di Alberto Custodero
La Repubblica, 16 febbraio 2020
Sulla prescrizione si sta giocando uno scontro politico che ha generato, come ha detto il coordinatore di Italia viva Ettore Rosato, una "crisetta" di governo. La crisi non la vuole nessuno, ma i partiti che reggono il Conte bis sono al momento spaccati: da una parte Pd-M5S-Leu, dall'altra Italia viva. Fra questi due schieramenti è in corso da tempo un braccio di ferro con un reciprroco scambio di accuse su questo delicato tema della giustizia far cadere il governo.
di Paolo Franchi
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
L'idea puramente vendicativa della pena era diffusa anche in passato. Ma allora era contrastata da uomini, tradizioni e culture radicate nel Paese. "Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall'articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, che hanno dato la vita per la Costituzione e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò".
di Alessandro Giuli
Libero, 16 febbraio 2020
La deputata simbolo della lotta alla violenza sulle donne: "Da quando mi occupo di prescrizione c'è perfino chi esalta il mio sfregiatore".
Lucia Annibali non si spaventa: è una garantista tenace, una donna che conosce il peso della sofferenza privata ma al clamore e agli insulti pubblici reagisce con la forza dell'intelligenza. Non c'è alcun cedimento emotivo nel nostro colloquio sul Lodo che porta il suo nome e che per poco non ha fatto saltare per aria la maggioranza giallorossa: due emendamenti presentati da Italia Viva e votati dal centrodestra, ma bocciati per un pelo, che avrebbero sospeso per un anno la riforma della prescrizione targata Bonafede.
di Federica Venni
La Repubblica, 16 febbraio 2020
A 69 anni e dopo ventuno dietro le sbarre Gianni Marelli anima un'associazione alla Barona che aiuta ex detenuti e migranti. Gianni si è fatto ventuno anni di carcere. E mentre lo racconta davanti ad una classe di ragazzi e ragazze del liceo classico Tito Livio si commuove. "Essere qui con voi è la dimostrazione che non mi sono mai arreso", sorride.
Via Teramo, Barona: in uno spazio al piano terra di un caseggiato popolare di proprietà del Comune messo a bando la scorsa primavera, Giovanni Marelli a 69 anni sta costruendo la sua seconda vita, quella arrivata "dopo l'errore". La prima, nata nella Milano da bere di cui Gianni era uno dei protagonisti per aver lanciato locali alla moda come la Champagneria di via Clerici, finisce con un arresto per concussione nel 1990: pagava alcuni poliziotti amici per ottenere i permessi di soggiorno dei ragazzi cingalesi che lavoravano come camerieri nei suoi locali. "Il mio fu di fatto il primo arresto di "Mani pulite", ricorda.
Da lì, inizia il suo "inferno", un'escalation nera fatta di cocaina e reati contro il patrimonio. Nelle carceri di mezza Italia Gianni prova "a dare un senso al tempo". Inizia il suo "viaggio introspettivo" grazie al quale scrive decine di poesie che gli portano diversi riconoscimenti. Diventa anche pittore, "artista del disagio", ed espone, lavorando insieme con un artista giapponese e un canadese, al Manifesto della Quinta Dimensione.
Dopo vent'anni dietro le sbarre è libero, ma una volta fuori la montagna del riscatto si rivela difficilissima da scalare: le notti nei dormitori della città, la voglia di rimettersi in gioco spesso mortificata da una realtà che inchioda al proprio passato. Finché un paio d'anni fa decide di fondare "Ci sono anch'io", un'associazione di promozione sociale che aiuta ex detenuti, immigrati e persone disagiate a regalarsi un'altra possibilità.
In un anno, tra servizi di catering e piccoli lavori edili l'associazione cresce e si presenta al bando "Spazio Quartiere" con cui Palazzo Marino mette a disposizione a un canone ridotto alcuni locali ai piani terra delle proprie case popolari: Quarto Oggiaro, Chiesa Rossa, Barona. Ed è proprio qui, davanti al civico 10 e al parchetto di via Campari, in fondo a viale Faenza, che per Gianni e la sua associazione arriva la prima vittoria.
Due locali rimessi a nuovo, arredati con panche e un palcoscenico dove si suona musica dal vivo. Dentro queste mura ci sono mille progetti: "Stiamo facendo i salti mortali, ma ora ci mancano i soldi per finire la cucina che sarà il cuore delle attività. La prima cosa che vogliamo realizzare è il "Pollo Volante" per la consegna a domicilio di pollo e patate in tutta la zona 6".
Il girarrosto c'è, alcuni mobili pure, ma mancano un po' di attrezzi per aprire l'attività: "Per raccogliere fondi il 19 febbraio alle 20 organizziamo un'asta di beneficienza con i miei quadri". Gianni, abituato a quei "pochi metri quadri" del carcere che ha tanto descritto nelle poesie ora sogna in grande: "Vorrei un Pollo Volante per ogni municipio di Milano, così potrei dare lavoro a cento persone e vedere realizzato il mio sogno".
Tra le idee ci sono anche uno street food - l'"Hot Dog della Pace, fatto con il pollo così che possano mangiarlo tutti, sia i cristiani che i musulmani" - e un tendone- balera da montare nel parco come polo di aggregazione per il quartiere. Gli studenti del Tito Livio, arrivati qui per un progetto di alternanza scuola-lavoro, lo ascoltano curiosi. Uno di loro chiede: "Perché dipingi tutti questi triangoli, cosa rappresentano?". "Sono la vita", sorride Gianni.
loschermo.it, 16 febbraio 2020
Si è svolto mercoledì 12 febbraio un incontro fra la garante per i detenutI, avvocato Alessandra Severi, il sindaco Alessandro Tambellini, l'assessore al sociale Valeria Giglioli e Pilade Ciadetti presidente della commissione consiliare sociale. Il colloquio è stato l'occasione per presentare al primo cittadino un'iniziativa dedicata al reinserimento degli ex detenuti nel circuito lavorativo. Mercoledì 26 febbraio nel complesso di San Micheletto dalle 15.30 si terrà l'incontro "Carcere e Lavoro".
Fra i relatori saranno presenti i rappresentanti del Comune di Lucca, della Camera penale di Lucca, lo studio legale Tirrito, l'associazione Mestieri Toscana, il Garante dei detenuti di Firenze e l'Ufficio di esecuzione penale esterna della Casa circondariale di Lucca. L'obiettivo della giornata sarà quello di far incontrare le aziende del settore agricolo e alimentare con le persone in misura alternativa o giunte al termine del percorso rieducativo penitenziario. Il focus dell'appuntamento sarà particolarmente incentrato sugli sgravi fiscali per le aziende che intendono assumere queste persone.
di Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 16 febbraio 2020
L'Anac è priva da mesi della sua guida. Ma il governo non è ancora intervenuto. Invece la struttura andrebbe supportata e rafforzata. L'ultima riflessione del nostro ciclo è dedicata alla lotta alla corruzione e alla struttura che nel nostro paese è deputata al preventivo contrasto al fenomeno. Aperta nel 2012 la stagione della prevenzione come necessaria leva di supporto alla repressione affidata alla magistratura, la normativa in tema di anticorruzione ha consentito di varare una particolare autorità indipendente, cui è stato affidato il compito di introdurre, rafforzare, applicare i presidi di prevenzione.
Parliamo dell'Anac, presieduta da Raffaele Cantone fino a pochi mesi fa, quando, prematuramente sulla scadenza prevista, sono giunte le sue dimissioni dall'incarico per la presa d'atto di una sostanziale crescente sfiducia sull'operato da parte dell'allora governo giallo-verde.
Sono stati mesi difficili per l'Anac, attualmente guidata dal professor Francesco Merloni in veste di facente funzioni come consigliere anziano, e sono tempi magri per chi ha creduto nella prevenzione. È un dato di fatto che il governo giallo-verde non abbia creduto, e tanto meno investito, sull'autorità, forse perché la sua primogenitura era marcatamente renziana. Un certo malumore sembra continui a respirarsi nei corridoi dell'agenzia, soprattutto a causa di un emendamento che avrebbe lo scopo di dare sostanza al lavoro dell'Anac anche in questo periodo, ormai decisamente lungo, in cui è priva del suo capo. Ebbene, la cronaca parlamentare racconta che quell'emendamento sia stato dai Cinquestelle prima sventolato, poi, senza spiegazioni, affossato.
Sciatteria, disattenzione o altro? Inevitabile che tornino alla memoria le dichiarazioni formulate dal premier Giuseppe Conte, che ai tempi del suo esordio, nel giugno 2018, aveva rifilato all'Authority di Cantone un giudizio severo, parlando di "risultati deludenti". Poi il Presidente del Consiglio ha fatto un po' retromarcia, ma da allora, nei corridoi dell'Anac, la sensazione di non essere amati a Palazzo Chigi è rimasta. E la sensazione si rafforza adesso, nella fase delicata in cui l'Authority deve continuare a lavorare senza presidente.
Come accennato, in questo periodo l'Anac è diretta dal più anziano tra i consiglieri, Francesco Merloni: un galantuomo, come si diceva una volta, un tecnico, con un corposo curriculum di lavori sui rapporti tra pubblica amministrazione e corruzioni. Allo stato, il professor Merloni dirige l'Anac con pieni poteri, ma unicamente sulla base di un regolamento interno. Per dare solidità al suo operato servirebbe una norma di legge che equiparasse il vicario al presidente effettivo, in particolare per le funzioni che deve svolgere in solitaria: a partire dalla più delicata, il potere di commissariamento degli appalti considerati a rischio corruzione, esercitato, appunto, direttamente dal suo ex presidente oltre 40 volte dall'entrata in servizio di Anac. Inevitabile formulare pensieri tinti. I media hanno dato assai poco spazio a questa vicenda.
Circostanza altrettanto significativa: l'Anac non gode di grande sostegno, non gode di grande simpatia. La sensazione è che il Governo in primis non la ritenga un vanto come invece dovrebbe essere, certo con tutti i limiti di una giovane creatura poggiata su basi non proprio solidissime. Al contrario, quella struttura andrebbe rafforzata, supportata, posta al centro di un progetto di ancor più ampio respiro. Si può dire che la presidenza Cantone, la prima avuta da Anac, sia stata di natura sperimentale. Sarebbe saggio trarre le somme di questo esperimento. Anche qui, dimostrare di avere una visione. Anche qui, l'auspicio resta vivo così come la disponibilità a rimboccarsi le maniche per contribuire a tirare fuori dal fallimento il sistema giustizia di questo paese.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 16 febbraio 2020
L'Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane, ecco perché l'esecutivo finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l'ora di archiviare queste questioni. Perché non possiamo rinunciare a fare affari con il Faraone? Mai dimenticare come è iniziata la storia: con il golpe militare del 3 luglio 2013 del generale Al Sisi, centinaia di morti, migliaia di incarcerati, il governo dei Fratelli Musulmani fuorilegge, i capi arrestati, torturati e condannati con processi farsa. E poi i miliardi delle monarchie del Golfo al generale-presidente per eliminare la Fratellanza, non solo in Egitto ma anche in Libia con il sostegno del Cairo al generale Haftar. Al centro ci sono i rivolgimenti di alleanze del Medio Oriente.
E gli interessi delle grandi potenze e di quelle regionali nel campo del gas e delle armi. Ecco perché per inchiodare alle loro responsabilità i colpevoli dell'uccisione di Giulio Regeni e ora dell'arresto del giovane studente egiziano Patrick George Zaki - per il quale Amnesty International chiede proprio adesso una mobilitazione civile ancora più forte - non si risolvono con la diplomazia e la legge.
Solo la mobilitazione e l'allarme probabilmente ha fatto sì che Zaki, per il quale ieri all'ultimo momento il giudice ha deciso che "deve restare in carcere" sia ancora fortunatamente vivo. Anzi è proprio la nostra diplomazia a mostrare sotto traccia il maggiore fastidio, anche dentro Palazzo Chigi, perché il messaggio che viene è chiarissimo: "I rapporti tra Italia ed Egitto devono essere disgiunti dal "caso Regeni" e dalla sua famiglia e ora anche da quello di Zaki". Insomma la versione del nostro governo è questa: l'Italia non può farsi condizionare da questi "casi particolari".
Alla faccia dei diritti umani e del più elementare desiderio di giustizia. E così sembra una chimera poter ottenere la verità per il barbarico assassinio di Regeni da parte della polizia egiziana e la liberazione di un giovane studente egiziano che nulla ha fatto se non manifestare il suo libero pensiero, come i tanti giovani oppositori finiti in carcere o fatti sparire. La reale versione livida e rinunciataria del nostro governo, con dichiarazioni biforcute da langue de bois, la lingua di legno, viene dopo il fallimento della missioni in Egitto del premier Conte e del ministro degli Esteri Di Maio.
In realtà sono due anni che la nostra procura non vede arrivare dal Cairo carte significative sul caso Regeni: inutile girarci intorno gli egiziani non collaborano, anzi ritengono irritante e fuori luogo l'insistenza degli italiani per avere giustizia. Al punto che il raìs Al Sisi con l'arresto di Zaki ha mandato un altro messaggio: a casa mia faccio quello che mi pare. Il raìs è anche irritato per il nostro appoggio a Tripoli e si è adombrato quando l'8 gennaio scorso Di Maio non ha firmato al Cairo un comunicato sulla Libia sbilanciato in funzione anti-turca. Quella tra Ankara e il Cairo è una delle grandi sfide del Mediterraneo e l'Italia c'è dentro in pieno.
Da una parte fornisce con il giacimento Eni di Zhor l'autosufficienza di gas per i prossimi 50 anni all'Egitto ed è pure impegnata nel gasdotto East-Med con Egitto, Israele, Cipro e Grecia. È il grande gioco del bacino gasiero del Levante, l'alternativa ai riforimenti russi, incrinando anche il ruolo della Turchia come "hub" energetico.
Dall'altra parte negozia con Ankara che vuole impedire le prospezioni nei giacimenti offshore di Cipro greca nella zona economica esclusiva. È su questa partita che il raìs Al Sisi sfida il Sultano Erdogan: chi non è con lui è contro di lui. Si aggiunge la Libia: dove il Faraone appoggia Haftar e il Sultano Sarraj e i Fratelli Musulmani.
Il nostro governo vuole mano libera: finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l'ora di archiviare queste questioni. Come ha anticipato Chiara Cruciati su il manifesto - testata e articolo denunciati sul canale di Stato della tv egiziana come "minaccia ai rapporti Roma-Il Cairo" - l'Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane. Un contratto da 9 miliardi di dollari, incentrato sulla fornitura di fregate Fremm (Fincantieri), due date per sicure e altre quattro da confermare. Ma nell'affare ci sarebbero anche pattugliatori, 24 cacciabombardieri Typhoon (joint venture di Leonardo), oltre ad aerei da addestramento Macchi M-346.
A noi il Faraone del Cairo fa così comodo che mai, nei quattro anni (e tre governi) che ci dividono dall'uccisione di Giulio Regeni, abbiamo messo in discussione le relazioni strategiche ed economiche bilaterali. L'Egitto è un mercato ambito dai maggiori produttori di armamenti, Usa, Russia e Francia, e Al Sisi ha stipulato un patto d'acciaio con le monarchie del Golfo, oltre ad avere una relazione privilegiata con Israele. Il tutto alimentato dal gas del giacimento offshore di Zhor e dai mega-progetti di pipeline nel Mediterraneo orientale. Con tutto questo ben di dio pensavate che il governo Conte 2 ritirasse l'ambasciatore, come ha chiesto anche ieri la famiglia Regeni? No, a quanto pare: cerca di tenere il piede in due scarpe ma in realtà trova, finora assai comoda la pantofola del Faraone egiziano
adnkronos.com, 16 febbraio 2020
L'allarme è dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. Nuovi regolamenti nel braccio della morte del carcere texano di Polunski Unit. Le regole impediscono l'invio di cartoline, soldi o cibo ai detenuti in attesa della pena capitale da parte di chi non è sulla lista dei visitatori autorizzati. A segnalarlo Daniela Fontana, che da 14 anni ha rapporti di corrispondenza con un detenuto: "Ho sempre cercato quando potevo di inviargli piccole somme di denaro" e di inviargli cibo, "a quanto pare, dal primo marzo non potrò più farlo.
E come me anche altri italiani ed europei, che scrivono e inviano denaro, ma non hanno la possibilità di andare negli States. La vita di molti detenuti nel braccio della morte diventerà ancora peggiore di quanto già non sia", dice all'associazione Nessuno Tocchi Caino: "È un colpo al cuore".
"Non poter più mandare card e greeting card ridurrà la corrispondenza che i prigionieri ricevono, ma il cambiamento più grave è che molti di loro non potranno più acquistare francobolli per mantenere i contatti con l'esterno, potendo contare solo sul supporto economico dei loro visitatori. E per molti di loro significherà non ricevere più nessuna somma in denaro. Le lettere portano la vita dentro la cella, e creano legami. Ma serve denaro per comprare francobolli, buste, carta da lettera. Questa norma si tradurrà in un annientamento psicologico per chi riceveva lettere e piccole somme di denaro dall'Europa", sottolinea Fontana.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
"La mano, datemi la mano". Come stai, Patrick? "Tutto bene...". Nella stanzetta delle udienze riservate, aula 4 del terzo piano del palazzaccio di Mansura, il pericoloso libero pensatore viene portato in manette alle dieci e mezza. Sfila nella luce dei neon bianchi e lungo i banconi della corte, in una folla d'avvocaticchi di provincia, di graduati con la pancia e i baffoni, di venditori di caffè. Il caso 1.372 di Patrick George Michel Zaki Suleimani è stato inserito nel calendario del sabato mattina: subito dopo la denuncia d'un furto di mobili, la querela d'una moglie contro il marito troppo violento, una lite fra i soci d'una finanziaria. Già buono che l'abbiano accettato in una settimana, dice un diplomatico, di solito le istanze di scarcerazione slittano molto più in là.
Fa freddo, fuori c'è la nebbia e dentro s'annuvola il fumo delle sigarette. Sotto una sura dorata del Corano che esalta il Regno della Giustizia, Zaki guarda i suoi carcerieri. Ha di fronte i tre giudici e una sentenza che deciderà se rilasciarlo. Gli occhi addosso, sa come si deve rispondere in questi casi: tutto bene, sì, cibo ottimo e abbondante.
Ma poi, ma poi. Appena la tensione si scioglie, il ragazzo ha l'ansia di chi sarà anche sbarbato e avrà i capelli tagliati di fresco e una camicia verdolina ben stirata e porterà pure jeans di marca e scarpe da ginnastica senza stringhe, sembrerà magari uno normale, eppure qui c'è poco di normale. Zaki ostenta calma, non ha segni visibili di botte e sta meglio che all'ultimo colloquio di giovedì, nella calca gli finiamo a fianco e stavolta trema: gli prendiamo la mano sinistra lasciata libera dalle manette e mentre parlano gli avvocati, lui stringe e ascolta le domande che gli sussurriamo. Ti trattano bene? "Very bad situation". Tanto brutta? "Sono in una cella con 35 persone, abbiamo una latrina soltanto, la finestra è piccolissima". Sai che hai intorno tanta solidarietà? "Sì, bene, grazie, bene così". Dai, fai un sorriso, prima o poi tornerai a vedere le tue partite di pallone: che cosa diciamo all'Italia? "Forza Bologna".
La paura ha gli occhi persi d'un ricercatore universitario di 27 anni, elettrificato come altre migliaia di poveracci per avere scritto che il potere è marcio. Smarrito fin qui in una storia "più grande di lui", come dice il suo amico Gasser Abdel Razek, e in una vicenda che nell'equiparazione a Regeni sta scappando di mano anche agli egiziani. Difensori, diplomatici, giornalisti, pacifisti: la piccola scia del pubblico è una confusione di ruoli, l'udienza era a porte chiuse ma fa nulla, e i poliziotti si confondono pure loro, non sanno chi può e chi no, in una quindicina c'infiliamo dietro Patrick in quel bugigattolo e a sentire quel che ne sarà. Dieci minuti soltanto d'udienza, mezz'ora appena di consiglio e a mezzogiorno il destino si compie: sabato prossimo si discuteranno le accuse di sovversione dello Stato, per cinque settimane non si parlerà più di scarcerazione e ora basta - toc! - la seduta è tolta. La giustizia di Al Sisi se ne infischia che la cristianissima famiglia di Zaki sia lontana parente del papa copto Tawadros II, delle autorevoli telefonate partite in queste ore dall'Europa per evitare l'ennesimo scontro, dei quattro diplomatici Ue (italiano e svedese) ed extra Ue (statunitense e canadese) venuti a "monitorare" questa palese violazione della libertà d'opinione, dei quattro amici d'infanzia saliti dal Cairo, dei quattro avvocati ingaggiati dall'ong Eipr che si batte per i troppi diritti calpestati delle persone.
L'avvocatessa Huda Nasrallah s'accalora fino a irritare i giudici: "L'accusate sulla base d'un profilo Facebook falso! L'avete torturato sei ore in aeroporto! L'avete trattenuto 30 ore illegalmente! L'avete interrogato senza difensore! Gli imputate cose accadute in Egitto mentre lui era in Italia!". Anche Patrick prova a dire la sua, ma a bassa voce: "Io sono solo un ragazzo che era atterrato al Cairo per venire a Mansura a salutare la famiglia. Sono solo un laureato che vuole finire il suo master a Bologna. Voglio solo tornare alla mia borsa di studio. Mi hanno messo in carcere perché hanno letto dei post sull'account d'un nome che non era il mio. Mi hanno denudato per ore in una sala, mi hanno preso a schiaffi in faccia. Lasciatemi libero".
Niente. La sentenza di rigetto non ha bisogno di motivazioni, e infatti i giudici non ne danno agli avvocati che le chiedono. Al caffè Oscar, poco fuori, ci s'abbraccia e un po' ci si dispera: quando lo rivedremo? E se si facesse venire gente dall'Europa per organizzare un flash-mob al Cairo? "Follie, finirebbe malissimo - dicono all'Eipr - nell'Egitto di oggi è troppo pericoloso fare queste cose". Qualcuno ha scattato una foto a Zaki: come l'hanno portato in aula, così se lo sono ripresi in prigione. Trascinato giù per le scale, la testa schiacciata da un secondino, le manette strette dietro il buio d'una gabbia.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 16 febbraio 2020
Indagine Openpolis-Actionaid: il 73% degli stranieri vive in Centri da cento o più posti. "Mai più", avevano detto in coro in Parlamento dopo l'inchiesta Mondo di mezzo. "Basta con le megastrutture", aveva promesso Matteo Salvini. Mai più grandi Centri di accoglienza, con i migranti stipati a centinaia in condizioni indecenti, merce preziosa per far arricchire chi aveva fiutato l'affare, criminalità organizzata in prima fila.
E invece ci risiamo: un anno e mezzo di decreto sicurezza è bastato per demolire l'esperienza virtuosa dell'accoglienza diffusa, degli immigrati distribuiti sul territorio in numeri tali da rendere più facile l'integrazione. La chiusura del Cara di Mineo è stata solo uno specchietto per le allodole. Le grandi strutture, da cento posti in su, sono tornate.
E soprattutto sono tornati loro: gli enti profit, le società immobiliari e commerciali, i grandi gruppi che nulla sanno e fanno di accoglienza, gli unici in grado, con economie di scala, di gestire, come carceri o alberghi di infima categoria, i rinati centri di accoglienza straordinaria aggiudicandosi quei bandi che le associazioni del terzo settore hanno dovuto disertare, licenziando centinaia di persone. La mangiatoia, per ricordare le parole sprezzanti di Matteo Salvini, è appannaggio dei soliti noti.
E poco importa se nell'oligopolio di quello che (privato di ogni obiettivo di integrazione) è il vero business dell'accoglienza spicca in posizione dominante Medihospes, colosso del settore che ha condiviso esponenti di vertice, sedi e appoggi politici, con il gruppo La Cascina, cooperativa commissariati per infiltrazioni mafiose nell'inchiesta Mondo di mezzo.
Alla vigilia del tavolo di maggioranza di governo che dovrà trovare il punto di caduta sulle modifiche ai decreti sicurezza, un rapporto di Openpolis e Actionaid fotografa con precisione come le aggiudicazioni dei bandi con i nuovi criteri (dal taglio dei rimborsi a migrante, passati da 35 a 19-26 euro al giorno, al ridimensionamento dell'assistenza e all'azzeramento delle attività di integrazione) abbia drasticamente modificato la struttura del sistema di accoglienza: insomma grandi centri per grandi gestori.
La riduzione della spesa 11 numero dei migranti in accoglienza si è dimezzato rispetto a tre anni fa, scendendo dai 180.000 del 2017 sotto i 90.000, grazie anche all'esclusione di chi aveva la protezione umanitaria. E la spesa, da 1,7 miliardi del 2017, è calata sotto il miliardo. Ma a fare la parte del leone, lasciando solo le briciole alle associazioni del terzo settore, sono i grandi gruppi che si sono aggiudicati la gestione dei Cas: nati come strutture di emergenza, oggi sono tornati a contenere oltre il 70% dei posti.
Medihospes, le mani su Roma - Dopo la presentazione del nuovo capitolato d'appalto con i prezzi al ribasso, i bandi di gara sono stati orientati verso le grandi strutture che oggi sono 1'83 per cento del totale. Dei circa 4.000 posti disponibili, solo 200 sono rimasti in unità abitative. E dei 17 gestori che fino a un anno fa si dividevano i centri, sette sono stati costretti ad abbandonare lasciando campo libero ai colossi.
Medihospes, nella Capitale, lavora oggi in una condizione di quasi monopolio, gestendo il 63 per cento di tutti i posti in accoglienza. E il suo fatturato è triplicato negli ultimi tre anni. Dimenticati gli intrecci con il Gruppo La Cascina, dimenticato lo scandalo delle condizioni disumane della gestione del Cara di Borgo Mezzanone, a voler cercare la rendicontazione delle spese la cui pubblicazione è obbligatoria per legge, non si trova assolutamente nulla.
Milano, cede il no profit - L'ex caserma Mancini, il Cas Aquila e altri centri da 300 posti hanno subito supplito all'abbandono di ben Il associazioni del terzo settore. E il 64 per cento dei posti in accoglienza, oltre 2.200, è finito in mano a due grandi gruppi che hanno incassato in un anno cifre superiori ai 12 milioni a testa: anche qui Medihospes e la Versoprobo che si è aggiudicata anche la gestione del contestato centro di via Corelli, destinato di nuovo a centro per il rimpatrio, dunque dove non si fa accoglienza ma detenzione amministrativa.
Il rischio dei bandi in deroga - E la recente circolare con la quale il Viminale consente una deroga ai prezzi medi (con un potenziale aumento di 2-3 euro a persona), secondo Openpolis e Action Aid, "propone una soluzione peggiorativa. Invece di reintrodurre servizi fondamentali per la salute e per l'inclusione sociale dei nuovi arrivati, i bandi delle prefetture sembrano favorire operatori economici profit e non certo i bisogni delle comunità accoglienti e la tutela dei diritti delle persone".
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