di Raffaella Piccoli
centralmente.com, 28 febbraio 2020
Ha preso il via ieri 26 febbraio presso la Sala Aldo Moro il progetto condiviso con la Casa Lavoro di Vasto e che prevede, a seguito di un protocollo di intesa stipulato lo scorso mese di novembre, la messa a disposizione di alcuni internati che saranno impegnati nel rifacimento della segnaletica orizzontale.
All'incontro erano presenti: l'assessore della Polizia Locale, Luigi Marcello, il comandante Giuseppe Del Moro, il dott. Nicola Sciarra formatore sulla sicurezza del lavoro, Lucio Di Blasio funzionario giuridico pedagogico e responsabile servizio protezione e prevenzione della Casa Circondariale di Vasto e Giancarlo Marasco esperto informatico della Casa lavoro di Vasto.
Sono previsti corsi di formazione in aula e su strada e lezioni formative sulla prevenzione dei rischi, sulla salute e norme di sicurezza. Adeguatamente formati gli internati cominceranno progressivamente ad operare sul campo sotto la sorveglianza e l'assistenza degli addetti incaricati. Nel pieno rispetto di quanto previsto nella convenzione i detenuti saranno dotati del materiale necessario per lo svolgimento dell'attività.
"È un progetto - ha dichiarato l'assessore alla Polizia locale, Luigi Marcello - che l'Amministrazione comunale ha immediatamente condiviso dando la propria disponibilità a collaborare in sinergia per sviluppare iniziative di reintegro sociale del personale detenuto".
Soddisfazione da parte del Comandante Giuseppe Del Moro deputato alla pianificazione delle attività. "Siamo certi - ha concluso Del Moro - che tale iniziativa potrà rappresentare un ottimo programma di recupero per cui non escludiamo sin da ora la possibilità di poter confermare alla scadenza il rinnovo della convenzione".
linkabile.it, 28 febbraio 2020
L'anno scorso nelle carceri campane 10 suicidi. Il Garante Ciambriello: "una sconfitta per tutti". "Ancora una volta si muore di carcere contravvenendo allo spirito costituzionale che all'articolo 27 recita che il carcere ha una funzione rieducativa e di socializzazione.
Anche in questo luogo così remoto vanno rispettati i diritti e la dignità delle persone" così si è espresso il Garante Campano dei Detenuti Samuele Ciambriello dopo aver saputo del suicidio di un quarantenne avvenuto questa notte nell'infermeria del carcere di Secondigliano.
Il detenuto originario di Battipaglia, D.M. nato nel 1982 era accusato di violenza sessuale (articolo 609) e fu arrestato lo scorso luglio. Si è tolto la vita impiccandosi e pare abbia lasciato una lettera spiegando le motivazioni del suo gesto.
In questi giorni doveva iniziare il processo di primo grado nei suoi confronti. Era stato da settembre a dicembre dello scorso anno anche nel carcere di Vallo Della Lucania (Salerno) ed era ritornato nel carcere di Secondigliano a gennaio.
Il garante Samuele Ciambriello conclude così la sua dichiarazione: "Anche in questo luogo così remoto vanno rispettati i diritti e la dignità delle persone. Quando si muore di carcere ed in carcere è una sconfitta per tutti: sia per gli operatori che si prodigano quotidianamente, tra mille difficoltà a rendere più umane le pene, sia per la politica che ha fatto del carcere e, più in generale, della giustizia penale, un luogo di afflizione, di vendetta ed esclusione sociale.
Occorre bilanciare la certezza della pena, il bisogno di giustizia delle vittime, con la possibilità di recuperare e far ricominciare a chi ha sbagliato". L'anno scorso in Campania ci sono stati 10 suicidi, tra cui uno nel carcere di Secondigliano: il 15 luglio, Giovanni Pontillo di anni 59. Con questa tragica morte, nel 2020, siamo arrivati già ad 11 suicidi nelle carceri italiane.
di Michele Andreucci
Il Giorno, 28 febbraio 2020
La sperimentazione del progetto "Interventi Assistiti con gli Animali". I cani da compagnia diventano cani da terapia. Accade nella casa circondariale di Bergamo, dove quattro animali saranno i protagonisti del progetto di ricerca di "Interventi Assistiti con gli Animali" (Iaa), una sorta di terapia che ha come obiettivo di aumentare la socialità dei detenuti portatori di disagio psicologico e con difficoltà di adattamento all'interno dell'istituto di pena, con conseguente difficoltà di socializzazione e interazione con gli altri detenuti e le guardie carcerarie.
I partecipanti saranno individuati dal referente del carcere e sottoposti ad alcuni test. L'intervento si articola in 14 incontri di 50-60 minuti, a cadenza settimanale, e coinvolgerà due gruppi per un totale di 18 partecipanti, quattro coadiutori e quattro cani.
I dati saranno raccolti in forma anonima. Il progetto sperimentale recepisce le linee guida nazionali per Interventi Assistiti con gli Animali, perché il detenuto impari ad adattarsi al carcere, a gestire la propria emotività e il proprio stress.
L'iniziativa sarà anche l'occasione, per i carcerati, di rielaborare il loro vissuto, servirà a smaltire i ricordi, anche i più duri. L'ipotesi della ricerca è che l'intervento si dimostri efficace nell'abbassare il livello di ansia e di stress, con ripercussioni positive sul benessere individuale del detenuto e del gruppo.
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 28 febbraio 2020
In una comunicazione che Repubblica ha visionato si legge che "le autorità italiane hanno bloccato tutti i trasferimenti dei dublinanti da e per l'Italia". Nelle prossime quattro settimane nessun aereo che trasporti profughi potrà atterrare nel nostro Paese. Nella lettera non è indicato il motivo, ma una fonte vicina al dossier parla di una decisione presa "a causa del virus".
Niente trasferimenti di profughi per tutto il mese di marzo: l'Italia ha bloccato i ricollocamenti a causa del coronavirus. Lo dimostra una lettera del tribunale di Hannover datata il 26 gennaio che ordina di liberare "immediatamente" un profugo trattenuto in via precauzionale dalla polizia che era in attesa di trasferimento in Italia. Nella comunicazione che Repubblica ha potuto visionare si legge che "le autorità italiane hanno bloccato tutti i trasferimenti dei dublinanti da e per l'Italia".
Una misura che vale "per tutto il mese di marzo". Nelle prossime quattro settimane e mezzo "nessun aereo (che trasporti profughi, ndr) potrà atterrare" negli aeroporti italiani. Nella lettera non è indicato il motivo, ma una fonte vicina al dossier parla di una decisione presa "a causa del coronavirus".
Intanto il ministro dell'Interno Horst Seehofer ha detto la situazione in Germania si sta "aggravando" e che per ora gli aeroporti e le stazioni non verranno chiusi, si tenta di bloccare l'espansione del virus in modo mirato. Ma il suo collega, il responsabile della Sanità Jens Spahn ha detto che chi ha soggiornato in Paesi a rischio come l'Italia, la Cina, l'Iran o la Corea del Sud, dovrà dirlo all'arrivo. Dovrà compilare una Aussteigerkarte, un modulo in cui dovrà dichiarare tutti i suoi spostamenti: ha il senso di schedare tutti i soggetti a rischio per renderli rintracciabili, nel caso di un'estensione dell'epidemia. Peraltro, la quarantena per i casi sospetti, ha ricordato Spahn, "non è volontaria, è un obbligo".
In Germania si sono registrati dieci nuovi casi soltanto nelle ultime 48 ore. E in Nordreno-Westfalia oltre trecento persone sono in quarantena per una festa di carnevale a Gangelt alla quale ha partecipato una coppia di contagiati provenienti da Heinsberg. La donna, peraltro, fa la maestra e le famiglie dei bambini sono in quarantena e le autorità locali hanno chiuso l'asilo.
L'uomo è un 47enne che sarebbe già stato malato prima di infettarsi con il coronavirus; da ieri è grave ma in condizioni stazionarie. Un altro caso che preoccupa è quello di un primario di Tubinga che sarebbe stato contagiato dalla coppia di Heinsberg; ha avuto contatti con altre dodici persone, e sono tutte sotto osservazione. A Coblenza un soldato 41enne ha contratto il virus, alcuni colleghi della Bundeswehr sono in quarantena. Il governo è ancora alla ricerca del "paziente zero".
provincia.fi.it, 28 febbraio 2020
Barni: "Frutto del lavoro di squadra". La Regione ha lavorato in questi mesi per risolvere l'enpasse che si era creato. Sbloccato il cantiere preliminare per la realizzazione del teatro stabile nel carcere di Volterra.
La direttrice dell'istituto ha infatti firmato l'affidamento dei lavori alla ditta che dovrà realizzare i saggi nell'attuale area passeggi a ridosso del Mastio, l'unico spazio giudicato al momento idoneo. Soddisfatta l'assessore alla cultura della Toscana, Monica Barni, e con lei il collega assessore del comune di Volterra Dario Danti. "Abbiamo iniziato ad occuparci del teatro lo scorso agosto, un progetto e un'opera che era ferma da diversi e troppi anni, e in tempi ragionevolmente brevi vediamo adesso l'avvio del cantiere" commenta Barni.
Il teatro in carcere a Volterra è un progetto, unico in Italia, che ha festeggiato nel 2019 trent'anni di attività, con molti reclusi (tra i circa 160 ospiti in media del carcere) che non sono spettatori degli eventi ma anche attori e protagonisti dietro e davanti le quinte. A stanziare i fondi per la realizzazione di un teatro da duecento posti era stato il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: un milione e 200 mila euro. Vincoli architettonici e il fatto che il carcere sorga all'interno di un'antica Fortezza non ha aiutato nello sveltire pratiche e lavori.
"L'errore in cui in questi casi non si deve cadere è però quello della ripicca dell'uno contro l'altro. Qualcuno l'ha fatto ed è il peggior modo per perdere ulteriore tempo" commenta ancora l'assessore Barni, riferendosi alle polemiche anche delle ultime settimane. Noi ci siamo concentrati invece sul raggiungimento del risultato, che si ottiene alla fine solo se si lavora tutti in squadra. Meno clamore insomma, meno annunci ma nel silenzio un gran lavorio.
È quello che abbiamo fatto: con il Comune, con la Sovrintendenza di Pisa e Livorno, con il Provveditorato alle opere pubbliche e con i referenti per la Toscana del dipartimento di amministrazione penitenziaria".
Il teatro servirà a consolidare le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere: non solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori. "Siamo soddisfatti e contenti per la bella notizia - ripete l'assessore alla cultura di Volterra, Dario Danti - Il lavoro fianco a fianco premia ed è così che dovrebbero sempre lavorare le istituzioni: in sinergia e in rapporto costante, rifuggendo dalla politica del clamore e degli annunci". "Dagli esiti dei saggi archeologici che saranno realizzati - aggiunge - dipenderà il via libera definitivo alla costruzione del teatro". Soddisfazione viene espressa dalla Sovrintendenza all'archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Pisa e Livorno.
La Repubblica, 28 febbraio 2020
Lo stato americano diventerà il 22esimo senza pena capitale, il decimo ad eliminarla dal 2004. La legge entrerà in vigore a partire dal primo luglio, le modifiche non si applicano agli attuali tre condannati. Il Colorado diventerà il 22esimo Stato americano ad abolire la pena di morte. Ieri, è arrivato il via libera definitivo del Parlamento, controllato dai democratici, con il voto 38- 27 alla Camera, che ha mandato il provvedimento sulla scrivania del governatore Jared Polis, che lo firmerà.
La legge si applicherà a partire dal 1° luglio 2020 ma non inciderà sul destino di tre uomini nel braccio della morte che subiranno l'esecuzione per iniezione letale, tra i quali anche ra cui Nathan Dunlap, che uccise quattro persone in un ristorante 'Chuck E. Cheesè di Aurora nel 1993. Il governatore dem Polis ha già detto che potrebbe prendere in considerazione la grazia.
"Tutte le richieste di grazia sono decisioni importanti che il governatore giudicherà in base ai meriti individuali", ha dichiarato il portavoce di Polis, Conor Cahill. I parlamentari del Colorado hanno ripetutamente tentato di abolire la pena di morte dalla sua restaurazione nel 1979, ma finora non avevano avuto success
La decisione di ieri è arrivata dopo 11 ore di dibattito, i senatori hanno discusso fino a tardi lunedì e di nuovo, molto presto, martedì. L'abolizione della pena di morte è stata molto contestata, in particolare dall'opposizione repubblicana. A corto di argomenti, un rappresentante repubblicano, Steve Humphrey, ha letto la Bibbia per quasi 45 minuti. "Sono rimasto impressionato e commosso dalla testimonianza e dai dibattiti che abbiamo ascoltato", ha dichiarato il leader della maggioranza democratica, Alec Garnett. "Spero in una società in cui le risorse vengano spese per la riabilitazione, nel trattamento della dipendenza, non in iniezioni letali ", ha detto in una nota ai media locali.
L'ultima esecuzione del Colorado risale al 1997, quando Gary Lee Davis fu ucciso con iniezione letale per il rapimento, lo stupro e l'omicidio avvenuto nel 1986 della sua vicina di casa, Virginia May. L'anno scorso sono state registrate 22 esecuzioni negli Stati Uniti, concentrate in sette Stati, quasi tutti nel sud conservatore e religioso del paese, in particolare in Texas, dove ci sono state nove esecuzioni. Movimenti e disegni di leggi per l'abrogazione della pena capitale iniziano a pesare anche in Wyoming, Utah e Ohio.
di Riccardo Bottazzo
Il Manifesto, 28 febbraio 2020
Una donna coraggiosa lotta per riavere i suoi due figli (italiani) rapiti dal padre. Nascosti ad Islamabad, per la legge pakistana la madre non ha alcun diritto. Una donna coraggiosa. Una donna che ha avuto il fegato di ribellarsi ad una tradizione patriarcale che assegna alla madre solo un ruolo "complementare" al marito, senza nessun diritto sui figli. N.P.B., 41 anni, attualmente è costretta a vivere nascosta in una città dell'Emilia Romagna, inserita in un programma di alta protezione dall'associazione Donne e Giustizia di Ferrara. Ma N. è anche una donna disperata. I suoi due bambini, U.S, di 9 anni, e la sorellina S.S., di 8 anni, sono obbligati a vivere lontani da lei, nascosti in casa di uno zio materno, ad Islamabad.
Una situazione pesantissima, che si protrae dal gennaio del 2018, da oltre due anni durante i quali i due bimbi non hanno potuto frequentare nessuna scuola e sono stati privati anche di ogni assistenza sanitaria. Una vicenda che ha del paradossale, soprattutto se si considera che i due bambini sono entrambi cittadini italiani. Sono nati e cresciuti entrambi in Italia, nelle Marche, da un padre, M.B. di 38 anni, che, se pure di origine pakistana, ha la cittadinanza italiana.
Ed è proprio il padre, trovatosi una nuova compagna, li ha portati in Pakistan e abbandonati ad Islamabad, dopo aver sottratto tutti i documenti per impedire loro di far ritorno in Italia. "Una pratica di, chiamiamolo "divorzio", purtroppo molto diffusa tra la comunità pakistana dove le caste e la tradizione patriarcale, in cui la donna conta meno di un capo di bestiame, sono regole non scritte ma accettate a tutti i livelli sociali.
Quando un uomo si stufa della propria moglie, sposata, come è avvenuto per N, per procura e per intercessione delle famiglie, la rispedisce semplicemente alla sua famiglia come una merce scaduta. Poi il marito, padre e padrone, ritorna in Europa, si risposa con chi vuole lui perché il secondo matrimonio è sempre più libero - anche se le regole di casta vanno lo stesso rispettate - e non ha nessun obbligo di restituire la dote e, soprattutto, di accollarsi il mantenimento dei figli", spiega Grazia Satta dell'associazione PortAmico del Comune di Portomaggiore (Fe) che, non a caso è uno dei Comuni italiani con maggior presenza della comunità pakistana.
È a PortAmico che N. si è rivolta per cercare aiuto, dopo che è stata costretta a fuggire dalla città marchigiana in cui risiedeva per le minacce ricevute da alcuni esponenti maschili della locale comunità pakistana. La sua colpa è di non aver accettato questo costume "tradizionale" e di essere rientrata in Europa, passando per l'Inghilterra - Paese per il quale non è previsto nessun visto per chi proviene dal Pakistan - per chiedere giustizia. Non ha potuto portare con sé i suoi due bambini però, perché il padre ha sottratto tutti i loro documenti, e li ha affidati ad un suo fratello. Ottenere un duplicato, in Pakistan, è una pratica semplicemente impossibile per una donna se non c'è anche la firma di un uomo. Tutto, in una famiglia, appartiene al padre o, in alternativa, ai figli maschi.
"I due bambini, che ricordiamolo ancora una volta sono cittadini italiani, stanno vivendo una situazione di altissimo rischio - spiega Germana Mascellani, operatrice di PortAmico. Se prima erano considerati solo come un fastidio, ora, grazie alla ribellione di N., sono diventati uno strumento di vendetta trasversale.
La famiglia dell'ex marito, il padre e i fratelli di lui, hanno fatto istanza al tribunale di Islamabad per avere la tutela dei bimbi. Sino ad ora, lo zio materno è riuscito a rinviare le udienze grazie a certificati medici e ad altri accorgimenti, ma il tempo stringe. Noi ci siamo rivolte a tutte le istituzioni, dalla Farnesina alla Presidenza della Repubblica, perché intervengano presso l'ambasciata italiana del Pakistan perché rilascino una copia del passaporto ai due bambini che permetta loro di ricongiungersi con la madre, ma sino ad ora non abbiamo ricevuto risposte. La donna è disperata. Non può tornare in Pakistan, non può riabbracciare i figli, non può garantire loro un futuro. Ma è una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi. È una donna che va aiutata, e il più presto possibile, anche perché possa essere d'esempio per tante altre donne che subiscono questi soprusi".
N. non ha la cittadinanza italiana. Arrivata nel nostro Paese è sempre stata tenuta segregata in casa dal marito padrone. Prima che si rivolgesse a PortAmico, non era neppure mai stata in un supermercato. Germana e Grazia ricordano ancora la sua emozione quando l'hanno accompagnata per la prima volta a fare una spesa in un luogo per lei così strano, pieno di donne libere che riempivano il carrello dei prodotti che sceglieva loro.
Se non ci fossero stati i decreti Sicurezza che hanno bloccato la sua richiesta di cittadinanza in itinere, forse sarebbe anche lei una cittadina italiana e tutto le sarebbe stato più facile. Ma senza quel pezzo di carta, all'ambasciata italiana di Islamabad non le hanno lasciato neppure mettere dentro il naso. I bambini sì, loro sono italiani, ma in Pakistan senza la firma del padre, senza la firma di un uomo, non possono chiedere neppure una copia di un qualsiasi documento. Neppure per frequentare una scuola o per andare dal medico.
N. e i suoi figli possono, per questo, ringraziare Salvini.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 28 febbraio 2020
E a Messina è arrivata la Sea Watch. È polemica. "Nel rispetto delle precauzioni sanitarie adottate, riteniamo discriminatoria l'applicazione esclusiva della misura a navi Ong", dice Sea Watch.
Sono tutti negativi i tamponi effettuati sui 274 migranti sbarcati quattro giorni fa dalla Ocean Viking di Sos Mediterranée e Msf in quarantena dentro l'hotspot del porto siciliano. Anche i test sulle tre persone che sabato erano state trasferite in ospedale con qualche linea di febbre sono negativi. E negativi anche tutti i campioni sulle altre persone asintomatiche. Resteranno comunque tutti isolati così come i componenti dell'equipaggio anche loro in quarantena a bordo della nave all'interno del porto di Pozzallo.
Stesso destino per i migranti e l'equipaggio della Sea Watch 3 che approda oggi a Messina su indicazioni del Viminale nonostante la richiesta del presidente della Regione siciliana Musumeci di farli rimanere in quarantena a bordo della nave e non in una struttura a terra. Alla Ong tedesca è stato confermato che anche tutti i membri dell'equipaggio dovranno rimanere in isolamento a scopo precauzionale per due settimane. E questa volta, a far esplodere la polemica, sono le organizzazioni umanitarie che denunciano un trattamento discriminatorio nei loro confronti.
"Nel rispetto delle precauzioni sanitarie adottate, riteniamo discriminatoria l'applicazione esclusiva della misura a navi Ong", dice Sea Watch mentre Mediterranea fa notare che a Palermo da una nave da crociera sono scese migliaia di persone di varie nazionalita' senza che sia stata adottata alcuna misura precauzionale. La quarantena forzata bloccherà quindi le due navi umanitarie in un momento in cui continuano ad arrivare richieste di soccorso da parte di gommoni e barconi. L'ultimo ieri pomeriggio da parte di 44 persone a bordo di un gommone bianco in acque internazionali.
A rilanciare la polemica è la portavoce di Sea Watch Giorgia Linardi che, alla richiesta del governatore siciliano di far rimanere anche i migranti in quarantena sulla nave, replica: " Laa nave trasporta dieci volte il numero regolare di persone previste, la quarantena a bordo sarebbe una misura disastrosa da un punto di vista umanitario e sanitario. Le autorità hanno predisposto quanto necessaario per le procedure di sbarco, le dichiarazioni del presidente Musumeci sono politiche". Sul molo Norimberga del porto di Messina, ad accogliere la Sea Watch 3 sono presenti le forze dell'ordine e il personale dell'Asp.
E anche Matteo Salvini, ma ovviamente da parte opposta, rilancia la polemica accusando il Viminale di aver consentito lo sbarco dei migranti approdati con le navi umanitarie ma di aver bloccato l'arrivo, previsto per martedi scorso, di un corridoio umanitario proveniente dal Niger. "Lo stesso governo che dall'inizio dell'anno ha spalancato i porti per 2359 immigrati - dice Salvini - ha bloccato un corridoio umanitario che prevedeva l'arrivo di 66 profughi dal Niger. Il governo è succube delle Ong: è complicità o incapacità?".
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 28 febbraio 2020
Chissà se ci baceremo ancora? È una domanda strana, in armonia con la stranezza del tempo in cui viviamo, all'ombra della minaccia del coronavirus. A Milano l'aria è tiepida, soffiata da una Primavera che ha precorso marzo: le scuole sono chiuse e i milanesi sciamano i figli in cortile a torso nudo, ne approfittano per estorcergli lavoretti che si rimandano di anno in anno, gli fanno ridipingere le recinzioni logorate dalla nebbia di inverni tramontati, gli permettono la trap ad alto volume.
Il virus lo si teme ma gli si ruba l'effetto collaterale migliore, il tempo che regala. I meridionali in trasferta per lavoro nelle Regioni del Nord alle prese con i focolai del covid-19, approfittano dell'allarme, raccolgono un po' di panni di rapina e montano su qualunque mezzo viaggi in direzione dell'Equatore. Tanti sudici non ancorati stabilmente a settentrione scappano via, tornano a casa fingendosi predati dal timore del contagio, facendosi alibi con i cancelli chiusi di scuole e università, di qualche azienda pavida. I meridionali, tanti, in queste ore che coincidono col carnevale, si mettono in fuga per il Sud, sentono incontenibile il richiamo del ritorno, che quando il pericolo incombe ha un solo nome: casa.
È un istinto che non si controlla, basta farsi un giro delle autostazioni, vicino ai binari o agli autogrill per averne coscienza. Ma al Sud, a quelli che sono rimasti giù per privilegio o per coraggio, le nostalgie del virus fregano poco. Più che all'abbraccio dei fratelli che tornano badano alla potenziale unzione. Ed eccolo il covid-19 che perfido ribalta stereotipi e consuetudini secolari, più che dei barconi e della paura dello straniero hanno il timore delle corriere, dei compaesani che tornando dal contagio se lo portano dietro.
Il nemico è tutto italiano, anzi, per una sorta di contrappasso, il Nord invidiabile per ogni classifica di benessere diventa l'appestato da evitare. E i meridionali che arrivano certi di un abbraccio fraterno si ritrovano a saluti strillati da lontano, a inviti di autorità locali all'auto-quarantena. È tramontata in un lampo la grammatica del bacio che da millenni umidifica le guance abbronzate: chi arriva non trova nessuno da cui farsi spupazzare, sguardi che si abbassano e spalle che si mostrano, un'imprecazione sussurrata dai muri: che ci siete tornati a fare, e così di corsa? Non è agosto e nemmeno Natale.
Una folla così non si era mai vista per un semplice Carnevale. Neppure i mafiosi che del bacio avevano creato l'epica si azzardano ad allungare le labbra, stitiche e ritratte che mai, nemmeno le Procure, a manette sonanti, erano riuscite a spaventare. Nel tempo del coronavirus non ci si bacia più, mafiosi e non. E non esiste un Governo che ci rassicuri programmaticamente su quando ci baceremo ancora.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 28 febbraio 2020
Ankara dà tempo a Damasco fino a fine mese per lasciare la provincia di Idlib. Intanto, secondo media russi, le truppe turche avrebbero aperto il fuoco contro caccia di Mosca. Mai la Siria è stata tanto invisibile quanto al tempo del coronavirus. Eppure si continua a combattere a Idlib, la provincia nord-ovest siriana da cui in due mesi - secondo dati Onu - 900mila persone sono fuggite per i bombardamenti russo-siriani che da mesi colpiscono la zona.
Ieri le opposizioni islamiste filo-turche hanno preso la città di Saraqeb, strappandola a Damasco. Una vittoria non da poco: Saraqeb ha una posizione strategica, il punto in cui le autostrade M4 e M5 si incontrano, collegando il nord e il sud, Aleppo alla capitale Damasco passando per Homs e Hama. Ed è porta di accesso alle città di Idlib e Ariha, le più grandi della provincia.
Così non da poco da ridare slancio ai gruppi islamisti che hanno fatto di Idlib, in questi anni di guerra civile, il bastione delle opposizioni, il centro amministrativo di una galassia che continua a ruotare, con più o meno fedeltà, intorno alla "filiale" qaedista siriana, l'ex Fronte al-Nusra. Riprende slancio anche il presidente turco Erdogan, impegnato da giorni in uno scontro diplomatico e militare ad alta intensità: ai ferri corti con il nemico-amico russo, prossimo a lanciare una vera e propria operazione su Idlib in chiave anti-Damasco, mercoledì Erdogan ha rimesso sul tavolo l'ennesimo ultimatum. O il governo siriano si ritira o la Turchia interverrà per impedire che Idlib torni sotto il controllo del presidente Assad.
"Stiamo pianificando di liberare le nostre postazioni - ha detto all'incontro del gruppo parlamentare dell'Akp - dalle [forze siriane] che le circondano entro la fine del mese, in un modo o nell'altro". Il riferimento è alle 12 postazioni di osservazione costruite da quando Ankara invase il nord della Siria nell'agosto 2016 per andare a occupare prima il cantone curdo-siriano di Afrin e poi 100 km di territorio del Rojava. E continua ad ammassare truppe: in queste settimane sono arrivati in territorio siriano centinaia di carri armati e artiglieria pesante a sostegno dei gruppi islamisti. Forze che esplodono anche contro il principale sponsor damasceno, la Russia: ieri, secondo l'emittente tv Rossiya 24, l'esercito turco avrebbe aperto il fuoco contro aerei da guerra russi. La battaglia per Idlib prosegue, con il suo carico di morte e di interessi di parte.









