di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 17 febbraio 2020
Basata sul romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, la serie vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina. Dopo il successo di "Gomorra" o di "Narcos", che hanno scavato sempre più a fondo e senza remore nelle viscere delle organizzazioni criminali, il rischio di scadere nel "già visto" era altissimo. "ZeroZeroZero", la nuova serie prodotta da Sky con Amazon Studios e Canal+, sfugge alla trappola, deviando parzialmente dal solco tracciato.
Basata sul libro di Roberto Saviano, "Zero ZeroZero" vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina: dalla preparazione alla sua immissione sui mercati illegali di tutto il mondo. È un percorso che mette l'accento sulle economie occulte che governano le leggi della criminalità. Ma è anche una storia di famiglie, di stili mafiosi differenti, di contesti locali dove tradizioni ancestrali e operazioni finanziarie si tengono in un filo che lega tutto.
Emblematica, in questo senso, la differenza profonda tra il vecchio boss della 'ndrangheta Don Minu che vive in un bunker e addestra il nipote ("non c'è nessuna pietà nella delusione"), le squadre della morte messicane e gli insospettabili uomini d'affari americani. Nulla come la criminalità tiene insieme globale e locale, sembra dirci la serie. Diretta da Stefano Sollima e scritta, tra gli altri, con Leonardo Fasoli e Stefano Bises, la fiction alterna scene d'azione tipiche del crime americano con il gusto nazionale dell'indugiare sui personaggi, alla ricerca delle radici del male e di un'umanità tormentata. "ZeroZeroZero" vuole essere tante cose, ma soprattutto un trattato di economia criminale, che mette in scena la legge della domanda e dell'offerta; le famiglie vengono presentate rispetto ai loro ruoli nella filiera e nella catena del valore (i "compratori", i "venditori", gli "intermediari"). Le musiche dei Mogway e una fotografia curata fanno risaltare un cast internazionale nel quale spiccano Gabriel Byrne e Giuseppe De Domenico, nei panni del rampante 'ndranghetista Stefano La Piana.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 17 febbraio 2020
"L'embargo delle armi in Libia è diventato una barzelletta, dobbiamo tutti veramente intervenire". Le parole di Stephanie Williams, vicecapo della missione dell'Onu in Libia, sono nette. Durante la riunione di ieri al follow- up Committee di Monaco, a quattro settimane dal vertice di Berlino voluto da Angela Merkel, la Williams ha preso atto della drammatica situazione: "Ci sono violazioni, via terra, via mare e via aerea", fornisce i dati e aggiunge: "È necessario che ci siano un monitoraggio ed un sistema di attribuzione di responsabilità".
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, annuncia che oggi a Bruxelles sarà affrontata la questione di una missione europea "che avrà il compito di dare un segnale chiaro: in Libia va bloccato il flusso delle armi". Non una missione militare, sottolinea Di Maio, ma l'Europa dovrà utilizzare anche mezzi militari per un monitoraggio del rispetto dell'embargo e del cessate il fuoco, che potrebbe avvenire "via mare, via terra e per via aerea". È però anche questo punto ad accendere la discussione a margine del tavolo, a cui ieri sedevano dodici stati e tre organizzazioni internazionali. È stato l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Ue, Josep Borrell, a lanciare l'appello, indignandosi per il veto austriaco sul riavvio della missione marittima Sophia.
"Non può accadere che a causa del veto di un solo Stato, che peraltro non ha una Marina propria, si debba bloccare la missione marina europea. Se succede, rispondere 'peccato non c'è stata l'unanimità' è semplicemente ridicolo", ha sbottato, puntando il dito contro il tallone d'Achille del metodo Ue. Un segnale positivo arriva: il prossimo 26 febbraio, per la prima volta dopo due anni, le parti in confitto dialogheranno. L'allarme riguarda anche le conseguenze per l'economia, con una crisi esacerbata anche dal blocco dei pozzi petroliferi.
Haftar rimuova il blocco, tuona l'Onu. Il quadro generale viene supportato da alcuni dati. Sono state 1501e violazioni al cessate il fuoco, ha riportato Williams, e sono 140 mila i libici scappati e sfollati. La conferenza di Berlino è stata dunque una tappa importate, ma il percorso per una soluzione effettiva del conflitto è ancora lungo. A marzo il Committee follow up potrebbe tenersi a Roma, è stato detto. E del resto l'Italia ha ottenuto ieri "un importante riconoscimento" - nelle parole di Di Maio e Lorenzo Guerini - con l'apertura di Berlino ad accoglierla nel formato E3 sull'Iran, proprio con un occhio alla Libia, come affermato ieri dalla ministra della Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer, come lo stesso Guerini aveva chiesto alla Germania lo scorso 12 febbraio, a margine del vertice Nato.
Dopo la ministeriale, in un panel dedicato Ue, Di Maio ha ribadito che "per l'Italia la stabilizzazione della Libia è un obiettivo prioritario". A chi rimprovera l'Europa di aver perduto influenza "va risposto che l'Europa non manda armi né mercenari", ha aggiunto. Come pure va ribadito che la crisi di Tripoli ha bisogno di una risposta della comunità internazionale, "nessuno pensi di poter fare da solo".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 febbraio 2020
Il governo ha confermato l'abolizione della prescrizione. Come voleva il partito dei Pm. Ha stabilito che il processo penale può durare un tempo eterno. Rispetto alla prima norma anti-prescrizione (quella del governo Lega-5 Stelle) contenuta nella legge "spazzacorrotti", le novità sono due. La prima è che si introduce (bypassando la Costituzione) una distinzione tra condannato o assolto in primo grado. Il condannato è fregato, finisce nel tunnel dei processi senza fine. L'assolto conserva la prescrizione.
Questo avrà una conseguenza inevitabile: che le Corti d'appello manderanno avanti i processi agli assolti (cioè i ricorsi dei Pm) che altrimenti vanno in prescrizione, e lasceranno languire, magari per dieci anni, o venti, gli appelli dei condannati. I quali però, in uno strano gioco dell'oca, potranno recuperare la prescrizione se riusciranno a ottenere che l'appello si celebri prima della loro morte e riusciranno a essere assolti in appello (statisticamente è una situazione frequente: circa il 40 per cento dei condannati viene assolto in appello).
Solo che a quel punto - vecchi - la prescrizione gli servirà a poco. Il partito del giustizialismo, quello guidato da Travaglio e da Bonafede, e che ha alle spalle la forza prepotente del partito dei Pm, ha vinto una bella battaglia. Lunedì prossimo sarà il ventottesimo anniversario dell'inizio della stagione di Mani Pulite. Qualcuno la ricorda? Qualcosa come 5000 politici finiti nella retata, centinaia e centinaia di arresti, delazioni ottenute col ricatto del carcere, suicidi, interi partiti rasi al suolo, la democrazia politica messa con le spalle al muro, i magistrati e i loro assistenti giornalisti con pieni poteri poi ci furono 4000 assoluzioni. È stato uno dei periodi più foschi della storia della Repubblica.
Beh, l'aria che si sente soffiare, oggi, è molto simile a quella. Il partito dei Pm ha un nemico giurato: la Costituzione. I principi dello stato di Diritto. L'attacco punta lì. E non si fermerà se qualcuno non scenderà per strada a fermarlo. Il compito spetterebbe al Pd, che è un partito che vanta qualche tradizione democratica. E che sta nel governo. Però, se non ci siamo sbagliati, ora è nascosto tra le fila dei 5 Stelle, e sembra passato al servizio dei magistrati. Si sveglierà? Avrà uno scatto di orgoglio? Sperare è sempre legittimo (per ora...).
P.s. La storia, lo sapete, si ripete. La prima volta è una tragedia, la seconda una farsa: speriamo che sia vero, che avesse ragione Marx.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
Il ministro della Giustizia: dopo dieci vertici con Iv, no ai veti di Renzi sulla prescrizione. "Il boato con cui la piazza mi ha accolto non lo dimenticherò mai".
di Liana Milella
La Repubblica, 16 febbraio 2020
"La giustizia deve sempre esprimere un volto umano". E "deve bilanciare le esigenze di tutti". "È evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere". "Il carcere rispecchi il volto costituzionale della pena e dia al detenuto una seconda chance". "Partendo dal luogo più remoto della società, qual è appunto il carcere, la Corte sta portando la Costituzione ovunque. Perché la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società". Tutto questo dice a Repubblica, nella sua prima intervista, la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2020
Rischio binario morto per i correttivi inseriti nel riordino del rito penale, per il quale sono previsti tempi lunghi. Lo scontro con Iv ripartirà nei prossimi giorni su Ddl Costa e Dl intercettazioni. La guerra non è finita. E la prescrizione rischia di agitare ancora per parecchio tempo l'agenda politica e non solo.
Perché alla fine la decisione del Governo di innestare il lodo Conte bis nel più ampio disegno di legge di riforma del processo penale ha permesso a 5 Stelle, Pd e Leu, di uscire dall'impasse nella quale da giorni si trovavano impantanati per la guerriglia di Italia Viva, e tuttavia ha come effetto quello di prolungare a oltranza l'operatività della riforma Bonafede, che invece si intende correggere.
Le ragioni sono evidenti: dal 1° gennaio è in vigore il blocco dei termini dopo la sentenza di primo grado, indipendentemente dal suo contenuto, di condanna o assoluzione; gli effetti si potranno misurare solo tra qualche tempo, certo, quando andranno in prescrizione i primi reati contravvenzionali.
Ma che un impatto ci possa essere da subito, per esempio sui tempi di durata del primo grado, è testimoniato dalla volontà del ministero della Giustizia di varare già la prossima settimana una commissione, nella quale dovrebbero essere presenti sia magistrati sia avvocati, per misurare da subito gli effetti della riforma.
Nel frattempo quella soluzione tra il barocco, certo, e l'incostituzionale, per alcuni, sintetizzata nel lodo è e sarà ben lontana dall'entrata in vigore. Difficile infatti pronosticare un cammino parlamentare rapido per un disegno di legge delega, come sempre in realtà assai dettagliato però, che interviene su elementi cruciali del processo penale, dalla durata delle indagini preliminari ai riti alternativi, alle notifiche.
E questo anche se al consiglio dei ministri di giovedì notte è arrivato un provvedimento privo di tutta la parte ordinamentale, senza cioè la riforma del sistema elettorale del Csm e la revisione delle regole per l'ingresso (e l'uscita) dei magistrati da cariche politiche. Bene che vada se ne riparlerà tra parecchi mesi e il rischio molto concreto è che la riforma della riforma più che su una corsia preferenziale sia finita su binario morto.
E dove le insidie alla Bonafede arriveranno in realtà nei prossimi giorni sul fronte parlamentare, tra Camera e Senato. Con una ricorrenza che non dovrebbe essere ricorrente, quella del voto di un partito di maggioranza, Iv, con le opposizioni.
Alla Camera il problema si riproporrà con gli emendamenti al disegno di legge Costa al voto in commissione dal 18 febbraio (solo con il voto determinante della presidente 5 Stelle ne passò uno soppressivo) e in Aula dal 24 febbraio. Ma, considerati i margini assai più esili per la maggioranza, il nodo più intricato sarà quello del Senato dove la prossima settimana andrà al voto il decreto legge intercettazioni, in scadenza tra l'altro a fine mese.
Già in commissione la scelta di Italia Viva di votare con le opposizioni su un emendamento agganciato al testo da Forza Italia per cancellare la Bonafede ha visto un pareggio 12 a 12 (al Senato equivale a bocciatura) per il rotto della cuffia. Se, come assai probabile l'emendamento sarà riproposto in Aula, con il rischio assai concreto per la maggioranza di andare sotto, allora è più che possibile che sarà necessario mettere la fiducia su un testo che, comunque, ha raccolto anche una serie di perplessità da parte del Csm.
di Antonello Mangano
L'Espresso, 16 febbraio 2020
Da trent'anni nelle cronache leggiamo di caporalato e sfruttamento nelle campagne italiane. Ma esistono alternative per non appoggiare tutto questo. Un estratto del libro inchiesta "Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole". Dalle campagne italiane arrivano cronache drammatiche: incidenti in cui muoiono centinaia di lavoratori; ghetti che bruciano ; donne sfruttate sessualmente tra le serre che assicurano ortaggi fuori stagione; braccianti ridotti in schiavitù dal Piemonte alla Sicilia.
In realtà, la questione risale ad almeno trent'anni fa: nel 1990 fu ucciso a Villa Literno il rifugiato sudafricano Jerry Masslo, che passò dalla negazione dei documenti alla raccolta dei pomodori. Anche se a fatica, oggi cominciano a emergere le cause. I passaggi dal campo al bancone del supermercato sono numerosi e poco tracciati; non esiste una etichetta trasparente; gli strumenti di contrasto adottati dalle aziende (ispezioni, liberatorie, certificazioni) appaiono insufficienti. La "Grande Distribuzione Organizzata" non è l'unica responsabile, ma appare poco intenzionata a prendere provvedimenti risolutivi. Quindi cosa possono fare i consumatori per evitare di essere complici di un sistema che non vuole auto-riformarsi? In sintesi, dove facciamo la spesa?
Trovare un'alternativa non è difficile. È possibile acquistare prodotti etici e di qualità superiore, senza necessariamente spendere di più. Per fortuna l'Italia, nonostante l'attacco della globalizzazione, è ancora un paese ricco di diversità. Esistono diverse opzioni: evitare il cibo "a rischio" trovando produttori alternativi; sostituire tutta la spesa associandosi con altri consumatori oppure incontrando i contadini in un mercato rionale; ma, soprattutto, occorre superare l'ideologia trentennale del "consumerismo".
Può essere impegnativo sostituire tutta la spesa. Ma non è detto che lo sia per i prodotti più "critici". Chi non ha la possibilità di un consumo radicalmente alternativo, per ragioni economiche o di tempo, può comunque iniziare un boicottaggio intelligente di alcuni prodotti. In Italia esistono situazioni estreme e le peggiori riguardano la produzione di arance e pomodori. Quindi, un primo passo per non essere complici può essere sostituire questi due prodotti cercando aziende che offrano garanzie sull'etica.
Ecco due esempi. In seguito alla rivolta del 2010, alcuni attivisti calabresi insieme ai migranti, decisero di fare qualcosa di concreto. Nacque "Sos Rosarno". "Tutti i produttori sono piccoli proprietari, singoli o associati in cooperative, assumono regolarmente la manodopera impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata, e sono interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno, che nell'assoluta insufficienza delle politiche istituzionali d'accoglienza possono sopperire ai bisogni più elementari solo grazie al sostegno delle realtà associative della società civile", si legge nel sito ufficiale.
Da allora l'unione di alcuni produttori della Piana di Gioia Tauro permette la produzione di arance, in particolare clementine; poi olio, grano, formaggi e insaccati. I prodotti sono acquistabili dai "Gruppi di Acquisto Solidali" (Gas) in Italia e all'estero, ma anche nei punti di distribuzione della rete "Fuori Mercato".
L'altro prodotto critico è sicuramente il pomodoro. Per alcuni è il simbolo della dieta mediterranea, per altri è sinonimo di caporalato. Negli ultimi anni, tuttavia, sono nate diverse esperienze per proporre un'alternativa al consumatore. "Funky Tomato" è probabilmente la più conosciuta. È nata tra Puglia, Basilicata e Campania, nel 2005, dopo la morte della bracciante Paola Clemente. A partire da Taranto, un gruppo di agricoltori, attivisti e ricercatori ha deciso di costruire una filiera partecipata e di creare un'alternativa al caporalato del pomodoro.
Come comprare i pelati e le passate di Funky Tomato? Il modello è quello del pre-acquisto sul sito, a cui si affianca la distribuzione in alcuni ristoranti e punti vendita. Conoscendo in anticipo l'ammontare degli acquisti, la filiera può essere organizzata fin dalla piantumazione. Agricoltori, braccianti e trasformatori sanno di poter contare su un reddito certo e non vivono in balia delle fluttuazioni del mercato. Il barattolo di Funky Tomato vuole essere la passata realmente conservata in cantina per l'inverno, come nella tradizione italiana, e non un consumo d'elite. Un cibo "coltivato localmente e artigianalmente".
All'inizio degli anni 90 le ideologie novecentesche arretrano e la fuga nel privato prende il sopravvento. In tanti non vogliono rinunciare all'impegno politico e lo spostano nella quotidianità. Si diffondono idee come "si vota anche facendo la spesa", "piccolo è bello" e "i grandi cambiamenti sono la somma di piccole scelte individuali".
In tutta la penisola nascono le botteghe del "commercio equo e solidale" che vogliono connettere consumatori del Nord del mondo e produttori del Sud, assicurando a questi ultimi un compenso giusto e sottraendoli allo sfruttamento delle multinazionali. Un modello che inizialmente riguarda contadini africani e latinoamericani, ma che oggi può essere tranquillamente applicato anche gli agricoltori italiani.
Nel 1994, a Fidenza, in provincia di Parma, nasce il primo "Gruppo di Acquisto Solidale". Nel 1997, i Gas si uniscono in rete per scambiarsi informazioni sui produttori. Ma come funziona un gruppo? Il Gas può essere un'associazione costituita a norma di legge oppure un gruppo informale. Durante le assemblee, si prendono le decisioni fondamentali: i criteri di scelta dei prodotti, la lista dei fornitori, la gestione degli ordini, lo scarico delle merci e infine il ritiro.
I Gas verificano il rispetto di tutti i criteri attraverso un legame diretto col produttore: visite periodiche nei campi e rapporti consolidati nel tempo. Si crea spesso una rete fiduciaria che genera una specie di "certificazione partecipata".
Si tratta di una galassia molto articolata. Il sito "Eventhia" traccia oggi oltre 500 gruppi, la maggior parte dei quali si trova nel Centro Nord. Grandi aree sono ancora scoperte, paradossalmente nelle zone rurali del Mezzogiorno; ma nelle città medio grandi c'è in genere almeno un Gas.
I mercati rionali sono centri della cultura e della vita popolare delle città italiane. Soltanto a Roma ce ne sono 127, per un totale di oltre cinquemila esercenti. Il caso della capitale è esemplare: sarebbero un migliaio i "posteggi" chiusi, cioè spazi non assegnati. A oggi, resistono circa 120 contadini "storici" dietro i banchi dei mercati rionali romani. Gli altri sono venditori che di solito all'alba acquistano all'ingrosso al Car (Centro Agro Alimentare) di Guidonia. Sono alcuni tra i dati contenuti in un rapporto dell'associazione "Terra!". L'agro romano, il territorio agricolo collegato all'area metropolitana, potrebbe rifornire quasi completamente i mercati nella capitale ma non esiste una politica efficace che connetta gli agricoltori del circondario ai banconi dei mercati rionali. Un'altra criticità è il ricambio generazionale, sia nelle vendite che nei consumi. Nella maggior parte dei mercati si aggirano pensionati per cui è normale un'apertura solo mattutina e venditori che si tramandano da generazioni il bancone della frutta, senza una prospettiva per il futuro. La prima questione è appunto quella degli orari: è difficile essere concorrenziali coi supermercati se è possibile acquistare soltanto da lunedì a sabato dalle 8 alle alle 14,30. I mercati hanno grandi potenzialità (stagionalità dei prodotti, qualità, prezzo conveniente perché senza intermediazioni) ma al momento molte carenze: orari, servizi, luoghi fatiscenti, parcheggi. E su etichette e trasparenza sono persino più indietro dei supermercati.
Inserire l'origine in etichetta, pratica oggi trascurata all'interno dei mercati, sarebbe un primo passo verso la fidelizzazione dei clienti. Il paradosso è che i mercati di quartiere non comunicano qualcosa che è molto richiesto dai consumatori. Anche passando per il Car, l'ortofrutta del territorio romano e laziale non impiega più di 24 ore a raggiungere i banchi del mercato. Ma questo enorme punto di vantaggio non viene comunicato: c'è ma non si vede. Possiamo trovare nello stesso bancone zucchine raccolte appena il giorno prima e pomodori che hanno viaggiato dalle serre siciliane.
Come si vede, i mercati non hanno soltanto bisogno di una boccata d'ossigeno: è necessario ripensarne globalmente la funzione sociale. I mercati romani sono spesso posizionati in centro, in siti storici che potrebbero diventare luoghi di incontro, di educazione alimentare, oltre che aperti alla ristorazione con prodotti freschissimi. Ma al momento i meccanismi di autorizzazione, mappatura, rotazione dei banconisti non più attivi sono iper-burocratizzati e lenti. A volte sembra che ci sia un vero abbandono da parte della politica. Come se i mercati dovessero funzionare da sé fino alla naturale estinzione dei suoi protagonisti, dal vecchio fruttarolo che ha ereditato il bancone dal padre al pensionato che non rinuncia alle sue abitudini. Oggi nessuno ha il polso dei mercati rionali, nessuno sa con esattezza quante postazioni siano attive e quante no. L'ultimo censimento è stato effettuato ormai tre anni fa, nel marzo del 2015. Il Comune, dal canto suo, non favorisce la ripresa del settore: ha lanciato l'ultimo bando nel 2013, finendo di assegnare le postazioni nell'autunno 2017.
Per quanto la situazione romana sia unica, la tradizione del mercato in strada è diffusa in tutta Italia. Dalle "Piazze delle Erbe" in gran parte delle città medievali del Nord fino ai "suk" di origine araba della Sicilia, come la celebre Vucciria immortalata da Guttuso. Anche queste realtà in crisi che meriterebbero un intervento: sono un concentrato di storia e cultura così come infrastrutture di distribuzione già esistenti. Con poco, potrebbero diventare un valido sbocco per un'agricoltura diversa.
Ci sono tante alternative per i consumatori, ma le due più "consistenti" appaiono i Gas e i mercati rionali. Sono esperienze con una storia alle spalle (breve i primi, pluridecennale i secondi). Entrambi hanno bisogno di essere rafforzati oppure rivitalizzati. Ma sono diffusi sul territorio e coinvolgono una rete ampia di consumatori, rivenditori e produttori. Nei casi migliori, i passaggi dal produttore al consumatore sono rapidi e diretti. L'etica non è garantita solo da etichette e certificazioni, ma da un rapporto immediato e quotidiano.
Per rendere queste esperienze molto più forti e sfondare la quota del 30% (la percentuale di consumi alimentari sottratta ai supermercati) è fondamentale non abbandonare la sfera pubblica e dare meno rilevanza al punto di vista del consumatore.
In altre parole, fare la spesa è un atto collettivo mascherato da scelta individuale. Negli ultimi anni, le scelte politiche sono state decisive: dalla liberalizzazione delle licenze e degli orari dei negozi alle aperture dei festivi, fino al sostegno ai grandi centri commerciali. Parallelamente, le politiche del lavoro hanno creato consumatori con poco tempo a disposizione, senza alcuna educazione alimentare, bombardati dalla pubblicità e dal marketing del sottocosto. Certo, comprare una cosa anziché un'altra è una scelta che in ultima istanza compete all'individuo. Ma l'individuo è inserito in un contesto, indirizzato e guidato. Alla fine la sua scelta è sempre un gesto "sociale".
Il consumatore deve risolvere il paradosso della scissione con sé stesso ("sono contento di trovare un prezzo basso anche se danneggio un altro lavoratore") e vedersi anche come produttore. Confrontarsi con le istituzioni e con le aziende, attraverso boicottaggi mirati. Chiedere tempo, diritti, potere di acquisto, dignità sul posto di lavoro e non solo cibo sano sul bancone.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 16 febbraio 2020
Una rete suprematista internazionale diffusa dagli Usa all'Europa e ramificata anche in Italia. Che su Telegram e altri canali incita a colpire ebrei e immigrati. Con aggressioni, minacce e svastiche sulle case. "Il tempo che perdi non è sprecato. Perché in quel tempo potevi uccidere un ebreo". "Cerchiamo terroristi e soldati".
"Combatti. Fino all'ultimo respiro, perché alla fine cosa ci rimane da fare?". Caccia a ebrei, immigrati, omosessuali. Ragazzini disposti a passare all'azione militare, fomentati da nuovi ideologi della razza bianca. Un fiume carsico gonfio di odio. Che scorre su chat riservate di Telegram, l'applicazione di messaggistica per cellulari considerata più sicura di whatsapp.
Prosegue la sua corsa su VKontakte, il social network russo diventato il buen retiro degli fondamentalisti ariani banditi da Facebook. Si nutre dell'anonimato garantito dai forum di discussione fondati con un preciso scopo: adescare nuovi adepti, indottrinarli, prepararli alla battaglia finale della rivoluzione nazionalsocialista. Camere oscure zeppe di insulti omofobi, antisemiti, xenofobi. Stanze virtuali dove la spinta a praticare la violenza è quotidiana. Popolate di ideologi che con i loro scritti definiscono i contorni del nazifascismo 4.0, che non riunisce le proprie truppe nei circoli e va oltre la creazione di un sito o di una pagina social.
Cresce, piuttosto, nel segreto dei forum o delle chat. Si alimenta di sermoni impregnati dell'ideologia suprematista. Il ritorno al concetto della razza ariana, da preservare dalle contaminazioni di "giudei" e "negri". Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia. Nel video, pubblicato nelle chat nel giugno del 2019, la minaccia della divisione tedesca: "Siamo pronti all'ultima e lunga battaglia"
Insomma, null'altro che la teoria che ha ispirato i nazi-terroristi degli ultimi dieci anni: dal norvegese Anders Breivik al più recente Brenton Tarrant, il 28enne australiano autore il 13 marzo 2019 della strage in Nuova Zelanda che ha provocato 50 morti tra i musulmani, senza dimenticare l'italiano Luca Traini, che a Macerata ha ferito sei migranti e ha esibito il saluto romano quando i carabinieri lo hanno arrestato.
Una spirale di violenza che non sembra sopita. Anzi, negli ultimi tempi è sospinta dal vento nazionalista. Legittimata da leader politici che hanno messo in cima alla lista nera dei veri patrioti i migranti, che inneggiano alla tradizione. E poi ci sono altri che non rinnegano il passato fascista, quello trascorso insieme agli ultras nazisti. La manovalanza che si muove nell'ombra non teme più la condanna della destra istituzionale. Il clima politico e sociale si è fatto corrosivo, si cercano casa per casa gli stranieri per scacciarli dalla casa popolare occupata per diritto. Si dileggiano gli ultimi, la società raccoglie i cocci della guerra tra poveri, bacini di consenso dei nazionalisti.
Ecco che non devono sorprendere le intimidazioni mirate di questo primo mese e mezzo del 2020. Le ultime due a Pomezia, provincia di Latina, il 12 febbraio scorso: "Anna Frank brucia", vergato con una bomboletta spray sul muro dell'istituto superiore Ipsia dove quel giorno era atteso Gabriele Sonnino, memoria della Shoah; in una seconda scuola della città, il Liceo Pascal (dove si era svolto un incontro sulla memoria), gli studenti hanno trovato sull'asfalto, all'entrata dell'edificio, la frase "Calpesta l'ebreo", accompagnata da una croce celtica e una stella di David. Un'escalation che ha prodotto in Italia una sequenza di azioni dimostrative nei confronti di obiettivi strategici per i seguaci di Hitler.
Le svastiche, le ingiurie antisemite e le scritte "qui abita un ebreo", apparse nei giorni precedenti e successivi alla giornate del ricordo delle vittime della Shoah, hanno preso di mira case vissute da chi ha collegamenti familiari con i deportati nei campi di concentramento o con la lotta partigiana. Testimoni, insomma, di un'epoca che sembrava chiusa per sempre. Eppure questi segnali, insieme alla crescente marea nera virtuale, ci confermano che non è così. Sono episodi da non sottovalutare, spiegano all'Espresso gli esperti dell'antiterrorismo. Così come destano allarme gli arsenali ritrovati nei mesi scorsi dalla polizia di Stato a disposizioni di neofascisti italiani, in collegamento con il network europeo dei suprematisti.
La saldatura tra "ideologia estrema e l'utilizzo di internet quale strumento di veicolazione e propaganda" è estremamente pericoloso, rivelano i carabinieri del Ros in alcune recenti analisi sul fenomeno suprematista. I detective dell'antiterrorismo del Ros osservano i movimenti della galassia nera con attenzione. Hanno firmato importanti inchieste come quella denominata "Banglatour" (il processo è iniziato a gennaio) sui alcuni militanti neofascisti di Forza Nuova nella quale erano emerse aggressioni a cittadini bengalesi. O come l'indagine "Aquila Nera" sul movimento Avanguardia Ordinovista, che aveva l'obiettivo eversivo di colpire le istituzioni. Senza dimenticare l'operazione sui mercenari italiani neofascisti andati a combattere in Donbass con i separatisti filorussi: per alcuni di loro sono arrivate le prime condanne, mentre in tre sono ancora latitanti protetti dalla rete internazionale che li ha portati fin lì.
E quella su "Azione Europea", che come emerso dall'indagine del Ros, è un enclave in Trentino-Alto Adige di fanatici hitleriani che sognavano la restaurazione del Terzo Reich e la soppressione della democrazia parlamentare. Adesso, tuttavia, le attenzioni sono rivolte a un fenomeno nuovo: l'atomizzazione della militanza, più fluida e meno irregimentata in regole di partiti o movimenti. Il che vuol dire meno prevedibilità e luoghi di ritrovo quasi sempre virtuali. Un po' come per l'Isis che ha colpito spesso in Europa avvalendosi di soldati radicalizzati sul web oltreché nelle carceri. Lupi solitari, appunto. Termine che ritorna nei rapporti delle polizie europee e del Ros sul pericolo suprematista.
L'ideologo della guerriglia solitaria ha un nome: James Mason, 67 anni, americano dell'Ohio. La sua raccolta di scritti, "Siege", è diventato un testo di riferimento nei discepoli moderni del nazi-fascismo. Mason è stato negli anni '80 l'ideologo del suprematismo bianco. E neppure lui, duro e puro della rivoluzione ariana, mai si sarebbe aspettato che potesse tornare in auge nel 2020. Finché un gruppetto di giovani non l'ha pescato dall'oblio in cui era caduto. Le teorie di Mason, hitleriano di ferro e ammiratore del serial killer Charles Manson, sono state il concime ideologico sul quale è germogliata la "Atomwaffen Division", la divisione delle armi nucleari. Un gruppo paramilitare, considerato dalle autorità americane una formazione terroristica.
Tanto che alcuni dei suoi membri, molti giovanissimi, sono sospettati di aver commesso omicidi a sfondo razziale. "AtomWaffen" è nato sul web nel 2015 sulle pagine del forum "Iron March". Chiuso nel 2017 dagli stessi fondatori - tra cui un russo dal profilo misterioso - contava oltre 2 mila membri. La banda nera della "Atomwaffen" resta però alla costante ricerca di nuovi adepti, meglio se giovanissimi. "Unisciti ai nazisti locali" è il claim dell'organizzazione comparso in alcuni college americani. Ci sono poi i militanti più esperti, chi con un passato nell'esercito, altri ancora in servizio.
Con la chiusura di Iron March, l'attività di proselitismo è proseguita e oggi esistono due canali Telegram, entrambi non pubblici. L'8 giugno scorso è stato pubblicato l'annuncio della nascita della sezione tedesca del gruppo: il video si apre con un militante che indossa la maschera raffigurante un teschio, il cappuccio in testa, alle sue spalle fa da sfondo una svastica nera su sfondo bianco; è armato, carica una pistola e avverte che il battaglione è pronto "per l'ultima e decisiva battaglia". In un video successivo, sempre su Telegram, un altro militante in mimetica si allena con un fucile da guerra in un luogo non identificato. Gente pericolosa, insomma. Che ha valicato i confini statunitensi per approdare con proprie cellule in Europa. L'Fbi l'ha messa nel mirino da tempo, ritenendola tra le minacce più serie nell'ultimo periodo.
Un militante di Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia.
Del resto tutto il fenomeno del suprematismo è una priorità in questo momento per i detective americani. Lo ha spiegato Christopher Wray, il direttore dell'Fbi, in commissione giustizia della Camera: la violenza politica di estrema destra, motivata dall'odio razziale, è una "minaccia prioritaria per la sicurezza nazionale". Pericolosa, ha sottolineato Wray, quanto l'Isis. E Atomwaffen è una formazione liquida, post gerarchica, dove l'emulazione è il fine della violenza stessa. Lupi solitari del nazismo, che assomigliano per metodo a quelli dell'Isis, capaci di paralizzare l'Europa con il terrore.
Pericolosità, del resto, che emerge dai dati hackerati a novembre 2019 dal forum Iron March. La fuga di notizie riconduce all'Italia. Una decina di profili fanno riferimento al nostro Paese. Gli italiani sono stati localizzati tra Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze. Hanno quasi tutti nomi di fantasia. Di certo su Iron March avevano trovato un luogo sicuro dove radicalizzarsi. Scorrendo le discussioni del forum troviamo continui riferimenti al nazismo, alle figure del fascismo combattente, a Mussolini. E soprattutto prevalgono le liturgie xenofobe e antisemite. Con più di qualche riferimento all'acquisto armi da guerra.
È il caso di due utenti che contrattano l'acquisto di fucili d'assalto e pistole: un francese chiede il prezzo di un Kalashnikov Ak47 a un camerata serbo, il costo di mille euro, è ritenuto eccessivo per l'acquirente, che spiega come "in Francia lo pagherebbe 600-700 euro e che conviene quindi comprarlo in patria così da evitare dogane e frontiere". C'è un altro utente, invece, sempre europeo, che "diffida degli intellettuali" e crede che l'unica cosa di cui aver paura sono "i colpi dell'Ak47 nella guerra razziale".
I messaggi, analizzati dall'Espresso, si fermano al 2017. I riferimenti al nostro Paese non mancano: "La situazione dell'immigrazione in Italia è disgustosa. Un governo tecnocratico non eletto prende letteralmente le persone dai barconi e li porta in Italia... Quando dovrebbero affondarli tutti fuori da Lampedusa. Quest'anno hanno già "salvato" oltre 60.000. Matteo Renzi e tutti i suoi servi devono essere sparati e gettati nel Mediterraneo. Le persone ne sono stufe, indipendentemente dalla loro politica, c'è il 40 per cento di disoccupazione giovanile. Ora l'Ue sta costringendo altre nazioni dell'euro ad assumersi alcuni degli oneri italiani. È davvero la prima linea dell'Europa e dove inizierà la rivoluzione".
Iron March non è un sito di partito. È una galassia che aggrega schegge neonaziste sparse per il mondo. Diventato in poco tempo il riferimento culturale di altri spazi virtuali dove la violenza verbale si mescola a progetti di azioni militari sul territorio. Anche in Italia è diventato un modello. Per esempio su Telegram, confusi tra milioni di dati e utenti, si sono moltiplicati i gruppi nazisti e suprematisti. Alcuni accessibili da chiunque, altri vietati agli intrusi.
"Il suono del nazionalsocialismo", "Sole Nero", "Fascio littorio", "Hyperborean worldview", "Fascismo V2-Lgbt shit", "Avanguardia nazionalsocialista", "Meridiano Zero". Queste sigle sono solo la punta dell'iceberg nero che emerge da Telegram. Una platea di migliaia di utenti. Quelle più seguite e create in Italia ne raccolgono quasi 2mila. Poi ci sono quelle internazionali, a cui partecipano camerati di tutto il globo. L'Espresso ne ha scoperte diverse. C'è la chat "Sole Nero", 475 iscritti, in cui è forte il misticismo nazista: ritratti del Fuhrer, illustrazioni di svastiche che sorgono da dietro le montagne, un'iconografia che ricorda il signore degli anelli di Tolkien. Qui alcuni degli iscritti pubblicano veri e propri manifesti della guerra razziale.
Tra queste conversazioni, L'Espresso ha rintracciato un breve testo dal titolo evocativo "L'Apocalisse" pubblicato il 3 dicembre 2019: "Create terrore, create panico, create l'Apocalisse. Coloro che sopravviveranno al collasso, alla furia dei guerrieri del sole nero, potranno ricostruire un mondo nuovo. Cosa aspettate? Fategli assaggiare le radiazioni, fateli bruciare, fateli soffrire e pentire di tutto ciò che hanno fatto. È tempo di eliminare, di purificare". Lo stesso autore ha pubblicato su Telegram anche un ebook dal titolo "Il Vento bloccato", il manifesto della rivoluzione nazionalsocialista: "Camerati è tempo di imbracciare le armi e combattere contro il vero nemico.
Questo manifesto è una chiamata alle armi. Combattere fino all'ultimo respiro. Non abbiate pietà. Sieg heil!" Il testo è scaricabile dal canale Telegram "Meridiano Zero", che conta 640 iscritti. Su Meridiano Zero troviamo centinaia di post e pubblicazioni sul negazionismo dell'olocausto. Non ingiurie antisemite vaghe, ma una precisa campagna ideologica: "Il mito dello sterminio ebraico", è il titolo di un testo pubblicato sul canale; "La frode del diario di Anna Frank", si legge in un altro post; e, poi, ancora, "Il diario di Anna Frank, guida a una lettura critica... noi, come tutti gli storici revisionisti, siamo convinti della non autenticità del diario di Anna Frank e cercheremo di dimostrare che esso non è stato altro che uni strumento nelle mani dei sostenitori dell'olocausto".
Nell'elenco di canali nazifascisti su Telegram troviamo "FascismoV2-Lgbt Shit". In questa chat un piccolo gruppo di iscritti vomita minacce contro gay, neri ed ebrei: "Lo voglio fare davvero!, lo farò al prossimo gay pride nella mia città", si legge nei commenti a corredo della foto della bandiera arcobaleno che brucia. L'elenco dei canali è lungo. Tra questi c'è "Il suono del nazionalsocialismo", 220 membri, dove il tema più dibattuto è lo strapotere finanziario dei "giudei". E il canale "Avanguardia nazionalsocialista": ad accoglierci una foto di un campo di concentramento, a fianco una bimba cartone animato dai capelli fucsia, che esclama in inglese: "Nel tuo cuore sai che se lo sono meritato".
Alcuni suprematisti italiani oltreché su Telegram sono approdati sul social network russo VKontakte, isola felice di neonazisti banditi da Facebook. Qui troviamo profili antisemiti che si richiamo al fascismo: Ordine Ario Romano e Lictorii signo. I video pubblicati mostrano il nemico da combattere: gli ebrei. In uno di questi compare una donna intervistata mentre parla dell'antisemitismo, sulla sua fronte compare una stella gialla che la marchia come "Jude". Dalle parole ai fatti, il confine è sottile. Come accaduto con le scritte razziali apparse con una meccanica inquietante nell'ultimo mese, a ridosso della giornata della memoria per le vittime della Shoah.
L'offensiva ideologica lanciata nei circuiti social sembra, dunque, aver trovato terreno fertile nella realtà. Dall'inizio dell'anno, infatti, si sono ripetuti gli attacchi a bersagli precisi. Il 13 gennaio a Torino, una svastica sulla porta dell'abitazione di una artigiana quarantaquattrenne di Torino. Il 24 gennaio a Mondovì, provincia di Cuneo, la scritta antisemita "Juden hier"(qui abita un ebreo) e una stella di David disegnata sulla porta di casa del figlio di una staffetta partigiana deportata nel 1944 nel campo femminile di Ravensbruck. Il 27 gennaio, sempre in Piemonte, una nuova minaccia, "Crepa sporca ebrea", sul pianerottolo dell'appartamento della figlia, di origine ebraica, di una staffetta del Partito d'Azione attiva a Torino nei primi anni '40. Il 30 gennaio, gli adesivi con il saluto nazista "Sieg heil" e alcuni simboli delle "SS" tedesche incollati sul citofono dell'abitazione di una donna iscritta all'Anpi(figlia di un partigiano). E poi altri episodi simili, verificatisi nelle settimane precedenti, senza però che le vittime denunciassero il fatto.
Un gennaio nero, insomma. Non solo a Torino e in Piemonte. Negli stessi giorni a Rezzato, provincia di Brescia, è stato distrutto un bar di proprietà di una cittadina italiana di origini marocchine. Sul pavimento il marchio di fabbrica del blitz: una svastica e la scritta "negra". Di certo, come spiega a L'Espresso il comandante del Ros Pasquale Angelosanto, ad allarmare è la scelta degli obiettivi da colpire.
Non sono scritte su muri scelti a caso o su panchine dei parchi pubblici delle città. Ma prendono di mira persone che hanno legami familiari con chi in qualche modo è stato testimone dell'olocausto o della lotta partigiana. C'è, quindi, uno studio del territorio, l'anamnesi della storia familiare dei target da colpire. Il frasario è quello che ancora oggi, mentre scriviamo, circola liberamente sulle chat di Telegram, nei profili social di Vkontakte e nei forum d'area radicale. Proclami che potrebbero aver trovato nuove reclute pronte all'azione.
Anche per emulare i "lupi" suprematisti che hanno già imbracciato i fucili: dal nazista norvegese Anders Breivik al leghista Luca Traini fino a Stephen Balliet, l'ultimo in ordine di tempo, che in Germania ha ucciso due persone vicino a una Sinagoga nel giorno della celebrazione ebraica dello Yom Kippur.
Balliet, aveva postato un documento nel quale preannunciava l'attacco al luogo di culto, mostrando le armi e lanciando il proclama del guardiano della razza :"Gli stati hanno l'obiettivo di uccidere il maggior numero di possibile di anti-bianchi, meglio se ebrei". Un lessico che ritroviamo spesso nelle chat e nei forum analizzati da L'Espresso. I luoghi di ritrovo virtuale dei miliziani ariani. Dove l'indottrinamento può tramutare in miscela esplosiva il rancore e la solitudine delle giovani leve.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 16 febbraio 2020
"Non è la città adatta ad avere anche un carcere minorile. E la soluzione di trasferirvi quello di Treviso è sbagliata, perché anche l'ex casa circondariale di via Verdi è un carcere per adulti: se la sezione minorile là è incompatibile con gli spazi di un carcere per adulti, perché allora dovrebbe esserlo a Rovigo?".
Gli ex consiglieri comunali Livio Ferrari, Francesco Gennaro e Ivaldo Vernelli sono intervenuti sulla questione con un incontro all'hotel Regina Margherita, per chiedere al Comune di attivarsi con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria affinché sia reso noto qual è l'impegno economico che ha già assunto per trasferire in via Verdi il carcere minorile di Treviso e per sapere le eventuali penali in caso di stop al progetto.
Per fermare il quale, tuttavia, poco è stato fatto: la notizia del trasferimento è del 2016 "ed ero stato il primo a portarla in consiglio comunale", ha ricordato Ferrari. La gara di progettazione è stata aggiudicata nel novembre 2018 per un importo di poco inferiore a 722mila euro.
"La sezione minorile di Treviso può ospitare 17-18 persone ed è uno dei 18 istituti che in Italia - ha aggiunto Ferrari - sono una soluzione residuale alle misure alternative o di comunità. E poi a Treviso e Rovigo ci sono le stesse condizioni strutturali, quindi non serve a nulla. Anzi, non sappiamo se Rovigo riuscirà ad attrezzarsi per fare una comunità esterna di associazioni, imprese e cooperative che possano diventare la motivazione per i giovani in carcere a costruirsi un progetto, una volta finita la detenzione".
Quello che si sa è che "prima di chiudere la casa circondariale di via Verdi, la sezione minorile era stata sistemata: contiene una quindicina di celle ed è a ridosso del Tribunale".
Oltre alla rete di comunità per il reinserimento sociale dei giovani detenuti, l'eventuale carcere minorile a Rovigo richiede nuovi spazi, in particolare aree verdi. Per Ivaldo Vernelli,è evidente l'errore di programmazione da parte del Comune. E risale alle amministrazioni Baratella e Avezzù: "Perché non è stata fatta una variazione della destinazione urbanistica per restituire alla città uno spazio centrale, quando già si era deciso di costruire il nuovo carcere?", ha chiesto. E secondo Francesco Gennaro "le responsabilità dell'ex sindaco Bergamin per non aver fatto il necessario a fermare il progetto, sono evidenti e irrevocabili".
Così, sostiene con Vernelli l'auspicio che il leghismo locale prenda esempio da quello trevigiano nell'opposizione al carcere e possa appoggiare una mozione unitaria che trovi in consiglio comunale "un escamotage" per fermare il progetto che dagli ambienti ministeriali, tuttavia, si dà per certo a Rovigo. Ferrari ha rivelato che nel 2002 c'era stato per il carcere minorile di Treviso il progetto di una nuova collocazione a dieci chilometri da quella attuale, ma trovò molte resistenze, e saltò.
di Andrea Busia
L'Unione Sarda, 16 febbraio 2020
Aveva 39 anni ed era sarda la detenuta che si è tolta la vita nel penitenziario di Bancali. Le agenti della Polizia Penitenziaria hanno fatto di tutto per salvarla, ma quando sono entrate nella cella era già troppo tardi. La detenuta si è impiccata, questo emerge dalle indagini interne avviate dopo la tragedia. Giuliana Contini stava scontando la pena per una serie di furti e nei giorni scorsi aveva avuto la notizia della liberazione anticipata, sarebbe uscita dal carcere sassarese a maggio.
Stando agli accertamenti in corso, la sua condizione, almeno in questo momento, non era tale da rendere necessaria una sorveglianza più stretta. Ma questo sarà accertato dalle indagini interne. Nel reparto femminile di Bancali ci sono una quindicina di detenute, seguite dalle poliziotte penitenziarie. Il clima non è quello di tensione della sezione maschile, anche se le problematiche delle persone detenute sono gravi, si parla soprattutto di tossicodipendenza. Nell'istituto, privo di un direttore e di un comandante della Polizia penitenziaria in pianta stabile, ci sono soltanto uno psicologo e due psichiatri per oltre 400 detenuti.
La notizia del suicidio di ieri è stata data dal segretario del sindacato Osapp, Domenico Nicotra, che da tempo denuncia la situazione del penitenziario sassarese. Anche la sigla sindacale Sappe, tramite il delegato Antonio Cannas, ieri era intervenuta sulle aggressioni ai danni degli agenti. Il garante dei detenuti del Comune di Sassari, Antonello Unida, ha commentato così la tragedia: "Una bruttissima triste notizia, una mia sconfitta, una sconfitta per la società intera. Un suicidio è sempre una brutta sconfitta e quando avviene all'interno di una struttura penitenziaria è di tutti noi. È successo nella sezione femminile, è un bruttissimo colpo".
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