di Tony De Nardo
comune.torino.it, 14 febbraio 2020
Il carcere è un mondo a sè, una città nella città, dove i diritti sono molte volte a rischio. A Palazzo Barolo secondo appuntamento di un progetto dedicato alla realtà delle case circondariali e alle vite che vi dimorano. Raffaella Dispenza, presidente Acli città metropolitana Torino, ha subito indicato le difficoltà che si incontrano per stabilire un contatto con questo questo sistema chiuso. I volontari si orientano verso le situazioni che maggiormente necessitano di un intervento, come le madri con bambini. La proiezione di un cortometraggio, basato su una favola Rom, ha mostrato (con la collaborazione delle detenute) aspetti del rapporto madre-figlio.
Il progetto completo "In rel-azione: io, tu, noi" nasce dalla Convenzione tra la Casa circondariale "Lorusso e Cutugno e le Acli provinciali, consiste nella creazione di laboratori di manualità, produzione di creme e prodotti per la cura del corpo, incontri sulla fiaba e dello scambio di esperienze di essere madri. La seconda parte si è svolta a Palazzo Barlo mercoledì 12 febbraio con la proiezione del cortometraggio, realizzato con il supporto dell'Ufficio Garante dei diritti delle persone private di libertà della Città di Torino.
di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 14 febbraio 2020
Trenta detenuti frequentano le lezioni con sacerdoti e imam. "Così il dialogo batte l'estremismo". L'ora di religione non bastava più. Non perché sessanta minuti scorrono troppo veloci, ma perché in carcere, ancor più che nel mondo esterno, una religione sola abbraccia soltanto una parte della popolazione.
E allora, su segnalazione dei cappellani dei penitenziari, la chiesa milanese e i principali punti di riferimento della comunità islamica e ebraica e le rappresentanze delle fedi che arrivano dall'Asia hanno progettato una nuova iniziativa rivolta ai detenuti: l'ora di religioni, un ciclo di incontri gestiti sempre in comprensenza da rappresentanti delle diverse confessioni e aperti a fedeli di ogni religione. Insomma, un corso per approfondire la conoscenza del libri sacri delle rispettive religioni e il valore di precetti e tradizioni.
Le lezioni sono iniziate all'inizio del mese e proseguiranno fino ad aprile, all'interno della struttura scolastica di San Vittore. Gli insegnanti sono sacerdoti, imam, guide spirituali. "Il progetto nasce dalla volontà di assicurare ai detenuti la libertà di culto in un'ottica pluralista, l'unica possibile in un ambiente multireligioso com'è il carcere, ma anche di prevenire forme di radicalizzazione che possono trovare proprio nelle carceri il loro terreno di incubazione - spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura e l'azione sociale - ma non si tratta di un catechismo, bensì di dialogo: voci differenti per un messaggio condiviso".
All'ultimo incontro, per esempio, erano presenti un aula proprio don Bressan e un imam legato alla Coreis (Comunità Religiosa Islamica). Uno ha parlato del Simbolo di fede, cioè del Credo che noi cattolici recitiamo ogni domenica durante la messa, l'altro ha illustrato una sura fondamentale. Entrambi hanno risposto alle domande, senza sconti, dei partecipanti e hanno evidenziato i tratti comuni delle due fedi monoteiste.
"In carcere c'è una domanda di religione - sottolinea il cappellano di San Vittore don Roberto Mozzi - e l'unica figura di riferimento è a quella del cappellano cattolico". A don Mozzi, infatti, arrivano richieste di copie del Corano o di ricevere la visita di un ministro del culto di altre religioni. Anche da qui è nata l'idea di "mettere in dialogo mondi che coesistono per offrire loro una conoscenza corretta, di se stesso e dell'altro, smontare pregiudizi e, anche, prevenire interpretazioni e approcci radicali".
cuneocronaca.it, 14 febbraio 2020
Mercoledì 19 febbraio alle 18, presso l'Open Baladin di piazza Foro Boario a Cuneo, l'Associazione Ariaperta, che da oltre 25 anni offre sostegno morale e interventi di reinserimento sociale per persone detenute o ex detenute nella Casa Circondariale di Cuneo, si presenta alla cittadinanza.
L'associazione è partner del progetto Ri.connessioni: percorsi di promozione delle relazioni famigliari e comunitarie per persone in esecuzione penale interna e esterna, selezionato dalla Compagnia di San Paolo nell'ambito del bando Libero Reload 2018 e presentato dalla Cooperativa Sociale Emmanuele in collaborazione con una rete di Enti e Organizzazioni che lavorano da anni per l'inclusione sociale: il Consorzio C.I.S., la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Cuneo, la Casa circondariale di Cuneo, la Casa di Reclusione di Alba e i Comuni di Cuneo e di Bra.
Tra le numerose azioni di progetto, Ri.connessioni tenta di rispondere alla necessità di reinserimento sociale di alcuni detenuti vicini al fine pena, sia accompagnandoli in percorsi individuali di appoggio presso l'alloggio "ponte" dell'associazione Ariaperta, sia sensibilizzando le comunità locali nella costruzione di relazioni sociali, lavorative e abitative che permettano una reale integrazione.
L'incontro pubblico è rivolto all'intera cittadinanza, per favorire l'avvicinamento di nuovi volontari che possano mettere in campo proprie competenze e disponibilità, in particolare per le azioni legate all'alloggio "ponte" di Cuneo. L'alloggio, messo a disposizione dell'associazione Ariaperta dal Comune di Cuneo, ospita persone in misure alternative al carcere al fine di accompagnarli ai servizi del territorio per la ricerca del lavoro, la sistemazione documentale, la ricerca abitativa, e per promuoverne la socializzazione e il ripristino di relazioni familiari.
di Valentina Vitagliano
mbnews.it, 14 febbraio 2020
Con 25 voti favorevoli e un astenuto (il consigliere di Civicamente, Paolo Piffer), il consiglio comunale di Monza ha approvato il documento che sancisce l'arrivo del garante dei detenuti. Una seduta sentita quella di lunedì sera, 10 febbraio, in virtù del delicato argomento quale è appunto il carcere di Monza. La struttura di via S. Quirico, infatti, si trova ormai da tempo a fare i conti con diverse problematiche, prima tra tutte la questione del sovraffollamento.
Ed è proprio da questa premessa che il primo cittadino, Dario Allevi, ha commentato in aula il provvedimento. "Il nostro carcere ha problemi di sovraffollamento come per le altre case circondariali del Paese. - ha affermato il sindaco - Da tempo ci stiamo adoperando affinché la vita al suo interno possa migliorare. Iniziative quali l'orto coltivato dai detenuti, il giornale scritto dagli stessi ospiti, sono solo i primi tasselli messi in campo per avviare un miglioramento nel percorso rieducativo. Ora approviamo questa nuova figura che diverrà un interlocutore in più per preservare i diritti delle persone in stato di detenzione. Il mio pensiero e ringraziamento va soprattutto agli agenti di polizia penitenziaria e tutti coloro che vivono il carcere per svolgere il proprio lavoro".
Il Garante dovrà vegliare sulle condizioni di vita dei detenuti, sull'eventuale soppressione dei diritti individuali, sul rispetto della Costituzione in merito alla pena inflitta, che non dovrà essere addittivata con altre spiacevoli situazioni. Il Garante dovrà coordinarsi con l'istituzione carceraria per trovare il modo che i detenuti possano imparare mestieri o comunque poterli praticare, in un'ottica di vera rieducazione sociale, così da trasformare questi concittadini in vere e proprie risorse per la nostra comunità.
Il documento, che ha accolto il parere favorevole dell'aula, ha comunque suscitato alcune polemiche. A manifestare le sue perplessità è stato il capogruppo di Civicamente, Paolo Piffer: "Peggio di non fare nulla c'è solo approvare documenti ipocriti e inefficaci. L'avevano già fatto con il regolamento della polizia, prima ancora c'è stato il bluff contro il gioco d'azzardo, stasera hanno replicato con l'istituzione del garante dei detenuti . È sempre tutto solo di facciata. Non si percepisce mai davvero l'intenzione di voler affrontare il problema in modo radicale. Non potevo rendermi complice di questa cosa, non potevo votare a favore. La questione Carcere è una cosa seria. Ci sono ragazzi che si sono tolti la vita, l'ultimo pochi giorni fa. Ci sono Agenti, medici, educatori e volontari costretti a lavorare in condizioni pietose. Mi sono permesso di proporre l'istituzione di una commissione straordinaria perché è evidente che molte cose non vanno e che è doveroso provare a capirci di più. Niente, bocciata. Secondo il Sindaco e molti consiglieri non è necessaria. E come se non bastasse oggi è successa una cosa straordinaria, il consiglio comunale ha votato contro se stesso. Praticamente per paura di "disturbare" il primo cittadino, i consiglieri di maggioranza (tranne Canesi e Capra) hanno votato contro la proposta di far partecipare il Consiglio nella scelta della figura del Garante, modalità tra l'altro già presente in molti altri comuni. Niente. Davvero ogni tanto mi chiedo come si possa fare politica in questo modo".
comune.trani.bt.it, 14 febbraio 2020
Dopo Lecce (unico in Puglia al momento) anche il Comune di Trani eleggerà il garante dei diritti delle persone private della libertà personale. L'individuazione del profilo idoneo a ricoprire questo ruolo avverrà mediante indizione di avviso pubblico, nel rispetto della tipologia di persone che possono ricoprire tale funzione (persone competenti ed esperte nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, dell'amministrazione penitenziaria e con conoscenza, documentata, della realtà carceraria).
La presentazione dell'avviso pubblico con la partecipazione del garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della liberta personale, Pietro Rossi, è in programma giovedì 20 febbraio alle ore 10 presso la casa di reclusione femminile di Trani (piazza Plebiscito).
La scelta di questo luogo dalla forte valenza simbolica, è stata determinata dalla volontà di questa amministrazione di sensibilizzare la comunità locale sul tema della umanizzazione e della finalità rieducativa della pena. Parteciperanno, con il garante regionale Rossi, il sindaco, Amedeo Bottaro, il presidente del Consiglio comunale, Fabrizio Ferrante, l'assessore alle culture, Felice di Lernia, l'assessore al patrimonio, Cherubina Palmieri, ed il direttore degli Istituti penali di Trani, Giuseppe Altomare.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 14 febbraio 2020
Le notizie delle ultime ore danno quasi per certo il trasferimento del carcere minorile di Treviso nell'ex casa circondariale di via Verdi e, di conseguenza, l'addio del tribunale di Rovigo dall'attuale sede. Ma non tutti la pensano così e il presidente dell'Associazione nazionale forense Lorenzo Pavanello sostiene, secondo i dati dei tecnici interpellati dall'Associazione e dall'Ordine provinciale degli avvocati, che l'ex carcere in centro storico abbia abbastanza spazio per ospitare sia il carcere minorile sia l'allargamento urgente e indifferibile del tribunale, secondo le parole del presidente Angelo Risi, ricordate ieri da Pavanello nel suo intervento al workshop Tribunale in centro, sì! Perché?.
Il coordinamento provinciale di Forza Italia ha organizzato l'evento nel tardo pomeriggio in sala consiliare a palazzo Celio: hanno partecipato più avvocati e rappresentanti delle amministrazioni e della politica locale che commercianti a un'iniziativa pensata per avviare "un lavoro collettivo, che coinvolgerà tutte le realtà interessate dal rischio dello spostamento del tribunale di Rovigo dal centro", ha spiegato il commissario vicario di Forza Italia in Polesine Andrea Bimbatti, aggiungendo: "Da Gaffeo arrivano parole contraddittorie: il sindaco dice che le cose sono compromesse per evitare il trasferimento, ma che c'è ancora margine per fermare l'arrivo del carcere minorile". Bimbatti ha poi riferito che fonti a 5 stelle a diretto contatto con i rappresentanti di governo, hanno confermato ieri l'arrivo del carcere minorile.
Per le associazioni economiche locali sono intervenuti il presidente di Confesercenti Vittorio Ceccato e il presidente di Federmoda Giulio Pellegrini, in rappresentanza di Confcommercio. Ceccato ha ribadito il no di Confesercenti all'addio del tribunale dal centro, perché lascerebbe un ulteriore vuoto urbano in un tessuto già "impoverito da scelte urbanistiche che hanno fatto perdere a Rovigo la sua centralità". E poi, è solo dell'altro ieri la prima riunione della cabina di regia del Distretto del commercio di Rovigo: così, quale situazione gestirebbe il neo manager del distretto, Giacomo Pessa, senza tribunale in centro?
"Se spostiamo i servizi fuori dal centro storico - ha aggiunto Giulio Pellegrini - l'economia se ne va con loro". Nonostante le notizie da Roma, s'è detto ieri che restano margini di trattativa perché il carcere minorile non arrivi nell'ex casa circondariale di via Verdi. L'ha detto l'avvocato Pavanello, spiegando che sul progetto di trasferire il carcere trevigiano a Rovigo, "alla gara iniziale di progettazione esecutiva è seguita una gara di verifica progettuale, ma poi nessuna gara di inizio lavori". Inoltre, Pavanello ha aggiunto che sulla scorta delle consulenze tecniche richieste dalla locale Associazione nazionale forense, in accordo con l'Ordine provinciale degli avvocati, si può pensare che anche con il trasferimento del carcere minorile in via Verdi vi si possa realizzare comunque l'allargamento del tribunale.
L'opzione Maddalena, invece, "è quasi impossibile dal punto di vista tecnico", perché i lavori necessari a trasferirvi il tribunale durerebbero dai 7 ai 10 anni, spendendo 15 milioni di euro e senza avere gli spazi per i parcheggi, a meno di non abbattere alberi del parco secolare. Le alternative sono, piuttosto, gli immobili dell'ex liceo classico Celio e dell'ex Questura, oppure l'edificio che ospitava la Banca d'Italia, ma che da solo non basterebbe per i 10 mila metri quadrati al coperto necessari al tribunale. Per l'avvocato Pavanello, "gli atti amministrativi si possono negoziare. E se si è fermata una Tav, tutto è possibile. Dipende dal negoziatore".L'ipotesi Maddalena dunque è da scartare, e la soluzione di allargare il tribunale all'ex carcere non è ancora tramontata.
La Repubblica, 14 febbraio 2020
Il rapporto di Human Rights Watch. "La retorica umanitaria non giustifica il continuo appoggio alla Guardia Costiera. L'Italia sa che le persone intercettate in mare subiranno abusi". Parole dure e inequivocabili rivolte al governo italiano da Human Rights Watch in relazione alla condizione degradante e rischiosa delle decine di migliaia di migranti catturati in mare dalla Guardia Costiera Libica e trattenuti nei cosiddetti "centri di accoglienza" che però altro non sono che delle galere sovraffollate e luoghi di abusi di ogn sorta.
Il governo italiano, dunque, secondo l'appello che scaturisce dal rapporto di Human Rights Watch, dovrebbe sospendere ogni sostegno alla Guardia Costiera Libica fino a quando la Libia non si impegnerà per un piano chiaro capace di garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti.
"La complicità italiana". Il piano dovrebbe includere la chiusura dei centri di detenzione per migranti e, in particolare, la garanzia di proteggerli contro la detenzione arbitraria e i trattamenti inumani e degradanti. "L'Italia non può giustificare la sua complicità nella sofferenza dei migranti e dei rifugiati che cadono nelle mani della Guardia Costiera Libica", ha detto Judith Sunderland, direttrice associata della divisione Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch. "La retorica umanitaria non giustifica il continuo sostegno alla Guardia Costiera, dal momento che l'Italia sa che le persone intercettate in mare torneranno ad essere detenute arbitrariamente e a subire abusi".
La proposta di modifica della Farnesina. Il 9 febbraio 2020 il Ministero degli Esteri italiano ha annunciato di aver inviato a Tripoli la proposta di modifica del Memorandum d'intesa del 2017 che delinea il quadro della cooperazione in materia di controllo delle frontiere tra i due paesi. La dichiarazione si limita a dire che le modifiche sono finalizzate ad aumentare la protezione per i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Libia, e a richiedere il rafforzamento delle attività dell'agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'UNHCR, e dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, OIM. Il 30 gennaio il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha riferito al Parlamento che l'Italia sosterrà la chiusura dei centri di detenzione e l'apertura di strutture sotto l'egida dell'ONU, oltre a incoraggiare un maggior numero di rimpatri volontari dalla Libia verso i paesi di origine.
In 3 anni 40.000 migranti nelle galere libiche. Il supporto materiale e tecnico dell'Italia ha permesso alla Guardia Costiera Libica, sotto il riconoscimento del Governo di Accordo Nazionale (GNA) dell'ONU, di intercettare migliaia di persone in mare. La Guardia Costiera Libica ha poi riportato le persone in condizioni di detenzione arbitraria e a durata indeterminata in strutture in cui sono esposte a un alto rischio di sfruttamento e di atti di violenza, tra cui lo stupro. Il Memorandum d'intesa è stato rinnovato automaticamente per altri tre anni il 2 febbraio. Secondo i dati dell'UNHCR, quasi 40.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia da quando il Memorandum è stato firmato tre anni fa.
L'UNHCR costretta a chiudere un centro di accoglienza. Il 30 gennaio, l'UNHCR ha annunciato di essere stato costretto a chiudere il suo Centro di accoglienza e di partenza a Tripoli, a causa delle preoccupazioni per la sicurezza legate alle ostilità in corso nella capitale. Il centro era stato progettato per ospitare persone in lista per l'evacuazione e il reinsediamento in Europa e altrove, tuttavia ha ospitato altre centinaia di persone fuggite o rilasciate dai centri di detenzione ufficiali dallo scoppio del conflitto, intorno a Tripoli, nell'aprile 2019. Secondo le stime dell'UNHCR, alla fine di dicembre, circa 4.000 persone erano rinchiuse nei centri di detenzione ufficiali, ai quali le organizzazioni umanitarie e le agenzie dell'ONU hanno accesso solo sporadicamente.
Le prove del sostegno italiano. Nel gennaio 2019, Human Rights Watch ha pubblicato le prove che il sostegno dell'Italia e di altri Stati membri dell'Unione Europea a favore dell'assistenza umanitaria ai migranti detenuti e ai richiedenti asilo, e dei programmi di evacuazione e rimpatrio, ha fatto ben poco per affrontare i problemi sistematici della detenzione e dei maltrattamenti dei migranti in Libia. In un rapporto di metà gennaio sulle attività della Missione di sostegno dell'ONU in Libia (UNSMIL), il segretario generale dell'ONU ha ribadito che la Libia non è un porto sicuro e ha esortato tutti i paesi membri a "rivedere le politiche che sostengono il ritorno dei rifugiati e dei migranti". La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa ha invitato l'Italia a "sospendere urgentemente" la cooperazione con la Guardia Costiera libica "fino a quando non ci saranno chiare garanzie sul rispetto dei diritti umani".
In Libia si è esposti a gravi rischi di abusi. La cooperazione con la Guardia Costiera Libica dovrebbe avvenire solo se necessario per ottemperare all'obbligo, secondo il diritto internazionale del mare, di coordinare la risposta in caso di situazioni di emergenza in mare, ha detto Human Rights Watch. In questi casi dovrebbe essere fatto ogni sforzo per assicurare lo sbarco al di fuori della Libia, finché questo paese rimane un luogo in cui i migranti sono sottoposti a una detenzione arbitraria a durata indeterminata e dove sono esposti a un grave rischio di abusi. "L'Italia torni ad essere leader nei salvataggi in mare". "Invece di ritoccare il Memorandum d'intesa", ha detto Sunderland, "le autorità italiane dovrebbero insistere sulla chiusura dei centri di detenzione, indirizzare le proprie risorse a sostegno di alternative sicure alla detenzione, aumentare le evacuazioni dalla Libia, comprese quelle verso l'Italia, e riprendere un ruolo di leadership nel salvare vite umane in mare".
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Guerra. Human Rights Watch chiede protezione per i migranti, come aveva fatto l'Onu a gennaio. L'aeroporto di Mitiga sotto le bombe di Haftar, mentre il generale della Cirenaica riceveva Di Maio. Il Memorandum d'Intesa firmato da Italia e Governo di accordo nazionale libico (Gna) nel 2017, rinnovatosi automaticamente lo scorso 2 febbraio, deve essere sospeso finché la Libia "non si impegnerà a un piano chiaro per garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti".
A dirlo è un rapporto pubblicato l'altro ieri da Human Rights Watch. Secondo l'ong, i centri di detenzione dovrebbero essere chiusi e i migranti protetti dai trattamenti inumani e degradanti che continuano a subire. Finora, però, il governo Conte promette fuffa: il ministero degli Esteri italiano guidato da Di Maio ha annunciato lo scorso 9 febbraio di aver inviato a Tripoli delle "modifiche" che, afferma, aumenteranno la loro protezione.
Ma che non cambieranno la sostanza dei fatti: la Libia non è un "porto sicuro" dove rispedire migliaia di persone intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Lo ha detto a metà gennaio il segretario dell'Onu Guterres e lo ha ripetuto due settimane dopo la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, che ha invitato il nostro paese "a sospendere urgentemente" la cooperazione con la Guardia costiera libica "fino a quando non ci saranno chiare garanzie sul rispetto dei diritti umani".
Ma il governo finge di non vedere e tira dritto cercando di ritagliarsi un ruolo da protagonista sul dossier libico. Ieri Di Maio ha terminato una visita di due giorni nel paese nordafricano dove ha incontrato a Tripoli e Bengasi i principali protagonisti della crisi libica: il premier del Gna al-Sarraj e il suo nemico giurato, il capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) Haftar.
Ha parlato anche d'immigrazione, discutendo con Haftar "della messa in sicurezza dei confini marittimi e di come impedire l'infiltrazione di elementi di gruppi terroristi e criminali via mare". A tutti i suoi interlocutori Di Maio ha poi ribadito di seguire la via politica tracciata nel summit internazionale di Berlino dello scorso 19 gennaio.
Una via morta e sepolta già al suo concepimento: mentre il generale (ex nemico dell'Italia) lo ascoltava, i suoi jet bombardavano l'aeroporto di Mitiga costringendolo nuovamente alla chiusura. Non solo: corpi di mortaio cadevano alla periferia meridionale della capitale, uccidevano una donna e ferivano altre quattro persone. Eppure solo poche ore prima il Consiglio di sicurezza Onu approvava una risoluzione che ribadiva la necessità per un cessate il fuoco duraturo.
Non è la prima volta che la diplomazia parla una lingua diversa da quello che avviene sul campo. La duplicità della Libia non è solo militare esemplificata nella guerra tra Gna e Haftar. Ma è prima di tutto quella raccontata dalla diplomazia e quella invece vissuta dai civili. Quella di Di Maio o del suo omologo tedesco Maas che parla di "progressi" in vista di dopodomani a Monaco dove si incontreranno per la prima volta il Comitato dei seguiti e i gruppi di lavoro per attuare i risultati di Berlino. E quella dei civili sotto attacco e, soprattutto, dei più deboli tra loro: i migranti. Tre giorni fa 116 sudanesi detenuti nel centro di detenzione di Kufra sono stati riportati in Sudan dopo essere entrati "illegalmente". "Oltre 60 di loro - ha detto il direttore della struttura - erano senza documenti ed erano portatori di gravi malattie infettive". Gli untori del 21esimo secolo.
di Andrea Bottalico
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Il progetto nasce dalla mobilitazione dei portuali dello scorso anno contro il cargo saudita Bahri Yanbu. Uno strumento transnazionale di analisi dei movimenti e dei lavoratori per definire la geografia dei produttori di armi e i percorsi. Lo scorso 20 maggio la nave Bahri Yanbu, battente bandiera saudita, è attraccata al Ponte Eritrea del porto di Genova. Il cargo trasportava un carico di armi pesanti destinate all'Arabia saudita e si sospettava che avrebbe caricato altro materiale bellico in Italia.
Dopo un presidio e uno sciopero è stato impedito alla nave di effettuare le operazioni di carico. "Porti chiusi alle armi, porti aperti ai migranti", era scritto su uno striscione. Nelle stesse ore veniva impedito alla Sea Watch 3 di sbarcare migranti a Lampedusa su pressione del ministero degli Interni. La costituzione di "Weapon Watch - Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo" nasce dal blocco di quella nave saudita e dall'esigenza di esplorare la realtà dell'economia di guerra. All'origine del blocco vi è stata la mobilitazione che ha coinvolto diversi gruppi indipendenti in Belgio, Francia, Spagna, Italia, che hanno seguito i movimenti della "nave delle armi" fino al presidio sulle banchine del porto di Genova.
I lavoratori portuali sono stati capaci di far emergere le contraddizioni a partire da alcuni princìpi che per ragioni storiche sentono propri, facendosi carico di ciò che le autorità hanno ignorato. Piccole ruote di un gigantesco ingranaggio, i portuali avrebbero dovuto favorire con il loro lavoro un'operazione per la guerra dimenticata dello Yemen, condotta dall'Arabia saudita e sostenuta dai suoi alleati nel Golfo e in Occidente in violazione delle Convenzioni di Ginevra, della Carta Onu e del Trattato sulle armi convenzionali.
A questo va aggiunta la questione della sicurezza di chi lavora in porto movimentando merci pericolose come munizioni, bombe o altri esplosivi di Classe 1, secondo l'International Maritime Dangerous Goods Code. È noto agli addetti che le Bahri entrano in porto già cariche di merci esplosive, come potrebbe constatare l'Autorità di Sistema Portuale, a cui tocca il compito del monitoraggio in tempo reale delle merci pericolose giacenti o transitanti nel porto.
Weapon Watch sta pensando di presentare un esposto per la richiesta di accesso agli atti all'Autorità di Sistema del porto di Genova, che dispone del manifesto di carico delle navi in anticipo, allo scopo di esercitare ulteriore pressione. Ma che le navi saudite contengano merci pericolose possiamo affermarlo in base alle testimonianze oculari dei lavoratori dei porti in cui sono state imbarcate munizioni, o a partire dai documenti che le ong hanno potuto ottenere utilizzando il Freedom of Information Act, o ancora guardando la rotta di queste navi, che riguarda spesso porti nordatlantici ed europei militarizzati o da cui transitano i maggiori flussi delle forniture militari verso l'Arabia saudita e gli Emirati.
La presenza di armi in stiva è indirettamente confermata dalle strategie di occultamento della compagnia Bahri, che da tempo ordina ai comandanti delle navi di presentarsi in porto con i portelloni interni chiusi allo scopo di impedire ai lavoratori la vista delle merci trasportate. Anche la presenza di personale di polizia durante le soste delle Bahri entro la cinta portuale testimonia i forti interessi, venuti alla luce con l'azione dello scorso maggio a Genova. Come ha sottolineato Carlo Tombola, coordinatore scientifico di Opal (Osservatorio Permanente Armi Leggere di Brescia), autore insieme a Sergio Finardi del libro La strada delle armi e tra i fondatori di Weapon Watch, è stato il movimento stesso nato dal blocco della Bahri Yanbu a decidere di dotarsi di uno strumento di conoscenza.
L'associazione nasce dunque dalla volontà di creare uno strumento trasversale di analisi e un luogo critico in cui discutere, confrontare idee, creare dibattito e conflitto. "Il nostro progetto - spiega Tombola - è definire una geografia dei produttori di armi che trasportano questa merce attraverso i porti, che rappresentano il perno della filiera logistica militare. Dobbiamo e vogliamo osservare le armi che transitano nei porti attraverso la creazione di una rete nazionale e transnazionale, sia perché è nei porti che queste merci diventano meno nascoste, sia perché i lavoratori dei porti e i marittimi sulle navi non amano maneggiare queste merci mortifere".
di Marìka Surace*
Il Foglio, 14 febbraio 2020
Grazie al carcere di Nisida, grazie alla legge italiana. Arrestata da adolescente a Malpensa, ha cercato sua madre, ha sbagliato ancora, ha rischiato il rimpatrio e si è meritata la sua chance. L'incontro con Elizabeth, che preferisce essere chiamata Liz, è in centro storico, a poche centinaia di metri dalla stazione di Napoli Piazza Garibaldi. Qui, nell'edificio che ospitava un vecchio lanificio, c'è la sede della Cooperativa Dedalus, uno dei punti di riferimento cittadini per le fasce più deboli della popolazione, soprattutto vittime di tratta e minori. Queste strade, sempre affollate, rumorose di voci e traffico, sono le stesse che Liz ha percorso la prima volta che è uscita da Nisida. Grazie all'intervento coordinato di avvocati e operatori, ma grazie anche all'attenzione del direttore del carcere, Gianluca Guida, e del magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nonché alla disponibilità della questura, si è applicata al caso di Elizabeth una norma del nostro ordinamento troppo spesso ignorata: l'articolo 18 comma 6 del Testo Unico Immigrazione.
La norma prevede che a fine pena venga rilasciato un permesso di soggiorno a coloro che hanno compiuto il reato da minorenni. E che, durante l'esecuzione della pena, abbiano intrapreso un programma di integrazione con un'associazione accreditata. Uno strumento importante che, dopo il caso di Elizabeth, è stato applicato altre due volte, sempre a Napoli.
E che consente al minore autore del reato (che, ricordiamolo, a volte è anche vittima, poiché, come nel caso di Liz, è spesso eterodiretto da adulti) di proseguire in libertà il reinserimento già intrapreso in carcere. "Non ci credevo. E non ci ho creduto fino all'ultimo giorno. Fino a quando le porte di Nisida, per me, si sono aperte. E non c'era l'incubo dell'ignoto ad aspettarmi, ma una nuova vita". Una nuova vita che non le fa dimenticare il passato.
Il cuore di Liz, che ora vive in una piccola comunità e segue dei corsi di cucito e fotografia presso la cooperativa Dedalus, è ancora in carcere. "Non posso che pensare a tutti quelli che sono rimasti lì, a quelli che usciranno presto o che hanno pene più lunghe. Cammino per le strade, ogni tanto devo ripetermi che sono libera, che sono fuori. Ma sento la loro mancanza, ci scriviamo. Vorrei che a tutti loro venisse data un'altra possibilità.
Tutti sbagliamo, siamo esseri umani. Ma se inizi a credere che un altro modo di vivere è possibile, meriti una chance. Soprattutto se impari la cosa più importante di tutte: farsi aiutare, fidarsi di chi ne sa più di te. Perché non c'è niente di male a dire che da sola non ce la fai".
*Avvocato immigrazionista









