di Frank Cimini
Il Riformista, 9 gennaio 2020
È persino inevitabile. Puntualmente ogni tot di tempo emerge il disastro che è stato fatto non arrivando a una soluzione politica per i cosiddetti "anni di piombo". Ci troviamo di nuovo in uno di questi momenti perché nei mesi scorsi, sollecitato dalle autorità francesi a loro volta un po' stufe delle insistenze italiane, il nostro Parlamento aveva ratificato la convenzione di Dublino 1996: in materia di estradizioni non prevale più la legge del Paese che riceve la richiesta ma quella dello Stato che presenta la richiesta.
Quindi non conta più che i fatti di 40 anni fa per la Francia sono prescritti. In Italia non lo sono ancora e quindi 14 persone che a Parigi e dintorni si erano rifatte una vita rischiano adesso fortemente di essere imbarcate su un aereo e arrivare a Fiumicino per finire magari immortalati dagli iPhone di qualche ministro della Repubblica, come era accaduto a Cesare Battisti.
E la "nuova" fase era iniziata proprio con la consegna dalla Bolivia all'Italia, in violazione di regole e trattati internazionali, dell'ex militante dei Pac. Perché il presidente Mattarella, quello che insieme al suo predecessore Napolitano non si era fatto scrupolo di graziare quattro agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture ai danni di Abu Omar, prometteva: "E adesso gli altri". Così le autorità nostrane tornavano alla carica con i cugini di oltralpe.
Riunioni e incontri a livello di servizi segreti e di polizia fino all'esplicito "consiglio" francese: ratificate Dublino 1996 e la risolviamo finalmente. I grandi giornali si accorgevano in ritardo della novità giuridica e con determinazione andavano all'attacco. Ora è il turno di Repubblica, un quotidiano che è sempre stato tra i più ostili a una soluzione politica dal momento che fu tra i tifosi più accaniti dello stato di eccezione praticato senza dichiararlo formalmente.
Repubblica ha avviato una vera e propria campagna affinché questi settantenni, alcuni dei quali vicini agli ottanta, tornino "a saldare i loro conti" con la giustizia dell'emergenza. Della madre di tutte le emergenze. Iniziò allora la fine dello stato di diritto proseguita poi con i professionisti dell'antimafia di sciasciana memoria e la farsa di Mani pulite. Una soluzione politica per quei fatti che ora tornano di moda appare purtroppo sempre più lontana, molto di più di quando poteva essere trovata. Il clima politico non è favorevole. Anzi. Ma che giustizia è mettere in galera, tanto per fare, un nome Giorgio Pietrostefani a quasi 50 anni dal delitto Calabresi per il quale è stato condannato? È la vendetta di una politica che non ha mai voluto fare i conti con il passato per evitare che emergessero anche le sue responsabilità e quelle dello Stato davanti a una sovversione interna la cui risoluzione fu interamente delegata alla magistratura.
Furono approvate leggi premiali imposte dalle toghe che fanno danni ancora oggi e che sono paradossalmente servite ai magistrati per aumentare il loro potere di casta nei confronti della politica. Ma il sistema paese sembra pronto a celebrare il ritorno in Italia e l'ingresso nelle celle di 14 anziani alcuni malandati di salute come una vittoria della democrazia.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 8 gennaio 2020 n. 220. Non scatta il plagio della banca dati a carico di chi utilizza indirizzi email senza avere la consapevolezza della loro illecita provenienza. Va provato dunque l'elemento psicologico del comportamento che costituisce reato ai sensi della legge sul diritto di autore in particolare per aver posto in essere la condotta penalmente rilevante descritta dall'articolo 171-bis della legge 633/1941, cioè l'uso di un data base senza l'assenso del suo autore. La Corte di cassazione con la sentenza n. 220 di ieri affronta un caso di cronaca che riguardava una nota società vittima del trafugamento di dati relativi a decine di milioni di utenti cui indirizzava comunicazioni elettroniche commerciali e servizi personalizzati. Un'attività di cosiddetto direct email marketing, cioè l'invio online di messaggi pubblicitari effettuato verso una lista preselezionata di utenti.
La vicenda - In pochi mesi, alcuni dipendenti della società, che aveva ovviamente un diritto di esclusiva sul proprio data base ritenuto "trafugato", avevano dato vita a una nuova società operante nello stesso settore di mercato e che con un esiguo capitale subito annoverava nella propria banca dati un numero considerevole di indirizzi di posta elettronica praticamente al pari dell'azienda da cui provenivano.
L'elemento psicologico - Nel caso affrontato dalla sentenza si esclude la responsabilità per il reato di abusivo utilizzo della banca dati in violazione del diritto di autore, di una ex dipendente che risulta sicuramente coinvolta nella creazione dell'azienda concorrente e che aveva insistito affinché l'amministratore di sistema della vecchia società accettasse di dimettersi per essere assunto da parte del nuovo soggetto. L'ex dipendente ed ex amministratore di sistema in effetti era stato imputato in base all'articolo 615 -ter del Codice penale per l'accesso abusivo al data base dell'azienda di provenienza, ma ciò non vale a dimostrare che chi lo aveva spinto al passaggio fosse cosciente del trafugamento.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 gennaio 2019 n. 235. La misura cautelare personale degli arresti domiciliari sussiste solo in presenza di un pericolo concreto e attuale. La vicenda. La Cassazione - con sentenza n. 235/2020 - ha precisato che il responsabile del distretto meridionale di Eni spa, avesse per diversi anni concorso all'inquinamento da idrocarburi del centro Olio Val d'Agri e per questo condannato.
L'imputato, però, ha presentato ricorso facendo presente che al momento era stato trasferito in Turkmenistan e che, quindi, non potesse rappresentare un pericolo attuale per attuare la misura cautelare. In particolare la Cassazione ha evidenziato come gli arresti non potessero certamente esser inflitti in considerazione della possibilità che in futuro al ricorrente potessero essere affidati incarichi sul territorio nazionale, analoghi a quelli nell'esercizio dei quali è stata realizzata la condotta contestata.
Una motivazione errata. A tal proposito i Supremi giudici hanno puntualizzato che si trattava chiaramente di motivazione del tutto congetturale, fondata su un'ipotesi di cui non sono indicate le ragioni per le quali l'assegnazione dell'imputato ad altro incarico in altra società del gruppo Eni, operante nel Turkmenistan, consentisse di ritenere attuale il pericolo di reiterazione di condotte analoghe, che presupponessero poteri gestionali in imprese operanti e nel medesimo settore.
altarimini.it, 9 gennaio 2020
è allarme nelle carceri regionali. La casa circondariale "Casetti" di Rimini si piazza a livello regionale fra i migliori istituti penitenziari per presenza di educatori e tasso di sovraffollamento, ma la situazione emiliano-romagnola preoccupa ovunque e ha suscitato l'attenzione della Conferenza regionale volontariato e giustizia presieduta da Paola Cigarini, che nell'ultimo incontro di metà dicembre ha fatto il punto con i rappresentanti di alcune delle associazioni che operano nelle carceri regionali.
Sovraffollamento, pochi educatori, sempre più casi di autolesionismo e disagio psichico, assistenza medica o psichiatrica depotenziata, alternanza o assenza di direttori e comandanti di polizia penitenziaria sono fra i problemi rilevati più urgenti, talvolta alternati talvolta compresenti nello stesso carcere.
Stando ai dati pubblicati nel sito dell'associazione Antigone, Ravenna è l'istituto messo peggio con 88 persone detenute invece che 49 e quindi un tasso di sovraffollamento del 179,6 per cento, seguito da Bologna con 870 detenuti invece di 500 (174 per cento), Ferrara con 364 detenuti invece che 244 (149 per cento), Modena con 544 detenuti invece di 369 (147,4 per cento), Reggio Emilia con 435 detenuti invece di 297 (146,5 per cento), Parma con 638 invece di 456 (139,9 per cento), Piacenza con 510 detenuti invece di 395 (129,1 per cento), Rimini con 151 detenuti invece di 118 (128 per cento) Forlì con 169 detenuti invece di 144 (117,4 per cento). L'unico carcere che ha un rapporto inverso è Castelfranco Emilia con 87 reclusi su 221 posti disponibili è un'occupazione della struttura del 39 per cento.
Allarmanti anche i dati sulla presenza in istituto degli educatori, figura fondamentale per l'applicazione dell'articolo 27 della Costituzione che recita "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Rimini sarebbe l'unico carcere in regione con un numero di educatori pari a quanto previsto dall'ordinamento penitenziario, ovvero almeno uno ogni cento detenuti: ce ne sarebbero 5 a garantire il percorso di ricostruzione sociale della persona reclusa.
Ma il caso più preoccupante che viene denunciato dalla Crvg è quello di Bologna, dove su 12 educatori previsti in pianta organica alla Dozza ne sono presenti soltanto 5. All'ultima riunione della Crvg hanno preso parte rappresentanti del volontariato operativo nelle carceri di Bologna, Parma, Piacenza, Modena, Rimini e Reggio Emilia: i presenti hanno deciso di lanciare l'allarme sull'attuale sistema dell'esecuzione della pena nella regione Emilia-Romagna, invocando risposte di tipo politico, economico e amministrativo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 gennaio 2020
Varie sigle della polizia penitenziaria hanno indetto una protesta davanti al San Martino, l'ospedale di Oristano, per denunciare la mancanza di camere adeguate per i detenuti malati. Una quarantina sono stati i rappresentanti sindacali che hanno deciso di aderire alla manifestazione, andata in scena sotto il palazzo della direzione della Assl di Oristano, in via Carducci.
I sindacalisti hanno denunciato la grave situazione che vivono i degenti e gli stessi operatori, costretti a scortare e piantonare i detenuti, molti dei quali reclusi nelle sezioni di alta sicurezza, nei reparti del San Martino. I sindacati hanno ricordato che esiste un finanziamento già dal 2016 per la ristrutturazione del presidio ospedaliero e nel quale era previsto anche la realizzazione delle camere di sicurezza.
Una delegazione di sindacalisti, accompagnati dai consiglieri regionali Annalisa Mele e Emanuele C'era, ha poi incontrato il direttore della Assl di Oristano, Mariano Meloni. Il manager della Assl ha spiegato, durante l'incontro con le organizzazioni sindacali, di aver individuato, nel reparto di Ortopedia del San Martino, i locali idonei dove realizzare le camere di sicurezza. Locali attualmente occupati dai pazienti talassemici.
"Stiamo lavorando per individuare una rapida soluzione - ha detto Mariano Meloni per risolvere entrambi i problemi". Il problema, che riguarda tutta la regione Sardegna, era stato messo in evidenza anche dall'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà. Infatti, oltre al discorso oggettivo dell'elevato numero dei detenuti in alta sicurezza e la carenza di figure apicali, con il risultato di avere sedi vacanti e quindi con i direttori costretti a dividersi tra più strutture, c'è la mancanza di strutture ospedaliere adatte. Con l'aggiunta che le camerette degli ospedali non sono idonee.
In maniera particolare, come si legge nel rapporto del Garante riguardante la Sardegna, non è disponibile il Servizio di assistenza intensiva (Sai) per coloro che sono detenuti in regime di Alta sicurezza o in articolo 41 bis che possa essere utilizzato a tutela della loro salute.
Infatti, il Sai dell'Istituto di Sassari - strutturato originariamente per coloro per i quali era disposta una detenzione secondo tali regimi - è stato trasformato in un Centro di osservazione psichiatrica e l'unico altro Sai della Regione, che si trova nell'Istituto di Cagliari-Uta, è esclusivamente per coloro che sono detenuti in regime di normale sicurezza.
Il Garante nazionale ha quindi raccomandato al Provveditorato regionale di provvedere con urgenza ad attivare un Sai in grado di rispondere alle esigenze di tutela della salute di tutte le persone detenute nella Regione, compresi coloro che sono in regime di alta sicurezza o in 41 Bis, attraverso la stipula di un protocollo con l'Azienda per la tutela della salute (Ats) della Regione. Chiede di essere tempestivamente informato sia dell'avvio di tale interlocuzione con le autorità sanitarie sia delle conseguenti scadenze concordate per la risoluzione del problema.
Trattandosi di un prerequisito per l'effettiva tutela del diritto alla salute - che l'articolo 32 della Costituzione qualifica come "fondamentale" - il Garante nazionale ha segnalato l'assoluta urgenza di dare seguito alla precedente raccomandazione, riservandosi di percorrere tutte le vie previste dall'ordinamento nazionale e dalle Convenzioni internazionali, qualora non si provveda. Almeno quanto risulta dal sito ufficiale del Garante nazionale, sul punto non ha ancora ricevuto risposta da parte della autorità competenti.
di Gaetano D'Amico
Il Sicilia, 9 gennaio 2020
Il Comitato esistono i diritti ha consegnato stamattina una lettera ai capogruppo in consiglio comunale affinché con urgenza il regolamento che prevede la figura del garante comunale sia il dibattuto dall'aula di palazzo delle Aquile emendato e votato. Lo scorso primo gennaio si era svolta la manifestazione davanti al carcere dell'Ucciardone in nome di Papa Francesco e Marco Pannella.
"Il 19 dicembre scorso - affermano gli esponenti del Comitato, Gaetano D'Amico, Alberto Mangano, Carla Cordaro - abbiamo fatto avere al Presidente del Consiglio Comunale una lettera con la quale abbiamo chiesto che si completi il percorso e il lavoro della VII Commissione consiliare, presieduta dal Consigliere Arcoleo, approvando il regolamento che istituisce la figura del Garante comunale dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale.
Il comitato sottolinea che "la situazione delle nostre carceri è disastrosa e sempre più frequenti sono le notizie di gravi violazioni di diritti nei confronti di detenuti, soprattutto per gli aspetti relativi alle condizioni di cura delle malattie e allo stato di salute in generale. - ed accentuano con positività che - Consapevoli che i diritti umani non sono trattabili e non possono che essere patrimonio di tutte le forze politiche democratiche e quindi fuori da logiche di maggioranze o di opposizione, siamo fiduciosi che questo Consiglio comunale unanime adotterà questo provvedimento. Ci contiamo e auspichiamo che questo atto si compia con la necessaria urgenza che la situazione reale richiede".
aostaoggi.it, 9 gennaio 2020
"Auspico, insieme a voi, che nascano e si sviluppino attività formative e lavorative, utili per vivere nel modo migliore il periodo di detenzione e con la finalità di assicurarvi un futuro degno e confacente alle vostre attitudini". Lo afferma il garante dei detenuti della Valle d'Aosta, Enrico Formento Dojot, in un messaggio di auguri di inizio anno rivolto ai detenuti della casa circondariale di Brissogne.
"Ogni inizio di nuovo anno porta con sé, necessariamente, aspettative e sentimenti contrastanti. Da una parte, l'incertezza per un futuro sempre meno delineato. Dall'altra, l'attesa di ciò che di positivo ci sarà. Sono le classiche due facce della stessa medaglia", scrive nel messaggio Formento Dojot.
Il Garante ricorda le carenze nella "capacità della Casa circondariale di Brissogne di operare per la creazione di lavoro, interno ed esterno", un aspetto del percorso di riabilitazione considerato "imprescindibile" al pari della "volontà di apprendere e trasformare la detenzione in qualcosa di effettivamente fruttuoso".
Nel 2020 "per alcuni di voi sicuramente si spalancheranno finalmente le porte verso la vita libera, per altri si prospetterà, ancora, la permanenza in carcere. Situazione, quest'ultima, che può indurre malinconia, se non sconforto. Ma è proprio durante il duro periodo di restrizione - aggiunge il garante - che si pongono le basi per il futuro reinserimento nella società, attraverso l'acquisizione di conoscenze che possono dare uno sbocco una volta usciti dall'Istituto".
di Roberto Russo
Corriere del Mezzogiorno, 9 gennaio 2020
Progetto innovativo dopo l'intesa con il Provveditorato e il garante. Quindici detenuti provenienti da Poggioreale e Scampia lavoreranno in Procura a Napoli nell'ambito di un programma di reinserimento. L'iniziativa voluta dal procuratore Giovanni Melillo. Quindici detenuti napoletani, attualmente richiusi tra Poggioreale e Scampia, lavoreranno per un anno negli uffici della Procura di Napoli, nell'ambito di un progetto per il reinserimento e la rieducazione dei condannati in applicazione dell'articolo 27 della Costituzione. A volere fortemente l'esperimento è stato il procuratore Giovanni Melillo in persona.
Originalità - Napoli quindi sarà la prima Procura di una grande città italiana (la prima in assoluto è stata Lecce) a utilizzare nei suoi uffici alcuni reclusi. Già firmato, il 13 dicembre scorso, un protocollo tra Procura, provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziari (Antonio Fullone) e garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. Come anticipato dal sito "Fanpage" l'intesa preoccupa il sindacato Confsal Unsa, perché il suo segretario Mario De Rosa ritiene che "nonostante i nobili fini e la piena legittimità del protocollo, si impiegheranno detenuti in un settore molto delicato".
I paletti - In realtà l'accordo prevede maglie molto strette nell'individuazione dei quindici detenuti ai quali verrà concesso il beneficio di poter lavorare per dodici mesi in ambiente giudiziario. Sarà infatti loro affidata la movimentazione dei fascicoli interna all'ufficio, il tutto avverrà ovviamente dopo che il magistrato di sorveglianza avrà concluso l'istruttoria per poter concedere i permessi lavorativi e dopo che il Provveditorato campano avrà individuato i detenuti ritenuti maggiormente idonei per questo tipo di attività. Va detto che il progetto deve ancora ottenere la relativa copertura economica e perciò si sta lavorando per raggiungere l'obiettivo che non è certo semplice.
La strategia - L'azione di recupero sociale che si vuole operare con l'assunzione temporanea dei detenuti è coerente con le convinzioni dell'attuale procuratore di Napoli. Melillo non è solo un magistrato esperto di camorra, ma è anche da anni docente universitario di procedura penale e appassionato di organizzazione e ammodernamento tecnologico della giustizia. Nel 2015 da capo di gabinetto dell'allora Guardasigilli Andrea Orlando, ha maturato una significativa esperienza anche nel mondo delle carceri e si è potuto rendere conto di persona delle difficili condizioni di vita in molte carceri italiane.
La solidarietà - Del resto la particolare sensibilità del capo della Procura napoletana verso i drammi dei reclusi, è confermata dal suo messaggio di saluto del luglio dell'anno scorso alla giornata per l'emergenza carceri voluta dalle camere penali. In quell'occasione Melillo disse tra l'altro: "Chi non ascolta le voci di chi è in carcere si macchia di gravi responsabilità". Per Melillo la buona condotta richiede attenzione: "In occasione della rivolta a Poggioreale, due magistrati del mio ufficio", aggiunse Melillo, "si sono recati ad ascoltare le ragioni esposte civilmente da due detenuti.
La legalità non si arresta di fronte al cancello di un penitenziario. Chi in Procura lavora sul carcere incontra le Camere penali, il garante nazionale, e costruisce con loro azioni concrete". Dal punto di vista della sicurezza tra gli operatori volontari e gli altri soggetti che si occupano del recupero dei detenuti, vengono respinte tutte le possibili preoccupazioni. "Non saranno certo scelti detenuti a casaccio, ma persone che in carcere stanno compiendo un percorso di riabilitazione e che dovranno possedere precise caratteristiche".
Fronte avanzato - Insomma, l'esperimento napoletano si annuncia avanzatissimo nel suo genere perché se è vero che i detenuti ottengono ordinariamente permessi lavorativi anche in altri enti pubblici (Comuni in primis), ciò non è accaduto in una Procura di una grande città. Napoli potrebbe così costituire il fronte più avanzato di un progetto sociale per molti aspetti unico.
redattoresociale.it, 9 gennaio 2020
Il progetto della cooperativa Rigenerazioni, nato dentro al carcere minorile Malaspina di Palermo, da un anno si è ampliato all'esterno con Casa San Francesco e il bistrot "Al fresco".
cotti in fragranza. Con l'energia che da sempre li ha caratterizzati e grande spirito di servizio, accolgono con gioia il riconoscimento del Gambero Rosso come progetto solidale 2019. E' il gruppo del progetto sociale "Cotti in Fragranza" portato avanti dalla cooperativa Rigenerazioni con il coordinamento di Lucia Lauro e Nadia Lodato.
Il progetto di economia circolare solidale, nato come biscottificio nel 2016 nel carcere minorile Malaspina di Palermo, da poco più di un anno ha aperto, infatti, una sede esterna all'interno del complesso storico di Casa San Francesco specializzandosi anche in prodotti freschi. Oltre, infatti, ai prodotti da forno, dentro Casa San Francesco vengono prodotte delle prelibatezze fresche per il servizio catering e per il bistrot Al Fresco, nel giardino dell'ex convento Casa San Francesco di Ballarò. Il biscotti dolci e salati vengono realizzati in parte dai giovani detenuti dell'Ipm di Palermo e in parte dentro il laboratorio di Casa San Francesco da giovani usciti dal circuito penale e richiedenti asilo. Il gruppo prepara ogni giorno inoltre i pasti per le mense dei tre poli dedicati ai senza dimora. Attualmente dentro il laboratorio lavorano 4 giovani guidati dallo chef Francesco Gambino mentre nel laboratorio dentro l'Ipm ci sono altri tre ragazzi.
"Collaboro con questa realtà da circa 9 mesi - racconta Giovanni di 17 anni, uno dei ragazzi che cucina dentro il laboratorio di Casa San Francesco - e ne sono molto contento. Ho avuto un trascorso un po' difficile e ora vivo in una comunità per minori: questa esperienza mi sta aiutando in tante cose facendomi migliorare sempre di più. Se in passato la mia impulsività mi ha fatto compiere alcuni errori, oggi, invece, grazie al progetto mi sento più autonomo e anche in grado di autogestirmi meglio. Oggi mi sento rigenerato perché con buona volontà e pazienza ho messo, a poco a poco, cuore e passione in un lavoro che mi piace sempre di più. Il riconoscimento del Gambero Rosso ci stimola ancora di più ad impegnarci per costruire il nostro futuro".
"E' un riconoscimento che ci riempie di orgoglio e ci fa iniziare l'anno nuovo col piede migliore - afferma con soddisfazione una delle coordinatrici del progetto, Lucia Lauro - grazie soprattutto alla novità più consistente del 2019: l'apertura del bistrot Al Fresco nel cuore di Ballarò. E' importante sottolineare che abbiamo sempre camminato con le nostre gambe e continueremo a farlo. Solo adesso stiamo proseguendo alla completa ristrutturazione del giardino del bistrot grazie al sostegno della fondazione San Zeno. Vogliamo dedicare questo traguardo al nostro chef Francesco Gambino che per noi è la figura chiave perché, con la sua grande competenza, sensibilità e inarrestabile forza, ci ha guidato facendo migliorare sempre di più la nostra cucina fatta solo da lui e dai ragazzi. Pur facendo la sua professione, tra l'altro, in termini di dedizione ai ragazzi per noi è come se fosse un educatore nato. La sua forte determinazione di adesione al progetto ha permesso, grazie ad un confronto partecipativo costante con noi, di farci crescere molto come azienda dedicata esclusivamente al percorso di vita nuova di questi ragazzi".
"E' un riconoscimento inaspettato che ci riempie di gioia - afferma lo chef Francesco Gambino da poco più di un anno alla guida del laboratorio di Casa San Francesco - perché, solo a piccoli passi abbiamo raggiunto questo titolo prestigioso e significativo. Naturalmente, tutto ciò ci sprona sempre di più a continuare a fare nel migliore dei modi il nostro lavoro. Sicuramente per i ragazzi che seguo è una soddisfazione ancora più bella perché li motiva ad acquisire sempre più competenze nella cucina e nella ristorazione. Tra me e i ragazzi si è creata con il tempo una bella armonia di gruppo in cui ci si aiuta, ci si rispetta ed arricchisce a vicenda nella prospettiva di fare camminare sempre di più questa impresa sociale. I giovani sono diventati amici nel lavoro e anche fuori dal lavoro e questo è anche più bello".
"Avere avuto l'attenzione positiva del Gambero Rosso al nostro progetto - continua Nadia Lodato anche lei responsabile del progetto - ci ha sorpreso ma nello stesso tempo riempito di soddisfazione. In qualche modo viene premiata l'innovazione, l'approccio partecipativo e l'evoluzione rapida che ha avuto il progetto Cotti in Fragranza.
Questo, infatti, pur essendo gestito da una piccola cooperativa, oggi riceve commissioni da tutta Italia e perfino anche dal Belgio. Considerato che la mole di lavoro sta crescendo stiamo pensando anche di ampliare le risorse umane dedicate alla produzione. Non escludiamo, infatti l'inserimento di altri ragazzi e poi da poco al nostro gruppo si è aggiunta una nuova chef pasticcera che è anche educatrice - un'assistente sociale con la passione della pasticceria che ha fatto la scuola di alta formazione nella pasticceria Cappello - che è impegnata dentro la realtà dell'Ipm Malaspina".
chietitoday.it, 9 gennaio 2020
Il progetto della Onlus "Voci di dentro" finanziato dalla Regione Abruzzo prevede una redazione composta da detenuti, giornalisti, studenti, educatori, mediatori e volontari. Sarà presentato oggi, giovedì 9 gennaio, alle ore 15, nella casa circondariale di Chieti il primo numero di In carta libera: il fascicolo di otto pagine inserito all'interno della rivista Voci di dentro.
"Si tratta di un "percorso integrato di in-formazione e giornalismo sociale - spiegano i volontari dell'associazione che dal 2008 opera nelle carceri abruzzesi - attraverso laboratori di scrittura e giornalismo, informatica e webjournalism, grafica editoriale, fotografia e video si vuole fornire opportunità di formazione professionale e sociale a persone in stato di disagio/devianza".
Alla presentazione sarà presente la redazione giornalistica composta da detenuti, giornalisti professionisti, studenti, educatori, mediatori e volontari di Voci di dentro che operano nelle Case circondariali di Chieti e Pescara. Oltre alle persone detenute, collaborano al progetto di Voci di dentro l'ITC Galiani-De Stelich, il Liceo GB Vico, l'Uepe, l'associazione Granello di Senape Padova, le Case Circondariali di Chieti e Pescara.
- Massa Marittima (Gr). "Reati di gola": marmellate e succhi di frutta fatti in carcere
- Ancona. A Montacuto la presentazione del libro "Lettera ad una giovinezza in catene"
- Lecce. La Befana in carcere per i figli dei detenuti
- Roma. Grande successo per "Note in carcere", chiusura a Rebibbia con Cirillo e Zamma
- Napoli. L'attore comico Cicchella dona il sorriso agli ospiti di Poggioreale










