di Rafia Zakaria*
Internazionale, 28 febbraio 2020
In Pakistan fa caldo, in modo soffocante e terrificante, ma il problema degli omicidi di donne (e di qualche uomo) in nome dell'onore non conosce battute d'arresto. Qualche settimana fa un uomo che ce l'aveva con le sorelle per una lite familiare ha cominciato a picchiarle con un bastone. Quando la nonna, centenaria, ha cercato di intervenire, ha cominciato a picchiare anche lei: l'età non conta davanti al privilegio maschile. Quando l'uomo si è deciso a fermarsi la nonna e una delle sue sorelle erano morte. L'altra sorella si trova in ospedale in condizioni critiche.
Prendiamo il mese di maggio. Il 1 un uomo ha ucciso a colpi di arma da fuoco sua sorella e il suo presunto spasimante a Charsadda. In un altro episodio una giovane coppia di Karachi si preparava ad andare a cena con la famiglia della moglie. I due si erano sposati per loro decisione due anni prima e la famiglia di lei non era d'accordo con questa relazione. Di ritorno dalla cena, il risciò in cui la coppia viaggiava (il marito era un conducente di risciò) è stato fermato da aggressori sconosciuti che hanno imbottito i loro corpi di proiettili. Entrambi sono morti. Dai notiziari si è appreso che la polizia stava aspettando di contattare qualcuno nella famiglia del marito per una denuncia formale, poiché si ritiene che la famiglia della moglie sia coinvolta negli omicidi.
Copertura familiare - Questi sono solo gli ultimi episodi della tragedia in corso in Pakistan. In poco più di settant'anni di esistenza, il Pakistan si è dato un gran da fare per uccidere le sue donne e, in alcuni casi, i suoi uomini per "reati" come il rifiuto di un matrimonio, relazioni immaginarie in cui le accuse servono da giustificazione per la rabbia maschile, relazioni inventate che fanno da copertura ad altri motivi per ottenere un'eredità o sbarazzarsi di vicini inopportuni. Quasi ogni contrasto si presta a sfociare in un delitto d'onore, una copertura grazie alla quale tutto il quartiere e la società si schierano dalla parte dell'omicida e chiudono un occhio se le indagini si impantanano e la giustizia passa in secondo piano.
Dall'entrata in vigore della legge, nel 2016, sono state uccise 1.280 persone in delitti d'onore - Tutto questo sarebbe dovuto cambiare, almeno un po', dopo l'approvazione in parlamento di una legge contro il delitto d'onore, nel 2016. Infliggendo ai colpevoli di delitti d'onore la pena obbligatoria dell'ergastolo e non permettendo alla famiglia di "perdonare" il delitto, si prevedeva una diminuzione, se non addirittura la fine, degli omicidi. Il meccanismo di collusione in base a cui le persone di una famiglia commettono questo tipo di reati e poi sono sommariamente "perdonate" dall'altra famiglia, sarebbe stato eliminato. Si sperava inoltre che la legge avrebbe inferto un colpo anche all'idea che una morte possa essere ammissibile o "onorevole". Un omicidio è sempre un omicidio, e le pene obbligatorie erano un modo per sottolineare questo dato di fatto, che però a quanto pare in Pakistan è ancora contestato.
Questo esperimento pieno di speranze è fallito. Secondo i dati forniti dalla commissione per i diritti umani del Pakistan, dall'entrata in vigore della legge sono state uccise 1.280 persone in delitti "d'onore". In più della metà dei casi non è stata sporta denuncia formale e non sono state fornite notizie. Naturalmente in assenza di denuncia formale non c'è alcun procedimento giudiziario. Secondo gli esperti, inoltre, queste cifre, basate su quanto riportato dai mezzi d'informazione e da fonti simili, con ogni probabilità sono sottostimate. Se i delitti d'onore di cui si parla nei giornali continuano a un ritmo così impetuoso, ciò vuol dire che il numero reale potrebbe essere ancora più alto.
Sbarazzarsi del "perdono" - Questi casi non ricadono nemmeno nell'ambito di cui si occupa la nuova legge, che aveva l'obiettivo di imporre pene obbligatorie in caso di delitto d'onore. Perché questo accada, infatti, il caso deve essere classificato come delitto d'onore al momento della denuncia formale. Se ciò non accade, come può essere applicata la pena? La via d'uscita più semplice allora è limitarsi a insistere sul fatto che il delitto abbia altre motivazioni. Il risultato è sotto i nostri occhi: i delitti d'onore (anche quelli classificati in questo modo) continuano a essere commessi. Anzi, potrebbero essere in aumento, anche se molte denunce formali non fanno alcun riferimento all'onore come motivazione per il delitto.
Se la lotta contro i delitti d'onore è sincera e il Pakistan non è diventato talmente spietato da essere del tutto insensibile a notizie che parlano di coppie adolescenti uccise con una scossa elettrica, persone di ritorno da una cena crivellati da proiettili, donne bruciate, carbonizzate o strangolate, allora occorre un'unità d'indagine speciale che approfondisca le motivazioni di questi omicidi. L'onere di assicurarsi che gli omicidi d'onore siano classificati come tali e non sfuggano all'obbligatorietà della pena deve ricadere sulle forze dell'ordine. Se questo è ritenuto irrealizzabile perché troppo costoso, forse è giunto il momento di sbarazzarsi del "perdono" per gli assassini, in modo che tutti siano sottoposti a pene obbligatorie, un fatto che ridurrebbe non solo i delitti d'onore, ma anche il tasso complessivo di omicidi nel paese.
Sistemi legali come quello in vigore in Pakistan non funzionano bene a causa di un miscuglio di motivazioni e della possibilità di pene che non implicano il carcere, come per esempio il pagamento di soldi o il perdono, che rendono inefficace l'attuale sistema. L'unico modo per porre fine a questo genere di reati, che provocano nel paese la morte di moltissime persone in modi violenti e attribuiscono al Pakistan la reputazione di paese misogino e barbaro di fronte al resto del mondo, è assicurarsi che queste misure siano intraprese e che le leggi che non funzionano siano sostituite con altre che invece funzionano.
*Traduzione di Giusy Muzzopappa
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 febbraio 2020
La Corte di cassazione e i diritti dei detenuti. Nel 2009 e del 2013 l'Italia fu condannata per "trattamenti inumani". Può sembrare una barzelletta e invece è una questione tremendamente seria: nei 3 metri quadrati di spazio minimo in cella - sotto i quali per giurisprudenza europea un detenuto in carcere è considerato sottoposto a tortura, e per legge italiana va indennizzato con un rimedio risarcitorio - si deve contare o no il letto?
di Irene La Mendola
salernonews24.com, 27 febbraio 2020
Le riflessioni di Marta Cartabia, la prima Presidente donna della Corte Costituzionale, intervistata nel programma "Senza Distinzione di Genere". Nella puntata di Rai Storia di giovedì 20 febbraio nel programma "Senza distinzione di genere" Stefania Battistini ha intervistato la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, prima donna nella storia italiana a ricoprire questo incarico.
Nell'intervista la Presidente riflette sul modo in cui la Corte Costituzionale ha recepito i cambiamenti della società rispetto alle donne, in famiglia, nel lavoro e nei diritti civili, fino ad analizzare i problemi delle donne in stato di detenzione. In particolare, la sua attenzione va alle donne che in carcere sono più bisognose di tutela, come quelle con figli.
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 27 febbraio 2020
Fin dal linguaggio colpisce l'abitudine di trattare i carcerati come bambini o "adulti incompleti", che devono soltanto subire le decisioni altrui. C'è un aspetto della vita penitenziaria che mi colpisce quotidianamente: l'infantilizzazione. Fin dai primi giorni del mio incarico ho avuto infatti la sensazione che i carcerati siano trattati da bambini o da "adulti incompleti". Il linguaggio ne è il primo segnale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 febbraio 2020
Le indicazioni per proteggersi nelle carceri, compresi istituti minorili e comunità. I visitatori dovranno essere sensibilizzati a un comportamento responsabile, dichiarando preliminarmente la propria provenienza.
Arrivano altre disposizioni urgenti per la prevenzione dal coronavirus all'interno delle carceri italiane, compresi gli istituti penitenziari minorili e le comunità. Misure che puntano molto alla prevenzione, senza intaccare le norme primarie che riguardano le concessioni dei permessi premio e altri benefici che, per ora, non sarebbero giustificate. Quindi cautela e misure per limitare e/o proteggersi da eventuali contagi.
palermotoday.it, 27 febbraio 2020
Un piano d'emergenza per le strutture del Sud. Così il segretario generale del S.PP. (Sindacato del corpo di Polizia penitenziaria): "Si pensi solo cosa accadrebbe in istituti come quelli di Palermo, Catania, Napoli-Poggioreale, dove il sovraffollamento è maggiore".
"Con la nostra tenace pressione siamo riusciti a far scattare nelle prime carceri del centro-nord alcune misure per prevenire il coronavirus tra le quali il blocco dei colloqui dei detenuti. Adesso è necessario estendere le misure d'emergenza anche nelle carceri del Sud senza perdere ulteriore tempo".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 27 febbraio 2020
Così il virus spia trasforma il telefono cellulare in un microfono sempre acceso. I ben noti effetti deleteri del "processo mediatico", cioè la pubblicazione di atti d'indagine prima che ci sia stata la sentenza, sono molto probabilmente destinati ad aumentare con l'utilizzo dei captatori informatici. Il rischio è stato paventato in queste ore dall'intera comunità dei giuristi.
Con l'approvazione della riforma delle intercettazioni voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che non ha minimamente inasprito le pene per la pubblicazione arbitraria, è stato infatti esteso l'utilizzo del cd Trojan ai procedimenti per reati contro la Pubblica amministrazione commessi sia dai pubblici ufficiali che dagli incaricati di pubblico servizio.
Una platea potenzialmente vastissima. Il virus spia, trasformando il telefono cellulare in un microfono sempre acceso, diventerà lo strumento d'indagine più invasivo esistente. Le tradizionali intercettazioni telefoniche registrano solo le conversazioni effettuate.
Quelle ambientali, solo le conversazioni effettuate nel luogo (auto o appartamento) dove è stata preventivamente collocata la microspia. È di tutta evidenza, dunque, l'effetto dirompente che tale strumento avrà sulla privacy dei cittadini. L'indagine della Procura di Perugia nei confronti dell'ex presidente dell'Anm ed ex consigliere del Csm Luca Palamara può sicuramente essere portata come esempio di quali potranno essere questi effetti "collaterali".
Quell'indagine fu una delle prime in Italia dove il Trojan venne utilizzato per reati contro la Pa. L'indagine, al momento ancora in corso e che inizialmente puntava ad accertare se Palamara avesse preso tangenti affinché fossero nominati alcuni procuratori, si è poi estesa a fatti che non avevano alcun legame con l'imputazione originaria. L'episodio a tal proposito più eclatante riguarda alcuni consiglieri del Csm che parteciparono alla cena con Palamara lo scorso maggio. I colloqui di quella sera, dopo essere stati trascritti dagli inquirenti, finirono nel fascicolo d'indagine al fine di meglio tratteggiare la personalità di Palamara.
I consiglieri, mai indagati, furono costretti alle dimissioni all'indomani della pubblicazione sui giornali di questi colloqui che, appunto, nulla avevano di penalmente rilevante. Va ricordato, poi, che non sono state previste sanzioni per l'eventuale mancato rispetto delle norme sull'utilizzo del Trojan e che sarà possibile utilizzare gli elementi emersi dalle captazioni anche per reati diversi da quelli per i quali si procede. Il tema maggiormente sensibile ed al momento sottovalutato attiene, infine, alle società, tutte private, che forniranno i captatori informatici. Chi vigilerà sulla correttezza del trattamento dei dati? La legge non lo indica.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 27 febbraio 2020
Intervista all'avvocato e parlamentare Forza Italia: "Il decreto è una trappola inquisitoria che ci avvicina alla giustizia dei paesi antidemocratici". "Una trappola inquisitoria, che rende la nostra giustizia sempre più vicina a quella dei paesi antidemocratici", è la drastica definizione del dl Intercettazioni di Francesco Paolo Sisto.
Il deputato di Forza Italia, da sempre in prima linea sui temi legati alla giustizia, analizza criticamente i contenuti di un decreto che giudica "eufemisticamente incostituzionale", in particolare nell'allargamento dell'utilizzazione dei Trojan.
Quali profili di incostituzionalità rileva?
Innanzitutto è violato l'articolo 15 della Costituzione, che tutela la riservatezza, qui resa un mero fantasma. Per non dire del 24, 27, 111, tutti numeri che scandiscono la tutela della difesa, della presunzione di non colpevolezza, della parità delle parti nel processo. Questo decreto legge senza urgenza introduce norme che rendono l'Italia un paese sempre più a "Costituzione di mera apparenza": il paradosso è che questo provvedimento che era nato, nella precedente legislatura, per limitare l'ipertrofia delle intercettazioni e renderle uno strumento di indagine non puramente esplorativo.
Invece ora cosa è?
Questa maggioranza, guidata dal giustizialismo dei 5 Stelle per nulla arginato dalla disinvolta complicità del Pd, ha trasformato il dl Intercettazioni in uno strumento di percussione dei diritti del cittadino.
Con quali effetti negativi?
Il primo è la consegna de facto del processo ai Pm, che acquistano nuovi poteri, per nulla attutiti da formule vuote e facilmente aggirabili, come il concetto di "rilevante", legato a matrici prettamente soggettive. Il secondo è il "controllo incontrollabile" da parte di chi intercetta, grazie all'estensione allegra nell'uso dei Trojan horse.
Una estensione illegittima, secondo lei?
Assurda e inaccettabile sul piano culturale. Trovo inconcepibile che il decreto parifichi i reati dei pubblici ufficiali e, innovativamente, degli incaricati di pubblico servizio a quelli di mafia. I Trojan verranno utilizzati senza regole e senza limiti di luogo, tempo e quantità di dati. Si tratta di un modo di intercettare talmente invasivo da poter tranquillamente essere inserito di diritto nella categoria degli strumenti "a strascico", più volte bacchettati dai Giudici di Legittimità. Ovvero: la giornata del "trojanizzato" sarà registrata, anche nei dettagli più intimi, senza che la Legge garantisca la reale eccezionalità della deroga.
Insomma, lei dice che i Trojan sono uno strumento per cercare anticipatamente gli indizi?
Sì, con i Trojan applicati come nel decreto si permette l'autolegittimazione esplorativa delle procure, rendendo strutturale l'incertezza della privacy dei cittadini. Di fatto, non si intercetterà per trovare la prova di un reato già ben individuato, ma si creeranno i presupposti formali per scandagliare le vite e intercettare di tutto e di più. Questa è inquisizione allo stato puro. Se poi si aggiunge tutto questo alle pene accessorie perenni, ai processi eterni, alle spaventose prospettive del diritto penale griffato Bonafede & co., la diagnosi/prognosi è terrificante. Un paese che si accinge a diventare giuridicamente invivibile.
Esiste un filo conduttore che collega tutte queste misure in materia di giustizia?
È la logica pentastellata e piddina di raggiungere l'efficienza del processo con il sacrifico delle garanzie difensive. Il fine evidente è quello di demolire la presunzione costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva: l'indagato diventa, anzi "è", colpevole senza nemmeno bisogno che si eserciti l'azione penale, non serve nemmeno che sia formalmente imputato. Basta una iscrizione, il resto lo decide il processo mediatico; con la conseguenza che si può fare a meno anche del giudice, perché la condanna pubblica arriva molto prima, con una sentenza terribile perché non impugnabile. Le liste di proscrizione erano più democratiche.
La maggioranza sostiene che il decreto prevede misure restrittive contro la pubblicazione di intercettazioni non rilevanti...
Io sono convinto che il quadrante penale non si nutre di sanzioni. Serve una logica di sistema, di equilibri veri fra le parti processuali, non solo a parole. Gli argini ai poteri delle Procure non appaiono né chiari, né solidi. Il testo usa le solite parole standardizzate: "intercettazioni rilevanti", per esempio, una sorta formula magica ad effetto desolatamente placebo. Quanta discrezionalità, a rischio arbitrio! Stessa musica per la motivazione per disporre intercettazioni nei luoghi di privata dimora: saranno "standard" che in realtà, uguali per tutti, non tuteleranno nessuno.
Quali saranno i prossimi passi del governo in materia di giustizia?
Non è un mistero che i 5 Stelle, con i loro inseparabili fratelli giustizialisti per interesse del Pd, puntino a minare i gradi di giurisdizione, a colpire il divieto di reformatio in peius, e chissà che altro ancora. Per esorcizzare tutto questo, serve una lotta corale di avvocati, magistrati, giuristi e, soprattutto, la sensibilizzazione dei cittadini tutti: in gioco c'è il cuore della nostra democrazia, perché la civiltà di un paese, come insegnava Renato Dell'Andro, si misura dalla qualità del processo penale.
Lei dice che è le norme del decreto sono incostituzionali, aspetta un intervento della Consulta?
Sì, ma la domanda è: quanto tempo ci vorrà? Con l'articolo 4 bis della legge Bonafede ci siamo arrivati rapidamente, con la dichiarazione di incostituzionalità della folle pretesa di "galera retroattiva". Diciamolo chiaramente: oggi i giudici, proprio per la debolezza imbarazzante del Legislatore, incompetente e ignavo, sono stati costretti a diventare Legislatori essi stessi. Non più supplenti dei vuoti parziali, ma estensori in toto. La sentenza Cappato della Consulta, le decisioni delle Sezioni Unite su rilevanti profili del processo penale e del diritto sostanziale penale ne offrono esempi. Tanto perché in questa legislatura la qualità della produzione delle leggi ha un virus mortale.
E quale sarebbe?
Iniziative come il dl Intercettazioni hanno come unico obiettivo il risultato politico nell'immediato, a prescindere da competenze e diritti. È la terrificante lezione del diritto penale del consenso, costruito sull'incompetenza strutturale dei 5 Stelle e sulla deliberata correità del Pd. Una stagione inaugurata da Matteo Renzi con la memorabile la genesi dell'omicidio stradale.
I dem hanno maggiori responsabilità?
Il Pd conosce esattamente i danni che sta arrecando al Paese con questo decreto. Ma stesso discorso vale per Italia Viva, "garantista per caso", che simula dura lotta sulla prescrizione e poi vota la fiducia al dl Intercettazioni. Questa alternanza scientifica tra giustizialismo e garantismo la dice lunga sulla loro serietà e marca tutta la differenza tra loro e noi di Forza Italia, garantisti per Dna, sempre al fianco di chi, come le Camere penali, ha a cuore la tutela delle radici giuridiche.
Non resta che aspettare la Consulta, dunque?
Oppure un governo diverso dal Conte 2. Basterebbe una notte per scrivere un decreto legge che cancelli queste ignominie e restituisca all'Italia certezze e al Parlamento dignità.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 27 febbraio 2020
Intervista a Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia alla Camera, in quota Movimento 5Stelle, difende la riforma delle intercettazioni che oggi dovrebbe essere approvata definitivamente in Parlamento. "Abbiamo inserito l'uso dei Trojan in un sistema di regole, non lo abbiamo mica liberalizzato", spiega con convinzione.
Eppure, in caso di reati contro la pubblica amministrazione, da domani potrà essere 'spiato' non solo il pubblico ufficiale ma anche l'incaricato di pubblico servizio. Bidelli, dipendenti comunali, dipendenti delle Asl, per intenderci: tutti potenziali obiettivi di Trojan. Non si rischia di allargare un po' troppo la platea e creare una società di controllati?
Mi rendo conto che l'allargamento della platea è uno di quei provvedimenti che suscitano controversia e forti dubbi i quali, tuttavia, sarebbero fondati in una società diversa dalla nostra, diciamo in una Italia ideale dove la corruzione fosse un accidente. Ma non è così. Il nostro paese è nella morsa della illegalità da troppi anni e, sebbene la prevenzione è sempre la misura "principe", abbiamo bisogno di una stretta che possa far emergere fenomeni piccoli e grandi di comportamenti illeciti.
Piccoli e grandi tutti nello stesso calderone?
Le due categorie sono già equiparate dal Codice penale rispetto a tutti i reati contro la pubblica amministrazione. Noi non facciamo altro che adeguarci al Codice, perché mai, dunque, dovremmo rendere possibili le intercettazioni solo per pubblico ufficiale e non per incaricati di pubblico servizio? E, infine, gli stessi dubbi che lei ricorda furono sollevati per la norma sul whistleblowing, per la quale io personalmente mi sono molto battuta: "Volete le spie ovunque? Volete la società degli spiati?" dicevano gli scettici. Oggi quella misura è una avanguardia che si sta facendo strada tra le misure anticorruzione con grande soddisfazione dell'Anac.
Sparisce l'obbligo del pm e del giudice di specificare le modalità d'attivazione del Trojan. Non bisognerà più definire in anticipo, in altre parole, tempi e luoghi per l'attivazione del microfono del cellulare. Qualsiasi momento della nostra vita è potenzialmente spiabile. Ma anche un indagato avrà diritto alla privacy...
Guardi che noi l'uso del Trojan lo abbiamo inserito dentro un sistema di regole, non lo abbiamo mica liberalizzato! In Parlamento, grazie a noi, è avvenuto esattamente il contrario di ciò che sostiene certa propaganda falsamente garantista. Il Trojan è una modalità di intercettazione ambientale già consentita per i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, questa legge la disciplina meglio. Per usare questo metodo di intercettazione bisognerà motivare la sua indispensabilità e se ci sarà un difetto di motivazione si potrà impugnare la questione e poi, a differenza delle normali intercettazioni telefoniche e ambientali, il Trojan potrà essere utilizzato solo per i reati connessi a reati di mafia, terrorismo e contro la PA. Perché volerlo dipingerlo a tutti i costi come l'invasione del Grande fratello nelle nostre vite?
Le intercettazioni incidentali tra indagato e avvocato saranno possibili anche se non trascrivibili. È sufficiente questa accortezza a tutelare il diritto alla difesa?
Il diritto alla difesa è sacrosanto ed io su questo giornale ho detto di essere favorevole all'inserimento del ruolo dell'Avvocatura nella Costituzione. Esso, tuttavia, non può prevaricare la sicurezza di tutti: di fronte ad inchieste di corruzione le attività dell'indagato sono centrali per capire la consistenza reale del presunto reato. Per non dire che esistono casi di finti avvocati, o meglio di difensori che in realtà svolgono in concreto altri ruoli organici al disegno criminoso: naturalmente si tratta di rarissimi casi che non ledono affatto un ordine professionale composto da persone dedite alla deontologia e che spesso svolgono il proprio lavoro in circostanze faticose, penso ai giovani avvocati. Eppure quei casi esistono.
Il presidente del Cnf, Andrea Mascherin, chiede che le intercettazioni incidentali con i legali siano immediatamente interrotte, appena scoperta la natura della telefonata, e distrutte le registrazioni. Perché tenerle in archivio?
Perché esiste un sistema di garanzia che vale per tutti: le intercettazioni irrilevanti vanno gestite secondo modalità stabilite e poi distrutte al momento opportuno. La regola vale per tutti. E nulla, proprio nulla, finirà nel fascicolo processuale.
Il rischio è che un pm, in modo scorretto, riascolti e utilizzi quelle intercettazioni per studiare la strategia difensiva dell'imputato. O dobbiamo affidarci fideisticamente alla buonafede dei magistrati?
La strategia difensiva si fa una volta formulata l'accusa e dopo che una serie di passaggi stabiliscono la fondatezza di un procedimento. Non saltiamo le tappe pur di trovare le falle di una legge che è una buona legge, un buon compromesso tra diverse esigenze.
Secondo Forza Italia, il pacchetto intercettazioni fa parte di un accordo politico tra Pd e M5S, un compromesso per far digerire ai dem la riforma della prescrizione...
A Forza Italia non va proprio giù la norma che interrompe la prescrizione dopo la sentenza di prima grado! E cerca in tutti i modi di screditare chi la ha promossa e chi la sostiene. Io considero un importante passo avanti del Pd quello di non ostacolare la norma Bonafede, il Movimento è stato in grado di far capire le proprie ragioni. Se ne prenda atto.
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 27 febbraio 2020
Si dovrebbero prevedere sanzioni anche penali per chi a qualsiasi titolo divulga il contenuto di quelle ritenute irrilevanti o attinenti a fatti e vicende private dell'imputato. Confuso tra le notizie sulla diffusione del coronavirus è tornato di attualità il tema delicatissimo delle intercettazioni di conversazioni e di altre forme di comunicazione utilizzabili nel processo penale, da sempre oggetto di incessanti modifiche.
L'occasione è data oggi dal Decreto legge 30 dicembre 2019 n. 161, di cui è in corso al Senato la definitiva conversione in legge. Il decreto è intervenuto in maniera piuttosto confusa su numerosi aspetti talvolta marginali della precedente disciplina, per cui anche per gli operatori del diritto risulta assai problematico ricostruire quale sia la disciplina attualmente in vigore.
In questa materia si scontrano principi costituzionali di fondamentale importanza: da un lato l'interesse della collettività a che gli autori dei reati vengano perseguiti nella maniera più efficace e diffusa possibile, sancito dall'obbligo del pubblico ministero di esercitare l'azione penale; dall'altro il diritto di difesa dichiarato inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Il ricorso al c. d. trojan horse, cioè l'inserimento di un captatore informatico su un dispositivo elettronico portatile, costituisce appunto uno degli strumenti volti ad agevolare la raccolta delle prove. Il recente decreto ne ha previsto una più vasta utilizzazione, estesa anche ai reati contro la pubblica amministrazione (quali concussione, corruzione) commessi da incaricati di pubblico servizio, mentre in precedenza figuravano solo i reati commessi da pubblici ufficiali, nonché a procedimenti penali diversi da quelli per cui è stata autorizzata l'intercettazione.
Rimane comunque ferma l'utilizzazione del trojan per l'acquisizione di prove relative ad una lunga serie di reati gravissimi e gravi indicati dal codice di procedura penale, cioè quelli per cui è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni, quelli per cui è obbligatorio l'arresto in flagranza, nonché reati concernenti sostanze stupefacenti, pornografia minorile, adescamento di minorenni.
Il ricorso a uno strumento così invasivo ai fini della raccolta delle prove deve evidentemente accompagnarsi a un adeguato intervento del diritto di difesa. Una volta terminate le intercettazioni il difensore dell'imputato deve essere avvisato della facoltà di esaminare gli atti, ascoltare le registrazioni, prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche, cioè viene a conoscenza dell'intero materiale raccolto mediante le intercettazioni, anche della documentazione ritenuta irrilevante ai fini processuali ovvero relativa a fatti e vicende di carattere riservatissimo e personale relativi al soggetto indagato o ai terzi che con lui sono venuti in contatto. Paradossalmente l'esercizio del diritto di difesa trasforma il difensore in depositario di "segreti" del tutto estranei al suo ruolo processuale.
Ma non è questo l'unico paradosso degli inestricabili rapporti tra raccolta delle prove mediante il trojan e diritto di difesa. Anche il pubblico ministero viene potenzialmente messo a conoscenza di conversazioni che non dovrebbe conoscere, cioè quelle tra l'imputato e il suo difensore, che vanno a finire nel gran calderone di tutto ciò che è stato acquisito attraverso le intercettazioni e viene poi depositato al difensore e al pubblico ministero che in un'apposita udienza chiederanno al giudice di acquisire agli atti del processo gli elementi ritenuti rilevanti. Certo, la legge prevede il divieto di utilizzare a fini processuali le registrazioni dei colloqui tra l'imputato e il suo difensore, ma intanto anche il pubblico ministero deontologicamente più corretto ha ascoltato quelle conversazioni o ne ha letto la trascrizione e sia pure inconsapevolmente ne terrà conto.
In sede di conversione il recente decreto legge potrebbe da un lato essere integrato dalla previsione di sanzioni anche penali per chi a qualsiasi titolo divulga il contenuto di intercettazioni ritenute irrilevanti o attinenti a fatti e vicende private dell'imputato; dall'altro si dovrebbe prevedere che prima del deposito al difensore e al pubblico ministero il giudice stralci in via preliminare le intercettazioni relative agli eventuali colloqui tra l'imputato e il difensore, in modo che questo materiale rimanga in maniera assoluta al di fuori del procedimento penale e venga così sottratto alla conoscenza del pubblico ministero.
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