di Antonio Martino
Avvenire, 27 febbraio 2020
Io faccio parte del gruppo fin da quando è stato creato. Ci siamo ingranditi, ci confrontiamo e ci rapportiamo con i volontari e con noi stessi, ma la missione è sempre comune: leggere la parola di Dio in comunità e mettere in pratica i suoi comandamenti. L'esperienza è positiva perché stiamo crescendo spiritualmente tutti insieme".
Gaspare - come Giuseppe, Alfio, Sebastiano e altri ancora - è detenuto nel penitenziario di alta sicurezza di Rossano, in Calabria. Storie e vite di carcere, ma anche di rinascita, di fede e di speranza. Tutto inizia quando l'Azione Cattolica della diocesi di Rossano-Cariati decide che un incontro annuale con i detenuti della casa di reclusione della cittadina ionica era troppo poco; bisognava fare di più.
"Così, ottenuti i permessi necessari e con la collaborazione del cappellano, del direttore e di tutto il personale penitenziario, siamo partiti", racconta Achiropita Calarota, presidente dell'Ac diocesana. "All'inizio furono solo 15 minuti dopo la messa domenicale: una piccola finestra che ci ha consentito di ascoltare ogni settimana le voci dei detenuti, inizio di un cammino insieme". Ma quello spazio minuti si è subito dilatato, anche grazie agli "esercizi di laicità" da fare durante la settimana, la meditazione e la preghiera quotidiana.
"Gradualmente ho arricchito la mia conoscenza della Bibbia sino a percepire la misericordia di Dio", testimonia Donkor. "Per 50 anni ho escluso Dio dalla vita, ero scettico. Poi, quasi senza che me ne rendessi conto, qualcuno ha bussato nel mio cuore", aggiunge Francesco. Con il passare dei mesi, questa "famiglia" particolare (così la chiama Antonio, "perché è quello che sento dentro quando siamo tutti insieme") è cresciuta, nei numeri ma anche nell'impegno, spronata e accompagnata dalla vicinanza dell'arcivescovo Giuseppe Satriano.
È nato il laboratorio "Prima luce", che mette in atto il percorso di catechesi di Ac, e al suo interno un percorso di interazione tra casa di reclusione e parrocchie, il servizio di tutoraggio ai detenuti iscritti all'università, la collaborazione con il periodico diocesano "Camminare Insieme" per una pagina dedicata.
Lo scorso dicembre un altro passo: 27 persone hanno aderito al nuovo gruppo di Ac "Sezione Carcere", presente il presidente nazionale dell'Azione cattolica Matteo Truffelli accompagnato da monsignor Satriano per consegnare personalmente le tessere ai soci. Domenica 16 febbraio un delegato della "Sezione Carcere" ha partecipato all'assemblea elettiva diocesana di Ac, in cammino verso la XVII Assemblea nazionale del 30 aprile: "Abbiamo bisogno di testimoni di fraternità - conclude Calarota - che sappiano far germogliare esperienze buone di solidarietà e custodia dell'umano sia nelle nostre case sia tra le mura di un carcere".
targatocn.it, 27 febbraio 2020
Sabato 14 marzo alle ore 16.30 nel Palazzo Banca d'Alba, in via Cavour, 4 ad Alba sarà inaugurata la mostra fotografica che prende il nome dall'incipit della Divina Commedia di Dante Alighieri. "Nel mezzo del cammin di nostra vita..." è il nome del progetto realizzato dai fotografi dell'associazione Passo dopo Passo e da un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di San Michele di Alessandria.
L'iniziativa parte dalla profonda convinzione che la strategia della cultura che entra nelle carceri può produrre una prospettiva importante di recupero; è stata promossa la partecipazione dei detenuti stimolandone le capacità, dando loro la possibilità di esaltare le loro doti nascoste attraverso la fotografia scoprendo forme alternative per riappropriarsi della propria dignità personale. Momenti di condivisione in cui la fotografia diventa un pretesto ed un mezzo per raccontarsi.
Il progetto, realizzato in collaborazione con ICS Onlus e con il contributo della Fondazione Cassa Risparmio di Alessandria, ha come sfondo la "Divina Commedia" di Dante e, nello specifico, L'Inferno. Il tutto è nato nel laboratorio di xilografia e di pittura, istituito nel carcere alessandrino. Gli allievi hanno creato delle tavole rappresentanti le parti più significative del poema usate come fondale, nel quale sono stati inseriti i ritratti delle persone detenute coinvolte.
Al momento inaugurale interverranno una fotografa dell'associazione alessandrina e tra gli autori del progetto, il presidente dell'Associazione di volontariato penitenziario Arcobaleno, il Sindaco di Alba, i Garanti regionale e comunale delle persone private della libertà personale, i rappresentanti della direzione della Casa di Reclusione di Alba e i rappresentanti della Banca d'Alba che ha concesso l'utilizzo dei locali.
L'iniziativa si inserisce all'interno delle attività previste dalla rassegna "TuttiDiritti - Carcere, Legalità, Persone" progetto che tradizionalmente propone alla cittadinanza albese una serie di iniziative e attività sui temi legati alla detenzione, alla legalità e ai diritti umani."TuttiDiritti", patrocinato dalla Città di Alba, vede come capofila l'associazione di volontariato penitenziario Arcobaleno di Alba in collaborazione con la Casa di reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, i garanti regionale e comunale delle persone private della libertà personale, la Compagnia di Iniziative Sociali - CIS, l'Ente Fiera Internazionale del Tartufo bianco d'Alba, il Mercato della Terra "Italo Seletto", Libera Piemonte - presidio di Alba "Mauro Rostagno", l'Istituto di Istruzione Statale "Umberto I".
TuttiDiritti gode del supporto del Centro Servizi per il Volontariato di Cuneo, "Società Solidale". La mostra durerà dal 14 al 29 marzo. Giorni di apertura: venerdì dalle ore 15 alle 19; sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19; domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. Per visite di gruppo in giorni diversi dai precedenti contattare il numero 3206308456.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 27 febbraio 2020
Il 54enne Ladislav Pala era accusato di omicidio per la morte di un 75enne durante un presunto furto da 6 euro in un supermercato. L'amarezza delle figlie della vittima: "Ormai sarà molto difficile trovare il colpevole".
La sua innocenza l'ha urlata fin dal giorno dell'arresto. "Non ho ucciso io quel signore", ha detto il 27 marzo di un anno fa Ladislav Pala, 54 anni, nelle ore in cui era stato fermato con l'accusa di aver ammazzato Alfredo Caparelli, 75 anni, per rubargli 6 euro e la busta della spesa il 21 dicembre del 2018. Ora,dopo aver trascorso un anno in carcere, il giudice per l'udienza preliminare l'ha assolto con formula piena dall'accusa di omicidio volontario e rapina. Una sentenza che rappresenta un fallimento per le figlie di Caparelli. "Che delusione", hanno detto uscite dall'aula Anna Maria e Silvia, entrambe quarantenni.
Un esito che, da un punto di vista giudiziario, rappresenta un colpo di scena. E non soltanto perché il pm Elena Neri aveva chiesto la condanna all'ergastolo. A far finir in cella Pala, un video trovato sul suo telefonino. Un filmino girato proprio dall'imputato vicino al supermercato "Tuodì" negli attimi fatali successivi all'aggressione: Pala domanda a Caparelli, steso in terra, se ha bisogno di aiuto. La vittima viene ripresa quasi priva di coscienza. Qualcuno l'ha appena picchiato e derubato della spesa. Non dice nulla, non riesce a rispondere. Poi, dopo aver registrato la scena, Pala scappa e, nella fuga, perde il cellulare. Che, una volta ritrovato dai carabinieri, viene considerato la prova regina.
D'altronde perché mai fare un video di quel tipo? Per far credere di aver cercato di soccorrere l'anziano e imbrogliare le forze dell'ordine: questa è la risposta, che si danno gli inquirenti. Dopo una lunga caccia all'uomo, il 27 marzo scorso Pala (un senzatetto) viene rintracciato e arrestato dai carabinieri della Compagnia Roma Eur.
L'anziano morirà dopo una lunga agonia il 22 aprile del 2019. Sembra un processo chiuso. La difesa chiede l'abbreviato. L'udienza parte in salita: il pm chiede l'ergastolo. Tuttavia, la lettura delle prove fornita dall'avvocato Antonio Lazzara - difensore dell'imputato, nato a Praga - insinua il tarlo nel giudice che potrebbe non essere stato Pala a uccidere Caparelli. Innanzitutto, nessuno quella sera lo ha visto picchiarlo. Anzi, il contrario: due testimoni oculari lo escludono, dicendo che Pala non ha né derubato, né picchiato il 75enne.
Entrambi vengono risentiti dal gup, che fa verbalizzare le contraddizioni prima di emettere la sentenza. Ancora: le buste della spesa dell'anziano non saranno mai rinvenute. A Pala, nella perquisizione effettuata al momento dell'arresto, viene un portafogli.
All'inizio si crede che sia della vittima. Poi l'avvocato dimostra che invece è dell'imputato. La sentenza ha lasciato stupiti i parenti dell'anziano signore. "Forse avrebbero dovuto allargare l'indagine, soprattutto al momento della rapina. L'amarezza è tanta. Ormai trovare il colpevole sarà difficile" osserva l'avvocato Francesco Tabocchini, legale delle parti civili.
di Luca Crovi
Il Giornale, 27 febbraio 2020
In "L'uomo che amava i libri" lo scrittore George Pelecanos narra il riscatto sociale di un carcerato. Sulla qualità dei crime-novel di George Pelecanos hanno garantito i vari Barack Obama, Michael Connelly, Dennis Lehane e Stephen King. E che la qualità dei romanzi di questo grande narratore fosse davvero speciale lo ha confermato nel tempo l'impianto sociale di storie come Il sognatore, Vendetta, Il giardiniere notturno, Angeli neri, Strade di sangue, in cui ha raccontato gli Stati Uniti dal punto di vista della strada e delle persone più disagiate che hanno a che fare con i crimini e la malavita.
Con "L'uomo che amava i libri" (SEM, pagg. 223, euro 18, traduzione di Giovanni Zucca) Pelecanos affronta ancora una volta un tema a lui caro, quello della riabilitazione penale e della possibilità di uscire da situazioni pericolose per chi ha già pagato con il carcere i propri errori. È ciò che accade a Michael Hudson, il quale in prigione non soltanto ha scontato la sua pena, ma si è anche innamorato della lettura grazie alla bibliotecaria Anna. I libri diventano per lui una forma di evasione, ma soprattutto costruiscono nel profondo un nuovo carattere e un desiderio di ripartire su nuove basi. Una volta tornato per strada, Michael dovrà combattere contro il suo passato e sopravvivere a un presente estremamente pericoloso. E fondamentali per lui saranno i libri che ha letto: Uomini e topi di Steinbeck, i racconti western di Elmore Leonard, Il Grinta di Charles Portis, Il Padrino di Mario Puzo, Una tragedia tutta azzurra di John D. MacDonald, etc. "Nel mio lavoro filantropico - spiega Pelecanos - ho incontrato una bibliotecaria, nella prigione di Washington DC. All'epoca non c'era una biblioteca, nella prigione, quindi lei ogni giorno portava un carrello pieno di libri nei vari blocchi e parlava dei romanzi con i detenuti. Sapevo che stava cambiando la loro vita e l'ho trovata una persona affascinante. E se un detenuto si innamorasse di lei, emotivamente e forse fisicamente? E se, una volta scarcerato, si imbattesse in lei per la strada? Come reagirebbe, a questo mondo, un uomo cambiato, una volta ricattato e rispedito in una vita criminale? C'erano abbastanza idee nella mia testa per scrivere un libro".
Ha avuto spesso contatti con il mondo carcerario?
"Ho lavorato nelle carceri e in strutture di detenzione per minori per molti anni, facendo programmi di lettura e conversando con i detenuti. Leggono spesso i miei libri, che sono molto popolari nelle carceri, e poi ne discutiamo insieme. Sono lettori entusiasti. Le discussioni sono spesso vivaci e divertenti. Adoro andare in prigione e passare del tempo con i detenuti. E, onestamente, da loro ricevo molto materiale...".
Perché "L'uomo che amava i libri" è dedicato a Elmore Leonard e Charles Willeford?
"Elmore Leonard è uno dei miei romanzieri preferiti. Lo rileggo spesso per ricordarmi come è fatto, come si può scrivere certe cose e come le ha scritte lui. Willeford era anarchico, una voce singolare nella narrativa poliziesca e in ogni cosa che ha raccontato. Nel romanzo Pick Up, l'ultima riga ti costringe a tornare indietro e a rileggere il romanzo dall'inizio. Nel mio romanzo gli rendo omaggio nelle ultime righe. Senza anticiparvi nulla, come in Pick Up le etnie dei personaggi non vengono mai menzionate. Ho pensato che fosse tempo di provare una cosa del genere nella finzione. Ed è stato per me un buon inizio".
Che tipo è il detenuto Michael Hudson, il protagonista della sua storia?
"È un uomo che ha commesso un crimine quando ancora non era maturo, come accade a molti giovani. È cambiato e vuole cambiare ulteriormente. Si innamora della lettura mentre è in carcere e quando viene rilasciato tutto ciò che vuole è un lavoro e una tessera della biblioteca. Ma le forze esterne e il suo senso dell'onore lo riportano sul lato oscuro della strada".
La lettura per lui è davvero rivoluzionaria?
"Michael è mai stato fuori città. In particolare, non è mai stato fuori dal quartiere e dal suo mondo chiuso in se stesso. Una volta che inizia a leggere, la vita gli apre nuovi orizzonti. Leggiamo tutti per scappare. E, grazie alla lettura, possiamo andare ovunque".
Come ha scelto i libri che nel romanzo fa leggere a Michael?
"Alcuni sono romanzi che ammiro, altri sono storie che hanno plasmato la visione del mondo di Michael Hudson e lo hanno influenzato ad agire in modo positivo".
Lei crede nella riabilitazione penale?
"Credo fermamente nella capacità di crescere e cambiare. Nella mia prima infanzia ho avuto qualche problema, ma ciò mi ha aiutato a crescere. La scienza ci dice che un diciannovenne è una persona molto diversa da un trentenne. Un giovane agisce mosso dall'adrenalina e dagli impulsi. Ma quella stessa persona, qualche anno dopo mostra pensieri governati dalla coscienza e dal ragionamento. Le persone cambiano. Lei sa che le persone condannate per omicidio hanno la percentuale più bassa di recidiva? Proprio questo dovrebbe dire qualcosa sulla riabilitazione".
Come sceglie i casi criminali che racconta?
"Faccio delle ricerche, parlo con le forze dell'ordine e con le persone che abitano negli inferi. Cerco di rimanere in contatto con la strada".
Quanto è cambiata la scena noir americana negli ultimi anni?
"Adoro il noir classico, ma non credo possa essere replicato. Era legato al suo tempo. In gran parte era basato sul ritorno di un veterano della Seconda guerra mondiale in una città oscura e claustrofobica che lui non riusciva più a capire. Quei libri parlavano di disturbi da stress post traumatico prima ancora che ci fosse un termine specifico che li definisse. Un buon noir deve avere a che fare con i traumi psicologici, non deve descrivere il fumo di sigaretta e le ombre nelle stanze".
Sul suo sito c'è una sezione di recensioni dedicata ai classici del poliziesco italiano diretti da Fernando Di Leo ed Enzo Castellari...
"Ora è molto più facile trovare questi film grazie allo streaming. Sono un fan dei film polizieschi italiani degli anni 70".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 27 febbraio 2020
La Corte costituzionale federale dichiara illegittimo l'art. 217 c.p. che vietava l'offerta programmata di assistenza alla dolce morte. La Corte di Karlsruhe: "Il diritto alla morte autodeterminata non si limita a situazioni esterne come malattie gravi o incurabili. Esiste in ogni fase dell'esistenza umana".
La Germania depenalizza l'aiuto al suicidio organizzato, anche quando praticato da associazioni o individui professionisti dell'eutanasia. Lo ha stabilito ieri mattina una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incompatibile con la Legge fondamentale tedesca l'articolo 217 del codice penale varato dal Bundestag nel dicembre 2015 al fine di evitare il fiorire di un giro di "affari con la morte".
Qualcuno - lo hanno già fatto le Chiese cattoliche ed evangeliche tedesche - evocherà gli omicidi selettivi dei nazisti, ma il giudice Andreas Voßkuhle si è mosso in tutt'altra direzione decidendo di riconoscere il "diritto all'autodeterminazione nel fine vita" e dando ragione al ricorso presentato quattro anni fa da due associazioni, sette medici e due cittadini contro la norma che limitava l'offerta programmata di assistenza al suicidio (che in Germania è legale, mentre rimane fuorilegge l'eutanasia del consenziente).
"La decisione presa dall'individuo nell'esercizio del diritto di porre fine alla propria vita valutando la sua concezione di qualità della vita e della ragion d'essere della propria esistenza - scrive la Corte federale - deve essere rispettata come un atto di autodeterminazione autonoma da parte dello Stato e della società". Ogni Lander, puntualizza la sentenza del massimo organo giudiziario tedesco, può legiferare come crede in materia, ma deve sempre rispettare questo diritto elementare della persona. Dunque, non è compatibile con le libertà costituzionali l'articolo del codice penale che recita: "Chiunque intenda promuovere il suicidio di un altro, che gli offre l'opportunità commerciale di farlo, lo preveda o media, sarà punito con una pena detentiva fino a tre anni o una multa".
Una decisione non facile, quella presa dal presidente della Corte di Karlsruhe al termine di un lungo lavoro di audizioni e un tempo di riflessione che si è protratto per oltre un anno. Negli ultimi tempi, però, nel Paese si era creata una situazione di discriminazione economica, intollerabile per uno Stato democratico, tra coloro che potevano permettersi i (sempre più praticati) viaggi verso la Svizzera, i Paesi Bassi o il Belgio per ricevere l'assistenza al suicidio da parte di organizzazioni professionali, e coloro che dovevano rassegnarsi a non poter scegliere come morire.
Secondo il giudice Voßkuhle, la decisione di un individuo di suicidarsi non richiede alcuna giustificazione da parte di terzi, tanto meno da parte dello Stato che può solo - e deve - aumentare le pratiche di prevenzione del suicidio e rafforzare il sistema di cure palliative: "Il diritto alla morte autodeterminata non si limita a situazioni esterne come malattie gravi o incurabili o determinate fasi della vita e della malattia - si legge nella sentenza - Esiste in ogni fase dell'esistenza umana. Un restringimento del diritto a determinate cause e motivi sarebbe equivalente a una valutazione dei motivi per i quali una persona decide il suicidio (...) che è estranea al concetto di libertà della Legge fondamentale".
Dopo la decisione del tribunale, le associazioni pro eutanasia dovranno essere autorizzate, ma potranno anche farsi pubblicità. Prende ora coraggio anche il fronte di promozione della medicina palliativa per rendere più accessibili alcuni barbiturici utilizzati per l'eutanasia. Molti medici infatti si erano schierati contro l'art.217 c.p. che vietava di "promuovere il suicidio su base commerciale" perché temevano di essere puniti per le cure mediche palliative ripetutamente fornite ai malati terminali.
Per quanto riguarda invece l'eutanasia, legale in Olanda e in Belgio dal 2002 e in Lussemburgo dal 2009, è il Portogallo a prepararsi a varare una delle leggi più avanzate d'Europa. La scorsa settimana infatti il parlamento portoghese ha approvato in prima lettura la depenalizzazione dell'eutanasia e del suicidio medicalmente assistito per i malati terminali. Prima dell'estate il testo dovrebbe completare il suo iter di approvazione ed essere ratificato dal presidente della Repubblica, il conservatore Marcelo Rebelo de Sousa.
Il Riformista, 27 febbraio 2020
La presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, in un'intervista a diMartedì su La7. "I principi della Costituzione sono stati scritti dopo un'epoca molto dura, con lo scopo di mettere al sicuro come in una cassaforte alcuni valori che sono stati conquistati con grande sofferenza dall'intero popolo: i diritti della persona e i limiti al potere soprattutto, questi sono i due pilastri della Costituzione.
E quei principi, quei diritti, devono valere soprattutto per i tempi difficili. Il compito della Corte Costituzionale è tanto importante quanto ingrato, perché è lì che deve sempre ricordare agli attori della politica, che hanno un grande campo d'azione, che ci sono degli argini che sono insuperabili.
Un compito sempre ingrato perché è sempre un pochino controcorrente, ma la Corte lo fa non perché fa l'opposizione rispetto alla maggioranza e al governo, ma perché deve garantire quei principi che non vogliamo mai disperdere neanche nei momenti di difficoltà. Preservare i principi destinati a durare nel tempo non nonostante le contingenze del momento, ma attraverso tutte le contingenze". Lo ha spiegato la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ieri in un'intervista a diMartedì su La7.
"La Costituzione è un limite al potere assoluto - ha sottolineato Cartabia - mentre fonda un potere ne stabilisce i limiti e i confini, il costituzionalismo è l'arte di stabilire i limiti al potere. È sempre antipatico dire "oltre questo confine non si può andare" ma in fondo è necessario ed è a tutela di tutti".
Nell'intervista la presidente della Consulta ha poi puntualizzato che "i valori della Costituzione non si trasmettono per inerzia da una generazione all'altra, ma vivono e muoiono nella vita della società. Il nostro lavoro è tutelarli nei confronti soprattutto delle azioni del potere pubblico, ma i valori vanno vissuti: solo così la Costituzione può attuarsi in tutte le sue potenzialità".
"I diritti della persona non sono mai assoluti", ha affermato ancora Cartabia, "ma devono essere sempre affermati tenendo conto dei diritti delle altre persone e anche degli interessi generali dell'intera collettività. Il limite è sempre insito nel concetto di diritto".
La presidente Cartabia ha quindi ricordato una sentenza della Consulta sul caso Ilva, nella quale "la Corte ha affermato che il diritto assoluto diventa un tiranno", una frase "che può sembrare strana" e che ha spiegato così: "bisognava tenere unito ciò che apparentemente non poteva trovare un contemperamento, la tutela della salute, dell'ambiente, ma anche il diritto al lavoro e i diritti economici dell'impresa. Istanze tutte buone ma che se affermate in modo assoluto rompono il tessuto sociale, e la necessità di bilanciare. Il compito fondamentale è del legislatore - ha affermato la presidente della Corte costituzionale - a noi il compito di controllare che questo bilanciamento sia proporzionato".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 febbraio 2020
A Chios e Lesvos residenti inferociti contro l'invio di 600 celerini da Atene e gli espropri ordinati dal governo per realizzare due strutture detentive per i profughi. Diverse le anime in piazza e le ragioni alla base della protesta, ma tutti concordano: "Le isole vanno evacuate".
Sulle isole greche di Chios e Lesvos è scoppiato il caos. Da lunedì notte non si fermano scontri, manifestazioni e scioperi contro l'arrivo di centinaia di celerini dalla terraferma. Nei giorni scorsi il governo di Nea Dimokratia, guidato da Kyriakos Mitsotakis, aveva espropriato con procedimenti d'urgenza i terreni per realizzare gli annunciati centri di detenzione in cui rinchiudere i profughi che arrivano dalla Turchia. Contro l'ostilità delle popolazioni locali, ha inviato due navi cariche di circa 600 agenti, idranti ed escavatori. "Nemmeno i colonnelli avevano fatto arrivare così tanta polizia dalla terraferma", racconta Alexandros Petrou, che vive e lavora nel principale centro abitato di Chios. Da subito è stato il panico, con i residenti inferociti che hanno provato a impedire gli sbarchi.
"Ci sono stati tafferugli intorno al porto di Mytilini - racconta Zaxaroula Verizi, operatrice di una Ong a Lesvos - C'erano circa 1.500 persone. Il municipio ha schierato i camion per bloccare le strade. Gli agenti hanno caricato". A Lesvos l'area in cui dovrebbe sorgere il centro di detenzione si trova vicino al villaggio di Mantamados, famoso per un monastero dedicato all'Arcangelo Michele e la forte presenza del partito comunista greco (Kke). Martedì la polizia è stata attaccata dai due lati del presidio, per ore. Ha risposto con un fitto lancio di gas lacrimogeni che hanno incendiato un bosco. Ieri l'isola si è completamente fermata per uno sciopero e un grande corteo. Gli agenti si sono dovuti ritirare nell'area militare di Pagani, ma anche questa è stata immediatamente circondata e presa d'assalto, con scene di guerriglia urbana poco comuni sulle isole. A Chios, intanto, nel pomeriggio decine di residenti avevano invaso il resort Erytha, in località Karfàs, dove alloggiavano i celerini. Diversi di loro sono stati picchiati, mentre i relativi oggetti personali venivano gettati in strada o in mare.
Sulle due isole gli abitanti sono contrari alla costruzione delle strutture detentive. La composizione delle mobilitazioni, però, è diversa e al loro interno convivono motivazioni variegate. A Lesvos c'è una presenza della sinistra partitica e delle realtà antagoniste di base, mentre a Chios la componente organizzata più forte è di ultradestra (con un aggressivo gruppo del partito neonazista di Alba Dorata). C'è chi è contro i centri di detenzione per motivi razzisti e nazionalisti e c'è chi non li vuole per solidarietà con i rifugiati. Tutti però sono d'accordo sul fatto che non devono essere costruiti e che le isole vanno evacuate. Cosa che hanno chiesto più volte gli stessi migranti, intrappolati da anni in condizioni di vita indegne.
La loro presenza ha raggiunto numeri insostenibili per territori così piccoli. Secondo l'equivalente greco del ministero dell'Interno il 24 febbraio tra Lesvos, Chios, Samos, Leros e Kos c'erano 42.568 profughi (poco più di 200 mila i residenti complessivi). La capienza nelle strutture di accoglienza, però, è di soli 8.816 posti. La situazione è il riflesso più estremo delle politiche europee che in questi anni hanno scaricato sui paesi dell'Europa mediterranea il contenimento dei flussi migratori. "Molti abitanti di Chios ritengono che le isole siano state sacrificate dall'Ue e da Atene", dice Petrou.
La presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ieri in un'intervista a diMartedì su La7Mitsotakis ha espresso la volontà di ritirare gli agenti. Oggi dovrebbe incontrare il governatore della regione dell'Egeo del Nord e i sindaci delle isole. Per il governo greco si tratta della prima vera crisi politica, proprio in territori che hanno votato massicciamente il partito conservatore, ammaliati delle promesse di chiusura delle frontiere e allontanamento dei migranti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 febbraio 2020
Sì della Camera alla fiducia su una riforma contraddittoria. Via libera della Camera alla fiducia posta dal governo sul decreto Intercetta-zioni. I voti a favore sono 304, i contrari 226 e 1 astenuto. L'esame del provvedimento riprenderà domani per il voto definitivo di conversione. Nella norma manca un effettivo divieto di spiare gli avvocati.
Di qui il duro avvertimento da parte del presidente del Cnf, Andrea Mascherin: "Il tema delle intercettazioni si sposa col diritto costituzionale alla tutela del domicilio e, aggiungo, della libertà di pensiero e parola in casa propria. La tecnologia del Trojan è così avanzata da rischiare di sfuggire di mano. Non dimentichiamo che invadere il domicilio è come limitare la libertà personale, beni supremi. Bisognerebbe iniziare a riflettere sulla possibilità di non ritorno nell'utilizzo di certe tecnologie. È questione culturale e di democrazia prima che di rimedi di natura penale". Il leghista Jacopo Morrone: "Un pateracchio indegno".
Forse esagera, Jacopo Morrone, a parlare di "pateracchio indegno" : ex sottosegretarto alla Giustizia, dunque interlocutore privilegiato di Alfonso Bonafede finché è durato il governo gialloverde, il deputato leghista ha parole sempre definitive, per il guardasigilli. Un pateracchio no, ma un vestito d'arlecchino un po' inquietante certamente lo è, il decreto intercettazioni. Anche perché, in mezzo alla snervante aporia delle norme a tutela della privacy mescolate con la solita spruzzata di trojan, manca un effettivo divieto di spiare gli avvocati. Ieri le nuove norme hanno ottenuto la fiducia a Montecitorio: 304 sì e 226 no. Saranno convertite in legge solo con il voto finale, calendarizzato dalla capigruppo per domani sera in modo da dare precedenza al decreto coronavirus.
Nato nell'ormai lontano 2015 da una costola della riforma penale di Andrea Orlando, incistato in quello sterminato ddl sotto forma di dettagliatissima delega, emanato a fine 2017 ma sottoposto a una serie di rinvii che ne hanno congelato l'entrata in vigore, il decreto intercettazioni ha preteso infine una sorta di appendice integrativa, cioè il testo di cui si discute in queste ore alla Camera, varato stavolta dalla maggioranza giallorossa e a un passo dal decollo definitivo. Storia travagliata, ma anche contraddittoria.
Soprattutto perché l'attuale vicesegretario dem, quando era ministro della Giustizia, lo aveva concepito soprattutto per limitare la diffusione indiscriminata dei brani captati dalle Procure. Ecco, sul punto sopravvivono alcune buone intenzioni, ma intrecciate con la discutibilissima estensione dei "trojan horse" oltre il confine già spostato in avanti dalla legge "spazza corrotti": adesso i captatori informatici potranno essere attivati per i reati contro la pubblica amministrazione commessi non solo dal "pubblico ufficiale", come sancito dalla legge Bonafede, ma anche dall' "incaricato di pubblico servizio".
Non solo. Perché dal Senato i deputati hanno ereditato un'altra piccola codificazione estensiva, quella che ha rischiato di causare feriti nella commissione Giustizia di Palazzo Madama, dove si è sfiorata la rissa, e che modifica l'articolo 270 del codice di procedura penale in modo da sdoganare l'uso delle intercettazioni "in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti", a una, anzi due condizioni: che si tratti di acquisizioni "indispensabili" e che i reati in questione siano fra quelli per cui è previsto l'arresto in flagranza oppure riconducibili al catalogo delle condotte più gravi, annoverate all'articolo 266 del codice di rito (oltre a mafia e terrorismo, anche i reati di corruzione con pena non inferiore a 5 anni e tutti i reati di droga). Vista l'occasione, non ci si è lasciati sfuggire naturalmente analoga previsione anche quando e captazioni avvengono coi terribili virus spia.
Proprio su quest'altra forzatura sulla frontiera dell'intrusività arriva un richiamo del presidente Cnf Andrea Mascherin: il tema delle intercettazioni "si sposa con l'altro molto delicato del diritto costituzionale alla tutela del domicilio e, aggiungo, della libertà di pensiero e parola a casa propria", ricorda il vertice dell'istituzione forense. "La tecnologia del trojan è così avanzata da rischiare di sfuggire di mano. Non dimentichiamo", aggiunge, "che invadere il domicilio è come limitare la libertà personale, beni supremi. Allora bisognerebbe iniziare a riflettere sulla possibilità di non ritorno nell'utilizzo di certe tecnologie. È questione culturale e di democrazia prima che di rimedi di natura penale".
Il punto dunque è l'abbattimento di ogni remora nell'usare in modo cauto i trojan. Pericolo generale che trascende la stessa norma sull'uso "ipertestuale" delle intercettazioni. Anche perché si tratta di un principio sdoganato ampiamente dalla Cassazione, con diverse pronunce ma in particolare con la 41317 del 2015. In fondo la puntualizzazione normativa rende certo il quadro e non lo peggiora, anzi.
Il punto è che l'avanzamento complessivo della frontiera dei trojan contraddice bellamente lo spirito originario della riforma, ispirato innanzitutto alla tutela della reputazione degli intercettati (indagati o "incidentali"), e in particolare dei "dati personali definiti sensibili dalla legge". Non c'è un divieto di trascrivere. Benissimo. Perché così il difensore non dovrà impazzire o rinunciare al sonno per ascoltare tutte le conversazioni, alla ricerca di spunti utili alla difesa. Potrà invece effettuare ricerche sui file dei verbali ai quali, una volta depositati, potrà accedere "in via telematica".
L'avvocato? È spiabile E chiarissimo d'altronde come l'argine alle ondate di brogliacci penalmente irrilevanti ma oggettivamente devastanti per l'immagine sia affidata alla civiltà dei magistrati. E fin qui il margine di rischio potrebbe apparire talmente basso da essere tollerabile. Ma è invece intollerabile che sia decisiva ancora una volta la buonafede del pubblico ministero anche per la paradossale questione dei difensori intercettati. Il provvedimento che domani sarà convertito in legge non aggiunge nulla a quanto previsto dal testo Orlando (in vigore, come le nuove norme, solo dal 1° marzo): vale a dire il divieto di trascrivere le comunicazioni fra difensore e assistito. Divieto giusto ma insufficiente.
Perché i brani resteranno comunque nell'archivio segreto del pm. E anche se non potranno mai entrare nel fascicolo (a meno che non si tratti di intercettazioni che costituiscano esse stesse corpo del reato) saranno di fatto nella disponibilità del pm. Che, se particolarmente scorretto, resta libero di approfittarne per spoilerare la strategia difensiva. Non il massimo della coerenza con la parità fra accusa e difesa di cui all'articolo 111. Ed è davvero incredibile che, dopo una gestazione durata 5 anni, neppure questa riforma abbia risolto il problema.
firenzetoday.it, 26 febbraio 2020
"Ascoltateci o vi riterremo tutti responsabili di quanto potrà accedere per il coronavirus nelle carceri". È l'appello lanciato dal segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo ai Ministri della Salute Roberto Speranza e della Giustizia Alfonso Bonafede, ai provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria e ai prefetti di Firenze, Torino, Milano, Padova, Bologna, nonché ai presidenti delle regioni coinvolte.
Il Messaggero, 26 febbraio 2020
La bozza stila le procedure da seguire per evitare il diffondersi dell'epidemia all'interno delle carceri. Tutti i nuovi ingressi nelle Case circondariali italiane, minorenni compresi, saranno sottoposti ai test per il coronavirus.
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