di Marco Vasini
La Repubblica, 15 febbraio 2020
Presidio di fronte all'istituto penitenziario in via Burla. Previsto l'arrivo di altri 200 detenuti. Un gruppo di agenti penitenziari del carcere di Parma aderenti alle sigle Sappe, Osapp e Sinappe, ha manifestato questa mattina con un presidio dalle 10 alle 12 di fronte all'istituto penitenziario in via Burla. Fra i motivi della protesta spicca la prevista apertura di un nuovo padiglione che a breve, entro aprile, dovrebbe portare la capienza della casa circondariale a più di 900 detenuti.
I sindacati lamentano una forte carenza di organico e chiedono all'amministrazione penitenziaria di fermare l'apertura e aumentare l'organico della polizia con almeno 50 unità in più. Richieste che arivano a fronte "dell'aumento vertiginoso di aggressioni ed eventi critici" denunciate anche nei giorni scorsi. A questo proposito, gli agenti chiedono la "dotazione di strumenti atti a rendere inoffensivi i detenuti più intemperanti, quali ad esempio i taser, recentemente assegnati alle altre forze di polizia".
Altra criticià rilevata è la "presenza di un numero spropositato di detenuti malati, anche nelle sezioni ordinarie, tutti in attesa di essere assegnati all'ex centro diagnostico terapeutico, oggi denominato Sai. Persone di difficile gestione sia dal punto di vista sanitario che da quello della sicurezza interna, per la non facile integrazione e interazione coi detenuti in buona salute". E ancora l'onerosità dei canoni mensili per gli alloggi della caserma agenti che versano in condizioni di insalubrità e completa violazione degli standard alloggiativi previsti dalle vigenti norme contrattuali.
Di carcere si è parlato di recente anche in municipio nel corso di una commissione ad hoc. "Esprimo la mia solidarietà agli agenti della polizia penitenziaria che lavorano nel carcere di Parma in condizioni veramente difficili. Da mesi e mesi segnalo al ministro Bonafede che la situazione non è più sostenibile per il sovraffollamento, i continui episodi di violenza, l'assenza di una dirigenza stabile. Il nuovo padiglione non risolverà alcun problema, anzi li peggiorerà tutti, visto che non servirà per ridurre l'affollamento, ma per portare nuovi detenuti e con essi un bel po' di ulteriori problemi per l'istituto e per la città.
L'ho fatto a mezzo stampa e in Parlamento, anche recentemente, con interrogazioni e interpellanze dirette a un Ministro della Giustizia che non risponde, non interviene e non viene a vedere il carcere" scrive la deputata parmigiana della Lega Laura Cavandoli. "Un tale disinteresse verso chi rappresenta e fa rispettare lo Stato e le sue leggi all'interno del Carcere di Parma è incomprensibile".
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 15 febbraio 2020
L'esperimento pilota nella Casa di reclusione di Rebibbia. Il lavoro è spesso un sogno inseguito da tanti uomini e donne attraverso anni di richieste, trafile burocratiche, formazione e diventa, alla fine, un premio, dimenticando che si tratta di un diritto. Figuriamoci quando a cercare un'occupazione è un detenuto che, oltre a vincere il pregiudizio di una comunità che lo guarda con diffidenza e ostilità, deve anche fare i conti con una domanda di mercato pressoché inesistente.
Uno dei problemi più importanti delle nostre carceri è la mancanza di un lavoro produttivo e retribuito per chi vuole (e lo vuole la grande maggioranza dei reclusi) lavorare e guadagnare. Un impiego prepara alla vita esterna, vince l'ozio, crea reddito utile anche per le famiglie dei detenuti e, non ultimo, è funzionale per risarcire il danno subito da terzi. Il valore lavoro costituisce la personalità stessa dell'uomo, anche se dentro c'è gente che non ha mai lavorato e spesso non si è posta neanche il problema. Per questo il percorso formativo è lungo, ma è un investimento per tutta la società. Lo hanno intuito gli imprenditori di Unindustria che hanno presentato nei giorni scorsi la fase conclusiva della prima edizione del Corso per la ricerca attiva del lavoro, iniziativa patrocinata dal Garante dei detenuti del Lazio e da diverse aziende che hanno scelto di assumere anche "chi ha la divisa da carcerato".
"Ciò che è stato avviato dagli imprenditori che hanno voluto scommettere su questi ragazzi rappresenta la pietra miliare di un percorso virtuoso che rappresenta qualcosa di più rispetto al mero adempimento del compito che ci è stato affidato", spiega la direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo.
"Non possiamo limitarci a far rispettare le regole dietro le sbarre, dobbiamo far comprendere alla società che il nostro lavoro può essere utile anche fuori, se è accompagnato dalla rieducazione". L'istituzione penitenziaria italiana non è in grado di affrontare da sola il problema del reinserimento dei detenuti (formazione professionale e lavoro interno ed esterno al carcere), per questo l'intervento di colossi dell'imprenditoria, tenendo conto della particolarità degli utenti cui sono destinati, si è orientato verso l'individuazione di professionalità che possa tradursi in occupazione lavorativa.
"Hanno aderito inizialmente 27 detenuti. Siamo arrivati in 22 a fine corso. Questo non perché ci sono state defezioni in corso d'opera ma a causa di scarcerazioni o trasferimenti", spiega Rosalba Console, responsabile dell'Area Educativa dell'istituto romano. "Da una fase iniziale, più specificatamente preparatoria, siamo passati ad una successiva più concreta: il colloquio con il titolare di un'azienda, la stesura del curriculum vitae e così via", ha aggiunto Console.
Dunque l'ipotesi di un carcere della speranza, dopo l'intervento di colossi dell'imprenditoria quali Bridgestone, AbbVie, Orienta, British American Tobacco e Fassi, non è più una utopia anche se la realtà quotidiana deve fare i conti con un sistema di ignoranza, per cui molti detenuti non sanno nemmeno quali sono le loro possibilità, le loro opportunità. Spesso prima di parlare di lavoro bisogna insegnare al detenuto che non ha mai lavorato fuori il valore dell'occuparsi di qualcosa ricavandone un guadagno onesto.
"Ho appreso molto di più di quanto ho insegnato", rileva Roberto Santori, presidente della Sezione Formazione, Consulenza e Attività Professionali di Unindustria. "Se arriveremo ad assumere, due o dieci persone, poco importa. La cosa più rilevante è che siamo riusciti a creare un ponte con le imprese e il nostro obiettivo è quello di far sì che tale ponte sia sempre più solido". Le opportunità occupazionali per i detenuti sono di tre tipi: il lavoro interno al carcere, o "domestico", che interessa purtroppo ancora la più alta percentuale dei detenuti.
C'è poi il lavoro all'esterno in semilibertà ed i lavori, sempre esterni ma saltuari. L'esperienza di Rebibbia ci insegna che è necessario passare attraverso la creazione di un circuito particolare nel quale convergono le varie forze interessate, così come è fondamentale riuscire a sviluppare l'istruzione e la formazione professionale di chi sta in carcere. Ovviamente a tale progetto non dovrebbero essere estranei gli imprenditori che con una rinnovata sensibilità devono essere portati a svolgere un ruolo fattivo nella determinazione della politica penitenziaria inerente al lavoro, valutando fino in fondo l'estrema importanza di questo loro ruolo.
Secondo Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, "la forza di questa esperienza è legata all'impegno soggettivo. Le istituzioni sono chiamate a fare la loro parte, ma se c'è in questo caso, un'attiva partecipazione di operatori esterni, si possono costruire percorsi molto efficaci di reinserimento anche perché attraverso la formazione e il confronto con professionisti, valorizzano il tempo della detenzione e imparano qualcosa che potrà tornagli utile una volta terminata la pena".
Quando si sta in una cella di pochi metri quadrati con altri detenuti che hanno magari esperienze diverse, quando si hanno poche ore d'aria al giorno in un cortile ristretto (non è il caso di Rebibbia), è evidente che è difficile negare che vi sia unicamente una condanna. Per chi sta in cella il lavoro diventa allora l'unica speranza di recupero. "È il coronamento di un sogno", dice Danilo, uno del gruppo di frequentanti.
"Il lavoro nobilita l'uomo, ma a noi detenuti restituisce la dignità e ci regala la speranza di un domani migliore". Silvio invece intende valorizzare le conoscenze e le competenze acquisite prima dell'arresto: "Ero un imprenditore edile e, grazie a mio padre, conosco molto bene il settore. Anche perché ho svolto tutti i ruoli all'interno dell'azienda di famiglia. Dal manovale in poi".
Infine Daniel che punta molto sulla manualità perché ha già seguito corsi ad hoc all'interno del carcere: "Ora sono in grado di scrivere il mio curriculum e di sostenere un colloquio. Se riuscirò a trovare un lavoro, il mio desiderio più grande sarà quello di trovare una società disposta ad accogliermi e a farmi ancora sentire che sono un uomo e un cittadino utile alla comunità come tutti gli altri".
di Erica Maida
gnewsonline.it, 15 febbraio 2020
È stato firmato oggi, a Villa Niscemi, a Palermo, il Protocollo d'intesa tra l'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna (Uiepe) per la Sicilia e l'Associazione Nazionale dei Comuni Siciliani, per la promozione di attività e la creazione di una rete integrata per i lavori di pubblica utilità in favore delle comunità locali da parte dei soggetti sottoposti a procedimenti di esecuzione penale esterna e messa alla prova.
L'Accordo di collaborazione ritiene che sia fondamentale promuovere "il valore della messa alla prova come espressione di educazione alla legalità e di responsabilità verso la comunità, in un'ottica di cittadinanza attiva". In rappresentanza dell'Uiepe erano presenti la direttrice Marina Altavilla ed Eugenia Cortese, responsabile dell'area di coordinamento, mentre per l'Anci Sicilia hanno sottoscritto l'accordo il presidente Leoluca Orlando e il segretario Mario Emanuele Alvano.
Il lavoro di pubblica utilità svolge un ruolo essenziale nel processo di recupero di condannati e imputati, anche in considerazione del contenimento del rischio di recidiva e del valore rieducativo e risocializzante di soggetti che, con la propria condotta, hanno procurato un danno all'intera società. I percorsi di reinserimento dovranno inoltre tenere conto delle peculiarità dei soggetti coinvolti, e dovranno essere approvati dall'autorità giudiziaria competente.
Gli interventi da adottare saranno pianificati da un Tavolo Tecnico di gestione degli interventi, presieduto dal Dirigente per l'esecuzione penale esterna e di messa alla prova, in cui siederanno i rappresentanti di tutti i firmatari dell'accordo. Il Protocollo entrerà in vigore alla data della sottoscrizione ed ha una durata di tre anni.
Al termine dell'evento la direttrice Altavilla ha voluto sottolineare l'importanza del ruolo dell'ente locale "che, da una parte, rappresenta gli interessi della comunità che subisce un danno dalle condotte devianti e, dall'altro, è parte attiva corresponsabile nel processo di integrazione sociale di tutta la comunità dei cittadini".
di Luciano Martucci
bandieragialla.it, 15 febbraio 2020
"Il Cavaliere di legno": è questo il titolo dello spettacolo teatrale andato in scena il 27 gennaio alla Dozza, che si presenta come l'"esito finale" del corso di formazione nei mestieri del teatro, curato dagli attori Giacomo Armaroli e Paolo Fonticelli, dal drammaturgo Mattia De Luca, dallo scenografo Nicola Bruschi e dal tecnico audio-luci Andrea Biondi della Compagnia del Teatro dell'Argine di S. Lazzaro.
Lo spettacolo è stato, appunto, la tappa finale del progetto "Per aspera ad astra", a cui hanno partecipato 15 detenuti, dal periodo che va dal 18 novembre al giorno della prima, per un totale di 200 ore di lezioni teorico-pratiche, attraverso un percorso che ha consentito di sperimentare tutto ciò che succede in un vero teatro.
Per quanto riguarda la recitazione, il programma prevedeva l'apprendimento di moduli di respirazione, dizione, mimica, postura e tecniche corporee per poi passare alla tecnica scenografica e ai costumi, per arrivare ad aspetti più strettamente tecnici come le luci e l'audio.
Gli attori detenuti hanno partecipato con grande impegno, mettendosi in gioco e dando il meglio di se. Nel gruppo solo Paolo Grassi aveva già alle spalle un'esperienza di teatro svolta presso la casa di reclusione di Fossombrone: intervistato su questo progetto, ha dichiarato di essersi divertito molto a interpretare il ruolo di Grillo Sansone Carrasco, aggiungendo che è sempre emozionante trovarsi davanti al pubblico.
Tra gli attori che hanno interpretato il ruolo dei burattini in veste di cavalieri erranti, c'era Domenico Caputo, che in occasione della sua prima esperienza ha raccontato di quanto sia stato impegnativo studiare il copione, apprendere le tecniche, collaborare a disegnare le scene, insomma una vera sfida, un continuo ed impegnato mettersi in discussione.
Anche per me che invece avevo già avuto esperienza come scenografo, salire sul palcoscenico è stata una full immersion in una dimensione nuova, dove ho sentito particolare interesse per le tecniche corporee. Tutti gli attori sono stati impegnati per 6 ore al giorno, e questo è stato davvero uno sforzo notevole, considerando che alcuni sono studenti universitari, mentre altri svolgono attività lavorative a rotazione all'interno dell'istituto. L'unione rappresentata dall'impegno dei partecipanti, insieme alla professionalità degli insegnanti ha prodotto alla fine un ottimo risultato. La questione su cui interrogarsi è se ci sarà continuità nel percorso per questo valido progetto, bello e interessante come la maggior parte di quelli che vengono proposti in carcere, sperando in una sua continuazione nel mese di marzo.
cri.it, 15 febbraio 2020
Educare e informare i giovani all'interno degli Istituti Penitenziari Minorili - comunità vulnerabili ad alto rischio - per trasformare la detenzione in un'occasione di cura e responsabilizzazione verso la propria salute e per la promozione di stili di vita sani e sicuri. É questo l'obiettivo del "Progetto Salute" promosso dalla Croce Rossa Italiana di Firenze in collaborazione con il Centro di Solidarietà di Firenze onlus, che è partito dall'Istituto Penale per Minorenni "Gian Paolo Meucci" di Firenze e che coinvolgerà i volontari giovani CRI formati nelle attività di prevenzione e promozione della salute, il corpo docenti dell'istituto e i ragazzi detenuti.
Un'iniziativa che permetterà di mettere a punto un modello da utilizzare, successivamente, anche in altri contesti e magari in altri territori. Basato sulla semplicità, si avvale infatti di strumenti "sostenibili": incontri informativi e attività di educazione e confronto attivo per diventare consapevoli dell'importanza del proprio corpo come strumento principale per la salute e per il benessere dell'individuo.
Il "Progetto Salute" si articolerà in 15 incontri che svilupperanno più tematiche di educazione sanitaria: dall'educazione dei giovani alla sicurezza stradale, all'educazione alimentare e prevenzione delle patologie non trasmissibili, passando per l'educazione alla sessualità e prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale e dalle misure di primo soccorso ed interventi in urgenza-emergenza.
La formazione tra pari è un tratto distintivo di questo progetto che permetterà l'instaurarsi di un dialogo interattivo e incoraggerà lo scambio di esperienze. Un momento importante sia per i beneficiari del progetto che per i giovani della Croce Rossa, che si misureranno con i temi della prevenzione, della salute e dell'inclusione sociale.
"In una condizione come quella carceraria, l'istruzione e le attività culturali rappresentano un'ancora di salvezza e di speranza affinché la detenzione sia davvero riabilitativa", ha spiegato il Presidente del Comitato Cri Firenze, Lorenzo Andreoni. "Questo progetto conferma quanto sia preziosa la collaborazione tra le Istituzioni e la Croce Rossa per la tutela dei diritti umani costituzionalmente garantiti e per il recupero della persona detenuta, ancor di più in un contesto minorile. Troppo giovani per non pensare ad un futuro diverso", ha aggiunto Andreoni.
di Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini
Il Manifesto, 15 febbraio 2020
Cambia la forma, ma non la sostanza: le modifiche al memorandum Italia-Libia sono il tentativo di mettere a tacere chi ne chiede la sospensione immediata, poiché è impossibile garantire la piena tutela dei diritti umani di rifugiati e migranti in un paese dilaniato da un conflitto civile, in cui il numero di sfollati aumenta (150mila in più dallo scorso aprile, quando è iniziato lo scontro) e dove abusi e violenza sono sistematici.
Solo pochi giorni fa 81 persone, tra le quali 18 donne e 4 bambini, sono stati intercettate dalla Guardia costiera libica e riportate indietro, a Tripoli, città che ospita il centro di raccolta dal quale l'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (Unhcr) ha deciso a fine gennaio di ritirare i propri operatori, perché in un'area troppo esposta alla guerra. L'Unhcr, che continua a domandare la chiusura di tutte le strutture di detenzione, non è stato interpellato dal governo sulla versione del memorandum che riporta le modifiche proposte.
D'altra parte l'Italia è sorda anche di fronte ai richiami del Consiglio d'Europa, che poco prima del rinnovo dell'accordo, avvenuto il 2 febbraio, chiedeva di "sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest'ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani". Condizione, quest'ultima, che non è di certo stata raggiunta.
Il risultato è che oggi ci ritroviamo con una nuova bozza di memorandum. Nuova si fa per dire,perché l'Italia continuerà a supportare la Guardia costiera libica affinché riconduca rifugiati e migranti nel Paese dal quale tentano di fuggire e dove possono divenire vittime di torture, stupri, omicidi o della violenza generalizzata che imperversa nel Paese. Basta che non arrivino qui, siamo disposti a continuare a fornire denaro e mezzi perché vada avanti così.
Cosa cambia, allora? Cambia, per esempio, che la Libia si impegna a favorire un "sistema di strutture posto sotto il controllo del ministero della Giustizia libico e basato sullo Stato di diritto, nel rispetto dei principi e fini della Convenzione di Ginevra del 1951". Stato di diritto e Libia? Un ossimoro nello scenario attuale. Senza contare che la Libia non ha mai ratificato il trattato internazionale sullo status di rifugiato firmato nella città svizzera. E ancora, la Libia si impegna a "migliorare, anche mediante fondi resi disponibili da parte italiana e nell'ottica del progressivo superamento del sistema dei centri di accoglienza, le condizioni dei migranti trattenuti nei centri di accoglienza ufficiali". Chi non farebbe affidamento, per mettere fine agli orrori di quelli che sono descritti dai testimoni come lager, sulla dichiarazione d'intento delle autorità di un Paese dove è in corso una guerra civile?
Oggi, poi, in Libia i rifugiati (parliamo solo delle persone registrate come tali presso l'Unhcr) sono circa 47.000; di questi 2.800 si trovano nei centri. Tutti gli altri sono fuori, in strada, a volte nei magazzini dove le milizie concentrano le persone, le sequestrano, le tengono prigioniere. Dove con maggiore difficoltà le organizzazioni internazionali riescono a fornire supporto. La minoranza che finisce nei centri di detenzione, i quali almeno sulla carta, sono diretti dal governo libico di Al Serraj, va incontro al rischio di subire violazioni anche gravissime dei propri di diritti, allo stesso modo; la maggioranza, che non entra in queste strutture, fronteggia pericoli ancora più numerosi.
Chi è nero è utilizzato come scudo umano, per esempio, costretto dai gruppi armati a combattere in prima linea. Non possiamo permetterci di dimenticare che tutto ciò sta accadendo, dentro e fuori i centri di detenzione: sappiamo e ne siamo complici. Interessante che in questo nuovo memorandum l'immigrazione non sia più definita clandestina e illegale, bensì irregolare. Una piccola modifica che, però, forse, è stata fatta per inviare un segnale: questo accordo è cosa diversa dal precedente, cambia l'approccio, la visione. No, non funziona così: un uso diverso del linguaggio, affiancato da tante e poco solide promesse, non sono sufficienti a fare la differenza. La forma cambia, ma la gente continua a morire. Sui diritti umani non ci si accontenta, l'unica vera differenza può farla solo la sospensione.
*Segretario e Tesoriera di Radicali Italiani
di Roberta Rampini
Il Giorno, 15 febbraio 2020
Dopo Colombia e Francia, una delegazione di magistrati messicani ha visitato il carcere per "copiare" il progetto. L'orgoglio di chi lo ha pensato e realizzato con determinazione è tanto: "Questa "bricconata" che mi sono inventata piace molto all'estero perché offre un percorso concreto di riabilitazione ai detenuti".
Lei è Silvia Polleri, presidente della cooperativa Abc La Sapienza in Tavola che dal 2004 svolge servizi di catering dando lavoro ai detenuti. La "bricconata" di cui parla è il ristorante "InGalera" aperto nell'ottobre 2015 all'interno del carcere di Bollate. Ancora oggi unico in Italia (quello di Torino ha chiuso lo scorso gennaio), il ristorante dietro le sbarre piace e dopo la Colombia anche il Messico ha deciso di "copiare" il progetto. Una delegazione di cinque magistrati messicani e un rappresentante dell'Onu hanno visitato il ristorante per apprendere il know how del progetto.
"Questa voglia di esportare l'iniziativa ci fa capire che siamo sulla strada giusta, nel 2016 avevamo ricevuto la visita di Johana Bahamon, famosa attrice colombiana impegnata in un progetto per il recupero delle donne detenute, e qualche mese dopo è nato Interno-ristorante in una piccola prigione femminile di Cartagena. Ci hanno contattato pure da Marsiglia, anche la Spagna è interessata alla nostra esperienza e nelle prossime settimane verrà dalla Norvegia un gruppo di docenti che lavorano in carcere".
E ogni volta clienti e visitatori si stupiscono di qualcosa: "I magistrati sono rimasti sorpresi del fatto che ai tavoli ci sono i coltelli, io ho detto loro che in cucina ne avevamo altri molto più grandi", ironizza Silvia. E poi mette in fila qualche numero: sedici anni di cooperativa, quattro anni e mezzo di ristorante, oltre 50.000 clienti, circa 70 detenuti che hanno lavorato per la cooperativa, 15 al ristorante tutti assunti e retribuiti con busta paga a fine mese. Oggi tra i tavoli e in cucina ci sono 8 detenuti e un non-detenuto, tutti professionisti.
E così "il ristorante è diventato un luogo di incontro tra chi sta dentro e chi sta fuori, la maggior parte delle persone non avrebbe mai oltrepassato la soglia del carcere", spiega Polleri.
Ad accompagnare la delegazione messicana c'erano Pietro Buffa, provveditore dell'amministrazione penitenziaria in Lombardia, e la direttrice del carcere, Cosima Buccoliero. "Credo che la caratteristica vincente di questo progetto sia la tenacia di chi lo ha realizzato - spiega Buffa -, inoltre la collocazione all'interno di un carcere all'avanguardia favorisce il successo".
di Caterina Pasolini
La Repubblica, 15 febbraio 2020
Storie e dati nel libro del fondatore del Gruppo Abele e di Libera, da 50 anni in trincea contro le dipendenze: "Cercano di riempire un vuoto, la politica approva leggi proibizioniste invece di capire cosa spinge i giovani a usare le sostanze".
"In Italia c'è una strage di giovanissimi che arricchisce i trafficanti di stupefacenti. Avevano tutte 16 anni, Alice trovata senza vita nel bagno della stazione di Udine, Carmela in una casa popolare del Catanese, Desirée morta dopo aver assunto sostanze ed essere stata violentata in uno stabile degradato di San Lorenzo a Roma".
Don Luigi Ciotti nel suo libro "Droghe, storie che ci riguardano", fotografa un'Italia che cambia. Dove l'età del primo incontro con hashish o cocaina, oppio o amfetamine è in media a 14 anni, tra gli europei gli adolescenti italiani sono tra i primi posti per consumo di droghe legali e illegali. E dove il numero dei morti da tre anni ha ricominciato a salire, 334 nel 2018, e ci sono più tossicodipendenti in carcere che in comunità.
Tutto questo accade mentre i nostri governi fanno "la politica dello struzzo tra cecità e demagogia, hanno approvato leggi proibizioniste invece di capire le differenze tra le varie sostanze e i motivi per cui i ragazzi le usano. Perché in quel modo cercano di riempire il vuoto di senso, di relazioni, di opportunità. Così il no alla droga è solo per campagne elettorali", dice il fondatore di Libera e del Gruppo Abele, da 50 anni in trincea. Che nelle pagine ricche di dati e statistiche, analizza un'Italia dove diminuiscono gli operatori dei Serd, dove i nuovi policonsumatori restano sconosciuti ai servizi, in una presunta normalità quotidiana così facile da ignorare. Tanto che solo 11 mila su 130 mila pazienti avevano tra i 15 e 24 anni nel 2018, mentre i dati dell'ultimo studio europeo parlavano di 800 mila adolescenti che avevano consumato droghe nell'ultimo anno, 400 mila nell'ultimo mese di cui quasi 100 mila cocaina. E nel libro sono gli stessi nuovi consumatori a raccontare le loro storie.
Ci sono quelle di ragazzi senza apparenti problemi alle spalle o storie di disagio in famiglia. Come Rocco, 28 anni. "In un giorno riuscivo a farmi 7 tipi di droga, la mia famiglia è ricca è alle feste girano ansiolitici, antidepressivi. Le dosi arrivano a casa come fosse Foodora. Ma è a scuola che abbbiamo tutti cominciato".
O Giorgio, 22 anni. "Sono stato un cretino. In famiglia avevo tutto, ma la droga è ovunque e bastano 5 euro... Un mio amico fumava eroina a ricreazione, ho provato, ci sono finito dentro. A 17 anni mi si è spenta la vita, dovevo bucarmi ogni giorno. Ho perso gli anni più belli, ero sempre solo, ma la verità è che quando sei tossico la tua unica compagna è la droga".
Le sostanze costano poco, per i ragazzi è facile provare tutto. Roberto, 18 anni: "Alle superiori ho scoperto la cocaina, mi piaceva da matti l'effetto di concentrazione e mi faceva prendere bei voti. Difficile resistere quando in classe e alle feste ti offrono di tutto. Con 5 euro ti puoi fare tre fumate di eroina, una dose in vena 10 euro quanto tre spinelli, una pasticca di lsd 20, la coca 50 al grammo. Ti cali e i problemi te li scordi, io non riuscivo più a fermarmi, per calmarmi sono passato all'eroina. I miei genitori mi hanno portato in comunità. Spero di non ricaderci. Voglio fare il pugile".
Davide, 22 anni, ha iniziato alle medi. "Bevevo e fumavo spinelli poi ho avuto un lavoro da cuoco, per resistere ai ritmi ho iniziato a tirare cocaina. In cucina c'erano ragazzi che si bucavano, l'eroina mi copriva tutti i pensieri. Non ho più smesso. Ho scelto io di venire in comunità anche se l'ansia la sento nel petto e non mi lascia mai. Spero di farcela".
Mohammed, 18 anni. "A 10 anni la prima canna, a 15 già dipendente dalla coca. A casa mi menavano e allora uscivo ed erano risse, furti. Sono scappato da una comunità, qui sto bene. Spero di farcela". Youssef ora ha 19 anni. "Quando spacciavo nel bosco di Rogoredo era pieno di ragazzini di 13, 14 anni che compravano fumo, pasticche, eroina con 5, 10 euro. Addirittura mi chiedevano come farsi un buco. Oggi dico che quel bosco è l'inferno.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 febbraio 2020
Secondo un rapporto di Amnesty International, la Somalia è diventata uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Il drastico deterioramento della libertà di espressione e di stampa è conciso con l'inizio, nel febbraio 2017, della presidenza di Mohamed Abdullahi "Farmajo". Gli attacchi mirati del gruppo armato "al-Shabaab" e delle forze governative somale hanno inasprito la censura e causato un aumento degli arresti arbitrari. Da allora, almeno otto giornalisti sono stati costretti a lasciare il paese e altrettanti sono stati uccisi: cinque in attacchi indiscriminati di "al-Shabaab", uno da un poliziotto e due da soggetti non identificati.
Il caso di Zakariye Mohamud Timaade è esemplare: già giornalista di Universal Tv, ha lasciato la Somalia nel giugno 2019 dopo essere stato minacciato sia da "al-Shabaab" che da ambienti governativi a causa di due diversi servizi che aveva realizzato. Il gruppo armato lo aveva minacciato di morte per aver riferito della cattura di tre miliziani da parte delle forze di sicurezza, il governo si era infuriato per aver rivelato la presenza attiva di "al-Shabaab" a Mogadiscio.
Amnesty International ha anche documentato casi di censura e tentativi di corruzione dei giornalisti da parte del governo somalo. Funzionari dell'ufficio del presidente pagano regolarmente tangenti mensili ad alcuni editori e direttori affinché non pubblichino articoli "sfavorevoli". Alcuni giornalisti hanno raccontato ad Amnesty International che i loro editori gli hanno ordinato di non scrivere articoli critici nei confronti degli uffici del presidente e del primo ministro o sui temi dell'insicurezza, della corruzione e delle violazioni dei diritti umani.
Amnesty International ha verificato che in quattro casi altrettanti giornalisti sono stati licenziati dai loro datori di lavoro. Poi ci sono i social media, dove il clima di censura ha costretto molti giornalisti a spostarsi per poter esprimere le loro opinioni. La reazione delle autorità è stata di costituire unità dedicate specificamente a monitorare e a segnalare post contenenti critiche.
Giornalisti hanno riferito che ricevono frequenti e minacciose telefonate in cui vengono invitati a cancellare i loro post. Amnesty International ha documentato la disattivazione permanente di 16 pagine Facebook, 13 delle quali appartenenti a giornalisti, tra il 2018 e il 2019, sempre per aver violato "gli standard della comunità".
gonews.it, 14 febbraio 2020
Due detenuti su tre sono malati,tra i 25 mila e i 35 mila sono affetti da Epatite C, in aumento Hiv positivi (6.500) e tubercolosi, almeno un migliaio i detenuti con problemi mentali nelle celle di istituti normali e 1200 in istituti specifici. Sono questi in sintesi i dati del dossier che il Sindacato Polizia Penitenziaria ha consegnato oggi nell'incontro al Ministero della Salute dedicato ai problemi della sanità penitenziaria.
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