di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
Mercoledì 19 febbraio è attesa la sentenza di un tribunale di Istanbul nei confronti di 11 difensori dei diritti umani della Turchia che hanno passato oltre due anni e mezzo a difendersi da accuse fabbricate e che, in caso di colpevolezza, potrebbero subire condanne fino a 15 anni di carcere. Tra gli 11 imputati, arrestati nell'estate 2017 per infondati reati di terrorismo, vi sono l'ex presidente Taner Kılıç, l'ex direttrice Idil Eser e diversi altri esponenti di Amnesty International Turchia.
Sin dal primo momento, è apparso chiaro che si trattasse di un procedimento motivato politicamente, avviato con l'obiettivo di ridurre al silenzio la società civile turca.
Nel corso di 10 udienze, le accuse di "terrorismo" sono state ripetutamente e categoricamente confutate, anche sulla base di elementi di prova di origine statale. Il tentativo della procura di presentare legittime attività in favore dei diritti umani come azioni illegali è totalmente fallito. Per questo, dopo mesi di carcere e anni di udienze e senza alcuna credibile prova portata a sostegno delle accuse, qualsiasi verdetto diverso dalla piena assoluzione costituirebbe un oltraggio.
Gli attacchi contro i difensori dei diritti umani sono aumentati a partire dalla repressione scatenata dalle autorità dopo il tentato colpo di stato dell'estate 2016. L'assalto, ancora in corso, alla società civile turca ha significato la chiusura di oltre 1.300 organizzazioni non governative e di 180 organi d'informazione e il licenziamento arbitrario di quasi 130.000 impiegati pubblici.
Vita, 16 febbraio 2020
La nota dell'Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione): "Il Governo ritiri il testo di revisione dell'intesa del 2017 e interrompa ogni forma di collaborazione con le autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare".
Il 2 febbraio 2017 è stato firmato da Fayez al Serraj per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e da Paolo Gentiloni per il Governo Italiano un Memorandum of Understanding, con lo scopo di rafforzare la cooperazione nella gestione delle frontiere libiche, "per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali".
Lo stesso Memorandum prevede una validità triennale e il suo rinnovo tacito alla scadenza - il 2 febbraio 2020 - per un periodo equivalente, salvo il parere contrario di una delle Parti, da esprimere almeno tre mesi prima. Il 12 febbraio 2020, da fonti di stampa veniva reso pubblica la bozza di rinegoziazione del Memorandum inviata dal Governo italiano alla controparte libica: il testo, ad una prima lettura, appare sconcertante.
Sin dalle premesse, il Governo italiano afferma "la comune determinazione a collaborare nel rispetto dei trattati e delle norme internazionali e consuetudinarie di diritto umanitario e di diritti umani inclusi i principi e gli scopi della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati", quest'ultima tuttavia mai ratificata dalla Libia.
Con l'art. 1, lett. c) della bozza viene ribadito l'impegno dell'Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico al Governo di Accordo nazionale libico - come ha già fatto in passato con i finanziamenti stanziati all'interno del c. d. "Fondo Africa" - per " prevenire e contrastare l'immigrazione irregolare e a svolgere attività di ricerca e salvataggio in mare": si continuerà, perciò, a fornire motovedette e soldi pubblici alla Guardia costiera libica nonostante ad oggi risultino chiaramente coinvolti anche ex trafficanti di esseri umani.
Alla successiva lett. e) dell'art. 1 della bozza si legge che il Governo libico si impegnerà a sostenere le misure adottate dall'Unhcr e dall'OIM nel quadro del piano d'azione per l'assistenza dei migranti in Libia. Viene da domandarsi come possa il Governo libico adempiere a tali obblighi, considerato che la Libia non dichiara di voler recepire nel proprio ordinamento interno la citata Convenzione di Ginevra e altre norme internazionali e le stesse agenzie Unhcr e OIM operano in Libia senza precisi accordi internazionali con il Governo di Tripoli. Certamente, non può una trattativa tra due Stati comportare obblighi per altri soggetti di diritto internazionale, sicché questa parte della bozza di accordo rimane di fatto inapplicabile senza alcun miglioramento della condizione giuridica (e quindi della protezione effettiva) dei migranti e dei rifugiati presenti in Libia e alle sue frontiere terrestri e marittime.
Del resto, come è noto, poco più di due settimane fa l'Unhcr ha ufficialmente dichiarato di non controllare più la situazione dei centri di detenzione libici e ha annunciato l'inizio della chiusura dei propri centri: in particolare, dalla sede principale di Ginevra è stata ufficializzata l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nel corso delle ultime settimane, avevano trovato rifugio oltre 1700 migranti. La decisione, come è stato in più sedi spiegato dall'agenzia ONU, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto civile in atto in Libia.
Si pensi soltanto all'obbligo che il Governo libico avrebbe ai sensi dell'art. 2, par. 2, lett. b, ossia il rilascio immediato di donne, bambini e altre persone vulnerabili dai centri di detenzione per migranti. Ebbene, le Nazioni Unite - sin dal mese di settembre del 2018, a voce del proprio Segretario Generale Guterres - hanno evidenziato come nelle carceri libiche i migranti detenuti siano vittime di gravi torture ed abusi; spesso per ragioni meramente burocratiche, il Governo libico impedisce al personale delle Nazioni Unite l'accesso alle carceri per visionare lo stato di detenzione e verificare la sussistenza di abusi e torture nei confronti dei migranti prigionieri. Si tratta di luoghi di detenzione sotto la gestione e la sorveglianza del Ministero dell'Interno libico dove i cittadini stranieri (senza alcun distinguo) sono trattenuti sine die in condizioni di gravissima prostrazione fisica e psicologica.
Del resto, il rapporto Unismil documenta come i migranti e i rifugiati trattenuti nelle prigioni del Ministero dell'Interno, siano sottoposti a torture, trattamenti disumani, lavoro forzato, isolamento prolungato, violazioni sistematiche dei propri diritti fondamentali. La situazione non è mutata ad oltre un anno dal citato rapporto: proprio nello scorso mese di gennaio 2020, infatti, le Nazioni Unite hanno continuato a registrare denunce per torture e stupri nei centri di detenzione libici, in particolare da parte delle donne detenute, mentre il 31 dicembre 2019 l'Associated Press - con una dettagliata inchiesta giornalistica - ha denunciato che almeno sette milioni di Euro stanziati dall'UE per la sicurezza delle carceri libiche sono stati intascati dai capi delle milizie armate che controllano i centri detentivi.
Lo scorso 25 gennaio, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha denunciato per l'ennesima volta come i migranti presenti nei centri di detenzione libici vengano sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura da parte di funzionari governativi, mentre i profughi catturati in fuga nelle acque antistanti Tripoli vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e portati in centri di detenzione ufficiali e non, dove si hanno notizie di "omicidi illegali".
Ciò nonostante, in nessuna parte della bozza si parla di evacuazione e di chiusura immediata di tutti i centri di detenzione libici in cui vengono rinchiusi i migranti presenti sul territorio: sulla base della normativa interna libica, così come riscontrato fattualmente dai numerosi report internazionali e dalle inchieste giornalistiche susseguitesi nel corso degli ultimi mesi, i soccorsi via mare della Guardia costiera si concludono tutti con il trattenimento nelle carceri libiche dei migranti "salvati". Questo trattenimento per legge è senza termine, né risulta che venga garantito un qualche passaggio giurisdizionale a tutela della libertà personale dei detenuti (circostanza questa che, di per sé sola, determina un grave vulnus dei loro diritti fondamentali, pur essendo stati "salvati" dalla Guardia costiera libica).
Anche volendo mettere in disparte la circostanza che nelle carceri libiche si consumano sistematiche violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti migranti, che subiscono trattamenti inumani e degradanti quotidianamente, resta il dato di fatto che esse sono un obiettivo sensibile e primario nello scenario di guerra in atto nel Paese.
Il conflitto armato in corso in Libia, del resto, integra un mutamento fondamentale delle circostanze nel quale il trattato è stato concluso e costituisce il presupposto fattuale per l'immediata sospensione unilaterale degli accordi di cooperazione in vigore tra Italia e Libia, ai sensi della regola codificata nell'art. 62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.
In ogni caso, tanto il testo originario del Memorandum quanto questa bozza di proposta di revisione hanno natura politica e comportano oneri alle finanze pubbliche: ciò nonostante, in palese violazione dell'art. 80 della Costituzione, entrambi non sono, ad oggi, mai stati sottoposti a preventiva discussione e autorizzazione alla ratifica da parte del Parlamento italiano.
Si ricorda, infine, che l'accordo Italia-Libia del 2017 è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza del Gip del Tribunale di Trapani del 23 maggio 2019 in quanto non è stato mai ratificato a seguito di legge di autorizzazione alla ratifica come esige l'art. 80 Cost., non rispetta la Convenzione Sar sui salvataggi in mare e viola i fondamentali i diritti umani dei profughi in fuga da un Paese che certo non può essere considerato sicuro.
Qualora un simile accordo fosse firmato si sporgerà denuncia sia alla Corte dei conti perché non registri atti del Governo comportanti spese derivanti da accordi stipulati in violazione dell'art. 80 Cost. e non previste nella legge di bilancio, sia alla Procura della Repubblica presso la Corte dei conti per danno erariale contro chiunque darà materialmente ordine di spesa di fondi dello Stato fuori dai casi e dai modi consentiti dalle norme legislative in vigore.
Alla luce di quanto sin qui esposto, Asgi ribadisce che:
Il rafforzamento delle autorità libiche tramite finanziamenti italiani ed europei sono contrari alle norme nazionali e comunitarie. Gli interventi di equipaggiamento, supporto tecnico e di cooperazione nella gestione dei confini, sia per le modalità pratiche con cui è stato disposto, sia per i soggetti a cui è rivolto, finisce per rafforzare pratiche e politiche di controllo dei flussi migratori contrarie ai diritti fondamentali, in quanto a sostegno delle autorità libiche che hanno commesso e continuano a commettere gravissimi crimini contro i migranti e i rifugiati in totale spregio della normativa in materia di diritti umani fondamentali e del diritto di asilo in palese violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo, rafforzando al contrario autorità che commettono gravi crimini internazionali.
Tramite il sostegno alla Guardia costiera libica, il Governo italiano ricerca un' immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico: la delega alle autorità libiche della conduzione delle operazioni di soccorso in mare tramite la fornitura di supporto logistico, non esime lo Stato italiano da responsabilità per i c.d. respingimenti delegati e per la violazione degli obblighi di soccorso, laddove si rifiuta sistematicamente di assumere il coordinamento delle operazioni di soccorso lasciandole alle autorità libiche, le quali o non intervengono o riportano i migranti nei centri di detenzione della terraferma dove i loro diritti sono violati.
L'intervento delle Organizzazioni internazionali e delle Organizzazioni Non Governative non può più essere strumentalizzato dall'Unione europea e dagli Stati membri per continuare a supportare le autorità libiche nella gestione del blocco dei flussi a fronte dell'apparente miglioramento delle condizioni dei centri di detenzione. Le condizioni all'interno dei centri di detenzione, nonostante gli interventi umanitari effettuati, sono tuttora caratterizzate da un altissimo livello di violenza. L'uso indiscriminato della detenzione in Libia, conseguenza delle politiche europee di esternalizzazione dei confini, comporta gravi violazioni dei diritti umani e impedisce l'esercizio del diritto di asilo. Alla chiusura dei centri di detenzione non può sostituirsi la creazione di centri gestiti da Oim ed Unhcr per una sorta di ordinaria gestione dei flussi migratori in assenza totale, come sopra evidenziato, di qualsivoglia quadro giuridico di protezione, ma solo interventi mirati ad organizzare nel minor tempo possibile il trasferimento dei migranti verso paesi sicuri e a far sì che i migranti possano facilmente raggiungere, in sicurezza, i paesi dell'Unione Europea dove possono presentare domanda di asilo o essere ammessi ad altre forme di tutela dove possibile.
Per questo ASGI chiede al Governo italiano:
l'immediata dichiarazione di sospensione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 e di tutti i suoi supplementi applicativi e integrativi (comunque denominati), per mutamento fondamentale delle circostanze;
l'immediato annullamento del c.d. Memorandum d'intesa con la Libia del 2017 ed il ritiro della bozza di revisione ;
l'immediata interruzione di ogni forma di collaborazione con le Autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare;
l'immediata interruzione di ogni attività a sostegno del sistema di centri di detenzione per migranti in Libia;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.
L'Osservatore Romano, 16 febbraio 2020
Formazione di nuovi volontari, assistenza spirituale e sostegno materiale e psicologico ai detenuti e alle loro famiglie con una presenza costante a difesa della dignità umana. Queste in sintesi le linee di intervento seguite dalla pastorale carceraria della Conferenza episcopale del Brasile (Cnbb) per la città di Londrina, comune brasiliano nello stato del Paranà, unite a un fitto programma di appuntamenti contrassegnati dalla preghiera, dalle celebrazioni liturgiche e soprattutto dall'ascolto.
L'iniziativa, che comprende la fornitura di un kit per l'igiene personale fino al dono delle Bibbie, riserva priorità assoluta alla formazione. L'ultimo corso professionale si è svolto nello scorso novembre presso la Casa de Retiro Monte Carmelo a Jardim Nova Esperan, periferia sud di Londrina.
In occasione dell'incontro, che ha visto la partecipazione di 41 volontari provenienti da dieci diocesi dello stato, si è parlato soprattutto della tematica relativa al trattamento delle detenute nel Paranà, illustrata dalla responsabile e dalla coordinatrice della pastorale penitenziaria, rispettivamente suor Luciene Melo e Cristina da Silva Souza Coelho.
Si è sottolineato soprattutto come il potenziamento dell'attività di volontariato negli istituti di pena sia stato possibile grazie al sostegno finanziario del Fondo di solidarietà nazionale e, nello specifico, dalle risorse provenienti dalla Campagna di fraternità della Cnbb intitolata "Per una pastorale carceraria più umana e solidale in Paranà".
Un progetto di fondamentale importanza "che ha reso possibile una maggiore conoscenza delle nostre case di reclusione, delle esigenze di chi è ospite e di chi lavora all'interno di esse", ha osservato suor Luciene Melo. Più volte nel corso degli anni e in relazione a drammatici episodi di rivolte di detenuti represse duramente, la Chiesa brasiliana ha auspicato il prevalere di una cultura della prevenzione, e non della repressione, all'interno e all'esterno delle carceri, attraverso programmi sociali volti a sostenere famiglia, infanzia e giovani.
Nel Paranà attualmente vi sono circa milleottocento donne private della libertà, gran parte delle quali detenute nel carcere di Depen a Curitiba e le restanti negli altri istituti di pena e nei distretti di polizia. Allarmanti i dati pubblicati dopo il censimento del 2o16: la popolazione carceraria femminile è di quasi quarantacinquemila detenute, con il 61 per cento di colore, il 58 per cento analfabeta e il go per cento madri. Rappresentano il 7 per cento della popolazione carceraria e fanno del Brasile il quinto stato al mondo con il più alto numero di recluse.
Il Messaggero, 15 febbraio 2020
Prescrizione, trattamenti diversi per gli imputati. Non convince gli avvocati il Conte bis. L'unione camere penali parla di imputati a vita neppure la formula che blocca l'orologio solo in caso di condanna e al secondo grado di giudizio piace ai legali. Resta lo spettro dell'incostituzionalità, come hanno sostenuto giuristi e magistrati. La norma contravverrebbe il principio della ragionevole durata del processo, rischierebbe di rendere esecutiva una pena anche 15 anni dopo i fatti contestati e riserverebbe un trattamento differente agli imputati. Non si esclude, però, che l'articolo riguardante il lodo Conte bis possa essere stralciato e trasformato in una diversa proposta di legge.
di Paolo Biondani
L'Espresso, 15 febbraio 2020
Il governo si divide sulla legge Bonafede che avrà effetti solo nel 2025 e incide poco sui veri mali della giustizia. Un esempio? Nell'ultimo anno non c'è stato neanche un condannato in via definitiva per concussione e corruzione.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 15 febbraio 2020
Si è insediato ieri, nel suo studio al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il nuovo Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento, Giulio Romano. Magistrato, nato a Roma e classe 1960, Romano ha ricoperto, fra gli altri, l'incarico di giudice presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma e, fino al dicembre scorso, quando il Consiglio Superiore della Magistratura deliberò il suo collocamento fuori ruolo, quello di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 15 febbraio 2020
Indagini più veloci, corsie preferenziali per i reati più gravi, rinvii a giudizio più selettivi, più spazio ai riti alternativi. E poi, prescrizione sospesa dopo la condanna in primo grado e rinfoltimento degli organici con più 500 giudici onorari e mille impiegati amministrativi.
Il Mattino, 15 febbraio 2020
Niente carcere per le madri di figli gravemente disabili. La Consulta ha stabilito che possono scontare la pena in detenzione domiciliare, qualunque siano l'età del figlio e la durata della pena, sempre che il giudice non riscontri in concreto un pericolo per la sicurezza pubblica.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 18, depositata oggi (relatrice la Presidente Marta Cartabia), accogliendo le censure della Corte di cassazione dove non prevede che la detenzione domiciliare "speciale" sia concessa anche alle madri di figli con più di dieci anni, se affetti da grave disabilità.
huffingtonpost.it, 15 febbraio 2020
Il segretario Caputo: "Le sanzioni alle toghe per l'inefficienza del sistema sono una risposta brutale" "Tagliare con la scure i tempi delle indagini preliminari, può depotenziare la risposta dello Stato nei confronti della criminalità organizzata ed economica".
L'Anm lancia l'allarme sugli effetti dei limiti alla durata delle indagini stabiliti dalla riforma del processo penale, che comportano in caso di superamento, l'obbligo per il pm di depositare gli atti, facendo cadere il segreto. "Per le forme più insidiose di criminalità un sistema di questo tipo è pericolosissimo", avverte il segretario Giuliano Caputo.
In un'intervista all'Ansa la seconda carica del sindacato delle toghe concentra l'attenzione sugli aspetti più critici della riforma del processo penale varata nella notte dal Consiglio dei ministri. Tornando a ribadire l'assoluta contrarietà alle sanzioni per i magistrati che non rispettano i tempi di durata fissa dei processi: "è sbagliatissimo stabilire una durata predeterminata per tutti i processi poi scaricare l'inefficienza del sistema sul singolo magistrato.
È una risposta semplicistica, brutale, ingenerosa, e controproducente rispetto a ciò che si attendono i cittadini. Ed è un principio irricevibile". La riforma stabilisce un anno di durata dei processi in primo grado, due in appello e uno in Cassazione. "I magistrati vorrebbero far durare i processi anche la metà di quanto dice il ministro Bonafede, ma devono essere messi nelle condizioni di farlo. Per giudici che hanno centinaia di processi di cui occuparsi può essere difficile rispettare quei tempi".
Il problema è che servono risorse: "per 20 anni non si è investito nel settore giustizia. Ora non basta fare annunci. Bisogna assumere il personale e deve essere qualificato. Sulla carta c'è l'ampliamento degli organici anche della magistratura, ma ci sono uffici con scoperture molto elevati. E si contano sulle dita di una mano gli uffici giudiziari che hanno presenti tutti i magistrati in servizio. Se questo è il quadro, è ingiusto scaricare le inefficienze sui magistrati".
Un discorso che si lega a quello della durata delle indagini, che secondo la riforma non potranno superare i 6 mesi per i reati più lievi e un anno e mezzo per quelli più gravi, con conseguenze disciplinari per i pm che sforano e l'obbligo della discovery degli atti. Un aspetto questo ancora più preoccupante.
"Far vedere gli atti di indagine compiuti alle parti per reati bagatellari non ha conseguenze significative"; tutt'altro è il discorso per i reati di criminalità economica "che richiedono accertamenti bancari, intercettazioni, e perciò tempi lunghi" e in cui gli indagati tendono a sottrarsi ai controlli: l'idea che questi possano "vedere le carte, la troviamo pericolosa e indebolisce la lotta alla criminalità economica". "La magistratura italiana ha una tradizione di impegno. Ma se ci si chiede di rispettare tempi predeterminati e fuori dalla realtà - conclude Caputo - c'è il rischio che lo si faccia a scapito della qualità".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2020
Giuseppe Conte l'aveva detto che non avrebbe ceduto a ricatti, all'opposizione "maleducata" di Matteo Renzi. E così il Consiglio dei ministri notturno, a cavallo tra giovedì e venerdì di San Valentino, ha approvato, con i ministri di Iv platealmente assenti, la riforma del processo penale del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Per la prima volta, come anticipato dal Fatto, si prevedono misure per accorciare iprocedimenti, per impedire che almeno 120 mila processi all'anno vadano al macero per prescrizione. Non solo i processi dovranno durare tra i 3 e i 5 anni complessivi (per mafia e terrorismo nessun tetto) ma sono previste altre misure contro la malagiustizia. A partire dalle notifiche telematiche agli imputati, con una serie di doverose garanzie.
A oggi si procede con la notifica a mano della polizia giudiziaria: è una delle armi, legittime, degli avvocati per rendere nulli gli atti e puntare così alla prescrizione. Già l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva previsto notifiche via mail agli avvocati, ma alla fine fu costretto alla rinuncia a causa delle barricate degli uomini di Angelino Alfano e Denis Verdini. Vialibera del Cdm anche alla modifica della prescrizione: il lodo Conte bis, ideato da Federico Conte, LeU.
È il doppio binario per condannati e assolti, una mediazione respinta solo da Iv, tanto davotare per 3 volte con il centrodestra per ostentare il suo peso nella maggioranza. Senza successo, visto com'è andata in Cdm. Ma Renzi è come il can che abbia e non morde. Poiché non vuole andare avotare né uscire dalla maggioranza, ecco che ieri fonti parlamentari di Iv hanno fatto filtrare che voteranno la fiducia al governo sul Milleproroghe. Quanto alla partita avvelenata sulla giustizia si arrampicano sugli specchi: "Il lodo Conte è incostituzionale. Ora è stato inserito in un ddl (con la riforma penale, ndr), quando arriverà in Parlamento si vedrà. Ma la velocizzazione dei tempi della giustizia per noi è una priorità".
La situazione politica è liquida e quindi solo a ridosso del 24 febbraio, quando è previsto alla Camera il voto sul ddl Costa, che chiede l'abolizione della legge Bonafede sulla prescrizione bloccata per tutti dopo il primo grado, si saprà se invece ci sarà il lodo Contebis inserito come emendamento. Il pacchetto votato dal Cdm incassa un giudizio positivo dall'Associazione nazionale magistrati che smentisce la posizione catastrofista di penalisti e dei partiti di centro e destra contrari al blocco della prescrizione, sia pure solo per i condannati: "Il principio è giusto- ha detto il segretario Giuliano Caputo - non ci saranno imputati a vita".
Riconosce che la riforma penale "insieme alle risorse stanziate, può effettivamente aiutare a velocizzare il processo" ma ribadisce che sarebbe "brutale" qualsiasi misura contro le toghe legata a tempi processuali.
Nella riforma, però, non c'è più l'ipotesi di sanzioni disciplinari. Si prevede, invece, che dal 2024 "il dirigente dell'ufficio" debba fare una segnalazione "all'organo dell'azione disciplinare" quando c'è una "negligenza inescusabile".
Invece, resta l'ipotesi che integra un illecito disciplinare", sempre per "negligenza inescusabile", il mancato deposito da parte del pm dell'avviso conclusioni indagini alle parti nei termini stabiliti. Il lodo Conte bis invece funziona così: la prescrizione si ferma definitivamente se c'è condanna in primo grado e in appello. Se, invece, dopo una condanna di primo grado segue un'assoluzione in appello, scatta il recupero dei tempi di prescrizione. Ma ci sono eccezioni importanti che hanno l'obiettivo di ottenere quasi sempre sentenze di merito.
Se c'è un'assoluzione in primo grado la prescrizione continua, se, però, il pm fa appello e il reato contestato si prescrive in un anno, allora la prescrizione è sospesa per 18 mesi. Per la Cassazione, 6 mesi. Tornando alla riforma accorcia-processi, ricordiamo che prevede, tra l'altro, priorità dei reati da perseguire indicate dai procuratori, stretta alle indagini preliminari, su cui l'Anm è critica, processi d'appello pure monocratici. Per velocizzare i processi in corso, previsto l'impiego di giudici onorari ausiliari che passano da 350 a 850. Assunti per due anni mille amministrativi.









