di Alfredo Bazoli*
Il Foglio, 29 febbraio 2020
Il Partito democratico non ha mai considerato di per sé esaustivo o sufficiente il compromesso sulla prescrizione. E continuerà a lavorare, con equilibrio, per raggiungere risultati apprezzabili sul funzionamento del nostro sistema giudiziario. Non c'è troppo da stupirsi che il tema della giustizia costituisca un tema di forte contrapposizione e fibrillazione politica. Da sempre il rapporto tra lo stato e il cittadino, che sul terreno della pretesa punitiva trova la sua frizione maggiore, rappresenta uno snodo decisivo nell'idea della società che le forze politiche intendono rappresentare.
agrigentonotizie.it, 29 febbraio 2020
Sono stati sottoposti all'accertamento tutti coloro che sono venuti in contatto con il detenuto malato di Tbc che è stato recluso - nella casa circondariale - dal novembre del 2019.
Venti persone fra detenuti, personale civile e agenti della polizia Penitenziaria in servizio alla casa circondariale "Di Lorenzo" di Agrigento, sono risultati positivi al test della tubercolosi. Non significa che i venti siano malati, ma occorrerà che vengano sottoposti ad ulteriori indagini diagnostiche come ad esempio una radiografia polmonare.
Al momento al carcere di contrada Petrusa, fra detenuti, agenti della polizia Penitenziaria e docenti, sono stati fatti circa 150 test. Ad essere controllati sono stati tutti coloro che sono venuti in contatto o che possano essere venuti in contatto con il detenuto malato di Tbc che è stato recluso - nella casa circondariale agrigentina - dal novembre del 2019. Ma non è finita perché, a quanto pare, almeno altri 150 test verranno eseguiti nei prossimi giorni. Intanto, a quanto pare, polizia penitenziaria di Agrigento e direttore della Casa circondariale sono stati convocati - il prossimo 13 marzo - dal Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 febbraio 2020
Il 23 aprile l'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio per i 5 agenti. Il 23 aprile ci sarà l'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di cinque agenti penitenziari accusati, tutti, di 613 bis (il reato di tortura) per la presunta violenza commessa nel carcere di San Gimignano e un medico per omissione d'atti d'ufficio.
La vicenda è nota. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di dover trasferire coattivamente il detenuto tunisino in isolamento da una cella ad un'altra, con minaccia grave, violenza e "agendo - si legge nell'ordinanza - con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo e degli altri detenuti in isolamento, cagionavano a quest'ultimo acute sofferenze fisiche e lo sottoponevano ad un trattamento inumano e degradante".
Il fatto sarebbe - come riportato in esclusiva su Il Dubbio su segnalazione dell'associazione Yairaiha Onlus - avvenuto l'11 ottobre del 2018. Il malcapitato è un tunisino, classe 1988, condannato - non in via definitiva a un anno di pena da scontare. In realtà è finito in custodia cautelare in carcere, perché aveva trasgredito alle misure domiciliari. A ricostruire i fatti sono stati quelli del Nic, il Nucleo Investigativo Centrale istituito con il decreto ministeriale del 14 giugno 2007. A tutti gli effetti un servizio di polizia giudiziaria che combatte i reati commessi in ambito penitenziario.
La ricostruzione dei fatti è stata agevolata dalle immagini estratte dal sistema di videosorveglianza installato nel reparto isolamento della Casa di Reclusione di San Gimignano. Il sistema si compone di quattro telecamere, due per il lato A e due per il lato B installate in maniera contrapposta. Si evince, dalla ricostruzione del Nic, che l'11 ottobre del 2018 quattordici soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria che in precedenza, a più riprese, erano sopraggiunti nel reparto isolamento, capeggiati da due ispettori, si sono diretti verso la cella del detenuto tunisino. C'è anche il quindicesimo agente che si trovava nell'altro lato del reparto isolamento di fronte alla cella n. 19 del lato B destinata al detenuto vittima dei pestaggi. Quest'ultimo, dopo l'apertura del cancello della sua cella da parte di un soggetto appartenente alla Polizia penitenziaria, si affacciava spontaneamente sulla porta.
Egli vestiva una tuta scura e ciabatte infradito e portava nella mano destra una confezione di bagnoschiuma e nella mano sinistra un asciugamano ed un altro indumento, verosimilmente una maglietta o un asciugamano, di colore nero. Il detenuto, a questo punto, veniva preso per le braccia dai due ispettori, che lo indirizzavano con la forza verso il lato B dell'isolamento. Sempre dalle immagini si vede che il tunisino, pur se calzava delle ciabatte infradito, era costretto a correre.
All'improvviso un agente penitenziario corpulento, con una maglia bianca a maniche corte, calvo, rimasto nelle retrovie, si faceva largo tra i colleghi e, giunto in prossimità dei tre, sferrava dall'alto verso il basso un pugno con il quale colpiva violentemente il detenuto. In quel momento, tirato giù anche dall'ispettore oltre che dal pugno sferratogli dall'assistente capo, cadeva a terra. Sempre dall'informativa del Nic, emerge che in questo frangente si notava l'assistente capo, del peso di circa 120 chili, montare addosso al malcapitato con le ginocchia (poste all'altezza della vita e delle gambe) mentre l'ispettore lo teneva per il braccio destro e un altro agente lo prendeva per il collo, contribuendo alla forzata immobilizzazione del detenuto. A questo punto il tunisino veniva completamente circondato da tutti i soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria intervenuti, che creavano una sorta di "copertura" rispetto alle telecamere. Dalla visione delle immagini "appare - scrive il Nic - possibile distintamente osservare dei movimenti di piedi e dei movimenti concitati delle braccia, che rendono altamente verosimile la circostanza che il tunisino sia rimasto vittima di un vero e proprio pestaggio".
Non mancano le testimonianze dei detenuti in alta sicurezza. Uno sarebbe stato minacciato perché avrebbe gridato di farla finita. "Mi ha aperto il blindo e mi ha detto... ora mi hai rotto i coglioni!!... La fai finita?..., urlando, e poi con un gesto violento ha inserito la mano e il braccio nel blindo e mi ha colpito sulla fronte. Io di scatto sono indietreggiato e sono caduto all'indietro e sono rimasto stordito per qualche secondo o minuto.
Mi sono ripreso e sentivo che le guardie, nel corridoio, offendevano e minacciavano noi detenuti con frasi del tipo... Sei un infame, il canterino di San Gimignano! Questo per fare sentire agli altri detenuti e per metterci gli uni contro gli altri...", testimonia un detenuto di alta sicurezza. Quattro sono i testimoni ristretti in isolamento. In quel reparto, si evince sempre dall'ordinanza, regnava un clima di tensione da almeno due mesi antecedenti all'episodio, "al quale - si legge - non era certamente estraneo l'atteggiamento aggressivo, provocatorio, vessatorio ed intimidatorio tenuto dai soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria a far data dal 23.8.2018".
C'è l'esempio di un altro detenuto straniero che spesso si autolesionava e - secondo una testimonianza - "non gli mandavano mai i soccorsi. Una volta dalle due del pomeriggio i soccorsi sono arrivati alle otto di sera. Il dottore non andava mai da lui...". In questo contesto è stata importante la professionalità di una dottoressa che ha stilato i referti medici, riportando anche le testimonianze. Ciò non sarebbe andato giù all'ispettore e per questo motivo avrebbe mostrato un profondo risentimento nei confronti del medico. Si legge che l'ispettore avrebbe preteso, in maniera del tutto ingiustificata e scorretta, che le dichiarazioni provenienti dai detenuti fossero riportate nei referti medici soltanto ed esclusivamente laddove "le stesse non fossero potenzialmente pregiudizievoli per i soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria".
C'è un episodio spiacevole riportato dalla dottoressa. Durante un'accesa discussione, l'ispettore le avrebbe involontariamente urtato con una mano il suo seno. Allora lei, visto che la discussione si faceva con toni più accesi, presa dalla rabbia, gli ha detto che l'avrebbe denunciato per violenza sessuale se non se ne andava subito dall'area sanitaria. Dopodiché, alla presenza di tutti gli agenti che accompagnavano i detenuti, nonché delle infermiere, l'ispettore avrebbe iniziato a dirle: "Dottoressa, lei mi deve chiedere scusa anche perché lei non è manco bella... e poi a me non mi manca, anzi ne ho troppa".
Questo era il clima che si sarebbe respirato. Violenze, minacce e rimproveri anche nei confronti di chi svolgeva con professionalità il proprio lavoro. Però non mancano, come si evince dalle testimonianze, anche gli imbarazzi da parte di altri agenti penitenziari che avrebbero addirittura incoraggiato alcuni detenuti a denunciare tale situazione.
Nei giorni immediatamente successivi alla notizia divenuta di dominio pubblico, a ripercorrere le vicende che hanno portato alle indagini della magistratura è stato proprio il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, durante una conferenza stampa. Sono almeno due gli elementi evidenziati.
Il primo riguarda l'avvio delle indagini: se le presunte torture sono venute alla luce è per merito della stessa polizia penitenziaria che ha condotto le indagini. Il secondo riguarda l'importanza per l'amministrazione penitenziaria di avere una direzione stabile. È stato infatti durante un periodo di assenza della figura del direttore che i fatti incriminati si sono svolti. Il 23 aprile si deciderà per il rinvio a giudizio.
La Stampa, 29 febbraio 2020
Aperta un'inchiesta. Il 37enne marocchino, al Lorusso e Cutugno di Torino per rapina, aveva tentato il suicidio in carcere. I soccorritori non riuscirono a salvarlo. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, per la morte di un 37enne di origine marocchina che la sera del 31 gennaio si era suicidato nella sua cella, sezione "Nuovi giunti" del carcere Lorusso e Cutugno di Torino, inalando del gas dalla bomboletta di un fornelletto dopo aver infilato la testa in un sacchetto di plastica.
Il reato ipotizzato è omicidio colposo. A quanto si apprende, durante i soccorsi si sarebbe rotto il ventilatore a mascherina utilizzato per somministrare l'ossigeno. Sul posto erano intervenute due ambulanze del 118 e il medico di guardia del carcere. Dall'esame autoptico è emerso che l'uomo è deceduto per morte per spazio confinato e che era già morto all'arrivo dei soccorsi. Il 37enne, in carcere per rapina, avrebbe dovuto essere rimpatriato a metà febbraio.
informatoreorobico.it, 29 febbraio 2020
Per l'inserimento lavorativo dei detenuti. Il progetto coinvolge, oltre all'associazione Carcere e Territorio, la Casa Circondariale di Bergamo, l'Uepe (Ufficio locale esecuzione per l'esecuzione penale esterna) di Bergamo e il Consorzio Mestieri Lombardia.
Ieri mattina, il presidente della Provincia Gianfranco Gafforelli, ha firmato il rinnovo per l'anno 2020 della Convenzione per la realizzazione del progetto Carcere e Territorio per l'inserimento lavorativo di persone in esecuzione penale.
La Provincia di Bergamo si rende disponibile a realizzare tirocini extra curriculari nel Settore Viabilità rivolti a detenuti e a persone in esecuzione penale fuori dal carcere. Il Carcere e L'Uepe, in collaborazione con la Magistratura di Sorveglianza, individuano i soggetti in esecuzione penale da proporre come beneficiari dei tirocini. Il Consorzio Mestieri predispone la convenzione con la documentazione amministrativa e progettuale necessaria all'attivazione dei tirocini, provvedendo alle assicurazioni e all'erogazione ai beneficiari delle borse lavoro: 500 € per il tempo pieno e 350 € per il tempo parziale.
La Provincia per la realizzazione del progetto assume in forma diretta le spese relative alla fornitura di divise e alle visite del medico competente, nonché la messa a disposizione di quanto è necessario per lo svolgimento del lavoro. Eroga inoltre sotto forma di contributo all'Associazione le spese relative alle borse lavoro, ai pasti, alle assicurazioni Inail e responsabilità civile e le spese relative alla formazione in tema di sicurezza del lavoro. Nel 2019 la Provincia ha impiegato tre persone nel Servizio Progettazione e manutenzione viabilità, di cui due come cantonieri e una in ufficio, con riscontro positivo sia da parte dei soggetti coinvolti che da parte dell'Ente.
"Siamo molto felici di fare la nostra parte come Provincia e di dare un'opportunità a queste persone", ha detto il presidente Gafforelli, "ci impegniamo anche a inviare una lettera a tutti i Comuni per sensibilizzare all'adesione a questo progetto e per diffondere l'iniziativa sul territorio."
Il ruolo di via Tasso anche nella sensibilizzazione dei Comuni è stato sottolineato anche dalla Consigliera provinciale, Romina Russo, rappresentante della Provincia del Comitato Carcere e Territorio, che ha commentato: "So che molti Comuni già hanno in essere convenzioni come questa, credo sia dovere della Provincia, alla luce degli esiti positivi, adoperarsi anche per promuovere l'iniziativa presso gli Enti del territorio".
La direttrice del carcere di Bergamo Teresa Mazzotta ha sottolineato le ricadute positive del progetto per il reinserimento sociale di queste persone dicendo: "Qualificarsi e inserirsi in un contesto esterno, rientrare in famiglia con un'opportunità di avere un reddito, superare la diffidenza iniziale delle persone con cui lavorano e sentirsi accolti, sono tutti elementi di vitale importanza per giungere a un vero reinserimento, che ricordo essere un principio dettato dalla nostra Costituzione".
Hanno partecipato all'incontro anche Lucia Manenti, direttrice Uepe di Bergamo, e il presidente del Comitato Carcere e Territorio, Fausto Gritti accompagnato dal vicepresidente dell'associazione, Gino Gelmi. Accanto ai tirocini previsti da questa Convenzione (tre anche per il 2020), la Provincia ha intenzione di attivare anche un progetto di lavoro socialmente utile finalizzato alla raccolta dei rifiuti lungo le strade provinciali.
giornaletrentino.it, 29 febbraio 2020
"Dietro ad ogni diritto affermato nella Costituzione c'è una situazione orribile che in futuro si vorrebbe prevenire" ha sottolineato ieri Andrea Pugiotto, docente di Diritto Costituzionale a Ferrara, portando ad esempio Auschwitz o lo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone nel 1945.
Parole forti, ma ricche di significato, pronunciate davanti ad un pubblico particolare, visto che il seminario in questione, "Principi costituzionali, migrazione e tutela dei diritti", si è svolto nel carcere di Spini. Davanti ad un pubblico composto anche dai detenuti hanno quindi preso la parola diversi esperti del settore, che hanno detto la loro riguardo ad un tema sempre attuale come la Costituzione italiana ed i diritti dei cittadini italiani e non.
Questo seminario arriva al termine di un percorso, nato grazie alla collaborazione tra la facoltà di giurisprudenza di Trento e l'associazione provinciale per l'aiuto sociale (Apas), "Oltre i confini", che ha permesso a due classi di studenti della casa circondariale di confrontarsi con temi molto rilevanti, per contribuire al reinserimento sociale attraverso la conoscenza e la cultura. Rispetto alla prima edizione dell'iniziativa, nel 2017, in questa seconda si è deciso di raddoppiare i corsi, non parlando solo di Costituzione, ma anche dell'immigrazione.
Una decisione che appare più che logica considerando che quasi il 72% dei detenuti di Spini sono stranieri. Nel corso del suo intervento "La tutela dei diritti dei detenuti stranieri", la garante dei diritti dei detenuti per la Provincia, Antonia Menghini, ha spiegato come le difficoltà linguistiche, economiche e familiari diventino un problema quando si tratta di accedere a misure cautelari alternative, alla difesa giuridica oppure alla semplice imparzialità di trattamento.
A chiudere il seminario, la giudice della Corte costituzionale Daria De Pretis che, riguardo alla Costituzione ed alle sue applicazioni, ha ricordato come: "il testo spiega modi e limiti con cui il popolo esercita il potere. Ma quello che la maggioranza della popolazione vuole non sempre è compatibile con alcuni diritti non negoziabili ed inviolabili, enunciati proprio nella Carta".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 29 febbraio 2020
Tribunale sempre più "blindato" contro lo spettro del coronavirus. Da ieri, è infatti scattata a palazzo di giustizia un'ulteriore "stretta anti-assembramento" nelle aule e lungo i corridoi. Si tratta di un provvedimento "pilota" che potrebbe "far scuola ed essere adottato in chiave preventiva anche negli altri tribunali finché si protrarranno l'emergenza e la psicosi di questi giorni".
In che modo? È presto detto: il presidente della sezione penale Sandro Sperandio, su richiesta e iniziativa della Camera penale e del Consiglio dell'ordine, ha ordinato che le udienze filtro - le più affollate - fino a mercoledì 3 marzo siano differite dal magistrato d'udienza a patto che sia presente un difensore che sostituisca tutti gli altri.
Questo allo scopo di "venire incontro agli avvocati che si lamentavano degli assembramenti fuori udienza" che avrebbero "ipoteticamente potuto agevolare il contagio da coronavirus". Sia la Camera penale che il Consiglio dell'ordine hanno quindi messo a disposizione un difensore che sostituisca tutti. "Visto il provvedimento del Presidente della sezione penale dottor Sandro Sperandio, con il quale si dispone il rinvio delle udienze-filtro da citazione diretta dal 27 febbraio al 3 marzo 2020, il Direttivo della Camera Penale Veronese e l'Ordine degli Avvocati di Verona si rendono disponibili, per mezzo dei rispettivi Consiglieri, ad essere presenti per i giorni indicati, in sostituzione dei colleghi, e ad annotare le date di rinvio delle udienze.
Pertanto - si legge nella comunicazione notificata nelle scorse ore a tutti gli iscritti all'Ordine scaligero - chi non sarà presente verrà sostituito. Sottolineiamo che la sostituzione è funzionale ad evitare la compresenza di più persone, cosa quanto mai opportuna in questo momento; vi invitiamo altresì ad evitare il più possibile la presenza in udienza delle parti. Successivamente, all'esito delle udienze, invieremo mail agli iscritti con le date dei rinvii della giornata".
A seguire, l'elenco dei nominativi dei legali "prescelti" per fare le veci dei colleghi giorno per giorno fino a mercoledì prossimo. Tutto ciò dopo che a Verona il sistema-giustizia già da alcuni giorni ha cercato di reagire al rischio coronavirus attraverso l'adozione da parte del Tribunale - con una circolare di tre pagine firmata dalla presidente Antonella Magaraggia - di una serie di provvedimenti che regolano l'accesso alle aule, accordano il legittimo impedimento alle parti che si trovano nelle zone rosse e prevedono limiti d'orario al funzionamento delle cancellerie.
Misura, quest'ultima, riguardo cui serpeggiano "malumore e preoccupazione" soprattutto per le "cancellerie a orario ridotto", che rendono problematica la visione dei fascicoli prima delle udienze, e per l'apertura della segretaria amministrativa "solo per il deposito degli urgenti dalle ore 9 alle 10 e dalle 13 alle 13.30". A fronte di ciò, ieri si è diffuso un certo allarmismo per la presenza in tribunale e in udienza di un avvocato di Monselice, a "una manciata di km dalla zona rossa".
pisatoday.it, 29 febbraio 2020
Il progetto punta ad offrire formazione nel campo della ristorazione con i proventi che saranno devoluti in beneficenza. Dal 17 aprile al 7 agosto tornano le "Cene galeotte", progetto ideato dalla direzione della Casa di Reclusione di Volterra e realizzato in collaborazione con Unicoop Firenze e la Fondazione Il Cuore Si Scioglie Onlus, che dal 2006 fa della struttura toscana non solo un luogo unico di integrazione e solidarietà, ma anche un punto di riferimento per tanti altri istituti italiani che propongono analoghi percorsi rieducativi. In oltre 30 casi questa esperienza si è tradotta in impiego presso ristoranti e strutture esterne, a pena terminata o secondo l'art. 21 che regolamenta il lavoro al di fuori del carcere.
Oltre mille i partecipanti della scorsa edizione e più di 16mila visitatori dall'esordio di un'iniziativa che propone ai detenuti un percorso formativo attraverso cene mensili aperte al pubblico e realizzate con il supporto a titolo gratuito di chef professionisti. Il ricavato di ogni serata - 45 euro il costo, 35 per soci Unicoop Firenze per circa 100 i posti disponibili - è interamente devoluto dalla Fondazione Il Cuore Si Scioglie Onlus a progetti di beneficenza di respiro nazionale ed internazionale, realizzati in collaborazione con il mondo del volontariato laico e cattolico.
Le Cene galeotte sono possibili grazie al sostegno economico di Unicoop Firenze, al fianco della struttura carceraria di Volterra fin dalla nascita del progetto, che oltre a fornire gratuitamente le materie prime necessarie alla preparazione dei menu assume regolarmente i detenuti per le giornate in cui sono impegnati nella realizzazione dell'evento.
Fra le novità di questa nuova edizione la partnership con il Movimento turismo del vino Toscana, associazione vinicola di riferimento nel panorama regionale le cui aziende, coinvolte nel progetto dalla Fisar Delegazione Storica di Volterra, metteranno a disposizione gratuitamente i propri vini. Poi un progetto fotografico vedrà ogni sera raccontata dagli scatti di professionisti, presenti sempre in maniera gratuita, le cui opere saranno raccolte a fine edizione in una mostra.
L'iniziativa è realizzata dalla Casa di Reclusione di Volterra con la supervisione artistica del giornalista Leonardo Romanelli. I cui vini sono abbinati e serviti ai tavoli con il supporto dei sommelier della Fisar-Delegazione Storica di Volterra, dal 2007 partner storico del progetto impegnato anche nella realizzazione di corsi di avvicinamento al vino tesi a favorire il reinserimento dei carcerati.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 febbraio 2020
Pisa, Velletri, Livorno, Padova, Milano San Vittore, Bollate: sono solo alcuni degli Istituti penitenziari in cui ormai da anni si praticano 'interventi assistiti con animali' (IAA), una co-terapia integrativa degli approcci standard nel percorso riabilitativo dei detenuti. Dal 2008 cani e altri animali da compagnia hanno iniziato a essere coinvolti in progetti trattamentali strutturati all'interno degli istituti penitenziari, in seguito alla promulgazione dell'Accordo tra Stato e Regioni sulle linee guida nazionali per gli IAA.
In molti casi gli interventi sono destinati non solo ai detenuti ma anche alle famiglie e, in particolare, ai figli minori, come nel caso di un progetto di sostegno alla genitorialità di Telefono Azzurro, grazie al quale dal 2018 in alcuni istituti toscani è consentito ai bambini di visitare i propri genitori detenuti alla presenza di un cane. A breve anche la casa circondariale di Bergamo avvierà un progetto di ricerca IAA con l'obiettivo di aumentare la socialità dei detenuti portatori di disagio psicologico e con difficoltà di adattamento all'interno dell'istituto di pena.
I detenuti partecipanti saranno individuati dall'equipe di osservazione e trattamento della casa circondariale e sottoposti ad alcuni test di ammissione alla sperimentazione. Il progetto coinvolgerà 18 detenuti, quattro coadiutori e quattro cani. In tutto 14 incontri, uno a settimana, della durata di un'ora circa. Obiettivi del progetto: favorire un migliore adattamento al carcere, gestire la propria emotività, abbassare i livelli di ansia e di stress.
di Argiris Panagopoulos
Il Manifesto, 29 febbraio 2020
L'esercito presidia la frontiera, Mitzotakis chiama Merkel. Syriza ed ex Pasok: "La Dichiarazione comune Ue-Ankara è finita". Tensione nella Nato. La Grecia ha chiuso in pratica i suoi confini con la Turchia alle prime luci dell'alba di ieri mattina, portando centinaia di poliziotti dalle regioni della Macedonia Centrale e Orientale e dalla Tracia, mentre nelle prossime ore e giorni si aspettando nuovi rinforzi di polizia ed esercito. E ora con difficoltà passano la frontiera anche le persone con documenti regolari.
"C'è una pressione sull'ingresso delle persone nei confini a causa degli immigrati. Non chiudiamo le frontiere per far passare in modo legale le persone. I confini si sigillano, ma non si chiudono. Tuttavia faremo tutto il necessario per non far passare i clandestini", hanno riferito ieri mattina fonti del governo greco. Il primo ministro greco Mitsotakis ha avuto un colloquio telefonico con Angela Merkel, dove ha esposto le iniziative che prenderà il suo governo sui profughi e sul Coronavirus. Il portavoce della cancelleria tedesca ha detto dopo il colloquio tra Mitsotakis e Merkel che la cancelliera avrà parlerà anche con Erdogan.
Mitsotakis ha parlato anche con altri leader europei per informarli del "sigillo" messo alle frontiere con la Turchia. Secondo le fonti greche Mitsotakis è in continuo collegamento con la Ue e la Nato. Perché la tensione tra Atene e Ankara si ripercuote nell'Alleanza atlantica. Dopo aver tentato invano di occupare nei giorni scorsi con forze speciali di polizia le isole di Lesbos, Chios e Samos per costruire hot spot, vale a dire carceri per i profughi e gli immigranti in mezzo al niente, Mitsotakis ha scritto su Twitter: "Un numero significativo di profughi e immigrati si è concentrato in grandi gruppi nei confini terrestri della Grecia con la Turchia e ha tentato di entrare illegalmente nel paese. Voglio essere chiaro: non tollereremo ingressi illegali. Stiamo aumentando la sicurezza nei confini. La Grecia non ha alcuna responsabilità per i fatti tragici in Siria e non subirà le conseguenze delle decisioni prese da altri. Ho informato l'Unione europea per questa situazione".
Le foto di soldati turchi che accompagnano profughi e immigrati per passare la frontiera e le notizie che la tv in turca inciterebbe i profughi e gli immigrati a passare le frontiere, anche di quelle con la Bulgaria, hanno aumentato il nervosismo sia ad Atene che a Sofia, che ha a sua volta mobilitato circa mille soldati al confine con la Turchia. Il capo dello stato maggiore greco Floros e il ministro della Protezione civile Chrisoxoidis sono arrivati ieri mattina nella regione di Evros al confine greco-turco, mentre il ministro della Marina mercantile Plakiotakis e il comandante della Guardia costiera Kliaris sono andati prima a Lesbos e dopo a Chios e Samos. Con l'obiettivo di mobilitate la polizia, l'esercito, la Guardia Costiera e la Marina militare per aumentare i controlli lungo il fiume Evros e il mar Egeo: i profughi non devono passare.
Solo nel posto di frontiera di Kastanies i poliziotti in poche ore erano centinaia e l'esercito aveva già iniziato a presidiare mettendo filo spinato lungo le frontiere. Pattuglie comuni di poliziotti e soldati controllano ora tutti i passi frontalieri. A Lesbos, dove sono arrivate piccole imbarcazioni di profughi, la Guardia costiera si è rafforzata con cinque navi e 70 uomini; nell'Egeo Orientale solo la Guardia costiera ha mobilitato finora 50 navi e 1.300 uomini. In zona ci sono anche 12 navi Frontex.
"La situazione è critica, una volta confermate queste informazioni, La Grecia deve chiedere la convocazione di un Consiglio europeo straordinario, per gestire la nuova situazione a livello europeo" ha detto il portavoce di Syriza ed ex ministro Charitsis. "In sostanza, se sono vere le cose venute alla luce, stiamo parlando della cancellazione della Dichiarazione comune tra Ue e la Turchia, che riguarda in primis i rifugiati dalla Siria. Politicamente è importante che la Grecia metta la questione a livello europeo", ha continuato Charitsis.
"Le minacce della Turchia per l'apertura dei confini e la moltiplicazione dei flussi migratori e dei profughi portano alla fine della Dichiarazione comune Ue-Turchia. Il governo deve proteggere con efficacia i confini e di sbloccare (da profughi e immigrati, ndr) le isole. L'Europa deve assume urgentemente le sue responsabilità", ha scritto nel suo comunicato il Movimento Kinal, l'ex Pasok.
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