di Adele Grossi
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
Solo negli ultimi 8 anni, la nostra magistratura ha sequestrato o definitivamente confiscato un totale di 65.502 beni fra mobili, immobili, beni finanziari e aziende. Che fine fa tutta questa ricchezza? Dal momento del sequestro e sino alla confisca di secondo grado i beni sono gestiti dall'amministrazione giudiziaria; dalla confisca di secondo grado in poi, subentra invece un ente autonomo controllato dal ministero dell'Interno, creato nel 2010: l'Agenzia Nazionale per l'Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati (Anbsc). Il compito dell'Agenzia è quello di gestire i beni sino alla loro destinazione, vale a dire il riutilizzo da parte della collettività. Gli immobili o le aziende, infatti, possono essere mantenuti al patrimonio dello Stato oppure trasferiti agli enti territoriali, che devono utilizzarli per finalità istituzionali, uffici pubblici o assegnarli, tramite bando pubblico, a realtà sociali in comodato d'uso gratuito.
Quanti immobili e aziende sono finiti agli Enti - Dal 1982 - cioè da quando è stata emanata la legge Rognoni-La Torre, che per la prima volta ha previsto il reato di associazione mafiosa e la necessità di aggredire i beni degli appartenenti alle cosche - al 31 ottobre 2018, i beni immobili tornati alla collettività sono stati 15.037.
Di questi, e al netto degli immobili andati distrutti o demoliti o di cui è stata revocata la destinazione, 2.208 sono stati mantenuti al patrimonio dello Stato, 757 sono stati venduti, 12.056 sono stati trasferiti agli enti. Restano invece ancora in mano all'Agenzia 17.318 immobili, perché la confisca non è definitiva o perché non è riuscita ancora a dargli una destinazione. Per le aziende: dal 1982 ne sono state destinate 944, mentre 3.023 risultano ancora in gestione.
Come avviene il processo di destinazione - Per agevolarne i meccanismi, dal 2016, i beni vengono proposti agli enti interessati, mediante delle conferenze dei servizi telematiche, su una piattaforma ad hoc: "Open Regio". Ad oggi sono state indette 28 conferenze dei servizi che hanno interessato in particolare Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Lombardia, Veneto. Una volta assegnato, l'Ente deve attivarsi affinché il bene sottratto alla criminalità torni concretamente alla collettività.
Succede spesso che l'immobile, disabitato da anni, richieda interventi di ristrutturazione, o i capannoni siano ormai fatiscenti, e che i Comuni di piccole dimensioni non abbiano le risorse per metterli a posto e riutilizzarli. In sostanza, sebbene la destinazione sia l'ultimo atto di un processo che toglie al mafioso per restituire ricchezza allo Stato e ai cittadini, talvolta finisce con il rappresentare un costo insostenibile.
Sperpero della ricchezza: aziende fallite e immobili inutilizzati - Cominciando dalle aziende, il destino di quelle restituite alla collettività, nel 93% dei casi, è la loro messa in liquidazione. Nel 2018 l'Agenzia ha fatto il punto sugli immobili destinati: 11.948 risultavano assegnati agli enti territoriali che, contattati per conoscere lo stato del bene, hanno risposto solo in 1.800. Risultato: 609, ossia il 34%, giacevano inutilizzati. "La percentuale è destinata ad aumentare", scriverà la stessa Agenzia nella sua relazione poiché, se per gli altri 10.148 beni non è stata nemmeno data una risposta, forse è perché non sarebbe stata positiva.
In realtà, stando al Codice Antimafia, il destino dei beni dovrebbe essere facilmente monitorabile sia dall'Agenzia che dai cittadini poiché gli enti sono tenuti a pubblicare in un'apposita sezione dei propri siti istituzionali, aggiornata con cadenza mensile), tutte le informazioni sui beni acquisiti: consistenza, utilizzo e, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l'oggetto e la durata dell'atto di concessione. La mancata pubblicazione è addirittura sanzionata, eppure sono pochissimi gli enti che rispettano queste regole.
Da Palermo a Trieste: cosa stanno facendo dei beni assegnati? - A Palermo, l'Agenzia conta 1991 immobili destinati, ma sul sito istituzionale ne risultano 846, di cui 177 dichiarati inutilizzati e 83 occupati abusivamente. A Caltanissetta su 270 immobili destinati, sul sito del Comune se ne contano appena 39 e per 24 di questi non appare alcun dato sull'utilizzazione. A Monreale pare siano stati destinati 130 immobili, ma sul sito se ne riportano zero. Comune di Motta Sant'Anastasia (Catania) 230 immobili destinati, recensiti sul sito istituzionale zero. Comune di Lamezia Terme 212, recensiti sul sito 21, dichiarati inutilizzati 6. Ultimo aggiornamento tre anni fa. Comune di Rosarno: su 113 destinati, sul sito dell'ente se ne comunicano 51, di cui 33 inutilizzati. Il Comune di Bologna teoricamente ne gestisce 13, ma sul sito ne risultano 2, di cui uno non ancora assegnato. Per i 9 immobili destinati al Comune di Trieste, la pagina corrispondente all'elenco è in bianco. In Veneto, il Comune di Bussolengo (Verona), risulta destinatario di 26 immobili, ma nessuna informazione risulta sul sito. Ma l'Agenzia e il Ministero dell'Interno lo sanno?
470 giorni solo per comunicare all'Agenzia l'avvenuta confisca - Quando il bene è stato assegnato all'ente pubblico, l'Agenzia ne dovrebbe monitorare il destino per due anni, e nel caso in cui il bene non venisse destinato all'uso per il quale era stato affidato, l'Agenzia dovrebbe riprenderselo. Di fatto, però, rarissimi sono i casi di revoca e il motivo è che anche la revoca ha un costo, e l'Agenzia ha già un mare di problemi nella gestione di tutta la ricchezza che maneggia a causa di croniche difficoltà nello stesso scambio di informazioni.
Stando agli ultimi dati elaborati nel 2016 dalla Corte dei Conti, fra la confisca di un bene e la sola comunicazione all'Agenzia Nazionale trascorrono in media 470 giorni, fino a punte di 5.400 giorni, vale a dire 15 anni. A correggere il tiro, fin dal 2011, avrebbe dovuto provvedere un sistema informatico per la gestione dei dati. "Appare inspiegabile - scrive la Corte dei Conti nel 2016 - che, nonostante i notevoli finanziamenti erogati per la realizzazione dei sistemi e applicativi informatici, siano ancora limitate a meno del 10 per cento le comunicazioni per via telematica tra gli uffici giudiziari e l'Agenzia".
Ignoto il valore di questi immobili - Eppure la relazione parlamentare che accompagnava il provvedimento di istituzione dell'Agenzia era chiara: "Se non compressi drasticamente i tempi intercorrenti tra l'iniziale sequestro e la definitiva destinazione dei beni, si rischia di provocare una crisi irreversibile nel sistema di contrasto alle mafie, con patrimoni rilevanti destinati all'abbandono e riflessi negativi per la credibilità delle istituzioni".
Del resto pure l'entità di questo "patrimonio rilevante" è abbastanza ignota. Quanto valgano in denaro tutti gli immobili in capo all'Agenzia nessuno lo sa. Il dato mancava nel 2016 e manca oggi. La spiegazione: gli amministratori giudiziari spesso non stimano il valore dei beni perché fra il sequestro, la confisca e la destinazione possono passare anche dieci anni, e pertanto la stima iniziale non corrisponderebbe più a quella finale. In pratica se ne lavano le mani. I dati nel 2016 erano stati richiesti dalla Corte dei Conti al Ministero dell'Interno che, solo per il periodo 2009-2015, aveva comunicato un valore di oltre 5.306.000 euro per un totale di 14.913 immobili confiscati.
L'Avvenire di Calabria, 15 gennaio 2020
Oggi la presentazione ufficiale a Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale della Calabria. L'Osservatorio regionale sulla violenza di genere presenta report finale. Mercoledì 15 gennaio ore 11, alla sala "Giuditta Levato" del Consiglio Regionale della Calabria sarà presentato il report delle attività svolta dall'organismo nei suoi sedici mesi di funzionamento attraverso un video che descrive le azioni svolte, riporta interviste di familiari di vittime di violenza, contributi del questore Maurizio Vallone, del comandante dei carabinieri Giuseppe Battaglia, da operatori dei centri e delle associazioni impegnati nel contrasto alla violenza di genere in Calabria che hanno collaborato con l'osservatorio.
Saranno inoltre formulate proposte ed indicazioni al nuovo governo regionale che sarà eletto tese a migliorare il sistema di contrasto alla violenza di genere in Calabria. Il sussidio audio visivo, che sarà presentato dal giornalista Sergio Conti dell'agenzia Iamu che lo ha curato, sarà messo a disposizione dei mezzi di informazione, delle scuole, delle forze dell'ordine e delle associazioni come strumento di informazione e sensibilizzazione sulla tematica.
Saranno presenti Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'osservatorio. L'invito a partecipare è rivolto ai rappresentanti delle istituzioni, delle forze dell'ordine, e delle associazioni che hanno sostenuto e collaborato alla realizzazione delle attività, in tale occasione sarà possibile ritirare copia del rapporto sulla violenza di genere.
varesenews.it, 15 gennaio 2020
Il progetto messo in campo dalla Casa Circondariale di Varese, prevede il coinvolgimento di docenti e insegnanti di sei istituti scolastici del varesotto, di personale dei Miogni e di alcuni carcerati, appositamente formati. Carcere e territorio: un'interazione possibile?
A crederci è la Casa Circondariale di Varese, da un anno guidata dalla dottoressa Carla Santandrea. Ed è grazie alla sensibilità e all'impegno della direttrice e di chi opera al suo fianco, ovvero il vice comandante del reparto per l'Area Sicurezza ispettore Rosario Arcidiacono e il capo Area Educativa, Domenico Grieco hanno avviato un progetto che coinvolge alcuni istituti superiori del territorio. Dalla loro sinergia è maturata la XIII edizione di "Educazione alla legalità", il cui scopo è quello di avvicinare i giovani a tematiche delicate e attuali.
"Un progetto - commenta la dottoressa Carla Santandrea - che permette di aprire spazi di riflessione importanti sul concetto di legalità, e favorire proficue occasioni di confronto tra mondi solo all'apparenza così lontani come il carcere e la scuola".
Il progetto, attraverso un'articolazione che si svilupperà per alcuni mesi, prevede il coinvolgimento di docenti e insegnanti di sei istituti scolastici del varesotto, personale della Casa Circondariale di Varese e di alcuni detenuti definitivi, appositamente formati. Gli istituti coinvolti nel progetto saranno il Liceo Artistico di Varese, l'Isis di Gazzada Schianno, l'Isis Newton di Varese, l'Isis "Edith Stein" di Gavirate, il Collegio De Filippi di Varese e la Fondazione Enaip di Varese.
Ogni scuola individuerà 12 allievi, le cui generalità saranno comunicate alla Casa Circondariale, che parteciperanno alla sensibilizzazione delle tematiche affrontate tra i loro coetanei, partecipando e animando i diversi incontri proposti, secondo il modello della peer education. Presso una delle scuole coinvolte nel progetto saranno presenti, nell'ambito di uno degli incontri previsti, anche alcuni detenuti della Casa Circondariale, debitamente individuati.
Nell'ambito dell'edizione di quest'anno è prevista, inoltre, la collaborazione con l'Ufficio Locale di Epe (Esecuzione Penale Esterna) che, attraverso i propri referenti, illustrerà il proprio impegno, oltre alle altre attività previste dalla legislazione vigente in tema di messa alla prova per gli imputati e di lavoro di pubblica utilità, avvalendosi anche delle testimonianze di persone condannate in misura alternativa o imputati ammessi alla prova. Gli incontri negli istituti scolastici si svolgeranno secondo questo calendario:
Il primo si è tenuto lunedì 13 gennaio presso il Liceo Artistico di Varese. A questo primo incontro hanno preso parte tutti i protagonisti del progetto: referenti, operatori di Polizia penitenziaria, allievi.
Martedì 28 gennaio 2020, ore 09.00-12.00, presso l'Isis "Newton" di Varese. Molti gli argomenti che verranno approfonditi (la Polizia Penitenziaria: attività, modalità d'intervento, servizi e specialità; i reati più comuni tra gli adolescenti; la normativa sugli stupefacenti).
Per l'occasione sarà presente il vice comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria di Varese, nonché referente del progetto per l'Area Sicurezza, l'ispettore superiore Rosario Arcidiacono. All'incontro parteciperà anche una piccola rappresentanza di agenti di Polizia Penitenziaria che prestano servizio prevalente a contatto con i detenuti e potranno raccontare le proprie esperienze e rispondere alle domande degli allievi.
Mercoledì 12 febbraio 2020, ore 09.00-12.00, alla Fondazione Enaip di Varese. Gli allievi, con i rispettivi docenti, avranno la possibilità di ascoltare la testimonianza del giornalista e scrittore Marco Gatti, autore del libro: "Un padre da galera. La strada, il carcere, mio figlio". In questa occasione saranno presenti anche alcuni detenuti, che condivideranno la loro esperienza con i presenti;
Giovedì 27 febbraio 2020, ore 10.00-12.00, presso l'Isis "Newton" di Varese. In programma l'esibizione delle Unità del Nucleo Regionale Cinofili della Polizia Penitenziaria.
Martedì 10 marzo 2020, ore 09.00-12.00, presso il Liceo Artistico di Varese. A questo incontro prenderanno parte i referenti del progetto, i rappresentanti dell'Uepe (Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna) e alcune persone condannate in misura alternativa, cioè imputati ammessi alla prova.
Venerdì 27 marzo 2020, ore 9.00-12.00, avrà luogo una visita guidata presso la Casa Circondariale di Varese nel corso della quale gli allievi coinvolti nel progetto, con i loro docenti, incontreranno i vertici dell'Istituto: direttrice, comandante del reparto e, a piccoli gruppi, saranno accompagnati all'interno della struttura penitenziaria, taluni con la presenza di detenuti, sotto la guida del Vice Comandate e di altri operatori dell'Area Sicurezza. Al termine seguirà una riunione nella Sala dell'Affresco dell'Istituto penitenziario per un breve confronto anche con la presenza dei detenuti selezionati preventivamente.
Giovedì 2 aprile 2020, il progetto si concluderà con un nuovo ingresso presso la Casa Circondariale durante la quale tutti i partecipanti al progetto (referenti, allievi ed eventuali altri ospiti) si ritroveranno presso la Sala dell'Affresco per un confronto finale e un momento conviviale.
di Laura Valdesi
La Nazione, 15 gennaio 2020
L'avvocato Delli: "Misura scaduta il 13 gennaio, non è stata chiesta la prosecuzione". Quattro gli operatori inizialmente interdetti. Presunte torture nel carcere di Ranza a San Gimignano, c'è una novità. I quattro operatori - tra cui un ispettore e due assistenti capo - che erano stati sospesi dal servizio a seguito di una misura interdittiva emessa dal gip Alessandro Buccino Grimaldi, sono tornati al lavoro.
Il 13 gennaio, infatti, scadeva appunto la misura che li ha costretti a restare lontano dal penitenziario dove svolgevano da tempo l'attività. E che era stata disposta, si ricorderà, perché accusati di aver avuto un comportamento terribile nei confronti di un detenuto tunisino di 31 anni che non si trova più a Ranza. E che doveva scontare una pena per droga. L'uomo nell'ottobre 2018 era stato spostato di cella e proprio per quanto avvenuto in quei momenti, nel reparto di isolamento dove si trovava, sono finiti nei guai complessivamente 15 operatori penitenziari.
Solo quattro però sono stati sospesi quattro mesi dal lavoro. E ieri mattina si sono presentati dunque al carcere di Ranza. "Confermo che la misura interdittiva è scaduta e che al momento non c'è alcun provvedimento che impedisce al mio assistito di riprendere a svolgere la sua attività", spiega l'avvocato Sergio Delli. Che si limita ad aggiungere, insieme al collega Manfredi Biotti difensore di un ispettore e di due assistente capo: "Attendiamo le valutazioni che assumerà il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria". Potrebbe anche spostarli - ma queste sono solo ipotesi - in altri carceri.
Intanto la procura ha dissequestrato i cellulari presi a tutti gli indagati per effettuare una maxi-perizia e valutare in particolare le conversazioni. I rapporti, eventuali commenti magari proprio su quell'episodio che, si ricorderà, ha portato alla ribalta della cronaca nazionale la vicenda Ranza, con l'arrivo del leader della Lega Matteo Salvini.
È stato anche sentito, durante un lungo incidente probatorio, il detenuto tunisino che sarebbe stato picchiato. Credeva di andare a fare la doccia, invece gli sarebbe stato assestato un pugno sulla testa venendo colpito, mentre si trovava in terra, da pugni e calci. Con tanto di frasi ingiuriose e minacce che dovevano servire da monito a tutti gli altri. Gli indagati hanno sempre negato le torture che contesta il pm Valentina Magnini che nel corso dell'inchiesta ha indagato anche un medico. I reati inizialmente contestati, a vario titolo, ai 15 che hanno un'età fra i 26 e i 55 anni, variavano dalla tortura alle minacce, dalle lesioni alla falsità ideologica.
casertanews.it, 15 gennaio 2020
La convenzione voluta dal presidente della Provincia, Magliocca, durerà un anno. "Fondamentale per costruire percorsi di recupero e di reinserimento sociale degli autori dei reati".
È stata firmata un'apposita convenzione, fortemente voluta dal presidente della Provincia, Giorgio Magliocca, tra il Museo Campano di Capua e l'Ufficio Locale Esecuzioni Penali Esterne di Caserta (Ulepe) del Ministero della Giustizia, diretto dalla dottoressa Maria Laura Forte. La convenzione ha la finalità di promuovere azioni concordi tese a sensibilizzare, nei confronti della comunità locale, azioni di sostegno e di reinserimento di persone in esecuzione penale; promuovere la conoscenza e lo sviluppo di attività riparative a favore della collettività e di favorire la costituzione di una rete di risorse, che accolgano i soggetti, ammessi a misura alternativa o ammessi alla sospensione del procedimento con messa alla prova, che hanno aderito al progetto riparativo.
"Con questa convenzione, appena firmata, abbiamo dato la possibilità di svolgere una nuova esperienza di lavoro, in forma gratuita, ad un certo numero di persone sottoposte a misure carcerarie, ovvero a misure alternative al carcere, come custodi museali - ha dichiarato il presidente della Provincia Giorgio Magliocca - presso il nostro Museo Provinciale Campano di Capua. In tal modo, costoro potranno svolgere attività sociali utili alla collettività, oltre che costituire, per se stessi, una concreta occasione di riabilitazione personale, secondo le nuove linee di sviluppo della cosiddetta giustizia riparativa".
"Questa convenzione permetterà al Museo di impiegare, di qui a breve, - ha evidenziato il direttore del Museo Provinciale Campano di Capua, Giovanni Solino - un certo numero di persone in maniera completamente gratuita, come custodi museali. Tutti sanno della assoluta carenza di personale al Museo e dell'impossibilità della Provincia di farvi fronte. Questa convenzione - ha concluso - potrebbe offrire una prima importante soluzione per garantire standard minimi di servizio nonché ampliamenti di orari per i visitatori".
"L'Uepe è l'Ufficio di esecuzione esterna del Dipartimento giustizia minorile e di comunità - ha precisato il direttore Maria Laura Forte - e si occupa di tutto ciò che è esecuzione penale alternativa al carcere. La necessaria e preziosa collaborazione, in questo caso con il Museo Provinciale Campano di Capua, è fondamentale per costruire percorsi di recupero e di reinserimento sociale degli autori dei reati". La durata della convenzione è fissata in un anno. Il Museo Provinciale Campano di Capua è lieto di attuare un'esperienza pilota di giustizia riparativa, cioè sostanzialmente un nuovo approccio che consente di coinvolgere la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di soluzioni agli effetti del conflitto generato dal fatto delittuoso, al fine di promuovere attività di riparazione del danno, di riconciliazione tra le parti e di rafforzamento del senso di sicurezza collettivo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 gennaio 2020
Il 28 ottobre 2019 la Corte di appello di Reggio Calabria ha ridotto la pena da 27 a 13 anni, riqualificando il reato, escludendo l'aggravante mafiosa. Dopo la risposta inevasa da parte del ministero della Giustizia sulla richiesta di revoca del 41bis, ancora tarda ad arrivare quella della magistratura di sorveglianza.
Da quasi due anni si trova ininterrottamente recluso al regime duro, nonostante che nel frattempo i giudici hanno non solo escluso la sua posizione di promotore dell'ipotizzata associazione semplice (e non mafiosa), ma gli è stata esclusa la circostanza di aggravante del metodo mafioso di cui all'art. 7, L. 203/91.
Parliamo della vicenda, recentemente già trattata da Il Dubbio, di un calabrese settantenne, Nicola Antonio Simonetta, che rimane ancora al 41bis nel carcere di Parma, nonostante la presenza di due sentenze che escludono la partecipazione al sodalizio mafioso.
Il suo avvocato difensore Maria Elisa Lombardo, del foro di Locri, aveva fatto istanza direttamente al ministro della Giustizia per chiedere l'immediata revoca del regime del carcere duro visto che non ci sono più i presupposti. A questo si aggiunge anche la sua delicata condizione di salute: ha il morbo di Crohn.
Se trasferito nel centro clinico di altro regime, infatti, potrà con maggiore facilità essere curato. Ma il guardasigilli non solo non ha disposto la revoca (come è invece accaduto con Massimo Carminati quando gli era stata decaduta l'associazione mafiosa), ma non ha dato alcuna risposta in merito. Passati oramai due mesi, l'avvocata Lombardo ha quindi fatto istanza il 2 gennaio scorso al tribunale di sorveglianza di Roma che ha la competenza per il 41bis.
La richiesta di revoca si basa quindi alla luce delle sopraggiunte pronunce che ne fanno venire meno i presupposti giuridici. Il 28 ottobre del 2019 la sentenza dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, Simonetta ha visto più che dimezzata l'originaria condanna che è stata ridotta da 27 a 13 anni, previa riqualificazione del reato, non più promotore dell'ipotizzata associazione semplice.
Nella medesima pronuncia è stata esclusa l'aggravante mafiosa. Prima ancora, il 26 luglio scorso. è stata emessa altra sentenza dal Tribunale Penale di Locri, nel quale il Collegio ha assolto Simonetta dall'ipotesi di reato associativo di stampo mafioso ed ha disposto l'inefficacia della misura cautelare con immediata scarcerazione.
Alla luce delle pronunce sopraggiunte, coerenti fra loro, nelle quali si esclude il coinvolgimento di Simonetta a contesti mafiosi e anche il solo utilizzo del metodo mafioso, appare quindi evidente che sono venuti meno tanto i presupposti quanto le motivazioni che hanno animato l'originaria richiesta applicativa del 41bis.
Di tutto ciò, da ribadire, è stato edotto anche il ministro della giustizia a fine ottobre. Ma, ad oggi, nessuna risposta. Come se non bastasse, il recluso versa in condizioni precarie di salute tanto da essere collocato nel Centro Clinico del carcere di Parma: il trasferimento presso altro centro clinico di altro regime, gli potrebbe consentire maggiore facilità nelle cure nonché maggiore sostentamento da parte della famiglia.
Intanto si è in attesa, oramai da quasi due settimane, di una risposta da parte della magistratura di sorveglianza. Resta da domandarsi se tutto ciò risulti rispettoso dei principi dello Stato di Diritto, quando un uomo, nonostante non ci siano i presupposti, rimanga recluso nella frontiera massima dell'intervento punitivo dello Stato.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 15 gennaio 2020
Nella Capitale si arriva in Cassazione dopo 2.241 giorni. Ignorata la "ragionevole durata". Il nodo corte d'Appello. Sei anni in tutto. La Capitale non è la prima nella classifica delle città lumaca, ma i tempi della Giustizia sono ancora lunghi.
Per la definizione di un procedimento penale, dalle indagini preliminari alla sentenza della Cassazione, occorrono in media 1241 giorni. I sei anni previsti dalla legge Pinto, per la "ragionevole durata del processo", oltre la quale lo Stato è chiamato al risarcimento. E invece è ancora troppo.
L'imbuto è sempre la Corte d'Appello dove, in media, si impiegano 1.128 giorni a fronte dei due anni di soglia. La situazione è comunque migliorata rispetto all'ultimo quinquennio, durante il quale, secondo la relazione tecnica del ministero della Giustizia sul progetto di determinazione delle piante organiche della magistratura, duravano invece 1.498 giorni.
La causa del ritardo ha origini lontane, a cominciare dalla riforma del 2000, che ha portato all'aumento della produttività dei tribunale senza prevedere di adeguare le Corti d'appello, soprattutto dal punto di vista dell'organico. I dati, però, vanno letti, ci sono processi che hanno corsie preferenziali, sia nel penale che nel civile. E dunque tempi più ridotti. Mentre nel calcolo del ministero rientrano anche i procedimenti giù prescritti.
E c'è anche una buona notizia, come annuncia il presidente della Corte d'Appello di Roma Luciano Panzani: "Ci saranno nove consiglieri in più, prevediamo un incremento di circa duemila sentenze ogni anno".
Il nodo dell'organico riguarda anche il Tribunale. E non soltanto per quanto riguarda le toghe. Proprio ieri il presidente del Tribunale, Francesco Monastero, in un vertice, ha illustrato al procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e a Panzani la difficile condizione in cui tutti i giorni lavora: 800 amministrativi, a fronte di una pianta organica di 1.200.
A spiegare che non tutti i processi sono uguali e ci sono procedimenti, sia nel penale nel civile, che vengono definiti in tempi più stretti è proprio Panzani. Nel penale sono quelli con i detenuti e i procedimenti a rischio prescrizione, nel civile le cause di lavoro e quelle della sezione famiglia.
"Le pendenze sono diminuite - spiega - il nostro problema rimane l'arretrato, se non avessimo quello saremmo in pareggio. Anche la percentuale di cause sulla legge Pinto è diminuita". Panzani fa riferimento alla "Pinto della Pinto", un assurdo giudiziario. Ossia procedimenti che duravano troppo a lungo anche per stabilire l'indennizzo per un processo durato troppo a lungo".
comune.modena.it, 15 gennaio 2020
Venerdì 24 gennaio alla Casa circondariale Sant'anna. Partecipano l'autrice, Viola Ardone, e Bruno Ventavoli, giornalista direttore dell'inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa" e direttore del Premio letterario nazionale per le carceri Sognalib(e)ro. Iniziativa promossa dal Comune di Modena in collaborazione con la Direzione generale del Ministero della Giustizia - Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti editore, e con il sostegno di Bper Banca.
Viola Ardone è nata a Napoli nel 1974, è insegnante di latino e italiano al liceo e scrittrice. Ha pubblicato La ricetta del cuore in subbuglio (2013) e Una rivoluzione sentimentale (2016) entrambi editi da Salani. Il suo ultimo libro è Il treno dei bambini (Einaudi, 2019), in corso di traduzione in ben 25 lingue. Il romanzo racconta una storia commovente ispirata ai "Treni della felicità" (come li chiamò l'allora sindaco di Modena Alfeo Corassori) grazie ai quali nel secondo dopoguerra quasi settantamila bambini provenienti dalle zone più povere dell'Italia meridionale ebbero un'occasione per riscattarsi da fame e analfabetismo, accolti da famiglie in Emilia. È il 1946, infatti, quando Amerigo, dieci anni e occhi che hanno visto troppe cose, lascia il suo rione di Napoli per salire su un treno. Assieme a migliaia di coetanei del Sud attraversa la penisola e trascorre alcuni mesi in una famiglia di Modena, dove il Partito Comunista ha creato una rete di solidarietà per strappare i bambini alla miseria.
Bruno Ventavoli è il giornalista responsabile dell'inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa", traduttore dall'ungherese, vive e lavora a Torino. È autore di gialli ambientati ora in ambito mitologico, ora nelle periferie delle grandi città dell'Italia del nord, tra pornografia, prostituzione, immigrazione clandestina e nuova tratta degli schiavi, animando trame ben congegnate con una scrittura briosa e immaginifica, ricca di metafore sorprendenti. In "Al diavolo la celebrità" ha ricostruito la carriera cinematografica di Stefano Vanzian, in arte Steno.
Sognalib(e)ro. Il premio letterario nazionale per le carceri nasce con l'obiettivo di promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari dimostrando che possono essere strumento di riabilitazione, principio sancito dalla Costituzione.
La finalità di Sognalib(e)ro è promuovere lettura e scrittura nelle carceri come strumento di riabilitazione, dando espressione compiuta all'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana. Di particolare rilievo umano, culturale e sociale, il progetto consiste in un concorso letterario che prevede l'assegnazione di due premi, uno a un'opera letteraria valutata e votata dai detenuti, l'altro a un elaborato prodotto dai detenuti stessi, che potrà, essere pubblicato da Giunti editore.
Per la seconda edizione del premio sono stati individuati dal ministero della Giustizia 16 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o di scrittura creativi: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Trento, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Come già nell'edizione 2018, il premio si articola in due sezioni. Nella Sezione Narrativa italiana (che comprende anche il Premio speciale Bper Banca), una giuria popolare composta dagli aderenti ai gruppi di lettura degli Istituti attribuisce il premio valutando il migliore di una rosa di tre romanzi: La straniera di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019); Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, 2019); Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018).
La Giuria è composta da gruppi di detenuti in ogni istituto. Ogni componente dovrà esprimere la preferenza attribuendo 3 punti al libro migliore, 2 al secondo e 1 punto al terzo. Ogni gruppo è seguito da un operatore incaricato, che raccolti i voti della giuria interna (sono stati complessivamente oltre 100 i lettori votanti) li trasmette al Comune di Modena.
Tutti i voti trasmessi riferiti alla medesima opera, sommati determinano il vincitore. Il premio consiste nell'invio di titoli scelti dall'autore a tutti gli Istituti partecipanti, accrescendo così il loro patrimonio librario. Lo scrittore vincitore, inoltre, potrà presentare il proprio libro nelle carceri partecipanti.
Nella sezione Inedito, invece, una giuria di esperti presieduta da Bruno Ventavoli e composta dal disegnatore satirico Makkox, con gli scrittori Barbara Baraldi e Paolo di Paolo affiancati da Antonio Franchini, editor Giunti, attribuirà il premio a un'opera inedita (romanzo, racconto, poesia) prodotta da detenuti o detenute sul tema "Ho fatto un sogno...".
La giuria sceglierà a maggioranza il miglior testo (tra i 62 presentati) esprimendo la valutazione con un giudizio sintetico. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove è recluso il vincitore, da parte della editrice Giunti.
Qualora i testi vincitori possiedano le caratteristiche necessarie, saranno pubblicati dalla medesima casa editrice in un'antologia tematica. Il Comune di Modena si riserva ulteriori iniziative di divulgazione dei testi in concorso, come pubblicarli con casa editrice civica digitale il "Dondolo", diretta da Beppe Cottafavi).
La partecipazione al Premio è stata aperta ai cittadini italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari, senza limiti di età, attualmente detenuti negli istituti penitenziari individuati dal Ministero della Giustizia. A ogni detenuto è stato consentito partecipare a una o a entrambe le sezioni. La serata finale di Sognalib(e)ro con le premiazioni e la partecipazione dell'autore o dell'autrice vincitori si svolgerà a Modena il 20 febbraio al Teatro dei Segni in via San Giovanni Bosco 150, a cura di Bruno Ventavoli e del Teatro dei Venti.
In programma la lettura pubblica delle riflessioni e dei commenti dei detenuti che hanno votato le opere in concorso; la cerimonia di premiazione dei partecipanti alle due sezioni; la presentazione dello studio scenico sull'Odissea, realizzato dal Teatro dei Venti con alcuni degli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia.
di Stefano Bizzi
Il Piccolo, 15 gennaio 2020
Problemi nella cucina da quindici anni. Una donazione ha permesso l'acquisto. A Natale i profumi della pasta pasticciata, del pollo arrosto e delle patate al forno hanno di nuovo invaso le celle e i corridoi del carcere di Gorizia. Il merito è stato di una donazione che ha permesso di acquistare e installare nella cucina della casa circondariale di via Barzellini un forno. A feste concluse, don Alberto De Nadai e Steven Stergar hanno voluto ringraziare pubblicamente chi ha permesso di migliorare la vita dei detenuti.
Entrambi notano che tra i tanti problemi riscontrabili all'interno del carcere, quello della cucina pare essere il più sottovalutato e trascurato dal momento che si trascina da oltre 15 anni. Al di là del fatto che la struttura si trovi nel seminterrato, i problemi erano dovuti principalmente al malfunzionamento del piano cottura a gas e del forno e ai danni a due delle quattro piastre elettriche. E questo costringeva a rigidi menù.
Nel corso degli incontri del sabato pomeriggio dedicati alla formazione dei detenuti per l'avviamento a un inserimento sociale e lavorativo tenuti dagli stessi don Alberto e Stergar è emerso il desiderio di avere in cucina almeno un forno "adeguato" alle esigenze che potesse permettere una maggiore varietà di menù, ma anche la realizzazione di corsi formativi di cucina.
"Questo stimolo, presentato all'istituzione carceraria è stato messo in disparte dalla frase "non ci sono soldi", ricorda Stergar aggiungendo: "Nonostante le difficoltà amministrative, la sensibilità di tanti cittadini che conoscono l'impegno di don Alberto sui problemi dei carcerati, ha permesso, anche con offerte, l'acquisto di un nuovo forno.
I benefattori accompagnano sempre il loro gesto con la frase "Lei sa dove metterli" e infatti uno di questi, venuto a conoscenza del progetto si è dedicato spassionatamente alla causa". Si è trattato di una persona che a suo tempo aveva vissuto l'esperienza del carcere ed è riuscita a riprendere in mano la propria vita. "Con volontà e umanità, non trascurando i suoi impegni lavorativi - spiega ancora Stergar - ha cercato, trovato, trasportato e, infine, installato il forno superando vari ostacoli burocratici".
Rivolgendosi a tutte le persone che nel tempo gli sono state vicine nella condivisione dei suoi progetti, don Alberto sottolinea in ogni caso: "L'acquisto del forno ha permesso di cambiare pacificamene una situazione che per tantissimi anni ha vissuto incatenata a cattivi pensieri e, di conseguenza, a cattivi comportamenti".
"La proposta concreta del forno - conclude l'assistente spirituale del carcere goriziano - fa sentire i detenuti e anche noi volontari meno soli nelle nostre disarmate battaglie per la dignità delle persone. Dal laboratorio di formazione del sabato sta rinascendo una "detenzione nuova", piena di voglia di cambiare in meglio la vita di tutti. È solo una prima minima tappa verso un ben più coinvolgente impegno sociale e politico perché non ci può essere carità senza giustizia".
Il Gazzettino, 15 gennaio 2020
Tre immigrati irregolari detenuti nel Cpr sono stati riacciuffati, è caccia agli altri cinque fuggitivi. Lungo il perimetro del Cpr (Centro per il rimpatrio) di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, sono state installate 200 telecamere collegate a un moderno impianto centralizzato che diffonde le immagini in diretta. Eppure otto migranti irregolari detenuti all'interno della struttura sono riusciti a portare a termine la fuga.
È accaduto domenica pomeriggio, secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine, ma i fatti sono stati resi noti solamente ieri. I cittadini stranieri, che si trovavano in regime di detenzione amministrativa all'interno del centro riaperto meno di un mese fa, sono riusciti a raggiungere l'esterno della struttura scavalcando il muro di cinta grazie all'uso degli idranti anti-incendio, utilizzati come corde da arrampicata.
Un piano architettato e riuscito in tutti i suoi dettagli. Per tre di loro, però, la fuga è durata poco: il contingente di vigilanza, formato da polizia di Stato, carabinieri e Guardia di finanza ha individuato i primi due fuggitivi ancora nel territorio comunale di Gradisca d'Isonzo, quindi a breve distanza dal Cpr isontino.
Il terzo migrante irregolare è stato rintracciato dopo alcune ore a Palmanova, a più di dieci chilometri di distanza. I cittadini individuati sono stati riportati all'interno del Centro per il rimpatrio. Degli altri cinque fuggitivi invece non c'è alcuna traccia, e le ricerche sono ancora in corso. L'allarme, all'interno della struttura, è rimasto alto anche ieri, per il timore che il gesto degli otto migranti fuggiti domenica potesse essere emulato da altri detenuti del Cpr.
Quanto alle modalità di fuga, sono state rese note nei dettagli nel pomeriggio di ieri: i migranti avrebbero infranto alcune lastre di protezione per superare la prima barriera, dopodiché hanno messo in pratica l'arrampicata sul muro di cinta grazie alle pompe anti-incendio. Infine un volo di quattro metri per atterrare sulla campagna che circonda la struttura.
All'inizio dell'anno altri tre migranti erano fuggiti dallo stesso centro di detenzione amministrativa. All'interno del Cpr attualmente sono presenti 61 migranti, tenuto conto della fuga riuscita dei cinque soggetti che si sono allontanati senza essere in seguito rintracciati. Molti dei cittadini che si trovano nel perimetro dell'ex caserma di Gradisca arrivano da altri Cpr di tutta Italia.
Il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello, ha parlato di "criticità da risolvere all'interno della struttura" e di "Centro per il rimpatrio che deve ancora entrare a regime". La situazione è potenzialmente esplosiva: nelle ultime settimane sono stati segnalati anche atti di autolesionismo e almeno un tentativo di suicidio.
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