di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
Domani Raif Badawi, il blogger saudita condannato per aver promosso un forum online, trascorrerà il suo giorno numero 2.786 in carcere. Sarà anche il quinto anno trascorso dalle 50 frustate che egli ricevette sulla pubblica piazza, a Gedda, il 9 gennaio 2015. Ironicamente, quello stesso giorno una delegazione dell'Arabia Saudita partecipava alla manifestazione di solidarietà con la redazione di "Charlie Hebdo", decimata da un attacco terroristico. Un attacco contro la libertà d'espressione.
Arrestato il 17 giugno 2012, dopo aver rischiato persino la pena di morte per "apostasia", il 7 maggio 2014 Badawi è stato riconosciuto colpevole di "offesa all'Islam" e condannato a 10 anni di carcere, a 1000 frustate (50 a sessione per 20 sessioni) e a una multa di un milione di rial. La sentenza è diventata definitiva il 6 giugno 2015 (sei mesi dopo l'esecuzione delle 50 frustate!).
Grazie a un'enorme mobilitazione internazionale, le altre 950 frustate non hanno avuto luogo. Dal momento dell'arresto sono passati sette anni e mezzo e Badawi è ancora in carcere. La moglie Ensaf Haidar, rifugiata politica in Canada insieme ai loro tre figli (Najwa di 16 anni, Terad di 15 e Miryiam di 12), porta avanti una tenace ma sempre più solitaria campagna per il suo rilascio. Alcuni dei post pubblicati da Badawi sul suo forum sono stati tradotti e pubblicati in Italia.
di Eugenio Parisi
consulpress.eu, 9 gennaio 2020
Nelle scorse settimane nella sede del Parlamento Europeo di Strasburgo è stato consegnato il Premio Sacharov per la libertà di pensiero alla figlia di Ilham Tohti, Jewher Ilham. Il padre di Jewher, professore di economia, non ha potuto ritirare il premio personalmente perché, appartenente alla minoranza uiguri, è attualmente detenuto in Cina, condannato all'ergastolo, con accuse di separatismo.
Dal 2017 sono oltre un milione gli uiguri detenuti in Cina in una serie di campi di concentramento, ove sono obbligati a rinunciare alla propria identità culturale, alla loro religione e alla loro lingua. Gli uiguri sono una etnia di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang. Toccante la storia dell'arresto di Tohti avvenuto nel 2014 all'aeroporto di Pechino mentre, con la figlia, stava imbarcandosi per un volo diretto negli Stati Uniti, dove l'economista avrebbe dovuto insegnare. Alla figlia di Tohti fu posta una alternativa partire o restare ed essere arrestata con il padre. La ragazza disperata piangeva ma mentre il padre veniva trascinato via ebbe il tempo di dire alla figlia: "Non piangere altrimenti gli agenti penseranno che le donne uiguri sono deboli".
Le ultime notizie del professore risalgono al 2017. Da allora più nulla. "Il mio papà - ha affermato Jewher - è stata interrogato, percosso... Non abbiamo più sue notizie dal 2017, non sappiamo dove si trovi. Ma io sento che è vivo e vivo è il suo spirito, uno spirito di pace e libertà". Attualmente la ragazza vive a Washington, dove si è da poco laureata.
Jewher, oltre a chiedere la liberazione del padre, ha espresso solidarietà anche per quanti sono oppressi nel Paese asiatico. "In Cina tante persone sono private della libertà: kazaki, cristiani, musulmani, tibetani. Pensate a quello che avviene a Hong Kong".
Ferme le Parole del presidente del Parlamento Europeo David Sassoli il quale senza mezzi termini ha chiesto il rilascio immediato e senza condizioni di Ilham Tohti. Il Premio Sacharov viene assegnato dal Parlamento europeo per ricordare la figura dello scienziato, scrittore e dissidente russo, Andrej Sacharov. Il premio il premio consiste in un assegno di 50.000 euro.
di Marianna Donadio
informareonline.com, 8 gennaio 2020
Fine pena: 31.12.9999. Questa la dicitura che ha sostituito il tradizionale "fine pena: mai" che indicava la condanna al carcere a vita. La forma, però, non cambia la sostanza, presentando ugualmente agli occhi del detenuto la pena come definitiva e irrevocabile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 gennaio 2020
Sei persone arrestate per gli incendi a Torino. A Bari situazione fuori controllo. Aumentano i disagi dei migranti trattenuti nei Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr). All'inizio dell'anno, in diversi centri sparsi nell'Italia ci sono state delle rivolte. Ancora una volta è accaduto nel Cpr di via Brunelleschi, a Torino.
di Laura Pasotti
osservatoriodiritti.it, 8 gennaio 2020
Poter professare il proprio credo è garantito a tutti dalla legge, anche ai detenuti. In ogni istituto c'è una cappella, un prete e si celebrano i riti cattolici. Ma per chi segue altre confessioni è tutto più complicato. E spesso la libertà religiosa non viene garantita come dovrebbe.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 gennaio 2020
Il 15 gennaio si discuterà della questione di legittimità sollevata dalla Cassazione. Si tratta del ricorso presentato da una donna con prole maggiorenne, affetta da handicap invalidante.
Il 15 gennaio prossimo, la Corte costituzionale si occuperà della questione di legittimità, sollevata dalla prima sezione penale della Cassazione, relativa ad una delle norme dell'ordinamento penitenziario "nella parte in cui non prevede la concessione della detenzione domiciliare speciale anche nei confronti della condannata madre di prole affetta da handicap totalmente invalidante". L'oggetto in esame è l'art. 47 quinquies dell'Ordinamento penitenziario e come giudice relatore sarà Marta Catarbia, la prima donna presidente della Consulta.
Il Centro, 8 gennaio 2020
Giulio Petrilli prosegue la sua battaglia per il diritto al risarcimento contro l'ingiusta detenzione. "Sto provando", scrive, "a far applicare la legge votata da un referendum e poi modificata sulla responsabilità civile dei magistrati nel caso di errori giudiziari.
Sinora nessun magistrato ha mai pagato. Io sto provando a rivendicare un mio diritto e vedere se qualcuno di loro paga per i suoi errori. Ho inoltrato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte un'istanza in tal senso. Sono uno dei pochi che sta provando questa via legittima. Il sogno continua, lo chiamo così perché è una battaglia che dura da venti anni. Un sogno non certamente per i soldi, ma per il principio. Non mi illudo", ammette Petrilli, "ma almeno arrivano segnali di attenzione. Dopo tante sollecitazioni spero si possa arrivare a una risposta positiva sulla mia vicenda del mancato risarcimento per un'ingiusta detenzione durata sei anni.
L'ulteriore risposta, pervenuta nei giorni scorsi, della responsabile dell'ufficio giuridico e contenziosi della presidenza del consiglio Margherita Piccirilli, comunica che l'istruttoria è stata avviata e ne sarà comunicato l'esito. Un ulteriore passo in avanti rispetto alla prima lettera e mi assicurano che daranno certamente una risposta.
Questa lettera ha una valenza importante di attenzione al tema. Ho chiesto 10 milioni per il risarcimento da ingiusta detenzione durata sei anni con l'accusa di banda armata conclusasi con una sentenza definitiva di assoluzione in Cassazione, sono stato in 13 carceri speciali, in detenzione estrema. Non so che decideranno, ma mi interessa ribadire che anche quando lo Stato con i suoi magistrati sbaglia, o lui o loro devono risarcire. Finora, da quando è entrata in vigore questa legge, nessun magistrato ha mai pagato per un suo errore".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2020
Zingaretti: non può esserci il "fine processo mai". Domani vertice decisivo. È nell'arco delle prossime ore che si potrà capire se la maggioranza sarà in grado di ricompattarsi sul fronte giustizia o se si aprirà una partita dalle conseguenze imprevedibili.
di Francesco Palazzo*
Il Dubbio, 8 gennaio 2020
Si dovrebbe differenziare la prescrizione sostanziale da quella processuale e fissare l'ideale durata ragionevole. Mi ero finora trattenuto dall'intervenire sull'inflazionato tema della prescrizione. Sia perché si poteva nutrire qualche speranza che il mutato quadro politico correggesse finalmente la sbandata, sia soprattutto perché è troppo alto il tasso d'inquinamento della discussione e troppo eterodosse sono le mie convinzioni in materia per aggiungere un'ulteriore voce al dissonante coro in materia. Ma, oggi, assistendo all'inconcludenza del dibattito e verosimilmente al rischio di un compromesso al ribasso, metto da parte le mie esitazioni seppure malvolentieri.
L'inquinamento subìto da questo serissimo problema è duplice. Prima di tutto, politico: e su questo mi pare inutile e uggioso insistere ulteriormente tanto evidente e fuorviante è la posta politica in gioco con la disciplina della prescrizione. Poi, o forse ancor prima, l'inquinamento è concettuale. Collegare la prescrizione e la sua disciplina alla durata dei processi non mi pare corretto: certamente il nesso di fatto sussiste, ma farne la ragione fondamentale della riforma non può che condurre all'impantanamento in cui ci troviamo. La normativa sulla prescrizione non può né inseguire i tempi del processo, col rischio di arrivare dove è arrivato il legislatore dell'anno scorso; né tentare di influire sulla loro riduzione o ragionevole contenimento, col rischio di esonerare le forze politiche dall'agire sull'unico piano doveroso che è quello delle strutture e degli organici oltreché dei meccanismi di deflazione processuale.
Una riforma "ragionevole" della prescrizione dovrebbe obbedire solo alle logiche interne dell'istituto, che sono legate al significato del tempo nella vicenda punitiva. E allora si dovrebbe differenziare tra prescrizione "sostanziale" e prescrizione "processuale". Nella prima i tempi non possono che essere relativamente lunghi e proporzionali alla gravità del reato, ben potendo la memoria del fatto criminoso e la correlativa esigenza repressiva protrarsi nel tempo in relazione alla gravità del fatto e all'eventualità di una tardiva scoperta del reato.
Nella prescrizione processuale, invece, i criteri determinanti per stabilirne i tempi, fatte salve le necessarie e poche parentesi di sospensione dovute ad impossibilità obiettiva e specifica di procedere, dovrebbero essere altri. E precisamente: da un lato l'assunto, formulato già da Carnelutti e mai come oggi attuale, che il processo è di per sé pena; dall'altro il principio per cui le inadempienze dello Stato nel rendere "ragionevoli" i tempi del processo non possono ricadere sulle spalle dell'imputato. Insomma, la "pena processuale" non può durare più o meno a seconda di quanto l'ordinamento sia riuscito o no a contenere la durata del processo.
Mi parrebbe davvero incivile l'idea di far pagare al cittadino imputato (che non è presunto colpevole!) tutte le magagne e le inefficienze della macchina giudiziaria. I tempi "ragionevoli" del processo sono un obiettivo a priori cui deve mirare il funzionamento della macchina e la prescrizione non si regola sullo stato di fatto, anche se intollerabile, bensì sull'ideale durata ragionevole: e non viceversa.
Con la conseguenza che i tempi della prescrizione processuale non potranno che essere assai più brevi di quelli della prescrizione sostanziale. Invertire i termini mi parrebbe un'espressione d'inciviltà: significherebbe strumentalizzare la persona a fini di tenuta di un sistema che non si riesce altrimenti a rendere "ragionevolmente" funzionante.
L'argomento poi che l'instaurazione del processo, manifestando l'interesse punitivo dello Stato, consentirebbe di bloccare il tempo processuale (e dunque la prescrizione), mi è sempre parso non convincente perché artificioso con quel suo carattere antropomorfico di uno Stato che si sveglia dal sonno e si mette all'opera sua.
E comunque, anche se fosse possibile parlare in termini di risvegliato interesse alla repressione, non sarebbe questo argomento che potrebbe prevalere sull'altro di non esporre il cittadino alla pena processuale per un tempo maggiore di quanto imponga la "ragionevole" necessità processuale e non già l'irragionevole durata fattuale dei nostri interminabili processi.
Privilegiare l'interesse dello Stato modellando la prescrizione processuale sulla patologia dei nostri processi significherebbe invertire i piani della questione e forse anche della relazione Stato/ cittadino. Cioè, insomma, regredire di qualche secolo.
*Emerito di Diritto penale Università degli Studi di Firenze
nessunotocchicaino.it, 8 gennaio 2020
Il Servizio Correzionale della Nigeria (NcoS) ha reso noto essere circa 2.745 i condannati a morte in attesa di esecuzione nelle carceri di tutto il Paese. Il Supervisore Generale dell'NCoS, Ja'afaru Ahmed, lo ha comunicato durante un tour per i media nel centro agricolo di Dukpa, Gwagwalada, il 18 dicembre 2019 ad Abuja. Ahmed, rappresentato dal portavoce del Servizio, Francis Enobore, ha affermato che la riluttanza di alcuni governatori statali a firmare le condanne a morte dei prigionieri è uno dei fattori che contribuiscono alla congestione nelle strutture correzionali. "Alcuni governatori statali non sono disposti a firmare condanne a morte di detenuti, né sono pronti a commutare le loro condanne a morte in ergastolo", ha detto.
"Questo è importante; alcune delle loro disposizioni autorizzano i centri correzionali a respingere i detenuti in modo che le strutture non siano sovraffollate", ha detto.
Il Supervisore Generale ha anche rivelato che 22 ex membri del gruppo Boko Haram, che erano stati de-radicalizzati dal Servizio Correzionale, si sono presentati all'esame per il Certificato di scuola superiore. Ha descritto il processo di de-radicalizzazione da parte del Servizio come parte delle misure di riabilitazione.










