di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 6 gennaio 2020
E se questa cupa processione di forche, questa esultanza scomposta per un brillìo di manette, questo sangue che scorre sotto l'applauso ammorbante del "popolo", questo tutti contro uno o contro pochi) non fosse altro che un rito catartico, un esorcismo collettivo per placare gli istinti violenti della comunità?
Il giustizialismo non è soltanto una cultura propagandata e codificata dall'alto, non è solo cinica manutenzione degli spiriti indignati da parte delle élites o dei tribuni della plebe, ma anche una forza primordiale che viene dal basso e che risponde a una precisa condizione psicologica, qualcosa che attiene alle pulsioni profonde degli esseri umani e alla loro vita collettiva. Individuare una vittima all'interno di un gruppo (popolo, etnia, scuola, squadra, famiglia, setta) per poi spingerla ai margini di quel gruppo permette di convogliare la violenza endemica verso un obiettivo esterno, che sia esso un individuo o una minoranza di individui, un politico corrotto o un immigrato clandestino. E non importa se siano colpevoli o innocenti, poiché la logica tribale del sacrificio è estranea alle precisioni e alle sottigliezze del diritto. La maggioranza ha bisogno di emettere una condanna per mondare se stessa da ogni colpa: è lo schema classico del capro espiatorio.
Nelle società moderne la costruzione del capro espiatorio avviene nell'intreccio malsano tra la propaganda dei governi e i pregiudizi popolari, tra manipolazione ideologica e credenze striscianti. Il caso più famoso è l'Affare Dreyfus, l'ebreo alsaziano ufficiale dell'esercito accusato ingiustamente di spionaggio e alto tradimento che ha rappresentato per la società francese di fine Ottocento il colpevole ideale; per dirla con le parole di Georges Clemenceau "Dreyfus è il capro espiatorio del giudaismo sul quale convergono e si accumulano tutti i presunti crimini precedentemente commessi dagli ebrei".
Ebrei traditori, zingari, omosessuali, kulaki, minoranze etniche, oppositori politici, ma anche sovrani decaduti, banchieri, massoni, re Mida globali, kasta, ciò che caratterizza il capro espiatorio sono le sue qualità estreme; estrema povertà, estrema ricchezza, estrema bellezza o bruttezza, estrema distanza o vicinanza dal gruppo che lo respinge o lo scaccia via.
Come fa notare l'antropologo e filosofo francese Réné Girard autore del celebre Le bouc émissaire (1982), probabilmente lo studio più approfondito sul concetto di capro espiatorio, "il rito sacrificale non è altro che la replica del primo linciaggio spontaneo che riporta l'ordine all'interno di una collettività. Attorno alla vittima sacrificata la comunità trova pace, producendo una specie di solidarietà nel crimine".
Il sacrificio è dunque violenza legalizzata e funzionale all'equilibrio sociale del gruppo, in particolare nei momenti di crisi (carestie, guerre, epidemie, conflitti sociali). Nella Bibbia (Levitico) il capro sacrificato deve placare l'ira di Dio, è un animale scelto a sorte su cui però converge il biasimo di tutta la comunità, in realtà, sottolinea Girard, la bestia viene uccisa affinché tutti possano mondarsi dei propri peccati e non per paura di una reale ritorsione divina. L'aspetto religioso non è altro che il contenitore simbolico, l'involucro di un'espiazione tutta umana. Un tratto talmente interiorizzato e trasmesso nel corso della storia che spesso chi viene colpito dalla vendetta del gruppo accetta docilmente il suo destino senza ribellarsi, giocando il ruolo di vittima consenziente. Le tecniche di manipolazione, la semplice prostrazione degli individui nei confronti del potere inquisitorio, la sproporzione di mezzi tra accusa e difesa rendono tutti noi dei potenziali Benjamin Malaussène, il surreale personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, direttore tecnico di un grande magazzino nonché "capro espiatorio di professione".
Nella mitologia classica la prima vittima consenziente è Edipo, l'incestuoso e parricida Edipo, che accetta senza battere ciglio il verdetto ottuso dei tebani i quali lo credono colpevole di aver portato in città un'epidemia di peste; vittima di una mistificazione, Edipo è un innocente perseguitato dal pregiudizio popolare.
Le sue parole remissive, la sua stoica accettazione di una colpa che non ha commesso equivalgono a una confessione estorta sotto tortura nella cella buia di un commissariato. Questo tratto di vittima consenziente emerge ancora di più nel sacrificio di Cristo nel Nuovo Testamento che in fondo svela apertamente questo meccanismo di autoassoluzione collettiva alle spese del più debole, "l'agnello di Dio", letteralmente capro espiatorio umano-divino, afferma di sacrificarsi per salvare il genere umano ma allo stesso tempo si dichiara innocente, accetta il martirio non perché è colpevole di lesa maestà ma perché sa che c'è bisogno di un colpevole per interrompere il circolo vizioso della violenza.
Per un breve tratto però, perché la società contemporanea sostituisce rapidamente i suoi bersagli, sempre alla ricerca di nuove vittime, di nuovo sangue da far scorrere per placare la rabbia repressa e alienata delle maggioranze. La rete da questo punto di vista è un formidabile moltiplicatore dell'indignazione popolare e di conseguenza della calunnia corale. Diffamare qualcuno senza nessuna prova, additare un comportamento ritenuto non conforme alla volontà del gruppo, perché infedele, osceno, immorale, evocare complotti e cospirazioni da parte di misteriosi burattinai o di fantomatiche spectre del crimine planetario, significa aver continuamente bisogno di costruire capri espiatori diversi, in una ricerca spasmodica che diventa fine a sé stessa, generando una società di inquisitori frustrati e di vittime designate.
di Guido Rampoldi
Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2020
Al punto in cui ormai è giunta la guerra per procura libica, l'ingresso in campo di truppe turche non è certo il male peggiore. Per quanto possano risultare brutali, quei soldati appartengono a un esercito regolare: insomma non sono i macellai al soldo del generale Haftar e neppure certe bande di miliziani-negrieri schierati con il governo di Tripoli e un tempo cari al Viminale.
Se i turchi dovessero fermare Haftar e imporre l'armistizio, Ankara incasserà un lauto profitto a spese degli europei, puniti perché anche in questa occasione velleitari e inconcludenti. Ma ancor peggio sarebbe per tutti se vincesse Haftar, perché la lunga e rischiosa anarchia militare che ne conseguirebbe potrebbe costare assai cara, all'Eni e all'Italia.
Beninteso: non conviene a nessuno che la Libia diventi il campo di battaglia di una guerra tra cattivi e pessimi. Ma prima di intonare il consueto "mamma li turchi!", la politica e l'informazione italiane provino a raccontarsi finalmente chi è Haftar e quali sono i suoi metodi. Un aiutino: lo scorso 17 luglio nella città libica di Bengasi una unità del generale, sotto il comando di suo figlio Khaled, è piombato in casa di Seham Sergiwa, parlamentare eletta nelle prime e uniche elezioni libiche (2014) e l'ha rapita, dopo aver sparato al marito e picchiato selvaggiamente il figlio 14enne. Da allora, e malgrado gli appelli di Onu, Unione europea e Amnesty ad Haftar, della Sergiwa non si hanno più notizie.
Nessuno dubita che sia stata uccisa, probabilmente dopo essere stata violentata. La sua colpa: interpellata da una emittente libica, aveva criticato l'offensiva lanciata da Haftar su Tripoli. Inoltre a suo tempo era stata autrice di un documentato report inviato alla Corte penale internazionale circa gli stupri di massa compiuti durante la guerra civile dalle truppe di Gheddafi, parte delle quali ora combattono per il generale Haftar.
Il rapimento della Sergiwa non ha suscitato in Italia alcuna interrogazione parlamentare ed è stato pressoché ignorato dall'informazione, probabilmente a motivo di due circostanze: in quanto nemico dei Fratelli musulmani, Haftar ha da tempo estimatori a destra e sinistra; e da quando si è avvicinato ai tubi dell'Eni (2017) non dispiace ai governi italiani, da tempo disponibili a scaricare al Serraj e a confermare anche in Libia la nomea per la quale l'Italia non finisce mai una guerra dalla parte in cui l'aveva cominciata.
A conferma, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio giorni fa ha fatto la voce grossa con al Serraj, colpevole di aver chiesto ad Ankara l'aiuto che si attendeva da Roma e dalla Ue, e si è intrattenuto assai amichevolmente con Haftar, ricevendone in cambio lodi ("Lei deve essere orgoglioso di se stesso, può essere l'esempio di tutti i giovani libici, un modello") che avrebbero messo in grave disagio - data l'origine - chiunque fosse provvisto non dico di una dignità ma perlomeno di un cervello. Subito dopo, al Serraj ha chiesto ai turchi di accelerare i tempi dello sbarco.
Qualcuno chiamerà "realismo" la benevolenza che l'Italia riserva ad Haftar: ma è un realismo che ignora la realtà. Haftar non vuole alcuna soluzione politica (non la vuole il suo primo sponsor, l'Egitto), ma non ha alcuna possibilità di prendersi tutta la Libia perché non ha grande seguito nella popolazione, presso la quale è considerato con ragione il Quisling di un'alleanza egiziano-emiratina-saudita cui si è aggiunto Putin. Il suo "Esercito nazionale libico" è una sommatoria di lanzichenecchi: bande salafite finanziate dalle petromonarchie del Golfo, reduci gheddafiani, mercenari russi, milizie del Chad, Janjawid sudanesi già distintisi in patria nell'arte del massacro. Insomma pendagli da forca che potranno conquistare territori ma non riusciranno a dominarli, e finiranno inevitabilmente col produrre tante ribellioni e un'anarchia militare ancora più sanguinolenta.
Di conseguenza scambiare smancerie con Haftar, come hanno fatto Di Maio e altri ministri degli ultimi governi italiani, significa raccontarsi alla popolazione libica come amici di un tiranno ripugnante, fama che in futuro potrebbe esporre Italia ed Eni a giustificate rappresaglie. Questo rischio da noi non viene messo in conto, probabilmente perché si ritiene che i libici, e gli arabi in generale, siano predisposti ad assoggettarsi docilmente al rais di turno, una volta vincitore. Ma anche se abbiamo difficoltà a crederlo, i libici non sono tanto diversi da noi. Certo non lo era la deputata Seham Sergiwa, i cui titoli accademici, conseguiti in ottime università occidentali, non trovano equivalenti nei curricula della gran parte dei parlamentari italiani.
In altre parole Haftar è il problema, non la soluzione. Un'Italia consapevole e dotata di un qualche coraggio cercherebbe di toglierlo di mezzo, anche attraverso la Corte penale internazionale, cui non sarebbe difficile far giungere prove di tanti misfatti. In ogni caso quell'Italia che non c'è la smetterebbe di confidare nell'aiuto americano, nel rinsavimento di Macron, nella buona volontà dell'amico Putin, ed entrerebbe in campo con un'iniziativa propria. Una proposta del genere è stata formulata di recente dall'ex segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, ma senza alcun risultato. A Di Maio non mancano bravi consiglieri, tra i diplomatici. Affidi a quelli la politica estera, che è una cosa seria, e si dedichi alle batracomiomachie pentastellate. Quantomeno eviterebbe di rendere ancora più tragicomico un Paese che già provvede da solo a coprirsi di ridicolo.
di Fiorenza Sarzanini e Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 6 gennaio 2020
L'annuncio del governo di Tripoli alla luce delle nuove tensioni sul terreno. Nella delegazione anche i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna. L'intenzione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio rimane quella di andare in Libia prima possibile anche per placare le polemiche e gli attacchi sul suo "immobilismo" che arrivano dall'opposizione. Ma l'aggravamento del conflitto e soprattutto l'opportunità politica di trattare in questo momento con il generale Khalifa Haftar, hanno fatto saltare la missione dell'Unione Europea prevista per domani. "Rinviata a data da destinarsi, alla luce delle condizioni attuali": lo rende noto il ministero degli Esteri del Governo di accordo nazionale libico. Alla missione avrebbero partecipato l'Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Il clima è di tensione altissima, con possibili gravi conseguenze sul doppio fronte immigrazione e terrorismo. A Palazzo Chigi ieri descrivevano la situazione come "fluida e incerta". Per questa mattina alla Farnesina era stata convocata una riunione operativa. I piani di volo per la delegazione, che comprendeva i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna, erano stati già predisposti.
La missione Ue si prefiggeva di avere colloqui diretti sia con il capo del governo legittimato dall'Onu, Serraj, sia con il generale Haftar. Il recente invio da parte della Turchia di oltre un migliaio di miliziani siriani filoturchi, a sostegno di Serraj, ha complicato non poco le cose. Le forze armate dell'Egitto, che con l'Arabia Saudita ha condannato la scelta di Erdogan di intervenire nel conflitto, hanno compiuto un'ampia esercitazione non lontano dalle coste libiche.
Sia sul terreno che nell'area la situazione è incandescente e ai problemi legati alla sicurezza, ai corridoi diplomatici che i libici potranno e vorranno garantire, si aggiungono motivi di opportunità politica dopo i razzi lanciati, presumibilmente da forze armate legate ad Haftar (che però ha seccamente smentito un coinvolgimento) contro la caserma dei cadetti di Tripoli causando almeno 30 vittime e l'immediata reazione dell'esercito di Serraj, che ha causato almeno tre vittime sull'altro fronte, e sarebbe stata condotta anche con l'utilizzo di un drone di fabbricazione turca.
L'escalation di attacchi, da una parte e dall'altra, ha momentaneamente suggerito, anche ai nostri servizi presenti sul posto, di imporre una sorte di congelamento della missione, che avrebbe il compito di esprimere con una voce sola l'appello alla cessazione delle ostilità e alla scelta di un percorso diplomatico sul quale anche il segretario dell'Onu non si stanca di insistere. "Ogni azione militare provoca sofferenze ingiuste alla popolazione civile, aggrava la crisi umanitaria e alimenta una pericolosissima escalation del conflitto", ha ribadito ieri sera Di Maio dopo aver parlato al telefono con il ministro degli Esteri libico Mohamed Siyala. "L'Italia - ha spiegato - chiede a tutti un'immediata cessazione di ogni azione militare e il ritorno ad un percorso di dialogo politico sotto egida Onu".
Il titolare della Farnesina ha avuto contatti anche con Serraj e con Bruxelles. Questa sera dovrebbe incontrare a Roma Borrell e il collega tedesco Heiko Maas, ma a questo punto anche la cena rischia di saltare. "La situazione in completa evoluzione su diversi fronti, dalla Libia all'Iran e all'Iraq, non permette per il momento di fare nessuna programmazione sull'agenda dei prossimi giorni di Borrel", fanno sapere dall'Unione Europea. E su questa incertezza pesa anche l'atteggiamento della Francia che, pur avendo aderito alla missione comune, appare intenzionata a giocare una partita indipendente. Tanto da aver predisposto autonomi piani di volo.
di Francesco Semprini
La Stampa, 6 gennaio 2020
La Turchia comincia l'invio graduale delle truppe. Il governo di unità nazionale contrario alla missione Ue. Sull'attacco all'accademia militare a Tripoli accuse all'aviazione di Haftar. Il generale nega: "C'è la mano dell'Isis". Il Governo di accordo nazionale libico chiede a Bruxelles di non inviare la propria delegazione a Tripoli per trovare una mediazione politica alla crisi bellica in atto, azzerando di fatto lo sforzo europeo di reinserirsi nel dossier del Paese nordafricano dopo un'assenza di fatto durata oltre un anno.
La missione capitanata dall'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, con protagonisti i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia con Luigi Di Maio, sarebbe dovuta arrivare domani nella capitale libica ma "questioni di sicurezza" ne rendono l'attuazione complicata, pericolosa. In realtà, spiegano fonti locali, dietro il rinvio c'è il disinteresse da parte del Gna di Fayez al Sarraj di dare spazio trattative diverse da quelle che hanno portato all'accordo tra Tripoli e Ankara con il conseguente supporto militare della Turchia alla Tripolitania. Come dire, "siete arrivati tardi, un alleato già lo abbiamo".
La missione europea, del resto, era già nata zoppa avendo registrato la defezione della Francia, da sempre vicina a Khalifa Haftar, tanto che Parigi avrebbe finanche impedito a Di Maio di divulgare un comunicato congiunto di condanna dell'attacco di sabato all'accademia di Tripoli smontando la già fragile architettura europaa messa in piedi a dicembre. E con essa gli sforzi organizzativi della Conferenza di Berlino prevista per la seconda metà di questo mese. Inutili i tentativi di recupero in extremis del ministro Di Maio che ieri ha tentato, inutilmente, di contattare al telefono Sarraj: da Tripoli nessuna risposta. Oltre al fatto che la missione sarebbe stata bersaglio di proteste da parte di attivisti che nella capitale si stanno mobilitando da giorni dinanzi all'estremo tentativo dei Paesi europei.
"L'Italia e l'Europa andassero prima da Haftar convincendolo al ritiro, prima di venire qui", spiegano alcuni attivisti dalla capitale. Se Bruxelles e le cancellerie del Vecchio continente rimango al palo, ad accelerare è invece il presidente turco Recep Tayyip Erdogan il quale ha reso noto che l'invio "progressivo" di soldati turchi in Libia. Il dispiegamento delle truppe verso la Libia è già iniziato e con esso l'inizio di una nuova fase destinata a portare a decisive mutazioni sul campo con i russi protagonisti militari in Cirenaica e cambi di equilibri nel lungo periodo.
Lo conferma il precipitare degli eventi sul terreno dove la situazione è sempre più complessa. Dopo la chiamata alla jihad dichiarata da Haftar, assume i contorni di un giallo l'attacco al collegio militare di Hadaba, a sud di Tripoli, un'esplosione - apparentemente provocata da un missile - che sabato sera ha provocato la morte di almeno 28 persone ed il ferimento di altri 18. Cadetti di polizia, ufficialmente, miliziani pro-Sarraj, secondo ambienti filo-Haftar che, in un intreccio di dichiarazioni e smentite, si sono prima attribuite la responsabilità dell'attacco salvo poi negare in un secondo momento un coinvolgimento nel raid, sostenendo che si sia trattato invece di opera dei terroristi di Isis o di Al Qaeda. Il portavoce del generale, Ahmed Al Mismari, ha smentito ha precisato che "l'esplosione ha avuto luogo dall'interno e non dall'esterno" e che tutti gli elementi inducono a pensare a un attentato terroristico contro i cadetti dell'Accademia militare a Tripoli così come era avvenuto per quella a Bengasi.
Il governo di Sarraj, sostenuto dalla comunità internazionale, continua invece a ritenere che l'autore dell'attacco sia l'aviazione del generale Haftar sostenuta dagli Emirati Arabi, tanto che Tripoli ha chiesto una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu per discutere delle "atrocità e dei crimini di guerra di Haftar". Il vice premier del Gna, Ahmed Maiteeg ha definito l'attacco "terrorista" e ha promesso la prosecuzione della lotta contro le forze di Haftar. Ovviamente con al fianco l'alleato turco.
laluce.news, 6 gennaio 2020
Sono stati liberati alcuni dei più noti esponenti del movimento di protesta antigovernativo che da quasi un anno chiede che il Paese nord africano cessi di essere un regime militare e si trasformi in una democrazia civile. Tra questi Lakdar Bouregaa, un veterano della guerra di liberazione che nel 1962 si concluse con gli accordi di Evian che sancirono il ritiro delle truppe francesi.
Bouregaa, 86 anni, che era in carcere da 6 mesi, è stato rilasciato insieme ad altri 75 oppositori e con questa decisione il potere militare sembra volere accettare una delle precondizioni che Hirak aveva posto per l'inizio di una trattativa finalizzata ad una transizione verso una nuova amministrazione non più dominata da una ristretta cerchia di generali. Le accuse contro l'anziano mujahid erano del tutto politiche, al momento dell'arresto la televisione di Stato aveva detto che era imputato di "offesa alle autorità" e di "contribuire a minare il morale delle forze armate" Nel giorno in cui avrebbe dovuto iniziare il suo processo Bouregaa è stato liberato per decisione della stessa magistratura.
Bouregaa era stato un comandante dell'esercito di liberazione nazionale e fondatore nel 1963 del Fronte per le Forze Socialiste, uno dei più vecchi partiti di opposizione dell'Algeria. Prima del suo arresto, aveva preso parte alle manifestazioni che hanno scosso l'Algeria dallo scorso febbraio, inizialmente contro Bouteflika, e poi contro l'intero l'establishment dopo che il presidente era stato costretto a dimettersi. Tra gli altri detenuti liberati su cauzione giovedì, il generale in pensione Hocine Benhadid, 73 anni, anche lui accusato di "demoralizzare l'esercito" dopo aver criticato Gaid Salah, Mohamed Tadjadit, un attivista soprannominato "poeta del Hirak" e Abdelhamid Amine, che era già stato condannato a tre mesi di reclusione per le sue vignette anti-governative. Dopo il voto segnato dalla scarsa affluenza alle urne e da massicce manifestazioni di protesta, Abdelmadjid Tebboune, ex premier sotto Bouteflika, ha prestato giuramento come nuovo presidente dell'Algeria il 19 dicembre.
di Guido Camera e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2020
Pioggia di ricorsi alla Corte costituzionale sulla retroattività dei benefici solo ai detenuti che collaborano. È già stata dichiarata l'illegittimità dei limiti per i permessi premio. La "Spazza-corrotti" perde i pezzi. Nel suo primo anno di vita, la legge 3/2019, cavallo di battaglia del M5S e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non ha infatti retto al banco di prova della giurisprudenza. È stata soprattutto la mancanza di una disciplina transitoria a far approdare le norme di fronte ai giudici che, in più di una occasione, ne hanno limitato l'applicazione. E ora si attendono gli esiti dei procedimenti aperti di fronte alla Corte costituzionale, che dovrà fare chiarezza sulla natura di una delle misure simbolo della legge, ovvero l'equiparazione, per la concessione dei benefici penitenziari, dei fenomeni corruttivi a quelli mafiosi e terroristici. Ma andiamo con ordine.
di Glauco Giostra
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Le campagne di chi invoca misure sempre più repressive e nega la funzione riabilitativa della pena sono molto efficaci. Non basta, per contrastarle, ricordare il valore dei principi costituzionali. Bisogna venire incontro alla richiesta di sicurezza che sale dall'opinione pubblica, dimostrando che nella realtà dei fatti il furore vendicativo contro i detenuti non riduce affatto i pericoli, anzi li aumenta, per i cittadini onesti.
di Paolo Ricci Bitti
Il Messaggero, 5 gennaio 2020
A Rebibbia i "Bisonti" battono "Libera" nella prima partita di rugby in carcere che ha messo in campo la squadra dei detenuti e la squadra della comunità gay di Roma. Da una parte i Bisonti, dall'altra Libera, il primo club ovale in Italia esplicitamente per la comunità Lgtb, ma pronto comunque ad accogliere tutti.
In mezzo l'arbitro Valerio Amodeo, allenatore di Libera e fra i più conosciuti e appassionati rugbisti non solo nell'ambiente romano. Siamo partiti dalla circostanza meno importante, il risultato, pure parecchio scontato, per dire dell'unione di due iniziative che dimostrano ancora una volta lo spirito di inclusione del rugby: mentre si gioca è battaglia, dura, senza sconti, scoccano scintille, poi viene la pace più bella del mondo.
Il terzo tempo, insomma - e pazienza se in questi casi, dietro le sbarre - è strettamente analcolico. Fra gli psicologi che lavorano a Rebibbia ce n'è uno che, in fatto di mete e placcaggi, gioca con Libera: così, un paio di mesi fa, è nata l'idea di questo match bel carcere capitolino per intrecciare per un giorno (ma ci sarà la rivincita) il progetto di Libera, nato ormai quattro anni fa con gli allenamenti che si tengono al Tre Fontane, con il progetto Carceri con il quale la Federazione italiana rugby ha portato la palla ovale, le sue regole, le sue risate, i suoi lividi e le sue storie inossidabili di amicizia già in 18 istituti carcerari con molti altri (anche femminili) che sono attesa di cominciare. Squadre come la Drola di Torino e la Giallo Dozza di Torino partecipano anche a campionati federali (C2, il più basso, va da sé) con la particolarità che tutte le altre squadre accettano di giocare in trasferta entrambi i match con i detenuti.
E se i benefici, grazie a queste mete - per nulla sporche e per nulla ultime - sono enormi per i carcerati, diventano persino siderali per le centinaia, ormai migliaia di giocatori "in libertà" che una volta l'anno scoprono la realtà degli istituti di pena. Scoprono che cosa significhi sentire il sinistro e secco clic clac delle porte che più volte, nei corridoi che portano al campo, si aprono davanti a loro per richiudersi alle loro spalle.
Che vedono gli occhi dei detenuti dagli sportellini delle porte blindate; che si separano per due ore dai cellulari; che dividono, alla fine della partita, il rancio con gli avversari; che incrociano gli sguardi con le mogli e i figli dei detenuti in attesa di entrare per la visita mensile. Il progetto Carceri della Fir è una formidabile iniziativa educativa per chi sta fuori, altroché.
Come sanno bene gli operatori quali Giovanni Zavaroni al quale sono affidati i rugbisti di Rebibbia con l'aiuto di altri tecnici volontari dei Bisonti. Ecco, niente telefonini: della partita di questa mattina non c'è nemmeno una foto perché per scattare foto in carcere servono permessi che, con tutta la buona volontà, non si è riusciti ad avere in tempo.
"Ma è lo stesso, ci siamo divertiti tantissimo - dice Germana De Angelis, presidente dei Bisonti, che ogni domenica scendono in campo anche in C2 sui campi un tempo del Cus Roma - per non dire dell'emozione sui visi dei ragazzi di Libera mentre si avventuravano nel mondo di Rebibbia. Chi entra per la prima volta in un carcere, senza essere obbligato a farlo, vive un'esperienza indimenticabile, che fa riflettere per sempre, che ti fa anche apprezzare con più amore attenzione ciò che vivi fuori".
Stante lo scenario di gioco (sezione G9, il campetto ristretto, prato solo nella fantasia dei giocatori, ché quello regolamentare ed erboso esterno ai blocchi richiede lunghe procedure) e la quarantina di giocatori (una ventina per parte) si è deciso di fare quattro tempi a touch-rugby e un ultimo quarto d'ora di rugby vero (contatto): mischie che sbuffano e spingono, placcaggi alle caviglie, collisioni, ruck (raggruppamento con la palla a terra), maul (raggruppamento con la palla in mano), touche (rimesse laterali) con "ascensore" (due giocatori che ne sollevano un terzo). I Bisonti, rodati da tre anni ormai di allenamenti, hanno sempre vinto, ma si sapeva.
"È inutile, i giocatori, da una parte e dall'altra - continua Germana De Angelis - non vedevano l'ora di giocare a rugby vero, quello che ti appassionata di più. C'è stata la massima correttezza in ogni frangente e anche i ragazzi di Libera, non abituati al campionato, se la sono cavata molto bene. Vogliono tutti ripetere l'esperienza.
Avevamo solo un paio d'ore, perché poi il campetto serve per la passeggiata di tutti i detenuti, ma siamo riusciti anche a infilarci il terzo tempo. E ci ha fatto piacere vedere ancora una volta il sostegno della direzione di Rebibbia a queste iniziative: a bordocampo c'erano i vicedirettori Fazioli e Grasselli e registriamo sempre la piena disponibilità dell'amministrazione carceraria e della polizia penitenziaria".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 5 gennaio 2020
Nel giorno del 29esimo anniversario dell'eccidio del Pilastro, i familiari dei tre carabinieri uccisi chiedono con una lettera che siano riaperte le indagini sulla banda della Uno Bianca. Ventinove anni dopo la strage del Pilastro, i familiari di Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini chiedono che siano riaperte le indagini sulla banda della Uno Bianca.
Scelgono il giorno della commemorazione del terribile eccidio, il cui anniversario ricorreva appunto ieri, per diffondere in una lettera un appello "affinché venga fatta piena luce sulle tante ombre che aleggiano su questa vicenda". Perché per i familiari dei tre militari barbaramente uccisi al Pilastro, la banda dei fratelli Savi che per sette anni insanguinò Bologna, l'Emilia-Romagna e le Marche, lasciandosi dietro 24 morti e più di 100 feriti, non fu solo una banda di "semplici" criminali, pur se poliziotti con simpatie per la destra estrema.
Scrivono le famiglie che "un contributo in questa direzione potrebbe arrivare anche dalla preannunciata informatizzazione e pubblicazione degli atti processuali, così come avvenuto per altre vicende. Ci batteremo e continueremo a opporci ai vergognosi sconti di pena". La giustizia italiana ha chiuso i conti con i tre fratelli e i loro complici: Alberto, il più giovane dei Savi, usufruisce di permessi premio e ha trascorso il Natale fuori dal carcere, Marino Occhipinti è in libertà condizionata, liberi sono i gregari Luca Vallicelli e Pietro Gugliotta.
Continuano a scontare l'ergastolo in carcere Fabio e Roberto Savi ma quest'ultimo, riporta l'Ansa, due anni fa avrebbe reiterato la richiesta di grazia che nel 2005 fu costretto a ritirare dopo le polemiche sollevate dai familiari delle vittime. Una richiesta a cui sia la Questura che la Procura generale di Bologna si sarebbero opposte.
Il suo avvocato Donata De Girolamo assicura: "Non c'è alcuna richiesta di grazia al momento. Roberto Savi è detenuto nel carcere di Bollate ma non ha incontrato il fratello". I familiari dei tre carabinieri uccisi, intanto, chiedono ancora di conoscere la verità su alcuni interrogativi senza risposta: "Come il foglio di servizio della pattuglia sparito - scrivono nella lettera - o il cambio auto della banda a San Lazzaro, dove un testimone notò un quarto uomo".
Fa suo l'appello a indagare ancora anche il deputato dem Andrea De Maria: "Occorre approfondire il contesto di quelle azioni criminali, che assunsero un carattere eversivo e destabilizzante della democrazia". "I Savi - ha detto ieri Anna Stefanini, madre di Otello - non possono provare alcun pentimento. Stiamo attenti a farli uscire, non vorrei si finisse come con Angelo Izzo (autore della strage del Circeo, ndr) che ha ammazzato ancora". Parla dei permessi premio anche Rosanna Zecchi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime: "Penso che questa non sia giustizia".
Grigolon ha ricordato i vigili del fuoco morti in provincia di Alessandria e i poliziotti uccisi in servizio a Trieste: "Come i nostri carabinieri avevano trovato l'amore e la forza di mettersi al servizio degli altri", lanciando un appello ad abbassare i toni. Anche il generale di brigata Claudio Domizi ha preso la parola: "Andrea, Otello, Mauro, non vi dimentichiamo. Non dimentichiamo tutti quei berretti rimasti a terra, impregnati di sangue, di tanti servitori dello Stato".
Parole di comprensione per il dolore dei familiari dal sindaco Virginio Merola: "Le persone che hanno sofferto non potranno mai dimenticare, ma la giustizia in Italia è dovuta al nostro sistema democratico che i criminali della Uno Bianca hanno disprezzato, ma di cui oggi godono i vantaggi". "Condivido la rabbia dei familiari delle vittime" ha scritto su Fb la candidata del centrodestra alle Regionali Lucia Borgonzoni, mentre il governatore Stefano Bonaccini ha espresso sui social "solidarietà all'Arma dei carabinieri".
di Paolo Borrometi
Avvenire, 5 gennaio 2020
C'è un prima e c'è un dopo nella storia della Sicilia. Lo segna una data: 6 gennaio 1980. Quel giorno venne drammaticamente assassinato sotto gli occhi della sua famiglia l'uomo che aveva avviato una nuova stagione politica nell'Isola, Piersanti Mattarella.
Fortemente sostenuto da Aldo Moro, Mattarella fu ucciso da presidente della Regione quando era riuscito a dare forma a un Governo di regole per una terra abituata a non averne. Nessuno slogan da ostentare - come si potrebbe mal pensare in un'epoca come la nostra, abituata ai continui "cinguettii" del politico di turno - ma un progetto autentico e rigoroso da realizzare, fatto di interventi concreti: controlli rigorosi sull'aggiudicazione delle gare d'appalto, lotta alla speculazione edilizia, una nuova legge urbanistica (rivoluzionaria per la Sicilia, con la riduzione degli indici di edificabilità) per fare solo qualche esempio.
Sorretta da una grande fede, la sua fu una rivoluzione gentile - culturalmente, civicamente e spiritualmente cresciuta all'interno dell'Azione Cattolica - che lo portò a schierarsi apertamente contro la criminalità mafiosa in anni in cui il nostro Paese era privo di una qualsiasi legislazione antimafia (e men che meno di una cultura dell'antimafia) che ne sapesse riconoscere la pervasività e la pericolosità. Il tutto muovendosi all'interno di un partito, la Democrazia Cristiana, che fra i suoi maggiori esponenti locali schierava purtroppo anche politici come Vito Ciancimino, per tanti anni sindaco e assessore ai lavori pubblici di Palermo, referente proprio allora di quegli stessi corleonesi che già ne insanguinavano impuniti le strade.
Per avere un'idea di Mattarella e del suo rigore basta rileggere il discorso che solo un mese prima di essere assassinato tenne davanti a Sandro Pertini, in occasione della sua visita presidenziale nell'Isola, in cui chiese espressamente al Capo dello Stato di aiutare i siciliani a liberarsi dall'oppressione mafiosa fermamente convinto che il riscatto dell'Isola non potesse (e ancora oggi non può) che passare dalla liberazione dei suoi "legacci".
Una sfida aperta alla mafia che da presidente della Regione portò avanti impegnandosi anzitutto a ripristinare quelle condizioni di legalità nell'amministrazione che fatalmente collidevano con gli interessi mafiosi. Rino La Placa, già parlamentare - uno degli uomini più vicini a Piersanti allora e all'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella poi - ricorda come "la sua lotta senza quartiere agli abusi, alle sopraffazioni, ai facili arricchimenti" non fece "affatto piacere ai boss mafiosi, in quel periodo più arroganti che mai".
Era la sua impostazione così come la sua caratura ad essere di per sé assolutamente contraria alla mentalità mafiosa. Nessun ammiccamento a nessun personaggio che volesse dominare il territorio, sostituendosi allo Stato. Nessun piegarsi all'arroganza. Fu in questa direzione che maturò la netta contrarietà di Mattarella alla politica alla Ciancimino. Una vera e propria contrapposizione, innanzitutto culturale, fra i due uomini.
Non a caso fu proprio lui a essere tra i primi a sbarrare la strada a "don Vito" negli incarichi direttivi di partito. Cammino che terminò - come ricorda ancora La Placa - "nel congresso del 1983 con l'altro Mattarella, Sergio". Fu poi, ma solo poi, che tutta la Sicilia ne prese le distanze. Quanto ai fatti tragici di quel 6 gennaio dell'Ottanta, per l'omicidio di Piersanti Mattarella quindici anni dopo furono condannati i boss della cupola mafiosa ma non vennero mai individuati gli esecutori materiali del delitto, nonostante secondo il giudice Falcone quella mattina, sul luogo dell'omicidio, vi fossero due killer dei Nar, Fioravanti e Cavallini.
Anni in cui sappiamo quanta parte delle istituzioni fosse invasa dalla presenza mafiosa, diventa ancor più fondamentale conoscere con certezza chi siano stati gli esecutori materiali di quel crimine, appurare se oltre alla mafia vi siano stati coinvolti altri soggetti.
Mattarella pagò con il sacrificio della vita il suo profondo rispetto per quelle stesse istituzioni democratiche e per l'idea di una politica alta e nobile, non solo pulita, ma protagonista di un'azione di pulizia e di modernizzazione a tutto tondo, che a cominciare dal suo interno e dai suoi rappresentanti potesse raggiungere l'intera società. Una grande lezione, la sua, da non dimenticare. Che in Sicilia e in tutta Italia a distanza di quarant'anni dà una risposta di dovere e di speranza a un bisogno e a un auspicio ancora drammaticamente attuali, purtroppo.
- Quanti danni gravi per il paese dai tempi lunghi del processo
- Il pasticcio brutto (e incostituzionale) della prescrizione. Parla Sabino Cassese
- I tempi prescritti della giustizia
- Decreto Salvini, norma da cancellare: 4mila euro di multa a chi protesta per il lavoro perso
- La libertà, il sentimento meno amato dagli italiani










