di Gianni Parrini
Il Tirreno, 6 gennaio 2020
"L'ipotesi di spostare il carcere fuori dalle Mura dovrà essere ripresa in considerazione". Così si è espresso il senatore Andrea Marcucci qualche giorno fa, al termine della canonica visita di fine anno ai detenuti del San Giorgio. Il Tirreno prende la palla al balzo per cercare di capire se la questione è effettivamente sul tavolo della politica e per quali motivi non si è mai concretizzata. I problemi del San Giorgio vengono spesso denunciati dai sindacati di polizia: riguardano in primis la carenza di personale, ma la struttura (un antico convento) e la collocazione (in centro) non semplificano le attività e offrono pochi spazi per i progetti di recupero dei detenuti (115 nel 2019 per una capienza di 77). Da qui l'esigenza di trovare una collocazione più adeguata.
La volontà di trasferire il San Giorgio fuori dalle Mura è presente (a livello di proposito) anche nel Piano strutturale. Ma qualche anno fa l'amministrazione è andata oltre le manifestazioni d'intenti e l'idea non è tramontata. Suona più o meno così: utilizzare il complesso di Maggiano per farne il fulcro di un progetto innovativo, una sorta di cittadella dedicata al sociale e alla rieducazione dei soggetti che hanno avuto problemi con la giustizia. Non un "super carcere" ma una semplice casa circondariale, ovvero una struttura in cui per legge sono detenute le persone in attesa di giudizio (come la maggior parte degli ospiti del San Giorgio) o i soggetti che hanno ricevuto condanne inferiori ai cinque anni. Con l'aiuto di un architetto di San Concordio si buttò giù un progetto di massima: oltre alla casa circondariale comprendeva una struttura per il recupero di giovani problematici, con spazi per progetti legati all'agricoltura.
Venne pure sondato il gradimento della Fondazione Tobino, che di un simile progetto avrebbe potuto essere il volano. Messa nero su bianco l'idea, il sindaco Alessandro Tambellini, l'assessore Serena Mammini e l'allora deputata Raffaella Mariani si presentarono a Roma, al ministero della Giustizia, per illustrarla al Guardasigilli Andrea Orlando (Pd). A parole il progetto fu giudicato interessante e la delegazione lucchese se ne torno a casa ad attendere una risposta ufficiale che si sperava esser positiva.
Qualche mese dopo, siamo nel 2016, a palazzo Orsetti arrivò la tanto attesa missiva, ma il contenuto non era quello che ci si aspettava. Dal dicastero risposero che il San Giorgio avrebbe sì potuto essere trasferito ma non a Maggiano, bensì ad Antraccoli. Sul piatto risorse pari a 16 milioni. Il ministero aveva risposto ma non al progetto di Tambellini, bensì a un'ipotesi risalente a una dozzina di anni addietro (attorno al 2004), all'epoca della giunta di Pietro Fazzi. La zona indicata era quella che corre sul lato lucchese di via della Madonnina: nel piano regolatore del 2004 è indicata come area destinata a servizi. Per intenderci, è la stessa di cui si parlava come possibile sede dell'ospedale San Luca (poi realizzato a San Filippo) e dove passeranno gli assi viari.
Alla lettera il Comune non ha risposto: un po' perché il ministero faceva riferimento a un "supercarcere" ben diverso dal progetto pensato dal Comune; un po' perché nel decennio intercorso tra l'idea fazziana e il placet del ministero, in quell'area si è costruito molto. E qui torna Maggiano: l'amministrazione è pronta a riproporre il progetto, tanto più che dell'ex manicomio (e di Arliano) si tornerà a parlare con la Regione. Il Comune è disponibile a cambiare la destinazione delle strutture per renderle appetibili agli occhi di eventuali investitori (pubblici o privati) e permettere alla Regione di rifarsi per i mancati introiti di Campo di Marte.
Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2020
Gratuito patrocinio - Istanza - Art. 95 T.U. spese di giustizia - Falsità od omissioni - Verifica dell'elemento soggettivo del reato. Ai fini dell'integrazione del reato di cui all'art. 95, T.U. spese di giustizia, in caso di effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, non è sufficiente che l'istanza contenga falsità od omissioni, dovendo il giudice verificare l'elemento soggettivo del reato, al fine di escludere l'eventuale inutilità del falso; occorre cioè verificare se, alla stregua delle risultanze processuali, la falsità o l'omissione fosse realmente espressiva di deliberato mendacio o reticenza sulle effettive condizioni reddituali o non fosse piuttosto frutto di disattenzione, come tale non qualificabile come dolo.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 6 dicembre 2019 n. 49572.
Falsa dichiarazione dei redditi ex art. 95 dpr n. 115/92 - Errore incolpevole - Determinazione del reddito imponibile - Inammissibilità. La responsabilità per il reato di cui all'art. 95, d.P.R. n. 115/2002 non deriva dalla riconosciuta e dichiarata consapevolezza delle conseguenze anche penali delle falsità eventualmente contenute nella dichiarazione resa ai fini della ammissione al beneficio, bensì dalla violazione della medesima norma, che riconduce la sanzione penale alla falsità totale e parziale, nonché alle omissioni della dichiarazione sostitutiva della certificazione, non potendo neppure di regola assumere rilievo la deduzione di una ignoranza incolpevole, ai sensi dell'articolo 47 c.p., in quanto gli articoli 76 e 79 T.U. Spese di giustizia che vengono richiamati dall'articolo 95 cit. legge, non costituiscono norme extra penali, in quanto non possono ritenersi del tutto estranee al settore di appartenenza, o destinate a regolare rapporti avulsi dalla disciplina penalistica, inserendosi al contrario nello stesso contesto normativo ove è collocata la norma incriminatrice e segnando appunto il confine delle condizioni di reddito oltre le quali, la manifestazione del richiedente è suscettibile di sanzione penale.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 24 luglio 2019 n. 33257.
Difesa e difensori - Patrocinio dei non abbienti - Dichiarazioni sostitutive e altre comunicazioni sul limite di reddito - Falsità e omissioni - Reato di cui all'art. 95, d.p.r. n. 115 del 2002 - Verifica dell'elemento soggettivo del reato - Necessità. Le false indicazioni o le omissioni anche parziali dei dati di fatto riportati nella dichiarazione sostitutiva di certificazione o in ogni altra dichiarazione prevista per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di cui all'art. 95, d.P.R. n. 115 del 2002, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, devono essere sorrette dal dolo generico rigorosamente provato che esclude la responsabilità per un difetto di controllo da considerarsi condotta colposa, e salva l'ipotesi del dolo eventuale.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 14 febbraio 2018 n. 7192.
Difesa e difensori - Patrocinio dei non abbienti - Reato di cui all'art. 95 d.p.r. n. 115 del 2002 - Effettiva sussistenza di un reddito che consenta l'ammissione al beneficio - Inutilità del falso - Verifica dell'elemento soggettivo - Necessità. In tema di gratuito patrocinio a spese dello Stato, ai fini della integrazione del reato di cui all'art. 95, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, in caso di effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, non è sufficiente che l'istanza contenga falsità od omissioni, dovendo il giudice procedere a una rigorosa verifica dell'elemento soggettivo del reato, al fine di escludere l'eventuale inutilità del falso. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza che aveva ritenuto la responsabilità dell'imputato, il cui reddito non era ostativo all'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, senza adeguatamente motivare sulla inattendibilità della prospettazione difensiva secondo la quale il fatto era ascrivibile a un errore dovuto al rilascio di due distinti Cud).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 ottobre 2017 n. 45786.
di Daniela Ghio
Il Gazzettino, 6 gennaio 2020
Moraglia ha incontrato le 80 detenute e 2 bambini "Come tra padre e figlie". La visita del patriarca Francesco Moraglia nel carcere femminile della Giudecca non ha formalità ma è, come spiegano le stesse detenute, l'incontro del padre con le sue figlie. Nella casa di reclusione femminile al momento ci sono 80 ospiti e due bambini. Con ciascuno di loro Moraglia si è fermato a parlare, ha stretto la mano, dato una carezza, un sorriso e un messaggio di speranza.
Ai due bambini ha donato invece due grandi calze piene di dolci e caramelle. In cambio le carcerate gli hanno regalato un paio di pantofole rosse cucite nella loro sartoria, i prodotti dell'orto e i profumi; i volontari gli hanno donato una candela con incisi i loro nomi. Il patriarca, accompagnato dalla direttrice del carcere Antonella Reale, dal direttore della Caritas Stefano Enzo, da don Antonio Biancotto e dal cappellano del carcere padre Silvano, si è fermato a guardare a lungo il presepe allestito nella cappella: ai lati è una barca spezzata, ripescata da una remiera il giorno dopo l'acqua alta del 12 novembre; nella spaccatura, in centro, è capanna con la Sacra Famiglia, i pastori e i Re Magi.
Un giubbotto salvagente richiama gli immigrati morti in mare. "Il presepio che abbiamo costruito - spiega Mary, una delle ospiti della struttura - vuole mostrare la nostra vicinanza alla città martoriata dall'acqua alta. Abbiamo sofferto anche noi per ciò che è successo. Il carcere è un luogo di dolore ma anche luogo dove esce il nostro io più profondo e più vero". "Questo luogo di sofferenza dobbiamo intenderlo come luogo di riscatto - ha affermato il patriarca all'omelia - Le mura che vi separano dalla città sono un fallimento di tutti: qualcosa nella vita della nostra comunità non ha funzionato. Rimango colpito quando le persone sono segnate dal rapporto con i loro genitori. Ci sono dei fondamentali della vita che se in qualche modo non sono rispettati creano sofferenze in tutti. Dobbiamo dare tutti contributi perché questo spazio non diventi solo un luogo di sofferenza, come è, ma diventi luogo di rinascita, di ripartenza".
di Massimo Lensi*
stamptoscana.it, 6 gennaio 2020
Il Comune di Firenze ha recentemente inaugurato la telecamera di sorveglianza numero mille. Un obiettivo annunciato in campagna elettorale dal sindaco come risposta alla domanda di sicurezza che pervade da anni la nostra società. Una risposta illuminante, che ci racconta molto sul delicato rapporto tra politica e richieste sociali e tra controllo e disciplina.
Sul territorio comunale di Firenze sono attivi tre istituti penitenziari, in grado di contenere fino a circa novecento persone ristrette: il Nuovo Complesso Penitenziario "Sollicciano", l'Istituto Penale Minorile Meucci e la Casa Circondariale Gozzini (ex Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti, Icatt).
Una delle chiavi di successo del populismo penale è proprio l'incontro tra preoccupazione securitaria e strumentalizzazione politica, fra il buonsenso e i propri interessi. Il populismo penale funge, infatti, da raccoglitore di insicurezze individuali trasformate forzatamente in istanze sociali. Una posizione che è sita a metà strada la "cattiva fede" sartriana e la foucaultiana mancanza di "coraggio della verità". Firenze è anche una città turistificata, all'interno della quale i meccanismi di profilazione sociale, grazie alle innovazioni tecnologiche, funzionano meglio che altrove.
Le telecamere di videosorveglianza sono la metafora più calzante della città controllata per esigere da essa il massimo del profitto in termini economici, con il necessario corollario di marginalizzare (e limitare) dissenso e contestazione. La selva di leggi in materia di sicurezza (Decreto Sicurezza Bis in testa) fa il resto. La relazione tra città e carcere, a questo punto, risulta evidente.
Michel Foucault ha sempre posto al centro del suo lavoro di indagine il concetto di Panopticon, un edificio a struttura circolare in cui un solo individuo riesce a monitorare e avere sotto controllo l'attività di tutti gli occupanti: più è alto il numero di informazioni possedute, più l'azione di sorveglianza risulta efficace e produce a sua volta delle nuove informazioni. Il Panopticon, più che rappresentare un ideale carcerario, ha funzionato come modello generale per ogni forma di organizzazione strutturale, come gli ospedali, le fabbriche e le scuole; tutti luoghi che riuniscono e permettono di tenere sotto controlli specifici segmenti sociali attraverso meccanismi quotidiani. È questa la tecnologia politica che Foucault definisce "società disciplinare".
Occorre aggiungere, che, a livello generale, la nostra giustizia penale si basa sulla responsabilità individuale. La responsabilità è un fatto decisamente culturale, ha implicazioni legali, morali, psicologiche e filosofiche. Mettendo l'individuo solo di fronte al proprio atto, la società esonera sé stessa dalla propria responsabilità nella produzione e costruzione sociale delle illegalità. Le individua, e delimita, all'interno delle categorie socialmente ed economicamente più fragili, e/o più marginilizzate per ragioni etno-razziali, in qualche caso politiche.
Lo scopo principale di Foucault era quello di evidenziare il passaggio storico dalla punizione pubblica alla sorveglianza in termini politici. Inquadrata in questa luce la questione del castigo e dell'esecuzione di pena non possono basarsi solamente su una teoria idealista della giustizia; devono necessariamente inserirsi in una teoria realistica dell'uguaglianza che renda cosciente la società tanto del proprio passato quanto del proprio presente. Altrimenti, il rischio di dividere e marginalizzare diventa una certezza da mettere in conto.
Aumentare il numero di telecamere di videosorveglianza in una città che ha alla base un modello di sviluppo tipicamente liberista, incentrato sull'industria turistica, mentre al contempo si chiede un carcere nuovo di zecca, magari con una maggiore capienza, al posto delle fatiscenti strutture esistenti, spalanca la porta alla società disciplinare preconizzata da Focault.
Le grigie e nebulose maglie di regole e leggi in materia di gestione dei dati provenienti dalla videoregistrazione dei comportamenti individuali, l'assenza e di una chiara progettualità per costruire intorno a un eventuale nuovo carcere a Firenze un forte rapporto con il territorio, potrebbe aprire la strada a un periodo di incertezze e turbolenze sociali, rendendo vani i tentativi di porre nuove tutele ai diritti sociali e individuali.
*Associazione Progetto Firenze
di Paolo Ferrero*
Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2020
Nell'agosto 2018 è crollato il ponte Morandi sull'autostrada genovese e sono morte 43 persone. Poche settimane fa un viadotto della Torino-Savona è crollato, per fortuna senza fare vittime. Alcuni giorni fa, sempre nell'area genovese, vi sono stati crolli dalla volta di una galleria dell'autostrada. Per puro caso senza conseguenze alle cose o alle persone.
Il 30 dicembre, con singolare tempismo, la procura della Repubblica di Torino ha deciso che Nicoletta Dosio venisse messa in carcere per scontare oltre un anno di galera. Perché? Sempre per questioni relative alle autostrade. Infatti Nicoletta è stata condannata per vari reati (tra cui violenza privata) per aver - nell'ambito della lotta contro la Tav in Val di Susa - fatto passare alcune automobili senza pagare il pedaggio a un casello dell'autostrada.
Non entro qui nel merito delle condanne, anche se condannare Nicoletta per violenza privata fa ridere visto che si tratta di una persona determinatissima ma di 73 anni, con un fisico minuto e che per tutta la vita ha insegnato materie umanistiche in un liceo e non arti marziali in una palestra. Ma al di là dell'insensatezza specifica della condanna, il punto che voglio sollevare è generale e riguarda la giustizia nel nostro paese.
Come abbiamo visto, ci troviamo a discutere di autostrade: per tutti i crolli, veri e propri attentati all'incolumità pubblica, non mi risulta che nessuno sia andato in galera e non so se un giorno qualcuno ci finirà. Viceversa Nicoletta, per aver fatto passare alcune automobili gratis in un casello, è dentro e dovrà rimanerci per un anno.
Nicoletta Dosio, la lettera dal carcere: "Contenta della mia scelta, la lotta No Tav è lotta per una società diversa"
Chi pone in essere condotte amministrative e burocratiche che mettono a repentaglio la vita dei cittadini e provocano danni per decine di milioni di euro non viene colpito. Chi protesta pacificamente finisce in galera per oltre un anno. Si badi che in questo caso siamo a prima dei cosiddetti decreti Salvini, di cui in molti chiediamo giustamente - e inascoltati dal governo - la cancellazione.
Gli attacchi che la magistratura ha subito nel nostro paese da parte della destra ci ha resi attenti nel giudicare le sentenze, ma non ho alcun dubbio: secondo me questa situazione fa schifo e ci troviamo dinnanzi a una spudorata giustizia di classe. Siamo nella repubblica dei signori, in cui i poveracci se protestano vengono mazzolati e messi in galera. Come nell'800 e prima della Repubblica, alla cui nascita la resistenza in Val Susa ha dato qualche significativo contributo. La logica con cui lo Stato italiano si muove verso la Val Susa è quello di una forza d'occupazione che reprime la popolazione e - come evidenzia il caso di Nicoletta - sbatte in galera chi protesta.
Cos'ha da dire il governo? Cos'ha da dire il Presidente della Repubblica? Tutto bene? Di fronte al vergognoso silenzio dei vertici dello Stato italiano in occasione dell'incarcerazione di Nicoletta, di fronte a questo vergognoso e vigliacco modo di procedere dello Stato italiano, è necessaria una risposta democratica e di massa. La richiesta della liberazione di Nicoletta Dosio non è un problema solo del movimento no Tav, ma di chiunque abbia a cuore la democrazia nel nostro paese. Il problema non è dato solo da Salvini, ma anche da sentenze come quella che hanno messo in galera Nicoletta.
*Rifondazione Comunista - Vicepresidente Partito della Sinistra Europea
di Savino Pezzotta
Il Riformista, 6 gennaio 2020
La parola "rivoluzione" è stata molto presente nel movimento dei lavoratori ed esprimeva una reazione alla dimensione di subordinazione del lavoro al capitale. Oggi le cose sono mutate e attraverso la contrattazione, i contratti di lavoro, il diritto del lavoro e la presenza del sindacato le cose sono cambiate e tutti avvertiamo con fastidio la presenza delle forme di sfruttamento e di autoritarismo che si verificano o che si vorrebbero determinare. Se il termine "rivoluzione" è stato sostituito da quello altrettanto impreciso di "riformismo", la parola rivoluzione continua a esercitare un suo fascino e rimane molto presente nella pubblicistica e nella retorica pubblica.
Non sembra che si possa fare a meno di questo termine se si è innamorati del nuovo in sé o se si è insoddisfatti dell'esistente, ma anche perché l'avanzata delle scoperte scientifiche e la loro costante declinazione nelle tecnologie ci costringe a rivedere in profondità le convinzioni che abbiamo sul mondo in cui viviamo e su noi stessi. Dovremmo imparare a distinguere con attenzione le rivoluzioni politiche e sociali da quelle tecnologiche e scientifiche.
Avendo chiaro che quest'ultime non sono mai violente, anche se il loro rapporto con la violenza non è nullo. Inoltre, le rivoluzioni scientifiche si muovono su un arco di tempo quasi sempre lungo. Noi stiamo vivendo all'interno di una rivoluzione scientifica e tecnologica che sta modificando non solo il nostro modo di vivere e di relazionarci, ma anche il modo di percepire il nostro "io": è la nostra soggettività che viene progressivamente mutata.
Dentro l'infosfera - In questa realtà, che l'acuta e problematizzante analisi avanzata dal filosofo Luciano Lucidi coglie appieno, l'uomo non è più un'entità isolata, bensì un'entità informazionale che interagisce con soggetti sia biologici che artefatti e ingegnerizzati in un ambiente denominato, per convenzione, infosfera, mi sono chiesto come possiamo ancora parlare di lavoro e di quale lavoro. La prima osservazione è che è in atto una radicale e profonda metamorfosi del lavoro che i concetti propri del sindacalismo risultano inadeguati a descrivere, interpretare e rappresentarla se non in termini di accompagnamento assistenziale attraverso una serie di servizi sul terreno fiscale, assicurativo, pensionistico e quant'altro, in una sorta di neo-mutualismo.
Si fanno ancora i contratti per fortuna, ma non vedo riemergere la dimensione di soggetto sociale autonomo a forte valenza politica.
Ormai il lavoro - anche se lentamente - viene organizzato dalla realtà digitale e l'uomo viene ridotto a svolgere mansioni e azioni programmate da algoritmi. Sembra che la persona possa solo essere occupata per trasportare, spostare, recuperare l'oggetto. Tuttavia mi astengo dal fatalismo e dal pessimismo come dall'ottimismo beota. Sono convinto che bisognerebbe stabilire, tramite disposizioni contrattuali o legislative, due priorità.
Primo: continuare a rafforzare i diritti attribuiti alla persona, in particolare in termini di libertà e di partecipazione alle decisioni (la proposta avanzata recentemente nell'accordo Fca-Psa dell'ingresso in Cda di componenti in rappresentanza dei lavoratori è sicuramente importante, anche se ritengo vada meglio precisata e rafforzata in termini giuridici in modo che i rappresentanti dei lavoratori valgano come quelli degli azionisti), di potere usufruire di un sistema formativo permanente, in modo che tutti abbiano i mezzi per stare in posizione eretta dentro un mercato del lavoro che tenderà a essere molto flessibile e quindi di sviluppare la propria carriera professionale.
Secondo punto: bisogna cercare di anticipare i cambiamenti che verranno introdotti dal digitale piuttosto che continuare a spiegarli. Il digitale sta rivoluzionando l'occupazione; fa scomparire i commerci, ne crea altri, per il momento insufficientemente interessanti per l'insieme dei lavoratori. Alla persona deve essere riconosciuta la sua parte e il suo ruolo dentro le nuove modalità di lavoro. Se anche il lavoro è collocato dentro l'infosfera e se da questa collocazione si stanno sviluppando nuove forme di lavoro e nuove dipendenze sollevano domande per quanto riguarda l'occupazione, non va però sottovalutato il nuovo rapporto che si viene a creare tra l'uomo e la macchina.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 6 gennaio 2020
La collettività dovrebbe rendersi conto dell'importanza delle librerie, dei teatri centrali e periferici, delle sale cinematografiche di quartiere, dei musei. Polmoni d'ossigeno culturale che fanno ricco e civile e migliore un Paese. Come le banche che rischiano di fallire, le fabbriche che chiudono, le acciaierie che si spengono, le compagnie aeree che sprofondano, il regime di povertà civile che sta immiserendo e desertificando il nostro Paese con la chiusura, una dopo l'altra, o l'umiliazione delle istituzioni culturali.
Dovrebbe considerare come una calamità, una catastrofe civile, una regressione culturale la moria delle librerie che non ce la fanno a tirare avanti, ogni teatro che chiude i battenti, ogni sala cinematografica con le saracinesche abbassate, ogni orchestra che smette di suonare, ogni museo mortificato nella mediocrità per mancanza di fondi adeguati, ogni sito archeologico lasciato a sé stesso, ogni ente lirico che boccheggia sull'orlo del fallimento.
Uno Stato con un minimo di dignità, governi di ogni colore che abbiano un minimo di sensibilità, devono sentire come prioritario lo stanziamento di risorse, anche cospicue, per salvare i pilastri di una società che non voglia avvilirsi nello squallore e nella perdita di sé. Un passato di spreco assistenzialista, di clientelismo talvolta, di sovvenzioni a pioggia, di dirigismo statalista che vuole mettere becco nella sfera della libertà culturale e artistica, non deve impedirci di essere coraggiosi e anche, se si vuole, con ironia e intelligenza, un po' fantasiosi.
Dove il mercato non arriva, lo Stato deve intervenire con strumenti nuovi, intelligenti, fruttuosi. Se alle librerie costrette a chiudere (ma anche ai teatri, ai musei, e così via) si concedesse un regime fiscale molto favorevole, se si pagasse l'affitto (oggi proibitivo) dei locali, si incentivasse l'assunzione di personale giovane e preparato, ci si accollasse l'onere delle bollette e dei costi aggiuntivi, forse si darebbe più respiro a chi sta morendo nell'asfissia.
E forse la collettività si renderebbe conto dell'importanza delle librerie, dei teatri centrali e periferici, delle sale cinematografiche di quartiere, dei musei. Polmoni d'ossigeno culturale che fanno ricco e civile e migliore un Paese che tenga a sé stesso. E sappia riconoscere l'urgenza di un'emergenza culturale che è anche un'emergenza di lavoro che sparisce. Non c'è molto tempo, il portafoglio va aperto subito. Da sinistra o da destra. Ma subito, preferibilmente insieme. Come in tutte le emergenze.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 6 gennaio 2020
I volontari apparecchiano cinque tavolate al centro del corridoio del padiglione San Paolo, in mezzo alle celle. I detenuti osservano prima sospettosi dall'interno delle loro stanze e poi, quando tutto è pronto, si affacciano silenziosi e increduli. Il pranzo dell'Epifania della Comunità di Sant'Egidio nel centro clinico del carcere di Poggioreale può essere servito.
Il luogo che durante la notte del terremoto del 23 novembre 1980 fu teatro di un brutale delitto e di una grande devastazione, si è trasformato in una bella sala da pranzo dove quaranta carcerati malati possono trascorrere qualche ora fuori dalle loro celle. Tovaglia rossa, tovaglioli con decoro natalizio e un centrotavola con fiori e candele rendono bene l'atmosfera delle feste.
Ai malati che non ce la fanno a stare a tavola, il pasto viene portato nelle loro stanze. Tra gli invitati c'è il direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, accompagnato dal direttore sanitario del San Paolo e dal coordinatore della sanità penitenziaria dell'Asl. È una presenza un po' sorprendente se pensiamo che per i suoi predecessori il carcere era un'appendice marginale. Verdoliva invece si è visto già altre volte.
I commensali hanno di fronte uno scorcio delle celle, e sono costretti a vedere le condizioni di disagio con cui devono convivere ogni giorno i detenuti. Con la coda dell'occhio il direttore generale osserva le brande di ferro della stanza di fronte e ricorda ai suoi collaboratori che il centro è un ospedale vero e proprio e i malati devono avere gli stessi letti dei nosocomi napoletani. "Quando li mettiamo i 10 letti che abbiamo già predisposto? E quanti ne occorrerebbero ancora?".
"Uno per ogni malato!", osano i volontari approfittando di una inattesa apertura. Verdoliva continua ricordando cha appena saranno fatti i lavori per evitare le infiltrazioni d'acqua piovana, finalmente potrà essere fatta la dialisi a Poggioreale. Così come è stato comprato un apparecchio radiografico che permetterà di fare le diagnosi a distanza. Anche qui mancano solo i lavori dei locali.
Il provveditore delle carceri campane Antonio Fullone annuisce, e quando viene posta qualche criticità, il manager non si sottrae: fermare il continuo turn over di medici e infermieri e garantire la continuità terapeutica per i malati psichiatrici sono tra i prossimi obiettivi. Intanto il comico di Made in Sud Marco Critelli riesce a coinvolgere in modo delicato e divertente volontari, agenti, carcerati e ospiti nelle sue gag. Il clima è disteso e gradevole, il pranzo è stato buono e il panettone offerto da Sal De Riso viene molto apprezzato. Mancano i re magi ma i detenuti ricevono in dono una felpa per proteggersi dagli spifferi e una busta di caffè che fa sempre comodo.
"È nelle realtà più dure che possiamo riscoprirci umani", afferma commossa Anna che ha servito ad uno dei tavoli. Viene così smentita quella narrazione superficiale e bieca che vede nelle galere il luogo dove sono rinchiusi tutti gli infami. E molto più complesso il carcere, qui si mescolano male, disperazione, malattia, povertà e marginalità sociale.
E il pranzo dell'Epifania ne restituisce il suo vero volto in tutta la sua crudezza, senza indulgere a sentimentalismi o giustificazioni buoniste. Il vangelo di Matteo racconta che i sapienti che venivano dall'Oriente fecero ritorno al loro paese per un'altra strada, mentre la cometa scomparve alla loro vista. E dopo questa giornata qualcuno ha fatto ritorno alla propria casa cambiando i percorsi abituali del consueto modo di pensare o di essere. Altri invece, nel silenzio delle proprie celle, scrutano il futuro in attesa di un nuovo orizzonte.
Cronache della Campania, 6 gennaio 2020
L'appello del figlio di un detenuto "Non chiedo che mio padre torni in libertà, ma voglio che riceva tutte le cure necessarie alla sua patologia". È l'appello lanciato da Michele Pellegrino, figlio di Antonio Pellegrino, 67 anni di Maddaloni, detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dove deve scontare altri sei anni degli otto ai quali è stato condannato.
Antonio Pellegrino è affetto da severa disfunzione ventricolare sinistra e malattia coronarica multi vasale così come riscontrato dal referto medico del 10 dicembre scorso dell'ospedale di Sessa Aurunca dove è stato ricoverato. Per rimanere in vita Pellegrino è costretto a prendere 15 medicine al giorno così come prescritto dal referto di dicembre. Secondo quanto racconta il figlio, non sempre al padre vengono dati tutti i farmaci di cui ha bisogno perché non a disposizione della struttura penitenziaria.
"Mi sono offerto di portare io quei medicinali per permettere a mio padre di poter essere curato, ma non mi è stato consentito di recapitarglieli. Ogni giorno vado fuori al carcere di Santa Maria per accertarmi delle condizioni di papà". I problemi di Antonio Pellegrino sono cominciati quattro mesi fa.
"Stava male, ma nessuno si è accorto della situazione - ha raccontato il figlio - un giorno non si è presentato al colloquio con noi familiari perché si era sentito male e, allora, ho ottenuto che fosse portato in ospedale per le cure. Nel corso del percorso dal carcere all'ospedale mio padre ha avuto un infarto. Le sue condizioni non erano compatibili con quelle della struttura detentiva e, infatti, mio padre è rimasto ricoverato per venti giorni, al termine dei quali, è tornato in carcere.
Come è possibile leggere dai referti, mio padre dovrebbe essere costantemente sotto controllo, ma, purtroppo, non lo è. Mi appello a tutti affinché mio padre riceva le cure che deve avere, ci sia un monitoraggio costante e, laddove la struttura penitenziaria non riesce a garantire i medicinali necessari, venga permesso a noi familiari di poterli portare. Non chiediamo nulla più nulla meno che rispettare quelli che sono i diritti di essere umano di mio padre".
di Paolo Griseri
La Repubblica, 6 gennaio 2020
Intervista all'ex procuratore. "Temo però che anche questa volta la Francia troverà una giustificazione per ignorare le leggi e non consegnarci i nostri latitanti".
La Francia che concede l'estradizione ai terroristi italiani latitanti?
"Non conosco il fondamento delle indiscrezioni. E se devo dirle quel che penso, credo che anche stavolta non accadrà". Armando Spataro, ex procuratore capo a Torino, coordinatore a Milano del gruppo antiterrorismo, è scettico: "Tante volte si è annunciata quest'intenzione, ma non è mai successo".
Eppure, dottor Spataro, questa volta c'è la convenzione di Dublino che spingerebbe Parigi a consegnare queste persone alla giustizia italiana. Non è così?
"La verità è che i francesi sono sempre stati tenuti a consegnare queste persone all'Italia in base alle Convenzioni in tema di estradizione già prima vigenti. E non l'hanno mai fatto. Adesso si tira fuori la Convenzione di Dublino del 1996, che non a caso dice nell'art. 1 che serve a facilitare l'applicazione tra Stati Ue dei precedenti accordi in materia, quasi a trovare una giustificazione al fatto che in precedenza Parigi aveva ignorato le richieste di Roma".
Non lo ha fatto per la "dottrina Mitterrand"?
"Ormai si utilizza la "dottrina Mitterrand" come un brand, se ne parla a sproposito senza sapere di che cosa si tratti".
Uno scambio tra la rinuncia alla lotta armata e la rinuncia all'estradizione. Non era questo?
"Questa è solo una parte, quella che tutti sbandierano inclusi gli intellettuali che hanno difeso Battisti e ora non fanno autocritica. Comunque la dottrina non era una legge, ma un orientamento politico dello Stato francese. E poi i cardini di quella dottrina li illustrò chiaramente lo stesso Mitterrand in un'intervista a Marcelle Padovani. Le condizioni erano tre: oltre alla rinuncia alla lotta armata, non aver commesso fatti di sangue e non avere subito condanne definitive. Invece la Francia ha negato l'estradizione di terroristi che avevano compiuto omicidi e ferimenti e che avevano subito condanne passate in giudicato".
Com'è potuto accadere che uno Stato Ue negasse l'estradizione di cittadini condannati da un altro Stato europeo?
"Per anni in Francia è prevalso negli ambienti pseudo intellettuali un pregiudizio contro la giustizia italiana. Ricordo un episodio di molto tempo fa. Nell'ottobre del 2008 partecipavo a un convegno giuridico a Parigi sugli anni di piombo in Italia. Un giurista prese la parola scagliandosi contro "i tribunali speciali che in Italia giudicano i terroristi". Non ce la feci a stare zitto. Mi alzai dalla platea, chiesi scusa interrompendo il collega francese e chiedendogli quando e dove aveva appreso quella falsa notizia. A quel punto si alzò un signore che sedeva da un'altra parte della platea: "Sono Oreste Scalzone. Ha ragione il dottor Spataro. In Italia non ci sono stati tribunali speciali".
La tesi di coloro che in Francia sono ancora oggi contrari all'estradizione è che i latitanti del terrorismo siano ormai anziani e si siano inseriti nella società. Insomma perché incarcerarli dopo quarant'anni?
"Perché hanno un conto aperto con la giustizia che altri hanno pagato e loro no".
I loro legali chiedono una grazia. Che cosa risponde?
"Non entro nel tema della grazia, si tratta evidentemente di giudicare caso per caso, ogni situazione è diversa e io non la conosco. Poi, certo, la grazia è prevista dalla legge. Ma deve essere concessa dal Capo dello stato italiano. In linea generale, però, dico che molti di coloro che dovrebbero essere estradati non hanno mai manifestato alcun pentimento personale o espresso autocritica peri feroci delitti che hanno commesso. E poi la strada è semplice: quanti ritengono di avere diritto a concessioni di benefici e permessi, in conseguenza delle condizioni di salute di alcuni o per altre ragioni, potranno, una volta estradati, rivolgersi al Tribunale di sorveglianza competente per chiedere la concessione di quelli possibili. Questo è quello che fanno tutti i detenuti in Italia e non si vede per quale motivo per loro dovrebbe essere diverso".
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