di Gad Lerner
La Repubblica, 10 gennaio 2020
Da tempo, e con buoni argomenti, da par suo, Angelo Panebianco va denunciando sul Corriere della Sera l'involuzione della nostra democrazia rappresentativa in democrazia giudiziaria.
Non senza qualche eccesso di foga - come quando sostiene che di fronte alla "penalizzazione integrale della nostra vita pubblica" dovremmo rimpiangere il Codice Rocco promulgato in era fascista quale "faro e testimonianza di civiltà giuridica" - lo scienziato politico bolognese di matrice radicale e garantista denuncia "un movimento pluridecennale di erosione costante delle garanzie individuali" che avrebbe sovvertito i rapporti di forza: assoggettando il potere politico-rappresentativo ai diktat della magistratura.
Va riconosciuto a Panebianco di aver argomentato questa amara diagnosi in totale indipendenza, senza cioè arruolarsi tra i sostenitori di questo o quel politico inquisito dai giudici. Semmai, e anche qui mi sento di dargli ragione, egli inscrive questa deriva in una storica vocazione illiberale e liberticida, per non dire forcaiola, ben radicata nella società italiana già ben prima che i leghisti sventolassero il cappio a Montecitorio, Di Pietro pretendesse di trasmigrare Mani Pulite in politica, Grillo promettesse di aprire il Parlamento come una scatola di tonno.
Leggi eccezionali furono varate con anni di anticipo sulla crisi della Prima Repubblica per reprimere il terrorismo politico di sinistra e nel tentativo di contrastare la presa di controllo delle mafie nelle istituzioni. Per quanto fosse necessario, ugualmente ne paghiamo un prezzo. Dove la teoria di Panebianco comincia a fare acqua, se posso permettermi, è nel sottostimare le responsabilità della presunta vittima: ovvero del potere politico.
Non si può sostenere che la "democrazia giudiziaria" - come lui la chiama - abbia la nefasta tendenza a travolgere le leadership politiche forti, da Craxi a Berlusconi a Renzi, fino al prossimo secondo lui destinato a cadere in disgrazia, cioè Salvini, senza indicarne il vizio d'origine. E cioè la mancata applicazione dell'articolo 49 della Costituzione, che vincolerebbe i partiti politici al rispetto di un "metodo democratico" al loro interno.
L'elusione di questa norma costituzionale, conveniente solo a ristretti gruppi dirigenti, ha contribuito a trasformare i partiti in meri conglomerati di clan e ha dato luogo a leggi elettorali sempre meno rispettose di una autentica democrazia rappresentativa. Panebianco non può non riconoscere che la fragilità della nostra democrazia è innanzitutto il prodotto di un drammatico scadimento di qualità della sua classe politica e dei metodi di selezione della medesima. Non sarà mai la leadership di un uomo forte a scongiurare la "democrazia giudiziaria".
linkiesta.it, 10 gennaio 2020
Il mondo è quello del carcere. Un mondo di uomini e donne che hanno varcato la soglia della legalità per precipitare, a volte adolescenti, nel circuito della criminalità, che non ti lascia scampo. I brani raccolti in questo libro raccontano storie di miseria, abbandono, solitudine, storie di devianza, anche spietate, spesso nate in ambienti malavitosi, in cui un destino segnato sembra prevalere sul libero arbitrio di ogni individuo.
È stato uno di loro, Salvatore Torre, ergastolano detenuto da quasi trent'anni in carceri di massima sicurezza, a selezionarli fra le centinaia di racconti che hanno partecipato al Premio Goliarda Sapienza. In questi brani - scrive egli stesso - emergono in larga parte le ragioni di queste vite, come la mia, rovinate e rovinose.
Torre, che in carcere è diventato uno scrittore, nell'introdurre alla lettura storie di altri, ha compiuto un lavoro introspettivo su sé stesso, che mette il lettore di fronte all'uomo, non solo all'ergastolano, e alla sua coscienza. La Prefazione è a firma di mons. Dario Edoardo Viganò, Assessore del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede.
Quando si parla di carcere è, credo, naturale immaginare quanto ci viene comunicato dai media, dai film, è tutto un "per sentito dire" e di certo la prima cosa che viene in mente è la drammaticità della libertà negata, cosa vuol dire non poter uscire mai più da un posto chiuso? Cosa si prova? Quali suoni devono diventare familiari di notte e di giorno? Mi viene in mente il suono metallico della cosiddetta "battitura dei ferri" (è la battitura delle sbarre delle celle che avviene più volte al giorno) E come si gestisce il tempo? Un recluso perde, ricordiamolo, ogni tipo di autonomia e dunque identità con una sorta di vera e propria depersonalizzazione.
Questo libro, Atonement, è frutto del progetto Goliarda Sapienza che quest'anno ha visto emergere la storia di Salvatore Torre, ergastolano che ha preso in carico anche le storie raccontate da altri, le ha lette, comprese (chi meglio di lui) e dal patchwork di umanità e disperazione è nato il libro.
La parola "Atonement" come altre parole di lingua inglese ha un significato in italiano che può essere doppio, mi spiego, atonement significa sia espiazione, quindi "riparazione di una colpa commessa" sia redenzione quindi salvezza o scampo dunque, in questo caso, i protagonisti di queste storie cosa chiedono al lettore? Comprensione? Perdono? Vogliono dirci che sono lì consapevoli del male fatto e dunque sereni d'animo perché stanno riparando? O è il grido disperato di chi spera di salvarsi dalla sua stessa colpa? Certo è, come precisa Mons. Dario E. Viganò nella introduzione, per quanto complicato, chi legge ha l'obbligo di provare a comprendere.
Salvatore Torre è un ergastolano e lui le sue colpe le ha analizzate, le ha esposte al giudizio senza farsi sconti, ha ragionato su quel che è stato e quel che non è stato o che non ha potuto essere, chi nasce e cresce nel male quali speranze ha di sfuggirgli? Nella letteratura criminologica la famiglia e le devianze che si porta dietro è alla base di ogni ragionamento, vivere in condizioni di difficoltà non giustifica ma sicuramente rafforza il comportamento deviante e quel che mi è sembrato di capire dai pensieri di Torre è che riuscire a salvarsi è impresa ardua soprattutto perché un ragazzo è naturale che cerchi l'amore e l'approvazione di un padre fosse anche un criminale violento e privo di gesti d'amore.
La vita è lotta, ognuno porta avanti questa lotta con gli strumenti e le energie che ha a disposizione, se Salvatore Torre oggi ha trovato nella scrittura un rifugio, molti altri non riusciranno a sfuggire al bisogno di appartenenza che nel carcere si concretizza nel rapporto con gli altri detenuti i quali probabilmente sono più propensi a giustificare quanto fatto che a condannarlo per cui come ci si salva? La vita in carcere è ciò che accomuna le storie di Atonement, l'inevitabile discesa agli inferi del detenuto e di chi è rimasto fuori : "La verità è che si è lasciati in balia di se stessi, a immiserire nella pigrizia e nell'abbandono". Quello che viene da pensare leggendo queste pagine è che un carcere è una sorta di limbo popolato da persone invisibili e immensamente povere, appartengono ad una società di cui non si tiene conto ma che esiste.
"Queste pagine toccano non solo per i contenuti che veicolano, ma per le parole, per le espressioni, spesso forti, a volte anche volgari, che dicono proprio quel mondo fangoso e martoriato da cui difficilmente si intravvede l'orizzonte di un'alba non solo rinnovata ma anche capace di essere, a propria volta, olio profumato sulle ferite profonde e spesso sanguinanti dell'umanità" leggiamo nell'introduzione Mons. Dario Edoardo Viganò.
Io sono rimasta colpita anche dalla parole di Antonella Bolelli Ferrera nella presentazione quando fa riferimento al fatto che nessuno in carcere parla delle proprie vittime "Non ne parlano volentieri i carcerati della loro vittime. Nel loro vocabolario sembra non esistere questa parola" e se le carceri continueranno ad essere quello che sono oggi riesce difficile immaginare un percorso di "recupero" e di riavvicinamento alla legge e alla società civile. Ma l'argomento è spinoso e necessita di riflessioni e competenze, in ogni caso leggere queste storie è una esperienza che porta consapevolezza. Acquistare questo libro significa contribuire a realizzare progetti in favore della cultura della legalità.
Atonement. Storia di un prigioniero e di altri - Salvatore Torre - Libreria editrice vaticana. Pagine 172, € 10. A cura di Antonella Bolelli Ferrera. Introduzione Mons. Dario Viganò. Libro progetto Goliarda Sapienza.
iodonna.it, 10 gennaio 2020
L'esposizione si tiene dal 9 al 19 gennaio nella Basilica di Sant'Ambrogio. Il ricavato della vendita degli scatti sarà devoluto in favore dei detenuti bisognosi del carcere di San Vittore. Un viaggio fotografico per documentare due mondi apparentemente lontani fra loro, ma per tanti aspetti invece molto simili e complementari: quello delle monache di clausura e quello delle detenute. È questo il tema di "Un mondo dentro - Clausura e carcere", la mostra di Eliana Gagliardoni che sarà inaugurata oggi, giovedì 9 gennaio, nella Sala dell'Antico Oratorio della Passione della Basilica di Sant'Ambrogio, a Milano.
Clausura e detenzione - Monasteri e carceri sono dunque il focus dell'esposizione che viene trattata senza morbosa curiosità e senza pregiudizi, ma con sensibilità e attenzione. Per realizzare il suo progetto fotografico, Gagliardoni ha ottenuto il difficile permesso di fotografare la clausura dal Vicario Episcopale della Diocesi di Milano. E dopo aver ricevuto l'autorizzazione da parte del Ministero di Grazia e Giustizia di Roma, è entrata infine anche nel carcere di Bollate, all'interno del quale ha ritratto donne detenute.
Mondi diversi, ma non lontani - "Al di là di alte mura e finestre con sbarre che lo sguardo non può oltrepassare - spiega Eliana Gagliardoni - esistono vite, realtà nascoste. Sono vite che incuriosiscono, talvolta insospettiscono o generano opinioni pregiudizievoli. Quante persone, come me, si sono chieste quale sia il senso di una vita da recluse? Monache di clausura e donne detenute: l'accostamento potrebbe sembrare una forzatura, ma la possibilità di una crescita interiore, sebbene parta e progredisca in contesti diversissimi e contrapposti, si rivela una grande occasione per entrambe. Si tratta di due mondi apparentemente distinti e lontani, ma invisibilmente connessi da un potente strumento: la Preghiera".
Chi è l'artista - Eliana (Lilly) Gagliardoni è nata a Milano, ma si sente cittadina del mondo. La sua curiosità, infatti, la porta a visitare gran parte del globo e a conoscere in ogni Paese luoghi e persone. Fotografa autodidatta, a ispirarla per i suoi lavori è sempre e solo la sua grande passione. Tre anni fa, ha realizzato la sua prima grande mostra fotografica dal titolo "CuorinVolo", in cui ha documentato l'operato che i tanti volontari sciolgono per esseri umani in condizioni di disagio, malattia e solitudine. È autrice di calendari per associazioni come "Alfabeti", formata da volontari che insegnano l'italiano a persone extra comunitarie, o come "Fondazione Manuli", che si occupa di anziani malati di Alzheimer.
Il risvolto solidale - Al termine dell'esposizione, il ricavato di tale vendita verrà interamente devoluto a Don Marco Recalcati in favore di detenuti della casa circondariale di San Vittore particolarmente bisognosi e delle loro famiglie che, a causa della reclusione del proprio congiunto, versano in condizioni di grave disagio e difficoltà.
Quando e dove - La mostra fotografica sarà visitabile nella Sala dell'Antico Oratorio della Passione della Basilica di Sant'Ambrogio, a Milano, fino al 19 gennaio dal lunedì al sabato, dalle ore 13.00 alle 19.00, e la domenica, dalle 10.00 alle 20.00. L'ingresso è libero. Per maggiori informazioni:
di Giulia Mattera
zai.net, 10 gennaio 2020
Ludovica Andò è una regista ed educatrice che da anni lavora nelle carceri e che recentemente ha realizzato con Emiliano Aiello il film "Fortezza" presentato al museo Maxxi all'interno della sezione Festa per il sociale e per l'ambiente del Festival del Cinema di Roma.
"Fortezza" prende spunto dal libro di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, un capolavoro assoluto, forse uno dei libri più belli del secolo scorso. Molto in breve Il deserto dei Tartari è la storia di un ufficiale, Giovanni Drovok, che viene spedito in questa fortezza. Il suo piano iniziale è quello di rimanere poco tempo ma, vittima degli eventi, rimane bloccato in un incubo quasi kafkiano in cui non riesce più ad uscire dalla fortezza. Sicuramente il romanzo di Buzzati è molto complesso e tocca moltissimi nuclei tematici.
Qual è il tema di "Fortezza" o meglio il racconto che fate in questo film?
"In fondo è la stessa cosa. Il film è interamente girato all'interno della Casa di reclusione di Civitavecchia (Roma, ndr). Racconta di come un luogo possa agire sulla propria vita e sulla condizione delle persone. Il nostro obiettivo era quello di raccontare attraverso la metafora della fortezza di Buzzati, la reclusione come condizione umana e sociale. Non volevamo solto mostrarla come reclusione fisica, ma portare a riflettere su ciò che comporta vivere in uno spazio ridotto".
Cosa hanno provato i detenuti interpretando i personaggi?
"Inizialmente, quando abbiamo portato i temi del Il deserto dei Tartari, eravamo molto curiosi, perché ovviamente si tratta di un testo non proprio facile, ci chiedevamo quindi che ritorno potesse avere. Quando abbiamo cominciato a parlare del tempo, dell'abitudine, della routine, della prospettiva del nemico che ci si deve costruire, loro hanno dato il loro feedback, molte delle parti del testo sono nate dalle loro osservazioni. È stato un processo di personalizzazione degli studi e dei testi scritti da loro. Tra i personaggi quindi non c'è più Giovanni Drovok ma ci sono tanti personaggi che prendono vita attraverso la trama del libro".
Sembra che il carcere oggi abbia un po' perso la sua funzione di riabilitazione, in che modo si può tornare alle origini?
"Il carcere in cui abbiamo lavorato noi è una casa di reclusione "sperimentale", c'è una particolare attenzione alla formazione lavorativa, all'avvicinamento alla famiglia, ai rapporti, al lavoro psicologico sulle persone. È chiaro che se non ci si pone il problema del dopo carcere si producono solo persone più arrabbiate che vivono un senso di frustrazione e di ingiustizia all'interno del carcere. Il tempo passato in carcere, ed è quello che proviamo anche a raccontare nel film, diventa un tempo utile se le persone hanno la possibilità di lavorare su sé stesse, sulle proprie ferite. Nella mia esperienza la maggior parte delle persone che incontro si portano dentro dei disturbi che non hanno saputo elaborare e che quindi portano anche a delle scelte difficili".
Come possiamo vedere il film?
"Ci stiamo lavorando, per fortuna ha avuto un ottimo successo la proiezione al Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo, ndr), e quindi stiamo lavorando sulla possibilità di avere una distribuzione".
sicurezzainternazionale.luiss.it, 10 gennaio 2020
Manifestanti e attivisti egiziani hanno dato vita ad una nuova campagna contro le violazioni e gli abusi perpetrati a danno dei prigionieri reclusi nelle carceri egiziane, a seguito della morte di un attivista, Mahmoud Abdel-Majeed Saleh, il 4 gennaio scorso.
Secondo quanto riferito dalla sorella del detenuto, questo è deceduto a causa della negligenza delle autorità di fronte alle cattive condizioni igienico-sanitarie e al freddo estremo in cui imperversa la prigione in cui si egli si trovava, la prigione di massima sicurezza di al-Aqrab, "lo scorpione", situata nel complesso penitenziario di Tora. Alla morte di Abdel-Majeed ha fatto seguito un ennesimo sciopero dei prigionieri e l'avvio di una nuova campagna lanciata sui social, in cui si invita chi di competenza a chiudere tale prigione. L'hashtag di riferimento è proprio #closeScorpion ma si invita il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, a far fronte alle violazioni e agli abusi che interessano anche altre carceri egiziane.
A tale hashtag hanno fatto seguito, su Twitter, diverse testimonianze. In una di queste, la prigione di al-Aqrab viene descritta come un luogo grande ma suddiviso in celle minuscole, dalle dimensioni pari a circa un metro e mezzo, senza alcuna apertura o ventilazione, ed in cui vengono riunite numerose persone di diversi ordini e categorie. In un'altra dichiarazione, il carcere viene definito un cimitero, in cui i detenuti muoiono per freddo, fame e torture sia di tipo psicologico sia fisico. "I detenuti muoiono lentamente a causa di una mancata assistenza medica e per mancanza di coperte" è stato altresì affermato, mettendo in luce la violazione dei diritti umani perpetrata in tale luogo. "Avere un raffreddore equivale a morire", "Il freddo è un'arma nelle mani dei militari" sono altre dichiarazioni pubblicate sul social.
Non vi sono cifre esatte sul numero di detenuti che muoiono nelle prigioni egiziane. Tuttavia, il centro Adalah per i Diritti e le Libertà ha documentato la morte di almeno 22 detenuti nei primi sette mesi del 2019, a causa di negligenza medica. Un altro rapporto è stato pubblicato dalla Arab Organisation for Human Rights, con sede nel Regno Unito, in cui viene affermato che, dal 2013, più di 600 persone sono morte a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie o per la mancanza delle cure mediche necessarie. Altri detenuti, invece, sono stati torturati a tal punto da causarne la morte. Secondo quanto riportato, 717 persone sono decedute nel 2018 in vari centri di detenzione. Tra queste, 122 a causa delle torture subite, 480 per negligenza medica e altre 32 per sovraffollamento e pessime condizioni.
Il 17 giugno 2019, un altro sciopero della fame aveva coinvolto circa 130 detenuti della prigione di al-Aqrab. Molti dei prigionieri erano stati arrestati da almeno due anni, senza mai avere la possibilità di incontrare avvocati o familiari. Secondo quanto riportato da Amnesty International, in risposta allo sciopero, le autorità hanno reagito contro i detenuti picchiandoli, torturandoli anche con scosse e punendo alcuni di loro con misure disciplinari, nel tentativo di costringerli a porre fine allo sciopero. A detta di uno dei prigionieri, almeno dieci scioperanti furono bendati e trasferiti in celle speciali dalle quali non era permesso uscire.
Amnesty aveva poi affermato che i detenuti erano raggruppati in celle sovraffollate, infestate da zanzare, mosche e altri insetti ed in cui, senza sistemi di ventilazione adeguati, si raggiungevano temperature pari a più di 40 gradi Celsius in estate. Secondo quanto riferito, le autorità penitenziarie negavano ai detenuti un'adeguata assistenza sanitaria, non consentivano loro di ricevere cibo o bevande dalle loro famiglie al di fuori del carcere e ponevano restrizioni alla quantità di vestiti e medicine.
In tale quadro, il 20 giugno 2019, il Gruppo di Lavoro sull'Egitto, ovvero un gruppo di esperti di politica internazionale costituito nel 2010, aveva sottolineato, in una lettera, che la morte dell'ex presidente egiziano Mohammad Morsi, del 17 giugno dello stesso anno, avrebbe dovuto rappresentare una scintilla in grado di richiamare l'attenzione a livello internazionale sulla condizione dei prigionieri detenuti nelle carceri egiziane, i quali vivono in condizioni rischiose e dovrebbero essere salvati.
Il Gruppo di Lavoro sull'Egitto ha parlato di condizioni terribili per i prigionieri detenuti in Egitto. La lista comprendeva violazioni dei diritti fondamentali, uso sistematico della scomparsa forzata, isolamento, mancata assistenza medica, detenzione arbitraria, processo ingiustificato, torture e abusi sessuali. Le autorità avrebbero altresì cacciato fuori i detenuti, uccidendoli a sangue freddo, e mostrando la loro uccisione come se si trattasse di raid contro cellule terroristiche. Questo è stato il destino di più di 450 uomini egiziani dal 2015, come sottolineato altresì da un rapporto di Reuters.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 10 gennaio 2020
Il leader della Cirenaica respinge la proposta di Erdogan e Putin: le sue milizie bombardano gli aeroporti di Tripoli e Misurata. Il ministro degli Esteri in missione ad Algeri: "Fermare tutte le interferenze straniere". A Roma arriva l'uomo forte di Serraj. Il generale libico Khalifa Haftar non ha nessuna intenzione di rispettare la tregua che gli chiedono Russia e Turchia. Per ora continua a combattere. Ieri ha dato ordine di mettere a segno altri bombardamenti, e soprattutto ha dichiarato in più occasioni che per lui la guerra prosegue.
È questo l'atteggiamento del capo-milizia della Cirenaica, che l'altro ieri era stato ricevuto a Palazzo Chigi con tutti gli onori. Il premier Giuseppe Conte gli aveva chiesto di interrompere l'assalto a Tripoli. E invece un portavoce di Haftar addirittura torna ad adoperare i toni sanguinari che spesso assumono gli ufficiali della Libyan National Army: "Non si può creare uno Stato civile senza l'annientamento totale di queste formazioni: questi gruppi si sono impadroniti della capitale e godono dell'appoggio di alcuni Stati e governi che forniscono loro droni", dice Ahmed al Mismari. Le "formazioni" sarebbero le milizie di Tripoli, mentre parla di Turchia riferendosi ai governi che forniscono droni.
È probabile che Haftar stia alzando ancora di più la posta, a poche ore da quella tregua che gli hanno chiesto sia la Turchia (suo nemico) che la Russia (suo sostenitore e foraggiatore). La tregua dovrebbe scattare da domenica. Da oggi sarà interessante capire quale sarà l'atteggiamento del generale della Cirenaica di fronte alla Russia. Così come bisognerebbe anche conoscere quali saranno le vere richieste che Putin farà alla Cirenaica.
Tornando alle operazioni militari, ieri mattina prima dell'alba e poi di mattino, altre bombe sono state sganciate sull'aeroporto civile di Tripoli, che viene adoperato spesso anche per far partire i droni turchi. Più tardi i siti Internet vicini al generale hanno annunciato un nuovo attacco aereo anche allo scalo di Misurata. Parlavano di "6 attacchi aerei", ma non è così. I lanci sono stati 3 e le bombe sono finite tutte fuori dal perimetro dell'aeroporto.
I lanci su Mitiga hanno uno scopo più "politico" che militare, ma è un effetto pratico per Haftar molto importante: lo scalo rimane chiuso, l'accesso a Tripoli in questi giorni avviene tutto via terra. E perfino il tragitto Tripoli-Misurata è diventato insicuro: brigate vicine ad Haftar sono state segnalate non lontane dalla strada costiera. È importante considerare il fatto che da Est la città di Misurata si vede minacciata dalle milizie del generale Haftar che sono entrate a Sirte grazie al tradimento della "Brigata 604". Gli haftariani si sarebbero spinti ancora più ad Ovest, verso Misurata, raggiungendo il check point di Abugrain che avevano già conquistato e poi perso il 7 gennaio.
Sul fronte diplomatico il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha effettuato un'altra tappa nel viaggio che lo ha portato in quasi tutte le capitali del Nordafrica e in Turchia. Di Maio ieri era ad Algeri dopo aver visitato Il Cairo e Ankara. Ha visto il ministro degli Esteri Sabri Boukadoum, il primo ministro, Abdelaziz Djerad, ma anche il neo presidente Abdelmadjid Tebboune. Nella conferenza stampa finale con il suo collega Boukadoum, il ministro ha ripetuto un argomento su cui insiste ormai da giorni: "L'obiettivo principale è il cessate il fuoco, ma dobbiamo bloccare le interferenze esterne in Libia. Un embargo sulle armi deve essere fatto applicare in maniera molto più stringente".
Ieri sera a Roma è poi arrivato il ministro dell'Interno di Tripoli, Fathi Bishaga, per incontrare l'ambasciatore americano itinerante che segue la Libia, presto tornerà per incontrare il ministro degli esteri Di Maio e la sua collega all'Interno, Luciana Lamorgese, contatti con Tripoli che fino ad ora Mosca aveva trascurato.
di Sara Creta
La Repubblica, 10 gennaio 2020
La testimonianza del capo missione dell'Unhcr alla Commissione Esteri della Camera. Il costante aumento dei bisogni umanitari, con quasi un milione di persone bisognose di assistenza. Jean Paul Cavalieri, capo missione in Libia per l'Unhcr, durante una seduta alla Commissione Esteri della Camera dei deputati, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla politica estera dell'Italia per la pace e la stabilità nel Mediterraneo, sottolinea una situazione di costante aumento dei bisogni umanitari sul terreno, con centinaia di bambini, donne e uomini sfollati e tantissime sfide umanitarie, con quasi un milione di persone bisognose di assistenza umanitaria, secondo le stime dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha). Nel 2019, secondo le cifre dell'Onu sono stati almeno 284 i civili morti e altri 363 rimasti feriti a seguito del conflitto armato.
A Tripoli aumentano gli sfollati. È in costante aumento il numero degli sfollati a Tripoli, che hanno bisogno di assistenza umanitaria sul terreno. Nonostante la crisi, il paese continua ad attirare manodopera straniera: si stima che 655.000 rifugiati e migranti siano in Libia anche per motivi di lavoro, inclusi 43.000 rifugiati e richiedenti asilo registrati dall'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Tuttavia, le condizioni di sicurezza nel Paese continuano ad esporre a rischi di protezione, violazioni dei diritti umani, sfruttamento e abusi centinaia di migliaia di migranti che rimangono intrappolati nei centri di detenzione".
Diminuiti i migranti in detenzione. Dei 43.000 richiedenti asilo registrati con l'Unhcr in Libia, circa 2000 sono trattenuti arbitrariamente in detenzione. Il numero, sottolinea Jean Paul Cavalieri, è diminuito. Se da una parte le evacuazioni dell'Agenzia continuano ad offrire soluzioni salvavita per i rifugiati più vulnerabili, dall'altra "le autorità del Ministero dell'Interno del Governo libico di Accordo Nazionale (Gna), a causa del conflitto, sono incapaci di assicurare cibo e decidono di aprire le porte dei centri di detenzione", spiega Cavalieri. In altre situazioni i centri di detenzione, infatti, sono stati utilizzati dalle stesse milizie come basi militari; come quello di Tajoura, bombardato lo scorso luglio. Il centro di detenzione è vicino a un deposito di rifornimenti militari per la milizia che sostiene il Governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite.
Le sfide sul terreno sono enormi. A seguito dei continui combattimenti e del conflitto in corso in tutto il Paese, con oltre 217.000 persone sfollate, l'Agenzia delle Nazioni Unite non ha accesso a tutte le persone bisognose di assistenza umanitaria in Libia. "E molto difficile raggiungere le persone nel sud della Libia, dove ci sono moltissimi sfollati, oppure nella zona di Bengasi", continua Paul Cavalieri. La scorsa estate a Bengasi, tre funzionari delle Nazioni Unite e altre due persone erano stati uccisi in un attentato nella capitale della Libia orientale. "La presenza è molto limitata sul terreno e il personale insufficiente per gestire le sfide", aggiunge Cavalieri. A causa del conflitto c'è stata una drastica riduzione dello staff dell'Unhcr nel Paese, con solo 7 operatori internazionali che lavorano per l'Agenzia delle Nazioni Unite.
Milizie e debole struttura statale libica. Gli equilibri di potere e le alleanze hanno una geometria variabile in una Libia costantemente alla ricerca della stabilità e di un delicato processo politico, animato da simmetrie tribali che frammentano i confini dello stato libico. La rivalità locali, regionali e nazioni che esistono anche all'interno del governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, intricano le relazioni dell'Agenzia delle Nazioni Unite; "non è sempre chiaro capire qual è la catena di potere e di comando", spiega Jean Paul Cavalieri, capo della missione in Libia dello United Nations High commissioner for Refugees (Unhcr).
Esistono infatti diversi interlocutori all'interno del ministero degli interni e una struttura verticale, ma anche una orizzontale; "se parliamo con il ministro dell'Interno libico, e poi con il suo vice, con quest'ultimo comincia un nuovo negoziato. I funzionari sono fedeli ai loro superiori, ma anche alle tribù da cui provengono", continua il capo della missione in Libia per l'Unhcr, e spiega alla commissione Esteri "le milizie sono, di fatto, i nostri interlocutori, ma anche i rappresentanti ufficiali designati del ministero dell'Interno".
Italia rimane in prima linea su evacuazioni. Dal settembre 2017 sono state oltre 4.000 le persone evacuate dalla Libia, di cui circa 3000 in Niger nel quadro del meccanismo di transito d'emergenza dell'Unhcr finanziato dall'UE. Nel 2019 sono state evacuate 2.500 persone, con il Massimo il supporto ricevuto dall'ambasciata italiana a Tripoli, e oltre 800 evacuazioni dirette in Italia. Rimane però allarmante la situazione dei rifugiati nelle zone urbane, con persone che pagano per accedere ai centri di detenzione nella speranza che l'Unhcr possa identificarli e ricollocarli in altri Paesi. Centinaia di migliaia di persone lottano per la loro sopravvivenza quotidiana, incluso lo staff dell'organizzazione "che si deve spostare ogni giorno attraversando dei checkpoint dove gli viene anche puntata una pistola alla tempia, spiega il capo dell'Unhcr in Libia, e conclude, "ci sono anche molti esempi di matrimoni precoci o di lavoro minorile".
Guardia costiera libica e sbarchi in Libia. Alla Commissione della Camera italiana, il rappresentante dell'Unhcr in Libia sottolinea come il 30-35% dei migranti intercettati in mare sia abbandonato "al loro destino" a terra, poiché "il conflitto ha interrotto il collegamento che esisteva tra la Guardia costiera libica e il ministero dell'Interno", dichiara Cavalieri. I richiedenti asilo che vivono fuori dai centri di detenzione, ovvero la maggioranza, cercano il supporto dell'organizzazione, ma non sempre il Centro comunitario diurno (Community Day Centre/Cdc) dell'Unhcr attivo a Gurji, nel distretto di Tripoli, riesce a fornire assistenza umanitaria per rifugiati e richiedenti asilo. Il pacchetto di assistenza monetaria urbana dell'Unhcr in Libia ha raggiunto soltanto il 5% della popolazione, sottolinea il rappresentante dell'Unhcr e "cercheremo di aumentare il programma nel 2020".
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 10 gennaio 2020
Via libera alla cannabis light, M5S ci riprova. Il Movimento 5Stelle prima di Natale lo aveva annunciato: "Abbiamo perso una battaglia ma non la guerra". Ed ecco che le norme cassate dalla presidente del Senato Casellati durante l'approvazione della legge di bilancio a palazzo Madama, potrebbero rientrare a Montecitorio.
La proposta prevede l'uso "in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizzata ai fini industriali, commerciali ed energetici" di cannabis in cui il contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc) sia inferiore allo 0,5 per cento. Tremila aziende, tra produttori e distributori di cannabis light, sono rimaste in un limbo normativo dopo la sentenza della Cassazione di luglio che ha vietato la vendita di resine, olio e infiorescenze. L'idea grillina è ripresentare la stessa proposta come emendamento al Mille Proroghe che dovrà essere convertito in legge. Il dl, licenziato dal Cdm lo scorso 21 dicembre, è stato assegnato in sede referente alle commissioni Giustizia e Bilancio di Montecitorio. E i pentastellati sono pronti ad indossare di nuovo l'elmetto. Soprattutto ora che le sezioni unite penali della Cassazione si sono pronunciate con una sentenza storica a favore della auto coltivazione della marijuana. Anzi, la tentazione del Movimento è proprio quella di fare un riferimento esplicito alla pronuncia arrivata a fine anno per regolamentarla a livello legislativo. Stabilendo per esempio quante piantine possono essere coltivate e come poter rispettare i paletti posti anche dalla Corte Costituzionale.
"Non si può lasciare ogni cosa allo stato brado e far sì che sia la giurisprudenza a dettare la linea", osservano fonti pentastellate. Di qui la volontà di agire appunto nelle prossime ore con un emendamento di partito, su cui poi cercare i voti di una maggioranza trasversale attenta alle ragioni del mercato della cannabis light, che non sono necessariamente - spiegano i promotori pentastellati - coincidenti con il fronte antiproibizionista. Basti pensare che il giro d'affari è stato stimato in 150 milioni di euro nel 2018, e che per il 2021 il giro di affari previsto su scala europea è di 36 miliardi di euro, visto il crescente interesse da parte di vari settori tra cui farmaceutica, cosmesi, alimentare, packaging, edilizia e design.
La Casellati in Senato aveva invitato Pd, M5s, Iv e Leu a presentare una proposta parlamentare. In effetti c'è il testo del senatore Mantero che non è stato ancora calendarizzato. È il piano' B per la maggioranza ma il Movimento conta sull'appoggio del presidente della Camera, Fico. Fonti M5S riferiscono che si sta attendendo la relazione del ministero della Sanità e quella del dicastero dell'Interno. Ci sono delle resistenze ma - sottolineano le stesse fonti - c'è l'ok del ministero dell'Economia e "al Senato l'accordo nella maggioranza era totale".
"È una corsa contro il tempo. Marzo e aprile sono i mesi in cui si semina, altrimenti si perdono i raccolti e si mandano sul lastrico 12 mila famiglie", osserva il senatore Mantero che insieme alla dem Cirinnà aveva firmato l'emendamento dichiarato inammissibile in Senato. "È assurdo - continua Mantero - che in Italia si stia parlando ancora di canapa industriale mentre nel resto del mondo legalizzano la marijuana. Chi parla di droga dimostra grande ignoranza sul tema". "È arrivato il momento di accelerare. Non ci diamo per vinti", sottolinea anche la dem Cirinnà.
La Repubblica, 10 gennaio 2020
Si sfrutta il lavoro lasciando che le persone vivano in condizioni sconcertanti. Ieri come oggi, le istituzioni locali sono spesso commissariate per infiltrazioni mafiose, incapaci di coraggio lungimirante.
Sono passati dieci anni da quando Rosarno, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro, fino ad allora conosciuto solo per gli agrumeti e per la presenza capillare della ndrangheta, è divenuto noto per la cosiddetta "Rivolta di Rosarno" (Leggi anche il reportage dalla tendopoli-lager dei migranti del 13 dicembre 2008).
Solo allora l'opinione pubblica scoprì che ogni anno, nei mesi di picco della raccolta agrumicola, oltre 2000 migranti raggiungono le campagne della Piana per lavorare come braccianti in condizioni di gravissimo sfruttamento, costretti a vivere in edifici abbandonati, casolari diroccati o baraccopoli improvvisate in condizioni drammatiche e umilianti.
Ancora condizioni di vita sconcertanti. Quell'anno erano circa 1.500 i lavoratori stranieri, per lo più giovani uomini provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana occidentale e regolarmente soggiornanti, presenti nella Piana. Oggi, a dieci anni di distanza, il numero resta pressoché invariato - dopo aver raggiunto picchi di oltre 3.000 presenze negli anni passati - e altrettanto sconcertanti restano le condizioni di vita e di lavoro.
E d'altra parte, ieri come oggi, le istituzioni locali - spesso commissariate per infiltrazioni mafiose - e quelle nazionali appaiono incapaci di qualsivoglia pianificazione politica efficace, coraggiosa e lungimirante, limitandosi invece a riproporre il circolo vizioso sgombero-tendopoli-baraccopoli, che da dieci anni lascia invariate le piaghe dello sfruttamento lavorativo, del degrado abitativo e dell'abbandono dei territori.
Sovraffollamento e degrado. Se infatti nel 2010 i lavoratori impiegati nella raccolta trovavano rifugio in una ex fabbrica in disuso - una delle tante costruite con i finanziamenti della legge 488 del '92 e poi abbandonate - e in un'altra struttura abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, oltre che nei numerosi casolari diroccati sparsi nelle campagne dei Comuni limitrofi, in assenza di qualsivoglia servizio di base, oggi il sovraffollamento, l'assenza di servizi e l'estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie restano invariati per le oltre mille persone che popolano i casali abbandonati. Poco è cambiato anche per le oltre 400 persone che affollano l'ennesima tendopoli ministeriale - sorta in seguito allo sgombero della baraccopoli abitata da circa 2500 migranti avvenuto a marzo 2019 - e che versa in condizioni di sovraffollamento e degrado. La carenza di soluzioni abitative adeguate rende i lavoratori sempre più invisibili, poiché costretti a disperdersi in abitazioni di fortuna nelle campagne, e sempre più esposti allo sfruttamento e al caporalato.
La clinica mobile di Medu - Dal 2014 Medu (Medici per i Diritti Umani) opera nella Piana con una clinica mobile, per garantire la tutela della salute e dei diritti fondamentali e l'accesso alle cure e ai servizi socio-sanitari da parte della popolazione degli insediamenti precari del territorio. Da dicembre 2019 la clinica mobile è di nuovo attiva nella Piana di Gioia Tauro e fornisce assistenza sanitaria e socio-legale alla popolazione degli insediamenti precari, in particolare presso la tendopoli ufficiale sita nella zona industriale di San Ferdinando, il campo container di contrada Testa dell'Acqua e i casolari abbandonati nelle campagne di Drosi e Rizziconi. Nel 2014 il lavoro nero e il caporalato erano fenomeni pervasivi, rappresentando di fatto la normale modalità di organizzazione del lavoro: l'83% dei lavoratori visitati da Medu, nella quasi totalità dei casi regolarmente soggiornanti, non aveva un contratto e solo il 5% dei lavoratori non ricorreva ad un caporale.
Solo 1/3 riceve la busta paga. La paga giornaliera si attestava tra i 20 e i 25 euro per 8-9 ore di lavoro. Negli anni successivi, l'aumento dei controlli da parte dell'Ispettorato del lavoro ha determinato un aumento dei contratti, ma nella stagione agrumicola del 2019 i dati raccolti dal team della clinica mobile rivelano che nella maggior parte dei casi il "lavoro grigio", caratterizzato da gravi irregolarità salariali e contributive e da violazioni delle norme sulle condizioni di lavoro, ha preso il posto del lavoro nero. Anche in presenza di un contratto di lavoro - il 60% dei 438 lavoratori visitati era in possesso di un contratto di breve durata - permane infatti una condizione di sfruttamento diffusa su larga scala, con una retribuzione che resta intorno ai 25-30 euro giornalieri e in assenza di tutele e diritti. Lo stesso dato si riscontra tra i pazienti visitati da Medu nel mese di dicembre 2019: su 74 pazienti, di cui l'83% regolarmente soggiornanti, solo il 35% aveva un contratto di lavoro, ma solo un terzo di questi ha dichiarato di ricevere una busta paga. Molto spesso, una parte della retribuzione viene corrisposta in nero dal datore di lavoro, il quale dichiara in busta paga meno giornate di quelle effettivamente svolte dal bracciante.
Le patologie più frequenti. Come nel 2014, le patologie riscontrate nella giovane popolazione degli insediamenti precari - principalmente infiammazioni delle vie respiratorie, patologie osteoarticolari e patologie dell'apparato digerente - sono attribuibili nella maggior parte dei casi alle pessime condizioni di vita e di lavoro. L'accesso alle cure d'altra parte era allora ed è ancora oggi ostacolato da numerosi fattori, tra i quali l'isolamento dei luoghi di vita in assenza di trasporti pubblici, la mancanza di informazioni sul diritto alla salute e le modalità di accesso ai servizi, le gravissime carenze strutturali dei servizi di salute pubblica locali, l'impossibilità di effettuare l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale in assenza di una residenza riconosciuta.
È di fatto un'altra emergenza umanitaria. Quella dei braccianti e dei ghetti sembra ancora oggi un'emergenza umanitaria, nonostante si ripeta vergognosamente ogni anno. In presenza di una filiera produttiva iniqua e di adeguate politiche di settore, il comparto agrumicolo continua a richiedere ogni anno braccianti a basso costo e senza diritti per poter sopravvivere. I migranti rappresentano la manodopera ideale, ancor più negli ultimi anni, in virtù delle recenti politiche che hanno determinato una crescente precarietà giuridica, sociale e lavorativa dei migranti e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria, che costituiscono la quasi totalità della popolazione dei ghetti.
Gli odiosi episodi di violenze e aggressioni. Una terra ingiusta, è stata definita da Medu quella della Piana di Gioia Tauro, ma anche una terra bruciata, dove troppe persone hanno trovato la morte in evitabili incendi di baracche o in odiosi episodi di violenza criminale. Quattro sono state le persone morte carbonizzate in poco più di un anno, tra il 2018 e il 2019: Moussa Bà, nella baraccopoli, Sylla Naumè, nella tendopoli ministeriale e poi ancora Becky Moses e Suruwa Jaiteh. A queste si aggiungono Soumalia Sacko, ucciso da colpi di arma da fuoco di un civile mentre cercava delle lamiere per costruire una baracca e Sekine Traore, ucciso da un carabiniere durante un intervento delle forze dell'ordine presso la tendopoli.
Gli arresti recenti. È di ieri la notizia di diversi arresti, frutto di un'inchiesta della procura di Palmi nata dalla denuncia di un bracciante agricolo sfruttato, che ha portato all'arresto di una rete di caporali responsabili, d'accordo con aziende agricole della Piana, di intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento lavorativo. A dieci anni dalla rivolta di Rosarno e dopo i numerosi protocolli istituzionali rimasti lettera morta, appare quanto mai urgente, necessaria e indifferibile una condanna decisa della piaga dello sfruttamento lavorativo e un impegno concreto e coordinato da parte della politica e di tutte le istituzioni competenti nella direzione del suo superamento e dell'affermazione dei diritti fondamentali - in particolare i diritti sul lavoro -, della legalità, della solidarietà sociale e dello sviluppo del territorio.
Le richieste di Medu:
- l'introduzione di efficaci meccanismi di incontro legale tra la domanda e l'offerta di lavoro e il potenziamento di quelli esistenti;
- l'adozione di un piano graduale e strutturato di inclusione socio-abitativa dei lavoratori agricoli nei Comuni in via di spopolamento della Piana, anche attraverso pratiche di intermediazione abitativa già dimostratesi efficaci nel territorio della Piana e in altri territori;
- il riconoscimento della residenza presso gli insediamenti informali, condizione imprescindibile per consentire l'accesso ai diritti fondamentali; la sensibilizzazione e il sostegno alle aziende che rispettino i diritti dei lavoratori:
- l'attivazione di politiche che favoriscano la regolarità del soggiorno dei migranti (quali il ripristino dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, la possibilità di conversione in permesso di lavoro per tutte le tipologie di protezione, la regolarizzazione del sommerso, etc.), requisito indispensabile per poter accedere ad un lavoro con diritti e dignità.
di Francesco Bei
La Stampa, 10 gennaio 2020
Una rissa furibonda ha opposto ieri maggioranza e opposizione intorno alla data in cui il Senato dovrà "processare" Matteo Salvini. Con M5S, Pd e gli altri alleati compatti nel chiedere che la giunta per le autorizzazioni si esprima solo "dopo" il voto in Emilia-Romagna e il centrodestra a spingere per una pronuncia il 20 gennaio.
Il non detto, la vera materia del contendere, è lampante sotto il sole: le forze di maggioranza temono che il leader della Lega sfrutti gli ultimi giorni di campagna elettorale giocando a "fare la vittima" di un sistema che vuole processarlo per aver difeso i confini d'Italia dalle orde dei migranti.
La questione immigrazione, scomparsa dai radar per mancanza di materia prima (pochi sbarchi e nessuno più a soffiare sul fuoco della paura), tornerebbe prepotentemente sulla scena e non è un mistero chi se ne gioverebbe di più. Raccontano che sia stato il governatore Stefano Bonaccini in persona a supplicare Zingaretti di soprassedere ancora un po' e, dal suo punto di vista, la cautela sarebbe anche comprensibile.
Ma il problema più grande esula dall'eventuale processo a Salvini e riguarda cosa pensa di fare il governo sull'immigrazione. In altre parole, aldilà della generale volontà di non concedere un rigore a porta vuota al capo leghista, la domanda vera è questa: c'è una politica sui migranti condivisa tra Pd, Cinque stelle, Leu e Italia Viva?
Perché, se alziamo la testa dalla cronaca del giorno, restano sul tavolo intatte due gigantesche questioni. Cosa pensa di fare il governo sui due decreti-bandiera di Salvini? E sullo ius culturae? La risposta a queste domande non c'è. O meglio, non si va oltre un pissi-pissi sottovoce, con i leader della maggioranza che si aggrappano alla famosa lettera del capo dello Stato come gli ubriachi al lampione.
Ma ricordiamoci che lo scorso agosto Mattarella firmò il decreto sicurezza bis puntando il dito contro due "rilevanti criticità" (le multe abnormi a chi presta soccorso in mare e le sanzioni per l'oltraggio ai pubblici ufficiali) ma non disse nulla sul resto. Né era compito del Quirinale entrare nel merito politico dei provvedimenti securitari. E tuttavia quella assestata da Salvini fu una spallata mortale a tutto il sistema di accoglienza e integrazione italiano.
Con i voti, oltretutto, dei Cinque Stelle. Il risultato sono le decine di migliaia di ragazzi che, usciti dai circuiti legali, impossibilitati a lavorare, sono ripiombati senza speranza sui nostri marciapiedi, quando va bene a chiedere l'elemosina.
Su questo la ministra Lamorgese e il presidente Conte pensano di intervenire? È questa la vera emergenza politica, non le piccole furbizie sulla data del voto nella giunta del Senato. Il Pd, tra un conclave e l'altro, deve trovare il tempo di discutere di quale politica intende perseguire sull'immigrazione. E deve anche decidere se intende anche su questo tema cedere l'egemonia culturale a un M5S peraltro sempre più in difficoltà.
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