stamptoscana.it, 18 gennaio 2020
Alla conclusione della visita alla Casa Circondariale "Mario Gozzini" di Firenze, il presidente di Progetto Firenze, Massimo Lensi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Con la visita al carcere di Solliccianino terminiamo questo giro di sopralluoghi negli istituti penitenziari fiorentini, cominciato il 10 dicembre nell'Istituto Penale Minorile Meucci e proseguito a Sollicciano la vigilia di Natale. La Casa Circondariale "Mario Gozzini" è un istituto in buone condizioni strutturali, ma con una missione da definire con maggiore intensità. Se ne parla da anni come futuro carcere femminile di Firenze, senza che a queste voci sia offerta un minimo di credibilità programmatica.
"Oggi nell'istituto risultavano ristretti 114 detenuti, di cui 86 in custodia attenuata e 28 semiliberi, su una capienza regolamentare di 92 posti letto; 51 i detenuti di nazionalità italiana e 63 gli stranieri. Abbiamo potuto constatare come su questo istituto, che dalla sua apertura è stato al centro di sperimentazioni e programmi volti con continuità a una concreta attuazione dell'articolo 27 della Costituzione, si concentrino gran parte dei progetti che il Comune di Firenze ha attivato sul carcere. Ci auguriamo che in tempi rapidi altrettanta azione si focalizzi sugli altri due istituti carcerari fiorentini, in particolare su Sollicciano".
"Anche a supporto di questo, sarebbe forse il caso di considerare, proprio nei giorni in cui si sta discutendo dell'elezione del nuovo garante regionale dei detenuti, la possibilità di giungere a una convocazione degli Stati Generali del carcere in Toscana. Sarebbe il modo più opportuno per offrire al nostro territorio e alle sue istituzioni un'occasione di ampia riflessione e proposta sulle relazioni interdisciplinari politiche ed economiche tra sicurezza e diritti, carcere e disciplina, città e marginalità sociali per rendere il precetto costituzionale della rieducazione, un aspetto vivo e responsabile della nostra società".
La delegazione che ha visitato la CC Mario Gozzini era composta da: Massimo Lensi (Progetto Firenze), Grazia Galli (Progetto Firenze), Emanuele Baciocchi (Progetto Firenze) Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Consiglieri comunali Sinistra Progetto Comune), Duccio Martellini (Osservatorio Carcere, Camera Penale di Firenze).
di Antonio Bertoncini
Gazzetta di Parma, 18 gennaio 2020
Incontro in Comune sulla casa circondariale. Evidenziati problemi e carenze di organico. L'orizzonte non è sereno per il carcere di Parma. Così proprio non va. È una grande macchina fatta di celle che non ha spazi per le attività che si potrebbero svolgere e che fa fatica persino a gestire i soldi messi a disposizione da Fondazione, mondo imprenditoriale e dallo stesso Comune. "E l'imminente arrivo di altri 200 detenuti farà esplodere i problemi che già ci sono".
A parlare così è Roberto Cavalieri, garante dei detenuti nominato dal Comune, che ha preso parte ad un incontro delle commissioni consiliari in Municipio, convocato dal presidente Alessandro Tassi Carboni, con lo scopo di dimostrare che la città non si scorda di quella città nella città che è il carcere di via Burla.
All'incontro, al quale erano presenti anche i due direttori delle Aziende sanitarie, sono intervenuti anche i rappresentanti sindacali. Donato Colelli (Cgil), Gaetano Catalano (Sappe) e il rappresentante della UIL hanno ribadito la loro preoccupazione per l'arrivo dei nuovi detenuti a fronte di una drammatica situazione del personale: oltre al direttore stabile, mancano il 90% dei sottufficiali, c'è un solo commissario su 4 previsti, le figure educative sono la metà di quelle che servono e c'è la cronica carenza di agenti. Inoltre già ora ci sono problematiche di sovraffollamento e gestionali, a cui si aggiungono la carenza dei posti in ospedale (5 per 600 detenuti), dei collegamenti dei bus e dei parcheggi.
I consiglieri intervenuti (Marco Maria Freddi, Roberta Roberti, Christian Salzano, Lorenzo Lavagetto e Daria Jacopozzi) e l'onorevole Laura Cavandoli, hanno espresso preoccupazione. In particolare la Jacopozzi ha proposto un tavolo di lavoro permanente con istituzioni, imprese e associazionismo. L'assessore Laura Rossi, lamentando le difficoltà di relazionarsi con la gestione del carcere, ha ricordato che il Comune ha stanziato 212.000 euro per tirocini lavorativi, sportello, mediazione culturale e attività teatrali. Ma - ha concluso la Rossi - bisognerebbe poter fare molto di più.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
La giunta per le autorizzazioni voterà sulla richiesta a carico di Salvini il 20 gennaio. La giostra impazzita si è fermata tornando al punto di partenza: un esito che accentua, se possibile, il carattere assurdo dell'intera vicenda. Ieri è stata un'altra giornata sulle montagne russe, e stavolta le polemiche hanno preso di mira la stessa presidente del Senato Casellati, per aver deciso di partecipare al voto della giunta per il regolamento, determinando così il passaggio dell'odg della minoranza che chiedeva di derogare da una regola che appena una mezz'ora prima era stata dichiarata "perentoria".
La vicenda, come tutto in questa assurda storia, è complessa e di difficile comprensione al di fuori delle alchimie tecniche del Palazzo. Dopo una serie di rimpalli durata giorni, la decisione era stata affidata alla giunta per il regolamento del Senato, nella quale l'opposizione di centrodestra era sino a ieri mattina in netta maggioranza. Da mesi la maggioranza chiedeva pertanto alla presidente Casellati di integrare la giunta con due nuovi ingressi, essendo per prassi abituale cercare di rispecchiare anche nella giunta la composizione e i rapporti di forza dell'aula. Chiamata a esprimersi in via consultiva, la giunta si era pronunciata contro l'integrazione e la presidente aveva lasciato la questione in sospeso.
Ieri, anche per evitare le polemiche che sarebbero inevitabilmente sorte se una scelta così combattuta fosse stata affidata a una giunta in mano all'opposizione, la Casellati ha deciso di far entrare in giunta la presidente del Misto Loredana De Petris (LeU) e quella delle autonomie Julia Unterberger. In questo modo maggioranza e opposizione si sono trovate in parità. Il quesito posto dall'opposizione chiedeva se si la regola per cui il verdetto della giunta deve arrivare entro 30 giorni dalla richiesta di autorizzazione a procedere ha caratteri di perentorietà oppure, come sin qui era stato, di ordinarietà. Proprio la maggioranza aveva infatti impugnato l'ordinarietà della regola per sostenere la possibilità di rinviare il voto. In giunta, però, i rappresentanti della maggioranza di governo si sono invece espressi a favore della perentorietà.
Non che fosse intervenuto un cambiamento d'opinione. I gruppi di maggioranza avevano semplicemente consultato il calendario: dal momento che i 30 giorni "perentori" scadevano alla mezzanotte di ieri, la seduta della giunta per le autorizzazioni non si sarebbe potuta tenere e la parola sarebbe passata direttamente all'aula a metà febbraio, dunque dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Una gara di furbizie e di astuzie di piccolo cabotaggio alla quale l'opposizione non si è sottratta, ponendo subito ai voti la richiesta di derogare dalla perentorietà appena sancita.
La presidente Casellati ha scelto di votare, cosa inusuale per i presidenti delle camere, nella convinzione che per una norma appena sancita come perentoria fosse opportuno intervenire con una norma transitoria. La maggioranza la ha di conseguenza accusata in aula di essere venuta meno al proprio ruolo di terzietà, scegliendo a sorpresa di votare. In realtà si tratta di un'accusa molto esagerata, tanto più se si tiene conto del fatto che la giunta per le autorizzazioni era stata convocata per il 20 gennaio invece che per il 17, all'unanimità, per consentire a due rappresentanti dell'opposizione in missione negli Usa, Grasso di LeU e Giarrusso del M5S, di partecipare al voto.
La denuncia di una istituzione di garanzia come è la presidenza del Senato per un caso simile, nel quale le manovre tattiche si sono sprecate, dimostra quanto alta sia la tensione alle porte del voto in Emilia Romagna. Del resto, dagli spalti dell'opposizione, Salvini suona la stessa musica accusando un'altra istituzione di garanzia, la Corte costituzionale di essere "una sacca di resistenza del vecchio sistema". Il caso del Senato è però reso ancora più esasperato dalla futilità dell'oggetto del contendere.
La bussola della maggioranza è stata infatti solo il cercare di evitare che il voto certamente favorevole all'autorizzazione contro Salvini arrivasse prima delle elezioni in Emilia-Romagna. E non è detto che sia finita. Pd e 5Stelle meditano di disertare la commissione il 20 gennaio. In questo caso l'autorizzazione verrebbe respinta salvo poi cambiare il verdetto in aula a urne chiuse.
Ma certo sarebbe davvero assurdo per la maggioranza di aver sì permesso il salvataggio di Salvini ma solo per affossarlo dopo senza ammettere che l'unico problema è i voto del 26 gennaio. Il fatto che sia arrivati a tanto per una simile preoccupazione dovrebbe essere, per i partiti della maggioranza, più che inquietante. Rivela infatti la convinzione che la maggioranza degli elettori stiano in realtà con Salvini, in particolare sul fronte dell'immigrazione, e siano quindi pronti a rispondere positivamente alla propaganda che certamente lo dipingerà come un martire.
radioluna.it, 18 gennaio 2020
È stato possibile grazie alla Caritas diocesana. Lunedì prossimo le detenute del carcere di Latina si ritroveranno in una saletta per assistere alla proiezione del film "Sezione femminile", del regista Eugenio Melloni e prodotto da R2Production di Riccardo Badolato.
Il titolo già fa intuire il soggetto, la condizione che devono vivere le donne in carcere, certamente non facile ancor più per le recluse pontine della sezione di alta sicurezza. Questo speciale evento è stato reso possibile dal gruppo della Caritas diocesana che svolge il servizio di volontariato carcerario nella struttura di Via Aspromonte, dove gestisce lo sportello di ascolto per i detenuti.
"Questa esperienza che faremo domani è scaturita da un'altra iniziativa che come Caritas stiamo portando avanti nel carcere", ha spiegato Pietro Gava, coordinatore del servizio, "si tratta di un progetto con cui riusciamo a offrire un laboratorio di lettura e scrittura, che al momento per esigenze organizzative la direzione del carcere ha autorizzato solo per la sezione femminile".
In sostanza, i volontari hanno voluto creare un ponte comunicativo letterario tra l'interno e l'esterno dell'istituto penitenziario per mettere in comunicazione questi due mondi apparentemente così diversi, scegliendo la lettura come attività di comprensione del mondo e favorendo allo stesso tempo la connessione con partner di ogni tipo: istituzioni, altre associazioni, librerie, editori, scuole, lettori.
"Siamo convinti che la cultura è una leva strategica per favorire l'inclusione sociale, contrastare le disuguaglianze e le discriminazioni. Pensiamo che la lettura e la scrittura possano essere occasione di crescita", ha concluso Pietro Gava. Le detenute hanno accettato ben volentieri questa esperienza tanto da dare anche un nome al loro gruppo: il cerchio magico.
La proposta è arrivata da una delle recluse, ispirandosi all'omonimo gioco che il figlio faceva alla scuola dell'infanzia: si entrava nel cerchio e si parlava delle proprie emozioni. Come andare oltre un muro almeno grazie alla fantasia.
linchiestaquotidiano.it, 18 gennaio 2020
Lunedì 20 gennaio, presso la Casa Circondariale di Cassino, a partire dalle ore 10.00, si terrà un importante evento a cura dell'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale e dell'Associazione Nazionale dei Magistrati, sottosezione di Cassino, in collaborazione col Garante regionale dei detenuti. Si discuterà di ergastolo ostativo e del suo possibile superamento, dopo la nota pronuncia n.253/19 della Corte Costituzionale e della sentenza Viola, licenziata lo scorso giugno dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo.
L'evento, patrocinato, tra gli altri, dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Cassino e dalla Conferenza Nazionale dei delegati dei Rettori dei Poli penitenziari - organismo a cui l'Università di Cassino ha aderito recentemente - vede la presenza di relatori d'eccezione, tra i quali lo stesso estensore della discussa sentenza della Corte Costituzionale, prof. Nicolò Zanon, oltre al Procuratore Nazionale Antimafia, Cafiero De Raho.
Tra i partecipanti anche il Capo del DAP, dott. Basentini, il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Rom, dott.ssa Vertaldi, il Presidente del Consiglio Regionale, Mauro Buschini. A margine del Convegno, si terrà la firma della nuova Convenzione sul diritto allo studio in Carcere; progetto già attivo dallo scorso anno, ma arricchito, nella sua nuova veste, dalla collaborazione della stessa Associazione Nazionale Magistrati, a cui verrà affidato un ciclo di seminari, che fungerà da pregevole arricchimento dell'offerta formativa per gli studenti detenuti. "Sarà un'utile occasione di confronto su un tema che ha fatto molto discutere in questi mesi e che richiede un approfondimento critico e scientifico.
Ringraziamo fin d'ora gli illustri relatori che hanno da subito accolto il nostro invito" afferma il Presidente della sottosezione Anm di Cassino, dott. Salvatore Scalera, che, assieme all'avvocato Grieco, coordinatrice dei diversi progetti universitari in carcere, modererà l'evento.
"Abbiamo fortemente voluto che l'incontro si tenesse in carcere, a dispetto delle innegabili complicazioni organizzative, non solo per consentire ai nostri studenti detenuti di assistervi, ma perché siamo convinti che gli "spazi fisici" hanno la loro importanza e non potevamo scegliere luogo più adatto per parlare di carcere e diritti" conclude l'avvocato Grieco.
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 18 gennaio 2020
Un detenuto condannato all'ergastolo ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. Patria del suicidio assistito, la Svizzera si trova adesso ad affrontare le estreme conseguenze della scelta di permettere di morire. Nella confederazione elvetica, dove si reca gente da tutto il mondo e come ben sappiamo anche dalla vicina Italia, il suicidio assistito è negato per un solo motivo: ragioni "egoistiche". Cioè se uno chiede di essere ucciso semplicemente perché stanco o stufo di vivere, ma non è un malato terminale o soffre di dolori fisici considerati insostenibili. Viene accettata anche la malattia mentale qualora risulti portatrice di "sofferenza insostenibile". Il che non è molto facile, se non impossibile, da quantificare.
Ecco allora che un detenuto, condannato nel 1996 all'ergastolo per numerosi casi di violenze sessuali su bambine di 10 anni fino a donne di 56, ha chiesto di essere ammesso al suicidio assistito. "È una cosa naturale chiedere di suicidarsi piuttosto che essere sepolto vivo per il resto della vita, meglio essere morto che lasciato a vegetare dietro le mura" ha detto nella sua richiesta. Il che non fa una grinza, seguendo la logica della legge attuale. Richiesta che l'apposita commissione che permette o meno il suicidio assistito composta da due medici (entrambi devono dare l'ok) ha detto di non essere in grado di valutare perché dubbiosi si tratti di richiesta "egoistica".
Ovvio: nel momento in cui ammetti il suicidio per chi è malato, perché no per una persona condannata all'ergastolo? Se nel primo caso la vita diventa "una sofferenza insopportabile" lo è anche essere rinchiusi in prigione fino alla morte. La legge si ritorce contro se stessa: il suicidio assistito dimostra di essere soltanto un modo di eliminare una realtà inconfutabile, la vita, solo perché non si è in grado di gestirla. Non perché non sia possibile farlo. Certo, l'ergastolo è una pena comparabile a quella di morte, perché non permette la possibilità di riscatto, di rifarsi una vita a chi è sinceramente pentito (di fatto Papa Francesco si è detto contro l'ergastolo non a caso), ma in ogni caso c'è la possibilità di rifarsi una vita anche dietro le sbarre.
Il detenuto, Peter Vogt, spera di morire in occasione del suo compleanno, il prossimo 13 agosto, se la sua richiesta sarà accettata. Possiamo solo immaginarci quanti detenuti scomodi, in possesso di informazioni o verità su fatti criminali, verranno fatti fuori se la legge cambierà. Le autorità svizzere sono già preoccupate del fatto che, essendo la popolazione detenuta in carcere parecchio invecchiata, ci sarà un boom di richieste.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 18 gennaio 2020
La Cassazione respinge il ricorso della procura di Agrigento che si era opposta alla scarcerazione della comandante decisa dal Gip. La comandante della nave Sea Watch 3 Carola Rackete non andava arrestata. A stabilirlo in via definitiva è stata la Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso della procura di Agrigento contro l'ordinanza che lo scorso 2 luglio l'aveva rimessa in libertà.
La comandante tedesca il 29 giugno era entrata nel porto di Lampedusa nonostante il divieto della Guardia di finanza, imposto dal Viminale allora retto da Matteo Salvini. Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, aveva contestato alla capitana i reati di resistenza a pubblico ufficiale, resistenza e violenza a nave da guerra ma la gip Alessandra Vella non aveva convalidato l'arresto bocciando l'ipotesi accusatoria. La Cassazione le ha dato ragione.
"Chi aiuta le persone in difficoltà non andrebbe perseguito - ha scritto ieri su Twitter Rackete. È un verdetto importante per tutti gli attivisti che salvano vite in mare. L'Ue dovrebbe riformare le direttive contro i "crimini si solidarietà".
In attesa delle motivazioni della Cassazione il legale della comandante, Leonardo Marino, ha commentato: "Carola non andava arrestata, il dovere di soccorso non poteva essere esaurito con la messa in salvo dei naufraghi a bordo della Sea Watch 3, le normative internazionali includono nell'operazione di salvataggio anche lo sbarco in un porto nel quale siano assicurati, oltre che la salvaguardia della vita, anche la tutela dei diritti fondamentali".
E ancora: "Adesso sappiamo con certezza che avevamo ragione noi. Vedremo se la procura di Agrigento darà seguito a questa pronuncia della Cassazione ponendo fine alla vicenda giudiziaria o se andrà avanti su questa sua tesi, che riteniamo folle. Arrestata perché aveva salvato vite umane".
All'alba del 29 giugno Carola Rackete decise di entrare senza autorizzazione nel porto di Lampedusa. Salvini aveva lasciato la nave dell'ong Sea Watch bloccata in mare con circa 40 persone per 17 giorni. La comandante già nelle 36 ore precedenti aveva invocato lo stato di necessità. Una motovedetta della Gdf provò a ostacolare la manovra spostandosi lungo la banchina per impedire l'attracco. Rackete proseguì l'accostamento spingendo le Fiamme gialle contro il molo ma il tutto avvenne a velocità bassissima. I finanziari salirono a bordo e l'arrestarono.
Nel ricorso in Cassazione la procura ha sostenuto che "la permanenza nelle acque territoriali era illegittima sulla base del provvedimento dei ministeri di Interni, Difesa e Infrastrutture, confermato dal Tar e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo". Inoltre, "l'obbligo di far sbarcare i migranti incombeva sull'autorità di pubblica sicurezza e non certo sul comandante". Infine, lo stato di necessità non sussisteva poiché "la nave aveva ricevuto, nei giorni precedenti, assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità militari". Di diverso avviso la gip Vella che aveva negato la convalida dell'arresto e, nel farlo, aveva smontato il decreto Sicurezza bis. L'ordinanza della gip spiega perché Rackete ha rispettato il diritto, al contrario della misura bandiera di Salvini.
L'accusa di resistenza e violenza nei confronti della nave della Fiamme gialle viene cassata perché, spiega Vella, le unità della Gdf sono considerare navi da guerra solo "quando operano fuori dalle acque territoriali". Inoltre, "sulla scorta di quanto dichiarato dall'indagata e dai video", la manovra pericolosa viene "molto ridimensionata" e anche giustificata perché l'indagata "ha agito in adempimento di un dovere": il divieto di ingresso può scattare solo in presenza di attività di carico e scarico di merci o persone, ma non è il caso in esame perché si tratta di un salvataggio e per questo la nave non può considerarsi "ostile".
La resistenza a pubblico ufficiale è poi giudicata inevitabile, come cioè "l'esito dell'adempimento del soccorso" che, ricorda Vella, si esaurisce solo con "la conduzione fino al porto sicuro". Il dem Matteo Orfini ha commentato: "Un abbraccio a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E due lezioni per loro: le sentenze le emettono i giudici; chi non ha nulla da temere non scappa dai processi". Il leader leghista ha tirando in ballo il caso Gregoretti: "Per qualche giudice una signorina tedesca che ha rischiato di uccidere cinque militari Italiani non merita la galera, ma il ministro che ha bloccato sbarchi e traffico di esseri umani sì". Da Sinistra italiana la replica di Nicola Fratoianni: "Carola Rackete ha onorato i principi di umanità e solidarietà, Salvini ha disonorato le istituzioni della Repubblica".
di Mario Morcone
Il Riformista, 18 gennaio 2020
Finalmente si sta aprendo una riflessione più ampia sulla normativa che regola l'immigrazione in Italia; un complesso di istituti in parte vecchi e superati da uno scenario completamente nuovo e in parte violentati dai cosiddetti Decreti che portano il nome del senatore Salvini. È una materia molto complessa sulla quale poco nobilmente si è giocato negli ultimi due anni il consenso elettorale avvelenando i rapporti interni alle nostre comunità, con un linguaggio aggressivo e con un'ossessione della paura del diverso inoculata abilmente giorno dopo giorno; si è costantemente alimentata cioè quella che va sotto il nome di percezione dell'insicurezza. Una percezione costruita e utilizzata non per ripristinare una corretta valutazione del contesto sociale, ma al preciso scopo di alterare la realtà.
Ora che la polvere mano a mano sta cadendo, ci si rende conto della necessità di individuare soluzioni ragionevoli a un enorme problema che si è creato e che sta determinando in molte persone marginalità, frustrazione se non addirittura rancore. Si intravedono le prime aperture a una nuova emersione, dopo l'ultima portata avanti dal governo Monti, come possibile provvedimento per l'immediato contenimento dei numeri delle irregolarità. E allo stesso tempo un'opportunità per dare una risposta alle richieste degli imprenditori di una manodopera che scarseggia soprattutto nel nord del Paese o che viene illegalmente utilizzata in alcuni settori economici del Mezzogiorno. Naturalmente qualsiasi provvedimento che possa venire incontro alle necessità e anche alla disperazione di tante persone è comunque il benvenuto.
Ma non sono convinto dell'attuale efficacia di soluzioni molto tradizionali, come quelle adottate nel recente passato attraverso gli strumenti dell'emersione o della nomina di commissari. Si era fatto un lungo e faticoso lavoro in stretto rapporto con i Comuni e con i territori per costruire una infrastruttura dell'accoglienza che non fosse costantemente travolta dalle periodiche ondate migratorie che hanno investito e che possono in futuro investire il nostro Paese. Parlo del patto interno Anci per la distribuzione in piccoli numeri sostenibili dalle comunità locali: parlo dei progetti Sprar che affidano alla responsabilità politica del sindaco la qualità del percorso di accoglienza e integrazione.
A mio avviso da qui bisogna ripartire, ridando respiro a tutti quegli strumenti di inclusione delle persone che sono sul nostro territorio a cominciare dal lavoro, perché siano una leva di sviluppo economico e non un peso per tutti noi. Nessuna ansia di reintrodurre istituti come la protezione umanitaria né di cancellare astrattamente le previsioni normative introdotte dal ministro Salvini, ma un po' di ragionevolezza nel rendere più ampie le categorie di coloro che possono godere di una forma di protezione nel nostro Paese.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 18 gennaio 2020
Quando aveva dodici anni Gandhi, che apparteneva a una famiglia benestante indiana, avrebbe voluto giocare con il figlio di un servitore di casa, ma la madre del futuro Mahatma glielo vietò: il sistema delle caste rendeva impossibile tale promiscuità. E così il sorriso di gioia fece presto a spegnersi sulle labbra del bambino che tuttavia si ricordò per sempre della mortificazione patita, al punto di immortalarla nelle prime pagine della sua autobiografia: Antiche come le montagne.
Tanta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è cambiato, ma certe diffidenze tendono a riemergere, anche sotto mentite spoglie, magari mascherate dalle cosiddette buone intenzioni, persino nei meandri protocollari delle nostre raffinate democrazie occidentali: non è la prima volta e purtroppo non sarà l'ultima che un istituto scolastico, nel presentare l'offerta formativa in vista delle prossime iscrizioni, non esita a divulgare pubblicamente l'origine sociale dei propri studenti, indicando la separazione tra quelli di estrazione alto borghese e quelli che invece sono "figli di lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti e simili)".
I primi, leggiamo nel sito, frequentano una sede, i secondi un'altra. È quanto incredibilmente accade a Roma presso l'Istituto Comprensivo di Via Trionfale. Già un paio di anni fa un rinomato liceo della capitale, il Visconti, finì sotto i riflettori mediatici perché nel rapporto di autovalutazione si considerava particolarmente vantaggiosa l'assenza fra i banchi di disabili o immigrati. A nulla è servita l'indignazione nazionale che ne seguì con tanto di grancassa televisiva. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Eccoci di nuovo a commentare una situazione paradossale considerando la legislazione innovativa dell'istruzione italiana, che avrà pure tanti difetti ma resta una delle più inclusive del Vecchio Continente. E allora come spiegare questa ennesima buccia di banana che la stessa neo-ministra Lucia Azzolina, insieme alle rappresentanze dei dirigenti scolastici, si è giustamente affrettata a stigmatizzare?
Le ragioni sono più profonde di ciò che sembra. Non pochi genitori credono ancora che le classi migliori siano quelle composte da alunni selezionati secondo criteri socio-economici: è lì che, a parer loro, si studia meglio e viene valorizzato il famigerato merito. "Mio figlio non può restare indietro col programma in attesa che tutti gli altri lo seguano": questo è in sostanza il retropensiero che spinge tanti padri e tante madri a voler scegliere per i propri pargoletti il plesso scolastico meno disagiato.
Difficile convincerli del contrario: le classi di gran lunga più valide dal punto di vista didattico, lo dico per esperienza diretta, sono le altre, quelle eterogenee, composte da adolescenti diversi: bravi e mediocri, capaci e negligenti, maschi e femmine, ricchi e poveri, bianchi e neri, forti e deboli, italofoni e non. La scuola non è altro che l'intensificazione della vita: sempre meglio mescolare le carte piuttosto che suddividerle per gruppi e sezioni. Solo nella relazione un ragazzo può crescere, non certo inoculandogli una sapienza fine a se stessa. Tutto ciò che siamo, se non lo condividiamo, è destinato a inaridirsi. In teoria la grande maggioranza si dichiara d'accordo, poi però, all'atto pratico, non si comporta in modo conseguente.
Gli spettri tornano a riaffacciarsi nella compilazione dei Piani Triennali di Offerta Formativa. Chi li compone crede di attirare l'utenza verso il proprio istituto scolastico mostrando la ruota del pavone. Guarda quanto siamo belli: abbiamo ragazzi di ogni classe sociale e li teniamo staccati gli uni dagli altri. Prima di scrivere questo articolo ero nella scuola Penny Wirton, a Casal Bertone, un quartiere capitolino, dove gli immigrati imparano l'italiano. Abbiamo messo insieme nello stesso banco un sedicenne del Liceo Pilo Albertelli con un coetaneo albanese della stessa età. Il primo, studente di terza superiore, spiegava i verbi al secondo, appena arrivato nel Centro di Accoglienza di Torre Spaccata. Sono stati due ore a capo chino sul quaderno. È questa la scuola che voglio. Me l'ha insegnata Gandhi.
di Umberto De Giovannangeli
globalist.it, 18 gennaio 2020
La denuncia dell'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati: si cercano
soprattutto sudanesi che parlano arabo. Non bastavano i tagliagole e i mercenari reclutati dalle due parti in guerra e dai loro sponsor esterni. Nel caos libico, s'inserisce ora un'altra pagina inquietante, vergognosa: o combatti, o ti ammazziamo.
Il ricatto ai migranti. Le parti impegnate nel conflitto in Libia stanno usando i migranti come combattenti. Lo denuncia l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati. "Abbiamo le prove, da parte di persone che si trovano nei centri di detenzione, che è stata offerta loro la proposta di restare lì per un periodo indefinito oppure di combattere al fronte", ha detto alla Dpa il rappresentante speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel.
Ricatto mortale - Al momento, Cochetel dice di non essere in grado di dire quanti migranti abbiamo accettato l'offerta. "Se decidono di farlo, viene data loro una uniforme, un fucile e vengono immediatamente portati nel mezzo della guerriglia urbana", ha aggiunto."Abbiamo visto che questi tentativi di reclutamento" dei migranti "riguardano prevalentemente i sudanesi - ha proseguito Cochetel - Riteniamo questa scelta motivata dal fatto che parlano arabo. Entrambe le parti" in conflitto in Libia "sono coinvolte", ovvero le milizie fedeli al governo del premier libico Fayez al-Sarraj e l'autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar.
Nel frattempo, preoccupa la presenza di soldati provenienti da Russia e Turchia sul territorio libico. La scorsa settimana il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato pubblicamente l'invio dei militari turchi in Libia a sostegno del Governo di accordo nazionale, guidato dal al-Sarraj, affermando che le forze armate di Ankara avranno per lo più funzioni di addestramento delle truppe di Tripoli. A sostegno delle milizie di Haftar ci sarebbero invece i mercenari russi del Wagner Group, un'organizzazione paramilitare e vicina al presidente Vladimir Putin. Anche se Mosca ha ripetutamente negato ogni coinvolgimento, il governo di Tripoli ha denunciato la presenza di circa 800 soldati russi al fronte.
L'Unione europea ha ripetutamente denunciato l'implicazione di soldati stranieri nel conflitto libico. Qualche giorno fa, durante la plenaria dell'Europarlamento a Strasburgo, l'Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, denunciando le ingerenze di Russia e Turchia ha dichiarato: "Le cose ci stanno sfuggendo di mano. Noi europei, non volendo partecipare a nessuna soluzione militare, ci barrichiamo dietro la convinzione che non ci sia una soluzione militare". Per poi tracciare un parallelo con il conflitto in Siria: "In Siria c'è stata una soluzione militare, portata dai turchi e dai russi".
Sottolineando che Bruxelles non possa accettare i "flussi di armi e mercenari" da Paesi terzi verso la Libia, Borrell ha avvertito l'Unione sui nuovi equilibri presenti nel Mediterraneo a causa dell'azione di Russia e Turchia. "Sono sicuro che nessuno sarebbe davvero contento se sulla costa libica, di fronte all'Italia, venissero poste una seria di basi militari della marina militare turca e russa, che controllerebbero entrambe le vie di immigrazione illegale verso l'Europa. Nel Mediterraneo orientale e ora anche in quello centrale", ha aggiunto Borrell.
Tragedia umanitaria - Secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) solo nelle prime due settimane del 2020 sono almeno 953 i migranti (tra cui 136 donne e 85 bambini) riportati in Libia dalla Guardia costiera. La maggior parte sono sbarcati a Tripoli e tutti sono stati portati nei centri di detenzione. Inoltre, sono tante le persone che continuano a scappare: le navi di ricerca e salvataggio delle ong negli ultimi giorni hanno salvato 237 persone.
Tra loro anche famiglie di libici in fuga: almeno 17 sono stati salvati dall'ong tedesca Sea Watch, erano tutte su un unico barchino, 10 uomini e 7 donne, tra cui 9 minori. "In Libia c'è una guerra, una situazione drammatica che negli ultimi mesi ha visto un'accelerazione con l'intensificarsi delle violenze e quindi con vittime, moltissime civili - spiega la portavoce di Unhcr Carlotta Sami. Almeno 1 milione di persone ha bisogno di assistenza umanitaria. Da aprile ad oggi oltre 180mila libici sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Gli sfollati interni sono ormai più di 340mila. Unhcr non riesce ad avere accesso a tutte le zone della Libia. Ad esempio il sud del Paese e l'area di Bengasi sono irraggiungibili. Anche la via terrestre di accesso alla Tunisia è impraticabile".
Il conflitto armato "rende la situazione quotidiana estremamente volatile e questo complica enormemente la costruzione e la messa a disposizione di soluzioni per i rifugiati e i richiedenti asilo presenti in Libia - aggiunge Sami -: registriamo come anche quando le autorità locali sono disposte a discutere della protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, non riusciamo poi a concretizzare perché esse stesse sono principalmente concentrate sulle problematiche relative al conflitto. Va detto che nonostante il conflitto le persone ancora arrivano dalle frontiere meridionali".
Per questo Unhcr chiede un cambio di passo e un sostegno maggiore ai Paesi di primo asilo come Etiopia, Sudan, Ciad, per offrire condizioni di accoglienza e lavoro sostenibili. "Chi poi cerca di attraversare il Mediterraneo viene nella maggior parte dei casi intercettato dalla Guardia costiera libica, centinaia già nei primi mesi dell'anno. A questo proposito si è venuta a definire una nuova dinamica: "Il conflitto armato ha indebolito il coordinamento tra Guardia costiera e ministero dell'Interno libici nelle procedure di sbarco - aggiunge la portavoce di Unhcr -. Di conseguenza, non tutti i migranti sbarcati e i richiedenti asilo vengono oggi sistematicamente detenuti. Stimiamo che circa il 30% venga liberato al momento dello sbarco. Questo è positivo di per sé ma sicuramente l'Onu e i partner devono intensificare gli sforzi per fornire assistenza a queste persone. E resta il fatto che la Libia non è un porto sicuro".
In tutto i richiedenti asilo rinchiusi nei centri di detenzione gestiti dal governo libico sono circa 2.500. La guerra per procura ha interrotto la fornitura di servizi essenziali da parte delle autorità, compreso il cibo. "Per questo motivo alcuni centri sono stati aperti per far uscire le persone ma da settimane assistiamo a una dinamica terribile: in tanti pagano per rimanere o entrare nelle carceri, convinti di poter essere selezionati da noi per le evacuazioni umanitarie. È un tragico equivoco: informati male e disperati pensano che questo sia l'unico modo per arrivare in Europa - spiega ancora Sami.
La realtà è diversa e il terribile dilemma che viviamo ogni giorno, lavorando in Libia, è dato dal fatto che non ci sono posti per tutti nei Paesi sicuri e noi siamo costretti a scegliere tra i casi più vulnerabili. I canali legali e sicuri sono troppi pochi". Unhcr ha chiesto ai Paesi europei la disponibilità a ricollocamenti per almeno 5mila persone ma per ora le offerte di accoglienza beneficeranno meno della metà delle persone.
"Dobbiamo essere presenti perché ce lo impone il nostro mandato umanitario e dobbiamo dialogare con tutti gli attori in campo. Dobbiamo riequilibrare gli aiuti indirizzati ai rifugiati in detenzione, che sono comunque del 50 per cento rispetto ad alcuni mesi fa, e a quelli che vivono nelle città, nelle strade, senza riparo - conclude Sami -. Sono almeno 43mila le persone che spesso si trovano in una situazione umanitaria disastrosa e sono costretti ad adottare dei meccanismi di sopravvivenza molto danno si come il lavoro minorile, il matrimonio tra minorenni, la prostituzione e certamente i viaggi mortali attraverso il Mediterraneo. Vogliamo incrementare l'assistenza umanitaria per questi "rifugiati urbani" insieme ai nostri partner, attualmente riusciamo a fornire dei pacchetti di aiuto a circa 850 famiglie sul territorio di Tripoli, e di aumentare le soluzioni legali e sicure al di fuori della Libia".
Mosca tende una mano - Non è l'Italia "ad aver fatto errori" nella crisi libica, dato che l'errore principale è stato compiuto nel 2011 quando la Nato decise di bombardare la Libia e l'Italia "non era tra i Paesi che hanno spinto per questa soluzione". A sostenerlo ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov rispondendo a una domanda di Rai e Ansa in conferenza stampa. "Ora quel che serve è unire i libici e non è facile dato che Haftar e Sarraj non riescono nemmeno a stare nella stessa stanza", ha osservato Lavrov, aggiungendo che vedrà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio per un incontro la mattina della conferenza di Berlino.Il premier di Tripoli e l'uomo forte della Cirenaica - ha detto Lavrov, secondo l'Agi - non sono pronti al momento per contatti diretti. "È molto importante che ora la
tregua venga osservata", ha ribadito Lavrov. "È un passo avanti certo e speriamo che venga preservata, preferibilmente per un periodo di tempo indefinito", ha aggiunto, sottolineando come Haftar, nonostante non abbia firmato il documento di Mosca dopo i negoziati, abbia confermato di voler rispettare il cessate il fuoco. "La Russia sostiene la conferenza di Berlino, più Paesi prendono parte al processo di soluzione della crisi libica e meglio è: i documenti sono stati quasi tutti negoziati, sono in linea con la risoluzione dell'Onu e noi ci aspettiamo che il consiglio di sicurezza dell'Onu sostenga le conclusioni della conferenza", ha dichiarato Lavrov, sottolineando che la cosa più importante, dopo Berlino, è "non ripetere gli errori del passato".
Il generale Haftar, intanto, si trova ad Atene per colloqui in vista della conferenza di Berlino dalla quale la Grecia è stata esclusa. Lo riporta la Milli Gazete. Come ha mostrato la tv greca, Haftar è arrivato ad Atene ieri sera a bordo di un aereo privato, per essere poi trasferito in un hotel della capitale greca. Qui ha incontrato il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias, che vedrà nuovamente questa mattina. Previsto per oggi un incontro tra Haftar e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. La Grecia ha contestato l'accordo sulla sicurezza e i confini marittimi che il Governo di accordo nazionale di Tripoli ha firmato con le autorità di Ankara.
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