Il Riformista, 14 febbraio 2020
Italia Viva verso la sfiducia a Bonafede. Via libera dal Consiglio dei ministri che si è svolto giovedì sera al ddl delega di riforma del processo penale. Nel testo c'è anche il lodo Conte bis sulla prescrizione. Al Consiglio dei ministri non hanno partecipato i rappresentanti di Italia Viva nel governo dopo il durissimo botta e risposta tra il premier Giuseppe Conte e Matteo Renzi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
Per la prima volta c'è stata l'autorizzazione del Tribunale di sorveglianza di Roma. Un'ordinanza della magistratura di Sorveglianza senza precedenti. Per la prima volta viene autorizzato il colloquio via Skype tra due detenuti reclusi al 41bis. Sono moglie e marito che fin dal 2015 hanno potuto avere solo contatti epistolari.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 14 febbraio 2020
Cdm senza le ministre renziane. Il lodo Conte bis inserito nel ddl giustizia. Il capo del governo: "Renzi dica cosa vuole fare". Poco prima della mezzanotte, Giuseppe Conte scende in conferenza stampa a Palazzo Chigi, insieme al Guardasigilli, la riforma del processo penale è stata approvata con incorporata anche la norma sulla prescrizione del lodo Conte bis, ed è il momento di fare un bilancio dopo lo scontro con Renzi del pomeriggio: "Io non ho alcuna paura, nè arroganza - dice Conte - è Italia viva che deve decidere se fare squadra o meno, la loro assenza di stasera è una loro sconfitta, e se ci sarà una mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede ne trarrò tutte le conseguenze".
È l'epilogo, in qualche modo amaro, di una giornata di nuovi scontri fra la maggioranza e il partito di Renzi. Ancora una volta Italia viva ha votato al Senato con le opposizioni, e forse questo è stato determinante. Del resto erano ormai diversi giorni che veniva annunciato un intervento duro del premier contro il partito Renzi.
Le parole di Conte hanno fatto alzare la fibrillazione politica interna alla maggioranza, quasi a un passo dalla crisi: "Per lavorare il clima non può essere questo, qui i ricatti non sono accettati. Non si può pensare di votare" un provvedimento "con le opposizioni". Insomma Conte, dopo giorni di silenzio e di scontro fra Italia viva e il resto della maggioranza, è sbottato. "Da parte mia Iv è più che rispettata, ma il clima non può essere questo, serve uno spirito costruttivo. Io siedo sempre al tavolo e ascolto tutti, non è mai successo che io mi sieda a un tavolo e tutte le 4 forze politiche non abbiano avuto pari dignità. Tutti hanno la possibilità di proporre le proprie idee, se poi la loro idea non viene accettata non si può pensare di votare con le opposizioni".
Conte rincara la dose dando anche del "maleducato e aggressivo" al modo di fare di Renzi: "Stiamo vivendo una situazione un po' paradossale, la maggiore opposizione ci viene non da un partito di opposizione ma da Italia viva che un giorno sì e l'altro pure ci dice che vuole promuovere un atto di sfiducia nei confronti del ministro Bonafede". E se i ministri di Italia viva disertano il Cdm, in polemica con le norme sulla prescrizione, "per quanto riguarda l'assenza non è stata fatta nessuna comunicazione ufficiale. Non sedersi a un tavolo istituzionale quando si ha un incarico di ministro e quindi una responsabilità, è una assenza ingiustificata".
La risposta di Renzi non si fa attendere: "Presidente, la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi, tu puoi cambiare, sai come farlo, perché lo hai già fatto. Se noi siamo opposizione, voi non avete la maggioranza. Non puoi dire che siamo opposizione maleducata: se vuoi cambiare maggioranza fallo, ti daremo una mano. E non puoi parlare come un preside di scuola di assenze ingiustificate di ministri. Lo dico a tutti: se si vuole lavorare rimbocchiamoci le maniche, se qualcuno vuole staccare la spina se ne assuma la responsabilità. Per fare il governo con i 5 Stelle ho dovuto prendere due maalox, ma sono aperto a tutte le soluzioni, anche al tornare al voto". E se Nicola Zingaretti condivide "il richiamo e la preoccupazione" di Conte, lo stesso fa il Movimento 5 Stelle, che come il Pd difende il lodo Conte bis sulla prescrizione.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 febbraio 2020
Sorpresa nel consiglio dei ministri. Perché il lodo sulla prescrizione viene inserito dentro la riforma del processo penale. Con un obiettivo chiaro. Poterlo utilizzare per trasformarlo in un emendamento al disegno di legge Costa, in aula il 24 febbraio, che all'opposto vuole cancellare la prescrizione "corta" del Guardasigilli Alfonso Bonafede entrata in vigore il primo gennaio.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 14 febbraio 2020
Il Consiglio dei ministri licenzia i cambiamenti chiave: tempi definiti per legge, 24 mesi per finire le indagini. Nonostante i venti di crisi, e anzi a dispetto di questi, proprio a rimarcare che ci sono tre partiti della maggioranza giallo-rossa che comunque vogliono andare avanti, il consiglio dei ministri di ieri sera ha licenziato la riforma del processo penale.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
L'illusione che il braccio di ferro sulla giustizia fosse per Italia viva solo un espediente per acquisire visibilità e conquistare consensi nell'elettorato un tempo berlusconiano è svanita negli ultimi giorni. Troppo violenta e prolungata l'offensiva, troppo rigide le posizioni per ridurre il tutto al solito gioco propagandistico. Nel braccio di ferro ingaggiato da Renzi c'è anche questo, non c'è dubbio, come c'è forse un retropensiero sui guai di famiglia. Ma né l'uno né l'altro elemento bastano a spiegare una drammatizzazione che non accenna a scemare, nonostante i tentativi in questo senso di Conte e Zingaretti e che ha raggiunto ieri nuove vette.
Gode di ampia circolazione una spiegazione che in realtà spiega pochissimo. Il segreto starebbe tutto nella certezza di Renzi, in realtà giustificata, che ' tanto non si voterà. È evidente che l'ex premier, spaventato com'è dall'eventualità di elezioni politiche a breve, ha scelto di correre un classico rischio calcolato e che attacca a testa bassa perché ritiene di essere al riparo dalla minaccia più temuta, quella appunto dello scioglimento delle Camere. Ma sarebbe fare torto al leader di Iv pensare che tutta la sua strategia si riduca a fare molto rumore senza però arrivare al voto. Inoltre la contraddizione con la altrettanto diffusa e altrettanto giustificata convinzione che nel mirino di Renzi ci sia da un pezzo la poltrona di ' Giuseppi' Conte sarebbe in questo caso stridente.
In realtà l'offensiva garantista vanta requisiti che vanno molto oltre la peraltro dubbia resa in termini di propaganda. Traccia una linea di demarcazione all'interno della maggioranza, scegliendo come linea del fronte precisamente il tema identitario sul quale il M5S non può permettersi di arretrare. Pone il Pd, che non può rompere con i 5S ma neppure abbracciare il loro giustizialismo, in una situazione di stress e imbarazzo permanente. Ma soprattutto pone le basi per un ponte con il centrodestra. Nessuno sa meglio di Renzi che la massima aurea della politica italiana è ' Mai dire mai' e a ogni buon conto è buona norma preparare un possibile terreno comune, possibilmente tale da poter essere sbandierato come questione di principio e di alta idealità. Tra Iv e il centrodestra l'incontro è possibile su due fronti: quello dello sviluppo economico, quello sul quale si è già consumata in agosto la rottura del governo gialloverde, e, appunto, quello del garantismo.
Ma è quest'ultimo che offre la possibilità di giustificare il dialogo non solo in nome di una comune strategia economica ma anche della difesa di alcuni valori imprescindibili.
Renzi in realtà si sta muovendo a tutto campo per occupare quella posizione. Si in aula che in sede di cdm i suoi gruppi parlamen-tari e la sua delegazione al governo si sono già smarcati più volte, e ieri la divaricazione si è prodotta su entrambi i fronti: voto in aula con l'opposizione e scelta di disertare il cdm con all'odg il dll sul lodo Conte bis in materia di prescrizione.
A Bruxelles Iv ha abbandonato il gruppo del Pse per passare ai centristi di Macron. I leader di Iv, con Maria Elena Boschi particolarmente combattiva, condiscono ogni dichiarazione bellicosa sulla prescrizione con un passaggio acuminato sulla politica economica, indicando così già da ora quale sarà il prossimo fronte da aprire. Tutto ciò non significa affatto che Renzi abbia deciso di tentare l'azzardo di un nuovo governo col centrodestra e non è affatto detto che un disegno del genere avrebbe qualche possibilità di prendere corpo.
Però Renzi sa bene che, in una situazione così precaria, previsioni a lungo termine non sono possibili. Il governo non cadrà prima del referendum del 29 marzo. Probabilmente reggerà senza rischiare troppo anche fino alle prossime elezioni regionali di primavera. Poi però tutti diventerà più incerta e lo stesso Renzi, a quel punto, dovrà chiudere la partita con Conte oppure rassegnarsi a lasciare "Giuseppi" a palazzo Chigi. E in quel momento poter giocare su più tavoli, avere porte se non aperte almeno non blindate di fronte su diversi fronti sarà essenziale.
di Piero Sansonetti
Il Riformista , 14 febbraio 2020
Voi vi chiederete per quale ragione al mondo il Pd vuole andare alle elezioni. Perché i sondaggi lo danno intorno al 20 per cento, cioè un paio di punti sopra i risultati del 2018? Non ha senso. Oltretutto, con il nuovo parlamento coi "seggi tagliati", Il Pd perderebbe comunque un bel gruzzoletto di deputati e senatori. E per di più finirebbe all'opposizione. E allora? Per far dispetto a Renzi? In politica le ripicche contano, ma fino a un certo punto, alla fine contano interessi più grandi. Quindi?
Vediamo allora perché i 5 Stelle dovrebbero vedere di buon occhio le elezioni. Per estinguersi, vittime del crollo dei sondaggi e della legge taglia-parlamentari che loro stessi hanno fatto? E per perdere una posizione di grande potere nel governo? A occhio, no. Non saranno dei grandi strateghi, questi 5 Stelle, ma fessi così tanto è improbabile. E allora?
Beh, noi lo abbiamo scritto tante volte. Lo scriviamo di nuovo. C'è in Italia un partito politico, molto più forte di tutti gli altri partiti politici - e più compatto, più combattivo, molto, molto più ideologico - che ha una idea chiarissima di società futura e che è deciso a realizzarla, e che ha la capacità di condizionare e dirigere i partiti che sono in Parlamento o, almeno, parti molto grandi di questi partiti. Anche contro i loro stessi interessi.
È il partito delle Procure, unica vera grande potenza nella vita pubblica. Qual è l'idea di società che ha in mente? Una società molto controllata, relativamente libera, ordinata e legalizzata, punitiva, obbediente ad una scala di valori decisa dallo Stato, e diretta da una aristocrazia, da una vera e propria aristocrazia costituita, appunto, dall'apparato giudiziario, che ammette l'esistenza di una struttura democratica ma pretende che questa struttura viva in una condizione di subalternità ai guardiani della legge.
La legge è sopra ogni altra cosa, i guardiani della legge sono i sacerdoti. Poi, sì, la politica, la democrazia, la libertà: ma limitate e condizionate da una grande capacità repressiva dello Stato. Da anni questo partito decide le sorti della politica. Nel 1992 rade al suolo la Democrazia Cristiana, il partito socialista e la prima Repubblica. Nel 1994 silura il primo berlusconismo. Nel 2008 manda a casa il governo Prodi-Mastella. Nel 2011 abbatte l'ultimo governo Berlusconi. Quasi tutti questi passaggi avvengono principalmente per una ragione: per impedire una riforma garantista della giustizia, oppure per imporre delle modifiche nei rapporti di potere tra magistratura e società.
Andate a controllare le date e le cronache dell'epoca: è esattamente così. Tutte le grandi crisi politiche sono determinate dalla questione giustizia. E tutte - tutte - sono precedute o seguite da misure di riduzione dello Stato di diritto e di sottomissione del potere politico-democratico al potere delle Procure. Fine dell'immunità parlamentare, fine del potere delle Camere di concedere l'amnistia, istituzione di nuovi reati con pene esorbitanti, misure drastiche contro i reati attribuibili ai politici, blocco di riforme come quella Mastella, o quella Orlando o - in precedenza - quelle immaginate e mai realizzate dai governi Berlusconi.
Oggi siamo tornati lì: niente di nuovo. Il Partito delle procure (che noi chiamiamo il PPM, partito dei Pm) non vuole permettere che sia neppure sfiorata la credibilità del ministro Bonafede, che tra tutti i ministri della giustizia del dopoguerra si è mostrato il più prono al PPM. Il PPM è un partito di persone che rispettano l'onore, e non possono permettere che un loro uomo fedele sia ferito. Non lo abbandonano, né per necessità né per opportunismo. E dunque il diktat è semplice: giù le mani da Bonafede o il governo cade e si va alle urne. Non permetteremo la formazione di un nuovo governo.
Era evidente che i 5 Stelle si sarebbero inchinati. Come è possibile che il Pd faccia lo stesso? E dentro il Pd c'è pieno accordo su questo cedimento e questa rinuncia ai propri principi? E lo stesso ministro Orlando, che è stato un nemico dei giustizialisti quando ha fatto il ministro, ora è pronto a cedere loro e a deporre le armi? Non lo so, ma guardo i fatti: è possibile. È sempre sbagliato sottovalutare il Partito delle Procure. E non si capisce proprio niente della politica italiana se non si capisce che il comando, lo scettro, è loro e solo loro. Almeno finché qualche pezzo di politica, abbastanza robusto, non si decida a dare battaglia. Quanto è lontano questo tempo? A occhio, molto, molto lontano.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Consiglio dei ministri senza le ministre renziane. Sulla correzioni alla riforma Bonafede si seguirà la via parlamentare. Tempi lunghi anche per la riforma del processo penale, ieri il via libera al disegno di legge delega. Senza le parti che avrebbero irritato Csm e Anm.
Italia viva diserta il Consiglio dei ministri serale che si occupa di giustizia perché non vuole sentir parlare del famoso "lodo Conte" - versione bis - sulla prescrizione, ma quel lodo non nell'ordine del giorno della riunione né potrebbe esserci visto che avrà la forma di un atto di iniziava parlamentare dei capigruppo di 5S, Pd e Leu. Quale ancora non è certo, se disegno di legge autonomo o emendamento al disegno di legge Costa, con il quale l'opposizione e Renzi vorrebbero cancellare la riforma Bonafede, che invece potrebbe per questa via essere solo modificata e in definitiva salvata. Assenza politica quella delle due ministre di Italia viva, Bellanova e Bonetti, come rivendicato da Matteo Renzi nel pomeriggio, ma anche assenza obbligata, visto che erano entrambe in missione all'estero.
La maggioranza a tre, Italia viva esclusa, continua a discutere sul "veicolo" parlamentare della "riforma della riforma" della prescrizione, ma ha ormai trovato l'accordo nel merito del provvedimento. Perché è tramontato in appena 24 ore un tentativo del ministro Guardasigilli di forzare la mano al Pd e a Leu, inserendo una sospensione della prescrizione - 18 mesi - anche per gli imputati assolti in primo grado, che invece da accordi dovevano essere tenuti salvi dalle nuove regole. La fine della prescrizione si applicherà solo ai condannati, i quali però anche loro - ecco il "nodo del lodo" bis - in caso di assoluzione in appello recupereranno i termini integrali di prescrizione (a quel punto molto probabilmente inutilmente). La sospensione della prescrizione per gli assolti dovrebbe però rispuntare in caso di termini in scadenza a ridosso dell'appello.
Come previsto, un nuovo fronte si è aperto al senato, quando il rappresentante di Iv ha votato con le opposizioni in commissione giustizia, nel tentativo di cancellare la riforma della prescrizione approfittando del decreto sulle intercettazioni. È finita con un pareggio, che significa per la fortuna del governo che l'emendamento soppressivo è stato respinto. L'asse centrodestra-renziani minaccia di riprovarci, con numeri più favorevoli, in aula. Ma il governo chiederà sicuramente la fiducia, per evitare la conta e perché il decreto è prossimo alla scadenza.
Nel Consiglio dei ministri il Pd è riuscito a ottenere da Bonafede un disegno di legge delega di riforma del processo penale "pulito", cioè senza le norme inizialmente previste dal ministro sul Csm e i magistrati in politica. Due argomenti che avrebbero sicuramente complicato la discussione, e probabilmente provocato una polemica con il Consiglio superiore e l'Associazione magistrati, visto che il ministro vorrebbe per un verso diluire il ruolo della magistratura associata nel Csm, per un altro alzare un muro tra le toghe e le candidature. "Ci concentriamo sugli strumenti che possono rendere più efficiente e più veloce il processo penale", spiega uno dei mediatori del Pd sulla giustizia, Alfredo Bazoli.
Nel testo, dimezzato, sono adesso contenute novità tecniche, come un allargamento delle notifiche e del deposito atti via mail, tempi per le indagini preliminari più brevi (massimo due anni per i reati più gravi), ostacoli agli avvocati nella presentazione del ricorso di appello. Ma anche innovazioni importanti come l'obbligo delle procure di darsi criteri di priorità nella trattazione dei reati (nella pratica avviene già, ma adesso il principio di obbligatorietà dell'azione penale viene messo formalmente in discussione), la previsione di tempi standard per i diversi gradi di giudizio e di conseguenze disciplinari per i magistrati che per dolo o negligenza non li rispettano (misura contrastata dall'Anm e ancora in forse), l'obbligo per il pubblico ministero che chiude le indagini di chiedere l'archiviazione anche nel caso in cui ha raccolto prove sufficienti per un processo, ma che si può prevedere non siano sufficienti per una condanna.
In ogni caso si tratta di un disegno di legge delega, dunque tra la prima approvazione delle camera, il tempo necessario all'esecutivo per attuare la delega (sono previsti 12 mesi) e il passaggio finale nelle commissioni, le nuove misure entreranno in vigore tra quasi due anni, se tutto va bene. E saranno oggetto di trattative e mediazioni che non finiscono certo con il Consiglio dei ministri di ieri sera.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 14 febbraio 2020
"Enzo Tortora fu condannato a dieci anni di carcere a settembre del 1985 e morì a maggio del 1988. Se ci fosse stata l'applicazione della legge che prevede la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, Enzo sarebbe morto da colpevole. Questo è inaccettabile. Faccio il nome di Tortora ma vale per chiunque".
A parlare, intervistata dal Foglio, è Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, il protagonista del più clamoroso errore giudiziario della storia dell'Italia repubblicana. Scopelliti parla dopo aver partecipato a un convegno organizzato dal gruppo Italia viva al Consiglio regionale della Toscana sulla riforma della prescrizione, che, afferma, "non deve passare. In uno stato di diritto - dichiara - i tempi lunghi della giustizia rappresentano una denegata giustizia. Già Beccaria, in Dei delitti e delle pene, affermava che il giudizio deve essere dato in tempi brevi dalla commissione del reato. È un principio giuridico molto antico, che non può essere stravolto oggi dal ministro Bonafede".
"Garantire alla giustizia tempi rapidi è una questione di cultura giuridica. In mancanza di questa cultura, diventa necessario avere una legge che impone dei tempi precisi. Per questo mi auguro che venga accettata la proposta avanzata da Renzi di rinviare di un anno la riforma Bonafede, e che in questo anno si studi una riforma del processo penale, per arrivare ad avere una giustizia con tempi normali e accettabili".
Nel frattempo, c'è da prendere atto che proprio la vittima per eccellenza dell'errore giudiziario, Enzo Tortora, con la nuova norma che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, entrata in vigore il 1° gennaio, avrebbe probabilmente subito un'umiliazione persino maggiore, morendo da colpevole. Arrestato il 17 giugno 1983, Tortora venne accusato di traffico di stupefacenti e di essere colluso con la camorra sulla base delle ricostruzioni di alcuni pentiti.
Il 17 settembre 1985 venne condannato a dieci anni di carcere, sentenza poi ribaltata in appello un anno dopo e divenuta definitiva nel 1987. In mezzo sette mesi di carcere e gli arresti domiciliari. "Nel caso di Enzo i tempi del processo furono brevi - ricorda Scopelliti - ma questo avvenne solo perché, in primo grado, i magistrati partenopei Lucio Di Pietro e Felice Di Persia ebbero fretta di togliersi la patata bollente, visto che dalle indagini avevano capito che Enzo non c'entrava niente, e poi perché, in appello, il giudice Michele Morello invece capì che bisognava fare presto perché non c'erano elementi a sostegno di quella condanna".
Con la riforma Bonafede che abolisce la prescrizione, però, dopo la sentenza di primo grado nessun giudice avrà interesse a esprimersi in tempi brevi, col risultato che un innocente, condannato per sbaglio in primo grado, potrà restare in balia della giustizia per un tempo indefinito, ed eventualmente morire da colpevole. Uno scenario che rende inaccettabile anche la proposta di modifica avanzata dal premier Giuseppe Conte per raggiungere un accordo nella maggioranza, vale a dire il cosiddetto "lodo Conte", che prevede l'applicazione della riforma Bonafede solo ai condannati in primo grado. "In Italia tantissimi condannati in primo grado vengono poi assolti in appello - nota Scopelliti. È proprio il carcere preventivo subìto dall'innocente a creare spesso l'errore giudiziario, perché il carcere subìto ingiustamente deve essere giustificato dal magistrato che ha provocato la detenzione. Quindi in primo grado si condanna, poi in appello ci può essere l'assoluzione". Una dinamica perversa, riassunta perfettamente da Enzo Tortora in una delle atroci lettere che inviò alla sua compagna dal carcere (e raccolte nel libro "Lettere a Francesca", pubblicato nel 2016 per Pacini editore): "Questi signori per salvare la loro faccia fottono me".
Nell'Italia di oggi, Enzo Tortora avrebbe rischiato non solo di morire da colpevole, ma anche di essere vittima di un'ondata giustizialista persino più feroce. "Se la vicenda fosse stata vissuta oggi, con tutti questi social network e con la diffusione sempre più veloce delle notizie, Enzo sarebbe stato massacrato. In tempi rapidissimi sarebbero arrivate cattiverie e fake news, senza nemmeno riuscire a controllarle o a controbilanciarle, e senza nemmeno riuscire a trovare i responsabili - spiega Scopelliti - Nella nostra società è cresciuta una sorta di rancore sociale, che in materia di giustizia si trasforma in una cultura giustizialista, secondo cui sono tutti colpevoli".
"Purtroppo - aggiunge la compagna di Enzo Tortora - a suggerire questa idea è anche la politica. Di Maio, che è ministro della Repubblica, non può sostenere che dietro il crollo del ponte Morandi ci siano i Benetton. Lo faccia dire a un procedimento giudiziario. Lo stesso sta avvenendo attorno al deragliamento del treno a Lodi.
Sarò eccessivamente garantista, ma non me la sento di dire che la colpa è di quei cinque operai. Io voglio che si facciano le indagini e che dopo si dica di chi è la colpa. Per questo non accetto neanche le conferenze stampa dei procuratori, in cui si afferma che gli operai si sono comportati in maniera superficiale e scorretta: perché a quel punto nella società si inculca l'idea, anzi la verità assoluta, che siano stati loro. Forse sono stati loro, ma non vanno condannati preventivamente".
Scopelliti torna poi sulle parole del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che in un'intervista a La7 ha addirittura dichiarato che "gli innocenti non finiscono in carcere": "Premetto che ormai non mi sorprende più nulla di ciò che dicono i ministri e i rappresentanti del M5s, perché sono eterodiretti e fanno propri dei concetti che non sono maturati da un'esperienza, da uno studio o da una realtà dei fatti. Io non guardo 'Otto e mezzo', perché la trovo una trasmissione di parte, ma quando il giorno dopo ho letto la battuta di Bonafede ho pensato che fosse completamente fuori dal mondo. Non conosce la realtà del suo paese. Se hai la fortuna di diventare ministro, devi almeno avere l'umiltà di studiare per meritare quel titolo, altrimenti diventiamo veramente il paese di Pulcinella".
di Giovanni Altoprati
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
Piove sul bagnato per il governo e per il ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede. All'indomani della decisione della Corte costituzionale di dichiarare illegittima la legge Spazzacorrotti nella parte in cui se ne prevede l'applicazione retroattiva, si profila la possibilità per l'esecutivo di dover risarcire tutti coloro che in questi mesi sono stati incarcerati per effetto di questo provvedimento voluto dal tandem Bonafede-Travaglio. Il primo ad aver sollevato il problema è stato Pierantonio Zanettin, componente di Forza Italia della Commissione giustizia della Camera ed ex membro del Csm, con una interrogazione urgente presentata ieri a Montecitorio.
"L'anno scorso tale illegittimità era stata denunciata, già in sede di approvazione della legge, nel corso del dibattito parlamentare", scrive Zanettin. "Le conseguenze della pronuncia appaiono dirompenti: molti cittadini italiani, noti e meno noti, in questi primi mesi di applicazione della legge non hanno potuto usufruire delle misure alternative alla detenzione e sono stati costretti al carcere, nonostante i fatti da loro commessi fossero antecedenti l'entrata in vigore della norma".
Fra gli arrestati "illustri", l'ex presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, condannato in via definitiva per corruzione. L'equiparazione dei reati contro la Pubblica amministrazione ai reati di mafia e terrorismo, aveva precluso al Celeste, pur essendo ultrasettantenne, l'accesso ai benefici penitenziari. "Il governo è sempre rimasto sordo ad ogni richiesta di modifica di quella normativa, palesemente illegittima", prosegue Zanettin, svelando un particolare che inchioderebbe l'esecutivo alle proprie responsabilità.
"Nella seduta del 20 febbraio 2019, il governo espresse parere contrario alla risoluzione a prima firma dell'onorevole Enrico Costa che lo impegnava a disporre affinché la nuova formulazione dell'art 4 bis dell'ordinamento penitenziario si applicasse solo ai fatti successivi alla sua entrata in vigore". "La maggioranza - prosegue Zanettin - nella stessa seduta di Commissione respinse detta risoluzione".
"Ora i cittadini che non hanno potuto usufruire dei benefici della legge Gozzini hanno certamente diritto al risarcimento del danno per l'ingiusta detenzione subita", sottolinea il parlamentare forzista, domandando al governo "quali iniziative di propria competenza intenda assumere per ottenere dai responsabili di questo grave vulnus costituzionale il recupero del danno erariale che deriverà allo Stato per l'ingiusta detenzione dei cittadini".
Nel mirino, dunque, Bonafede che aveva sempre affermato che la Spazzacorrotti avrebbe addirittura "proiettato l'Italia come Paese leader a livello internazionale nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione". Ora il Guardasigilli rischia di mettere mano al portafogli e risarcire tutti coloro che non dovevano essere arrestati. Ogni giorno di ingiusta detenzione ammonta a 250 euro.
- Torino. Un cortometraggio per parlare di detenuti
- Milano. Musulmani e cattolici all'ora di religioni a San Vittore
- Cuneo. Cercasi volontari che stiano al fianco dei detenuti in un percorso di reintegrazione
- Monza. Arriva il Garante dei diritti dei detenuti, in Consiglio però è polemica
- Trani (Bat). Sarà la seconda città della puglia ad avere un Garante dei diritti dei detenuti









