di Martina Zambon
Corriere Veneto, 18 febbraio 2020
Inchieste, processi e organici all'osso. Il ministro Lamorgese: più risorse e forze dell'ordine. La nascita del Centro di documentazione e d'inchiesta sulla criminalità organizzata a Dolo, in Riviera del Brenta, culla della "quarta mafia d'Italia" è l'occasione per il procuratore Cherchi e il prefetto di Venezia Zappalorto per lanciare l'ennesimo allarme sugli organici di forze dell'ordine e magistratura impegnate con i processi monstre alla mafia veneta. E il ministro Lamorgese: "115 nuovi uomini alle forze dell'ordine e altri per i tribunali".
"A Roma non si sono accorti che il Veneto non è più quello degli anni Sessanta dove si andava a dormire con la porta di casa aperta" e, ancora, "Il Veneto è stato abbandonato dalle istituzioni". Parole sferzanti, amare dal procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi a proposito di mafia a Nordest e di un esercito, quello dei tribunali, che difende la linea Maginot della legalità senza uomini. Lo sfondo è quello di un Comune in mano ai Casalesi, Eraclea, a un passo dallo scioglimento per associazione mafiosa ma anche della fungaia di infiltrazioni della 'ndrangheta da Verona a Padova senza risparmiare nessuna provincia veneta.
L'assist a Cherchi, durante la presentazione del nuovo Centro di documentazione e d'inchiesta sulla criminalità organizzata a Dolo, in Riviera del Brenta, era stato, poco prima, un intervento altrettanto denso e per certi versi irrituale del prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto. "Se qualcuno mi avesse detto anni fa che nel cuore del Nordest ci saremmo trovati a parlare di criminalità organizzata l'avrei preso per pazzo - esordisce Zappalorto - e invece eccoci qui. I veneti li conosciamo, imprenditori, gente onesta che pensa solo a lavorare e magari va in giro con la macchina scassata per non dare troppo nell'occhio.
Cos'è successo? Forse abbiamo continuato a pensare al Veneto come a un'isola felice coltivando per anni l'illusione della estraneità di questi territori ai fenomeni che già si manifestavano in Lombardia, Liguria, Emilia Romagna. Ma noi non siamo stati in grado di vedere o non abbiamo voluto vedere? Un'analisi sociologica degli ultimi 20 anni su cos'è successo alla nostra società, alla nostra economia, alle famiglie venete, servirà a spiegare l'infiltrazione della camorra e della 'ndrangheta nel nostro territorio".
Zappalorto seduto accanto al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese che si dichiara "prefetto nell'anima" coglie l'occasione e scandisce: "Negli ultimi due anni abbiamo chiuso indagini complesse che hanno dato avvio a procedimenti penali imponenti per qualità e quantità di imputati. Il tutto a "invarianza di spesa". Per portare a termine queste indagini, per raccogliere e catalogare prove e confezionare una mole ingente di atti prima dei processi non c'è stata alla procura di Venezia alcuna immissione di cancellieri, collaboratori tecnologici, magistrati o forze dell'ordine in più eppure i processi sono in corso. Ma con un organico della magistratura che è metà del necessario. Mi chiedo cosa potremmo fare contro la criminalità organizzata ma anche comune con risorse adeguate".
Se Zappalorto non le manda a dire, Cherchi, che rileva come i temi sul tavolo siano molteplici, dai legami con i territori d'origine dei mafiosi veneti alla scarsa partecipazione popolare a fronte ad esempio del caso Eraclea, affonda il colpo: "Il Veneto è rimasto abbandonato dalle istituzioni statali per la gestione dei magistrati. Abbiamo numeri simili a Milano e Bologna ma con organici inferiori che non sono stati adeguati.
A Roma non si sono accorti che il Veneto non è più quello degli anni Sessanta dove si viveva con le porte aperte di notte. Prima ancora che di magistrati abbiamo bisogno di personale amministrativo con il risultato che ci sono inchieste bloccate. Il tribunale ha dovuto ricorrere all'applicazione di colleghi per poter fare i processi per mafia. E serve l'attivazione non solo del governo nazionale ma anche di quello regionale. Intanto, nell'ultimo anno, sono stati 150 i provvedimenti restrittivi messi in essere".
Il ministro dell' Interno non si sottrae all'appello pubblico di prefetto e procuratore: "Ci vengono chiesti più uomini e più mezzi. Il provvedimento sulla giustizia penale approvato giovedì scorso ha visto il ministro Alfonso Bonafede parlare di aumenti di organici e certamente se la situazione in Veneto è così grave se ne terrà conto nell'assegnazione di nuovo personale". E Lamorgese annuncia anche l'arrivo dei rinforzi sul fronte delle forze dell'ordine: 115 fra carabinieri, poliziotti e finanzieri in regione il prossimo anno.
L'altro grande tema è, poi, la relazione di Zappalorto in cui si chiede lo scioglimento per mafia del Comune di Eraclea. "Lì abbiamo un termine che è il 18 marzo, - spiega il ministro - mi prenderò il tempo necessario, ho già letto la relazione, adesso è all'esame degli uffici. Certo, sarebbe il primo qui sciolto per mafia. Ma c'è sempre una prima volta ed è un modo per sanificare un territorio, non va mai visto in negativo bensì come una ripresa del territorio secondo il principio di legalità". Una legalità difficile da inseguire, secondo Massimo Cacciari:
"Ci confrontiamo con una criminalità globale e per questo servono strumenti normativi adeguati. Va sorvegliato l'intero globo, aria, acqua e terra, altrimenti si incrociano i pirati. Serve una nuova forma di sovranità sovranazionale contro la criminalità organizzata che è una potenza mondiale".
Un "momento delicato" per il deputato veneziano del Pd e componente della Commissione Antimafia Nicola Pellicani: "In Veneto troppo a lungo è stata negata l'esistenza delle mafie, in particolare in provincia di Venezia, dove la camorra ha un radicamento che risale ad alcuni decenni fa". Fra i presenti, anche il sottosegretario agli Interni Achille Variati che ha definito la mafia veneta "un iceberg" e ha ricordato come vada combattuta la solitudine degli imprenditori. E arriva anche un messaggio del ministro Federico d'Incà: "Il governo lotterà ogni giorno per la legalità e non abbasserà mai la guardia sui fenomeni criminali e sulle infiltrazioni malavitose nel territorio".
di Claudia Martini
arezzoweb.it, 18 febbraio 2020
"Il numero dei detenuti ad Arezzo è ritenuto esiguo dal Ministero, per questo il carcere di San Benedetto rischia di chiudere i battenti. E circa trenta guardie rischiano, a loro volta, di essere trasferite a Siena, come i detenuti. Con le difficoltà dei lavoratori pendolari e ripercussioni sulle loro famiglie". L'allarme lo lancia la Cisl di Arezzo, che domani alle 16, terrà una conferenza stampa nella sede di viale Michelangelo. Nel corso dell'incontro verranno espresse, riporta una nota del sindacato: "le preoccupazioni del personale penitenziario per una possibile chiusura della casa circondariale di Arezzo.
Il rischio, è più che concreto, di perdere un altro presidio dello Stato nel territorio aretino a favore di quello di Siena". Si tratta comunque di dipendenti statali, che non resteranno senza posto di lavoro, ma saranno ricollocati tra Siena e Firenze. Lo stesso per i detenuti. Ma la Cisl punta il dito, più che altro, contro "la perdita di un presidio di sicurezza e dello Stato sul territorio, dopo quanto già avvenuto con la Soprintendenza e la Camera di Commercio. Una perdita, quindi, inaccettabile. Il carcere non deve chiudere e neppure i dipendenti essere trasferiti".
statoquotidiano.it, 18 febbraio 2020
"Sovraffollamento, carenza di agenti, assistenza sanitaria inadeguata". È il bilancio del sopralluogo nel carcere di Bari che Francesca Franzoso, Consigliera regionale, ha effettuato ieri mattina insieme a Massimiliano Iervolino, segretario dei Radicali Italiani e Annarita Di Giorgio, di Associazione Pannella.
Il penitenziario, "Rucci" ha una capienza massima di 299 persone ma, ad oggi, ospita 435 detenuti. Di questi 150 hanno disagi psichiatrici. La struttura, del 1920, dispone anche di un carcere sanitario da 24 posti letto, con strumentazione e personale insufficiente.
"Ed è proprio la sanità, di competenza regionale, sostiene Franzoso - una delle principali note dolenti. Nessuna delle strumentazioni medico-sanitarie previste con lo stanziamento di 300 mila euro, messi in bilancio 2019 con un mio emendamento, è mai entrata nella struttura. Non solo. La Asl Bari non ha attivato un sistema unico di prenotazione, così un detenuto, per effettuare più esami diagnostici, deve essere trasferito in giorni diversi presso la struttura ospedaliera con notevole disagio per il personale penitenziario già ridotto al minimo".
"Il piano di riordino della rete ospedaliera di Emiliano prevede per questi detenuti l'attivazione presso l'Ospedale San Paolo di un reparto di medicina protetta da 16 posti letto, che ad oggi è solo sulla carta. Una situazione esplosiva, tenuta sotto controllo solo grazie alla professionalità e agli sforzi della direttrice del Carcere, Valeria Purè" - ha continuato Franzoso.
"Le istituzioni, invece, Regione Puglia in primis, sono assenti. Invito Emiliano e Asl Bari ad attivarsi quanto prima per sanare una situazione di insopportabile emarginazione dei detenuti e restituire dignità alla vita carceraria. I diritti fondamentali non si cancellano neppure dietro le sbarre, e questo il Governatore della Puglia, che dice di aver giurato tre volte sulla Costituzione, dovrebbe saperlo", ha concluso la consigliera Francesca Franzoso.
di Riccardo Magi*
Il Riformista, 18 febbraio 2020
Limitarsi a rimodulare le misure dell'ex ministro sarebbe come farle proprie. Sull'immigrazione la maggioranza deve cambiare completamente politica. Il banco di prova è la riforma della Bossi-Fini. I due decreti sicurezza varati dal governo giallo-verde, anche definiti "decreti Salvini" e considerati i provvedimenti simbolo di quell'esecutivo, sono l'esempio di come si possa strumentalizzare un fenomeno complesso fornendone all'opinione pubblica una visione distorta, e di come si possa creare conflittualità sociale, marginalità e insicurezza mentre si annuncia maggiore sicurezza.
Questo è ciò che ormai quasi tutti i sostenitori dell'attuale governo affermano ed è pienamente condivisibile. Quelle norme - secondo il giudizio unanime dei maggiori conoscitori della materia - oltre ad avere una potente valenza demagogico propagandistica, hanno concretamente leso diritti umani e hanno danneggiato la società italiana colpendo i luoghi e gli strumenti attraverso i quali si realizzano la protezione e l'inclusione dei cittadini stranieri: processi tanto delicati e difficili quanto indispensabili e preziosi nella società contemporanea, su cui al contrario bisognerebbe investire con costanza e dedizione.
Quei decreti. come noto, hanno pesantemente investito e. in alcuni casi travolto, una serie di principi costituzionali e del diritto internazionale che dovrebbero rappresentare degli obblighi inderogabili per il nostro Stato. come il Presidente della Repubblica è stato costretto a ricordare intervenendo a più riprese con comunicazioni rivolte al governo e ai presidenti delle Camere. Alla luce di queste considerazioni, è evidente l'importanza politica dell'intervento che il governo e la maggioranza vorranno e sapranno fare sui decreti sicurezza. Se sarà un intervento volto esclusivamente a registrare, rimodulare, diminuire l'intensità di alcune delle misure volute da Salvini, vorrà dire che il governo e la maggioranza ne avranno mantenuto l'impianto, la ratio e, tutto sommato, ne avranno emulato la volontà politica.
Li avranno, in qualche misura, fatti propri. Se, ad esempio, ci si dovesse limitare ad abbassare la sanzione pecuniaria per i soggetti che, pur impegnati in operazioni di salvataggio in mare, violino l'ordine del governo di non entrare nelle acque italiane, o ci si dovesse limitare ad aggiungere altri "casi speciali" (quali?) per il riconoscimento di permessi di soggiorno dopo l'abrogazione di quelli per motivi umanitari che davano attuazione all'articolo 2 e 10 della nostra Costituzione, vorrebbe dire che l'odiosa retorica del "business dell'immigrazione" e dei "taxi del mare" continua a vincere ed ha convinto anche molti di coloro che erano all'opposizione del Conte I e votarono contro la conversione di questi decreti.
Le notizie circolate sul provvedimento su cui da mesi lavora il ministro Lamorgese ci parlano degli interventi resi necessari dai rilievi del Capo dello Stato, di cui si è detto sopra, della possibilità di iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo come imposto da numerose sentenze di tribunali italiani, del ritorno ai due anni di attesa (che Salvini aveva portato a quattro) per l'esame delle domande di cittadinanza.
Sono punti importanti, che devono costituire la base per un cambio di politica sul tema più ampio, sul quale - mentre scriviamo - nella riunione di maggioranza si sta cercando un'intesa. L'attuale maggioranza dovrà spingersi più avanti se intende confermare il suo giudizio sui "decreti Salvini".
Ricordo che entrambi quei provvedimenti ebbero una significativa lievitazione durante la loro conversione in legge. In negativo. Ecco, sarebbe, più che auspicabile, necessario che se le modifiche promosse dall'esecutivo nel suo provvedimento dovessero limitarsi a quelle trapelate in queste ore, anche in questo caso ci sia un approfondito lavoro parlamentare, stavolta in positivo, finalizzato quantomeno a ridefinire i permessi di soggiorno per "protezione speciale" affinché attuino in modo più esteso le tutele e le garanzie costituzionali.
E sarebbe davvero grave, oltre che incredibile, se non si volesse mettere mano al sistema dell'accoglienza ripristinando e rafforzando il sistema Sprar mentre sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze del ritorno dei mega centri con servizi di basso livello e rischi elevatissimi di infiltrazioni malavitose. È del tutto evidente, poi, che l'urgenza reale per il nostro Paese non sono mai stati i 150 naufraghi da tenere bloccati a un miglio dalle coste italiane inscenando un braccio di ferro con l'Europa, con la Costituzione, con i diritti umani.
L'urgenza sono 600 mila stranieri irregolari presenti in Italia (700 mila secondo alcune stime entro la fine del 2020 anche per effetto dei decreti sicurezza). considerati fantasmi da una normativa, tanto rigida quanto astratta e sbagliata, che non consente loro di emergere da questa condizione neppure a fronte della disponibilità di un lavoro.
Qui si misurerà davvero l'esistenza di un fronte riformatore e progressista: nel superamento della Bossi-Fini con una riforma organica della legge sull'immigrazione che preveda ingressi regolari per ricerca di lavoro e possibilità di regolarizzazione su base individuale di chi è già qui a determinate condizioni.
Una riforma necessaria e che è già sul tavolo, grazie alla proposta di legge di iniziativa popolare della campagna "Ero straniero". della quale sono relatore nella commissione Affari costituzionali alla Camera. Il provvedimenti di modifica dei decreti sicurezza possono persino essere un veicolo per cominciare a inserire elementi che vadano in questa direzione.
*Deputato Radicali +Europa
Nuovo Sud, 18 febbraio 2020
Si chiama "Reclusione" la mostra di burattini e di sculture inaugurata sabato sera a Floridia nei locali della Lilt di via Archimede 107. È stata organizzata da Daniela Cornelio e Maurizio Villari. Un evento che andrà avanti per almeno un mese. All'apertura si è tenuto uno spettacolo teatrale (Teatro di figura e carcere) con testi di Daniela Cornelio, che oltre ad insegnare lettere a Canicattini Bagni è diplomata allo Stabile di Catania, Tiziana Miano e con voce narrante di Gerri Cucinotta. La mostra nasce da un progetto di Cornelio, nato alcuni anni fa dalla sua esperienza di avere insegnato a 24 detenuti rinchiusi nel carcere di Brucoli. Nella mostra di Floridia sono esposti i lavori fatti dai ragazzi del carcere, in particolare i burattini. In un angolo della location è stata riprodotta pure una cella degli Anni Sessanta.
"La maggior parte di questi burattini esposti - dice Daniela Cornelio - sono stati realizzati dai miei allievi detenuti. C'è in questi lavori molta tecnica, unita alla fantasia, ma con un messaggio scritto che deve lasciare riflettere "almeno questi oggetti portateli fuori da qui". Alla mostra di Floridia ci sono anche i miei lavori, perché io sono una burattinaia".
La mostra di Floridia merita di essere visitata, coinvolgendo la società civile e soprattutto gli studenti. Oltre ai burattini è arricchita dalle sculture di un artista autodidatta come Maurizio Villari che anche lui si è prodigato ad organizzare questo evento che non ha avuto un solo centesimo di fondi pubblici. Una goccia di cultura in una Floridia nelle sabbie mobili di una crisi globale.
lanotizia.news, 18 febbraio 2020
Le classi quinte dell'indirizzo Socio Sanitario hanno partecipato il 15 febbraio al laboratorio dell'associazione MicroCosmo. "Grazie all'incontro di oggi abbiamo capito che, dietro ai reati spesso raccontati per tv, ci sono delle persone con le loro storie e i loro percorsi di vita": questo il commento di una delle studentesse delle classi quinte dell'indirizzo Socio Sanitario dell'Istituto "Giuseppe Medici" che, sabato 15 febbraio, si sono recate alla Casa circondariale di Montorio (Verona) per partecipare al laboratorio organizzato dall'associazione MicroCosmo. Accompagnati dalle docenti Anna Picca, Elisa Costantini e Barbara Gobbetto, gli studenti hanno trascorso un'intera mattina a tu per tu con i detenuti che partecipano alle attività curate dalla volontaria Paola Tacchella.
"Da circa 30 anni" racconta Paola "con l'associazione MicroCosmo seguiamo le persone presenti in struttura, accompagnandole nella rielaborazione della loro storia perché possano individuare le scelte e i momenti che li hanno portati a delinquere. Si tratta di un percorso indispensabile perché possano autoresponsabilizzarsi su quanto compiuto ed essere consapevoli di ciò che le loro azioni hanno comportato per loro stessi e per le loro famiglie".
Grazie a questa occasione concessa dalla Direzione della Casa Circondariale di Montorio, previa autorizzazione da parte dei magistrati competenti, i ragazzi hanno potuto così conoscere le storie di chi si trova a scontare la pena nella struttura di Verona, come quella di un giovane ragazzo con alle spalle già un lungo percorso in carcere per svariati crimini anche mafiosi, di un uomo colpevole di tentato femminicidio dopo l'abuso di sostanze, il racconto di un usuraio e quello di uno spacciatore, attirato nel giro per la "fame di denaro" e che solo ora, nel carcere, vedendo le conseguenze della droga sugli altri detenuti, ha compreso che quel denaro era pieno del dolore provocato a molte persone. Ogni storia è stata raccontata direttamente dai protagonisti i quali, in alcuni casi, hanno fatto fatica a trattenere le lacrime.
"Grazie a questa visita" ha spiegato il dirigente scolastico dell'istituto Medici Stefano Minozzi "gli studenti, oltre che ricevere un'importante lezione di vita, hanno potuto approfondire, tramite vicende concrete, le tematiche delle dipendenze che stanno affrontando nel programma di studio e conoscere da vicino la realtà del carcere nel quale vengono impiegate quotidianamente anche professioni che operano nell'ambito socio-sanitario, nell'ottica che guida questa scuola di continuo rapporto tra lo studio e le possibili realtà lavorative presenti sul territorio". La giornata ha gettato le basi perché possa essere intrapreso uno stabile percorso di collaborazione tra l'istituto Medici e l'associazione MicroCosmo.
di Massimiliano Rossin
ilcittadinomb.it, 18 febbraio 2020
L'associazione "La biblioteca è una bella storia" cerca nuovi volontari per leggere racconti e romanzi ai detenuti. Ecco come regalare un po' del proprio tempo a un progetto in crescita. Si tratta di offrire qualche ora di pura evasione a chi non può permetterselo: i detenuti della Casa circondariale di Monza. E farlo nel modo migliore possibile: leggendo.
Per questo l'associazione "La biblioteca è una bella storia" cerca nuovi volontari, perché molto è stato fatto, molto si può fare. La realtà monzese presieduta da Sergio Conti traccia il bilancio del primo anno di attività in via Sanquirico e prova a crescere: "La biblioteca del carcere per vari motivi ha difficoltà di accesso, pur avendo a disposizione 600 volumi e giornali" spiegano il presidente e la volontaria Sandra Onofri.
"Allora abbiamo pensato con la direzione del carcere di andare direttamente nelle sezioni" e cioè in uno spazio dove i detenuti possono liberamente circolare e scegliere se andare o meno agli incontri di lettura, nelle salette di socialità.
Lì i volontari, dopo un percorso di formazione che include la conoscenza del carcere, le sue regole, incontri di gruppo, lezioni di lettura ad alta voce, vanno a coppie a proporre racconti e romanzi ai detenuti. E funziona: da gennaio 2019 a oggi le sezioni coinvolte sono passate da sei (con dodici volontari) a sette (con quattordici) ma il desiderio è di allargare l'iniziativa.
"Per loro diventa un momento importante: di evasione, di crescita, di promozione umana" che raccoglie soprattutto l'interesse di persone tra i 40 e i 60 anni, per un totale di 1.814 presenze in dodici mesi nel corso di 233 incontri. "Noi vorremmo raggiungere tutte le sezioni del carcere" e allora un appello a chiunque voglia provarci: per incontrare l'associazione basta andare il mercoledì mattina alla Civica di via Giuliani (9.30-11.30) oppure scrivere alla mail
"Per i detenuti che partecipano è un momento molto importante. In carcere ci sono ogni tanto iniziative, ma sono occasionali. Gli incontri di lettura sono invece sistematici ed è un momento su cui possono contare, di forte impatto: l'incontro con i libri".
varesenews.it, 18 febbraio 2020
Accordo tra l'Asst Sette Laghi e la Casa circondariale di Varese per dare assistenza gratuita. Lo sportello è al padiglione 13 del Circolo. Il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell' Asst Sette Laghi, diretto dal dott. Isidoro Cioffi, in accordo con la dott.ssa Carla Santandrea, direttore della Casa Circondariale di Varese, ha ideato un progetto di counseling psicologico rivolto agli agenti di polizia penitenziaria di Varese.
Il progetto, sostenuto dalla Direzione Sociosanitaria dell'Asst, guidata dal dott. Ivan Mazzoleni, si propone di offrire un servizio di prevenzione primaria e secondaria del disagio psicologico di una particolare popolazione, quella degli agenti di polizia penitenziaria, esposta a molti fattori stressanti, tanto che si registra, a livello nazionale nella specifica popolazione, un alto tasso di disagio psicologico.
Lo sportello, completamente gratuito, avrà sede all'Ospedale di Circolo di Varese, negli stessi locali dell'Ambulatorio Ansia e la Depressione, al 1° piano del Padiglione 13. "L'iniziativa - dichiara Marco Bellani, responsabile degli psicologi dell'Asst Sette Laghi - nasce a seguito di alcune considerazioni sull'ambiente carcerario, una realtà molto complessa in cui sussistono dinamiche particolari sul piano lavorativo-organizzativo, relazionale e personale, talvolta di difficile gestione". "Il lavoro di chi garantisce la sicurezza all'interno del carcere - aggiunge la prof.ssa Camilla Callegari, della Psichiatria Varese - porta con sé un carico psicologico che deve essere supportato. Per questo abbiamo pensato di dare un contributo affinché psicologi esperti aiutino gli agenti".
"Gli agenti - tiene a sottolineare il dott. Isidoro Cioffi, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze - sono un corpo silente, ma che svolge un ruolo importante per l'intera società. Iniziamo un percorso che speriamo possa essere un esempio per altre città lombarde. Per la categoria degli agenti di polizia penitenziaria gli stressors contestuali, psicologici ed affettivi raggiungono un livello molto elevato per quantità ed intensità, un livello tale da poter compromettere il benessere psicofisico degli operatori, configurando uno specifico profilo di rischio professionale anche di tipo psico-sociale, quale la sindrome da burnout".
"Le possibili, improvvise esplosioni di tensione e aggressività tra detenuti nelle varie sezioni - spiega Giuliano Tinelli, psicologo dell'Ambulatorio per l'Ansia e la Depressione - gli eventi critici relativi a detenuti particolarmente problematici, le aspettative ambivalenti degli stessi detenuti, le richieste forti delle altre aree operative o dello stesso sistema penitenziario, vissute spesso come delega o scarico di responsabilità, creano tensione, reazioni conflittuali e, alla fine, isolamento, con possibile comparsa di sentimenti di rancore, inadeguatezza, impotenza. Fino all'ansia strutturata, alla depressione, ad un sentimento di scacco esistenziale. In virtù di queste considerazioni, tutelare una categoria così centrale nell'organizzazione penitenziaria deve rappresentare un obiettivo costante".
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
Oppositori politici, giornalisti, avvocati nel mirino del leader. Talora l'autoritarismo di un regime lo si valuta appieno mettendo insieme grandi e piccoli casi, iniziative legislative ed iniziative giudiziarie, distorsioni delle pratiche amministrative e regolamenti, da quelli più importanti, a quelli apparentemente impolitici, solo amministrativi.
Si tratta spesso di costellazioni di elementi, che magari fanno emergere qua e là punti di resistenza, perché una connotazione complessivamente autoritaria non riesce mai a impedire che si mostrino anche elementi di resistenza: soprattutto quando questo autoritarismo si connota per migliaia di processi contro altrettanti oppositori, per il solo fatto di avere mostrato e dimostrato le ragioni del proprio dissenso e per ciò stesso essere stati condannati ad anni ed anni di carcere. Qui vogliamo prendere in considerazione recenti fatti e "fatterelli" molto significativi nel dimostrare il clima che ancora e sempre più si vive in Turchia, anche al di là della crisi economica che sta impoverendo i ceti più bassi della società e dei due gravissimi interventi bellici: nel nord della Siria ed in Libia.
Il massacro di Sivas - Il 2 luglio 1993 a Sivas, una città dell'Anatolia centro settentrionale, una folla fanatica e inferocita di circa 20.000 persone appiccò fuoco all'Hotel Madimak, dove un folto gruppo di intellettuali di religione alevita (una minoranza mussulmana) stava celebrando la loro più importante festa annuale, il Pir Sultan Abdal. Polizia e vigili del fuoco, pur presenti, non fecero assolutamente nulla. I morti nel rogo furono 37, fra cui 2 dipendenti dell'albergo e due fra gli attentatori: 33 gli intellettuali aleviti periti nelle fiamme. I feriti non si contarono nemmeno. Si celebrò poi il processo e 31 attentatori furono condannati a morte. Tale condanna fu poi commutata con l'ergastolo quando nel 2003 fu abolita la pena di morte. Il 20 gennaio di quest'anno Erdogan ha graziato uno dei 31 attentatori detenuti per ragioni di età (86 anni) e di salute, come prevede l'art. 104 della costituzione turca. Altri degli attentatori di allora sarebbe intenzionato a graziarne. Non sono mancate le proteste sui media, che notano come nelle carceri turche siano detenuti centinaia di ultra-ottantaseienni in pessime condizioni di salute e per reati molto più lievi e non si vede perché ad essi la norma costituzionale non si applichi.
Femminicidi - Si calcola che nel 2019 in Turchia siano stati consumati 479 femminicidi. Le statistiche in questo campo sono molto difficili e tendono sempre a dare numeri inferiori al reale, per ovvii motivi. Ma il numero è allucinante, sol che si pensi che in Italia annualmente vengono uccise, in media, 120 donne: anche qui, con conteggi che tendono a diminuire, ed in ogni modo in linea con gli anni precedenti.
Il fenomeno delle "spose bambine", cioè delle ragazze o addirittura bambine che vengono fatte sposare utilizzando il rito della sharia, laddove invece la legge nazionale considererebbe ciò violenza sessuale (purché la donna rimanga incinta), ammonterebbe a circa mezzo milione negli ultimi dieci anni. In questo contesto il governo ha rilanciato il progetto di legge sul "matrimonio riparatore" della violenza perpetrata, purché la differenza di età fra la stuprata e lo stupratore non superi i dieci anni. Si dice: così si va a sanare il disagio di mille situazioni che soprattutto in zone rurali si vanno determinando. Agli occhi delle donne turche la legge non sarebbe altro che un via libera allo stupro delle minorenni. Non solo in campagna, si legga il meraviglioso romanzo "La Bastarda di Istanbul" di Elif Shafak.
L'intervento in Siria - Non si hanno notizie precise su quanti possano essere i fermati per attività antistatali in occasione dell'aggressione turca nel nord della Siria nell'estate scorsa (e ancora perdurante): Una prima ricognizione avrebbe individuato 186 fermati, di cui 24 poi arrestati per "propaganda al terrorismo" e "degrado dello stato". Si tratterebbe soprattutto di bloggers o semplicemente di chi, sui social media, aveva criticato tale intervento. I processi non sono ancora cominciati. Nessuno parla dei 700.000 sfollati dalla zona di Idlib da dicembre ad oggi (dati Onu), attualmente attendati alla meno peggio con una temperatura di - 11°: e sono in maggioranza donne e bambini: Men che meno si sa quale sia stata la reazione repressiva alle critiche al recente intervento in Libia. Basti pensare che filtrano con difficoltà anche le notizie sulla morte di soldati turchi in quell'area.
Le manifestazioni degli avvocati - Ogni giovedì mattina, dinnanzi al grande Tribunale di Istanbul si svolge una manifestazione di avvocati che protestano per gli innumerevoli arresti e per le condanne di altri colleghi. Si tratta di una manifestazione molto civile che si tiene da ormai molti mesi, intitolata Justice Watch, in cui qualche collega prende la parola in mezzo a una selva di foto e manifesti dei colleghi detenuti. Un autorevole e anziano collega è intervenuto uno degli ultimi giovedì ed è stato incriminato per propaganda al terrorismo per avere iniziato a parlare col megafono per raccogliere gli altri colleghi di fronte all'entrata.
Gezi Trial - Il "Processo Gezi", che ormai sta muovendo verso la fine del primo grado, vede come imputati una decina di esponenti delle professioni (c'è anche un avvocato, un architetto, alcuni imprenditori eccetera) e della Istanbul bene: per questo ha un'eco mediatica molto forte e non può essere "silenziato", come invece accade normalmente per i processi contro tutti gli altri oppositori. Tutti gli imputati debbono rispondere di avere ispirato e istigato alla rivolta nei giorni della protesta di Gezi Park: eravamo nell'estate del 2013. Niente di più falso, naturalmente, perché se mai ci è stata una protesta del tutto spontanea, questa fu Gezi Park. Ciò non ha impedito al Pubblico Ministero di chiedere l'ergastolo per due imputati e pene severissime per gli altri.
La Corte Costituzionale - Sono interessanti i numeri riguardanti i ricorsi alla Corte Costituzionale dal 2012, data dell'inizio del funzionamento della Corte, alla fine del 2019. Di 254.00 ricorsi ne sono stati esaminati 211.000 con un 89% di inammissibilità; del restante 11% il 6% sono rigetti per motivi procedurali e solo il 4% (pur sempre più di 8.000) investono violazione di almeno un diritto. Il 52% riguarda il diritto ad un giusto processo; il 30% il diritto di proprietà; il 7% la libertà di espressione e il 3% il diritto al rispetto della libertà privata. I numeri sono interessanti, tenendo presente che l'accesso alla Corte è diretto, e non mediato dall'accettazione di un giudice come avviene, per esempio, da noi. Essi ci danno l'idea di una Corte Costituzionale abbastanza attiva e relativamente slegata dai diktat governativi.
Da un lato la Corte ha rigettato proprio in questi giorni un ricorso contro il folle progetto (ormai vicino all'inizio dei lavori) del Canale Istanbul (quello noto come il secondo Bosforo) adducendo che si tratta di un progetto di competenza dei poteri legislativo ed esecutivo, ma sorvolando che esso ha implicato la modifica di 32 articoli di 20 leggi. Per non dire che la Valutazione di Impatto Ambientale è stata affidata ad una società il cui amministratore, pur avendo riportato condanne varie per un totale di 5 anni di prigione, è risultato vincitore di appalti per centinaia di milioni di euro.
Dall'altro però è lei che ha giudicato come diritto di espressione quello esercitato da più di 2000 Accademici per la Pace che firmarono un manifesto contro l'aggressione militare ad Affrin. Sempre lei ha statuito, ad inizio 2018, in linea con quanto affermato dalla Cedu, che il noto intellettuale Mehmet Altan doveva essere rilasciato per avere esercitato il proprio diritto di espressione e stampa, anche se due corti di merito si sono rifiutate di ordinare il rilascio sostenendo che "adempiere automaticamente all'ordine emesso dalla Corte Costituzionale viola il diritto all'indipendenza dei giudici", finché non intervenne la Corte di Cassazione che nel novembre 2019 assolse e conseguentemente liberò l'intellettuale. Proprio in questi giorni la stessa Corte Costituzionale si è pronunciata sui possibili conflitti fra sè e i giudici di merito, statuendo che le sue pronunce valgono di fronte ad ogni giudice del processo. Insomma una Corte non del tutto succube dei voleri dell'esecutivo.
*Osservatore Internazionale per l'Ucpi
di Carlo Lania
Il Manifesto, 18 febbraio 2020
Restano le differenze ma ci sarebbe l'accordo per cancellare le supermulte alle ong e allargare la protezione umanitaria. Novità potrebbero arrivare sul sistema Sprar e anche sull'oltraggio al pubblico ufficiale. Il percorso è appena all'inizio e probabilmente servirà ancora del tempo, ma dopo mesi di attesa e di rinvii la revisione dei decreti sicurezza sembra essere finalmente partita. Tre ore di riunione a palazzo Chigi hanno aperto il confronto tra le forze di maggioranza registrando una inaspettata convergenza di opinioni tanto che perfino il Movimento 5 Stelle, da sempre il più restio a intervenire sui provvedimenti salviniani che aveva votato nel precedente governo Conte, si sarebbe mostrato disponibile a interventi più decisi almeno su alcuni punti. Solo il viceministro dell'Interno Vito Crimi avrebbe mostrato perplessità: "Attenti a non cambiare tutto e a rifare gli errori del passato", avrebbe raccomandato prima di lasciare la riunione. E la prima modifica sulla quale si è registrato un consenso unanime riguarda la decisione di separare il tema immigrazione da quello più generale della sicurezza.
Presenti al Tavolo, oltre al premier Giuseppe Conte e alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, era presenti anche i viceministri dell'Interno Crimi e Matteo Mauri, il ministri della Difesa Lorenzo Guerini, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Riccardo Fraccaro, e il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. Inoltre Loredana De Petris e Nicola Fratoianni per LeU, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia (M5S), Roberta Pinotti (Pd) Laura Garavini e Gennaro Migliore per Italia Viva.
La bozza di modifiche messa a punto dalla titolare del Viminale non sarebbe stata discussa, ma le premesse per un accordo ci sarebbe tutte. A partire dall'abolizione delle supermulte - fino a un milione di euro - per le navi delle ong (uno dei rilievi fatti a suo tempo dal presidente della Repubblica Mattarella), che nella proposta Lamorgese dovrebbero tornare a essere comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro. Sempre per quanto riguarda le navi, non verranno più sequestrate se violano il divieto di ingresso nelle acque territoriali (finora mai firmato, va detto, dalla ministra Lamorgese), ma solo in caso di un'ulteriore violazione. Il ridimensionamento delle multe non soddisfa però LeU, Pd e Italia Viva che avrebbero preferito cancellarle completamente perché, è stato spiegato, "chi salva vite non può essere punito".
Altro punto sul quale si sarebbe trovato l'accordo è un allargamento della protezione umanitaria, abrogata con il primo decreto sicurezza ma che ora si vorrebbe riconoscere a nuove categorie di migranti vulnerabili. Cinque in particolare: le famiglie con figli minori, le persone gravemente ammalate, quelle con disturbi psichici, ai disabili e alle donne in stato di gravidanza. Inoltre, come richiesto da molti Comuni, per un migrante sarà di nuovo sufficiente la richiesta di asilo per potersi iscrivere all'anagrafe.
Ultimo punto, anch'esso sottolineato da Mattarella nella sua lettera al parlamento, riguarda oltraggio al pubblico ufficiale. Il decreto Salvini cancella la discrezionalità del giudice estendendo il reato a tutti i pubblici ufficiali, dall'agente in servizio a una manifestazione all'impiegato di un ufficio postale. La modica dovrebbe restituire al magistrato la possibilità di valutare le tenuità del fatto o, in alternativa, considerare il reato solo se a subirlo è un membro delle forze dell'ordine.
Novità infine potrebbero arrivare anche per quanto riguarda il sistema Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) fortemente ridimensionato con il primo decreto sicurezza. Il pentastellato Giuseppe Brescia avrebbe chiesto un passo indietro per ripristinare il sistema nella versione originale. "Ci sarà un altro incontro, poi il ministro produrrà il testo", ha detto Mauri al termine del vertice. Scontata la reazione di Matteo Salvini alla notizia di una possibile revisione dei decreti: "Cancellare i decreti sicurezza significa aiutare la mafia e gli spacciatori di droga", ha detto il leader della Lega. Parole che hanno suscitato la reazione di Nicola Fratoianni: "Quello di Salvini è solo un delirio", ha detto l'esponente di Sinistra italiana. "I suoi decreti hanno provocato nel paese insicurezza e delusione".
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