di Roberto Chifari
Il Giornale, 20 febbraio 2020
L'inferno delle carceri in Italia ha raggiunto numeri preoccupanti. Sono in aumento aggressioni, atti di autolesionismo, suicidi e problemi psichiatrici. Le vittime sono i detenuti ma anche le stesse guardie carcerarie. Le condizioni di detenzione, così come quelle di lavoro per gli agenti, nelle carceri italiane è arrivata al collasso. Gli esempi sono molteplici ed è la dimostrazione di un bollettino di guerra che non trova pace.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Bocciato in Commissione il progetto di legge di Forza Italia per fermare la riforma Bonafede. E al Senato la Lega occupa l'aula dei commissari: lavori sospesi per un'ora.
Caos nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato: a Montecitorio Italia viva vota di nuovo con la destra ma non basta a fermare l'emendamento M5S che sopprime la proposta di legge del forzista Enrico Costa che mirava a bloccare a sua volta la riforma Bonafede sulla prescrizione, e a Palazzo Madama la Lega ha occupato la Commissione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 febbraio 2020
I renziani votano di nuovo con le opposizioni sulla prescrizione e il governo va a un soffio dall'incidente parlamentare. La Lega tiene in ostaggio il decreto intercettazioni sul quale oggi arriva una fiducia con l'affanno. Mentre si dibatte sul fatto se Renzi sia ancora o non sia già più in maggioranza, per la terza volta Italia viva vota con le opposizioni sulla prescrizione portando il governo a un passo dall'incidente parlamentare.
di Federica De Simone
Il Riformista, 20 febbraio 2020
Il Decreto Spazza-corrotti di gennaio 2019, contenente disposizioni per il contrasto degli illeciti nella pubblica amministrazione, ha raccolto molte critiche, a cominciare dallo stesso nome che rimanda a un uso giustizialista e mediatico del diritto penale senza che a questo facciano seguito delle risposte efficaci al fenomeno della corruzione sistemica che attanaglia da sempre il nostro Paese. Eppure un pregio questo provvedimento normativo lo ha avuto, dal momento che ha riportato al centro del dibattito giuridico due questioni particolarmente gravose: l'istituto dell'ergastolo ostativo e il problema della retroattività delle norme relative alla fase dell'esecuzione penale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 febbraio 2020
Se vinci una causa civile sarà la parte soccombente a pagare tutte le spese legali affrontate nel processo. Lo stesso accade anche nel giudizio amministrativo, persino nel caso in cui sia la parte pubblica a uscire sconfitta. Non è così nel processo penale, nel quale le uniche forme di equilibrio tra le parti sono il gratuito patrocinio (cui può accedere solo colui il cui reddito non superi gli 11.500 euro) e la riparazione per ingiusta detenzione.
Che ha comunque vincoli molto rigidi e tempi eterni. Che ci sia un vuoto legislativo nel nostro ordinamento è evidenziato anche dal fatto che ben 28 Stati nostri "vicini di casa", dall'Austria alla Francia, al Lussemburgo fino alla Turchia hanno leggi ispirate al principio che, se lo Stato, dopo averti inflitto la pena di un processo che non ti sei cercato, ti ha poi assolto, magari con la formula più ampia, ti deve pagare l'avvocato.
Sarebbe il minimo sindacale, verrebbe da dire, ma non è così, in Italia. Ne sa qualcosa l'avvocato Giuseppe Melzi, il quale, non solo ha subito una lunga persecuzione e nove mesi di ingiusta custodia cautelare (per la quale attende da due anni e mezzo il risarcimento), ma ha dovuto chiudere un prestigioso studio a due passi dal Duomo, 500 metri quadri e venti dipendenti, per affrontare le spese di giudizio e potersi riprendere la vita, a settant'anni.
È nato a Milano in questi mesi il "Comitato contro l'ingiustizia personale e familiare", promosso e presieduto da Gabriele Albertini, che non solo è stato forse il sindaco più amato della sua città, ma che da parlamentare, rispolverando quella che lui con civetteria definisce sempre una "modesta" laurea in giurisprudenza, ha affrontato il problema delle ingiustizie anche dal punto di vista economico. Il suo disegno di legge, presentato nella diciassettesima legislatura con l'adesione di oltre il 60% dei senatori, modificava l'articolo 530 del codice di procedura penale impegnando il giudice, nella pronuncia di assoluzione dell'imputato, a condannare lo Stato a rimborsare tutte le spese di giudizio.
Vasto programma, ambizioso e molto coraggioso. Che lo stesso Albertini, cui non è mai mancata la caparbietà, ha riproposto lunedi scorso nella bellissima cornice di Palazzo Visconti a Milano, con il concreto sostegno di due colleghi parlamentari, Enrico Costa, avvocato e Giacomo Caliendo, ex magistrato, già membro del Csm e presidente dell'Anm, il sindacato delle toghe. Tutti e due hanno presentato disegni di legge sull'argomento, anche se il bandolo della matassa ha diversi punti di partenza. Una cosa è chiara: vietato parlare di "ingiusta imputazione", se no i magistrati si arrabbiano.
Ma il protagonista è pur sempre l'imputato che sia stato assolto con sentenza passata in giudicato perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. Ma alla fine, guardando la ratio dei tre disegni di legge, emerge in filigrana il ruolo che i tre, prima di arrivare in Parlamento, hanno svolto nella vita professionale: un imprenditore, un avvocato, un magistrato.
È quest'ultimo, ovviamente, il più cauto. Tanto che, laddove Costa nella relazione introduttiva afferma con coraggio che l'esigenza di salvaguardare le finanze pubbliche non potrebbe mai soverchiare il diritto alla difesa e che comunque non potrebbe mai essere un problema di chi ha già sofferto la pena del processo, ecco che Caliendo tende una mano al bilancio dello Stato. E propone un risarcimento senza toccarne le tasche in modo diretto, ma con detrazioni fiscali sul reddito della persona fisica fino alla spesa concorrente di euro 10.500. Ma perché porsi il problema della spesa a carico dello Stato dei casi di "ingiusta imputazione"?
Nello Stato di diritto e in un Paese in cui la giustizia funzionasse, dovrebbe essere un problema piccolo, il rimborso delle spese legali. Pure, in una sala in cui sono presenti molti tecnici del diritto, magistrati e avvocati, fanno impressione i dati sciorinati (e non contraddetti da nessuno) dall'avvocato Augusto Colucci. Ogni anno in Italia si aprono circa un milione e duecentomila procedimenti penali. Di questi, tre su quattro finiscono con dichiarazione di non colpevolezza dell'imputato o di prescrizione del reato.
In Germania sono ogni anno 500.000 i nuovi processi, che vengono risolti in tre anni e di cui solo il 14% si conclude con un'assoluzione. Il che significa che i pubblici ministeri (e i gip fotocopia) raramente fanno la mossa di lanciarsi in cause avventate che finiranno con l'assoluzione degli imputati o la prescrizione del reato.
Forse in Germania o nei Paesi anglosassoni del common law e della discrezionalità dell'azione penale ha minor peso il circo mediatico, come ricorda il giornalista Maurizio Tortorella, uno dei pochi che abbia saputo sottrarsi alla tentazione di acquattarsi sotto la toga del Pm. C'è un problema irrisolto, ricorda, anche nella normativa sulla riparazione per ingiusta detenzione. Perché c'è un momento, quello dell'arresto, in cui la testa ti va da un'altra parte, e magari ti avvali della facoltà di non rispondere o addirittura cadi nell'autocalunnia perché sei stato torturato, come è capitato a Giuseppe Gulotta, che ha scontato da innocente 22 anni di carcere e non avrà diritto a nessun risarcimento.
Ma il problema non ha solo risvolti di tipo economico. C'è un dato culturale, nel nostro Paese, difficile da sradicare. Lo abbiamo toccato con mano negli anni successivi al referendum, quando non si è riusciti a fare una decente legge sulla responsabilità civile.
E lo stiamo rivivendo mentre si discute della prescrizione dei reati. C'è un soggetto da sempre irresponsabile o non responsabile: si chiama magistrato ed è l'unica vera Casta. L'unico che può trasformare qualunque cittadino in "ingiusto imputato" o "ingiusto detenuto". E nessuna riparazione economica potrà mai sanare del tutto una ferita così profonda e così estesa.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 20 febbraio 2020
La maggioranza ha trovato l'accordo, dopo una giornata di forti tensioni, sulle modiche introdotte al dl n°131 del 2019 in tema di intercettazioni telefoniche con cui erano state modificate le previsioni in materia introdotte dal Dlgs n° 216 del 2017 in attuazione della legge delega di cui alla legge n°103 dello stesso anno. Già questi riferimenti chiariscono il travaglio che ha interessato e continua a interessare la disciplina delle captazioni.
Nella formulazione approvata in commissione il termine fissato dalla decretazione di urgenza inizialmente fissato nel 2 marzo è stato ulteriormente prorogato di due mesi in linea con le richieste del Csm. Che peraltro aveva chiesto un termine più lungo. Si tratta dell'ennesima proroga che tuttavia in questo caso si inserisce in una autentica controriforma del dlgs 216 del ministro Orlando.
Il primo dato che emerge dalla riscrittura della disciplina riguarda la riassegnazione ai pubblici ministeri del controllo sulle intercettazioni, sulla loro rilevanza ai fini investigativi, sull'archivio, sui tempi del diritto della difesa di venire a conoscenza del loro contenuto e del diritto di copia sottraendolo alla polizia giudiziaria che si limiterà alle esecuzione delle attività di captazione e di ascolto
L'ulteriore elemento significativo è il completamento della parificazione dei reati dei pubblici ufficiali e ora anche degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione con i reati di criminalità organizzata sia con riferimento ai presupposti sia in relazione alla captazione tra presenti sia in relazione ai provvedimenti d'urgenza sia in relazione con i luoghi dove è consentito l'uso del captatore informatico. Il solo riferimento all'attivita di captazione oblitera tutte le altre funzioni del trojan che continuano a mancare di una specifica disciplina pur nella loro riconosciuta invasività e nel grave pregiudizio arrecato ai diritti costituzionalmente garantiti della persona.
Una disciplina particolare è prevista per le intercettazioni poste a fondamento di una misura cautelare. Nonostante l'abrogazione della previsione che consentiva al difensore di fare la trasposizione su nastro delle registrazioni deve ritenersi operante la declaratoria di incostituzionalità che consente alla difesa di chiedere all'accusa copia delle registrazioni poste a fondamento dell'ordinanza mentre resta incerta la conoscenza delle intercettazioni che il Gip ha ritenuto irrilevanti ancorché trasmesse con la richiesta cautelare.
Deve invece escludersi l'accesso all'archivio per l'ascolto di quanto depositato. L'aspetto fortemente critico e inaccettabile - stando a quanto era emerso ieri dall'emendamento Grasso poi solo in parte modificato con un subemendamento - è costituito non solo dalla possibile utilizzazione delle intercettazioni per un fatto che non avrebbe consentito l'intercettazione perché non ricompreso fra i reati per i quali l'intercettazione è consentita.
E ancora, in mancanza dei presupposti per l'autorizzazione (gravi indizi e assoluta necessità della prosecuzione delle indagini) anche dall'ampliamento della cosiddetta pesca a strascico.
A conferma che non c'è niente da fare e che le logiche punitive non si fermano neppure a fronte delle sentenze delle sezioni unite appena pubblicate (2 gennaio) si è cercato di modificare la disciplina dell'utilizzabilità delle captazioni in un diverso procedimento superando il vincolo della commissione.
La mediazione raggiunta è insoddisfacente perché i due vincoli indicati (reati intercettabili e arresto in flagranza) consentono una piena utilizzazione probatoria che consente di avviare l'attivita investigativa per un reato e acquisire elementi di altri reati del tutto estranei all'attività di indagine. Ancora più grave quanto previsto con l'uso del captatore attivato per reati di criminalità organizzata e per i reati contro la pubblica amministrazione che consente di usare come prova i risultati dell'intercettazione per qualsiasi altro reato di criminalità organizzata e di criminalità economica.
Si consideri cosa tutto ciò può significare con riferimento a intercettazioni ambientali in qualsiasi posto effettuate, compresi i luoghi di privata dimora. È difficile non vedere in queste norme un pesante pregiudizio per i diritti costituzionalmente garantiti che mettono a rischio la riservatezza del domicilio anche perché non c'è garanzia di diffusione di quanto captato anche se estraneo alle indagini e riguardante dati soggettivamente sensibili.
Articolo 15 Costituzione – "La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge".
di Stefano Vespa
partitodemocratico.it, 20 febbraio 2020
L'intervista al vicesegretario del Pd e ex ministro della Giustizia. La lunghezza media dei processi non è eccessiva, ma ci sono casi patologici: "Conta l'organizzazione degli uffici e le correnti della magistratura qualche volta non hanno scelto i capi migliori". Andrea Orlando, 51 anni, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, non si nasconde sul tema del giustizialismo, "cavallo di battaglia" del Movimento Cinque stelle, "ma vizio trasversale alla politica, compreso il Pd", e lancia una proposta sulla legge elettorale: se si arrivasse a un proporzionale sul modello tedesco, "perché non inserire anche sfiducia costruttiva e cancellierato?".
Ma il vero problema è la lunghezza dei processi o la certezza della pena?
Negli ultimi 20 anni c'è stato un aumento dei detenuti, si confonde la natura della pena con la certezza. Sono previsti dei benefici, ma ridurli significherebbe entrare ancora più in conflitto con l'articolo 27 della Costituzione - pena tesa alla rieducazione - e il sistema sarebbe ingestibile. Abbiamo tra i 15 e i 20 mila detenuti in più di quelli che possiamo ospitare dignitosamente. Per realizzare un carcere servono sei o sette anni e bisogna chiedersi se è necessario o se non si possa intervenire con pene alternative come nel resto d'Europa. Una pena scontata con lavori di utilità non è incerta.
I processi però sono lunghi...
Con tre gradi di giudizio, ai quali non rinuncerei, la media non è lunghissima tenendo conto della complessità di molti di essi come quelli per mafia, anche se potrebbe migliorare parecchio (sette anni compresa la Cassazione), ma ci sono numerosi casi patologici. Molto dipende dall'organizzazione: il "correntismo" della magistratura non sempre ha scelto i capi più bravi dal punto di vista organizzativo. Servirebbero sanzioni nel caso di inerzia della pubblica accusa: bisogna responsabilizzare e imporre una perentorietà dei termini. Inoltre, incide il perimetro della materia penale.
Bisogna "disboscare" le norme?
C'è stata un'ipertrofia: si è trasformato in illecito penale figure che potevano essere sanzionate amministrativamente. Con l'obbligatorietà dell'azione penale tutto si ingolfa eppure si scatenò una guerra quando, da ministro, eliminai alcuni illeciti penali che prevedevano una sanzione pecuniaria trasformandoli in illeciti amministrativi.
Il vicepresidente del Csm, David Ermini, al Messaggero ha detto no alle riforme spot auspicando un percorso condiviso. È realistico?
Corrisponde al suo ruolo istituzionale, ma irrealistico: il diritto penale è una delle poche potestà di competenza esclusiva degli Stati nazionali e la politica di fatto mantiene il potere esclusivo solo in quell'ambito perché i grandi temi, dall'economia alle comunicazioni, sono diventati sovranazionali o addirittura sfuggono ai poteri pubblici. Si crea quindi un'attenzione morbosa verso il penale, in particolare da parte del populismo. La politica debole finge così di essere forte.
Qual è la visione di giustizia del Partito democratico?
L'attuazione della Costituzione: un sistema che garantisce l'assenza di impunità grazie all'autonomia della magistratura e che offre garanzie robuste, ma oneroso sia in termini finanziari che per i tempi del processo che implicano una manutenzione costante. Se vogliamo una giustizia rapida, anche come risposta all'emotività della società digitale, serve un processo telematico, con investimenti sulla formazione del personale e una magistratura più consapevole della delicatezza del suo ruolo.
Viste le tensioni con il Movimento Cinque stelle, c'è un problema giustizialismo, un mettere in secondo piano la presunzione di innocenza?
I Cinque stelle ne hanno fatto un cavallo di battaglia, ma è un vizio trasversale. La tentazione di usare una vicenda giudiziaria per fare lo sgambetto all'avversario non è mai stata evitata del tutto da nessuno.
Quindi il garantismo è solo teorico?
Assolutamente. Potrei elencare casi nei quali anche il Pd ha usato toni giustizialisti, perfino Forza Italia ha avuto momenti nei quali è "slittata la frizione", come nella vicenda Bibbiano. Invece dovremmo avere rispetto delle vicende processuali anche perché il processo mediatico è un'ulteriore tentazione per la politica. Mi onoro di non aver mai esultato per una sentenza e tantomeno per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio. Quando la giustizia funziona parla da sola.
L'8 febbraio, giorno del suo compleanno, lei si è regalato un post su Facebook nel quale l'innominato era Matteo Renzi che non pose la prescrizione come pregiudiziale alla nascita del Conte II, mentre ora s'impunta. Puntiglio o una visione diversa?
Non ci sono differenze di principio, ma c'è ricerca di visibilità, altrimenti non passerebbe sotto silenzio la discussione sul decreto intercettazioni: se il tema fossero veramente le garanzie, è incredibile che si discuta solo della prescrizione e non delle intercettazioni che hanno rovinato delle esistenze a persone estranee ai processi. La Procura di Trieste due o tre anni fa ha scoperto che una società aveva duplicato le conversazioni poi conservate su un server privato. Non interessa alle falangi garantiste?
Ci sono polemiche sul software trojan regolato dal decreto intercettazioni. È stato un errore aver accettato quella norma?
Il trojan è una tecnologia finora usata senza alcuna disciplina, quindi il decreto, comunque lo regoli, ne restringe l'utilizzo.
Le procure sono attrezzate digitalmente?
Hanno fatto passi avanti, poi hanno rallentato perché il ministro aveva fatto capire che non se ne sarebbe fatto nulla ed è stato un errore. Se si fa una digitalizzazione seria, diventa tracciabile anche il percorso di fuga delle notizie e non so se è conveniente per tutti perché è un mercato che ha creato molte rendite.
Si rischia un cortocircuito tra politica e giustizia come negli anni Novanta tra polemiche, processi a Matteo Salvini e altro?
Avevamo una politica molto delegittimata e una magistratura molto legittimata. Oggi, purtroppo, la politica non si è particolarmente rilegittimata, ma in compenso la magistratura ha perso molto prestigio. L'idea che si possa delegarle un ruolo politico credo sia tramontata.
Allargando il discorso, anziché di "agenda 2023" non sarebbe più realistico parlare di "1° agosto 2021", quando comincerà il semestre bianco?
Dobbiamo avere un'ambizione alta: l'argomento che non si può utilizzare è che si possa fare una coalizione solo per battere la destra. Il tema della "missione" diventa fondamentale. Anche se si dovesse arrivare solo ad agosto 2021, lo sguardo va tenuto al 2023: se non c'è un respiro lungo non si riesce neanche ad affrontare il medio periodo.
L'idea di Giancarlo Giorgetti su un tavolo costituente merita sostegno, anche se il suo leader Salvini non sembra d'accordo?
L'ostacolo principale mi pare proprio Salvini. Sulla legge elettorale vogliamo discutere e sarebbero maturi i tempi per "sistemare" il quadro istituzionale. Per esempio: se si andasse verso una legge di tipo tedesco con uno sbarramento al 5 per cento, perché non cogliere le cose positive che ci sono in Germania come la sfiducia costruttiva o l'introduzione del cancellierato? Il sistema non sarebbe stravolto, ma acquisterebbe la stabilità che in parte perderebbe rinunciando al maggioritario. Potrebbe essere un tema condiviso.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 febbraio 2020
Il togato del Csm ha accolto l'invito dell'ordine partenopeo. Il dibattito ha svelato nell'articolo 111 la vera radice del conflitto. Milano è Milano. Ma Napoli è Napoli. Sempre. Lo capisci se entri nella Biblioteca di Castelcapuano. Sembra d'oro massiccio. Invece sono libri, dorsi di "cinquecentine" preziosissime. Un tempio, una cattedrale del sapere nella città che può considerarsi tra le capitali della scienza giuridica.
Milano è Milano perché lì tutto è iniziato, compresa Mani pulite, ed era forse fatale che il conflitto fra Piercamillo Davigo e l'avvocatura giungesse al suo esito più estremo con l'uscita dei penalisti milanesi dall'aula dell'anno giudiziario quando ha preso la parola l'ex pm del "Pool". Ma Napoli è Napoli perché se si legge la delibera approvata lo scorso 3 febbraio dal Consiglio dell'Ordine forense partenopeo ci si accorge che, dopo la durezza dei toni sfoderati contro le scomuniche davighiane all'avvocatura (dalla "tassa" sui ricorsi in Cassazione al forfait per retribuire il patrocinio a spese dello Stato ed evitare che il difensore proponga "atti inutili per incassare di più"...), si arriva al seguente finale: "È per tali motivi che il Consiglio dell'Ordine di Napoli invita il Dottor Piercamillo Davigo a un confronto diretto da tenersi nel pieno contraddittorio, finora violato". Non si chiede l'impeachment. Si dice: vieni che parliamo.
Così si è arrivati all'incredibile giornata dell'altro ieri pomeriggio nella biblioteca delle meraviglie di cui sopra, a Castelcapuano. Nella sala delle cinquecentine dorate martedì c'erano qualcosa come 500 persone, forse più, avvocati ma non solo.
Il presidente del Coa Antonio Tafuri è riuscito a convincere Davigo a prendere sul serio l'invito di quel verbale: "Gli ho inviato la delibera per mail e lui ha accettato volentieri", spiega il presidente degli avvocati partenopei. Certo, se a Milano erano usciti dall'aula magna, a Napoli Tafuri e gli altri consiglieri si erano presentati nell'altrettanto solenne Sala dei Baroni con le manette ai polsi. Il derby Milano-Napoli è sempre ad alti livelli.
Ma di alto livello, non foss'altro per aver saputo restituire la distanza reale, ontologica fra avvocatura e Davigo, è stato anche il dibattito napoletano di due giorni fa su "Riforma e ragionevole durata del processo penale". Tafuri lo ha introdotto così, con parole chiare: "È sempre meglio parlarsi mentre ci si guarda negli occhi".
E c'è un'altra sua notazione, che con lungimiranza coglie il senso ultimo del contrasto fra il presidente della seconda sezione penale della Cassazione e il mondo forense: "Il sistema penale assegna all'avvocatura una condizione paritaria rispetto all'accusa. E la parità nel contraddittorio a nostro giudizio deve valere anche per i convegni". Ecco perché per gli avvocati napoletani era importante invitare proprio chi, come Piercamillo Davigo, è così scettico sul modello processuale accusatorio che ha stabilito proprio quella parità.
Certo la sfida è impari sul piano ambientale. Ovvio che in platea non manchino i magistrati, ma la controparte processuale, cioè gli avvocati, sono altrettanto inevitabilmente in netta maggioranza. E nei momenti più aspri della temeraria, e a suo modo coraggiosa, requisitoria di Davigo, rumoreggiano, non senza motivo. Una cosa appare evidente: il togato del Csm non ama l'eccezionalità della giustizia e della Costituzione italiana.
"Una prescrizione quale la nostra esiste solo in Grecia. Vorrà dire qualcosa se in Germania non c'è, non c'è negli Stati Uniti e neppure in Francia, che è la culla dei diritti umani? O dobbiamo pensare che gli altri sono tutti barbari". A Davigo non suona, evidentemente, che processi lunghi come i nostri richiedano un argine, ma neppure che il robusto impianto delle nostre garanzie custodisca una sapienza e una civiltà superiori.
Rimpiange il modello inquisitorio, Davigo, anche se non lo dice mai. "Hanno cancellato l'introduzione del pm che consentiva al giudice di farsi un'idea, e di poter capire ad esempio chi, nelle fluviali liste di testimoni, servisse davvero al processo". Come a dire che gli avvocati hanno sempre il modo di far perdere tempo persino quando il tempo è in mano al giudice. E del fatto che la prova debba rivelarsi nel contraddittorio fra le parti, e non da una traccia segnata preventivamente dall'accusa, non interessa.
Il professor Vincenzo Maiello, colonna della Federico II ma anche delle battaglie dell'Unione Camere penali, decostruirà poco dopo gran parte delle accuse di Davigo al codice Vassalli. Il punto è che, pressato dal brusio avverso e da un clima oggettivamente da trasferta, il togato infila qua e là qualche passaggio davvero urticante per gli avvocati. Che, dice, "quando si comportano correttamente ci aiutano a non sbagliare".
Apriti cielo: come se di prassi fossero dei treccartari. Siamo sempre lì. Il clima si arroventa del tutto quando il consigliere Csm sostiene che "le sanzioni europee per il trattamento inumano nel nostro sistema penitenziario sono nate anche dai discutibili parametri seguiti dall'Italia nel calcolare lo spazio medio per detenuto, assimilato a quello delle private abitazioni.
È vero che alcune nostre carceri sono sovraffollate e cadenti, ma sul piano generale il significato dei dati è stato alterato". Rivolta in platea. Ma Davigo, con una fermezza di approccio che, vale la pena ripeterlo, è comunque da apprezzare, si chiede "come mai vogliano restare da noi anche i detenuti stranieri provenienti da quei Paesi con i quali pure esisterebbe l'accordo per il rimpatrio: succede con l'Albania, per esempio". Il brusio rischia di trasformarsi in invettiva: certo non ci si può consolare se le galere del terzo mondo sono persino peggiori delle nostre.
Ma a parte passaggi del genere che suonano davvero come provocazioni, Davigo finirà per spostarsi più sul discorso general comparativo che sul terreno delle riforme contingenti, preferito invece non solo da Maiello ma anche dagli altri interlocutori. Il consigliere Csm cita un esempio dell'ordinamento francese censurato dalla Cedu per ricordare che "una vittima non può avere solo il diritto al risarcimento civile, secondo Strasburgo vanta anche quello di veder punito il suo carnefice".
Ma è nel pretendere una comparazione con "il processo civile, in cui la prescrizione non interviene" che affiora la sottovalutazione di una potestà punitiva pubblica senza limiti e perciò autoriaria. Davigo insiste sulla prima sentenza Taricco, e sottovaluta troppo la seconda, per dire che "dobbiamo guardare anche lontano da noi, quando insistiamo nel considerare la prescrizione immodificabile". E qui a scorgere la chiave più illuminante è il giornalista chiamato a governare l'eccellente dibattito, non un moderatore qualsiasi: il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano.
Che, dopo aver citato Toqueville e Bobbio, ricorda quanto sia "a volte fuorviante l'ispirazione a modelli stranieri: il Giappone è il Paese col senso civico forse più sviluppato al mondo ma, storia di pochi giorni fa, è ancora capace di eseguire condanne a morte dopo aver tenuto 40 anni una persona dietro le sbarre". Ci vorrebbe più amore per la giustizia italiana, per quanto impegnativa ed estenuante possa essere. Chissà che gli avvocati, magari proprio gli avvocati di Napoli, non abbiano aperto una breccia nel cuore dell'irriducibile Davigo.
Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2020
Reati contro la pubblica amministrazione - Università e fondazioni - Università telematica - Natura pubblica dell'ente fondazione - Persona incaricata di pubblico servizio -Articolo 357, cod. pen. - Configurabilità - Fattispecie. Il riconoscimento di incaricato di pubblico servizio non si fonda su un canone di tipo soggettivo, implicante la verifica della natura pubblica dell'ente e del rapporto che lega il soggetto all'ente, bensì su un criterio oggettivo connesso alla natura delle funzioni in concreto svolte a prescindere dal fatto che possano assumere forma privatistica. Ai sensi dell'articolo 357, secondo comma cod. pen. il pubblico servizio si distingue per essere disciplinato da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi pur non essendo connotato da poteri autoritativi o certificativi. (Nell fattispecie è stato possibile contestare il delitto di peculato un membro del consiglio di amministrazione di un'università telematica emanazione di una Fondazione di un'università costituita a sua volta per le finalità dell'università pubblica e disciplinata dal DPR n. 254 del 2001 in relazione all'art. 59 della L. n. 388 del 2000 alla stregua del quale la fondazione poteva istituire autonome iniziative didattiche telematiche).
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 5 febbraio 2020, n. 4952.
Reati contro la pubblica amministrazione - Nozione di persona incaricata di un pubblico servizio - Soggetti inseriti nella struttura organizzativa di società per azioni - Qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio - Fattispecie. I soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, quando l'attività della società medesima sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche, pur se con gli strumenti privatistici. (Fattispecie in cui la Corte ha riconosciuto la qualifica di pubblici ufficiali ai funzionari della Consip s.p.a., in considerazione della dimensione pubblicistica delle attribuzioni funzionali e delle correlative attività svolte, finalizzate alla gestione e controllo da parte della P.A. di una pluralità di commesse nell'interesse e a vantaggio di diverse e molteplici amministrazioni aggiudicatrici).
• Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 25 luglio 2017 n. 36874.
Reati contro la pubblica amministrazione - Nozione di pubblico ufficiale - Qualifica soggettiva di incaricato di pubblico servizio - Funzionari di società private operanti nei c.d. settori speciali - Sussistenza. I funzionari dipendenti di società operanti nei c.d.settori speciali (nella fattispecie quello dell'energia), sono incaricati di pubblico servizio ai sensi dell'articolo 358 cod.pen., atteso il rilievo pubblicistico dell'attività svolta da dette società, obbligate ad adottare la procedura di evidenza pubblica nella gestione degli appalti. (In motivazione la Corte ha chiarito che l'obbligatorietà della procedura di evidenza pubblica è indice sintomatico del rilievo pubblicistico dell'attività svolta dalla società, in quanto la sua previsione presuppone la necessità ed il riconoscimento che una determinata attività, relativa a settori strategici per gli interessi pubblici di uno stato, sia sottoposta ad un regime amministrativo che assicuri la tutela della concorrenza assieme all'imparzialità della scelta del soggetto aggiudicatario).
• Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 7 luglio 2016 n. 28299.
Reati contro la pubblica amministrazione - Persona incaricata di pubblico servizio - Soggetti inseriti nella struttura organizzativa di società per azioni - Qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio - Fattispecie. Ai fini della configurazione del reato di peculato, i soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, allorquando la ragione d'essere della società medesima risieda nel generale perseguimento di finalità connesse a servizi di interesse pubblico, a nulla rilevando che dette finalità siano realizzate con meri strumenti privatistici. (Fattispecie nella quale la Corte ha riconosciuto la qualifica di incaricato di pubblico servizio al presidente di una società per azioni, operante secondo le regole privatistiche ma partecipata interamente da un comune, avente ad oggetto la gestione di servizi di manutenzione del verde pubblico e dell'arredo urbano).
• Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 14 gennaio 2016 n. 1327.
La Provincia Pavese, 20 febbraio 2020
Stava scontando una condanna a 20 anni per un duplice delitto commesso due anni fa a Cremona: il 24 gennaio 2018 Wu Yongqin, cinese di 54 anni, aveva ucciso sua moglie Chen Aizhu, di 46 anni, e un bambino di soli 3 anni, figlio di amici, che la donna accudiva come baby-sitter. L'uomo si è tolto la vita nel carcere di Torre del Gallo, a Pavia, nel quale era detenuto. Si è tolto la vita impiccandosi domenica 16 febbraio.
Il suo corpo senza vita è stato ritrovato dagli agenti della Polizia penitenziaria. La direzione della Casa circondariale ha comunicato la notizia all'avvocato dell'uomo. Il duplice omicidio era avvenuto nella casa del 54enne cinese, in via Fatebenefratelli a Cremona. Wu Yongqin era stato processato il 14 marzo dello scorso anno con rito abbreviato.
- Parma. Raffaele Cutolo ricoverato d'urgenza in ospedale per una crisi respiratoria
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