di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 24 febbraio 2020
Apparteniamo all'Europa della disumanità, quella che conta ventimila esseri umani seppelliti nelle acque torbide del mare Antico. Che cancella all'unanimità la missione Sophia perché era diventata un fattore di attrazione per i migranti, che, nonostante il nome di una bambina annegata, non aveva nulla di umano: nata per distruggere e disarticolare in terra africana i mezzi di trasporto di un'umanità transumante, una flotta di navi che per il solo fatto di esserci avrebbe potuto tirar su un po' di naufraghi, in vigenza del divieto di salvazione per le Ong.
Il ministero degli esteri italiano saluta con successo la fine della missione Sophia e annuncia la nascita di una nuova missione: lo spostamento delle pattuglie europee un po' più a est, dirimpetto alla Libia controllata da Haftar, per impedire al generale il rifornimento di armi: come a dire ai libici che dovranno scannarsi accontentandosi delle armi che gli costruiamo e arrivano via terra o via mare a ovest. Si è passati da un labile segnale di umanità a un segno tangibile di indifferenza: si anneghi fuori dagli occhi, si muoia lontano dal cuore.
E sulla terra nostra si continui a morire di fatica, si continuino a distruggere i labili segni di umanità e si consolidino le prove del cinismo. Si distruggano ad esempio gli approcci umani di Riace, distruzione perpetratasi sotto tutti i colori governativi, e si mantengano le spoglie cimiteriali delle tendopoli di San Ferdinando. C'è un mondo aperto che lasciamo ai migranti, colorato e profumato da arance, clementine, pomodori, kiwi. Ci sono i campi di cotone in cui cantare e morire per portare sulle nostre tavole beni a prezzi abbordabili. Nelle piane del Sud non si sentono più le note degli idiomi meridionali: non ci sono più le tabacchine nel Salento, le olivetane nella Piana di Gioia.
I serpenti del gelsomino sono spariti da sotto l'Etna e le gelsominaie della Locride non cantano più l'amoroso inganno al loro principe: ottomila fiori servivano per fare un chilo, le campionesse raccoglievano cinque chili per notte, quarantamila gemme bianche staccate delicatamente una a una in una fatica che andava dal tramonto a un'alba profumata di fiori e impuzzolentita dal sudore. La disumanità da noi non sparisce mai, si sposta da una schiera a un'altra per restare uguale e abbrancare la disperazione. Sophia cambia nome per restare la stessa, medesima aberrazione. In Europa ogni volta che nasce un labile segno di umanità si corre sempre al riparo per farlo diventare, correttamente, ciò che è: l'ennesimo, consueto, simbolo della disumanità di cui non vogliamo liberarci, se non per individualità che legalmente si porteranno alla sbarra.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 24 febbraio 2020
Al via il primo ciclo di udienze che dureranno fino al 28 febbraio (poi si riprenderà a maggio per arrivare a una prima sentenza appellabile probabilmente a settembre). L'accusa principale è di cospirazione.
Quale sarà il destino di Julian Assange? Oggi si apre ufficialmente il processo di estradizione agli Usa del fondatore di Wikileaks, oramai da quasi dieci anni in stato di reclusione o auto-reclusione dopo le accuse - poi cadute - di violenza sessuale in Svezia, il lunghissimo autoesilio nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, l'arresto della polizia londinese lo scorso 11 aprile dopo che Quito e il nuovo presidente Lenin Moreno lo avevano definitivamente scaricato e ora la richiesta ufficiale di estradizione da parte di Washington.
Che non gli ha mai perdonato le rivelazioni di Wikileaks, il sito che nel 2010 pubblicò una valanga di esplosivi cablogrammi dell'esercito e delle istituzioni Usa, come riguardo la guerra in Iraq e in Afghanistan. Documenti rubati dall'ex soldato statunitense Chelsea Manning e passati ad Assange.
Per questo ora gli Stati Uniti vogliono il 48enne Assange e sbatterlo in galera per moltissimo tempo: secondo i difensori di Assange, si tratterebbe di un ergastolo "che praticamente sarebbe una condanna a morte". L'accusa principale è di cospirazione - con Chelsea Manning - per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni classificate. In tutto, sono 18 capi di accusa per cui l'australiano potrebbe essere condannato, qualora estradato negli Usa, fino a 175 anni di carcere.
Per i suoi detrattori, Assange è un hacker, magari pure con possibili e torbidi rapporti con la Russia dopo lo strano caso delle email del partito democratico americano pubblicate da Wikileaks (e arrivate non si sa come) durante la campagna del 2016, cosa che favorì Donald Trump nella sua corsa alla Casa Bianca.
Per i suoi sostenitori, invece, tra cui diversi vip come gli artisti Brian Eno, Roger Waters e Vivienne Westwood ma anche politici laburisti come il vice di Corbyn John McDonnell o l'economista greco Yanis Varoufakis, Assange è un martire della libertà di espressione e di stampa, che sta pagando a carissimo prezzo la pubblicazione di file importantissimi "affinché il mondo fosse a conoscenza delle manovre e delle azioni belliche degli Stati Uniti".
In questi giorni, per il primo ciclo di udienze del processo di estradizione da oggi fino al 28 febbraio (poi si riprenderà a maggio per arrivare a una prima sentenza appellabile probabilmente a settembre), Assange sarà sempre presente in aula al tribunale Woolwich Crown Court, alla periferia est di Londra, poco lontano dal carcere di Belmarsh dove è rinchiuso dallo scorso aprile. La richiesta di estradizione degli Stati Uniti è già stata formalmente approvata dal governo britannico, ma deve essere validata dalla giustizia di Londra.
Come ha raccontato a Repubblica qualche giorno fa suo padre, John Shipton, "Julian fisicamente mi sembra molto magro, peserà una cinquantina di chili. Ha qualche problema alle spalle e ai denti. Ma il vero problema è la sua condizione mentale. Assange in questo modo potrebbe davvero essere torturato fino alla sua morte, dopo nove anni di torture psicologiche e false accuse quotidiane. Julian vive da 9 anni spiato in ogni momento, anche in bagno. La sua colpa: soltanto di aver cercato di condividere col pubblico informazioni fondamentali per capire il mondo di oggi e che cosa fanno oggi i nostri governi, tra terribili omicidi di massa e crimini su crimini. Mi ha detto che quando sarà libero farà il cammino di Santiago de Compostela".
Qualche giorno fa, in una pre-udienza del tribunale londinese di Woolwich dove Julian Assange affronterà da oggi il processo di estradizione, i suoi avvocati hanno sostenuto che nell'agosto del 2017 il presidente americano Donald Trump avrebbe fatto al fondatore di Wikileaks una proposta indecente: "Qualora Julian avesse fornito pubblicamente prove del non coinvolgimento della Russia nella pubblicazione delle email segrete del partito democratico durante la campagna elettorale americana del 2016", poi vinta da The Donald, il presidente "avrebbe promesso di graziarlo". Secca la smentita della Casa Bianca. Un altro mistero dell'infinita saga di Julian Assange.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2020
L'associazione Antigone ha presentato venerdì il suo Rapporto periodico sulla giustizia penale minorile dal titolo "Guarire i ciliegi", alla presenza del Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Gemma Tuccillo, e della componente del collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Daniela De Robert.
gnewsonline.it, 23 febbraio 2020
Esonero dal servizio, fino a nuove disposizioni, per "tutti gli operatori penitenziari residenti o comunque dimoranti nei Comuni di Codogno, Castiglione d'Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano". Analoga impossibilità di accedere agli istituti penitenziari anche per il personale esterno, gli insegnanti, i volontari e i familiari di detenuti che provengano dai suddetti Comuni. Sospese, inoltre, con effetto immediato e fino a nuova disposizione, "le traduzioni dei detenuti verso e dagli istituti penitenziari rientranti nella competenza dei Provveditorati di Torino, Milano, Padova, Bologna e Firenze".
di Gianfranco Salvatori
ilpiacenza.it, 23 febbraio 2020
Allerta per il carcere: "Servono controlli per detenuti e agenti". Il sindacato Uspp scrive ai ministri Bonafede e Speranza: guanti, termometri, serve un piano di emergenza per Piacenza, Cremona e Lodi. Intanto, il sovraffollamento incalza e nelle celle si sta sistemando un letto in più.
Mettere in sicurezza chi si trova e chi e lavora nel carcere, fornendo attrezzature (mascherine, guanti monouso, termometri, verifiche da parte del personale sanitario) predisponendo un piano di emergenza negli istituti vicini a Codogno: Piacenza, Cremona e Lodi.
A Piacenza, poi, si pone anche il tema del sovraffollamento che è aumentato superando i 500 detenuti sui 395 previsti, mentre in alcune celle si stanno sistemando letti per ospitare una persona in più. Controllare, inoltre, chi entra perché "attualmente le procedure di ingresso in istituto non contemplano l'obbligo di alcuna analisi per nessuna persona sottoposta a misura detentiva, ragione per la quale in talune circostanze si verificano anche altre infezioni del personale operante nelle struttura penitenziarie primo fra tutte quella derivante da casi di tubercolosi e di epatite". È l'allerta lanciato da Giuseppe Moretti, presidente dell'Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp).
Oltre a esprimere preoccupazione, Moretti chiede "al Ministro della Salute Roberto Speranza e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede immediate e urgenti misure di profilassi per chiunque venga a contatto con le tre strutture penitenziarie geograficamente più vicine al comune lodigiano". Moretti avverte che "la pericolosità dell'infezione e la facilità di trasmissione del virus può causare in queste tre carceri conseguenze drammatiche, per questo motivo oltre agli interventi di prevenzione i ministri Speranza e Bonafede intervengano a porre in essere ogni iniziativa finalizzata ad evitare il peggio e a predisporre dei piani di emergenza sanitaria".
A questa situazione critica, si sovrappone poi la gestione del carcere. A fronte di una capienza di 395 posti, oggi in via delle Novate ci sono oltre 500 detenuti - sono stati numerosi i nuovi ingressi nelle ultime settimane - che potrebbero aumentare nei prossimi mesi. Una situazione che ha fatto già predisporre alcune misure, come l'aggiunta di un letto in più nelle celle del nuovo padiglione. All'aumento dei detenuti si contrappone, invece, la carenza di agenti della Penitenziaria: su una pianta organica di 170 uomini, in servizio ce ne sono circa 150.
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 23 febbraio 2020
Nessuna lite nei giorni scorsi, solo un diverbio, diventato poi una zuffa una settimana fa. Ma del quale lui non si era mai lamentato. Questa la verità della famiglia di Marco Antonio Fasan, 37 anni, veneziano, trovato impiccato lunedì mattina in una cella del carcere di Treviso, la stessa nella quale era stato spostato dagli agenti di polizia penitenziaria a causa di un litigio con un altro detenuto, alcune ore prima.
Una lite della quale la famiglia, rappresentata dall'avvocato Mauro Serpico, ha detto di non aver mai saputo nulla. Qualcosa di più sul giallo della morte di Marco Antonio Fasan si saprà lunedì quando inizierà l'autopsia su corpo del 37enne, come disposto dal pm Mara Giovanna De Donà che ha già incaricato il dottor Alberto Furlanetto, mentre l'avvocato Serpico ha nominato il medico legale Antonello Cirnelli come consulente di parte.
Cileno di origini, adottato da una famiglia veneziana, era in carcere a Treviso per scontare una pena residua di un anno e quattro mesi ed era in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza, al quale il suo legale aveva presentato domanda di concessione dei domiciliari. Il padre, a cui il 37enne era molto legato, gli ha lasciato un discreto patrimonio, che dal carcere aveva chiesto aiuto e consigli proprio al suo legale.
Si era anche riavvicinato alla compagna, con la quale ha avuto un figlio, ed è questo uno dei motivi che spingono la donna a non credere all'ipotesi del suicidio. Nel corso dell'ultimo colloquio in carcere, Fasan si era confidato lamentando di essere tormentato da qualcuno. Ora spetta alla Procura fare piena luce su quanto accaduto. Con un dettaglio da non trascurare: Fasan aveva una mano fasciata ed ematomi in varie parti del corpo.
Il Dubbio, 23 febbraio 2020
Il presidente dell'Ucpi avverte: "il ministro modifichi la riforma, i nostri non sono capricci ma principi scolpiti nella Costituzione". "È finita l'epoca dei monologhi o per lo meno saranno sempre meno credibili. Ci comincia a comprendere la gente comune che si sente riscattata. Siamo più forti di prima e non molleremo di un millimetro. Saremo sempre pronti al dialogo con tutti, ma diremo la nostra a quel tavolo con Bonafede e poi lo saluteremo definitivamente se il testo non verrà modificato". Hanno il sapore di un ultimatum le parole del presidente dell'Unione camere penali Gian Domenico Caiazza, che oggi ha chiuso i lavori dell'inaugurazione dell'anno giudiziario a Brescia.
Una due giorni che ha fissato alcuni dei punti fermi dell'Ucpi, soprattutto ribadendo che i diritti non possono essere messi in discussione da una riforma schiacciata, invece, su esigenze di velocizzazione dei tempi processuali, mal conciliate con il diritto alla difesa. Ed è per questo, ha sottolineato Caiazza, che gli elementi di frizione tra avvocatura e ministero della Giustizia vanno ben al di là della sola questione prescrizione, punta di un iceberg molto più profondo.
"Sin dal primo momento - ha sottolineato il presidente dell'Ucpi - abbiamo individuato in quel tema qualcosa che comprendeva in modo emblematico lo scontro di due idee del diritto e abbiamo visto in quel tema, nella scelta propagandistica, populista di quella riforma, in realtà, il cavallo di Troia per arrivare a ben altro. Perché quando si parla di tempi del processo poi si finisce inesorabilmente per rappresentare, da parte di quella cultura che noi avversiamo, le garanzie e i diritti come le cause del tempo perso nel processo. E quindi, quando l'obiettivo, che non può che essere condiviso, è la riduzione dei tempi del processo, noi ci troviamo di fronte allo scontro di quelle due culture, di chi pensa che si debba guadagnar tempo tagliando diritti e garanzie, fino a quelle dell'impugnazione e del secondo grado di giudizio, e chi pensa invece che è possibile ed è doveroso lavorare a guadagnare tempi ragionevoli del processo lasciando intatte le garanzie dell'imputato, del difensore, della prova".
Le garanzie difensive non rappresentano un capriccio, hanno voluto sottolineare i penalisti. Piuttosto, sono un patrimonio comune, la sintesi del patto sociale sancito nella Costituzione. Ed è per questo, ha chiarito Caiazza, che le idee da portare al tavolo con Bonafede "non sono un'opzione", bensì "derivano dal rispetto di quel patto sociale, dal rispetto dei valori costituzionali". L'intento, già annunciato, è di presentarsi al tavolo ministeriale per pretendere risposte, prima che per ricominciare a discutere sul da farsi. Risposte, appunta, sulla manomissione dell'accordo raggiunto quasi miracolosamente, trovando un punto di contatto tra avvocatura, magistratura e accademia. "L'esito di quel tavolo, al quale abbiamo lavorato per 4-5 mesi, del quale oggi non c'è più traccia in quel disegno di legge - ha sottolineato Caiazza - erano tutte cose che avevamo guadagnato nell'ottica sì di guadagnare tempo, ma senza toccare le garanzie. E tutte, non una esclusa, sono state manomesse. Di chi è la mano, chiediamo noi?".
Ma la battaglia condotta dall'Unione delle Camere penali, ha assicurato Caiazza, non è solitaria. "Sui grandi temi che poniamo c'è una magistratura che è al nostro fianco attorno ai valori e ai principi costituzionali. Che Paese è un Paese dove 150 professori e accademici si schierano e non c'è nessuno a cui interessa? - si è chiesto - Noi non demordiamo, rilanciamo. Chiederemo a questi accademici di costituire un gruppo di lavoro che vigili su questa pericolosa legge perché qui si gioca una partita che non possiamo perdere". Un'ultima battuta il capo dei penalisti l'ha riservata, ancora una volta, alla scelta dell'Anm di disertare il tavolo. "Non viene perché animata da questioni di principio, una cosettina grottesca - ha concluso. Non è che Anm già è ampiamente soddisfatta rispetto a quel tavolo? Fanno gli offesi, ma noi i fessi no".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 23 febbraio 2020
L'Unione delle Camere Penali Italiane risponderà all'invito del Ministro della Giustizia, e siederà dunque al tavolo convocato per il prossimo 26 febbraio. Noi pensiamo che possano sempre esistere ottime ragioni per alzarsi da un tavolo di confronto e di discussione ed andare via, mentre è difficile individuarne una sufficientemente seria per rifiutare addirittura di sedervisi.
Sentiamo innanzitutto cosa avrà da dirci il Ministro Bonafede. Noi, per di più, abbiamo molte cose da chiedergli, a cominciare da una semplicissima domanda: chi e perché ha inteso manomettere, del tutto stravolgendolo, il faticoso lavoro che, a quello stesso tavolo, aveva portato l'Anm, l'Ucpi, l'avvocatura istituzionale e l'Ufficio Legislativo del Ministero di Giustizia a costruire proposte condivise. Un bene prezioso, di questi tempi, che qualcuno ha voluto irresponsabilmente dissipare. Vogliamo sapere chi, vogliamo sapere perché.
Quell'accordo era stato costruito intorno alla individuazione delle tre aree su cui si riteneva indispensabile intervenire per raggiungere l'obiettivo della riduzione dei tempi del processo penale: potenziamento dei riti alternativi, recupero della funzione di filtro della udienza preliminare, una forte depenalizzazione. Meno dibattimenti, insomma, aumentando drasticamente gli incentivi per la soluzione negoziale del processo, ma con l'intesa di non mettere mano né alle regole della prova, né a quelle delle impugnazioni. Meno dibattimenti, ma a garanzie difensive immutate.
Ogni rappresentanza era giunta al tavolo con proprie proposte, molte delle quali di segno opposto e tra loro inconciliabili: l'Avvocatura propugnando interventi per la certezza del tempo delle indagini, il controllo di giurisdizione sull'iscrizione nel registro indagati; Anm, con un proprio documento del novembre 2018, mai rinnegato, con proposte quali abolizione del divieto di reformatio in peius, estensione della lettura dibattimentale di atti di indagine, per dirne un paio delle più eclatanti. Tutti però convergemmo sulla idea che solo valorizzando le proposte condivise avremmo fatto cosa utile per incidere sui tempi dei processi. Diverse bozze in questi mesi sono state fatte circolare, la prima addirittura approvata salvo intese dal Consiglio dei Ministri presieduto dal Conte I. Allora, la indisponibilità della Lega aveva impedito qualsiasi rilancio dei riti premiali. Alcune altre bozze si occupavano tra l'altro di sorteggi per l'elezione del CSM e di ordinamento giudiziario. Tutte cose mai discusse al tavolo, ma delle quali il Ministro, in più occasioni, ha avuto modo di ascoltare l'Associazione dei Magistrati.
La versione del ddl approvata in Consiglio dei Ministri ha inteso demolire scientificamente i faticosi approdi di quel tavolo. Ampliamento indecente delle letture dibattimentali, appello monocratico esteso a tutto il catalogo dei reati di cui all'art. 550 cpp, notifiche tramite difensore anche per l'avvocato d'ufficio. Si aggiunge, per i giudizi a citazione diretta, una sorta di pre-udienza preliminare per celebrare la quale il Giudice dovrà conoscere il fascicolo delle indagini, perdendo del tutto la sua verginità cognitiva indispensabile per la prova in contraddittorio. Ulteriore rafforzamento normativo della sostanziale discrezionalità dell'esercizio dell'azione penale affidato, senza alcuna responsabilità, agli uffici di Procura.
Demolizione del potenziamento dei riti alternativi, con abbassamento degli anni patteggiabili, innalzamento delle preclusioni soggettive ed oggettive, dissennata reintroduzione dell'esiziale principio di economicità che ha già ucciso il rito abbreviato condizionato nella culla, tentativo di depotenziare il processo di appello; e molto altro. A chi dobbiamo questo scientifico sabotaggio? Quali ragioni hanno condotto il Ministro ad abbandonare quel percorso virtuoso così faticosamente ricostruito? È farina del sacco della nuova maggioranza, dunque del Partito Democratico? È invece bastata la flebile prospettazione di improbabili sanzioni disciplinari per indurre Anm a sottrarsi ad ogni possibile confronto e responsabilità su temi di questa complessità e rilevanza sociale. Ad ognuno le sue priorità.
Il Dubbio, 23 febbraio 2020
L'intervento del vicepresidente del Csm. "Modificare la prescrizione? Un azzardo". "Ho sempre considerato un azzardo e un errore, nonché una lesione del principio della ragionevole durata, modificare la disciplina della prescrizione al di fuori e prima ancora di interventi organici e sistematici di riforma, come se la minaccia di un giudizio senza fine possa taumaturgicamente deflazionare e accelerare i processi". Ad affermarlo, dal palco dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dell'Unione delle Camere Penali, è stato il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini.
a cura di Marella Santangelo
medium.com, 23 febbraio 2020
Questo approfondimento è un estratto della tesi di Ines Nappa, Riqualificazione del presidio sanitario della Casa Circondariale "G. Salvia" di Poggioreale, Napoli. La tesi, ha visto riconosciuto il Premio Flores alla miglior Tesi di Laurea in materia penitenziaria e trattamento dei detenuti, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli", 2019. I relatori era la Prof. Marella Santangelo, il Correlatore Prof. Paola Ascione.
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