di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2020
Emergenza sicurezza stradale o sfortuna che ha fatto concentrare nelle settimane a cavallo delle feste natalizie alcuni gravi incidenti che hanno fatto notizia? Gli ultimissimi dati, aggiornati al 15 dicembre ma incompleti, descrivono una situazione stabile. E anche gli ultimi incidenti mostrano i limiti di norme e controlli in materia di alcol e droga.
Dietro la sostanziale stabilità dei dati si cela il fatto che, più ancora degli altri grandi Paesi europei, l'Italia è ormai incapace di continuare a ridurre la mortalità come ha fatto da inizio secolo, mentre la Ue fissa obiettivi di dimezzamento delle vittime per ogni decennio che trascorre. L'unico intervento di questi anni, la legge 41/2016 che ha introdotto il reato di omicidio stradale, non ha avuto effetti sostanziali. E d'altra parte è stata introdotta solo per dare più certezza della pena e non come deterrente.
Dal punto di vista normativo, l'incidente più significativo appare quello della notte tra il 21 e il 22 dicembre a Roma, costato la vita a due ragazze: l'investitore è stato trovato positivo a droghe, ma questo non gli è stato contestato. Perché? L'articolo 187 del Codice della strada prevede il reato di guida "sotto effetto" di stupefacenti, quindi occorre accertare non soo che le sostanze erano nell'organismo, ma anche che stavano influendo sulla guida.
Per fare ciò occorre perlopiù una visita medica. E, tra i sanitari, più di uno appare restio a prendersi la responsabilità di certificare il "sotto effetto". Si rischia anche di dover risarcire danni all'imputato, in caso di assoluzione. Sarà interessante vedere se questa situazione resterà invariata anche nei prossimi mesi, quando si potrà fare un bilancio della nuova sperimentazione avviata a ottobre dalla Polizia stradale: impiego di medici esterni nelle operazioni di controllo su strada (dove finora operano in buona parte sanitari della Polizia), grazie a un accordo con Autostrade per l'Italia.
Spesso, come anche nel caso di Roma, non è un gran problema il mancato accertamento del "sotto effetto": il guidatore è anche in stato di ebbrezza e questo per omicidio e lesioni basta per far scattare le pene aggravate previste dalla legge 41/2016.
Sul fronte dell'alcol, si conferma che i positivi sono intorno al 5% dei controllati. Occorrerebbero comunque controlli più frequenti, per indurre sempre più guidatori a non bere affatto prima di mettersi in circolazione. Ma per farne ci vuole molto personale. Ora sta pesando meno il problema della mancanza di etilometri (le loro revisioni sono state velocizzate), ma restano i dubbi sull'attendibilità di questi strumenti in confronto alle analisi del sangue.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 7 gennaio 2020
I braccianti immigrati reagirono contro lo sfruttamento e la violenza della 'ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori fuori legge. Ma cambiare le cose sembra impossibile. Dieci anni passati inutilmente, stranieri sfruttati come sempre. Promesse mancate e poco contrasto a criminalità organizzata e lavoro nero.
Un ragazzo africano cammina lentamente con una busta di plastica in mano. Si ferma davanti a un cassonetto dei rifiuti. Rovista all'interno e tira fuori della frutta mezza marcia che infila nella busta. Bartolo ferma l'auto. Scende. "Hai fame? Vuoi qualcosa da mangiare?". E tira fuori dal baule pasta, riso, latte, biscotti. Il ragazzo lo guarda prima stupito ma poi gli occhi si illuminano. "Grazie papà. Buona giornata".
Comincia così, poco dopo l'alba, la nostra giornata del ricordo. È il decennale della rivolta di Rosarno quando il 7 gennaio 2010 i braccianti immigrati reagirono contro lo sfruttamento e la violenza della 'ndrangheta, dei caporali e degli imprenditori fuori legge. Allora eravamo qui e ci accompagnava proprio Bartolo Mercuri, "Papà Africa", presidente dell'associazione "Il Cenacolo", che da vent'anni è al fianco dei poveri e degli abbandonati, immigrati e italiani, soprattutto i più nascosti.
In questi dieci anni è stato la nostra guida, assieme a don Roberto Meduri, altro "angelo" degli immigrati, parroco di S. Antonio al Bosco di Rosarno, contrada da dove partì la rivolta. E anche quest'anno Bartolo ci aiuta a trovare gli "invisibili" e a riflettere su cosa stia accadendo.
"Dopo 10 anni non è cambiato niente. Solo che non c'è più la baraccopoli. Ma i ragazzi vivono sempre allo stesso modo". La terribile e disumana baraccopoli di San Ferdinando, dove vivevano più di duemila persone, è stata smantellata il 6 marzo 2019, ma nulla è stato fatto per dare un'accoglienza degna ai lavoratori immigrati che comunque anche quest'anno sono arrivati per la raccolta degli agrumi.
Necessari ma sempre sfruttati e, questo anno, sempre più nascosti. Solo all'alba compaiono riempiendo ogni incrocio in attesa di essere presi dai caporali. "Vanno a prostituirsi", ci dice come dieci anni fa Bartolo. Parole forti, ma rendono la scena. Sono davvero tanti. All'incrocio dopo il ponte sul fiume Mesima sono addirittura un centinaio.
Ma noi andiamo oltre, infilandoci in stradine sterrate nelle campagne al confine tra le province di Reggio Calabria e Vibo Valentia. "I ragazzi sono terrorizzati, si nascondono, hanno paura di essere cacciati" ci spiega Bartolo. È l'effetto del decreto sicurezza che eliminando il permesso di soggiorno per motivi umanitari ha trasformato queste persone in irregolari, ancor più fragili sul mercato del lavoro, ancor più vittime dello sfruttamento.
Ecco una prima casetta, senza acqua e luce. Non ci sono neanche infissi, solo cartoni e coperte. Ci stanno in venti. Ci accoglie uno di loro che scarica volentieri i viveri. La scena si ripete in altri casolari, poco più che tuguri. Alcuni isolati, altri a formare piccoli borghi dell'emarginazione. In uno vivono in duecento. Su una casetta qualcuno ha scritto "Africa" con vernice arancione.
Altro casolare, altra sosta. Samba ci racconta di aver lavorato anche a Saluzzo, raccogliendo uva e ciliegie. "Ma è meglio qua. Anche se quest'anno c'è poco lavoro". Rientriamo a Rosarno. Ci fermiamo in uno dei luoghi di dieci anni fa, "la Rognetta", una ex fabbrica dove vivevano in più di 400. È stata abbattuta e nell'area è stato realizzato un parco pubblico. Uno dei pochi cambiamenti di questi anni.
Lasciamo Rosarno e raggiungiamo Rizziconi. Bartolo non fa distinzioni. Ci fermiamo da due famiglie povere di italiani, con sei bambini. Una delle mamme è incinta e chiede se abbiamo del latte. C'è e anche il resto. "I padri non lavorano, come gli immigrati. I poveri sono poveri e basta, non è il colore che conta" commenta Bartolo, questa volta "papà Italia".
In un casolare in contrada Marotta vivevano in venti. Poi qualcuno ha bruciato la baracca dove pregavano e sono andati via. Ora quattro sono tornati. Uma del Burkina Faso è in Italia dal 2009, ricorda la rivolta ma non ne vuole parlare.
Come un altro immigrato che sta in Italia da 13 anni ("Ho fatto l'operaio a Napoli. Sono un bravo saldatore ma qui non c'è lavoro") e vive in un casolare di Collina di Rizziconi, dove nel 2010 c'era una vera favela, piccole baracche di sacchi di plastica, legno e scotch, e trecento persone. Ora ci sono solo gli ulivi, non curati. Eppure è confiscato alla 'ndrangheta dal 2005. Poi abbandonato. Usato solo dagli immigrati.
Poi neanche più da loro. Anche perché sono stati minacciati. Invece in un altro terreno confiscato, in contrada Russo Spina di Taurianova, vivono più di 250 immigrati, in casolari diroccati, baracche, roulotte e perfino nelle porcilaie.
Anche qui scarichiamo viveri e vestiti portati da Bartolo, che ascolta attentamente problemi sanitari e di documenti, dando preziosi consigli. Finiamo il giro e raggiungiamo la nuova tendopoli di San Ferdinando, realizzata nel 2017.
Attualmente ospita circa 450 persone, il massimo previsto, "ma ogni notte 35-40 persone scavalcano la recinzione ed entrano - ci dice il sindaco Andrea Tripodi - per dormire nella tenda moschea. E questo perché dopo lo smantellamento della baraccopoli non è stato realizzato nulla. Ci sono state omissioni e insipienza e soprattutto è mancata una politica organica rispetto a questo fenomeno". E di fronte alla tendopoli ci sono ancora i cumuli dei resti delle baracche, tonnellate di rifiuti pericolosi lì da dieci mesi. "I fondi promessi dall'allora ministro Salvini non sono mai arrivati" torna a denunciare il sindaco. Solo promesse non realizzate in questo decennale.
di Luca Parente
neg.zone, 7 gennaio 2020
I detenuti si trasformano in drag queen contro le discriminazioni nello spettacolo GiraVolta, tenutosi il 5 e 6 gennaio presso il teatro Kopò di Brindisi. Il progetto, realizzato in parte con il contributo della Direzione Generale dello Spettacolo del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Brindisi, ha messo in gioco tre detenuti che, nei panni di drag queen, raccontano gioie, amori e dolori della vita quotidiana.
Tra canzoni pop e sketch irriverenti, le drag queen in erba hanno affrontato le proprie storie in uno spettacolo cucito su misura per loro. La performance ha visto nel suo concepimento diverse realtà della città brindisina, oltre all'AlphaZTL, Compagnia di Arte Dinamica del coreografo Vito Alfarano, regista assieme a Sara Bevilaqua e ideatore del progetto Brindisi Performing Arts (con la collaborazione del Salento Pride), Marcello Biscosi per i testi e la selezione musicale e la drammaturgia e una tutor d'eccezione per l'evento, la drag queen salentina Tekemaya, nota soprattutto per la sua partecipazione al talent show The Voice of Italy.
"GiraVolta è un progetto che vuole abbattere i pregiudizi che ci sono nella nostra società - ha dichiarato a NEG Zone Alfarano, regista e ideatore del progetto - Abbiamo voluto portare l'umanità in scena, tanto che qualsiasi persona presente nel pubblico può ritrovarsi nelle storie raccontate dagli attori presenti sul palco".
Vedendo lo spettacolo ci si accorge ben presto che c'è una similitudine tra le drag queen e i detenuti: in entrambe le situazioni si è vittima di pregiudizi da parte della società che non riesce a vedere la persona dietro al personaggio. Molto spesso, infatti, i detenuti non riescono a reintrodursi in società perché visti come potenzialmente pericolosi, nonostante la funzione educativa della detenzione.
"Attraverso GiraVolta, i detenuti si sono avvicinati al mondo Lgbt e, nonostante all'inizio l'imbarazzo e la timidezza abbiano portato alla perdita di alcuni componenti durante il percorso di formazione, tutti hanno dichiarato che il progetto ha aperto loro gli occhi sulla tematica della discriminazione, anche se non hanno partecipato alla performance finale" ci ha spiegato Gianmarco Caniglia, Presidente di Arcigay Salento. Uno spettacolo frizzante e coinvolgente, che diventerà presto anche un factual TV in un coinvolgente format a puntate.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 7 gennaio 2020
Dopo l'inizio di un 2020 così difficile, domenica scorsa il rumore della notte, sopra Foggia, non è stato quello delle bombe che spaccano auto e saracinesche. Ma di elicotteri di polizia, carabinieri e Guardia di finanza che mettevano sotto sopra i luoghi dei clan.
"Lo Stato ha risposto" ha detto ieri il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese. Il rumore del pomeriggio, il prossimo venerdì, dovrà essere invece quello della speranza, con le voci di ragazzi e ragazze. "Diremo no alla mafia. E sì al nostro futuro. Perché lo Stato sta facendo la sua parte. Ma ora tocca a noi", dice don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera.
È stato lui a chiamare a raccolta per i110 gennaio, alle 16, nel le strade di Foggia, la cittadinanza, le associazioni, le forze sindacali, gli studenti, gli amministratori, il mondo della chiesa. "Tutti insieme, nessuno si senta escluso. Hanno bisogno di noi".
Noi chi, don Luigi?
"Noi che in questi anni siamo stati troppo disattenti rispetto a quello che accadeva in questa terra. Libera da tempo è in quelle terre, combatte, lotta, ma c'è bisogno di tutti. Quello di Foggia, del Gargano, è un territorio complesso, negato, inesplorato. E soprattutto sottovalutato, nonostante il grido di aiuto di alcuni magistrati, delle forze di polizia che da sempre combattono i clan. Per troppo tempo li abbiamo lasciati soli".
Poi cosa è successo?
"Nell'agosto del 2017 c'è stata la strage di San Marco in Lamis, il quadruplice omicidio in cui hanno perso la vita anche due innocenti, due contadini che erano nella loro auto soltanto per andare a lavorare. In quel momento molti hanno preso coscienza della particolarità di questa mafia, che ha caratteristiche tremende di violenza e sfregio. Nessuno ha potuto più dire che non sapeva. Ma si è arrivati in ritardo, molto in ritardo".
In questo inizio 2020 la mafia a Foggia ha fatto saltare in aria macchine, bar, negozi. Un uomo è stato ucciso...
"Ecco perché è necessaria una risposta dell'intera comunità. Lo Stato, come dimostra l'intervento dell'altra notte, sta facendo la sua parte. Ma c'è bisogno di un abbraccio collettivo. Dobbiamo smettere di pensare che non sia una questione che ci riguarda: noi siamo cittadini di quella terra. La comunità deve chiamarsi Italia. Noi tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Ecco perché abbiamo voluto convocare questa manifestazione".
C'è chi dice: non servono le manifestazioni. Ma i fatti...
"E sbaglia. Perché le manifestazioni sono fatti. È arrivato il tempo di prenderci le nostre responsabilità, metterci la faccia e dire da che parte stiamo. Saremo a Foggia per abbracciare i familiari delle vittime di mafia, per non lasciare soli chi ha avuto il coraggio di denunciare. E ci saremo, con tutte le altre associazioni, con chiunque voglia essere accanto a noi per testimoniare la nostra vicinanza alla magistratura e alle forze di polizia".
Lei dice: a Foggia, dove regna la mafia meno conosciuta e forse per questo più pericolosa d'Italia, lo Stato c'è. Sta rispondendo. Ma la politica?
"Deve battere un colpo. Perché, come sempre, è fondamentale accanto al contrasto criminale quello sociale e culturale. La lotta alle mafie è anche la lotta per una giustizia sociale. Serve mettere in agenda parole come lavoro, casa, servizi. Ma anche la politica ha bisogno di noi cittadini. Per questo occorre non essere complici attivi delle mafie".
Che significa?
"Le categorie che più mi preoccupano oggi sono due: i neutrali e i mormoranti. I primi non prendono posizione. I secondi stanno zitti e poi giudicano criticano, non fanno. Ecco, questi sono due comportamenti mafiosi: il male non è soltanto di chi lo commette ma anche di chi sta a guardare, di chi delega, di chi è indifferente".
Lei parla spesso di speranza: una provincia che ha un omicidio a settimana, una rapina al giorno, un'estorsione ogni 48 ore, può averne?
"Libera è andata a Foggia già due anni fa, organizzando la manifestazione in ricordo delle vittime di tutte le mafie. Conosco quella gente, i suoi ragazzi; c'è grande speranza. Ma bisogna trattarla con cura. Perché i giovani ci chiedono non soltanto conto delle cose che accadono ma ci chiedono anche di poter contare. Il nostro compito deve essere quello non soltanto di ascoltarli ma anche di dare loro spazio. Stanno crescendo tante piante belle: la chiesa ha preso posizioni importanti, l'esempio di Libera è seguito da molte associazioni. La speranza è lì. Ora è il momento di vederla per strada". Il 10 gennaio. A Foggia.
cuneodice.it, 7 gennaio 2020
Scadrà venerdì 31 gennaio prossimo il periodo di raccolta delle disponibilità a svolgere le funzioni di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale a nomina del Comune di Fossano. Il Garante sarà poi eletto dal Consiglio Comunale e resterà in carica fino al termine del mandato del nominante; operando eventualmente in regime di prorogatio secondo quanto dispongono le norme vigenti in materia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
La soddisfazione di Don Vincenzo Russo per le dichiarazioni del Ministro della Giustizia. "Leggere le dichiarazioni rese al Corriere Fiorentino dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per il quale "L'obiettivo principale resta la realizzazione degli Icam su tutto il territorio nazionale, quindi anche a Firenze", ha riacceso in me la speranza che lo scempio dei bimbi in carcere possa finalmente finire come legge prevede: ovvero senza separarli dalle madri, anzi, al contrario, offrendo loro supporto in un percorso di rieducazione di cui la genitorialità non può e non deve essere esclusa", così dichiara il cappellano del carcere di Sollicciano, don Vincenzo Russo, che assieme all'associazione Progetto Firenze presieduto da Marcello Lensi ed esponente del Partito Radicale, si è impregnato per la realizzazione di un Icam.
"Sin dalle sue origini - continua il cappellano - l'Opera della Madonnina del Grappa è stata a fianco di madri e famiglie in difficoltà e per questo, già dieci anni fa, abbiamo fornito in comodato d'uso gratuito la palazzina di via Fanfani per farne una struttura di accoglienza per le madri detenute come previsto dalla legge 62/ 2011.
Ringrazio quindi il ministro Bonafede, per essere intervenuto a sbloccare una vicenda che si trascina da troppo tempo facendo vittime innocenti".
Il ministro della Giustizia quindi conferma che si adopererà per ampliare gli Icam, gli istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri in sede esterna agli istituti penitenziari, con lo scopo di evitare a questi bambini un'infanzia dietro le sbarre. Da ricordare che sono strutturati in modo tale da non ricordare il carcere, ma l'ambiente familiare: il personale di sorveglianza lavora senza divisa, vi è la presenza costante di alcuni educatori specializzati che assicurano un'opportunità di formazione alle madri e un sostegno nel rapporto affettivo con i figli. La strutturazione degli spazi risponde a precisi criteri pedagogici in modo tale che i bambini possano formulare una propria idea di casa, proprio per evitare che soffrano l'esperienza della carcerazione forzata.
Le principali finalità che hanno condotto alla realizzazione dell'Icam riguardano la volontà di supportare le madri nel seguire percorsi di crescita e di reinserimento nel tessuto sociale, valorizzando il rapporto madre- bambino in modo da costruire una relazione quanto più sana possibile e restituendo autorevolezza alla figura materna.
I bambini possono trascorrere del tempo fuori dall'istituto in compagnia di familiari o di volontari. Il personale di Polizia penitenziaria è composto da agenti di sesso femminile, mentre gli educatori presenti sono di entrambi i sessi, così da permettere ai minori di relazionarsi anche con figure maschili in maniera costante.
In realtà, la legge numero 61 del 2011 per le detenute con figli prevede anche l'istituzione delle case famiglia protette, un'alternativa ritenuta valida da diverse associazioni, tipo "A Roma Insieme", e non per ultimo dal garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. Ad oggi, grazie a diversi sforzi dell'amministrazione locale e gli enti disposti a metterci i soldi, esistono solo due case famiglia: una a Roma e l'altra a Milano.
Se da una parte il ministro Bonafede dice di ampliare le Icam, dall'altra c'è chi preme per destinare i soldi alle case protette. C'è ad esempio il Gruppo Crc (il gruppo di lavoro per l'infanzia) che aveva presentato il terzo rapporto supplementare - relativo all'anno 2016/ 2017 - alle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza in Italia, alla cui redazione hanno contribuito 144 operatori delle 96 associazioni del network: nella sezione dedicata ai figli di genitori detenuti, il Gruppo ha raccomandato al ministero della Giustizia di destinare parte delle risorse previste per gli Icam agli enti locali a cui è in carico la titolarità delle Case Famiglia Protette. Attualmente lo Stato finanzia solamente gli Icam perché sono sotto l'amministrazione del Dap, mentre le case famiglia sono una misura alternativa al carcere, destinata maggiormente alle donne che non hanno un luogo dove poter scontare una pena agli arresti domiciliari. Ed è proprio questa caratteristica che "giustifica" la mancanza di fondi statali. Le case famiglia protette possono essere realizzate soltanto con l'aiuto degli enti locali.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 7 gennaio 2020
Monopolio della Bomba e dell'informazione. L'arsenale segreto di Israele, sistematicamente rimosso dai titoli e dalle analisi, non è sottoposto ad alcun controllo poiché Tel Aviv non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece da Teheran. Ma la risposta militare dell'Iran non è paragonabile a quella dell'Iraq.
"L'Iran non rispetta gli accordi sul nucleare" (Il Tempo), "L'Iran si ritira dagli accordi nucleari: un passo verso la bomba atomica" (Corriere della Sera), "L'Iran prepara le bombe atomiche: addio all'accordo sul nucleare" (Libero): così viene presentata da quasi tutti i media la decisione dell'Iran, dopo l'assassinio del generale Soleimani ordinato da Trump, di non accettare più i limiti per l'arricchimento dell'uranio previsti dall'accordo stipulato nel 2015 con il Gruppo 5+1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Usa, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania.
Non vi è quindi dubbio, secondo questi organi di "informazione", su quale sia la minaccia nucleare in Medio Oriente. Dimenticano che è stato il presidente Trump, nel 2018, a far ritirare gli Usa dall'accordo che Israele definiva "la resa dell'Occidente all'asse del male guidato dall'Iran". Tacciono sul fatto che vi è in Medio Oriente un'unica potenza nucleare, Israele, la quale non è sottoposta ad alcun controllo poiché non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall'Iran.
L'arsenale israeliano, avvolto da una fitta cappa di segreto e omertà, viene stimato in 80-400 testate nucleari, più abbastanza plutonio da costruirne altre centinaia. Israele produce sicuramente anche trizio, gas radioattivo con cui fabbrica armi nucleari di nuova generazione. Tra queste mini-nukes e bombe neutroniche che, provocando minore contaminazione radioattiva, sarebbero le più adatte contro obiettivi non tanto distanti da Israele. Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici che, con il Jericho 3, raggiungono 8-9 mila km di gittata. La Germania ha fornito a Israele (sotto forma di dono o a prezzi scontati) quattro sottomarini Dolphin modificati per il lancio di missili nucleari Popeye Turbo, con raggio di circa 1.500 km. Silenziosi e capaci di restare in immersione per una settimana, incrociano nel Mediterraneo Orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, pronti 24 ore su 24 all'attacco nucleare.
Gli Stati Uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 350 cacciabombardieri F-16 e F-15, gli stanno fornendo almeno 75 caccia F-35, anch'essi a duplice capacità nucleare e convenzionale. Una prima squadra di F-35 israeliani è divenuta operativa nel dicembre 2017. Le Israel Aerospace Industries producono componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar. Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari.
Israele - che tiene puntate contro l'Iran 200 armi nucleari, come ha specificato l'ex segretario di stato Usa Colin Powell nel 2015 - è deciso a mantenere il monopolio della Bomba in Medio Oriente, impedendo all'Iran di sviluppare un programma nucleare civile che potrebbe permettergli un giorno di fabbricare armi nucleari, capacità posseduta oggi nel mondo da decine di paesi. Nel ciclo di sfruttamento dell'uranio non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile. Per bloccare il programma nucleare iraniano Israele è deciso a usare ogni mezzo. L'assassinio di quattro scienziati nucleari iraniani, tra il 2010 e il 2012, è con tutta probabilità opera del Mossad.
Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del "Programma di cooperazione individuale" con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale Nato a Bruxelles. Secondo il piano testato nella esercitazione Usa-Israele Juniper Cobra 2018, forze Usa e Nato arriverebbero dall'Europa (soprattutto dalle basi in Italia) per sostenere Israele in una guerra contro l'Iran.
Essa potrebbe iniziare con un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, tipo quello effettuato nel 1981 contro l'impianto iracheno di Osiraq. Il Jerusalem Post (3 gennaio) conferma che Israele possiede bombe non-nucleari anti-bunker, usabili soprattutto con gli F-35, in grado di colpire l'impianto nucleare sotterraneo iraniano di Fordow.
L'Iran però, pur essendo privo di armi nucleari, ha una capacità militare di risposta che non possedevano la Jugoslavia, l'Iraq o la Libia al momento dell'attacco Usa/Nato. In tal caso Israele potrebbe far uso di un'arma nucleare mettendo in moto una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.
di Giulio Cavalli
Left, 7 gennaio 2020
Immaginate di essere in ufficio, stamattina, a discutere di quel folle di Trump, delle nefandezze di Soleimani, della guerra che si sta accendendo, dell'ennesima prova di esportazione della democrazia che altro non è che un turpe calcolo utilitaristico sulla prossima campagna elettorale e sui proventi dei signori della guerra e immaginatevi mentre ribadite che l'Italia ripudia la guerra e che il fine della politica internazionale sia la pace. Provate a pronunciare la parola pace, in queste ore, e notate come venite guardati di sbieco.
Immaginate di raccontare a qualcuno che c'era in giro un tizio sconveniente, probabilmente un assassino, che non riuscivate proprio a sopportare, che non avevate voglia di affidare ai normali meccanismi della giustizia e della diplomazia e che sotto le feste l'avete fatto saltare in aria. Pensate di dichiararlo al mondo e di riceverne applausi.
La grandezza (feroce e vergognosa) della guerra è che l'attacco militare è solo un piccolo scorcio della grande operazione che viene messa in atto: fare la guerra significa violentare il dibattito internazionale facendo perdere di vista i valori generali e costringendo tutti ad occuparsi solo di aspetti particolari. Si discute se sia stato il momento giusto per fare saltare in aria un uomo trasformando una nazione in una polveriera e sono rarissimi quelli che si rifiutano di intrufolarsi nella discussione inquinata chiarendo che no, non è mai il metodo giusto.
Ci si fa confondere con un attacco travestito da legittima difesa e si ascolta il presidente Usa dichiarare che non sopporterà attacchi nemici anche se, a ben vedere, nell'ottica distorta della guerra sarebbero una difesa.
Diceva Lutero: "La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace". Ogni volta che la leggo mi sembra illuminante. Questi non hanno nemmeno il coraggio di pronunciare la parola "pace". Stanno così: a grufolare tra le ghiande che ci hanno messo a disposizione per illuderci di decidere.
E mi viene una malinconia per il pacifismo, per quello che è stato e per i grandi interpreti che ha avuto. Chissà quando ci accorgeremo dei danni culturali che il cattivismo ha provocato.
di Mario Iannucci
personaedanno.it, 7 gennaio 2020
Il generale iraniano Suleimani è stato ucciso su ordine del presidente degli Usa Donald Trump. È stato ucciso in Iraq, ma poco sarebbe cambiato se fosse stato ucciso a Teheran. Trump, di fronte alle comprensibili minacce di ritorsione dell'Iran, ha risposto dicendo che 52 siti iraniani, alcuni dei quali molto importanti per la cultura iraniana, erano stati identificati e sarebbero stati colpiti dall'America in maniera "very fast and very hard".
Si può senz'altro pensare che Trump abbia molti motivi per riproporre al mondo, in questa circostanza, il suo volto duro, sprezzante e minaccioso. Ci sono ragioni "esterne" agli Usa: l'Iran, nonostante la lunga stagione di avverse sanzioni, sta sollevando la testa, anche e soprattutto dal punto di vista economico (il turismo ad esempio rifiorisce, in quello splendido Paese); persino l'Iraq, invasa dagli Usa del tutto pretestuosamente, sta chiedendo di decidere in maniera autonoma del suo destino, legittimamente appoggiata, in questa sua richiesta, dall'Iran che sembra essere ora assai più "vicino"; Iran e Iraq sono senza dubbio Paesi cruciali nello scacchiere mondiale delle risorse energetiche; l'Iran è stato ed è un baluardo nella lotta all'Isis, alla cui nascita ed espansione gli Usa (e non solo gli Usa) hanno palesemente contribuito. Ma soprattutto sul fronte interno Trump, che si ricandida per il secondo mandato presidenziale sotto la spada di Damocle dell'impeachment, ha bisogno di mostrare il volto duro del suprematismo americano, quel volto arcigno dello zio Sam che richiama alla guerra nel quale si riconosce l'americano medio, come Trump sa benissimo.
Non so quanto abbiano pesato le suddette ragioni nel condizionare l'operato omicida di Trump e le sue pericolose minacce. Non sono un esperto nel settore. Potrei invece, da psichiatra, associarmi al monito allarmato sulle condizioni mentali del presidente Trump, il quale, per la sua impulsività e per le caratteristiche personologiche, mi ha sempre inquietato (così come mi ha sempre inquietato la figura di altri famosi dittatori 'suprematisti' del secolo passato, che fossero di un 'colorè oppure di un altro). Ma non voglio parlare di questo.
Voglio piuttosto parlare della specifica minaccia profferita da Trump nel suo caratteristico modo impulsivo: colpire la cultura iraniana (e anche quella irachena). Il carattere impulsivo (che almeno io attribuisco al suo Twitter) ci rivela la profondità dell'odio di Trump nei confronti di 'quella' cultura. La cultura che Trump (Drumpf nella originaria versione tedesca del cognome della sua famiglia, cognome poi anglicizzato in Trump, vale a dire 'la matta' o 'il joker') intende colpire è di sicuro una delle culture più antiche e più luminose di tutta la storia dei popoli di questa piccola terra.
È anche la cultura che maggiormente ha influito su tutto lo sviluppo del pensiero occidentale. Perché non c'è dubbio che l'Europa non sarebbe quello che è senza il Sumer, l'Akkadia, l'Assiria, Babilonia e l'Elam di Susa, Ecbatana, Persepoli e la mitica Aratta. Senza quei popoli illuminati (che ancora oggi illuminano con i loro resti tutta la civiltà occidentale: basta visitare qualche museo, compreso il Met che dista poche centinaia di metri dalla Trump Tower a NYC) gli Etruschi (e quindi i Romani) non ci sarebbero stati; e nemmeno i Greci (anche quelli che sconfissero gli Achemenidi di Dario) ci sarebbero stati così come noi li conosciamo. Senza quei popoli non ci sarebbe stata l'Europa.
Ma cos'è l'Europa? L'Europa cui tutti ci riferiamo, quando ne parliamo come di un modello, è quella che ha importato, nella sua mentalità e nella sua cultura, tutto l'antichissimo patrimonio di sapere e di organizzazione sociale che ci viene dai popoli della Mesopotamia e dell'Elam.
È l'Europa che ha integrato nelle sue leggi le norme del codice di Hammurabi e del cilindro di Ciro. È l'Europa che ha cercato di resistere, attraverso la cultura, alla barbarie di un 'suprematismo' acritico di talune genti, un 'suprematismo' che alberga peraltro nel cuore di ognuno di noi e si palesa soprattutto negli atteggiamenti impulsivi (anche in quelli dei maestri per definizione votati alla santità, che quel 'suprematismo' impulsivo quotidianamente condannano). Non sto qui parlando della piccola Europa politico/economica dell'attualità. Sto parlando di quel modello ideale di Europa che si è affermato nei secoli e che ha condizionato lo sviluppo di culture e di 'linguè locali che a quel modello si sono ispirate.
All'inizio del secolo dei 'lumi' Montesquieu così scriveva, a proposito della Persia:
"Bisogna che io lo confessi, io provai un dolore segreto
"Quando perdetti di vista la Persia, e mi trovai
"In mezzo ai perfidi Ostmalini.
"A misura che mi inoltravo nel paese di questi barbari,
"mi sembrava che io stesso diventassi barbaro".
Due secoli più tardi anche l'Europa, poiché taluni avevano smarrito il profondo significato della loro lontana origine culturale, ha corso il serio rischio di riconsegnarsi a una barbarie che riduceva in cenere la cultura.
Non è mai facile riconoscere i propri debiti, specie quelli culturali. Non fu facile per i Romani, che tentarono di fare tabula rasa delle loro profonde radici etrusche. Non è stato facile per gli Americani (sia del Nord che del Sud), che hanno dovuto tagliare, in modo radicale e traumatico, le loro origini locali e quelle dei paesi europei da cui molti, moltissimi, provenivano. Specie nel Nord America il peso di questa potente radice che affonda nell'Europa è avvertito con enorme fastidio. Quale mezzo migliore, allora, che colpire, in modo "very fast and furious", con quell'impulsività che connota sempre l'azione di un inconscio revanscismo atavico, la radice culturale di quell'origine europea che si vuole denegare? I peggiori pericoli e le disgrazie maggiori, per l'uomo e per l'umanità, provengono sempre da cedimenti a istanze vendicative che hanno il sapore della morte. Ecco perché, con tutta la comprensione per Joker e la sua origine 'matta', non vorremmo che la sua distruttività prevalesse.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 7 gennaio 2020
Dopo l'uccisione di Qassem Soleimani, un unico grido si è levato: attenti alla guerra per contagio, attenti a non provocare un incendio globale. Più che giusto, ma forse è tardi.
Dopo l'uccisione di Qassem Soleimani, mentre gli Usa e l'Iran erano impegnati nell'escalation delle loro reciproche minacce, un unico grido si è levato dal resto del mondo: attenti alla guerra per contagio, attenti a non provocare un incendio globale. Più che giusto, ma forse è tardi. Perché i contagi ci sono già. Il primo, il più grave, è stato sancito domenica sera dall'Iran con l'annuncio che Teheran non accetterà più limitazioni ai suoi programmi nucleari. L'arricchimento dell'uranio, il numero e il modello delle centrifughe, la quantità di uranio arricchito e conservato, la ricerca, tutto obbedirà soltanto alle "necessità tecniche" dell'Iran (che nega di volersi dotare di armamenti atomici, senza però convincere la comunità internazionale).
Va chiarito che un ulteriore passo iraniano per rispondere all'uscita di Trump nel 2018 dagli accordi di Vienna firmati da Obama nel 2015, era previsto per la prima settimana di gennaio sin dallo scorso novembre. Ma la radicale scelta di Teheran, che di fatto finisce di smantellare le intese anti-nucleari di Vienna già agonizzanti dopo il ripudio di Trump e l'incapacità europea a porvi rimedio, non può non essere stata influenzata dalla uccisione di Soleimani e dal clima di furore nazionalista che ha accompagnato le sue esequie.
Orbene, cosa comporta la "mano libera" iraniana? Che l'uranio, già arricchito fino a ieri al 4,5 per cento, potrà esserlo d'ora in poi per esempio al 20 per cento, una richiesta già da tempo avanzata dai "falchi" di Teheran. Oppure ancora di più. E così, benché per produrre un ordigno atomico serva un arricchimento al 90 per cento, il tempo necessario per dotare l'Iran della Bomba potrebbe passare da un anno a due o tre mesi. Gli accordi di Vienna, imperfetti e incompleti ma i migliori nel campo del possibile, avevano strappato l'assicurazione anti-nucleare per un anno. Assicurazione che da oggi non esiste più.
La conseguenza immediata non deriva soltanto dalla contrarietà quasi unanime (Europa compresa, va detto) al possesso di armi atomiche da parte dell'Iran, e dai rischi di proliferazione atomica regionale a cominciare dall'Arabia Saudita, dalla Turchia e forse dall'Egitto. C'è di peggio e di più, perché un programma nucleare iraniano fuori controllo va a incidere sulla sicurezza di Israele, che con un solo colpo atomico nella parte geograficamente più stretta del Paese potrebbe essere messo fuori causa pur disponendo egli stesso (mai negato, mai ammesso) di armamenti nucleari.
Netanyahu, a nostro avviso, sbagliò ad opporsi al negoziato di Vienna e ha sbagliato ad incoraggiare l'uscita di Trump. Meglio sarebbe stato per lui far valere le sue ragioni dall'interno di una intesa, riuscendo così a condizionarla. Ma il governo della democrazia israeliana non coincide necessariamente con lo Stato di Israele, verso la cui sicurezza abbiamo un debito inestinguibile. E chi impedirà, allora, che le ricadute dell'uccisione di Soleimani si sommino e si confondano con una ipotesi di attacco ad alta tecnologia, forse solo americano, forse israelo-americano, contro le installazioni nucleari iraniane e altre strutture militari per "guadagnare tempo" sul temuto calendario atomico di Teheran?
Una simile guerra, che avrebbe essa sì ripercussioni mondiali, veniva ipotizzata già molto prima dell'attuale braccio di ferro tra Usa e Iran, ma il patto di Vienna aveva allontanato lo spauracchio. Ora i due filoni, quello della Bomba inaccettabile e quello del "martire" Soleimani, potrebbero fondersi in tempi brevi. Basterà a impedirlo una eventuale ritrosia di Trump, che non dovrebbe voler giungere alle elezioni di novembre in un crescendo di scontri militari dopo aver promesso la loro fine in campagna elettorale? Lo capiremo molto presto.
E poi, in materia di contagi non ci sono soltanto il nucleare iraniano e i rischi per la sicurezza di Israele. È scoppiata una guerra strisciante per il controllo dell'Iraq. Il voto del parlamento di Bagdad per l'allontanamento delle forze straniere ha una rilevanza molto relativa, ma le minacce sanzionatorie di Trump potrebbero avere l'effetto indesiderato di gettare olio sul fuoco dei "sovranisti" iracheni, e allora gli equilibri interni cambierebbero.
E l'Iran potrebbe ricevere un grandissimo regalo (già messo in cantiere da George W. Bush con l'invasione anti-sunnita del 2003) sotto forma di presenza ancor più forte nel grande e strategico vicino. A dispetto delle folle di dimostranti (incoraggiate da qualcuno?) che nelle scorse settimane protestavano anche contro l'invadenza iraniana.
Ancora. Tre morti e due feriti americani in Kenia vicino al confine con la Somalia. Siamo sicuri che le frange estremiste di Teheran non parlano con al-Shabab, cioè con al-Qaeda? In Libia, poi, la situazione peggiora ogni giorno. E la Russia, che ha disapprovato l'uccisione di Soleimani ed è partner dell'Iran in Siria, sta cercando di silurare la conferenza di Berlino prevista per fine mese (per fermare Di Maio a Tripoli non è servito il Cremlino). Angela Merkel andrà a Mosca nei prossimi giorni per salvare il salvabile, per provare a evitare un contagio che è cruciale soprattutto per l'Italia.
Attenzione, i contagi potrebbero diventare epidemia. E nel frattempo tutti gli occhi restano fissi su Teheran, su quale risposta, in aggiunta alla "libertà nucleare", che l'Iran vorrà dare alla morte di Soleimani. Sarà una risposta da guerra totale, oppure una serie di gesti ostili, necessari sul fronte interno ma non irrimediabili nel braccio di ferro con il Grande Satana? Trump aspetta, e intanto prova a disegnare una strategia.
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