di Diodato Pirone
Il Messaggero, 19 febbraio 2020
Il Pd schierato con Palazzo Chigi: decida il presidente del consiglio come uscire dallo stallo. Sul tema delle intercettazioni la maggioranza trova un accordo in extremis ma la tensione non cala. Oggi si voterà la fiducia e poi il provvedimento passerà alla camera che ha pochissimi giorni per esaminarlo.
Intanto in Senato non si parla d'altro che del possibile ultimatum che Renzi potrebbe lanciare oggi da Porta a Porta. Il leader di Iv promette un "discorso duro e franco". Fonti renziane spiegano che al momento è più probabile che si arrivi ad un ultimatum a Giuseppe Conte, considerato all'origine dell'immobilismo.
Dal Pd osservano irritati: "Noi siamo leali a Conte: decida il premier a questo punto cosa fare". E dal Senato giungono segnali di un gruppo di responsabili pronti a sostenere il governo se servirà e se avranno "dignità politica": "Non faremo gli Scilipoti".
Nelle ore in cui a Palazzo Madama la maggioranza fibrilla per tutto il giorno sulla giustizia, per poi trovare un accordo solo in serata, Conte riunisce a Palazzo Chigi gli ultimi due tavoli sul programma di governo. Il messaggio che il premier, d'intesa con i "governisti" Pd, vuole lanciare è che "l'orizzonte è quello di legislatura". "Tutte le forze hanno condiviso l'obiettivo di imprimere la massima accelerazione all'agenda di governo", dice il premier aprendo il tavolo proprio sul tema della giustizia, con di fronte Maria Elena Boschi.
"Personalmente ho sempre preferito impiegare tempo e risorse per lavorare e non per alimentare polemiche. E così continuerò a fare", aggiunge Conte, accusando implicitamente Renzi di voler conquistare solo titoli di giornale. Sul programma elaborato "anche con le osservazioni e il contributo di Iv" il premier sarebbe pronto anche a presentarsi alle Camere, se necessario, per testare i numeri. Di sicuro, spiega chi gli ha parlato, non si può andare avanti a strappi. Un esempio? Al tavolo sull'Autonomia il ministro Francesco Boccia ottiene di portare la riforma in Cdm, probabilmente martedì.
Ma i renziani subito dopo fanno sapere che un accordo sul testo ancora non c'è. Era successo già in mattinata al Senato, sulle intercettazioni. Su un emendamento di Pietro Grasso che estende la possibilità di usare gli ascolti per le indagini su reati diversi da quelli per cui esse erano state effettuate. In un primo momento, su spinta dei 5S, erano stati inclusi i trojan.
Ma ai renziani non va bene neanche la riformulazione. "Votiamo la fiducia, ma al testo originario di Bonafede, se ci sono emendamenti non concordati spaccano la maggioranza", dice Davide Faraone. Renzi si accomoda tra i suoi senatori in Aula e si gode la scena. Si litiga tutto il giorno tra riunioni di maggioranza e commissione: Iv respinge anche una riformulazione dell'emendamento che restringe la platea dei reati. Solo a sera arriva l'intesa, su un subemendamento ancora più restrittivo, con l'accordo dei renziani. Ma intanto il testo slitta, le tensioni crescono.
Il senatore fiorentino riunisce a cena i suoi e festeggia l'ingresso in Iv di Michela Rostan alla Camera e Tommaso Cerno al Senato. È una sfida di numeri e di nervi. Grande attivismo si segnala anche nel campo dei "responsabili": alla Camera si muove Renata Polverini, al Senato Paolo Romani. Si susseguono pranzi, cene, incontri. C'è chi dice che a blindare la maggioranza sarebbero pronti tra i dieci e quindici senatori. Dal centrodestra già si scagliano su quelli che Fdi definisce "irresponsabili".
Ma l'operazione è complessa: "Non vogliamo essere i nuovi Scilipoti dice una fonte - Ci muoviamo se possiamo essere determinanti e se ci danno ogni dignità, un passo alla volta". Le cose potrebbero accelerare, se dal salotto di Porta a porta davvero Renzi annuncerà lo strappo. Comunque, concordano Conte e Zingaretti, così non si può andare avanti, bisogna fare chiarezza.
di Daniele Livreri*
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
Carceri vuote? Una fake news. Più stranieri che italiani dietro le sbarre? Non è vero nemmeno questo. E i colletti bianchi? Finiscono in cella più dei mafiosi. Nel corso del recente confronto televisivo con il Presidente dell'Unione delle Camere Penali, il dottor Davigo ha più volte richiamato dei dati che dimostrerebbero la particolare aderenza alla realtà delle sue tesi. Tuttavia molti dei dati offerti al pubblico paiono non trovare il conforto delle statistiche pubblicate dal ministero della Giustizia e dall'Annuario della Cassazione.
di Giuseppe Crimaldi
Corriere del Mezzogiorno, 19 febbraio 2020
È stato un confronto schietto, senza peli sulla lingua, a tratti anche teso quello avvenuto ieri a Castel Capuano tra Piercamillo Davigo, ex pm di "Mani pulite" e oggi consigliere del Csm, e gli avvocati, che spesso lo hanno criticato per le sue prese di posizione. Al centro del dibattito, moderato dal direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, temi di grande attualità quali la prescrizione, la durata dei processi, la riforma della giustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
Una circolare del Dap con le indicazioni per le chiamate tra detenuti e familiari. Previsti due pc per ogni Istituto penitenziario: le videochiamate dovranno svolgersi sotto il controllo visivo del personale di Polizia penitenziaria.
di Salvatore Merlo
Il Foglio, 19 febbraio 2020
Mattinata choc passata a un convegno dei 5 Stelle. Alle 23.48 del 29 giugno 2009 un treno carico di Gpl deraglia alla stazione di Viareggio, la cisterna diventa una bomba, un intero quartiere brucia assieme a trentadue persone.
Trentadue morti. Quando Marco Piagentini, che porta addosso i segni delle gravissime ustioni, racconta la notte in cui morirono sua moglie Stefania, quarant'anni, e i suoi figli di due e quattro anni, Lorenzo e Luca, ecco che il silenzio e la commozione colpiscono come un pugno nello stomaco, seguito da una scarica inaccettabile: "Dopo undici anni di processo, tre capi d'imputazione sono finiti in prescrizione. Un altro capo d'imputazione, l'omicidio colposo, rischia di andare in prescrizione anche quello. Ditemi voi se potrò mai spiegare al mio unico figlio sopravvissuto che sua madre e i suoi fratellini sono morti per niente".
Come ben si vede, la faccenda è terribilmente seria. Riguarda la barbarie del meccanismo processuale che si trascina troppo a lungo, oltre ogni umana sopportazione. Un processo che dopo undici anni non è ancora finito non è degno di un paese che si definisca civile. Faccenda assai seria, si diceva. Per questo ieri mattina, in Senato, nella biblioteca della sala Koch, lo spettacolo che è andato in scena per iniziativa del Movimento cinque stelle, con Alfonso Bonafede, Virginia Raggi e Paola Taverna, impegnati ciascuno a vendere qualcosa a un pubblico di giovani studenti, militanti grillini, telecamere e dirette Facebook, lasciava a tratti persino sgomenti.
Per il tono svagato, per lo scopo spudoratamente propagandistico di un'iniziativa intitolata "Uniti contro la corruzione. Conferenza/evento a un anno dall'entrata della legge Spazza-corrotti". Il ministro Bonafede prende la parola sul finale, subito dopo l'intervento potentissimo di Marco Piagentini, quando l'aria è pesante e la commozione insopprimibile. E ovviamente cosa fa Bonafede? Non offre le buone ragioni di chi ha lavorato a rendere i processi più rapidi, perché in due anni il ministro non ha fatto nulla di tutto questo.
Ma difende la sua contestatissima legge che sospende la prescrizione, che è la ragione per la quale la scaletta del "convegno" era stata progettata: creare il clima emotivamente più adatto alle cose che il ministro intendeva dire per difendersi in un momento di difficoltà pubblica "C'è il diritto dei cittadini a rivendicare una risposta dello stato", dice allora Bonafede.
"Perché altrimenti la storia che ha raccontato Marco Piagentini si ripeterà", aggiunge. E insomma questo ministro dall'aria inconsapevole, eppure furbetta, scaglia Viareggio nel frullatore della polemica politica. Viareggio diventa il suo scudo, contro Matteo Renzi, contro il Pd che vuole modificare la sua legge bislacca sulla prescrizione, contro l'intero mondo del diritto, quei penalisti e quei magistrati, quei professori di procedura penale che gli tirano le orecchie da asino.
"Ringrazio i familiari delle vittime che ho incontrato in questi anni", insiste lui, "Ho promesso loro che le cose sarebbero cambiate. E loro mi hanno dato la forza di tenere il punto", aggiunge, Quindi mescola ogni cosa, in un minestrone indecente. Tutti sanno che la sospensione della prescrizione non accelera i processi, ma ha l'effetto opposto.
Bloccare la prescrizione equivale a dire: la giustizia non funziona, invece di tentare di aggiustarla la sfasciamo del tutto. E parlando, Bonafede mette insieme la prescrizione con l'altra sua legge contestata, la "Spazza-corrotti", la cui retroattività sanzionata dalla Consulta non era solo un'interpretazione dei magistrati - come racconta lui - ma un punto qualificante di cui il M5S si vantava, addirittura spiegando con un famoso e violentissimo post sul Blog delle stelle che grazie alla Spazza-corrotti il già condannato Roberto Formigoni sarebbe finito in prigione e non ai domiciliari. Ma non c'è contraddittorio in questo "convegno".
Non c'è un dibattito. Si recita a soggetto. È l'esemplificazione di cosa significhi piegare la tecnica e la politica, la cronaca e la giustizia, alle urgenze della comunicazione. Così, concludendo lo spot, Bonafede si rivolge alla classe di studenti del Liceo Pascal di Roma che lo ascolta - a proposito: perché ci sono degli studenti?
"Il preside è un amico del senatore grillino Sergio Puglia" - e paternalista, rivolto a questi ragazzi che hanno sorbito con chissà quanta consapevolezza due ore di propaganda purissima e sbrigliata: "Vi auguro di portare avanti i vostri sogni in un paese che davvero combatte contro la corruzione, si tratta di difendere la vostra libertà di giovani".
Anche gli studenti, come elementi di una sceneggiatura. Trasformano ogni cosa in una televendita, i 5 stelle. Dunque come zampettavano sulla tragedia dell'emarginazione - "abbiamo abolito la povertà" - così banchettano sul dramma e la sofferenza di chi chiede giustizia e teme di non riceverla dallo stato. E gli si permette pure di propinare questa sbobba a degli studenti di quarta liceo. Di usarli, attirandoli forse con la presenza di Gian Carlo Caselli e Antonio Di Pietro, specchietti per le allodole. Al Senato della Repubblica.
Uno spettacolo da piazzisti, un reality dove questa classe dirigente di ex emarginati fattisi ministri, sindaci, e vicepresidenti del Senato in realtà ha tentato solo di spacciare e promuovere le proprie ambizioni. E infatti, come Bonafede doveva rilanciare se stesso e regolare i conti nella maggioranza, così Virginia Raggi era lì per vendere il suo lirico impegno anticorruzione ("sono lieta di annunciarvi che abbatteremo presto un altro villino del clan Casamonica") e Paola Taverna era lì per offrirsi nei panni improbabili di donna di stato e possibile leader del M5S. Addirittura qualcuno le aveva infarcito il discorso di frasi in latino. Alla Taverna. Persino Bonafede era più credibile.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
La riforma è stata approvata tre anni fa ma i magistrati chiedono altro tempo. E il giro d'affari è di 300 milioni di euro. A distanza di tre anni, la riforma delle intercettazioni telefoniche voluta dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando è stata approvata nel 2017 ed il suo avvio più volte prorogato, le Procure non hanno ancora ultimato i lavori per la nuova disciplina degli ascolti.
I procuratori di Milano Francesco Greco, di Napoli Giovanni Melillo, di Firenze Giuseppe Creazzo, di Palermo Francesco Lo Voi e del facente funzioni di Roma Michele Prestipino, hanno chiesto nelle scorse settimane ad Alfonso Bonafede chiarimenti.
Oltre agli aspetti relativi al regime transitorio per regolare l'attività già in corso di pm e polizia giudiziaria, il punto nevralgico è relativo alla formazione del personale e all'adeguamento delle misure organizzative da attivare nelle Procure per gli apparati elettronici e digitali. Si segnalano, dopo anni, ritardi sulle forniture delle dotazioni informatiche da parte del Ministero della Giustizia.
Le imprese del settore, circa 150, fatturano quasi 300 milioni di fatturato per 198 mila "interventi operativi effettuati" annualmente. Nei rapporti con le società di intercettazione non esistono linee guida nazionali, ogni Procura si regola come meglio crede, quasi sempre affidandosi alle scelte della polizia giudiziaria. L'assenza di un albo o un'Authority di controllo fa si che i prezzi siamo molto differenti fra loro. Da anni i procuratori chiedono al Ministero della Giustizia di fornire un elenco di società selezionate e certificate in modo da non avere responsabilità in caso di gestione non corretta del servizio.
Sul prezzario nazionale esiste un apposito tavolo di lavoro. Molto dovrebbe cambiare in vista del processo penale telematico. Al momento, comunque, il Ministero sta procedendo presso le sedi delle Procure con l'installazione di server ministeriali per innalzare ulteriormente i livelli di sicurezza dei sistemi informativi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
L'emendamento Grasso fa infuriare Iv: "Teniamo il testo di Bonafede". Voto rinviato a oggi ma la maggioranza si presenta compatta. L'esame del decreto intercettazioni rischia di mandare ancora una volta in fibrillazione la maggioranza giallorossa.
L'accordo tra renziani e 5Stelle arriva solo nella tarda serata. Poco prima Forza Italia e Lega avevano chiesto l'intervento della presidente Elisabetta Casellati e dai banchi delle opposizioni, prima delle parole della seconda carica dello Stato, si erano levati cori al grido di "onestà onestà", il refrain preferito dei grillini.
A far slittare il tutto è stata la presentazione del nuovo emendamento al decreto Intercettazioni da parte del relatore, Michele Giarrusso, frutto della mediazione interna alla maggioranza, ma sul quale manca il via libera di Italia viva. "Noi votiamo la fiducia su DL intercettazioni come chiesto dal Governo. Per cambiarlo serve il consenso di tutti. Chi forza a colpi di emendamento spacca la maggioranza", aveva twittato Davide Faraone.
Prima gli scontri sull'emendamento a firma Pietro Grasso. Poi i tentativi di conciliazione, il rinvio e infine l'accordo al fotofinish. Sono state ore di passione quelle di ieri in Commissione giustizia al Senato, dove la maggioranza si è spaccata per l'ennesima volta, questa volta sul decreto intercettazioni. E per arrivare alla pace è toccato attendere oltre le 19, quando i partiti di maggioranza hanno trovato l'intesa su un subemendamento alla proposta di Michele Giarrusso, arrivato in soccorso per evitare la fuga in avanti di Italia Viva.
Il testo del relatore, arrivato in sostituzione a quello dell'ex presidente del Senato Pietro Grasso, stabilisce che le intercettazioni disposte per un processo non possano essere utilizzate in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza "o per reati molto gravi come lo spaccio di sostanze stupefacenti, contrabbando, pedopornografia, usura".
L'accordo si è trovato con l'introduzione di una ulteriore restrizione procedurale, in virtù della quale tali intercettazioni devono non solo essere "indispensabili" all'accertamento del reato, ma anche "rilevanti". Pericolo scampato, dunque, dopo una giornata di fibrillazioni interne alle forze di governo e le proteste delle opposizioni, che hanno chiesto l'intervento della presidente del Senato al grido di "onestà, onestà".
Ancora una volta a fare da pungolo al governo è stato il partito di Matteo Renzi, contrario alla proposta Grasso, che prevedeva la possibilità di utilizzare le intercettazioni anche per i reati per cui non si sta indagando, a patto che siano reati per i quali è previsto l'utilizzo degli ascolti. Una modifica al primo accordo mal digerita da Italia Viva, disposta a tutto pur di non "morire populista". A schierarsi in prima linea contro la proposta del senatore LeU è stato il renziano Davide Faraone.
"A scanso di equivoci - ha poi precisato in un Tweet - noi votiamo la fiducia su dl intercettazioni come chiesto dal Governo. Per cambiarlo serve il consenso di tutti. Chi forza a colpi di emendamento spacca la maggioranza. Sì fiducia, no provocazioni". Dopo le proteste, dunque, la Commissione ha interrotto i lavori, slittati prima alle 16.45, poi alle 18.30, in attesa di trovare un'intesa ed evitare così un voto congiunto tra Italia Viva e opposizioni, in vista del voto di fiducia in aula. E così, al termine del confronto è stata messa sul piatto la proposta di Giarrusso, riaprendo dunque i termini per la presentazione di nuovi sub-emendamenti, con il rinvio delle discussioni a oggi.
"Il punto è trovare una formulazione" che rispetti anche l'ultima sentenza della Cassazione sulle intercettazioni", aveva affermato Renzi, dribblando le allusioni su una possibile nuova rottura nella maggioranza. "Ci va bene il testo di Bonafede uscito dal Cdm o un testo che rispetti la sentenza della Cassazione, non capiamo perché ci si intestardisca su altro", avevano ribadito i senatori di Italia Viva, decisi a mantenere il punto.
Sul rinvio si è così scatenata l'ira di Forza Italia e Lega, mentre la presidente del Senato Elisabetta Casellati ha invocato di nuovo un patto etico sui lavori in aula: "questo andamento dei lavori non va bene perché non è rispettoso dei diritti di tutti".
"La ruota gira - ha commentato il capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo. Quando sarete all'opposizione e noi in maggioranza, la prossima volta, non venite poi a dire che non rispettiamo le regole", visto che "voi lo state facendo, prima dicendo che c'era fretta sul decreto e ora non siete in grado di mettervi d'accordo". Mentre per il senatore del Carroccio Andrea Ostellari, "noi restiamo al nostro posto e attendiamo, ma gli italiani stanno perdendo la pazienza: una maggioranza divisa non può governare".
Ma proprio mentre le opposizioni pregustavano la crisi finale, è arrivato l'annuncio: accordo raggiunto, con tanto di firma del capogruppo di Italia Viva, Giuseppe Cucca. "Oggi abbiamo lavorato molto e bene per raggiungere un accordo tra tutte le forze di maggioranza su un tema cruciale come quello dell'utilizzo delle intercettazioni - ha esultato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà. Sono soddisfatto del confronto avuto al tavolo sul dl intercettazioni dal quale è emersa una sintesi tra vari punti di vista e sensibilità che ci ha permesso di trovare una soluzione condivisa".
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
Per l'ex pm di mani pulite c'è un'unica strada per velocizzare la macchina delle giustizia: la depenalizzazione. "Il tema della ragionevole durata dei processi non si risolve con l'abolizione della prescrizione, ma con la depenalizzazione, la razionalizzazione del processo penale, la fornitura di persone e mezzi al sistema penale".
Gherardo Colombo, ex collega di Piercamillo Davigo nel pool milanese di mani pulite, ha preso da anni una nuova direzione ed è convinto che se "vogliamo, giustamente e secondo Costituzione, un processo rapido ed efficiente, si deve pensare a strumenti che lo rendano effettivamente rapido ed efficiente. Depenalizziamo".
"La domanda che dobbiamo farci è come riuscire a ridurre i tempi - ha spiegato Colombo -. Io credo che la prescrizione non c'entri con questo. Bisognerebbe procedere ad una depenalizzazione molto estesa. In Italia quasi ogni trasgressione costituisce reato. Sembra che ormai il processo sia diventato un procedimento in cui conta forse soltanto l'efficienza piuttosto che gli aspetti di garanzia".
Per l'ex magistrato "bisognerebbe prima di tutto cominciare ad investire sull'educazione, i cittadini italiani trasgrediscono un po' troppo. Se si riducesse il numero dei reati, la giustizia funzionerebbe meglio. Cercare di risolvere la situazione attraverso uno strumento inappropriato significa semplificare e la semplificazione non produce grandi risultati. L'ideale sarebbe riuscire a realizzare la Costituzione, la democrazia non può essere basata sulla paura". Infine una stoccata alla domanda sugli italiani popolo di giustizialisti. "Gli italiani generalmente inneggiano alla legalità altrui", chiuse infatti Colombo.
di Angela Nocioni
Il Dubbio, 19 febbraio 2020
Gran regalo dei giudici della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo ai Paesi europei che sbattono fuori dalla frontiera gli immigrati appena riescono a metter piede in territorio europeo, senza lasciargli vedere un avvocato. D'ora in poi lo potranno serenamente fare senza identificarli, senza dargli il tempo di chiedere assistenza legale e presentare domanda d'asilo.
Non c'è più rischio di incappare in ricorsi individuali a Strasburgo per violazione dei diritti umani. Perché Strasburgo ormai ha detto che si può. Con una sentenza inappellabile, il 13 febbraio i 17 giudici che formano la Sala grande della Corte hanno ribaltato, accettando un ricorso di Madrid - al quale si erano uniti anche i governi di Italia, Francia e Belgio - una sentenza del 2017 della stessa Corte e hanno stabilito che il respingimento sommario di due (aspiranti) immigrati africani riusciti a varcare le grate della enclave spagnola di Melilla nel 2014, acciuffati dalla polizia spagnola e risbattuti in Marocco senza consentirgli di presentare domanda di asilo, non viola il divieto di realizzare espulsione sommarie collettive previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. Né viola il sacrosanto diritto a presentare un ricorso effettivo contro una decisione ingiusta. Molto interessanti le motivazioni scovate dai giudici. Un saggio di spietata ipocrisia.
La sentenza - letta in cinque minuti a una platea semideserta dal presidente della Corte, il giudice greco Linos-Alexandre Sicilianos - stabilisce che i due africani hanno deliberatamente "deciso di non usare i procedimenti legali che esistono per entrare in territorio spagnolo in maniera legale" e quindi, quello che è successo dopo, il loro arresto da parte della Guardia civile e il loro respingimento immediato senza che gli fosse concesso di vedere un medico o un avvocato, "è conseguenza della loro condotta". "I querelanti avevano anche accesso alle ambasciate e ai consolati spagnoli, nei quali secondo la legge chiunque può presentare una petizione per protezione internazionale".
Non imbarazza i 17 giudici il fatto evidente che non esistono procedimenti legali, reali, efficaci perché un trentacinquenne del Mali o della Costa d'Avorio possa educatamente chiedere ingresso in Europa, attendere anche a lungo e avere la remota possibilità di ottenerlo. "L'assenza di un procedimento individuale" per l'espulsione, cioè la violazione della legge europea da parte di Madrid, è stata perciò colpa dei due africani, secondo il bizzarro uso della logica adottato dalla Corte. Che spiega: "Non possono rendere responsabile lo Stato spagnolo dell'assenza di un ricorso legale a Melilla che gli permettesse di impugnare l'espulsione". Ovviamente la sentenza avrà un impatto nella legislazione europea in materia d'immigrazione. E anche in quelle nazionali dei singoli Paesi.
La storia è la seguente. N.D., 34 anni, cittadino del Mali e N.T., 35 anni cittadino della Costa D'Avorio, il 13 agosto del 2004 riuscirono insieme a settanta altre persone a saltare le due grate che separano Melilla dal confine africano. Ceuta e Melilla sono due enclave spagnole in Marocco protette da due alte grate coperte di filo spinato tirate su a due metri di distanza l'una dall'altra.
Se riesci ad arrampicarti sulla barriera e a lasciarti cader giù senza rimanere attaccato al filo spinato, ad arrampicarti sulla seconda barriera e a saltare giù senza rimanere impigliato e senza farti sparare addosso dalla Guardia civile, sei in territorio europeo. Furono presi dalla polizia e risbattuti in Marocco immediatamente insieme a tutti gli altri arrestati quella mattina. Fecero ricorso appellandosi al fatto che le leggi europee vietano i respingimenti sommari collettivi. Ricorso accolto. La Corte di Strasburgo, con comodo, nel 2017, ha condannato Madrid per la pratica che viola il diritto ad essere identificato, a chiedere un legale e a presentare domanda d'asilo: ha detto che non si doveva fare, anche se poi si è limitata a stabilire un risarcimento di 5 mila euro a ciascun ricorrente.
A quel punto il governo di Mariano Rajoy, partito popolare, destra, ha fatto ricorso contro la sentenza. Rajoy era preoccupato di veder sconfessata una pratica inaugurata dal governo socialista di Zapatero nel 2008, e poi copiata tale e quale dai popolari. Quel sistema spiccio, poliziesco, completamente al di fuori della legge, faceva molto comodo per evitare ingressi di massa di africani in Spagna. Rajoy era riuscito a legalizzarlo, con una forzatura, mettendolo nero su bianco in una legge del 2015, legge di sicurezza cittadina o legge museruola. Non gli piaceva vedersi sconfessata la sua legge dalla Corte di Strasburgo. L'attuale premier spagnolo Pedro Sanchez, allora all'opposizione, gli si scagliò contro perché quel modo si rispedire indietro gli esseri umani, diceva, "è indecente oltre che incostituzionale". Diceva.
Perché quando, nel 2018, s'è trovato, da capo del governo al posto di Rajoy, a poter ritirare il ricorso, l'ha invece portato avanti. Ora che ha vinto, lui ha taciuto. Ma il suo ministro degli Interni, non sconfessato da nessuno nel governo delle sinistre spagnolo, ha subito detto due cose. Che i "respingimenti di questo genere" (cioè sommari e di massa, ma lui ha sorvolato su quale sia il genere) continuano. E che le grate di Ceuta e Melilla saranno alzate "un po'". Quanto? "Un po' di più". Abbastanza da riuscire a far morire sul colpo chi cade giù, magari, così si risolve il problema del ricorso.
di Jacopo Norfo
castedduonline.it, 19 febbraio 2020
"Una bimba di 4 mesi è detenuta nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. La piccolina si trova in una cella-nido della struttura carceraria insieme alla giovane madre che deve scontare una pena definitiva. Ancora una volta una creatura di pochi mesi è costretta a subire da innocente la detenzione in assenza di spazi alternativi attrezzati. L'auspicio è che possa lasciare al più presto la cella".
"Una bimba di 4 mesi è detenuta nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. La piccolina si trova in una cella-nido della struttura carceraria insieme alla giovane madre che deve scontare una pena definitiva. Ancora una volta una creatura di pochi mesi è costretta a subire da innocente la detenzione in assenza di spazi alternativi attrezzati. L'auspicio è che possa lasciare al più presto la cella". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso della presenza della neonata nel carcere cagliaritano.
"Non è la prima volta - sostiene - che una creatura con pochi mesi di vita varchi il cancello del carcere. La circostanza è ovviamente legata al fatto che una neonata non può essere separata dalla madre. Certo è che una presenza così fragile richiede una grande attenzione sia da parte della Polizia Penitenziaria sia da parte dell'Area Sanitaria, anche se le condizioni fisiche e umane della struttura detentiva sia rassicuranti".
"La bambina, come tutti i neonati, ha necessità di continue verifiche sanitarie. L'Istituto infatti deve farsi carico non solo delle vaccinazioni ma anche dell'alimentazione e delle visite pediatriche. Una condizione che tiene impegnata, con particolare cura, l'Area Sanitaria. La speranza è che la sua permanenza in carcere, aldilà della sensibilità di tutti gli operatori penitenziari, possa concludersi nel più breve tempo possibile".
"È noto infatti che, nonostante le poche settimane di vita, i bimbi subiscono un trauma le cui conseguenze non sono verificabili se non negli anni della crescita. In Italia, purtroppo, sono oltre 50 i bambini in stato di detenzione, alcuni negli Icam (Istituti a Custodia Attenuata per Madri detenute). Resta il problema di gestire la vita di queste creature che - conclude Caligaris - com'è evidente hanno diritto di stare con la mamma ma allo stesso tempo anche della vita in libertà".
- Modena. Concorso letterario per detenuti, si conclude Sognalib(e)ro
- Cagliari. "Il futuro oltre le sbarre", dibattito sulle carceri e sul recupero dei detenuti
- Bologna. Carcere della Dozza al collasso: quasi il doppio dei detenuti
- Palermo. Pene alternative per i detenuti
- Illegittimo il sequestro delle somme di proprietà della madre estranea ai fatti









