di Nello Scavo
Avvenire, 22 febbraio 2020
Lettera da Lussemburgo della commissaria per i diritti umani, Dunja Mijatovic, al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Roma ha chiuso gli occhi troppo a lungo, ignorando anche l'Onu. "Chiedo al vostro governo di sospendere ogni attività di cooperazione con la guardia costiera libica che comporta, direttamente o indirettamente, il respingimento di persone intercettate in mare", e riportate a terra nei campi di tortura di un Paese in guerra civile. La richiesta della commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa al governo italiano è perentoria. E comincia da un rimprovero: "L'Italia deve riconoscere la realtà della situazione in Libia".
L'accusa, neanche troppo implicita, è che la "ragion di stato" impedisca al nostro governo di prendere atto della tragedia umanitaria, perciò la commissaria Dunja Mijatovic, in una lettera inviata il 23 febbraio al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, non è andata per il sottile. La Farnesina ha reagito quasi senza entrare nel merito, tuttavia facendo ammissioni. "Siamo pienamente consapevoli che esiste un margine di miglioramento nella cooperazione stabilita nel 2017 con la Libia, ma i dati in quanto tali - si legge nella lettera di risposta a Strasburgo - ci dicono che dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione, piuttosto che disimpegnarci dal Paese".
Nei giorni scorsi aveva destato sconcerto la bozza di rinegoziazione del memorandum, anticipata integralmente da Avvenire, specie per alcuni passaggi. Le autorità libiche continuano a definire i campi di prigionia dei migranti come "centri di detenzione". Una definizione giuridicamente conforme a quanto stabilito dal governo libico che considera i migranti come degli irregolari da tenere agli arresti. Nessuna menzione, da parte libica, sugli abusi, le torture, e quelli che l'Onu definisce "orrori indicibili" commessi indistintamente su uomini, donne e bambini. L'Italia, però, è riuscita a fare di più. Non solo nella bozza non parla mai di "centri di detenzione", ma addirittura arriva a definire le strutture, nel loro attuale assetto, come "centri di accoglienza". Un artificio lessicale che va ben oltre il bon ton della diplomazia.
La diminuzione delle morti nel Mediterraneo, passate da 2.853 nel 2017 a 743 nel 2019, "dicono che dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione piuttosto che disimpegnarci da questo Paese", insiste il governo italiano. Ma da Strasburgo viene ricordato che la cattura in mare non è affatto una garanzia per la sorte dei migranti intercettati e ricondotti in un Paese "dilaniato dal conflitto" e da quale giunge "una grande quantità di prove che indicano gravi violazioni dei diritti umani subite da migranti e richiedenti asilo". Come dire che quelli bloccati in mare non vengono "salvati", ma riportati nell'inferno dei campi di prigionia finanziati dall'Italia e dall'Ue.
Dal Consiglio d'Europa, da cui dipende la Corte dei Diritti dell'Uomo e che ha ricevuto svariate denunce con l'Italia e l'Ue, viene ricordato che il memorandum d'intesa rinnovato lo scorso 2 febbraio, "gioca un ruolo centrale nel facilitare l'intercettazione dei migranti e richiedenti asilo in mare", che vengono riportati in Libia "dove sono soggetti a gravi violazioni dei diritti umani", ha sottolineato la commissaria.
"Per garantire efficacemente il rispetto dei diritti umani in qualsiasi cooperazione migratoria con Paesi terzi, qualsiasi attività prevista dovrebbe essere preceduta - è l'indicazione di Mijatovic - da accurate valutazioni del rischio per i diritti umani, sviluppare strategie per mitigare tali rischi, ideare meccanismi di monitoraggio indipendenti e stabilire un efficace sistema di ricorso".
Nella lettera indirizzata a Di Maio, il Commissario esorta il governo italiano a introdurre garanzie sui diritti umani nel corso della rinegoziazione. Pur rilevando che sono in corso discussioni per migliorare la conformità dei diritti "in futuro", il Commissario "invita l'Italia a riconoscere la realtà attualmente prevalente sul terreno in Libia e a sospendere le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica".
Già nei mesi scorsi il commissario Mijatovic aveva fatto appello all'Italia e all'Unione Europea affinché venissero intraprese misure urgenti per sottrarsi all'accusa di complicità con trafficanti e torturatori, ponendo al primo posto nelle relazioni con la Libia il rispetto dei diritti umani. "Politicizzando una questione di natura umanitaria", gli Stati "hanno adottato leggi, politiche e pratiche che - ha denunciato il commissario nel giugno 2019 - sono state spesso contrarie ai loro obblighi giuridici di garantire efficaci operazioni di ricerca e soccorso, lo sbarco rapido e sicuro e un altrettanto tempestiva accoglienza delle persone soccorse, e la prevenzione di tortura e trattamenti inumani o degradanti".
Mesi dopo secondo il Consiglio d'Europa non vi sono stati significativi passi in avanti. Anzi, viene sottolineata "la necessità di valutare i rischi per i diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo". Tuttavia da Strasburgo si dicono consapevoli degli sforzi compiuti dall'Italia, perciò verrà chiesta "maggiore solidarietà dagli Stati membri del Consiglio d'Europa con quei Paesi che, come l'Italia, sono in prima linea nei movimenti migratori verso l'Europa e per una migliore cooperazione, per garantire l'efficacia salvaguardia della vita e la protezione dei diritti umani delle persone in mare".
osservatoremeneghino.info, 22 febbraio 2020
Un onorevole e due Consiglieri regionali si sono recati nella Casa circondariale, parlando con i ristretti e verificando le condizioni degli ambienti. Ieri mattina, M5S, con il deputato Cristian Romaniello e il consigliere regionale Simone Verni, insieme a +Europa/Radicali, con il consigliere regionale Michele Usuelli, hanno effettuato una visita ispettiva a sorpresa presso la Casa Circondariale di Pavia Torre del Gallo.
L'iniziativa nasce dalla preoccupazione delle due forze politiche per il ripetersi di fenomeni suicidari nel carcere e di incidenti ai danni delle guardie penitenziarie come quello che, nel gennaio scorso, ha coinvolto un agente colpito da infarto a seguito di un intervento di soccorso a un detenuto. I rappresentanti istituzionali nel corso della visita hanno verificato la condizione delle celle, degli spazi comuni, di quelli aperti, dell'infermeria e delle cucine e hanno potuto interloquire con i detenuti.
Simone Verni, consigliere regionale del M5S Lombardia dichiara: "La visita congiunta ci ha dato la possibilità di toccare con mano tutta una serie di problematiche emerse nella cronaca. L'aspetto sanitario è tra quelli emergenziali: l'infermeria opera in condizioni di costante difficoltà a causa della carenza di medici.
La telemedicina, che potrebbe alleviare il lavoro degli operatori, è implementata ma i macchinari, nuovi e funzionanti non sono collegati e mancano i protocolli operativi. La cartella sanitaria digitale non è mai entrata in funzione e i detenuti rischiano di perdere la storicità del proprio quadro clinico. In regione andrà aperto un discorso serio e puntuale sull'offerta di servizi sanitari. Ci tengo a ringraziare gli agenti della polizia penitenziaria per la grande volontà di collaborazione che hanno dimostrato: lavorano in condizioni estreme. A loro va il merito di supplire a carenze spesso politico-istituzionali nell'amministrazione dei penitenziari".
Cristian Romaniello, deputato del M5S, aggiunge: "La condizione dei detenuti è precaria, meritano di vivere in condizioni migliori. Gli agenti sono pochi e la vita del carcere porta con sé problemi e difficoltà anche fuori dall'ambito del lavoro. Serve un supporto psicologico più ampio e condizioni di lavoro più dignitose e di questo mi farò portavoce a Roma. Personalmente poi sto lavorando sul tema dei suicidi, sono stati due in questo carcere negli ultimi mesi, oggetto di una mia proposta di legge".
Michele Usuelli, consigliere regionale di +Europa/Radicali conclude: "Diminuiscono i reati, ma aumentano i detenuti. A Pavia ne abbiamo una prova concreta: in un carcere di 518 posti i detenuti sono 730. C'è la terza branda, ci sono detenuti anziani, ci sono tanti detenuti a fine pena che, in violazione della legge, non possono accedere a trattamenti alternativi e sono costretti a fare fino all'ultimo giorno. Manca la possibilità di estendere patteggiamenti e riti abbreviati. Le manette non sono la soluzione dei problemi della Giustizia italiana".
di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 22 febbraio 2020
Trovato con una felpa attorno al collo, ci sarebbero dei lividi sul corpo. Lunedì mattina un detenuto è stato trovato impiccato nella sua cella, è stata aperta un'indagine. Marco Antonio Fasan, 38 anni, è stato trovato impiccato con la propria felpa nel carcere di Santa Bona lunedì mattina. Fasan era da solo in cella in seguito a un litigio con altri detenuti in una sorta di isolamento temporaneo. L'uomo aveva da poco perso il padre a cui era affezionato, ma l'ex moglie chiede che venga fatta chiarezza sulla dinamica della morte. Il corpo di Fasan infatti presenterebbe dei lividi che richiedono accertamenti.
Un mese fa aveva perso il padre, che per lui era una figura importantissima. Gli era stato sempre vicino nonostante le sue sbandate e quella vita tormentata che nell'ultimo decennio l'aveva portato più volte in carcere per spaccio e piccole rapine, per le quasi stava finendo di scontare l'ultimo anno dietro le sbarre.
E questo sicuramente era stato un evento che l'ha destabilizzato dal punto di vista emotivo. Poi c'erano quei rapporti sempre più difficili con alcuni detenuti del carcere di Santa Bona a Treviso, che pare fossero culminati proprio lo scorso lunedì mattina in una lite e nella successiva "punizione" in una cella di "isolamento", se così si può definire. Quella stessa dove un'ora dopo Marco Antonio Fasan è stato trovato impiccato con la propria felpa.
È l'ennesima tragedia nelle carceri italiana, un suicidio su cui ora la compagna del 38enne di origine cilena, ma adottato da piccolo da una famiglia veneziana, chiede che venga fatta chiarezza, anche perché sul corpo ci sarebbero stati alcuni lividi.
"Non accusiamo nessuno - dice per suo conto l'avvocato Mauro Serpico, che era il legale di Fasan Però chiediamo che venga accertato che cosa è successo". Il pm Mara De Donà ha già deciso di disporre l'autopsia per verificare la causa della morte e lunedì incaricherà il medico legale Alberto Furlanetto. L'avvocato Serpico sta ancora valutando se nominare un proprio consulente da affiancare a quello della procura.
Fasan, 38 anni, era nato in Cile, ma è cresciuto a Venezia, dove il padre aveva diverse proprietà immobiliari. Negli ultimi anni però si era trasferito con lui a Tarzo, nel Trevigiano. Negli ultimi giorni aveva chiamato il suo legale per parlare anche del futuro di questo patrimonio, che gli sarebbe arrivato in eredità.
"Sembrava aver iniziato a metabolizzare lo choc per la morte del padre, mi aveva detto che avrei dovuto aiutarlo a trovare il modo per gestirlo racconta ancora Serpico - Non sembrava una persona che di lì a pochi giorni si sarebbe tolta la vita, anche perché stavamo lavorando per poter ottenere a breve una detenzione domiciliare".
La morte dell'uomo che lo aveva accudito l'aveva provato. Anche perché nei giorni precedenti il decesso, quando era gravemente malato, aveva chiesto un permesso per poterlo vedere, che gli era però stato negato. Era potuto uscire dal carcere solo per tre ore in occasione dei funerali. Resta il fatto che i famigliari vogliono capire che cosa sia successo, anche perché ci sono degli aspetti che non tornano. Il legale ha chiesto di poter vedere le foto del ritrovamento del cadavere, anche perché la stanza dove era stato messo da solo non dovrebbe avere molti elementi a cui appendersi per tentare di impiccarsi, tanto più con una felpa. Qualcuno ha parlato di un "gesto dimostrativo finito male". Ma ora è tutto nelle mani della procura.
Fasan era finito coinvolto già più di dieci anni fa in un traffico di ecstasy, da cui uscito con un patteggiamento a due anni. Era stato di nuovo arrestato nel 2014 per aver rapinato una coppia di bengalesi, che avevano reagito al furto di una felpa dal loro banchetto. L'anno dopo, con un'amica, aveva rapinato un uomo per strada a Venezia, cercando di portargli via la borsa: preso, aveva patteggiato un anno e 4 mesi.
di Beatrice Barra
ilforo.eu, 22 febbraio 2020
Programma di lavori di pubblica utilità nelle carceri messicane costruito sul modello italiano. Si è tenuto qualche giorno fa nella scuola superiore dell'esecuzione penale "Piersanti Mattarella" di Roma il seminario internazionale Crimine organizzato e sistema penitenziario.
L'argomento del dibattito è stato il Programma di lavori di pubblica utilità nelle carceri di città del Messico,promosso dall'Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), che punta a contribuire al processo di reinserimento sociale dei detenuti della capitale messicana, alla prevenzione della criminalità e alla riduzione della recidiva. Obiettivi importanti, a maggior ragione in un paese in cui le dinamiche sociali - rilevanti e non - sono alle dipendenze di una criminalità insidiosa piena di sfaccettature e aree di interesse.
L'iniziativa è nata sulle orme del modello italiano "Mi riscatto per..." che ha riscosso un grande successo, apportando benefici alla collettività. I detenuti hanno hanno ripagato il proprio debito con la società, sentendosi al contempo una risorsa per la stessa. Hanno frequentato corsi di formazione all'interno delle carceri che, una volta liberi, hanno permesso loro di assumere un ruolo attivo nelle dinamiche comunitarie. Importanti esponenti della magistratura di Italia e Messico hanno partecipato all'incontro organizzato dall'Unodc, in collaborazione con il Dipartimento dell'Aministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.
Il sistema penitenziario messicano - Prima di affrontare le prospettive di cambiamento, però, bisogna capire quale sia il punto di partenza. La situazione del sistema penitenziario messicano è tanto palese, quanto insidiosa. Da un lato per la criminalità incontrollata e incontrollabile, dall'altro perché infettato dalla corruzione. Talvolta, sono proprio le autorità a fraternizzare con i delinquenti. Nonostante la gravità della situazione, però, se ne sente parlare poco. Parole come "desaparecidos" e "narcotrafficanti" vivono in un paradosso percettivo: sembrano incredibilmente distanti, ma - al contempo - sono fortemente radicate nell'immaginario collettivo e associate al Messico come una sorta di marchio di fabbrica del quale non si può fare a meno.
Lo sa bene Claudio Cordova, giornalista d'inchiesta che ha deciso di osservare da vicino i meccanismi della contorta realtà messicana, dove l'azzurro del cielo e del mare convive con il nero della violenza diffusa e dell'impunità. Un problema che "ha origini culturali" - come si evince dal suo documentario "La Terra degli alberi caduti" -, che coinvolge i civili e, talvolta, trova in loro silenziosa e passiva accettazione. Forse per paura, forse per rassegnazione, forse per abitudine. Nel 2019 è arrivato a 40mila il numero di desaparecidos, ovvero i civili sottratti alle famiglie e alla propria vita a partire dalla guerra della droga iniziata nel 2006.
Nonostante traspaia molto poco al di fuori dei confini messicani, i cittadini hanno piena contezza del dramma del loro paese in cui è negato il diritto alla giustizia, alla memoria e alla libera informazione. Sono pochi coloro che trovano il coraggio di opporsi, poiché "il grado di corruzione all'interno delle forze di polizia messicane ammonta a circa l'80%". Chi si ribella, dunque, diventa facilmente un bersaglio e, spesso, viene eliminato. Il memorandum firmato ad Agosto per i lavori di pubblica utilità nelle carceri sembra, però, essere un "passo avanti" sia dal punto di vista pratico della rieducazione della civiltà, sia per il messaggio che veicola: è la voce di quella parte del Messico che non vuole smettere di credere in un possibile cambiamento.
Il progetto - La fase esecutiva del progetto è iniziata con la sottoscrizione del Memorandum d'Intesa del 1° agosto da parte dell'Unodc, della Segreteria di Governo di Città del Messico e del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Con il documento le parti si impegnano sostanzialmente su tre fronti: realizzare, congiuntamente con il potere giudiziario di Città del Messico, le linee guida operative del Programma; creare un gruppo di lavoro, integrato con i responsabili per l'ambiente, il lavoro, i servizi e la sicurezza della pubblica amministrazione locale, che si occupi di curare l'organizzazione dei lavori di pubblica utilità; pubblicare il Manuale delle buone pratiche del modello di reinserimento lavorativo a Città del Messico.
A fine estate il progetto è stato controllato e approvato dai partner italiani e, successivamente, è stata firmata una convenzione per l'impiego di risorse economiche che vede coinvolti rappresentanti di imprese made in Italy che potrebbero diventare possibili partner privati dell'iniziativa. Un aspetto molto tenuto in considerazione - sopratutto alla luce dei 16 morti nel carcere Cerereso (Stato messicano di Zacatecas) lo scorso primo gennaio a seguito di uno scontro tra bande rivali - è l'apparato di sicurezza. È stato messo a punto il programma per la logistica e il piano di sorveglianza dei detenuti, per la formazione del personale e la corretta distribuzione delle ruoli.
Il primo piccolo-grande obiettivo è stato raggiunto agli albori del 2020. Venti i detenuti che sono stati selezionati e che, dopo il percorso di formazione come curatori di giardini e aree verdi, sono usciti per la prima volta dal Centro penitenziario Ceresova. Il gruppo viene chiamato "la primera brigada", espressione che rimanda ad una cinematografia di ambientazione bellica che vuole sottolineare la responsabilità socio-culturale di questi ragazzi. La consapevolezza è una: cambiare meccanismi radicati non è facile, ma provarci è indispensabile.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 22 febbraio 2020
La ministra della Giustizia tedesca è convinta che si debba "prosciugare il terreno di coltura dove fiorisce l'estremismo". Facebook e Twitter dovranno comunicare alla polizia, non solo rimuovere, i contenuti criminali o minacciosi. "I social media - dice - abbassano la soglia dell'inibizione e facilitano il passaggio all'azione".
È la ministra della Giustizia da soli otto mesi, nel traballante governo Merkel, ma Christine Lambrecht può essere orgogliosa di quello che ha fatto. Non sarà solo merito suo certamente, perché l'idea circolava da tempo. L'importante, però, è avere terminato il percorso, mettendo la firma su una legge che rappresenta una svolta, sia pure in attesa del via libera del Parlamento. Finisce l'era dell'impunità. A social media come Facebook e Twitter non basterà rimuovere i messaggi criminali o minacciosi - che riguardano preparativi di attentati, formazione di gruppi terroristici, incitamento all'odio razziale, intenzioni di stupro o violenze. Dovranno comunicare i contenuti all'Ufficio federale della polizia criminale e, nei casi più gravi, trasmettere i dati criptati degli account. "Bisogna prosciugare - ha detto - il terreno di coltura dove fiorisce l'estremismo".
Nata a Mannheim, 54 anni, iscritta alla Spd da quando era ragazza, Lambrecht ha una solida formazione giuridica. Agli studi universitari è seguito un periodo di tirocinio nel tribunale statale di Darmstadt. Tra i socialdemocratici ha compiuto una carriera-tipo, iniziata a livello locale e proseguita nel 1998 con l'elezione al Bundestag. Il primo incarico ministeriale è arrivato due anni fa, quando è stata nominata sottosegretaria alle Finanze. Nel giugno 2019 il passaggio al ministero della Giustizia (dove ha sostituito Katarina Barley) e si è messa subito al lavoro. Sono tempi difficili per un partito incamminato verso un declino apparentemente irreversibile, ma la cultura di governo della Spd ha avuto il merito, se non altro, di ritardare il declino più generale della politica tedesca.
La legge "contro l'odio" è stata varata proprio lo stesso giorno in cui l'estremista di destra Tobias Rathjen ha ucciso nove persone perché convinto della necessità di "sterminare gli stranieri che non si possono più espellere". Una coincidenza significativa. È chiaro che il fenomeno del fanatismo neonazista e xenofobo, spesso sottovalutato o protetto in Germania, ha radici e diramazioni profonde. Ma è necessario utilizzare tutti i mezzi possibili per combatterlo. Ricordando, come ha fatto Christine Lambrecht, che i social media "abbassano la soglia dell'inibizione" e "facilitano il passaggio all'azione".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 22 febbraio 2020
Il carcere può essere uno strumento di riscatto e anche di sviluppo per molti Paesi. Di questo è convinto il provveditore delle carceri del Triveneto Enrico Sbriglia che, ieri mattina, a palazzo Moroni ha partecipato al convegno "Dal carcere ai primi passi di libertà" organizzato dal Comune, dall'Ulss 6, dalla Conferenza nazionale volontari giustizia e dal Centro Servizi volontariato.
Un evento che rientra nell'ambito di Padova capitale del volontariato 2020 e che ha visto tra i suoi partecipanti, tra gli altri, il presidente del Csv Emanuele Alecci, il direttore della Sanità penitenziaria dell'Ulss 6 Felice Alfonso Nava e la presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia Ornella Favero.
"L'universalità dei diritti non può che farci sentire tutti e tutte parte di una stessa comunità che cresce se cresce insieme ha spiegato nel suo intervento l'assessore ai Servizi anagrafici Francesca Benciolini - Un grazie speciale va alla rete di associazioni e di enti del terzo settore che concretizzano ogni giorno questo impegno con la loro presenza negli Istituti penitenziari presenti nel nostro territorio. Come amministrazione restiamo impegnati su questo fronte in particolare grazie al lavoro prezioso della assessora Marta Nalin".
"Grazie anche alla collaborazione di personale specializzato ha detto, invece, Sbriglia vogliamo promuovere dei corsi destinati a detenuti che provengo da Paesi in via di sviluppo". "Se noi insegniamo a queste persone a costruire dei mattoni, a realizzare dei sistemi d'irrigazione, a riparare i trattori, a costruire capannoni o a lavorare in call center istituzionali, diamo loro la possibilità di avere una preparazione professionale che, poi, sarà spendibile nei Paesi di origine" ha aggiunto.
"Per far questo ha concluso è fondamentale avvalersi di mediatori che abbiano dei contatti diretti con le istituzioni di questi Paesi. Solo in questo modo saremo in grado di dar vita ad un processo virtuoso che possa dare un futuro a questi detenuti".
di Enea Conti
Corriere della Sera, 22 febbraio 2020
La denuncia del giudice che ha postato la foto della cartellina: "Troppi razzisti". Sul fascicolo la scritta "Negro" per indicare la persona alla sbarra per lesioni contro due poliziotti in servizio alla stazione di Faenza avvenuta due anni fa. E non è un cognome - come qualcuno ha erroneamente ipotizzato - ma l'epiteto razzista che un avvocato di Forlì ha utilizzato per indicare l'imputato, un nigeriano, sulla cartella con cui si è presentato pochi giorni fa al Tribunale di Ravenna, sede del processo.
La denuncia - A denunciare il caso il giudice della Cassazione Roberto Riverso, in passato alla sezione lavoro di Ravenna. Il magistrato ha infatti postato ieri su Facebook la foto della cartellina. "Me l'hanno segnalata, io lavoro a Roma e non sono di certo a Ravenna. Ma non ho avuto dubbi, l'ho pubblicata per fare in modo che tutti sapessero. I giuristi, rispetto agli altri hanno un dovere in più. Non si tratta di un illecito disciplinare o di un crimine. Ma è piuttosto la confessione dell'estraneità di questo soggetto alla civiltà del diritto e certi comportamenti vanno condannati", spiega il giurista.
"Troppi razzisti" - Stando a quanto si apprende, l'avvocato forlivese si è discolpato spiegando che il materiale incriminato non ha in calce il timbro del suo studio legale, anche se il caso è stato segnalato all'ordine degli avvocati. "Al di là delle responsabilità specifiche - spiega Riverso - io credo che un problema di razzismo in Italia ci sia. E ancora una volta dico: i giuristi - magistrati o avvocati - devono a maggior ragione vigilare affinché episodi di questo genere non si ripetano. Vedo molti commenti al mio post pubblicato su Facebook che negano che l'episodio segnalato sia riconducibile al razzismo. Ecco, magari iniziamo a far ragionare chi ragiona con la retorica dell'"io non sono razzista ma"".
di Antonio Pisani
anteprima24.it, 22 febbraio 2020
Caserta - Entra nella fase di attuazione il progetto "Mi riscatto per il futuro", che prevede l'impiego di detenuti nelle attività di manutenzione dell'area industriale di Caserta (Asi); un piano basato sul protocollo d'intesa siglato dall'Asi Caserta con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria-Ministero della Giustizia, il Provveditorato Regionale Campania dell'Amministrazione Penitenziaria ed il Tribunale di Sorveglianza di Napoli.
Si è tenuta infatti la terza riunione operativa del tavolo tecnico di coordinamento e programmazione permanente istituito dal Protocollo, nel corso della quale è stato illustrato il cronoprogramma, che prevede l'avvio della fase preliminare, in cui verrà fornito al personale detenuto un percorso formativo con corsi specifici finalizzati all'acquisizione di competenze sia in tema di sicurezza sul lavoro, sia all'apprendimento delle specifiche tecniche di lavoro ed uso della strumentazione che verrà fornita in dotazione alle squadre di intervento.
L'attuazione iniziale del piano di lavoro coinvolgerà le aree industriali di Aversa, Marcianise, Caserta-Ponteselice e Volturno Nord e vedrà, sempre in questa prima fase, il coinvolgimento di circa venti detenuti che saranno impiegati nelle attività di manutenzione del verde e del manto stradale, nella raccolta dei rifiuti e in interventi sulla rete idrica, fognaria e pubblica illuminazione.
"I detenuti avranno l'opportunità di reinserirsi nella società attraverso un lavoro e allo stesso tempo potranno contribuire alla riqualificazione dell'area industriale" ha dichiarato la presidente dell'Asi di Caserta Raffaela Pignetti. "Sono molto orgogliosa della tempestività con cui stiamo attuando il progetto e della proficua e propositiva collaborazione con tutte le istituzioni coinvolte" conclude la Pignetti.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 22 febbraio 2020
Rilasciata la segretaria generale del Partito dei Lavoratori, dopo nove mesi di carcere per una sentenza che il movimento di protesta definisce "politica". La denuncia di Amnesty: ancora repressione contro i manifestanti e la stampa. Lo scorso lunedì la segretaria generale del Partito dei Lavoratori (Pt), Louisa Hanoune, è stata rilasciata, dopo la decisione della Corte d'Appello militare di Blida di far decadere le due principali accuse a suo carico: "complotto contro lo Stato" e "attacco all'autorità dell'esercito".
Una prima condanna nel settembre 2019 - insieme agli ex capi dei servizi segreti Mohamed "Toufik" Mediène e Athmane "Bachir" Tartag e al fratello del deposto presidente Said Bouteflika - le aveva inflitto una pena a 15 anni di carcere.
Il Comitato nazionale per la Liberazione dei Detenuti (Cnld) aveva definito la sentenza come "politica", influenzata dal clima di repressione voluto dal generale Ahmed Gaid Salah, vero reggente del paese fino alla morte per infarto e all'elezione a dicembre del neo-presidente della repubblica Abdelmajid Tebboune. Con il volto smagrito e il fisico provato da nove mesi di detenzione, la 66enne pasionaria Louisa Hanoune ha dichiarato, nel primo incontro ufficiale con i membri del Cnld, con voce chiara e decisa di essere "sempre stata convinta della propria innocenza, di aver agito solo per gli interessi del paese e di voler continuare a lottare per la giustizia e per la liberazione di tutti i prigionieri politici e d'opinione".
Nonostante la scarcerazione, infatti, la Corte militare ha confermato l'accusa di "cospirazione" convalidandole una "condanna a tre anni di pena, con nove mesi di carcere", già scontati dallo scorso maggio 2019. Gli avvocati di Hanoune hanno fatto richiesta in Cassazione indicando che "in quanto leader di un partito politico, in un momento di crisi istituzionale, Hanoune aveva richiesto un incontro al consigliere del presidente (Said Bouteflika) per chiedere chiarimenti" e hanno affermato che questa condanna è stata "l'ennesima dimostrazione di un processo politico con un verdetto concordato a priori".
Nel suo recente incontro con i rappresentanti delle diverse regioni del paese, il presidente Tebboune ha ribadito "il suo impegno nel portare avanti un cambiamento radicale per soddisfare la volontà popolare e le esigenze dell'Hirak per un vero cambiamento del sistema". Nonostante le dichiarazioni di facciata e alcune aperture sulla liberazione dei prigionieri politici, a distanza di un anno la situazione di stallo non cambia e la protesta dell'Hirak non diminuisce.
Nel suo rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani, pubblicato il 18 febbraio, Amnesty International denuncia ancora "l'utilizzo delle forze di sicurezza per reprimere il movimento di protesta con arresti arbitrari nei confronti di centinaia di manifestanti". "Diverse persone sono state consegnate alla giustizia con pene discutibili come "attacco all'integrità nazionale" - continua l'ong - mentre le autorità hanno vietato le attività di diverse associazioni o hanno represso e ostacolato la stampa nel cercare di portare una corretta informazione riguardo al movimento di protesta pacifico dell'Hirak, soprattutto nel periodo delle elezioni presidenziali".
"Né l'incriminazione e la prigionia dei simboli dell'era Bouteflika, né le dichiarazioni di apertura da parte di Tebboune e neanche le intimidazioni e gli arresti nei confronti del popolo che protesta hanno avuto nessun effetto sull'Hirak, che richiede un cambio definitivo del sistema per una nuova Algeria, questa è la nostra speranza oggi come un anno fa", ha dichiarato uno dei leader della protesta, Noureddine Benissad, presidente della Lega algerina per i Diritti umani.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 21 febbraio 2020
Per combattere lo spaccio non serve giustizia sommaria ma processi più rapidi. La titolare dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha emanato una norma che impone l'arresto immediato, cioè la detenzione preventiva, anche per chi spaccia una "modica quantità" di sostanze stupefacenti.









