di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2020
Critica la Anm: il rischio è depotenziare la risposta dello Stato alla criminalità Rischiano di passare sottotraccia in una stagione di polemiche esasperate sulla prescrizione, ma, in altri tempi, sarebbero bastate solo alcune delle misure inserite nel progetto di riforma della procedura penale per fare discutere a lungo. Perché, per esempio, si prova a intervenire sulla durata delle indagini preliminari, dove, tra l'altro, matura il maggior numero di prescrizioni.
Il termine sarà di ianno per la generalità dei reati, di 6 mesi per reati puniti conia sola pena pecuniaria o con pena non superiore nel massimo a3 anni e, infine, di ianno e 6 mesi per i reati di criminalità organizzata o terroristica e, comunque, per quelli più gravi. Una proroga potrà essere richiesta, per una sola volta e per un termine di 6 mesi. Scaduto il termine massimo di durata, il pm sarà obbligato, entro un ulteriore periodo di 3, 6 0 12 mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l'archiviazione o esercitare l'azione penale.
Trascorso questo termine, il pm dovrànotificare all'indagato la fine delle indagini e dovrà svelare il contenuto degli atti. Saràquindi facoltà delle parti chiedere il rinvio a giudizio o l'archiviazione Polemica l'Anm, che contesta l'intervento perché "tagliare conia scure i tempi delle indagini preliminari può depotenziare la risposta dello Stato alla criminalità organizzata ed economica".
Ma nel testo c'è posto anche per l'estensione della possibilità del patteggiamento atutte le ipotesi di reato alle quali è applicabile una pena inferiore agli 8 anni, rispetto agli attuali 5, riequilibrata da un ampliamento dell'elenco dei reati che escludono a priori il patteggiamento e misure per favorire il ricorso al giudizio abbreviato condizionato, sul calendario delle udienze e sui termini di deposito delle perizie.
Spazio anche all'indicazione da parte del Procuratore dei criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e all'introduzione della valutazione del giudice sulla eventuale retrodatazione dell'iscrizione dell'indagato nel registro e la conseguente sanzione di inutilizzabilità degli atti di indagine effettuati a termini già scaduti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2020
Le parti potranno chiedere una sentenza di appello entro sei mesi. Garantire l'appello quando il reato si sta per prescrivere. Alla fine è questo il punto di caduta cristalizzato nell'articolo 14 del disegno di legge delega di riforma del processo penale. Perché alla fine di un Consiglio dei ministri nel quale molto hanno pesato considerazioni politiche davanti al forfait delle ministre di Italia Viva, più che strette valutazioni tecniche, il lodo Conte bis è stato innestato nel corpo del provvedimento.
Con alcune novità sul punto che da giorni era apparso il più critico, quello del trattamento da riservare agli assolti in primo grado. Se per chi è condannato in primo grado la soluzione è quella nota: interruzione dei termini con possibilità di recupero in appello anche del tempo trascorso in precedenza, da utilizzare in caso (raro, peraltro) di ricorso della Procura generale, se il giudizio di secondo grado è stato di proscioglimento e stop definitivo in caso di conferma della condanna, è sulla sospensione che si è giocato il trattamento degli assolti. Contrariamente a quanto prefigurato in un primo momento, non in tutti i casi di assoluzione la prescrizione continuerà a correre.
Per consentire la possibilità di impugnazione da parte del pm, quando il reato per il quale si procede, o anche solo uno di questi in caso di pluralità di capi d'imputauzone, si prescriverà entro i anno dal deposito della motivazione della sentenza di assoluzione di primo grado, il corso della prescrizione è sospeso per un periodo massimo di i anno e 6 mesi tra il primo grado e l'appello e di 6 mesi tra la pronuncia di assoluzione in appello e il verdetto definitivo.
Barocco per alcuni, incostituzionale per altri. Se per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si tratta del frutto di "un lavoro collegiale con le altre forze di maggioranza in circa io incontri", per le Camere penali è "uno dei più incomprensibili obbrobri mai concepiti in materia di diritto penale e processuale". Matteo Renzi rilancia il tema costituzionalità e ribadisce la volontà di cambiare il lodo prima che venga bocciato dalla Consulta, "come già avvenuto in settimana alla legge Bonafede (la "spazzacorrotti", ndr).
In ogni caso, è all'appello che il disegno di legge dedica la maggiore attenzione, tanto da dedicargli un articolo, i113. Qui si legge, in dichiarato collegamento con le misure sulla prescrizione, che i difensori, con l'obiettivo di accelerare i tempi di trattazione, una volta esauriti i 2 anni che il ddl fissa come limite per lo svolgimento del secondo grado di giudizio (fanno eccezione i procedimenti per alcuni gravi reati, come quelli di mafia e terrorismo), possono fare richiesta di immediata trattazione processo.
A quel punto l'impugnazione dovrà essere definita entro i successivi 6 mesi. E se il dirigente dell'ufficio giudiziario non provvederà a organizzare il lavoro per assicurare il risultato, allora potrà essere colpito da illecito disciplinare. La prossima settimana, il ministero della Giustizia dovrebbe mettere poi in campo una commissione, nella quale dovrebbero essere rappresentati anche magistrati e avvocati, per misurare gli effetti della riforma Bonafede.
Perché, si fa notare, se è vero che le conseguenze principali saranno visibili solo tra qualche anno (5 per il presidente della Cassazione, quando andranno in prescrizione i primi illeciti contravvenzionali), da subito potrebbe essere verificato l'allungamento dei tempi di durata del primo grado, visto che comunque, al netto delle correzioni è qui che potrebbe maturare la prescrizione.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 15 febbraio 2020
Dopo settimane di scontri feroci sulla riforma della prescrizione, ha vinto il tandem Bonafede-Travaglio. Il Consiglio dei ministri, nella serata di giovedì, ha dunque approvato il disegno di legge che prevede deleghe al governo per l'efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le Corti d'appello, al cui interno è presente il lodo Conte bis.
La prescrizione, nella nuova disposizione si bloccherà quindi dopo la sentenza di condanna di primo grado. Se l'imputato sarà assolto in appello, gli verrà riconosciuta la prescrizione in maniera "retroattiva". Per chi è stato assolto, invece, continuerà a correre
Molte le conseguenze nefaste di questo doppio binario, da tutti i giuristi dichiarato anticostituzionale in quanto affievolisce il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. La principale è che gli appelli dei pm contro le assoluzioni saranno fissati celermente, per evitare che il processo si prescriva, mentre quelli contro le condanne andranno in coda. Oltre il danno, la beffa. Se la riforma della prescrizione è cosa fatta, sui modi per aumentare i tempi del processo lo scontro con i magistrati è però solo rinviato. Vediamo in dettaglio le norme su cui a breve si scatenerà la furia togata.
Ridefinizione della durata delle indagini preliminari. La delega individua tre termini di durata, legati alla gravità del reato su cui si indaga. I termini saranno di sei mesi per i reati meno gravi, di un anno per quelli ordinari e di diciotto mesi per i reati di maggiore allarme sociale e per quelli associativi di stampo mafioso o di natura terroristica o definibili di particolare complessità per il numero di imputati o di capi di imputazione. La durata sarà prorogabile una sola volta, di sei mesi, su istanza del pm, con provvedimento del giudice per le indagini preliminari.
Scaduto il termine massimo di durata delle indagini preliminari, il pm sarà tenuto, entro un ulteriore lasso di tempo di tre, sei o dodici mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l'archiviazione o esercitare l'azione penale. Decorso tale termine, il pm sarà tenuto a notificare all'indagato la fine delle indagini e a svelare il contenuto degli atti relativi. Sarà quindi facoltà delle parti richiedere il rinvio a giudizio o l'archiviazione.
Fra i primi a replicare sul punto al ministro, le toghe di sinistra di Area. "Giudici con il timer", il titolo della loro campagna contro Bonafede. "Il giudice che ha necessità di approfondire, giunto al 365simo giorno cosa dovrebbe fare? Lanciare una moneta o rischiare un disciplinare? Si tutelano così le vittime e gli imputa-ti? Per paradosso, si può stabilire in anticipo quando il paziente dovrà uscire dalla sala operatoria? Se il medico non fa guarire entro l'anno lo si sanziona? E poi? Chi curerà il malato?", si legge nel loro comunicato.
Il testo contiene, poi, una novità di rilievo: Bonafede ha stabilito che il procuratore indichi i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale, da concordare con il procuratore generale e con il presidente del Tribunale, sulla base della specifica realtà criminale e territoriale e delle risorse umane, finanziarie e tecnologiche a disposizione dell'ufficio.
Anche in Francia esiste una norma del genere. Con una piccola differenza: in Francia non esiste l'obbligatorietà dell'azione penale e le priorità vengono date dal ministro della Giustizia che ne risponde, insieme al governo, agli elettori. Il pm, a cui Bonafede affida il potere di indicare su cosa indagare o meno, risponde solo a stesso. Per smaltire la mole di arretrato è poi prevista una task force. Di precari.
Saranno assunti, con contratto a tempo determinato di 24 mesi, 1.000 unità di personale amministrativo. Se i processi non termineranno entro due anni sarà un problema di chi verrà dopo. Oltre ai precari, verranno impiegati nel penale "giudici onorari ausiliari", che oggi hanno la possibilità di esercitare soltanto la funzione di integrare il collegio nel settore civile. Non sono previsti limiti alle pene che potranno irrogare. Dulcis in fundo la tanto annunciata riforma del Csm per voltare pagina dopo lo scandalo Palamara è sparita. Le correnti dell'Anm possono dormire sonni tranquilli.
di Marco Bisiach
Il Piccolo, 15 febbraio 2020
Arriva il giorno della svolta per il carcere goriziano di via Barzellini. Questa mattina infatti saranno presentati i rinnovati padiglioni della casa circondariale, recuperati dopo i lunghi lavori di ristrutturazione che avevano ridotto notevolmente la capienza della struttura. Pronta, adesso, ad ospitare almeno una cinquantina di ulteriori detenuti. L'appuntamento per i rappresentanti istituzionali, tra i quali il provveditore triveneto Enrico Sbriglia e il sindaco Rodolfo Ziberna, e per i media è previsto alle 10.30.
"È una giornata importante sotto tanti punti di vista - commenta il sindaco Ziberna -. Da un lato si creeranno condizioni di vita migliori per i detenuti, dall'altro con l'inaugurazione di questo ampliamento del carcere si mette in sicurezza il futuro di una struttura che fino a qualche anno fa sembrava dover essere sull'orlo della chiusura. E con essa, viene rinsaldato anche il ruolo e il futuro del Tribunale di Gorizia. Insomma, un po' come anche nel caso della sanità stiamo assistendo a segnali di inversione di tendenza che salutiamo positivamente, nonostante rimangano criticità sulle quali dobbiamo lavorare".
Tra i passi avanti da compiere si attende con ansia anche la firma definitiva e ufficiale sull'accordo di massima per il passaggio dell'ex scuola Pitteri dal Comune allo Stato, per la sua successiva trasformazione in struttura annessa al carcere: progetto per il quale sono già stati stanziati 4,5 milioni di euro. Parlando delle criticità non si può dimenticare che se il problema degli spazi in parte viene risolto, resta pressante quello del personale.
"Questo resta il problema più grande - sottolinea il segretario triveneto dell'Uspp Leonardo Angiulli - ed è destinato ad aggravarsi con l'aumento della presenza di detenuti in via Barzellini in seguito all'inaugurazione. L'organico della polizia penitenziaria è sotto dimensionato, si riescono a garantire solo 22 dei 37 posti di servizio giornalieri, con gli agenti che svolgono turni di 8 ore per sei giorni alla settimana, senza veder assicurati diritti come congedi, ore di recupero non pagate e accantonate. Oltretutto di qui a breve andranno perse altre tre unità, per quiescenza".
I sindacati di polizia penitenziaria denunciano anche l'assenza di servizi (sale per i colloqui, spazi a norma per cucine e postazioni degli agenti). "Se non dovessero arrivare rinforzi al personale potremmo pensare a sit-in di protesta, o forme di astensione dal lavoro da concordare", dice Angiulli. Di tutto questo i sindacati vorrebbero parlare in prossimi incontri anche al governatore della Regione Fedriga e al sindaco di Gorizia Ziberna, che più volte ha manifestato al Ministero la sua preoccupazione in merito. "Ci deve essere un rapporto adeguato tra il numero di agenti e i detenuti, così come devono essere rispettate le condizioni di lavoro del personale", sottolinea il primo cittadino.
di Fernando Pellerano
Corriere di Bologna, 15 febbraio 2020
Lettera dalla Dozza al prof. Lederman: siamo con voi. Venti detenuti della Dozza hanno preso carta e penna per esprimere vicinanza al professor Henri Lederman, vittima di un episodio di antisemitismo. "Siamo venuti a conoscenza di alcuni vergognosi atti antisemitici (così nel testo, ndr). Noi generalmente siamo stati puniti per azioni socialmente riprovevoli e penalmente perseguibili. Le persone colpite da questi atti vengono discriminate senza aver commesso azioni penalmente punibili. Troviamo questo assurdo e ingiustificabile. È vergognoso assistere a tutto questo e vorremmo anche noi essere presenti fisicamente a questa fiaccolata silenziosa e pacifica per dire basata a questo razzismo ingiustificabile". Inizia così la lunga lettera di solidarietà di un gruppo di carcerati della Dozza inviata al professor Henri Lederman, sul cui campanello il 30 gennaio scorso è stata disegnata una stella di David con un pennarello. Un gesto inaccettabile e non certo isolato (vedi il caso della svastica disegnata sul muro del liceo Copernico), che hanno spinto Lederman a organizzare, insieme a molte altre reti cittadine, la fiaccolata silenziosa e senza bandiere, contro l'odio, il razzismo e l'intolleranza che si svolgerà mercoledì prossimo.
Fra le tante adesioni, inaspettata e fuori dall'ordinario arriva anche quella da carcere della Dozza. "La storia umana ci ha insegnato che l'odio verso il nostro simile non ha mai portato a un mondo migliore. In una società cristiana come si definisce la nostra, sarebbe meglio per tutti noi sforzarsi di mettere in pratica le parole della bibbia che ci esorta a perseguire la pace con tutti", prosegue la lettera che porta in calce la firma autografa di una ventina di detenuti. Consci della loro condizione, così concludono il messaggio di solidarietà, "mercoledì dalle nostre celle saremo con voi fortemente a favore del massimo rispetto che dobbiamo avere per il nostro simile a prescindere dal suo colore, dalla sua nazionalità, dalla sua religione, lingua e cultura. Con affetto...".
Nella passeggiata di "fratelli umani", come è stata definita dai promotori, ci saranno tante comunità straniere: islamica, ebraica, indiana, ortodossa e anche quella cinese, impegnata ieri in una cena solidale, con piatti orientali, alle Cucine Popolari di via del Battiferro. La fiaccolata vuole metaforicamente far uscire dalle tenebre ogni genere di discriminazione e intolleranza, compresa quella sottile e pericolosa prodotta dalla paura del Coronavirus nei confronti dei cittadini cinesi. L'ultima adesione è arrivata dalla presidenza del Collegio dei Maestri Venerabili dell'Emilia Romagna che, "con tolleranza, uguaglianza e libertà", invita tutti i fratelli a partecipare alla fiaccolata che per raggiungere piazza del Nettuno attraverserà il ghetto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 febbraio 2020
Monitoraggio dell'Osservatorio Carcere dedicato al militante Radicale Lucio Bertè. Le carenze più evidenti riscontrate in entrambe le carceri visitate sono quelle sul numero degli educatori e dei medici psicologi e psichiatri. In Lombardia è nato da poco l'Osservatorio Carcere "Lucio Bertè" che opera sotto l'ala esperta dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. L'Osservatorio, dedicato al militante radicale Lucio Bertè, scomparso lo scorso 24 dicembre e da sempre impegnato nella difesa dei diritti del detenuto ignoto, si propone di monitorare le condizioni delle carceri lombarde nello spirito della storica battaglia di Marco Pannella "Spes contra Spem", attraverso la partecipazione delle diverse anime radicali del territorio accomunate dall'intento di tenere accesa l'attenzione sulle condizioni della comunità carceraria e sulle sue criticità.
A gennaio hanno inaugurato la nascita dell'osservatorio facendo le prime visite nelle carceri. Per ora sono due, ovvero quelle di Monza e Como dove inevitabilmente hanno riscontrato delle criticità in comune: il sovraffollamento, carenza di educatori per la effettività della finalità rieducativa della pena, quella di psicologi e psichiatri per il diritto alla salute mentale del detenuto e la mancanza dei garanti locali dei detenuti.
Sabato scorso due delegazioni si sono quindi recate in visita nelle carceri di Como e Monza. In entrambe le carceri il dato che emerge è l'elevato sovraffollamento che si assesta al 200%. A Monza la delegazione (guidata da Simona Giannetti, del direttivo di Nessuno tocchi Caino, e composta da Francesca Bertè, Serena Marchetti, Paola Maria Gianotti, Lorenzo Ceva Valla, Chiara Villa e Simona Artesani) ha riscontrato che per 400 posti di capienza regolamentare - ma solo 300 circa disponibili - i detenuti presenti erano 631: in questa condizione di sovraffollamento la delegazione ha constatato che in quasi tutte le celle c'era la terza branda che durante il giorno viene chiusa e risposta sotto un letto.
Anche a Como la delegazione (guidata da Mauro Toffetti, del direttivo di Nessuno tocchi Caino, e composta da Giulia Crivellini - tesoriera di Radicali Italiani, Riccardo Giorgio Frega - Segretario dell'Associazione Tortora Radicali Milano, Gianni Rubagotti - Associazione Cazzavillan- Francesco Condò, Andrea Miglio, Fabrizio Pesoli e Maurizio Pistorio) ha riscontrato che per nel carcere del Bassone c'è sovraffollamento che si avvicina al 200%.
Le carenze più evidenti riscontrate in entrambe le carceri visitate sono quelle sul numero degli educatori e dei medici psicologi e psichiatri. A Monza è la Direttrice Maria Pitaniello a segnalare alla delegazione la carenza: per il numero di 9 educatori previsto dalla pianta organica, presenti in servizio sono solo 4 per 631 detenuti. Lo stesso accade a Como dove per 4 previsti da organico presenti in servizio sono solo 2 per 442 detenuti.
Oltre all'alto numero dei tossicodipendenti (la metà del totale), i detenuti psichiatrici sembrano essere in gran numero in entrambe le carceri. L'osservatorio carceri Bertè ha riscontrato che tra questi ci sono anche i detenuti che assumono prestazioni di tipo calmante, visto anche le condizioni di sovraffollamento che aggravano lo stato psicofisico dell'individuo.
C'è anche il problema degli internati in lista d'attesa. Al carcere di Como ce ne sono due, mentre a Monza la direttrice ha riferito che da poco era stato trasferito un internato che aveva trascorso in carcere ben 6 mesi in attesa di poter raggiungere la Rems. A Como, sempre a proposito delle problematiche collegate con il diritto alla salute mentale, la delegazione ha riscontrato una criticità nella gestione dei detenuti transgender, alcuni dei quali hanno profili psicologici piuttosto particolari, al punto da rendere difficile la convivenza con quelli che sono sani e che hanno subito anche atteggiamenti violenti dai primi. In entrambi le carceri manca il garante locale dei detenuti: l'osservatorio carcere Lucio Bertè fa sapere che vigilerà affinché venga istituito questa figura fondamentale.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 15 febbraio 2020
Il caso della strage di Alcamo Marina, nella quale il 27 gennaio 1976 furono uccisi i due carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, è approdato martedì scorso per la prima volta, a distanza di quarantaquattro anni, sul tavolo della commissione parlamentare Antimafia presieduta da Nicola Morra. Un fatto storico che riaccende i riflettori su una pagina ancora buia della storia italiana, gravida di buchi neri e soprattutto rimasta senza colpevoli.
A Palazzo San Macuto è stato ascoltato - insieme al giornalista Nicola Biondo che ha raccontato in un libro la sua storia - Giuseppe Gulotta, considerato dai giudici di due corti, uno degli autori della strage. Ma i processi che lo hanno condannato insieme a Giovanni Mandalà, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, erano viziati - come ha stabilito trentotto anni dopo una sentenza di Cassazione - da prove false e abusi di ogni genere.
Una frode processuale che ha consegnato all'opinione pubblica una verità preconfezionata, scritta a tavolino, in un truce inganno di sangue, ancora tutto da chiarire, capace di stritolare la vita di quattro ragazzi alcamesi finiti all'ergastolo poco più che maggiorenni. Mandalà morì di morte naturale nel 1998, Santangelo e Ferrantelli si rifugiarono in Brasile.
A pagare il prezzo più alto è stato Gulotta, 61 anni. Ne ha trascorsi più della metà nelle aule dei palazzi di giustizia e ben ventidue dietro le sbarre, da innocente. "Mi venne offerto, all'epoca, di fuggire con un nuovo passaporto ma decisi di restare per non dare la sensazione di essere colpevole". La sua confessione è stata estorta in caserma "dopo una notte - prosegue Gulotta in Antimafia - di sevizie e torture".
Le stesse che subì il suo accusatore, Giuseppe Vesco, un ragazzo considerato vicino agli anarchici, arrestato un mese dopo l'eccidio, dai carabinieri guidati dal colonnello Giuseppe Russo, che poi sarà ucciso dai corleonesi il 10 agosto 1977. "Russo la notte delle torture che ho subito era lì, in divisa", racconta Gulotta. "In molti contestano questa cosa perché si dice che il colonnello non portasse quasi mai l'uniforme, ma io riconosco Russo molti anni dopo su una foto apparsami su internet. Dopo quella notte non lo vidi mai più".
Le manette a Vesco costituiscono il primo atto del depistaggio. Otto mesi dopo l'arresto, Vesco cerca di scagionare i nomi urlati sotto tortura ma verrà trovato impiccato nella cella di detenzione nonostante avesse una mano sola, l'altra l'aveva persa anni prima in un incidente. Morti Vesco e Russo, Gulotta sembra arrendersi all'ingiusta condanna, ma nel 2009 - tre anni dopo la cattura dell'ultimo boss corleonese Bernardo Provenzano - Renato Olino, un ufficiale dei carabinieri testimone di quelle torture, rompe il silenzio e racconta la verità.
Per Gulotta è la fine di un incubo. "Ho sempre avuto fiducia nelle istituzioni, ho continuato ad averla nonostante tutto. Purtroppo oggi non c'è ancora verità per i familiari dei due carabinieri uccisi. Ho ottenuto la mia giustizia ma siamo di fronte a una verità a metà. Sarei felice se questo caso si potesse riaprire", ha detto Gulotta rivolgendosi ai membri dell'organo parlamentare.
Seduto al suo fianco, il giornalista Nicola Biondo ha fornito alcuni spunti per provare a dare una risposta a quelle domande che restano ancora aperte: "Dovete chiedervi perché e chi ripete il metodo Alkamar (così veniva chiamata la piccola caserma, ndr) e fino a dove arriva. Ci sono tre casi in Sicilia in cui investigatori eccellenti, come lo erano Giuseppe Russo o Arnaldo La Barbera, usano la tortura, da cui nasce solo la menzogna per coprire la verità.
Bisogna ripartire dalla scena del delitto. La procura di Trapani ha aperto un nuovo fascicolo per strage, fatevi ritrovare dalla procura le foto dell'assalto alla casermetta, gli atti che sono coperti da segreto. I testimoni ci sono ancora". Input che, come confermato dal presidente Morra, saranno raccolti "per aprire uno squarcio su una vicenda oscura in terra di mafia che non possiamo ignorare".
Intanto per Gulotta la battaglia contro lo Stato che lo ha lasciato solo non è finita: dopo l'ottenuto risarcimento di sei milioni e mezzo di euro ha chiesto 66 milioni di danni all'Arma dei carabinieri e ai ministeri della Difesa e dell'Interno. L'Avvocatura dello Stato però si è opposta, parlando di "lite temeraria" e precisando che "non ci sono prove degli abusi".
L'Osservatore Romano, 15 febbraio 2020
L'iniziativa di un parroco di Valderice (Trapani) per aiutare chi esce di galera. "Può sembrare che Papa Francesco esageri quando parla di poveri, immigrati e carcerati. Ma chi vive in mezzo agli altri, senza isolarsi, capisce quanto sia giusto che il Papa dia voce a questi nostri fratelli meno fortunati. Io penso di avere appena iniziato a capire".
Don Francesco Pirrera è il parroco di Valderice, un paese in provincia di Trapani. Da due anni ha deciso di dedicarsi a un'opera preziosa e nascosta: aiutare gli ex detenuti, appena usciti dal carcere, a reinserirsi nella società. La fine della pena carceraria è un momento particolarmente delicato. Le statistiche sui suicidi negli istituti di pena dimostrano che il periodo che precede l'uscita di galera è quello nel quale si registrano i casi maggiori, assieme ai momenti immediatamente successivi alla condanna. Un'emergenza nascosta, un "non problema" per la società, che del resto ha già dimenticato i detenuti nel momento esatto in cui varcano la porta di una cella.
Don Francesco ha avvertito tutta l'urgenza di prestare soccorso a queste persone. Del resto per lui l'esperienza della pastorale per i detenuti non è una novità, come lui stesso racconta al sito dell'Opus Dei: "Già da seminarista il Signore aveva messo nel mio cuore questo seme, perché in alcuni periodi dell'anno ospitavamo in parrocchia dei detenuti per mezza giornata, e quando ero diacono ho predicato un triduo pasquale proprio in un carcere. Già allora mi resi conto che le persone che si trovano in carcere sono persone che hanno un grande bisogno di essere ben volute". L'affetto, la considerazione, la vicinanza degli altri, è un elemento determinante sotto molti aspetti per la vita dei condannati al carcere.
Anzitutto disinnesca la rabbia che si prova per una società alla quale, quasi sempre, i detenuti attribuiscono la responsabilità originaria della propria condizione. In molti racconti dei detenuti c'è la narrazione del momento in cui più forte si è presentato il conto delle proprie azioni: accade quando si riceve magari il perdono delle vittime o appunto l'accoglienza di una comunità che fino ad allora era sembrata ostile, un nemico da combattere con la stessa violenza che spesso chi delinque ritiene di aver subito sulla sua stessa pelle.
La vita da parroco di don Francesco è cambiata nel momento in cui il vescovo si è messo alla ricerca di un cappellano per il carcere. "Credevo che il Signore me lo stesse chiedendo - ricorda don Francesco - per mezzo del vescovo, ma non mi soffermavo troppo su questa sensazione. Dopo l'incontro con un amico sacerdote sentii come una voce interiore che mi diceva: ti devi scomodare: dì di sì! Telefonai al vescovo che mi disse che ci saremmo visti tra qualche giorno, ma io insistetti a vederlo quanto prima per non perdere lo slancio interiore". Perché talvolta il bene bisogna saperlo cogliere, prima che svanisca come acqua fra le mani.
Oggi don Francesco, che appartiene alla Società sacerdotale della Santa Croce, anima una realtà riconosciuta, nata gradualmente. "Un giorno - racconta - il responsabile dell'area educativa del carcere mi ha chiesto di accogliere un ragazzo che usciva. Poi si sono aggiunti altri ragazzi che godevano di permessi premio. Si trattava di passare con loro una giornata: vedevamo insieme qualcosa della città, facevamo delle piccole escursioni nei dintorni".
Un giorno il sacerdote è entrato in contatto, a Trapani, con un Centro di permanenza per il rimpatrio, una di quelle strutture che di fatto costituiscono una triste sala d'attesa per l'espulsione: "Vidi un giovane appoggiato a un pilastro. Non stava facendo niente, e gli ho chiesto che cosa stesse aspettando. Si trattava di un ragazzo del Gambia che non sapeva dove sarebbe andato a dormire. Decisi di lasciargli il mio numero di telefono. Giusto il tempo di tornare in parrocchia e lui mi aveva già chiamato".
Il ragazzo si chiama Babacar. Ha 22 anni e ora vive nella casa con Fan, Bà Musa, e Suane. Ragazzi che hanno fame di relazioni, in primo luogo. Anche se poi qualche ospite della "casa" di don Francesco se ne va troppo presto, senza avere basi sufficientemente solide, "perché manca la pazienza", come osserva il sacerdote con rammarico. Ad ogni modo, la vita in casa diventa per i nuovi arrivati una vita di famiglia: "A pranzo e cena ci ritroviamo insieme - spiega don Francesco - e ognuno ha un piccolo incarico domestico.
Chi apre le finestre, chi chiude, chi controlla le luci, chi prepara da cucinare. Parallelamente alla vita di casa continua la ricerca, molto difficile, di un lavoro regolare. Quando mi sembra di avere fretta, di voler cambiare tutto e subito, ritorno a quello che diceva san Josemaría (Escrivá de Balaguer ndr): "Non dimenticare che sulla terra tutto ciò che è grande è cominciato piccolo. Ciò che nasce grande è mostruoso e muore"".
Il vescovo Pietro Fragnelli ha passato la scorsa notte di Natale con gli ospiti di don Francesco. Il sacerdote gli è molto riconoscente: "Gli devo tutto questo, non mi ha mai lasciato senza sostegno". Il presule ha voluto ricordare quella sera con un messaggio indirizzato a don Francesco: "È stata una serata ricca di emozioni: abbiamo avuto videotelefonate per augurare buon Natale ai bambini e familiari lontani. Quattro persone che stanno cambiando vita e hanno bisogno dell'aiuto e della fiducia di tutta la Chiesa e di tutta la società per redimersi da un passato che ha meritato la detenzione. Una fiducia che comincia anche da te".
sardegnareporter.it, 15 febbraio 2020
Ennesima tragedia nel carcere di Bancali. Ieri, venerdì 14 febbraio, si è consumata nel carcere sassarese l'ennesima tragedia. Una detenuta si è tolta la vita impiccandosi nella propria camera detentiva. Purtroppo, l'intervento celere della polizia penitenziaria e dei medici, non è servito ha salvarla. A darne la notizia è il segretario aggiunto dell'Osapp, Mimmo Nicotra, che evidenzia ancora una volta la grave situazione che si vive nel carcere sassarese di Bancali e in tutta la Regione, dal momento che sono presenti solo 6 direttori per 11 carceri e pochi commissari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 febbraio 2020
Aveva una vita "difficile" nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. Bella e la storia di rinascita di un giovane milanese. Da bullo ad educatore, passando per il carcere: è questa la vicenda di Daniel Zaccaro. Nel suo passato ci sono pestaggi, violenze, bullismo: è persino finito in carcere dopo una rapina. Prima al Beccaria, poi a San Vittore, Daniel Zaccaro, 27 anni, aveva ottenuto l'affidamento in prova presso la comunità Kayro's di don Claudio Burgio.
E due giorni fa, si è laureato all'Università Cattolica, in Scienze della formazione. Il suo sogno: diventare educatore. Daniel ha già cominciato a darsi da fare e a lavorare con un ragazzo difficile, proprio come era lui da giovanissimo, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. Ad applaudirlo il giorno della laurea c'era anche la pm del Tribunale per i minorenni che l'ha processato e fatto condannare in tutti i procedimenti in cui era imputato.
"È una grande vittoria di tutti noi, questa", ha detto il magistrato, che, dando una carezza al ragazzo sulla corona d'alloro ha proseguito: "Daniel racconta agli adolescenti come è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi. Ma io glielo dico sempre, a costo di sembrare pedante: attento a non farti sedurre dal lato oscuro della forza", ha scherzato il pm.
Presente alla discussione anche Fiorella, docente in pensione che a San Vittore gli ha fatto studiare il suo primo libro di scuola: l'Inferno di Dante. Hanno voluto essere accanto a Daniele lo stesso don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria insieme a don Gino Rigoldi, storicamente impegnato nel recupero di giovani difficili.
"La brutalità è indice di povertà di pensiero - ha raccontato Daniele -; è l'espressione di chi non sa comunicare in altro modo. I violenti hanno profondissimi problemi di linguaggio. Quando non sai chiamare il dolore e la rabbia con il loro nome, ti scateni così, come un animale. Io l'ho capito, e lo voglio spiegare al maggior numero di ragazzi possibile".
E le buone notizie non finiscono qui. Le madri di figli gravemente disabili possono scontare la pena in detenzione domiciliare, qualunque siano l'età del figlio e la durata della pena, sempre che il giudice non riscontri in concreto un pericolo per la sicurezza pubblica. Lo ha deciso ieri la Corte Costituzionale con la sentenza n. 18, depositata oggi (relatrice la Presidente Marta Cartabia), accogliendo le censure della Corte di Cassazione sull'articolo 47quinquies, primo comma, dell'Ordinamento penitenziario, là dove non prevede che la detenzione domiciliare "speciale" sia concessa anche alle madri di figli con più di dieci anni, se affetti da grave disabilità.
"La sentenza - si legge in una nota della Corte - si inserisce nell'ambito di una copiosa giurisprudenza costituzionale che considera le relazioni umane più prossime, specialmente familiari, fattori determinanti per la tutela effettiva delle persone più fragili. Perciò la Corte ha ritenuto che la detenzione domiciliare debba essere concessa alla madre di un figlio gravemente disabile, considerata la sua particolare vulnerabilità fisica e psichica, qualunque sia l'età, anche in nome della protezione della maternità (articolo 31 Costituzione), cioè del legame tra madre e figlio, che non si esaurisce affatto nelle prime fasi di vita del bambino".
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