di Giulia Merlo
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
"È offensivo porre il fine rieducativo della pena in contrasto col diritto degli innocenti ad appellare la sentenza". Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica e giudice di sorveglianza a Sassari, dissente criticamente dalle tesi prospettate dal consigliere del Csm, Piercamillo Davigo in particolare su quell'"anche" utilizzato per indicare la funzione rieducativa della pena.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
Differenziare tra condanna e assoluzione in primo grado, anziché risolvere un dubbio rischia di accrescerlo", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. "Differenziare tra condanna e assoluzione in primo grado, anziché risolvere un dubbio di legittimità costituzionale, rischia di accrescerlo, perché introduce un altro tema: la fine non solo della presunzione di innocenza ma anche dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge", spiega il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. Per il quale l'esercizio indefinito nel tempo della potestà punitiva dello Stato è e deve rimanere "impossibile", a garanzia "della posizione del cittadino" ma anche "di un giusto processo".
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
L'idea di eliminare l'istituto solo per chi è condannato bocciata persino dall'ex pm. La cosa buffa dell'ennesimo day after sulla prescrizione è che la sospirata intesa non piace a nessuno. O quasi. Piace di certo a Giuseppe Conte che l'ha proposta, va bene tutto sommato al Pd che non era strafelice di mettersi all'opposizione di Salvini per una questione di principio sulla giustizia. Ma l'idea di ritoccare la riforma Bonafede nel senso di limitarla solo alle sentenze di condanna rischia di diventare problematica persino per il Movimento 5 Stelle.
di Glauco Giostra
Avvenire, 11 gennaio 2020
Legare la ragionevole durata del processo alla gravità del reato non è convincente. Necessario trovare una via di mediazione e affrontare il nodo delle responsabilità. Secondo l'italico costume, anche in tema di prescrizione del reato si è discusso con la stessa disponibilità al dialogo costruttivo che si manifesta tra opposte tifo serie allo stadio: interromperne il corso (come prevede, dopo la sentenza di primo grado, la norma ormai in vigore dal primo gennaio) sarebbe una dannazione secondo alcuni; una panacea, secondo altri.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 11 gennaio 2020
Nessun passo indietro sulla riforma che abolisce la prescrizione, ma al massimo una sua applicazione soltanto nei confronti dei condannati in primo grado; una legge che velocizzi i tempi dei processi; una norma con cui "poter chiedere conto del suo operato al magistrato che sfora i tempi in appello".
Sono queste le controproposte sulla prescrizione e sulla giustizia avanzate dal Guardasigilli Alfonso Bonafede agli alleati di governo (Pd, Italia viva, Leu) al termine del vertice di maggioranza di giovedì sera, che ha visto anche la partecipazione del premier Giuseppe Conte. Una partecipazione che sarebbe risultata decisiva a sbloccare l'impasse in cui erano di nuovo finiti i negoziati, ma che non ha evitato che alla fine i grillini elaborassero proposte dal carattere assolutamente generico, se non a tratti addirittura incostituzionale.
Pd e Italia viva esultano per la "caduta del totem della prescrizione", ma nessuno in fondo sa ancora quali sarebbero le misure ideate dal Guardasigilli per velocizzare la giustizia e garantire tempi certi, né tantomeno le norme che dovrebbero permettere un controllo disciplinare (con eventuali sanzioni) sull'operato dei magistrati ritardatari (e Dio solo sa quanto sia difficile in questo paese introdurre meccanismi effettivi di valutazione dell'attività delle toghe).
Quello che rappresenterebbe il principale cedimento di Bonafede e Conte, cioè l'ipotesi di distinguere fra sentenze di assoluzione e di condanna, confermando lo stop alla prescrizione solo nel secondo caso, in realtà rischia di configurarsi come una palese violazione del principio di presunzione di non colpevolezza stabilito dall'articolo 27 della nostra Costituzione: se si è considerati innocenti fino a sentenza definitiva, perché penalizzare i cittadini condannati solo in primo grado (e quindi formalmente ancora innocenti), gettandoli in pasto a processi molto più lunghi di quelli riservati agli "innocenti"?
La partita, dunque, resta ancora aperta, ma ciò che è certo è che il "cedimento", evidenziato con enfasi da una certa stampa e che ci sarebbe stato da parte dei grillini attorno alla riforma della prescrizione da loro approvata (con la Lega), in realtà si è tradotto finora nell'elaborazione di minime e vaghe proposte di modifica e nell'ideazione di una toppa peggiore del buco.
Al contrario, è evidente che l'eventuale adesione del Pd a queste proposte sarebbe un cedimento, in questo caso sì, di portata epocale rispetto ad alcuni princìpi costituzionali fondamentali e ai propri valori identitari di difesa dei diritti dei cittadini comuni. Sempre che, come notato ieri sul Foglio da Giovanni Fiandaca, i dem siano davvero culturalmente diversi dai pentastellati sul terreno penale. L'intervista rilasciata ieri al Dubbio da Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia, oggi eurodeputato Pd ("Lo stop alla prescrizione non serve a nulla, bisogna eliminare l'appello"), rafforza questa triste sensazione.
A partire dalla prossima settimana, tuttavia, i dem saranno chiamati a prendere finalmente una posizione chiara. Da martedì in commissione Giustizia alla Camera si terrà la votazione sugli emendamenti e poi sul testo della proposta di legge del deputato di Forza Italia, Enrico Costa, che cancella la riforma Bonafede.
Un testo divenuto ancora più attuale dopo l'ipotesi avanzata da Conte e Bonafede di fermare la prescrizione solo per i condannati in primo grado: "Oggi il 48 per cento delle sentenze di appello riforma, in tutto o in parte, le sentenze di primo grado - ha ricordato Costa - Significa che l'appello ha una sua funzione ben specifica di controllo delle sentenze di primo grado che, una su due, vengono ribaltate o rimodulate. E cosa propone l'avvocato del popolo? Di fatto, di cancellare la celebrazione tempestiva del grado di appello e forse non celebrarlo mai. Inoltre si tenga conto che se c'è un condannato, di norma c'è una vittima del reato che non otterrebbe giustizia. Un obbrobrio incostituzionale".
Italia viva si è detta pronta a votare la proposta Costa. Il Pd non si sbilancia. Eppure, dopo essersi visti bocciare dai grillini l'ipotesi di introdurre una "prescrizione processuale" (cioè l'estinzione dell'azione penale qualora i processi durassero oltre il dovuto), i dem si sono visti rifiutare anche la proposta più morbida di sospendere il decorso della prescrizione dopo le sentenze di condanna in primo grado e in appello, per un periodo massimo di tre anni e sei mesi. Ora di fronte c'è un bivio: tocca scegliere.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 11 gennaio 2020
La mediazione al vertice dell'altra notte: il doppio binario per condannati e assolti che piace ai dem. Non solo Piercamillo Davigo, consigliere del Csm, ma anche l'ex Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha espresso dubbi di costituzionalità sul cosiddetto lodo Conte sulla prescrizione, che ha evitato giovedì sera, al fotofinish, la fumata nera per la maggioranza dopo un vertice tormentatissimo.
di Bruno Sassani*
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
Nel corso del 2019 ci sono stati moltissimi convegni e lavori sul tema della nuova Azione di classe e l'attenzione è ben motivata dalle numerose e importanti novità contenute nel testo di legge, anche se non tutte positive. L'azione di classe risarcitoria si inserisce nel codice di procedura civile, ed arriva salutata da un malcelato orgoglio, dopo la prima, raffazzonata legge (mai entrata in vigore), e quella attualmente in vigore (art. 140bis cod. cons.).
La legge non è perfetta, ma critiche radicali sarebbero ingenerose. Si tratta di una miscela di spunti positivi e negativi; le lacune e contraddizioni non sono più di quelle riscontrabili abitualmente nei nuovi prodotti normativi ma questo non impedisce che le aspettative restino alte.
L'aspettativa principale è legata all'idea che finalmente l'Italia si sarebbe dotata di un collaudato sistema giudiziale di regolamentazione del mercato. Si suole ripetere che l'azione di classe è una modalità efficiente e sperimentata per risolvere controversie su larga scala, ma non è sempre chiaro se il problema sia evitare un effettivo spreco di risorse ovvero creare, attraverso l'offerta, una domanda altrimenti inesistente. Ci si muove per sgravare il sistema giudiziario da un eccesso di cause individuali, ovvero per aprire le aule di giustizia alle tante cause che (per le loro dimensioni minute) non ne solcherebbero mai la soglia?
Questa irresoluzione aleggia su una legge pur rispettabilmente impegnata a trovare ragionevoli compromessi tra i tanti problemi che si pongono. A cominciare dal peccato originale del c. d. opt- in che la condiziona rendendola una ibridazione. La struttura dell'adesione mal si presta, come sostanzialmente riconoscono tutti gli esperti, a gestire efficientemente l'apparato del risarcimento collettivo ma è evidentemente difficile superare il tabù della estraneità dell'opt- out al sistema italiano. Remore dovute all'idea di incostituzionalità del vincolo automatico e alla sotterranea paura dell'abuso di massa. L'incostituzionalità forse è immaginaria e la giustificazione antropologica non è del tutto infondata, ma manca la volontà di superarle.
L'esperienza delle decisioni giurisprudenziali non è peraltro incoraggiante. La Corte di cassazione si è più volte distinta per l'incomprensione dei problemi che le si ponevano: esemplari in tal senso le S.U. n. 2610/ 2017 che negano il ricorso per cassazione contro l'ordinanza di inammissibilità dell'azione collettiva sull'equivoco della permanenza dell'azione individuale (e la nuova disciplina dell'impugnazione dell'ordinanza su reclamo resta ambigua ed inadeguata).
Parimenti Cass. n. 14486/ 2019, coeva alla nuova legge (anche se assunta nella vigenza della precedente), finisce per trasporre meccanicamente soluzioni proprie del danno individuale al danno nella dimensione dell'azione di classe con gli ovvi problemi di rigetto nel trapianto. Il riepilogo del caso dice tutto: disservizio ferroviario comprovato; azione di classe a favore degli utenti del servizio vittime del disservizio; accoglimento in appello con fissazione del risarcimento in € 100 pro capite; ricorso dell'azienda per non omogeneità del danno non patrimoniale sofferto dagli utenti; accoglimento del ricorso perché il danno è o futile o non è omogeneo. Se ne deduce che soffrire un disservizio non dà alcun diritto e, quindi, diecimila situazioni di eguale sofferenza di disservizio non danno parimenti alcun diritto (10.000 moltiplicato 0 uguale 0), che ogni pregiudizio che superi la soglia della sofferenza da disservizio è pregiudizio individualizzato e che il diritto scaturente dalla sofferenza di tale pregiudizio non presenta l'omogeneità che giustifica l'azione di classe.
Questo modello di ragionamento non tiene conto che la stessa distinzione tra danno materiale e danno morale assume una valenza sui generis una volta calata nella dimensione collettiva. Una dimensione in cui l'aderente può evidentemente scegliere (e di fatto qui aveva scelto) la risarcibilità al minimo riducendo la sua pretesa al ristoro di una sofferenza de- individualizzata, cioè equalizzata ad un minimo comune denominatore. Richiedere l'elemento della gravità della lesione individuale e la sua apprezzabilità seriale (parole della Suprema) è contraddittorio. Non il migliore benvenuto alla nuova legge e alla sua decantata funzione regolatrice del mercato.
*Professore ordinario di Diritto processuale civile all'Università di Tor Vergata
di Maurizio Pagliassotti
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
"Fuori mi aspettano in molti e sento il loro affetto: la mia famiglia, i compagni, gli amici. Ma qui dentro ci sono esseri umani, tanti, che fuori non hanno nessuno e questo mi dà il tormento più della mia detenzione": queste le parole che Nicoletta Dosio ha affidato ieri al senatore Tommaso Cerno, Pd, primo parlamentare che si è recato presso il carcere torinese Lorusso Cutugno dove da undici giorni è detenuta l'ex docente di greco e latino. Parole che raccontano l'essenza di questa donna di 73 anni.
"Nicoletta Dosio - ha detto Cerno uscendo dal penitenziario - è una donna energica, profondamente umana, che ha deciso di spendersi anche dentro il carcere in favore degli ultimi e delle ultime di questo mondo. Io, per quanto mi riguarda, mi farò portavoce della richiesta di amnistia per i No Tav perché le inchieste e i processi sono stati usati per reprimere un dissenso legittimo. Penso che sia il minimo, visto che hanno ragione".
Come era prevedibile la carcerazione di Nicoletta Dosio esce dalla cronaca ed entra in una dimensione politica dalle conseguenze imprevedibili. Intorno a lei, come agli altri incarcerati del Movimento No Tav, si stringe un mondo di solidarietà e affetto; oggi è il giorno della manifestazione No Tav a Torino, idea nata dopo che Dosio è finita dietro le sbarre volontariamente, per riportare al centro del dibattito politico l'infinita vicenda della Torino-Lione, derubricata a "capitolo chiuso" dal governo precedente e da quello attuale.
Ma la val Susa non è d'accordo, anche perché in Francia aumentano i pareri contrari ed è polemica su un presunto conflitto di interessi della ministra Borne. Il corteo partirà da piazza Statuto alle 14 e si annuncia come uno dei più partecipati di sempre: sono attesi decine di autobus in arrivo da tutta Italia. Manifestazione che si annuncia pacifica, come sono sempre stati i cortei che da quasi venti anni attraversano Torino per dire "no" al tunnel di base della Torino-Lione.
Il primo fu nel 2001, al tempo della conferenza intergovernativa italo francese, una delle molte che hanno ribadito l'assoluta irrinunciabilità dell'opera, che però mai si è concretizzata. Venti anni fa marciarono in duecento: oggi saranno almeno 30mila. Il Procuratore generale Francesco Saluzzo ha decretato una sorta di coprifuoco sul Tribunale di Torino: resterà chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine, anche se non si trova lungo il percorso del corteo ed è lontano oltre un chilometro dal punto di partenza.
Intanto le manifestazioni di solidarietà ai No Tav incarcerati si ripetono da dieci giorni in tutta Italia e non solo. Sulla pagina social di Nicoletta Dosio sono pubblicate quotidianamente le foto di manifestazioni piccole e grandi: sono nati gruppi di solidarietà a San Francisco, Gaza, Buenos Aires, nonché in una miriade di comuni italiani.
Ieri la Rete No Tav Roma ha manifestato con un blitz davanti al ministero della Giustizia aprendo uno striscione con scritto "Nicoletta libera tutti", distribuendo volantini e parlando con i passanti. "Siamo davanti a questo ministero che dovrebbe garantire la giustizia nel nostro paese e invece garantisce il privilegio di pochi e la repressione per chi resiste ai soprusi. Chiediamo libertà immediata per tutti gli arrestati nella lotta popolare contro il raddoppio della Torino-Lione" hanno dichiarato alcuni di loro.
La Repubblica, 11 gennaio 2020
Comunicato di Comunità Jonathan, Oliver, Il germoglio, Betana, Francesco d'Assisi, Padre Arturo - Napoli. L'importante che la grave vertenza aperta dalla Nuova Cucina Organizzata ha ricevuto dal vertice politico della Regione ed in particolare dal presidente Vincenzo De Luca, ci riempie di gioia e di speranza.
Una battaglia scaturita da un approccio burocratico ad un problema politico, approccio che impediva il riconoscimento dei sacrosanti diritti degli utenti e degli operatori che in questi anni, con enormi difficoltà, sono riusciti a creare un modello operativo di gestione e utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata capace di creare opportunità di riqualificazione del territorio e di inclusione socio-lavorativa per soggetti deboli.
Un esito che ci lascia fiduciosi per un'altra vertenza che vede su posizioni contrapposte la Regione, con il suo assessorato alla Sanità, e le comunità che accolgono minori dell'area penale. Quei minori, per capirci, che fanno notizia solo nella cronaca cittadina perché protagonisti di violenza agita e subita.
Nello specifico parliamo di un problema che vede la Regione tagliare i fondi alla sanità per i minori in conflitto con la giustizia e le comunità che difendono il diritto alla salute con l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico per i minori dell'area penale che accolgono.
La vertenza nasce da un approccio discriminatorio della Regione, che riconosce ai circa 80 minori e giovani adulti in custodia cautelare negli Ipm di Nisida e Airola l'accesso gratuito al servizio sanitario pubblico per gli interventi di prevenzione e cura e lo nega ai circa 150 minori e giovani adulti collocati in misura cautelare in comunità (che come i ragazzi ristretti negli Ipm sono in regime di limitazione della libertà personale).
Questa divisione crea delle vere e proprie gabbie di utenti ed operatori, di serie A e serie B. Una discriminante inaccettabile che divide i minori dell'area penale ed esclude la maggior parte di loro dal diritto alla salute. Chiaramente i ragazzi che sono in comunità pagano anche il prezzo della debolezza delle comunità stesse, soffocate dalle cronica precarietà di un sistema che non funziona e dove gli stessi operatori hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti e competenze professionali nonostante continuino a svolgere ruolo di supplenza delle istituzioni.
Questa debolezza, tuttavia, non ci impedisce di denunciare lo scempio di una soluzione che taglia i diritti inalienabili, come quello alla salute, ai minori che accogliamo. Quegli stessi minori a cui dedichiamo il nostro impegno nella direzione dell'integrazione attraverso la cultura della responsabilità sociale.
Una contraddizione forte e difficile da spiegare ai nostri ragazzi, anche perché attorno al mondo dell'infanzia negata dei minori che delinquono, della criminalità minorile, c'è tanta ipocrisia e la conseguenza è che invece di mettere mano alle disuguaglianze si preferisce tagliare i servizi per le fasce più deboli.
La tensione nelle comunità è forte perché anche la comunicazione della dottoressa Gemmabella, dirigente della Giustizia minorile della Campania, e l'appello di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, che denunciano l'illegittimità del provvedimento della Regione, a tutt'oggi sono rimasti inascoltati, caduti nel vuoto, nessuna risposta sia a livello politico che tecnico.
Un silenzio assordante, in particolare quello del direttore dell'Asl NA3 Sud distretto di Nola, il quale, dopo una prima comunicazione, non ha più risposto. Silenzio che testimonia una miopia culturale e politica, le cui conseguenze le pagano i ragazzi.
di Gianluca Rotondi
Corriere di Bologna, 11 gennaio 2020
Quando, giovedì pomeriggio, il presidente della Corte d'Assise Michele Leoni ha letto il dispositivo della sentenza che l'ha condannato all'ergastolo per concorso nella strage del 2 Agosto, Gilberto Cavallini era a bordo di un treno che lo riportava a Terni, dove sta scontando gli altri otto ergastoli che ha accumulato nella sua lunga e sanguinosa carriera di terrorista nero. Il "Negro", responsabile di omicidi efferati e a sangue freddo di magistrati, carabinieri, poliziotti e camerati considerati delatori, è in carcere dal settembre del 1983 e fu l'ultimo dei Nar a finire dietro le sbarre. Ed è ancora l'ultimo di quella generazione di neofascisti eversivi a non avere saldato il suo debito con la giustizia, sebbene abbia scontato finora 37 anni di carcere. I suoi ex compagni d'armi, e dall'altro giorno complici dell'eccidio alla stazione, sono liberi da un pezzo e si sono rifatti una vita.
Cavallini, 68 anni, un figlio di 40 nato nell'anno della strage, cresciuto in una famiglia di destra, con uno zio fascista ucciso dai partigiani e fin da giovanissimo picchiatore della Milano anni 70, è stato detenuto ininterrottamente fino al 2000, anno in cui ha iniziato a beneficiare di misure alternative. Ma è stata solo una parentesi. Nel 2002 torna l'attrazione fatale per il crimine e le armi: lo trovano con una automatica col colpo in canna in uno zaino, 50 proiettili e un motorino intestato a pregiudicati. Fine dei benefici.
Dopo anni è di nuovo libero di lasciare il carcere di Terni per andare a lavorare come contabile in una cooperativa e farvi rientro la sera. I tempi sono ormai maturi per la liberazione condizionale, su cui si esprimerà ad aprile il Tribunale di Sorveglianza. Difficilmente il nuovo ergastolo per la strage allungherà la sua detenzione. Il reato per il quale è stato condannato in primo grado è stato commesso prima del suo ingresso in carcere e degli altri che gli sono costati gli ergastoli. E il cumulo delle pene non può superare i 33 anni.
Lo prevede la legge, così come prevede che si possa tornare liberi anche con più ergastoli alle spalle. È quel che è successo agli ex compagni d'armi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, arresati nel 1981 e nel 1982, che liberi lo sono ormai da un pezzo. La semilibertà è arrivata per loro tra il 98 e il 99. Rispettivamente 3 e 4 anni dopo che la Cassazione renderà definitivo l'ergastolo per il 2
Agosto. I rapporti con Cavallini, capo anziano dei Nar, si sono interrotti da anni dopo le accuse adombrate circa i suoi legami con Zio Otto, cioè Carlo Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo. Mambro e Fioravanti, una figlia 18enne e una vita ormai ruotinaria a Roma, si sono sempre proclamati innocenti, come del resto tutti i Nar.
Lavorano da tempo alle dipendenze del partito Radicale per l'associazione Nessuno tocchi Caino, possono contare su uno stipendio di poco superiore ai mille euro, partecipano a dibattiti sulla terribile stagione di piombo e sangue di cui sono stati protagonisti. Hanno alle spalle rapine e omicidi brutali. Si sono lasciati dietro morti in divisa, giovani di sinistra, camerati "infami" e altre pagine inquietanti. Delitti che hanno rivendicato e ammesso, così come in alcuni casi hanno ottenuto un confronto con i familiari delle persone che hanno giustiziato. Mai con i parenti delle vittime della strage, un'enormità che hanno sempre allontanato da sé.
I conti con la giustizia li hanno pagati da tempo, non quelli economici che lo Stato ha chiesto loro di rifondere: 2 miliardi di euro. Così dai loro stipendi da impiegati ogni mese viene prelevato un quinto, non basterebbero altre dieci vite per saldare il conto. La Mambro, che per l'associazione dei radicali si occupa di campagne contro la pena di morte, ha testimoniato, come Giusva, al processo contro Cavallini. Hanno ripetuto che sono stati sacrificati per coprire altri scenari e che con i servizi non hanno mai avuto a che fare. Ma sui rapporti di Cavallini Fioravanti ha detto di non potere mettere la mano sul fuoco.
Un altro ex compagno di quella sanguinaria formazione terroristica, Luigi Ciavardini, appena 17enne quel 2 Agosto, lavora da tempo nel volontariato in una cooperativa che si occupa del reinserimento dei detenuti. Condannato come gli altri per aver partecipato agli omicidi del giudice Mario Amato e del poliziotto Franco "Serpico" Evangelista, Ciavardini ha una storia molto diversa dai suoi più anziani camerati.
La sua militanza nei Nar si riduce a una manciata di mesi, quelli che dal gennaio all'ottobre del 1980 segneranno per sempre la sua vita. Figlio di un agente di polizia, entra giovanissimo nei movimenti studenteschi romani di destra per poi confluire in Terza Posizione e infine abbracciare i Nar di Mambro, Fioravanti e Cavallini.
La sua storia giudiziaria (da minorenne) è un unicum. Viene scarcerato nel 1985 ma 4 anni dopo viene di nuovo arrestato per una rapina milionaria a una gioielleria di Pescara: condannato in primo grado è assolto in appello, quando si scoprirà il vero autore, l'anarchico bolognese Horst Fantazzini. Torna libero, ma dura poco.
Nel 91 arriva la condanna per l'omicidio Amato che lo terrà dietro le sbarre fino al 2000, l'anno in cui finisce sotto processo per l'eccidio. Il Tribunale dei minori lo assolve ma l'appello ribalta il verdetto: 30 anni per la bomba (l'ergastolo per i minori non esiste). Nel 2006 quando la Cassazione conferma la condanna, è in carcere a Poggio Reale per una rapina dalla quale viene assolto con formula piena. Sconta meno di 20 anni, prima di tornare libero. Insieme ai Nar, gli unici altri condannati (ma per aver depistato le indagini) sono Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci.
Di carcere, tra sconti e condoni, ne hanno fatto poco. Il capo della P2, burattinaio delle vicende più oscure del Paese e sospettato d'aver finanziato gli esecutori dell'eccidio, per Bologna non ha mai pagato e se n'è andato da tempo con i suoi inconfessabili segreti, così come Belmonte. L'ex generale Musumeci compirà 100 anni a maggio e si è eclissato nella sua Sicilia. Pazienza, il direttore ombra del super Sismi che invece la pena l'ha scontata, è tornato a vivere nella sua villa ligure. Parla ancora della strage, che attribuisce al colonnello Gheddafi, e ha chiesto senza successo di poter testimoniare nel processo Cavallini.
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