di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 gennaio 2020
In Parlamento la relazione 2018 della Corte europea dei diritti dell'uomo. Nonostante siano diminuite le pendenze dei casi italiani dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo, il nostro Paese rimane comunque al quinto posto nella classifica degli Stati con il maggior numero di ricorsi. Tra i nostri ricorsi spicca al primo posto, con 1.200 casi, il problema dell'irragionevole durata del processo e la mancata applicazione della legge Pinto.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 17 gennaio 2020
Otto italiani su dieci sono convinti che la situazione non sia cambiata rispetto ai tempi di Tangentopoli. Eppure da mesi non c'è un pilota all'Anac. "Così come il pesce guizza sotto l'acqua e non è possibile verificare se stia bevendo acqua o meno, allo stesso modo non è possibile scoprire se i funzionari pubblici stiano rubando soldi per loro stessi".
Figuratevi poi se l'acqua fosse torbida. Lo sostiene l'Arthasastra, un antico trattato attribuito al filosofo, economista e pensatore indiano Chanakya. Citato ad esempio da due studiosi della corruzione, Lucio Picci e Alberto Vannucci, nel libro "Lo zen e l'arte della lotta alla corruzione". Sono parole consegnate a chi voglia ben governare fra il secondo e terzo secolo d.C.
Ma sembrano scritte ieri a proposito della pretesa di tanti pubblici dirigenti d'essere esentati, ai livelli apicali e non solo a quelli inferiori, dall'obbligo di "rendere pubblici i dati reddituali e patrimoniali". Dovere che "esiste per i parlamentari dal lontano 1982", ricordava ieri nella sua lettera al Corriere il presidente "facente funzioni" dell'Anac Francesco Merloni, senza che alcuno abbia mai "gridato allo scandalo".
È fondamentale, la trasparenza. Tanto più in un Paese come il nostro dove la percezione di vivere assediati dalla corruzione, stando all'ultimo ranking di Transparency International, ci vede davanti a tutti gli altri Paesi europei meno la Grecia e quelli a lungo dominati dal socialismo reale.
Dove le interdittive antimafia ogni 100.000 abitanti sono salite dal 2014 ad oggi passando da 12 a 43 nel Nord-Est e da 19 a 73 nel Nord-Ovest. Dove perfino gli appalti per i lavori al ministero dell'Economia sfociano in una decina d'arresti a Roma mentre altre tangenti fanno scattare le manette ai polsi dei direttori generali di due grandi aziende pubbliche milanesi e un prefetto calabrese.
Per non dire di quanto accade in Sicilia dove l'inchiesta sulla mafia dei pascoli e le truffe sui fondi europei, già denunciate dall'ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, scampato a un attentato ma non alla rimozione politico-burocratica, hanno portato all'arresto di 94 persone e alla denuncia di 151 aziende infettate da mafia e corruzione.
Corruzione dentro gli enti di assistenza che non si accorgevano di come tanti "agro-imprenditori" rivendicassero come loro perfino terreni appartenenti alla Nato. Corruzione tra veterinari che per aiutare aziende amiche le certificavano "indenni" a dispetto delle vacche tisiche. Corruzione fra notai disposti anche ad assegnare per usucapione poderi altrui. Fino all'impunità: 15 mila ettari gestiti da una famiglia mafiosa con l'uso, negli anni, di oltre 700 contratti stipulati con defunti. Uno dei quali nell'aldilà da una dozzina d'anni.
Tema: in un contesto tanto imputridito che 8 italiani su 10 sono convinti che la corruzione, come spiegava sei mesi fa Nando Pagnoncelli, non sia calata affatto dai tempi di Tangentopoli (anzi, uno su tre crede sia aumentata) possiamo permetterci di stare per mesi senza un pilota all'Anticorruzione? Per carità, la macchina continua tutti i giorni a lavorare, studiare, preparare rapporti. E sarebbe ingiusto sottovalutare il ruolo del "presidente f.f.". Facente funzione. Quel che può fare fa.
Ma un organismo centrale come quello, che ha incarnato negli anni, a torto o a ragione, tante speranze da parte dei cittadini italiani esausti dalla piaga del malaffare dai tempi in cui le tangenti erano chiamate "zuccherini", avrebbe quanto mai bisogno, tanto più dopo la stagione di Raffaele Cantone che alcuni arrivarono addirittura ad additare per un'ascesa al Quirinale, di una guida salda. Di peso. Investita di un pubblico riconoscimento di leadership.
Che spazzi via i cattivi pensieri (lo vogliono davvero, un responsabile della lotta ai corrotti?) che si stanno affacciando nella testa degli italiani dopo questo vuoto seguito all'uscita di Cantone il quale si era sgolato per avvertire i rischi di una vacanza di poteri. Inutilmente.
Questo Grande Silenzio, secondo Don Luigi Ciotti e molti con lui, "è un segnale pessimo. C'è chi ha pensato che dopo lo "spazza-corrotti" tutto sarebbe stato sistemato. Non è così. È solo illusionismo. Fumo in faccia. La verità è che la politica ha fatto di tutto per smantellare penalmente la guerra alla corruzione. Trascurando il legame profondo che c'era e che c'è tra la corruzione e gli appalti. La corruzione e la mafia".
Il solito incendiario? Difficile dargli torto. La verità è che la lotta alla corruzione va a ondate. E non bastano le parole d'ordine. O capisci come cambia via via quello che Papa Francesco chiama "il pane sporco" per adattarsi meglio ai tempi, o finisci per perdere di vista quanto sta accadendo. Basti pensare a qual è oggi la "contropartita" della corruzione.
Certo, ci sono ancora le mazzette. Ne abbiamo viste girare ancora tante, nei servizi televisivi di questi giorni. Ma stando all'ultimo rapporto dell'Anac dello scorso ottobre, di cui ha già scritto Giovanni Bianconi, lo scambio di fruscianti banconote è sceso al 48%. Pesano sempre di più, piuttosto, altre merci di scambio.
Le regalie di un viaggio, una crociera, una gentile accompagnatrice. Le consulenze fatte avere alla società giusta. Le assunzioni di un figlio, un cugino, un amante. Non bastano le retate. Non bastano le sfuriate. Non bastano le manette. Quella che manca è una svolta culturale. La consapevolezza che la guerra ai corrotti non è solo un dovere morale. E un punto di partenza indispensabile per l'economia, la scuola, le istituzioni, il risanamento ambientale...
A chi gli chiedeva come mai la magistratura non sia riuscita in tanti anni a debellare il problema, Pier Camillo Davigo rispondeva giorni fa: "I giudici hanno fatto quello che in natura viene fatto dalle specie predatorie: migliorare la natura delle sue prede. Le indagini che come magistrati abbiamo fatto dal 1992 al 1996 hanno reso la corruzione più subdola, come se i ceppi virali si fossero fatti più resistenti, più difficili da individuare, più furba, in fin dei conti, ancora più diffusa di allora". Non avvertire questa insidia, oggi, è davvero sconfortante.
di Simone Canettieri
Il Messaggero, 17 gennaio 2020
Anche la prescrizione passa dalla via Emilia. Dopo lo strappo renziano in commissione dell'altro giorno, il calendario inchioda tutti a lunedì 27 gennaio, il day-after del voto regionale. Quando la Camera sarà chiamata a esprimersi sulla proposta di legge di Enrico Costa (Fi) che punta a cancellare la riforma Bonafede.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 17 gennaio 2020
"I cappellani svolgono un ruolo fondamentale nel percorso di rieducazione di chi ha commesso errori, nell'interesse non solo dei detenuti stessi ma di tutta la collettività. Incarnano un volto buono ma al contempo severo, si fanno testimoni della parola di Dio e portano, in luoghi dove per troppo tempo lo Stato è risultato assente, un messaggio di serenità e di speranza a chi si sente abbandonato".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2020
Corte di Cassazione, sentenza 16 gennaio 2020 n. 1628. La nuova condizione di procedibilità per l'appropriazione indebita e cioè la presentazione della querela non agisce sulle sentenze definitive e in fase di esecuzione. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 1628 della prima sezione penale depositata ieri con la quale è stato giudicato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa di un imputato sanzionato con 11 mesi di carcere e risarcimento danni alla parte civile per i reati di appropriazione indebita e falso in bilancio.
La condanna emessa in appello nel 2006 era diventata definitiva nel 2007. Rispetto a entrambi i reati era stato proposto incidente di esecuzione per ottenere la revoca della condanna, sul presupposto della modifica del regime di procedibilità dell'azione penale per effetto dell'entrata in vigore nel 2018 del decreto legislativo n. 36.
Quest'ultimo ha, di fatto, stabilito che, con alcune limitate eccezioni, il delitto di appropriazione indebita diventa procedibile solo a querela della persona offesa. La tesi difensiva era che la modifica normativa avrebbe effetti anche per le sentenze già passate in giudicato prima della sua entrata in vigore perché la previsione della querela, a natura mista processuale e sostanziale, di condizione di procedibilità e di punibilità, avrebbe la conseguenza di rendere necessaria l'applicazione dell'"ordinario" articolo 2 del Codice penale che, disciplinando la successione di leggi penali nel tempo, lo fa nel segno del favor rei.
Conclusione che, per certi versi almeno, la Cassazione neppure contesta. In particolare, la Corte condivide la posizione favorevole all'applicabilità dell'articolo 2 del Codice alle modifiche del 2018, come pure la valorizzazione della natura "mista" dell'istituto della querela (e in questo senso la Cassazione ritiene che l'ordinanza impugnata non sia corretta, dove qualifica la querela come istituto solo processuale e soggetto quindi al principio tempus regit actum).
Tuttavia, a fare la differenza e condurre a una bocciatura del ricorso è il fatto che questo orientamento è stato espresso con riferimento a rapporti processuali ancora in corso, per reati commessi in una data antecedente alla modifica sulla querela, ma non comprende invece la fase dell'esecuzione.
Del resto, avverte la Cassazione, lo stesso articolo 2 contiene una clausola di esclusione che sancisce l'inapplicabilità ai casi di sentenza ormai irrevocabile. In questa chiave si sono espresse, comunque, anche le Sezioni unite che, nel 2018, con la sentenza n. 40150, hanno escluso che il giudice dell'esecuzione possa revocare la condanna, contestando la mancata integrazione dei presupposti di procedibilità.
"E ciò - mette in evidenza ora la Cassazione - per la dirimente considerazione che il sopravvenuto regime di procedibilità a querela, non integrando un elemento costitutivo della fattispecie penale, da cui dipenda la sua accertabile esistenza, non è idoneo ad operare l'abolitio criminis, capace di prevalere per sua funziona abrogatrice sul giudicato e da determinare la revoca della sentenza di condanna in sede esecutiva ai sensi dell'articolo 673 del Codice di procedura penale".
di Pino Pisicchio
Il Dubbio, 17 gennaio 2020
Chissà che cosa avrebbe da dire, di fronte all'esplosione esponenziale di cronaca nera nell'area foggiana, Federico Secondo di Svevia, imperatore della casata Hohenstaufen, quel "puer Apuliae" che tanto amo' la terra di Capitanata dove il destino (preannunciato dai suoi maghi, che lo mettevano in guardia da località con il "fiore" nel nome) stabilì che sarebbe morto. E a cinquantasei anni così fu: si spense in quel di Torremaggiore, a 37 chilometri da Foggia, nei pressi di un agro che nel 1250 faceva di nome "Castel Fiorentino".
Federico, sensibile alle arti e curioso di tutto ciò di cui è fatta l'umanità, oltre all'orrore per lo sfregio alla terra amata, avrebbe forse avuto da muovere anche obiezioni estetiche sul modo del crimine, antropologicamente primitivo e quasi tribale. Perché la cosiddetta "quarta mafia" che riempie le aperture dei giornali, in allineamento ideale con la mafia siciliana, la 'ndrangheta calabrese e la camorra campana, da ultima arrivata si propone come un modello di efferatezza più simile alle brutali derive omicidiarie della camorra arcaica piuttosto che alla letale criminalità dai guanti bianchi delle mafie tecnologiche e finanziarie di nuova generazione.
La terra di Foggia, che lo scorso anno conquistò il poco desiderabile record di provincia con il più alto numero di reati estorsivi in Italia, offre un panorama di stratificazione territoriale che porta a distinguere tre distinte tipologie di malavita organizzata: la mafia foggiana, che ha il suo epicentro nel capoluogo e si allarga al suo hinterland, la mafia garganica che opera nei territori di San Nicandro garganico e Apricena, e la mafia di Cerignola, che include i territori di Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia.
A parte, tra Foggia e San Nicandro, si ritaglia una sua autonoma fisionomia la malavita di San Severo, grosso borgo agricolo di oltre 50.000 abitanti, negli ultimi anni umiliato da ripetuti episodi di violenza criminale a scopo di rapina. Il territorio, crocevia delle antiche culture sannitiche, molisane e daune, ha una forte radicazione nelle antropologie legate alla terra: all'agricoltura, prospera ancora oggi nell'immenso granaio del Tavoliere, e alla pastorizia.
È questa la storica zona di transito degli armenti abruzzesi e molisani in transumanza. La "quarta mafia", dunque, sociologicamente è nutrita da arcaismi tribali in cui legami di sangue e abigeato rinnovano una loro perversa attualità. Che, peraltro, erigono barriere tra la terra di Foggia e il resto della Puglia, proiettata verso livelli economici e traguardi sociali assai diversi per modernità e dinamismo.
Il clima da far-west che la malavita foggiana ha inflitto al territorio, ha creato una condizione di panico nella popolazione, abitata da un sentiment in cui angoscia e rabbia si combinano in una miscela esplosiva che non riesce a trovare sbocchi istituzionali convincenti. Peraltro il quadro occupazionale della provincia non è affatto incoraggiante, nonostante la grande tradizione del settore agro- industriale e la pur valida proposta turistica ed enogastronomica del Gargano e dei borghi del sub- appennino: come si fa a fare turismo sano e moderno nell'epicentro della mafia garganica?
Situazione irreversibile e dannata, dunque? Ovviamente no. Innanzitutto perché non siamo di fronte ad una organizzazione criminosa di impianto storico che trovi una forma di penetrazione sociale così come le tre mafie meridionali, che hanno offerto nel corso della loro (ahimè) lunga presenza territoriale anche fenomeni di "patronage" criminale alle comunità, occupando lo spazio lasciato vuoto dallo Stato.
Siamo di fronte a bande di paese che stanno compiendo il balzo in avanti verso le pratiche estorsive organizzate e l'allargamento del business criminale verso attività più remunerative, come droga e prostituzione. Dunque è una struttura organizzativa ancora in coming, non consolidata come nelle altre tre mafie e, ciò che è più rilevante, che non trova alcun sostegno nel corpo sociale (e nella politica, se non per episodi minori ed isolati).
E non è cosa da poco. Ma, per poter intervenire con qualche possibilità di successo, occorre innanzitutto prendere coscienza dell'esistenza del problema, senza rimuoverlo o derubricarlo a ingiuria minore. E poi è necessario richiudere il cerchio del circuito Stato- cittadini: il senso dell'abbandono, dell'estraneità, della lontananza, ricordiamolo, ha reso fecondo il terreno di coltura delle altre mafie, quelle "storiche".
Alla politica nazionale e locale si chiederebbe meno inutile chiacchiericcio e più fattualità, soprattutto nel farsi facilitatrice per le occasioni di sviluppo, unico vero antidoto al degrado. C'è un detto, forgiato dagli stessi foggiani, che Federico II non ha conosciuto: tradotto dal dialetto dice più o meno "fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani". Ecco: compito della politica è proprio quello di frantumare questo letale aforisma.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 17 gennaio 2020
Le polemiche sulla riforma Bonafede non vanno in prescrizione. Le fratture in seno alla maggioranza, con i renziani schierati al fianco dell'opposizione, rischiano di rivelarsi più profonde del previsto e alla lunga potrebbero minare la tenuta stessa dell'intero esecutivo. Pd e Movimento 5 Stelle da una parte, Italia viva dall'altra. I tre pilastri su cui poggia il "Conte due" non sono mai stati così fragili.
di Mario Ajello
Il Messaggero, 17 gennaio 2020
Chiusa la grana referendum, la maggioranza è costretta a tornare sul nodo della prescrizione. E questo è un problemaccio che sembra tutt'altro che risolto e che potrebbe vedere il governo in difficoltà alla Camera, se si votasse. Scontro tra Matteo Renzi e i renziani da una parte e il Pd con i 5 stelle dall'altra. Il premier Conte cerca di mediare ma il clima è incandescente. Renzi difende il suo "no!" al provvedimento caro al Guardasigilli, e su cui i dem non hanno il coraggio di mettersi di traverso.
piacenzaonline.info, 17 gennaio 2020
Depositato in Comune un addendum al progetto originario che chiarisce alcuni dei dubbi sorti durante l'incontro organizzato dal comitato di cittadini "Sicurezza e Territorio". Lo scorso novembre ci eravamo occupati del progetto della Caritas diocesana di Piacenza e Bobbio relativo alla costituzione di un carcere alternativo presso una cascina situata sulla provinciale Cadeo-Carpaneto.
Alcuni cittadini, riuniti nel comitato Sicurezza e Territorio" avevano indetto una riunione per discutere della questione ed alcuni abitanti avevano espresso la necessità di avere chiarimenti che sono ora arrivati attraverso il deposito da parte della Caritas Diocesana Piacenza-Bobbio, presso il comune di Cadeo, di un Addendum Progetto Housing (19 dicembre 2019 - protocollo n° 0018077).
Nel documento sono state accolte le proprio le richieste di chiarimento presentate dal Comitato Sicurezza e Territorio nel corso della serata del 14 novembre tenutasi presso la Sala Consiliare del Comune di Cadeo. Il Progetto Housing prevede l'accoglienza di detenuti che sconteranno pene alternative alla detenzione in carcere presso la Cascina dell'Opera Pia situata sulla Provinciale Cadeo/Carpaneto. Il nuovo documento illustra in maniera precisa alcuni elementi del Progetto Housing che potevano essere oggetto di interpretazioni che -secondo il comitato - avrebbero potuto mettere in pericolo il rispetto della legalità nel territorio di riferimento.
"L'Addendum Progetto Housing - fa sapere il comitato - è stato il frutto di una serie di proficui e collaborativi incontri tra i vertici della Caritas Diocesana Piacenza-Bobbio ed i rappresentanti del Comitato Sicurezza e Territorio".
I chiarimenti contenuti nell'Addendum possono essere così riassunti: il Progetto Housing sarà gestito per tutta la sua durata esclusivamente dalla Caritas Diocesana di Piacenza-Bobbio e prevederà l'accoglienza non solo di detenuti ma anche di altre categorie di persone bisognose di aiuto; i detenuti inclusi nel progetto non potranno avere pene detentive inflitte con sentenza definitiva superiore ai tre anni e non potranno aver compiuto reati relativi ad associazione mafiosa e reati violenti; inoltre i detenuti non potranno superare il numero di tre presenti contemporaneamente nella struttura e la loro permanenza massima sarà di 18 mesi.
Il programma prevedrà personale qualificato addetto ai controlli ed al rispetto degli obblighi imposti ai detenuti e sarà svolto in stretta collaborazione con le forze dell'ordine presenti sul territorio. Il Comitato Sicurezza e Territorio tiene a sottolineare la propria soddisfazione per aver avuto nei vertici della Caritas Diocesana Piacenza-Bobbio un interlocutore comprensivo delle preoccupazioni della cittadinanza e, allo stesso tempo, attento e disponibile nell'assicurare il rispetto della legalità.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 16 gennaio 2020 n. 1551. Stalking per chi con la propria vettura si mette davanti il garage di terzi e ne impedisce l'accesso. I Supremi giudici, con la sentenza n. 1551/2020, hanno precisato che la condotta integra quanto previsto dall'articolo 612-bis del codice penale, ovvero atti persecutori.
I fatti - La sentenza prima di fornire un giudizio di condanna ha ripercorso la vicenda. E allora un soggetto ha rivolto insulti e minacce agli occupanti della macchina che volevano accedere al loro garage, impedendo peraltro l'accesso con la macchina parcheggiata davanti all'ingresso del garage. Il soggetto si era rifiutato di spostare il veicolo anche a fronte di reiterate richieste in tal senso, con l'aggravante quindi di aver commesso il fatto al fine di eseguire il reato di condotte persecutorie. Secondo la Corte ricorre il reato di stalking in quanto la famiglia è stata costretta a cambiare le proprie abitudini di vita dovendo accedere al garage dal retro.
Non solo, la famiglia ha denunciato (in pieno accordo con la psicologa che era stata chiamata quale consulente tecnico) di avere accumulato ansia a seguito del fatto. La vicenda, quindi, anche sulla base di precedenti sentenze della Cassazione sull'argomento è stata correttamente letta dalla Corte di appello, che aveva specificato come per integrare il reato ex articolo 612-bisè richiesta la contestuale presenza delle due condizioni (cambio di abitudini e insorgere dell'ansia). Per concludere l'esito del giudizio di responsabilità fondato, come nel caso in esame, su motivazione non manifestamente illogica né contraddittoria, non può essere invalidato da prospettazioni alternative del ricorrente, che si risolvano in una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell'autonoma assunzione di diversi parametri di ricostruzione e di valutazione dei fatti da preferirsi a quelli adottati dai giudici di merito, perché indicati più plausibili.
Il giudizio di Cassazione. Con le critiche proposte il ricorrente non censura la motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica, ma si duole di una decisone erronea. È noto, tuttavia, che il controllo di legittimità concerne solo il rapporto tra motivazione e decisione e non quello tra prova e decisione. Appello quindi respinto.
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