ansa.it, 12 gennaio 2020
Operativo nuovo Ufficio centrale, modello esportato all'estero. Il lavoro in carcere costituisce "la via maestra" per il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti. Ne è convinto il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, che di recente, d'intesa con il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, ha costituito e reso operativa presso il Dap una nuova unità, l'Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti.
di Ricarda Concia
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Mi permetto di intervenire nel dibattito sulle morti stradali, perché da 20 anni mi occupo in Germania di "reati stradali", della loro prevenzione e ho scritto migliaia di perizie. Cinquanta anni fa, nel 1970, in Germania abbiamo avuto più di 21.000 morti stradali, con 20 milioni di mezzi come macchine, moto, camion in circolazione. Nel 2017, 47 anni dopo, abbiamo avuto 3.180 decessi per incidenti stradali, ma nello stesso tempo 58 milioni di mezzi in circolazione e 20 milioni di abitanti in più. Questo significa quasi il triplo dei mezzi stradali in circolazione e nello stesso tempo l'85% dei morti in meno.
Come è potuto accadere tutto questo? La tecnologia, la maggiore sicurezza dei mezzi in circolazione? No, non solo. Abbiamo messo in piedi un sistema di prevenzione rivolto a coloro che hanno commesso infrazioni stradali legate all'abuso di alcool, droghe e infrazioni ripetute. Un sistema che guarda oltre la semplice sanzione amministrativa, abbiamo introdotto un percorso che prevede la sottrazione di alcuni diritti civili come la patente che per essere riacquistata necessita di un percorso terapeutico molto profondo.
Alla fine di questo percorso terapeutico/psicologico chi vuole riacquistare la patente deve sottoporsi ad una perizia medico-psicologica non prima di un anno dal momento in cui gli viene ritirata la patente.
Un anno è un tempo lungo, in cui la persona a cui è stata ritirata la patente si confronta con le problematiche legate al fatto che non può guidare la macchina, con tutte le implicazioni legate alla vita quotidiana (spostamenti, lavoro, mobilità, relazioni, doveri familiari). In questo anno il cliente si deve misurare con i suoi comportamenti "distruttivi" e dimostrare di aver compreso fino in fondo le ragioni delle sue azioni (guida in stato di ebbrezza, guida spericolata) e essere consapevole di dover avere un nuovo approccio alla vita e al rispetto delle regole. Attenzione, non si alimenta in nessun modo il senso di colpa o il rimorso, anzi, l'unico strumento è quello della consapevolezza. I periti come me, vengono accreditati da un ufficio pubblico legato al ministero dell'Interno. Sono nata nel 1966 e non ho conosciuto famiglia in Germania che non avesse un parente o un amico morto di incidente stradale.
Pensando alle tragedie di Roma e dell'Alto Adige, la mia esperienza mi induce a pensare che queste erano morti evitabili. La soluzione non può essere aumentare le pene, né il reato di omicidio stradale, perché già esiste in Italia come in Germania un reato che si chiama omicidio o omicidio colposo.
L'unico strumento è quello della prevenzione. Prevenire cosa? È molto triste per me sapere che i casi di Roma e dell'Alto Adige hanno a che fare con comportamenti recidivi. Cosa è stato fatto per aiutare i due ragazzi colpevoli a non ripetere un comportamento "distruttivo" per gli altri e per se stessi? Comportamento che li ha portati a uccidere degli innocenti e anche a distruggere le loro esistenze. Cari amici italiani è inutile girarci intorno, la maggior parte delle persone che provocano morti stradali per droga, alcool o eccesso di velocità hanno dei problemi. Si tratta di affrontare il problema da una ottica razionalistica: chi presenta i problemi di cui sopra è un pericolo per se stesso e per gli altri, si può affrontare solo collettivamente.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2020
L'implacabile calendario della Rete fissa con esattezza le ricorrenze e ti obbliga a celebrarle. Nei giorni scorsi sono cadute, e sono state ricordate di seguito, tre ricorrenze di grandi fatti che hanno segnato in modo aspro e profondo la vita italiana.
Parlo della strage di Piazza Fontana, della strage di Bologna e della uccisione mafiosa di Piersanti Mattarella. Impossibile non notare subito che, nella lista celebrata in sequenza di tre gravi crimini, solo uno (Mattarella) può essere definito con una parola (mafia) che i fatti successivi hanno confermato, in un contesto storico su cui hanno potuto lavorare e allargare la conoscenza dei fatti, giornalisti, giudici, storici e politica.
Piazza Fontana, mentre la racconti oggi per chi non sa o dimentica, era e resta un fatto misterioso che appare più grande col tempo, proprio perché non ha un contesto (chi c'era, chi voleva, perché?) e non ha colpevoli. Una fitta rete di depistaggi ha contagiato e squilibrato subito ogni possibile ricostruzione dell'evento, pattuglie diverse di imputati si sono susseguite, in inchieste e processi diversi, alla sbarra, e non ci sono mai stati eventi a cui si possano accostare le parole verità o certezza.
C'è voluto del tempo per passare dagli anarchici ai fascisti come presunti colpevoli. Ma il tempo e lo spazio si erano intanto dilatati al punto da isolare i fatti e trasformare la tragedia in faldoni, mentre l'attenzione si è voltata altrove. Si è sentito, questo sì, l'odore del potere, cioè la presenza di gente adatta per lavorare a una strage, gente che, almeno nell'ultimo ciclo di processi, non sembrava essere - o essere stata-tanto lontano dai mandanti.
L'odore veniva da destra, ma giornalismo, libri e giudici non hanno potuto approfondire o sapere di più. La roulette di quell'evento di morte gira ancora e la pallina non si è fermata. La strage di Bologna, un evento molto più grande in tanti sensi, si è diretta verso un esito strano: personaggi sproporzionatamente piccoli della brutta vita italiana di quegli anni, rivengono presentati con sicurezza come gli autori di un evento grandissimo, che avrebbe dovuto avere per forza (salvo disgrazia) mandanti capaci di pensare e ordinare un cambiamento brutale della storia italiana.
Invece ritroviamo di fronte al fatto più grave e arrischiato dello stragismo mai accaduto in Italia, affidato, come per caso, a dei giovani di passaggio, esperti solo in lotte fra bande armate, omicidi secondo decisioni personali o a scontri a fuoco con la polizia che li conosceva e li braccava. Viene in mente la domanda chiave: chi li ha mandati, considerata l'ampia scelta che gli organizzatori di un simile piano avrebbero avuto nel inondo febbrile e affollato de i tecnici dell'esplosivo, nei Paesi industriali e in Medio-Oriente in quegli anni?
È utile ricordare una vicenda americana (terrorismo interno) paragonabile a Bologna per assurdità della strage e numero delle vittime (168 morti, tra cui 20 bambini): l'esplosione che ha distrutto l'edificio federale di Oklahoma City, funzionari e pubblico, il 29 aprile 1995.Anche in quel caso la polizia federale si è orientata subito a destra, in questo caso nel mondo religioso-fondamentalista che due decenni dopo avrebbe votato Trump.
E ha puntato sul soldato McWeight, militante del culto, esperto di esplosivi, sulla base di una evidenza non smentibile. È stato lui a portare il furgone con l'esplosivo nel garage dell'edificio saltato in aria. E lo ha fatto nel "giorno della vendetta". Infatti il 29 aprile di due anni prima la polizia federale, nel tentativo di indurre alla resa il predicatore fondamentalista David Koresh che distribuiva armi ai suo i fedeli, aveva provocato l'esplosione dell'edificio e la morte di sessanta militanti (20 bambini).
Colpisce la differenza. Nella vicenda americana tutto è collegato e tragicamente ragionevole. La vicenda italiana ci presenta personaggi solitari e isolati che hanno compiuto una strage immensa senza che nessuno glielo abbia chiesto. Colpisce il fatto che l'ultimo processo di questi giorni, e l'ultima condanna all'ergastolo, tanti anni dopo i fatti che stiamo narrando, ci presenti un co-responsabile ancora più piccolo, ancora senza mandanti, spiegandoci che adesso la tragica storia ha avuto il suo sigillo finale.
Invece la storia resta intatta con i suoi personaggi di sempre: il bisogno legittimo e appassionato di verità delle vittime e per le vittime; la proclamazione dei colpevoli, personaggi senza potere, senza know how e senza legami conosciuti o almeno intravisti con gli ideatori di un delitto che poteva cambiare la storia. E un vuoto che fa paura e che oltrepassale risposte date finora, persino se fossero vere: che cosa c'era (e forse che cosa c'è) dietro questa tragica scena che forse non è finita?
di Fabrizio Ferrante
ottopagine.it, 12 gennaio 2020
Giovedì 9 gennaio una delegazione dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo si è recata in visita nelle carceri napoletane di Poggioreale e Secondigliano. Presenti anche il deputato di Radicali Italiani, Riccardo Magi (a Poggioreale) e il garante dei detenuti della città di Napoli, Pietro Ioia, alle sue prime visite in carcere dopo la recente nomina.
Le due strutture presentano condizioni profondamente diverse e nel caso di Poggioreale sono apparsi evidenti i problemi legati al sovraffollamento, alla pulizia degli spazi e alla sanità erogata con tempi lunghissimi, un problema questo riscontrato anche a Secondigliano. Poggioreale ospita al momento 2080 detenuti laddove la capienza è di 1682 posti mentre gli agenti penitenziari sono 748.
La visita ha evidenziato profonde differenze anche fra i singoli padiglioni del maggior carcere napoletano: se le condizioni del padiglione Firenze (quello dei nuovi arrivi) e del nuovo padiglione Genova sono apparse incoraggianti, ben diverso è stato l'impatto coi padiglioni Livorno e Milano. Qui infatti si trovano celle con finanche nove detenuti stipati in spazi angusti con letti a castello a tre piani; riscaldamenti non sempre funzionanti e acqua calda disponibile solo poche ore al mattino, fino alle 10 circa.
Nel padiglione Milano appaiono gravissime le condizioni della struttura, delle celle e delle docce in comune, quasi completamente ammuffite e mal funzionanti. I detenuti hanno inoltre lamentato la presenza di topi e insetti negli ambienti. Situazione migliore a Secondigliano, una struttura più nuova che ospita 1422 detenuti in 1080 posti. Qui il sovraffollamento è mitigato dalla presenza di 180 semiliberi.
Le stanze sono quasi tutte da due con in più la presenza di alcuni cameroncini che ospitano tre detenuti. La delegazione ha visitato anche il polo universitario presente nella struttura, dove i detenuti hanno la possibilità di studiare e di laurearsi. Attive, grazie alla collaborazione con la Federico II, otto facoltà.
A Secondigliano vi sono 1.100 agenti su 1.080 di pianta organica ma a causa di mansioni diverse a cui molti sono destinati, ne sono presenti effettivamente appena 575. Al termine delle visite ispettive hanno rilasciato alcune dichiarazioni l'avvocato Raffaele Minieri, segretario dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo e l'onorevole Riccardo Magi.
Questa la loro dichiarazione congiunta: "Il Governo e il Parlamento dovrebbero essere capaci di prendersi carico di un problema effettivo, gravissimo, che lede la dignità delle persone detenute. Questo populismo spinto impedisce di rendersi conto che esiste un problema vero che tocca da un lato la carne viva delle persone detenute e dei loro familiari e dall'altro lato la polizia penitenziaria e l'amministrazione. Infatti la situazione di Poggioreale è disperata e richiede un interesse effettivo e non di mera propaganda nell'interesse di tutti.
A Secondigliano la situazione è migliore, ma è evidente la difficoltà del personale che è di fatto inferiore a quello previsto dalla pianta organica perché impegnato in ulteriori incombenze. Siamo convinti che se l'opinione pubblica sapesse quali sono le reali condizioni del carcere si renderebbe conto che lì non si sta scontando una pena ma si sta ledendo la dignità dei detenuti e degli operatori.
In ogni caso il principale obiettivo è ridurre il numero delle presenze. In tal senso intendiamo impegnare la magistratura di sorveglianza, anche con il supporto della Corte Costituzionale, affinché faccia ciò che il legislatore per il momento non riesce a fare: dichiarare che la pena o è umana o non è".
Anche Pietro Ioia, garante dei detenuti della città di Napoli, è intervenuto al termine delle ispezioni rilevando che la struttura di Poggioreale è obsoleta e ha ribadito che andrebbe chiusa in quanto fatiscente e con enormi problemi legati alla sanità e al sovraffollamento, situazioni critiche che generano condizioni di ingiusta detenzione. Con l'occasione è stata anche annunciata la pubblicazione di report aggiornati su entrambe le strutture.
di Paolo Comi
Il Riformista, 12 gennaio 2020
La sentenza che condanna all'ergastolo Gilberto Cavallini, ex esponente dei Nar (il gruppo armato neofascista guidato da Giusva Fioravanti e Francesca Mambro) per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, è allo stesso tempo scontata e scandalosa.
Scontata prima di tutto perché senza mettere in discussione l'intero impianto che aveva portato, dopo cinque processi, alla condanna dei Nar (e di Fioravanti e Mambro che si sono sempre disperatamente dichiarati innocenti), era prevedibile che un processo celebrato a Bologna, dove il pregiudizio ha sempre avuto in materia la meglio sul giudizio, estendesse la responsabilità a Cavallini. Scandalosa perché proprio nel corso di questo processo sono emersi elementi che imporrebbero a qualsiasi giustizia degna del nome di rimettere in discussione quell'impalcatura, che era già fragilissima.
Conviene ricordare alcuni fatti. In un albergo di fronte alla stazione di Bologna albergavano nei giorni della strage una o più probabilmente due donne che adoperavano falsi passaporti cileni. Detti documenti falsi provenivano da una partita adoperata dal gruppo del terrorista venezuelano, ma già interno al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Carlos. Quel giorno, alla stazione di Bologna, era certamente presente un terrorista tedesco delle cellule rivoluzionarie legato allo stesso Carlos. A farlo sapere, pur negando ogni responsabilità nella strage, era stato lo stesso Carlos, una decina di anni fa.
È opportuno ricordare anche che la commissione parlamentare che si è occupata nella scorsa legislatura del caso Moro ha nel cassetto alcune informative del capoposto del Sismi a Beirut, colonnello Stefano Giovannone, ancora secretate, ma il cui contenuto è noto. Giovannone, nella primavera del 1980, preannunciava un imminente attentato in Italia, organizzato da una fazione dissidente del Fplp finanziata dalla Libia. Alcune settimane dopo, il principale agente italiano nel Medio Oriente, già uomo di fiducia di Moro, proseguiva informando della decisione di affidare l'attentato proprio a Carlos, che era per questo stato chiamato a Beirut e che si sarebbe avvalso però per l'esecuzione materiale di terroristi europei. In questa cornice, il ritrovamento dei passaporti falsi provenienti da una partita di documenti adoperati appunto da Carlos acquista un significato preciso.
Poi c'è la questione di Maria Fresu. Le perizie tecniche hanno fugato ogni dubbio sul caso della salma di Maria Fresu. La donna era nella sala d'aspetto della stazione dove esplose la bomba, con la figlia piccola e due amiche, una delle quali sopravvissuta. L'amica e la figlia erano state uccise non dall'esplosione ma dal crollo del soffitto. La sopravvissuta ha sempre ripetuto che Maria Fresu era vicina a loro.
Tuttavia la salma indicata come quella della donna era stata invece fatta a brandelli, come se si trovasse invece vicinissima alla bomba. Per decenni, di conseguenza, sono stati avanzati dubbi su quell'identificazione, senza trovare risposta. Stavolta, invece, è stato disposto l'esame del dna, che ha chiarito senza dubbi che quella salma non è di Maria Fresu. Si pongono così due interrogativi: chi sia la sconosciuta letteralmente polverizzata dall'esplosione e che fine abbia fatto Maria Fresu.
Per chiarire l'ipotesi che quei resti appartengano a un'altra vittima, col che troverebbe risposta almeno il primo interrogativo, sarebbero bastati cinque esami del dna. Tante sono infatti le salme compatibili con quei resti sin qui attribuiti erroneamente alla giovane mamma sarda. La corte, con l'equanimità e l'ansia di arrivare a una verità non predeterminata che ha sempre caratterizzato l'atteggiamento della procura e del tribunale di Bologna, ha deciso di non disporre quegli accertamenti.
In fondo, è stata la spiegazione, qui si giudica solo il ruolo di Cavallini. Verificare se alla marea di dubbi da sempre e da innumerevoli fonti avanzati sulla responsabilità dei Nar se ne dovessero aggiungere altri, ancora più corposi e forse decisivi, non rientrava nei compiti di quella corte. Ci penserà qualcun altro. Forse. Un giorno o a l'altro.
Nel prossimo decennio o magari in quello dopo ancora. La condanna di Cavallini è ingiusta ma non sorprendente. La sorpresa, peraltro insperata, sarebbe arrivata se una corte di giustizia avesse deciso di infrangere la menzogna di Stato che sin dalle prime ore dopo la strage, in assenza di qualsiasi indizio, aveva deciso che mettere la bomba dovessero essere stati per forza i fascisti.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 12 gennaio 2020
L'ex Nar ribadisce la sua estraneità all'attentato del 2 agosto 1980 e in aula, prima della sentenza che lo ha condannato all'ergastolo, punta il dito contro Espresso e Repubblica: "È tattica della diffamazione". L'ex terrorista nero dei Nar, Gilberto Cavallini, condannato all'ergastolo per la strage della stazione di Bologna, prima di assistere alla lettura del dispositivo di sentenza della Corte di Assise, ha rivendicato in aula, con spontanee dichiarazioni, sue responsabilità passate, ma ha respinto ogni coinvolgimento in questo attentato del 2 agosto 1985 che provocò 85 morti e 200 feriti.
Ha rivendicato il suo ruolo violento per altri episodi, per i quali dice di stare pagando, e ha puntato il dito contro l'informazione, con i giornali del gruppo L'Espresso e Repubblica. Il pensiero del Nar Cavallini è quello di accusare platealmente l'informazione per le inchieste giornalistiche che sono state pubblicate e per le notizie che sono state raccolte sul coinvolgimento del gruppo dei neri in questa strage.
Cavallini ha sostenuto in aula che "è tutta strumentalizzazione che parte sempre da quei gruppi editoriali tristemente noti nel nostro Paese per la tattica della diffamazione, come il gruppo editoriale L'Espresso e Repubblica, che, non a caso, sono i referenti anche di molte persone qua dentro quando vogliono far sentire la loro voce".
Non si pente e accusa Espresso e Repubblica di "tattica della diffamazione". Le dichiarazioni in Aula del fascista condannato all'ergastolo per l'attentato del 2 agosto 1980Radio Radicale
Ecco, ancora una volta le nostre notizie vere e documentate fanno male ai protagonisti di queste storie che il giornalismo ha contribuito a far conoscere. E per questo motivo che continuano a diffondere pubblicamente il loro malessere per le nostre inchieste. È l'effetto del dito puntato. Se il giornalista colpisce con un sasso lo stagno immoto, il punto da cui partono i cerchi concentrici diventa l'obiettivo da colpire.
Vuole questo Cavallini? Basta puntare il dito. Se un giornalista scrive certe cose in un clima stagnante, con una parte della categoria che rinuncia a un'autonomia di pensiero e la stampa che è ferma a guardare, quel giornalista o quella testata si espone. È una vecchia storia. Una storia che l'Italia conosce bene, si ripete ogni volta che il lavoro del giornalista, spesso lasciato da solo a raccontare fatti scomodi, si scontra con gruppi di potere e vuole fare luce sulle zone d'ombra dove questi gruppi conducono i loro affari e le loro relazioni.
Nelle sue dichiarazioni Cavallini ha detto: "Se voi credete che dei ragazzini di poco più di 20, addirittura dei minorenni siano stati o siano la lotta armata o gli esecutori da parte di organi o gruppi di potere come la P2 o criminali come la mafia, come si sta cercando di far vedere in questi giorni a mio carico, fate un grosso errore e non fate un grosso servizio né alla verità, né al Paese". Ed ha aggiunto: "Poi io sono pronto a subirne tutte le conseguenze perché mi sono imposto di accettare tutto quello che mi viene e di offrire la mia sofferenza a Nostro Signore, quindi non mi lamenterò neanche di questo.
Però non accetto che tutto questo venga spacciato, presentato come una verità alla quale sia doveroso credere. Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna".
Cavallini è il quarto uomo della Strage della stazione come stabilito dalla Corte di assise. A questa decisione si è arrivati dopo sei ore e mezza di camera di consiglio, al termine di un processo durato quasi due anni, 40 udienze e una cinquantina di testimoni ascoltati. Già condannato a otto ergastoli per vari delitti, Cavallini è ora in semilibertà a Terni.
Difficilmente sconterà la nuova pena inflitta che prevede il carcere a vita, quando e se sarà definitiva, visti i 37 anni in detenzione. Ma la sentenza è comunque un tassello in continuità con la verità giudiziaria che vede come responsabili gli altri tre Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, compagni d'armi di Cavallini detto "il negro", il meno giovane della banda. Il prossimo passo è verso i mandanti della strage.
Corriere della Calabria, 12 gennaio 2020
Al centro del convegno, organizzato dall'Ordine locrese con la presenza di autorevoli relatori, i temi della tutela dei diritti e delle derive giustizialiste dell'opinione pubblica. Si è svolto il Convegno dal titolo "I diritti fondamentali e la loro tutela - Il ruolo di magistrati e avvocati in tempi di crisi della Giustizia" organizzato dall'Ordine degli Avvocati di Locri.
I lavori introdotti e coordinati dall'avvocato Nicola Enzo Crimeni (vicepresidente dell'Ordine) hanno avuto ad oggetto l'attuale crisi della normazione penale disarticolata dalle premesse fondative liberali e che risponde a alla domanda di giustizialismo populista, con una compressione dei diritti fondamentali sacrificati in ragione delle richieste di vendetta sociale e di accanimento punitivo che mal si conciliano con la nostra Costituzione e con gli altri principi generali dell'ordinamento.
Ai saluti istituzionali dell'assessore comunale di Locri Anna Sofia, del presidente del Tribunale di Locri Rodolfo Palermo e del presidente dell'Ordine degli Avvocati di Locri Emma Maio, sono seguiti gli interventi dei relatori Vincenzo Ferrari (Ordinario di diritto privato dell'Unical), di Giovanni Bombardieri, procuratore della Repubblica Dda presso il Tribunale di Reggio Calabria, di Margherita Saccà, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza e segretaria della sottosezione di Anm, e di Vincenzo Comi, vicepresidente della Camera Penale di Roma) i quali hanno delineato i vari aspetti della crisi del sistema in cui il legislatore demanda al ruolo interpretativo agli operatori del diritto, che nella diversità delle funzioni tra avvocatura e magistratura devono svolgere il compito arduo in un territorio come quello calabrese, dove spesso il cittadino ha un ruolo rinunciatario e rassegnato di partecipazione alla tutela della legalità.
Dalla discussione è emerso comunque una sinergica visione di denuncia della normazione penale non corretta nei vari settori così come di un necessario ed efficace sistema di tutela del cittadino che non deve aspettare anni per conoscere l'esito del giudizio che lo veda imputato o parte offesa.
Lo Stato deve garantire l'efficienza del processo che passa attraverso l'assunzione di giudici e operatori da destinare agli uffici giudiziari calabresi, ma soprattutto che completi e renda fruibili il nuovo edificio del Tribunale di Locri che come quello di Reggio Calabria delineano il fumoso e atavico impegno delle istituzioni per risolvere i basilari problemi del territorio, anche in raffronto al Nord dell'Italia dove si impegnano le risorse necessarie.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Da due mesi dormono in una Fiat Punto, l'unico bene in loro possesso. La signora Tonia, 54 anni, e sua figlia di 32 si ritrovano ogni sera nell'auto parcheggiata non molto distante da dove vivevano e dai cumuli di spazzatura che in queste settimane hanno invaso la città di Napoli e in particolare la sua periferia, quartiere di Pianura compreso.
Sedute entrambe davanti, abbassano il sedile e provano a chiudere gli occhi per qualche ora, difendendosi anche dalle fredde temperature della notte. È dall'8 novembre che questo triste rituale si ripete quotidianamente, salvo rare eccezioni.
"Tutto è nato quando hanno arrestato mio marito" racconta la signora Tonia. "Era maggio scorso e una mattina le forze dell'ordine sono venute a prenderselo dopo una condanna definitiva a 11 mesi per un episodio risalente a ben 10 anni fa". L'uomo, che lavorava come parcheggiatore abusivo all'esterno di un cinema multisala della città, venne denunciato da un carabiniere in borghese che si rifiutò di pagare "l'offerta a piacere". Dopo un decennio la giustizia ha presentato il conto e lo scorso maggio è finito nel carcere di Poggioreale. "Uscirà ad aprile - spiega la 54enne -, però nel frattempo noi abbiamo avuto difficoltà economiche sempre più grandi e a settembre scorso siamo state costrette a lasciare la casa perché non eravamo in grado di pagare l'affitto. Lui gli ultimi mesi potrebbe scontarli ai domiciliari ma - sottolinea - non abbiamo un domicilio".
Per circa due mesi sia la signora Tonia che la figlia sono riuscite a trovare ospitalità in una casa di riposo dove accudivano anziani e la notte restavano a dormire. "Poi il lavoro non è proseguito e ci siamo ritrovate in mezzo a una strada, senza soldi. Tra l'altro - racconta -mia figlia sta attraversando un periodo ancora più difficile a causa della scomparsa del marito". Tonia invece da mesi non va a trovare il marito perché ha la carta d'identità scaduta e incontra difficoltà nel rinnovo. "Quando vado negli uffici comunali qui a Pianura mi creano sempre problemi" spiega rammaricata "eppure so che è possibile averla anche per chi non ha una dimora fissa".
La loro condizione precaria è stata segnalata da una cittadina alla pagina Facebook "Pianura e dintorni" che ha prontamente condiviso la denuncia raccogliendo centinaia di commenti di solidarietà in pochissime ore. In tanti si sono offerti di aiutare le due donne. Chi ospitandole a pranzo o a cena, chi mettendo a disposizione abiti, coperte o alimenti. Una signora si è detta pronta ad accoglierle in casa per i prossimi giorni.
Ma Tonia e la figlia non se la sentono. "Abbiamo vergogna, non vogliamo invadere spazi non nostri. Vorremmo solo avere l'opportunità di lavorare e piano piano riprenderci uno spazio nostro, dove possiamo vivere senza problemi pagando l'affitto. Per il momento -aggiunge - preferiamo dormire in auto.
Ringraziamo tutti per la solidarietà e la disponibilità mostrata, soprattutto quelle persone che in queste settimane ci ospitano durante la giornata a pranzo o a cena, consentendoci di farci una doccia e lavare lo stretto necessario. La notte però preferiamo non recare disturbo e torniamo in auto". Intanto nel quartiere di Pianura c'è chi ha lanciato l'idea di fare una colletta per aiutarle a pagarsi almeno una piccolo monolocale per un paio di mesi.
ternitoday.it, 12 gennaio 2020
Al via il progetto Filar che prevede corsi di formazione per 48 reclusi di massima e media sicurezza nella casa circondariale di vocabolo Sabbione. Il sovraffollamento è solo uno dei male endemici che affliggono le carceri italiane. Al 31 dicembre 2019 (fonte, Associazione Antigone) nella casa circondariale di Terni erano reclusi 511 detenuti (di cui 111 stranieri) a fronte di una capienza massima di 411 posti.
Nell'elenco dei mali da curare, il tema della recidiva assume contorni inquietanti se si considera che circa sette volte su dieci chi esce dal carcere, poi ci torna. E chi resta fuori, difficilmente trova lavoro, mandando in frantumi l'obiettivo "riabilitativo" della pena. Chi ce la fa, riesce a rioccuparsi solo dopo avere vinto una sfida spesso proibitiva, resa più complicata dai pregiudizi sociali verso gli ex detenuti, ma anche dal basso livello di educazione/istruzione ed ovviamente di esperienze lavorative pregresse.
Questo il quadro generale in cui si inserisce il progetto Filar - Formazione per l'inclusione socio lavorativa nel settore della ristorazione - che prenderà il via lunedì 13 gennaio e sarà riservato a 48 detenuti in regime di massima e media sicurezza. L'iniziativa, unica nel suo genere, prevede il coinvolgimento diretto dei detenuti in due percorsi formativi nel settore della ristorazione commerciale/collettiva, uno in ambito culinario, "Preparazioni gastronomiche - Addetto alla cucina" che si svilupperà in due edizioni della durata di 120 ore ciascuna, ed uno riservato alla "Pizzeria", sempre in due edizioni della medesima durata.
Filar è stato finanziato dalla Regione Umbria - Servizio programmazione socio sanitaria dell'assistenza distrettuale-inclusione sociale, economia sociale e terzo settore - nell'ambito dell'avviso pubblico per la presentazione di proposte progettuali per l'inclusione socio lavorativa di persone in esecuzione penale - Por Fse 2014-2020 Regione Umbria-Asse 2. Vede come soggetto attuatore l'Ats tra Università dei Sapori (soggetto capofila), l'associazione di volontariato San Martino ed Iter Impresa Sociale.
I detenuti avranno dunque l'opportunità di prepararsi ad un progetto di vita futuro capace di coniugare sapere e saper fare verso l'acquisizione di competenze coerenti con le esigenze del mercato del lavoro. Alla base del progetto Filar ci sono poi anche altre valutazioni: ad oggi i ristretti sono infatti occupati, quando possibile, soprattutto nelle attività correlate alla gestione quotidiana degli istituti penitenziari stessi (servizi di pulizia, cucina, manutenzione ordinaria del fabbricato ecc.), ma il sovraffollamento, la turnazione continua e la riduzione dell'orario di lavoro pro capite, necessarie per garantire un minimo livello occupazionale e una fonte di sostentamento, non consentono lo sviluppo di competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro (inframurario e/o extra murario) né tanto meno possibilità formative.
Ciò porta, come rilevato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ad un incremento esponenziale del tasso di recidiva, pari al 68%. All'uscita dal carcere, poi, riuscire a lavorare è, per gli ex detenuti, una sfida spesso proibitiva resa più complicata dai pregiudizi sociali verso gli ex detenuti, ma anche dal basso livello di educazione/istruzione ed ovviamente di esperienze lavorative pregresse.
La formazione, posta al centro del progetto, ed il lavoro, come alternativa concreta alla recidiva ed al reato, sono i due obiettivi principali di Filar che tiene conto, nel suo sviluppo, sia delle prospettive occupazionali offerte dal settore, secondo l'ultimo rapporto Fipe, sono infatti oltre 1.252.260 gli occupati, sia di nuove attività ristorative inframurarie sorte in tempi recenti anche a livello nazionale: iniziative di ristorazione, attività di catering, pizzerie aperte al pubblico pagante o gestite interamente da detenuti.
veronanetwork.it, 12 gennaio 2020
Per il primo anno il Film Festival della Lessinia organizza, nella Casa Circondariale di Verona, "La montagna dentro": una serie di incontri destinati a tutti i cittadini in esecuzione di pena. Il primo appuntamento è il 16 gennaio. Realizzata con la collaborazione della direzione del Carcere di Montorio, del corpo di Polizia Penitenziaria e dell'associazione MicroCosmo Onlus grazie al sostegno 8×1000 della Chiesa Valdese, la manifestazione prevede appuntamenti con i registi e i protagonisti del cinema della rassegna internazionale dedicata a vita, storia, tradizioni in montagna che si svolge ogni anno a Bosco Chiesanuova (Verona).
L'iniziativa nasce per condividere spunti di discussione sulla realtà sociale e ambientale, aprendo simbolicamente le porte delle celle a un confronto che offra, oltre all'intrattenimento, la possibilità di una crescita culturale e un momento di riflessione dei detenuti con autori e protagonisti delle opere selezionate, giornalisti, operatori culturali e sociali sia interni che esterni alla struttura penitenziaria.
Dal 2011 il Film Festival della Lessinia lavora con la direzione della Casa Circondariale e l'associazione MicroCosmo onlus - realtà nata 20 anni fa come laboratorio per la valorizzazione della partecipazione attiva delle persone detenute - al progetto "La montagna dentro". La collaborazione si è sviluppata attorno alla formazione e al coordinamento delle attività della Giuria dei detenuti del Carcere di Verona che assegna il "Premio della giuria MicroCosmo dei detenuti del Carcere di Verona" per il miglior film presentato in concorso al Festival oltre alla possibilità, per alcune persone detenute in regime di articolo 21, di prestare servizio di volontariato durante lo svolgimento della manifestazione.
Il ciclo di proiezioni si sviluppa, quindi, all'interno di un progetto pluriennale di percorsi di formazione, integrazione e riabilitazione, in cui l'audiovisivo è il mediatore culturale tra la struttura penitenziaria e il territorio.
L'audiovisivo diventa il veicolo di riflessioni e approfondimenti a fini didattici e pedagogici nonché strumento di sensibilizzazione sulle tematiche socio-ambientali. La montagna e l'ambiente naturale si pongono come anello di congiunzione fra il dentro e il fuori dal carcere e fra un prima e un dopo nell'esperienza della detenzione. La manifestazione prenderà il via il 16 gennaio con la proiezione di "Honeyland" (film che ha ricevuto le nomination per miglior film straniero e per miglior documentario agli Oscar 2020) e terminerà il 2 aprile.










