migranti dalla nave Gregoretti non fu un'iniziativa personale dell'allora ministro dell'Interno ma una scelta collegiale del governo. "So di aver fatto il mio dovere, sempre nell'esclusivo interesse della mia patria", ha ripetuto ancora ieri Matteo Salvini.
Bisognerà aspettare un paio di settimane per capire se quanto il leader leghista va dicendo da quando il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti per sequestro di persona avrà convinto oppure no i membri della Giunta delle immunità del Senato. Mercoledì prossimo la commissione comincerà ad esaminare la memoria difensiva dell'ex ministro messa a punto dall'avvocato Giulia Bongiorno e depositata ieri a Palazzo Madama. "Nei prossimi giorni, in qualità di relatore, metterò a punto la proposta che sottoporrò all'esame della Giunta. Il termine entro il quale dobbiamo pronunciarci è di trenta giorni dal ricevimento della memoria", ha confermato ieri il presidente dell'organismo, Maurizio Gasparri. In realtà di giorni ne serviranno molti meno visto che la data entro la quale la Giunta dovrà pronunciarsi è già stata fissata per il 20 gennaio (poi, a febbraio, la parola definitiva spetterà all'aula).
La strategia studiata da Salvini con il suo legale è semplice: riuscire a coinvolgere gli ex alleati di governo, a partire dal premier Giuseppe Conte e da Luigi Di Maio, nella decisione di non far sbarcare per sei giorni - a partire dal 26 luglio dell'anno scorso - 131 migranti che si trovavano sulla nave Gregoretti della Guardia costiera. In pratica lo stesso schema già adottato per l'analogo caso della nave Diciotti.
"La gestione dei migranti - scrive oggi l'ex ministro nella memoria difensiva - non rappresentava l'espressione della volontà autonoma e solitaria del ministero dell'Interno", ma si inseriva "nel perimetro di un preciso indirizzo dell'esecutivo allora in carica".
A dimostrazione di questa tesi viene messo a disposizione della Giunta il "carteggio" di cui Salvini aveva parlato nei giorni scorsi. Sette mail scambiate tra il 26 luglio e il 2 agosto tra alti funzionari di Palazzo Chigi, Farnesina e Viminale nelle quali si affronta la questione dello smistamento dei migranti tra i Paesi dell'Unione europea.
Le mail che dimostrerebbero quanto Salvini afferma sono quelle scambiate tra il consigliere diplomatico d Conte, Pietro Benassi, il capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi e alti funzionari della Farnesima come il segretario generale Elisabetta Belloni e il rappresentante italiano all'Ue, l'ambasciatore Maurizio Massari.
Salvini cita anche la lettera che Conte scrisse nel luglio del 2018 ai vertici dell'Unione europea per sollecitare "l'adeguamento immediato del piano Eunavfor Med-Sophia (la missione europea nel Mediterraneo, ndr) in relazione ai porti di sbarco, che non avrebbero dovuto essere solo italiani". Infine vengono ricordate le dichiarazioni rese dai ministri Alfonso Bonafede ("Gregoretti? Europa deve farsi carico del problema", rilasciata il 30 luglio) e Di Maio ("L'Italia non può sopportare nuovi arrivi di migranti, quei migranti devono andare in Europa", del 31 luglio).
Per l'ex presidente del Senato Pietro Grasso il contenuto della memoria rischia di trasformarsi in "un boomerang" per Salvini: "Il governo non è stato coinvolto nell'assegnazione del Pos (porto sicuro, ndr) e nello sbarco dei migranti, ma solo nella ricerca di Paesi disponibili per il ricollocamento, fase che nulla ha a che fare con il reato contestato al senatore Salvini. La sua memoria quindi lo inchioda alle sue responsabilità personali", ha detto il senatore di LeU. Sulla stessa linea anche l'ex M5S Gregorio De Falco, per il quale la memoria difensiva "di tutto si occupa tranne della questione che gli viene imputata, cioè che vi sia stata una scelta collegiale del governo sul trattenimento dei migranti a bordo della Gregoretti". A Grasso rispende infine il leghista Gian Marco Centinaio: "Grasso evidentemente non ha compreso o finge di non comprendere. La memoria dimostra la linea governativa nell'interesse pubblico".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 gennaio 2020
"La sveglia suona: è l'alba. Dal mare giunge un canto d'amore, da lontano il suono delle campane di Ventotene. Dalla "bocca di lupo" guardo il cielo, azzurro come non mai, senza una nuvola, e d'improvviso un soffio di vento mi investe, denso di profumo dei fiori sbocciati durante la notte.
Ricado sul mio giaciglio. Acuto, doloroso, mi batte nelle vene il rimpianto della mia giovinezza che giorno per giorno, tra queste mura, si spegne. La volontà lotta contro il doloroso smarrimento. È un attimo: mi rialzo, mi getto l'acqua gelida sul viso. Lo smarrimento è vinto, la solita vita riprende: rifare il letto, pulire la cella, far ginnastica, leggere, studiare".
È un passaggio di Sandro Pertini quando descrive la sua reclusione al carcere di Santo Stefano. Il futuro presidente della Repubblica italiana, fu ospite, suo malgrado, della cella n. 36, dal dicembre 1929 al dicembre 1930. A perenne memoria, all'ingresso principale del carcere, è stata affissa una lapide in marmo.
Le date di ingresso di Pertini si rilevano da due missive. La prima redatta sul treno Roma- Napoli 23 dicembre 1929 è scritta dallo stesso Pertini alla madre per comunicarle il suo trasferimento sull'isola. Da questa lettera si rilevano il genuino amore di un figlio per la propria madre, la tenacia di un ribelle, e la forza di un uomo indomito che ha creduto, combattuto e pagato caramente per i suoi ideali: "Mia buona mamma - scrive Pertini - sono riuscito a procurarmi un pezzo di lapis e un po' di carta e tento di scriverti nonostante questi maledetti ferri che mi stringono i polsi.
Voglio che ti giungano i miei auguri per il nuovo anno, mamma, e farò di tutto perché a Napoli questa mia lettera sia imbucata. Sono qui solo in una piccola cella del vagone cellulare. Mi portano a Napoli e verso il 27 mi porteranno al reclusorio di S. Stefano. Mamma buona e santa, non ti rattristare per questa mia nuova sorte. Pensa, mamma, che lotto per un ideale sublime, tutta luce. Se tu sapessi con quale gioia, e con quanta fierezza io alzai dalla gabbia dopo la lettura della sentenza il grido della mia fede "Viva il Socialismo", "Abbasso il fascismo". E allora mi saltarono addosso furenti, turandomi la bocca quasi a soffocarmi, ma io nulla sentivo".
La seconda lettera, scritta da Andreina Costa Gavazzi, figlia di Anna Kuliscioff, a Filippo Turati, datata 23 dicembre 1930, riporta il trasferimento di Pertini a Turi, dove è testualmente detto: "la presente per informarla, d'urgenza, che ricevo proprio ora dalla fidanzata del nostro Sandro la notizia che fino dal 10 corrente egli è stato trasferito alla Casa di pena di Turi (provincia di Bari). È un reclusorio meno duro di Santo Stefano? Non ne so nulla".
Anche Sandro Pertini, in un suo scritto, ha lasciato testimonianza della sua permanenza in Santo Stefano: "Non sapevo a cosa andavo incontro. S. Stefano era rimasto il vecchio carcere dei Borboni, con celle umide e malsane, e quando la guardia aprì la mia cella, con accento meridionale disse: "Qui dentro c'è stato Luigi Settembrini". All'alba ci portavano un caffè acquoso e alle dieci il rancio che era una minestra di pasta e ceci o pasta e fagioli, che doveva bastare tutto il giorno".
Il carcere di Santo Stefano venne realizzato nell'età dell'illuminismo, quando si era passati alla concezione dell'istituzione carceraria come centro del sistema penale. Un carcere adibito per gli ergastolani, dove, nonostante il secolo dei lumi, non si risparmiavano le pene corporali. Lo svolgersi delle interminabili giornate spesso era rotto dal crudele spettacolo delle punizioni a cui i condannati assistevano dalle grate delle finestre o dallo spioncino delle porte.
In effetti, il regolamento interno, così come di qualsiasi altra prigione, prevedeva, oltre a piccoli premi per i condannati modello, anche dure punizioni per coloro i quali non si attenevano alle regole di condotta disciplinanti l'andamento della giornata. Accanto alle punizioni di carattere più leggero vigevano punizioni corporali che per la loro brutalità potevano anche portare alla tomba: cella oscura a pane e acqua, raddoppio delle catene alle caviglie e ai polsi, incatenamento al puntale (anello murato nel pavimento), battiture in cella o all'aperto in presenza degli altri detenuti.
L'ergastolo di Santo Stefano, inquadrabile sicuramente tra quelli a sistema durissimo, era un carcere senza speranze, dove l'ozio ed i vizi spadroneggiavano e dove la quotidianità dei reclusi era scandita dalla battitura delle grate alle finestre, dallo stridere dei cancelli, dalle bestemmie e maledizioni dei forzati rivolte nel nulla e dai lamenti di coloro i quali, insubordinati alle regole interne, erano bastonati al centro del cortile, quale monito per i compagni obbligati ad assistere al triste spettacolo come accennato, da dietro gli sportellini delle porte delle celle. Da quell'inferno gli ergastolani con fine pena mai, potevano uscire solamente in due modi: o da morti, oppure con una evasione. In realtà nemmeno da morti: le spoglie dei reclusi morti durante l'esecuzione della pena, venivano tumulate nel piccolo cimitero dell'isola.
La prima grossa evasione in massa fu attuata nel 1806 dal brigante "Fra Diavolo" di Itri (il cui vero nome era Michele Pezza), che dopo l'evasione arruolò i detenuti tra le fila della sua banda per combattere a fianco dei Borboni, contro i Francesi. Questo episodio determinò la chiusura della prigione per undici anni. Solo nel 1817, per volontà del ministro Medici, i cancelli di Santo Stefano furono riaperti per ospitarvi sempre più detenuti politici e meno criminali. Altra evasione, solo programmata ma fallita nella sua realizzazione, fu quella ideata dal patriota Luigi Settembrini ed appoggiata all'esterno da Giuseppe Garibaldi, che sarebbe dovuta avvenire tra il 1855 ed il 1857. Settembrini fu recluso nel carcere di Santo Stefano agli inizi del 1851 e ne uscì agli inizi del 1859.
Nella primavera del 1855 iniziò a programmare il proprio piano di fuga, da mettere in atto verso la fine dell'estate. Da un copioso scambio epistolare clandestino con sua moglie Raffaella, si apprende che lui stesso chiese collaborazione all'esterno per sé e per altri cinque compagni di cella, stabilendo man mano le modalità del piano di fuga, preparando addirittura delle piantine con i disegni dei luoghi e le rotte marinare da seguire.
Dall'esterno Giuseppe Garibaldi partecipò attivamente al piano, tracciando su apposite carte nautiche la rotta che l'imbarcazione (The Isle of Thanet), acquistata in Inghilterra dal rivoluzionario Antonio Panizzi con una sottoscrizione fra amici, avrebbe dovuto seguire per la riuscita dell'evasione. Il piano fallì in quanto l'imbarcazione naufragò ancora prima di giungere nel golfo di Gaeta. Fallì anche un secondo tentativo. Settembrini sarà infine liberato con un altro stratagemma messo in atto a bordo del piroscafo David Stewart nel mese di febbraio del 1859 durante il trasferimento, per il decretato esilio, suo e di altri sessantasei detenuti politici in Nord- America. Il comandante della nave, per paura di ventilati fastidi diplomatici internazionali, anziché dirigersi a New York, come concordato con le autorità, fece rotta verso l'Inghilterra dove sbarcarono liberi dopo qualche giorno.
di Valerio Sofia
Il Dubbio, 4 gennaio 2020
Gli interessi delle grandi potenze dietro agli appoggi ad Al-Serraji e ad Haftar. Affluiscono soldati e mercenari in Libia, e nulla fa pensare che le cose miglioreranno, anzi. L'Italia ha da esattamente due anni una missione militare in Libia, incentrata soprattutto sull'ospedale di Misurata. Da allora, dopo aver dato un contributo importante curando tra gli altri i miliziani feriti durante la loro offensiva contro l'Isis a Sirte, il contingente italiano è rimasto relativamente passivo mentre lo scenario geopolitico della Libia cambiava vorticosamente, e il generale Haftar dalla Cirenaica andava rafforzandosi e parallelamente andava ampliando la rete dei suoi sostenitori internazionali a danno del governo di Tripoli, tanto da arrivare a minacciarlo militarmente in una prima occasione e di nuovo adesso con la capitale assediata.
Roma ha cercato di tenere aperti i canali di dialogo all'interno delle fazioni libiche, ma bisogna prendere atto che al momento l'Italia è stata del tutto scavalcata dagli eventi e dagli altri protagonisti della crisi. Che è complessa e pericolosa, e potrebbe portare la situazione del Paese alle porte dell'Italia a degenerare verso una guerra aperta che potrebbe raggiungere livelli molto superiori al recente passato e tali da oltrepassare di molto i confini della guerra civile.
Troppi infatti gli attori in gioco, senza considerare eventuali e solo per ora remote ripercussioni da quanto sta succedendo tra Iraq e Iran dopo l'uccisione del generale iraniano Soleimani. Al momento l'Iran non è tra i protagonisti della crisi in Libia (anche per la marginalità della componente sciita nel Paese), ma è praticamente l'unico soggetto poco coinvolto. È invece molto coinvolta la Turchia, che ha appena approvato in Parlamento la mozione per inviare soldati a difesa di Tripoli. Il governo di è quello internazionalmente riconosciuto, sostenuto dall'Onu come governo di unità e pacificazione, ma di fatto non gode di sostegni concreti da parte dei propri alleati, e conta solo sulle milizie delle città circostanti. Milizie molto forti tra quelle libiche, come quelle di Misurata, in grado fino ad ora di difendersi e anche di aver acquisito una certa preminenza. Milizie che hanno contribuito a sconfiggere la presenza dell'Isis in Libia. Ma che ora si scoprono troppo deboli per garantire la sopravvivenza del governo, se dalla parte di Haftar continuano ad arrivare sostegni magari occulti da parte dei pezzi grossi della comunità internazionale.
Gli Usa di Trump sono infatti ambigui, e se l'Unione Europea a parole è dalla parte del governo Onu, di fatto la Francia ha rapporti più che amichevoli con Haftar, e in passato è stata denunciata la presenza di esperti e armamenti francesi al fianco di Haftar. Meno mascherato è il sostegno russo al generale di Tobruk, e si è detto più volte che mercenari e contractor russi sono arruolati nelle sue fila, gli stessi che forse potrebbero aver aiutato le forze di Haftar ad abbattere dei droni tra cui uno italiano (e intanto ieri i libici o chi per loro hanno abbattuto un altro drone, proprio turco). Con Haftar poi ci sono soprattutto l'Egitto e gli Emirati Arabi, nemici giurati dei Fratelli Musulmani cui invece fa riferimento lo schieramento di Al-Serraji.
Questi Paesi arabi forniscono l'aviazione con a loro volta l'impiego anche di piloti mercenari. In risposta a tutto questo Al-Serraji ha chiesto un sostegno più concreto alla Turchia, amica a sua volta dei Fratelli Musulmani e nemica dell'Egitto. E il parlamento ha risposto approvando l'invio di soldati, anche se da tempo si parla dell'ipotesi che Ankara invii piuttosto miliziani siriani e mercenari. Comunque sia, l'Esercito nazionale libico di Haftar ha già annunciato che "non permetterà la presenza di qualsiasi forza turca ostile sul territorio libico", e ha aggiunto che la formazione "è pronta a combattere". In Libia si potrebbe presto assistere a qualcosa di tragicamente complicato.
L'Osservatore Romano, 4 gennaio 2020
L'intenzione di preghiera del mese di gennaio. "In un mondo diviso e frammentato, voglio invitare alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti e anche tra tutte le persone di buona volontà". Con questo appello Francesco inaugura il quinto anno dell'iniziativa "Il video del Papa", attraverso la quale, con un videomessaggio diffuso ogni mese su internet, affida una speciale intenzione alla Rete mondiale di preghiera.
All'inizio di un 2020 purtroppo segnato dalla persistenza nel mondo di vecchi conflitti e da nuove prospettive di scontri e di guerra, il Pontefice chiede a tutti gli uomini di buona volontà di implorare insieme il dono della riconciliazione e di mobilitarsi per "diffondere i valori della pace, della convivenza e del bene comune".
Nel video - preparato dall'agenzia La Machi, che si occupa della produzione e della distribuzione, in collaborazione con Vatican Media, che ne ha curato la registrazione - le parole del Papa sono accompagnate da una scena in cui due uomini si fronteggiano mentre fra di loro, a terra, una lunga miccia accesa sembra correre inesorabilmente verso una deflagrazione. Gli sguardi, dall'iniziale diffidenza, si aprono a un sorriso d'intesa finché, insieme, i due spengono la miccia.
È questa l'efficace traduzione in immagini dell'invito che Francesco ha rilanciato anche attraverso il suo account Twitter @Pontifex: "Preghiamo affinché i cristiani, coloro che seguono le altre religioni e le persone di buona volontà promuovano insieme la pace e la giustizia nel mondo". Parole che si affiancano a quelle già espresse dal Pontefice nel messaggio per la celebrazione della 53a Giornata mondiale della pace: "Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente iscritto nel cuore dell'uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo".
Il gesuita Frédéric Fornos, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera (che include anche il Movimento giovanile eucaristico), commentando questo videomessaggio che apre la serie del 2020, spiega: "Francesco, con questa intenzione di preghiera, all'inizio di un nuovo anno, rivolge un appello alla speranza. Ci ricorda che "ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza inscritto nella vocazione della famiglia umana", e che questi conflitti nascono nel cuore dell'uomo e dalla paura".
E aggiunge: "Come porre fine a questa sfiducia?" si chiede il Papa. Cercando una vera fraternità. La preghiera, ci dice Francesco, "suscita sempre sentimenti di fraternità, abbatte le barriere, supera i confini, crea ponti invisibili ma reali ed efficaci, apre orizzonti di speranza".
La Rete mondiale di preghiera è un'opera pontificia la cui missione è quella di mobilitare i cattolici alla preghiera e all'azione di fronte alle sfide alle quali sono chiamate la Chiesa e l'umanità. Oggi è presente in 98 Paesi. Attualmente il video - attraverso il sito internet thepopevideo.org - è pubblicato in 14 lingue - le ultime a essere aggiunte sono state il vietnamita, il polacco, lo swahili e il kinyawarda - e nel 2019 le sue edizioni sono state viste da oltre 12 milioni di persone.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 gennaio 2020
A Hong Kong il 2020 è iniziato com'era terminato il 2019: una manifestazione di massa e l'intervento repressivo della polizia. Ci sono, però, un paio di novità nella strategia adottata dalle forze di polizia. Intanto, la decisione di dichiarare illegale una manifestazione tre ore dopo il suo inizio. Il pretesto è stato la devastazione di una banca da parte di un piccolo gruppo di violenti. A decine e decine di migliaia di persone già in piazza, è stato dato l'ordine di sgomberare entro 30 minuti. Poi, senza preavviso, è partito un candelotto di gas lacrimogeno. La folla ha reagito iniziando a lanciare sassi e altri oggetti pesanti contro gli agenti. Sono partite anche diverse bombe Molotov. A quel punto è cominciato il consueto massiccio impiego di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua da parte della polizia. Alla fine gli arresti sono stati 287.
Tra questi, ecco la seconda novità, anche tre osservatori di un gruppo locale per i diritti umani. Questo è uno sviluppo preoccupante, dato che si tratta di persone che svolgono un lavoro fondamentale per documentare le violazioni dei diritti umani durante le proteste e cercare di assicurare in questo modo l'accertamento delle responsabilità.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 4 gennaio 2020
Un atto di guerra. Un'"azione difensiva". Variano le definizioni e i punti di vista, ma una cosa è certa: l'uccisione del generale Qassem Soleimani, uno degli uomini più potenti dell'Iran, rischia di far esplodere la polveriera mediorientale, con conseguenze che andrebbero molto al di là di questa cruciale area del mondo. Nulla sarà come prima: su questo non c'è diversità di vedute nelle capitali arabe, a Gerusalemme, nelle cancellerie europee, a Bruxelles come a Mosca. E naturalmente a Washington, da dove è partito l'ordine di eliminare il comandante della Forza Quds, il reparto di élite dei Pasdaran.
L'operazione americana è stata condotta con l'uso di un drone che ha individuato come obiettivo l'auto che avrebbe dovuto portare a Baghdad Soleimani e il numero due della milizia paramilitare sciita Hashd Shaabi, Abu Mahdi al-Mohandes, appena sbarcati nell'aeroporto cittadino. Al razzo che ha ucciso il militare iraniano ne sono seguiti altri che hanno provocato almeno 12 morti, secondo quanti riferiscono fonti russe. "Su istruzioni del presidente i militari americani hanno intrapreso una decisa azione difensiva con l'uccisione del generale Qassem Soleimani per proteggere il personale americano all'estero". Con questo comunicato il Pentagono ha annunciato il raid compiuto vicino Baghdad. Secondo il Pentagono Soleimani stava "attivamente mettendo a punto piani per colpire i diplomatici americani e uomini in servizio in Iraq e in tutta la regione". Questo il primo commento su Twitter di Donald Trump al raid della notte scorsa.
Prima di questo tweet, il presidente americano - che aveva già espresso lo stesso concetto a fine luglio - aveva postato la bandiera degli Stati Uniti. Soleimani "era responsabile direttamente o indirettamente della morte di milioni di persone tra cui l'enorme numero di manifestanti uccisi" in Iran. Così su Twitter ha poi commentato Trump. The Donald ha deciso: nell'anno presidenziale, il ruolo da rivestire non è quello del presidente che riporta a casa i ragazzi in divisa impegnati al fronte, ma quello del commander in chief che ha assestato un colpo durissimo, forse mortale, all'Impero del male del Terzo Millennio: l'Iran.
L'eliminazione del comandante-ombra è una mossa politica, l'apertura in grande stile della campagna elettorale. E poi cosa c'è di meglio che una guerra contro lo Stato canaglia, finanziatore del peggiore terrorismo per cancellare la procedura di impeachment. Non sarebbe la prima volta: 1974, impeachment per Richard Nixon, bombardamento in Cambogia; 1998: Bill Clinton rischia l'impeachment per il caso Lewinsky, bombardamento natalizio su Baghdad. Ed ora, ci prova The Donald. E poco importa della reazione di Mosca, tanto meno delle cancellerie europee, che per Trump contano meno di zero. Ma ora è allarme rosso.
L'ambasciata Usa a Baghdad ha sollecitato i cittadini americani a "lasciare l'Iraq immediatamente" dopo l'attacco in cui è rimasto ucciso il generale Soleimani. E nella base americana Union III è scattato il livello di allerta estrema. L'avamposto è sede del Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve e Joint Operations Command-Iraq, la coalizione internazionale anti-Isis e il commando delle operazioni militari irachene. Tutto il personale ha così l'obbligo di indossare giubbotto antiproiettile ed elmetto.
È proibito inoltre girare da soli, usare strutture ricreative e fare qualsiasi movimento al di fuori della base. Nessuno si fa illusioni: la reazione iraniana, diretta o attraverso le milizie sciite mediorientali, ci sarà. E sarà durissima. Il primo a saperlo è Israele, dove è scattato lo stato di massima allerta. "L'opera e il percorso del generale Qassem Soleimani non si fermeranno qui. Una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri dell'attacco avvenuto la notte scorsa".
È il messaggio lanciato dall'ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell'Iran, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale dopo il raid aereo americano all'aeroporto di Baghdad Anche il presidente iraniano, Hassan Rouhani, poco prima di nominare il vice di Soleimani, Esmail Qaani, nuovo capo della Forza Quds, si è scagliato contro gli Stati Uniti: "Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l'uccisione del generale Qassen Soleimani - ha dichiarato - tale atto malizioso e codardo è un'altra indicazione della frustrazione e dell'incapacità degli Stati Uniti nella regione per l'odio delle nazioni regionali verso il suo regime aggressivo. Il regime americano, ignorando tutte le norme umane e internazionali, ha aggiunto un'altra vergogna al record miserabile di quel Paese".
Un altro alto rango della Forza Quds, Mohammad Reza Naghdi, citato dall'agenzia Fars giura che la vendetta sarà sanguinosissima: gli Usa devono cominciare a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati - ha affermato - Il regime sionista dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah (la comunità, ndr) islamica. Possono scegliere, a noi non piacciono gli spargimenti di sangue.
Vendetta promettono Hezbollah, Hamas, la Jihad islamica palestinese, le milizie yemenite... Il leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di "tenersi pronti", riattivando così la sua milizia ufficialmente dissolta da quasi un decennio e che aveva seminato il terrore tra le fila dei soldati americani in Iraq. In Medio Oriente il 2020 nasce nel segno di guerra. Ed è solo l'inizio.










