garantedetenutilazio.it, 14 gennaio 2020
Venerdì 17 gennaio, inaugurazione della Sala "Enrico Maria Salerno" presso il reparto G8 dell'istituto Rebibbia Nuovo Complesso. Il grande Maestro della scena teatrale, cinematografica e televisiva - scomparso il 28 febbraio 1994 - viene ricordato con la dedica di una Sala allestita presso il Reparto G8 del carcere romano di Rebibbia N.C.
Il restauro della Sala è stato fortemente voluto dalla vedova di Salerno, Laura Andreini, che dal 2003 promuove le attività culturali e di spettacolo nell'Auditorium del carcere, coinvolgendo centinaia di detenuti.
Salerno è stato artista completo, impegnato nel mondo sociale, convinto che il ruolo di chi crea immagini e guida la comunicazione, sia quello di favorire la relazione umana, la generazione di una comunità fondata sull'armonia. Il tema è affrontato da Salerno in una bellissima intervista televisiva sul ruolo dell'artista, che verrà riproposta in occasione dell'inaugurazione della Sala a lui dedicata.
Il Centro Studi - Archivio Storico Enrico Maria Salerno custodisce la memoria del Maestro e la trasforma in concreti progetti di condivisione e riscatto sociale e culturale rivolti alla popolazione detenuta.
Il nuovo spazio, che accoglie attualmente i partecipanti al Progetto Prexit per l'inclusione sociale (Regione Lazio), sarà presentato al pubblico il 17 gennaio, alle ore 16,00. Fa gli onori di casa la Direttrice di Rebibbia N.C. Rosella Santoro. Interviene il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Stefano Anastasia. Accanto a Laura Andreini Salerno, il Provveditore alle Carceri di Lazio, Abruzzo e Molise Carmelo Cantone accoglie il pubblico di liberi e detenuti. Cantone è stato fra i protagonisti della nascita delle esperienze teatrali di Rebibbia, creando le condizioni per la realizzazione di Cesare deve morire dei fratelli Taviani, film Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012. L'organizzazione dell'evento è curata da Fabio Cavalli.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 14 gennaio 2020
Un sorprendente esperimento di pratica filosofica, dal carcere di Rebibbia. E una cella diventa "spazio di libertà dove è stata pensata la vita e messo in scena il mondo". Ne nasce un libro, autori dodici persone detenute: "Naufraghi... in cerca di una stella".
Scritti che si aprono come una vertigine sull'esistenza, e che ci invitano ad aprirci alla conoscenza, al riconoscimento dell'altro. "Il Bene e il Male sono due realtà infinitamente lontane collegate tra loro da un filo sottile... Una corda tesa sull'abisso del nulla unisce le due contrapposte estremità, e noi uomini, come funamboli, su quella corda tesa siamo costretti a camminare per poter arrivare da qualche parte".
Funamboli. Un'immagine che dà le vertigini. E ancor più stordisce quando, più avanti... "Sulla corda tesa fra il Bene e il Male io ho trascorso quasi la mia intera esistenza". Parole di Juan Dario Bonetti, che è persona detenuta. Ha partecipato, insieme a un gruppo di altri detenuti, al Laboratorio di Pratica filosofica della sezione Alta Sicurezza nella casa circondariale di Rebibbia. Un sorprendente esperimento di pratica filosofica, dal fondo di quel luogo, il carcere, che è caverna, ma è anche antro dentro ciascuno di noi.
"Nell'immaginario di ogni filosofo, almeno nella tradizione occidentale che inizia dalla Grecia, c'è un carcere che fa da sfondo o scena almeno a due dialoghi di Platone, l'Apologia di Socrate e il Fedone" spiega Emilio Baccarini, che insieme a Fernanda Francesca Aversa ha guidato gli incontri. Così "la modalità dell'esercizio della pratica filosofica è stato proprio il dialogo socratico come ricerca di una verità condivisa e da nessuno preliminarmente posseduta".
E immaginiamo con lui lo spazio di una cella che diventa "uno spazio di libertà dove è stata pensata la vita e messo in scena il mondo". "Abbiamo esplorato il significato delle emozioni attraverso il racconto delle esperienze vissute, lasciandoci ispirare dalla letteratura e dall'arte" racconta Francesca Aversa. E si ragiona, sul bene, sul male, sul giudizio, la paura, l'amicizia, l'amore, il viaggio, lo spazio, la libertà, cosa significa scegliere... "perché ogni argomento può essere trattato filosoficamente".
E in maniera quanto mai concreta, partendo da esperienze personali. "Per alcuni di loro si è trattato di un viaggio di scoperta e trasformazione di sé, un conoscersi che non è più soltanto specularità, ma avventurosa navigazione... la dura prova di un processo faticoso, la 'seconda navigazionè a remi di platonica memoria". Il risultato è condensato negli scritti di dodici autori, raccolti in un libro: "Naufraghi... in cerca di una stella" (edito da UniversItalia). Scritti che, tutti, si aprono come una vertigine sull'esistenza. Sul senso del rapporto con sé e con gli altri. E si fanno leggere, vi assicuro, tutto d'un fiato.
Fabio Falbo, "resiliente nella caverna", con tutto il peso dell'"eccesso di dolore" della propria condizione ("esagerato" è aggettivo che ritorna spesso nelle lettere che ricevo dal carcere), si immagina gladiatore che dalle sofferenze, dal dolore, dalle tragedie... deve far uscire il meglio di sé, e "non si può osservare alcuna cosa bella, se non si intende la schifezza dell'esistenza e il dolore più ripugnante e deturpante".
Pietro Lo Faro dialoga con se stesso attraverso il mito di Sisifo di Camus... si interroga e ci interroga sul realissimo vivere inautentico cui costringe il carcere e poi: "è stato molto più semplice per me scegliere la via del crimine... è anche vero che ora, è altrettanto vero che trovare un lavoro onesto quando hai diverse condanne alle spalle, e l'interdizione perpetua, è compito piuttosto arduo... come potrei reinserirmi nella società civile se il legislatore stesso, per tutelare la società, mi esclude da essa a priori?".
Si avverte davvero invalicabile quel muro che la società tutta ha costruito intorno alla "colpa", come fosse sempre e solo affare d'altri, "eppure continuo a studiare e a coltivare in me il pensiero che potrei un giorno essere considerato altro che non un delinquente". Perché "riconoscermi negli altri è un'esigenza di cui ancora oggi ho bisogno". E quanto è vero, se noi tutti siamo l'immagine che ci restituisce lo sguardo dell'altro.
Giuseppe Perrone, ancora, sa che farsi conoscere rende l'altro tranquillo, e chiede di essere conosciuti e riconosciuti per quello che si è diventati. Chiede: "Vi prego di rispondere a queste domande: immaginate i lineamenti del mio volto simili a quelli del mostro o vicini ai vostri? Ritenete che il mio nome sia impronunciabile?" E mi è sembrato riecheggiare, nel ritmo delle sue domande, l'accorato domandare della poesia di Auden, "La verità, vi prego, sull'amore"... Giuseppe che chiede, a noi tutti, di esercitare il dubbio, uscire dalle prigioni delle nostre certezze. Ritorna (ne avevamo parlato, come premessa della rivoluzione del "filosofo" Basaglia) la necessità della sospensione del giudizio.
Per aprirsi alla conoscenza, alla conversazione, al riconoscimento dell'altro... E sarebbero da citare uno per uno ciascuno dei dodici autori del libro, dodici "naufraghi" che non cercano terra, ma la luce di una stella... ognuno capace di parole profonde e dense, a offrirci il racconto del proprio faticoso remare su un mare senza vento.
Poco prima di Natale c'è stata a Rebibbia la presentazione del libro (una seconda ci sarà questa settimana, mercoledì pomeriggio a Roma se, di Roma, foste interessati, a Moby Dick a Garbatella). Valeva la pena di essere lì anche solo per assistere all'incontro fra Filippo Rigano ("Si può davvero parlare di libertà di parola, se le parole di alcuni restano inascoltate?", esordisce il suo scritto) e Giulio Toscano, il giudice che lo aveva condannato e poi qualche anno fa reincontrato, per sentire le parole dell'ex magistrato che in Filippo ha saputo riconoscere l'uomo nuovo che è oggi, e ha detto fra l'altro una cosa bellissima: dare a coloro che sono in carcere la possibilità di studiare è restituzione di quello che in passato la società, le condizioni della vita avevano loro sottratto: il tempo dello studio.
Sulla copia del libro che al termine dell'incontro mi è stato regalato, una dedica: "nella speranza che questa lettura accresca la sua conoscenza dell'Uomo".
Certo, molto sto imparando. E rileggerò e rileggerò, per provare a rispondere almeno a qualcuno degli infiniti interrogativi che si aprono quando si mette piede in un carcere, e si fa fatica a non restarne travolti. "Naufraghi in cerca di una stella". Quella che ne nasce è anche voce corale. Che è invito, preghiera, urlo sommesso, rivolto a tutti noi. Che ci dice che non possiamo continuare a voltarci dall'altra parte, che anche se ci riteniamo assolti, come cantava de André, siamo per sempre coinvolti...
di Antonio Mattone
Ristretti Orizzonti, 14 gennaio 2020
1.017 detenuti, circa 500 volontari, più di 100 esponenti della società civile, 7 vescovi in 12 pranzi e due eventi minori. Sono questi alcuni numeri dei pranzi di Natale organizzati dalla Comunità di Sant'Egidio nelle carceri della Campania durante le ultime feste del periodo natalizio. Ma oltre i numeri, queste cifre sono il segno che le carceri si possono trasformare in luoghi di rinascita e di riscatto.
Da sottolineare la fattiva ed empatica collaborazione con le direzioni degli istituti e con la polizia penitenziaria, oltre all'importante contributo che hanno dato alcuni sponsor. Gino Sorbillo, Sal De Riso, Vitigno Italia, Marco Infante, i ristoranti La Bersagliera, Baccalaria, l'Europeo e Amico Bio Spartacus Arena dell'anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, la Coldiretti di Benevento, l'Ordine degli Psicologi di Napoli, solo per citarne alcuni, hanno voluto contribuire concretamente alla realizzazione del pranzo, e qualcuno di loro ha voluto partecipare direttamente all'evento promosso. Il pizzaiolo Sorbillo ha affermato che per lui venire a Poggioreale "è stata una grande emozione", ed ha auspicato che "tante cose a Napoli possono cambiare se c'è l'impegno di molti a fare cose buone".
Di grande rilievo il pranzo gourmet preparato da Peppe Daddio nel carcere di Arienzo. Lo chef, che già aveva cucinato per papa Francesco nella sua visita al carcere di Poggioreale, ha saputo coinvolgere i produttori del territorio, realizzando un menù di tutto rispetto che ha riscosso un grande successo.
Questi eventi hanno avvicinato la società esterna al mondo del carcere. Professori universitari, ristoratori, imprenditori, avvocati, presidenti di importanti fondazioni si sono seduti a tavola accanto ai detenuti, condividendo emozioni forti, storie di galera, saluti e convivio con gli ultimi tra gli ultimi. Perché i carcerati che hanno partecipato ai pranzi sono quelli più poveri, che non fanno colloqui o che hanno i familiari lontani.
Sono quelli che durante l'anno incontrano i volontari di Sant'Egidio. I due momenti conviviali nei centri clinici di Secondigliano e Poggioreale hanno invece visto a tavola i malati ed è stata molto importante la presenza del direttore generale dell'Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva con cui si è potuto parlare dei problemi più urgenti della sanità penitenziaria.
L'Amministrazione penitenziaria ha dimostrato grande attenzione con il provveditore Antonio Fullone che ha partecipato a quattro pranzi, mentre non è mancata anche quest'anno la visita del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli Adriana Pangia. I volontari erano molto colpiti, alcuni di loro non avevano mai messo piede in un carcere.
Alcuni incontri preparatori hanno preceduto gli eventi: c'era bisogno di spiegare e far comprendere un contesto così complesso e difficile. Tutto è andato per il meglio e per qualcuno di loro questi incontri hanno suscitato il desiderio di avvicinarsi al mondo del carcere.
Tanti i sacerdoti e ben sette vescovi, a cominciare dal cardinale Crescenzio Sepe e al vescovo di Sant'Angelo dei Lombardi, Pasquale Cascio, delegato dei vescovi campani per la pastorale carceraria. Un presenza folta e significativa nell'anno che la diocesi di Napoli ha voluto dedicare alla settima opera di misericordia: "visitare i carcerati".
Di rilievo anche la partecipazione di molti artisti: Francesco Cicchella, Rosalia Porcaro, Ida Rendano, Marino Bruno, Giuseppe Di Capua, Franco Ponzo, Emiddio Ausiello, Gaetano Amato, Marco Critelli, Argia di Donato, Paolo Neroni, Franco Mayer, Pasquale Rea, Rosa Chiodo e Andrea Sensale hanno saputo rallegrare con il loro talento queste feste. Il comico-attore Cicchella ha addirittura raddoppiato, organizzando qualche giorno dopo uno spettacolo tutto suo nel carcere di Poggioreale.
Forse la testimonianza più significativa e toccante è stata quella di Giuseppina Troianiello, la moglie di Giuseppe Salvia, il vicedirettore ucciso dalla camorra il 14 aprile 1981. Anche quest'anno ha voluto pranzare con i detenuti. E anche quest'anno con lei c'era il figlio Claudio nei panni di Babbo Natale. Stupore e commozione si sono stampati sui volti dei detenuti che stavano al suo tavolo appena hanno compreso chi fosse la signora che mangiava amabilmente accanto a loro.
All'uscita uno degli ospiti che ha partecipato al pranzo è visibilmente commosso, e salutando i volontari prima di tornare a casa, ha esclamato: "Chi cercasse un senso al Natale, si affacci qui dentro per favore".
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
Apre al pubblico a Bologna l'Osteria "Brigata del Pratello". Primo ristorante in Europa realizzato in un istituto minorile. Otto ragazzi tra cucina e tavoli, li guida lo chef della Fortitudo
La prima serata aperta al pubblico sarà tra dieci giorni, il 24 gennaio, e i posti sono già esauriti da tempo. Esauriti anche quelli per la seconda e la terza: per chiedere un tavolo bisogna cliccare su "prima data utile".
Del resto anche l'inaugurazione-anteprima riservata qualche settimana fa a cinquanta invitati, tra i quali il ministro della giustizia Alfonso Bonafede e il cardinale Matteo Maria Zuppi, era stata un successo. È l'Osteria Brigata del Pratello. Ristorante realizzato nel carcere minorile di Bologna, appunto nella centrale via del Pratello che per chi è bolognese rappresenta non solo un monito tradizionale delle famiglie ("Guarda che se non ti metti a rigar dritto finisci in via del Portello!") ma anche una delle più note strade di osterie della città: una dopo l'altra.
Adesso, al numero civico 34, ci sarà anche questa. Un po'particolare perché il suo portone, di solito, è comunque chiuso. Non il primo ristorante carcerario in assoluto, stante la precedenza dell'ormai famoso "InGalera" attivo da anni nell'istituto milanese di Bollate e recensito persino dal New York Times.
Ma il primo avviato in un carcere per minorenni, questo sì. Primo in Italia e in Europa. Con l'obiettivo di costruire una formazione professionale e dare prospettive di una vita diritta a ragazzi che pur avendo imboccato una strada storta sono comunque ancora giovani: la ricetta sta nell'intervenire prima che il trascorrere degli anni renda sempre più complicato il proposito di raddrizzarla. Il progetto è sostenuto dalla Fondazione del Monte.
La sua realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione tra Istituto minorile e Fomal, la Fondazione Madonna del Lavoro nata come Opera religiosa nel 1949 a San Giovanni in Persiceto per l'intuizione di una suora, Nazarena Vecchi, che a quell'epoca voleva soprattutto dare un mestiere alle tante vedove e madri e figlie disoccupate del dopoguerra. Oggi la Fondazione è diventata un punto di riferimento formativo nel campo della ristorazione. E per il progetto legato ai ragazzi del Pratello si vale (anche) della disponibilità dello chef Mirko Gadignani, cuoco del Bologna calcio e della Fortitudo basket.
"Ci stavamo pensando e lavorando da dieci anni - ha detto all'inaugurazione - e finalmente adesso è una realtà". Con lui un altro chef, Alberto Di Pasqua, e Fabrizio Calati come maître. Il carcere in questione dipende dal Centro giustizia minorile per l'Emilia Romagna, che ha sede nello stesso complesso e nel suo insieme si occupa non solo di minori a partire dai 14 anni ma anche di "giovani adulti" (così tecnicamente chiamati) fino a 21 anni che abbiano commesso reati prima dei 18.
A lavorare per l'Osteria sono fino a otto, a rotazione: metà come aiuto cuochi e metà in sala. D direttore dell'istituto Alfonso Paggiarino ha riportato alcuni dei pensieri che hanno scritto dopo l'inaugurazione: "Ho scoperto una passione che pensavo di non avere"; "finalmente ho la possibilità di imparare un mestiere e di trovarne uno quando uscirò", "non è solo cucina ma anche sapersi relazionare con i compagni di lavoro".
Ma quello del reinserimento lavorativo è solo uno dei due obiettivi del progetto. L'altro lo ricorda Giusella Finocchiaro, presidente della Fondazione del Monte: "Si tratta di creare una occasione di contatto affinché anche i cittadini possano rendersi consapevoli di realtà che riguardano tutti".
Di qui l'importanza delle cene "aperte" che inizieranno tra dieci giorni. "Chi viene a cena - sottolinea Beatrice Draghetti, presidente di Fornai - contribuisce alla formazione personale e professionale dei ragazzi al pari dei loro maestri in cucina. Ma anche perla città di Bologna la nostra Osteria sarà un luogo denso di significato, da frequentare per sostenere la sfida educativa dei giovani, nella convinzione che ogni persona può sempre ripartire per realizzare il personale progetto di crescita e autonomia.
Le cene saranno occasione anche per conoscere da vicino le varie attività che Istituzioni, associazioni e realtà di volontariato promuovono all'interno del carcere". La sala è stata ricavata in un corridoio dell'antico chiostro del monastero quattrocentesco che oggi ospita l'Istituto.
Le cene aperte al pubblico iniziano alle 20 e si concludono entro le 22,30. Per prenotare bisogna andare sul sito brigatadelpratello.it e cuccare su "prenotazioni", muovendosi con un certo anticipo perché ovviamente si tratta di un ingresso in carcere che richiede una procedura: e l'iter ha bisogno dei suoi tempi.
di Tatiana Mario
Difesa del Popolo, 14 gennaio 2020
È in partenza un nuovo progetto di sensibilizzazione sociale e umana promosso dalla cappellania della Casa circondariale di Padova, in stretta collaborazione con la direzione del carcere e il comandante di polizia penitenziaria, per avvicinarsi a un luogo spesso dimenticato dalla società.
La Cappellania della Casa Circondariale di Padova, unitamente alla Direzione dell'Istituto e sostenuta dalla Diocesi di Padova, promuove un progetto di incontro con le persone detenute all'interno del carcere coinvolgendo i Trienni delle scuole superiori, i gruppi parrocchiali, le varie realtà associative e i Collegi Universitari del territorio che ne facessero richiesta.
Questo progetto che vede una stretta collaborazione tra la Direzione del Carcere, il Comandante di Reparto e il Cappellano, sarà finalizzato alla prevenzione della devianza minorile e del disagio sociale (in particolare per i studenti che arriveranno nell'Istituto), all'informazione sui temi della legalità e del carcere per accrescere la capacità di essere attenti a tali temi e scardinare quindi eventuali preconcetti e in fine per capire le difficoltà che possono incontrare le persone in un percorso di reinserimento successivo alla reclusione. Quali risposte la società dovrebbe o potrebbe dare a queste persone.
Le attività proposte in questo progetto
Pre-carcere (facoltativa) - In questa prima fase, il Cappellano dell'Istituto si rende disponibile ad incontrare studenti, gruppi parrocchiali, realtà associative, studenti Universitari presso le loro sedi. Si tratta di un incontro introduttivo di circa 2 ore in cui si verrà introdotti anche grazie ad uno stile dialogico alla realtà del carcere e del perché esistono queste strutture. Per le scuole sarebbe importante prevedere un lavoro interdisciplinare per favorire questa prima fase o per acceder direttamente alla seconda (Storia, Diritto, Filosofia, Religione, Scienze Umane ecc..)
In-carcere - Dal lunedì al venerdì (preferibilmente al mattino o nelle primissime ore del pomeriggio). Questa seconda fase prevede un primo momento introduttivo con il Cappellano, la Direzione dell'Istituto, gli Educatori, il Comandante del Corpo di Polizia penitenziaria e operatori volontari (a seconda della disponibilità). Un secondo momento prevede un incontro-testimonianza con le persone detenute. Dopo l'ascolto delle testimonianze è possibile soffermarsi su domande da parte dei presenti. Un terzo momento conclude l'incontro portando a raccogliere i frutti dei passaggi precedenti.
Post-carcere - I singoli gruppi sono invitati a seguito degli incontri vissuti (le fasi 1 e 2) a stillare una sorta di "carta dei valori" in cui indicare le possibili strade per migliorare la nostra società, rispondere ai disagi sociali più urgenti specie in ambito giovanile ed eventualmente indicare quali impegni concreti poter adottare per un reinserimento adeguato delle persone detenute nel nostro territorio padovano.
infermieristicamente.it, 14 gennaio 2020
La denuncia del NurSind. Un altro nuovo record negativo per l'Asp n° 5 di Reggio Calabria. Il quasi totale azzeramento del personale infermieristico dedicato all' assistenza all' interno del penitenziario di Arghillà. Una situazione più volte denunciata dal NurSind, che da sempre si schiera a tutela degli infermieri di tutta Italia.
Ci viene riferito dai nostri iscritti che, oltre alla storica carenza cronica di personale infermieristico da quando il penitenziario fu aperto nel 2013, attualmente, vi è una situazione di emergenza per la mancata sostituzione di n° 3 unità cessate per varie motivazioni. Si continua a garantire un livello di assistenza accettabile, non di livello, si opera con dei contingenti miseri a fronte di un utenza composta da circa 350 detenuti.
Il personale attivo (solo 4 infermieri) è spesso chiamato a saltare i riposi, perché se cosi non fosse, si fermerebbe ogni attività. Tutto questo è causa certamente di stress psicofisico e continuo avvicinamento al limite orario settimanale, e, il burn-out, ci risulta fra l'altro una delle recenti cause che ha portato alcune colleghe ad astensione dall'attività lavorativa da alcuni mesi, e mai più sostituite anch'esse.
Il paradosso. Alla metà del 2019 gli sforzi di Dirigenti e Coordinatori avevano consentito un integrazione di personale quasi sufficiente ad iniziare una turnazione H 24 per gli infermieri, ma, progressivamente con il tempo, le mancate sostituzioni di personale assente legittimamente per varie motivazioni (gravidanza, inidoneità, L. 104) ci portano ad oggi, dove, la sola presenza di 3 - 4 infermieri non riesce nemmeno a garantire la copertura di assistenza per le 12 ore giornaliere.
Appare assai difficile continuare a garantire le cure necessarie alla popolazione detenuta, in un contesto che, di fatto, per varie problematiche è già "pesante" laddove si uniscono anche le carenze di personale di polizia penitenziaria ed il sovraffollamento di detenuti a fronte della regolare capienza di circa 300 utenti. Una situazione infernale insomma. Chi pensa che l'attività degli infermieri nel penitenziario sia solo quella di preparare e consegnare terapia si sbaglia di grosso. I nostri infermieri si sostituiscono al personale amministrativo (anch'esso da sempre assente) per la parte burocratica, svolgono le attività del Ser.T. per la somministrazione di terapia sostitutiva poiché lo stesso non ha il personale dedicato, coadiuvano con gli specialisti ambulatoriali, e, non da meno sono in prima linea sempre a sostenere con parole di conforto chi ha commesso errori nella propria vita.
Non dimentichiamo - dice Errante Filippo dirigente Sindacale Nursind - che, il penitenziario di Arghillà rimane fra i pochi se non l'unico delle carceri italiane in cui la presenza di personale infermieristico non vi è per 24 ore al giorno. Questo nostro monito al fine di sensibilizzare le istituzioni poiché, probabilmente, la commissione straordinaria, che non ci ascolta, è solo impegnata a fare quadrare i conti forse dimenticando che la sanità deve erogare salute, in questo caso, anche alle persone ristrette.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
L'ospedale di Misurata rischia il trasferimento, ma Roma non vuole dare segni di arretramento. L'ultima disposizione vieta le uscite dei militari e blinda gli edifici che ospitano il contingente e i medici in servizio all'ospedale di Misurata. Perché la difficoltà di raggiungere una tregua tra il generale Khalifa Haftar e il presidente Fayez al Sarraj aumenta il livello di minaccia per gli italiani in Libia. E anche l'eventuale firma all'accordo, che potrebbe arrivare oggi, non fuga affatto i timori per la sorte dei 300 soldati e degli specialisti che si trovano in quell'area della Libia entrata proprio nelle mire di Haftar. Gli sforzi diplomatici e il lavoro dell'intelligence continuano ad essere concentrati su una mediazione tra le parti, ma a Roma si lavora anche per mantenere un ruolo di primo piano rispetto agli altri Paesi che stanno cercando di sponsorizzare l'intesa.
Ecco perché - esclusa la possibilità di inviare subito altri uomini sul campo - il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio continuano nelle missioni in tutti quegli Stati che possano fare pressioni su Haftar e Al Sarraj. E dunque Ankara, ma anche Mosca con il titolare della Farnesina che preme sul collega Sergei Lavrov. I contatti di ieri non sembrano aver sortito gli effetti sperati, ma oggi ci saranno nuovi tentativi nella speranza che si riesca comunque a far svolgere la conferenza di Berlino. E nello stesso tempo provando a tenere a bada i francesi, sempre più presenti e influenti in questa partita diplomatica che con il trascorrere dei giorni continua ad essere estremamente complicata.
Un quadro in continua evoluzione di cui si dovrà tenere conto nei prossimi giorni, al momento di rifinanziare le missioni all'estero. La Difesa spinge per un aumento delle risorse con una linea fin troppo esplicita: in un momento di crisi internazionale così grave non possiamo indebolirci in nessuna altra parte del Medio Oriente. E quindi - questo è stato ribadito nelle ultime ore - non ci potrà essere una diminuzione dei numeri del contingente in Afghanistan e tantomeno in Iraq, a meno di non voler mettere ulteriormente a rischio la sicurezza dei reparti. Un discorso che tanto più vale per la Libia in conflitto e con le truppe di Haftar che una settimana fa erano pronte a lanciare l'offensiva proprio in Tripolitania. Ecco perché al momento non è escluso che l'ospedale di Misurata possa essere costretto alla chiusura e dislocato in un'altra zona. Eventualità che si cerca in tutti i modi di scongiurare consapevoli che un arretramento sul campo si manifesterebbe come un segnale di debolezza, mentre l'Italia ha interesse a rimanere in prima linea nel ruolo di Paese mediatore. E dunque prende tempo anche rispetto all'indicazione di un "inviato" dell'Unione Europea che potrebbe essere scelto nei prossimi giorni e che, secondo l'indicazione dei giorni scorsi del vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, potrebbe essere Marco Minniti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 gennaio 2020
La denuncia dell'organizzazione Medici per i Diritti Umani (Medu). Sovraffollamento, assenza di servizi ed estrema precarietà delle condizioni igienico-sanitarie per le oltre mille persone migranti che popolano i casali abbandonati.
A distanza di dieci anni dalla rivolta dei braccianti, non è cambiato ancora nulla nel ghetto di Rosarno, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro fino ad allora conosciuto solo per gli agrumeti e per la presenza capillare della 'ndrangheta.
A denunciare la situazione è l'organizzazione Medici per i diritti umani (Medu), la quale sottolinea che gli oltre 400 braccianti lavorano ancora in condizioni di sfruttamento come nel 2010, quando solo allora l'opinione pubblica scoprì che i migranti sono costretti a vivere in edifici abbandonati, casolari diroccati o baraccopoli improvvisate in condizioni drammatiche e umilianti.
Quell'anno erano circa 1500 i lavoratori stranieri, per lo più giovani uomini provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana occidentale e regolarmente soggiornanti, presenti nella Piana. Oggi, a dieci anni di distanza, Medu denuncia che il numero resta pressoché invariato - dopo aver raggiunto picchi di oltre 3000 presenze negli anni passati - e altrettanto sconcertanti restano le condizioni di vita e di lavoro.
"D'altra parte - denuncia sempre Medu-, ieri come oggi, le istituzioni locali - spesso commissariate per infiltrazioni mafiose - e quelle nazionali appaiono incapaci di qualsivoglia pianificazione politica efficace, coraggiosa e lungimirante, limitandosi invece a riproporre il circolo vizioso sgombero- tendopoli- baraccopoli, che da dieci anni lascia invariate le piaghe dello sfruttamento lavorativo, del degrado abitativo e dell'abbandono dei territori".
Se infatti nel 2010 i lavoratori impiegati nella raccolta trovavano rifugio in una ex fabbrica in disuso - una delle tante costruite con i finanziamenti della legge 488 del 1992 e poi abbandonate - e in un'altra struttura abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, oltre che nei numerosi casolari diroccati sparsi nelle campagne dei Comuni limitrofi, in assenza di qualsivoglia servizio di base, oggi il sovraffollamento, l'assenza di servizi e l'estrema precarietà delle condizioni igienico- sanitarie restano invariati per le oltre mille persone che popolano i casali abbandonati.
I medici per i diritti umani denunciano che poco è cambiato anche per le oltre 400 persone che affollano l'ennesima tendopoli ministeriale - sorta in seguito allo sgombero della baraccopoli abitata da circa 2500 migranti avvenuto a marzo 2019 - e che versa in condizioni di sovraffollamento e degrado. La carenza di soluzioni abitative adeguate rende i lavoratori sempre più invisibili, poiché costretti a disperdersi in abitazioni di fortuna nelle campagne, e sempre più esposti allo sfruttamento e al caporalato.
Dal 2014 Medu opera nella Piana con una clinica mobile, per garantire la tutela della salute e dei diritti fondamentali e l'accesso alle cure e ai servizi socio-sanitari da parte della popolazione degli insediamenti precari del territorio.
Da dicembre 2019 la clinica mobile è di nuovo attiva nella Piana di Gioia Tauro e fornisce assistenza sanitaria e socio-legale alla popolazione degli insediamenti precari, in particolare presso la tendopoli ufficiale sita nella zona industriale di San Ferdinando, il campo container di contrada Testa dell'Acqua e i casolari abbandonati nelle campagne di Drosi e Rizziconi. Un clima di assurda disperazione come fosse un girone dantesco, nel quale è emerso che un migrante può arrivare a lavorare anche dodici ore al giorno, con una paga di appena un euro per ogni cassetta di agrumi raccolta.
Davanti agli sfruttamenti, Medu ha chiesto l'introduzione di efficaci meccanismi di incontro legale tra la domanda e l'offerta di lavoro e il potenziamento di quelli esistenti e l'adozione di un piano graduale e strutturato di inclusione socio- abitativa dei lavoratori agricoli nei Comuni in via di spopolamento della Piana, anche attraverso pratiche di intermediazione abitativa già dimostratesi efficaci nel territorio della Piana e in altri territori.
Per l'associazione occorre anche il riconoscimento della residenza presso gli insediamenti informali, condizione imprescindibile per consentire l'accesso ai diritti fondamentali; la sensibilizzazione e il sostegno alle aziende che rispettino i diritti dei lavoratori, quindi l'attivazione di politiche che favoriscano la regolarità del soggiorno dei migranti, requisito indispensabile per poter accedere a un lavoro con diritti e dignità.
ottopagine.it, 14 gennaio 2020
Mercoledì 15 gennaio la casa circondariale di Foggia ospiterà per la seconda volta tra le sue mura, dopo il concerto dello scorso 30 ottobre, la musica di Luca Pugliese, ventiduesima tappa della sua tournée musicale per le carceri. S'intitola "Un'ora d'aria colorata" la missione artistico-culturale che dal gennaio 2013 vede impegnato il poli-disciplinare artista campano (musi-cantautore, pittore, architetto) a far dono gratuito della sua musica alla popolazione detenuta di numerosi istituti di penitenziari del paese. Un'iniziativa solidale che, oltre a richiamare l'attenzione sullo stato delle nostre carceri, chiama in gioco il ruolo sociale dell'arte e dell'essere artisti.
"La dignità dell'uomo" afferma l'artista "è un diritto universale che non ammette deroghe e l'arte è un diritto di tutti. La musica è aria dipinta. Portare un po' di musica in luoghi dove tutto è troppo poco e troppo stretto, mi rende vivo e mi fa sentire utile al mondo. La magia di questo tour è quella di aver scoperto e toccato con mano il potere aggregativo della musica, la capacità della musica, in luoghi come il carcere, di farsi vero e proprio focolaio di libertà.
Le emozioni che questa esperienza mi ha finora restituito sono veramente rare, le mie canzoni e la mia musica godono di un'energia totalmente diversa da quando ho deciso di regalarle a chi ne ha veramente bisogno. Sono inoltre più che mai convinto che, se vogliamo migliorare il nostro paese, dobbiamo cominciare dal basso, recuperando e riabilitando chi ha sbagliato, e che ciò non è solo doveroso, ma è anche possibile. Io metto gratuitamente a disposizione una mia competenza; se tutti dessero qualcosa gratis per alleviare la sofferenza altrui, sicuramente il mondo starebbe più in armonia con se stesso".
Il concerto bis al carcere di Foggia, fortemente voluto, su espressa richiesta dei detenuti ad alta sicurezza, dalla direttrice dell'istituto dott.ssa Giulia Magliulo, dal comandante del corpo di polizia penitenziaria Luca Massimiliano Di Mola e dal capo area trattamentale Giovanna Valentini, vedrà Luca Pugliese esibirsi nella veste live che, proprio a partire dalla tournée carceraria, si è consolidata come quella da lui preferita: la versione one man band. Da diversi anni or sono, infatti, si esibisce così: cassa al piede destro, charleston al piede sinistro, chitarra, voce, a volte anche armonica a bocca.
Strabiliante "uomo orchestra" e cantautore e interprete raffinato, nelle sue esibizioni Luca Pugliese porta in scena il background più profondo della sua esperienza musicale, aperta alla contaminazione e costantemente alla ricerca di nuove suggestioni.
Ultime, ma solo in ordine di tempo, le suggestioni musicali tratte dal repertorio classico napoletano - che della tournée nelle carceri sono la colonna portante - e da quello latinoamericano, che, assieme a brani propri e a grandi classici del cantautorato italiano, offrono un viaggio musicale unico nel suo genere, in cui epoche, stili e tradizioni differenti trovano un epicentro comune grazie a un grintoso talento interpretativo e a una rara capacità di farli propri.
di Francesco Semprini
La Stampa, 14 gennaio 2020
Niente intesa per il cessate il fuoco. Il generale irritato dal ruolo della Turchia e dal riconoscimento del Parlamento di Tripoli. "Così come è l'accordo non lo firmiamo". Khalifa Haftar riparte da Mosca a tarda notte a bordo del suo Falcon 900 lasciando aperta la questione del cessate il fuoco in Libia a cui aveva aderito ieri pomeriggio il Governo di accordo nazionale in base all'intesa patrocinata da Turchia e Russia. Il Generale aveva preso tempo sino a stamane per valutare e meglio comprendere le condizioni, poi il silenzio e la partenza improvvisa. L'adesione di principio giunta nel fine settimana dalle forze di Tripoli e dall'autoproclamato Esercito nazionale libico di Bengasi aveva spianato la strada verso la capitale russa dove erano giunti ieri il capo del Consiglio presidenziale del Gna, Fayez al Sarraj, il generale Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, e il presidente dell'Alto consiglio di Stato con sede nella capitale, Khaled al Mishri, espressione queste ultime degli organi legislativi della dicotomia politica e territoriale libica. Il documento è passato all'esame delle parti: Sarraj e Al Mishri hanno firmato l'accordo, Haftar e Saleh no. Il generale "giudica positivamente la bozza di accordo ma vuole più tempo per esaminarla, sino a domani mattina" (stamane), aveva spiegato il ministro degli Esteri Serghei Lavrov.
Lo strappo - Attorno la mezzanotte italiana è poi giunta la decisione di non aderire. "Non ci sarà alcuna firma sull'accordo di Mosca per diversi motivi, il più importante dei quali è l'intenzione della Turchia di sfruttarlo imponendosi attraverso esso come attore di riferimento in Libia per legittimare i due memorandum d'intesa firmati con il Presidente del Gna. Al contempo non è accettabile il riconoscimento implicito del parlamento parallelo di Tripoli (Consiglio di Stato) come nuovo organo in conflitto con il parlamento legittimo di Tobruk, oltre alla frammentazione delle forze armate", recita una nota confidenziale fatta circolare da funzionari vicini al generale. Da Bengasi tuttavia avvertono che la vicenda non è chiusa e nella giornata di oggi potrebbero giungere sviluppi al riguardo. Il diniego del generale - avvertono fonti del Palazzo di Vetro - è frutto anche dalla pressione degli Emirati che più di altri hanno investito sulla campagna militare di Bengasi per assicurarsi una "silver share" anche sulle attività economiche ed energetiche della Tripolitania.
Le 7 condizioni - Alle parti è stato sottoposto un accordo in sette punti. Ovvero osservare incondizionatamente il cessate il fuoco; normalizzare la vita a Tripoli e nelle altre città libiche e procedere a una de-escalation militare; assicurare l'accesso e la distribuzione di aiuti umanitari; formare una commissione militare 5+5 come previsto dal piano d'azione della missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil); designare rappresentanti che partecipino al dialogo economico, militare e politico promosso dall'inviato Onu Ghassan Salamé; formare gruppi di lavoro per individuare soluzioni politiche intra-libica; tenere il primo incontro dei gruppi entro gennaio 2020. Fonti vicine alla trattativa spiegano che, al di là dei sette punti "elevati", ci sono nodi da sciogliere sul terreno come la liquidazione dei mercenari, lo scioglimento delle milizie e il loro assorbimento in forze di sicurezza istituzionali e il ritiro di Haftar con la conseguente ridefinizione di territori e competenze.
Le imposizioni di Haftar - Ipotesi a cui l'armata della Cirenaica, in una nota, oppone un perentorio diniego affermando di voler mantenere le posizioni conquistate vicino a Tripoli: "Abbiamo intenzione di liberare tutta la Libia da milizie e gruppi terroristici. Non arretriamo di un passo". Posizione incompatibile con quella individuata dai due "broker" ovvero Turchia e Russia, e secondo cui ad Haftar e al suo esercito dovrebbero competere la sicurezza dei pozzi petroliferi, la cui competenza gestionale rimane però affidata all'autorità Noc allineata con Tripoli. E le attività di antiterrorismo, una delega che andrebbe incontro alle rivendicazioni dell'Egitto il quale vede nel generale Haftar il vero bastione contro il terrore sulla sponda sudorientale del Mediterraneo. Un quadro che di fatto ridimensionerebbe molto la figura del generale il quale non solo non incasserebbe incarichi politici ma neanche la titolarità dell'intero apparato militare libico. Evidentemente troppo poco per il generale che alza così la posta approfittando di "un cessate il fuoco che - sottolinea Salamé - è più fragile che mai", come dimostrano le violazioni avvenute nella notte alla periferia della tormentata capitale libica.
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