di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 19 gennaio 2020
Via alla conferenza: "Evitare un'altra Siria". Bozza in 6 punti per la pace: tregua e nuovo governo unico. Giù le carte. Che poi sono i mercenari, le armi, il petrolio. L'instabilità, la paura, il caos. Oggi alle 14, il mondo si ricorda finalmente della Libia e a Berlino si radunano i grandi per spegnere le troppe scintille d'una guerra che sta incendiando un'intera regione e per "evitare che davanti alle porte di casa nostra esploda una nuova Siria" (parole del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas).
Si scommette pesante e i giocatori arrivano, ciascuno, coi carichi che ha: il generale cirenaico Khalifa Haftar, coi consiglieri militari di Mosca e la decisione last minute di chiudere i pozzi di petrolio, bloccando le esportazioni; il presidente tripolino Fayez Sarraj, col nuovo alleato turco che lo sta rifornendo di mercenari siriani e contraerea made in Usa; tutti gli altri, con la speranza di contare di più (Russia e Turchia) o di rischiare di meno (Europa e Usa).
Lo scenario di colpo si fa nero. Come il petrolio. E la carta migliore se la gioca Haftar poche ore prima della conferenza internazionale: causa "forza maggiore" - ovvero combattimenti che durano da anni e per la verità non hanno mai toccato davvero i pozzi - il generale rompe il tabù della Risorsa Nazionale, quella che ha evitato il collasso alla Libia del dopo-Gheddafi e ha finanziato finora tutte le milizie, bloccando l'export dagli impianti centrali e orientali di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Sidra e Zueitina. Una perdita secca di 800 mila barili al giorno (su 1,3 milioni), quasi due miliardi di dollari al mese, con l'accusa alla National Oil Company (Noc) - che sta a Tripoli e che Haftar voleva già in passato decentrare a Tobruk - d'usare il greggio "per sostenere le milizie siriane e turche" giunte in sostegno al governo Sarraj. "È come dare fuoco alla casa di tutti", avverte la Noc: "Petrolio e gas sono la nostra linfa vitale". Le "conseguenze saranno devastanti", teme l'Onu. Il generale dà la colpa alle tribù locali, ma è evidente che le guardie della Mezzaluna petrolifera dipendono da lui: oggi, in cambio d'uno sblocco che tranquillizzi i mercati, chiederà il ritiro dei turchi e una nuova, più favorevole road map.
Che Libia sarà? La tregua imposta a Mosca da Putin ed Erdogan regge dal 12 gennaio, piccole violazioni a parte. Si tratta di capire se da Berlino - tra Johnson e Merkel, Macron e Putin, Erdogan e Al Sisi, con Trump che riscopre il dossier nordafricano e invia Mike Pompeo - possa uscire una specie di pace. L'assedio di Tripoli dura da aprile. I siriani filoturchi, circa duemila, pagati 2mila dollari al mese e con la promessa d'un passaporto di Ankara fra sei mesi, sono pronti allo scontro con gli haftariani. All'ultimo minuto alla conferenza si presenta anche Sarraj, riluttante, per le voci che da giorni lo danno come la vittima designata e arrabbiato per l'esclusione dalla lista degli invitati di Tunisia e Qatar, suoi sponsor.
Non si sa se il tripolino e Haftar siederanno allo stesso tavolo. Si sa che bozza di documento, in sei punti, verrà loro sottoposta: cessate il fuoco, embargo delle armi, processo politico d'unità nazionale, riforme economiche, nuovo sistema di sicurezza, diritti umani. La proposta prevede una commissione internazionale Onu di controllo, che s'incontri una volta al mese in Libia o a Tunisi, più gruppi speciali di lavoro bisettimanali che rivedano i poteri di polizia e milizie, risistemino i centri di raccolta dei migranti, trasferiscano gli armamenti pesanti, ricostruiscano il Paese. Condizione necessaria, che ci siano "passi credibili, verificabili, in successione e reciproci". Il punto chiave sarà la forza militare che faccia rispettare tutto questo: truppe europee, dell'Unione africana, dell'Onu? O niente del tutto?
di Angelo Ferracuti
Corriere della Sera, 19 gennaio 2020
C'è una casa di riposo nella capitale tedesca, ospita alcolisti senzatetto, dirottati dalla vita. Qui possono continuare a bere, birra e vodka soprattutto, in una situazione protetta. Li abbiamo incontrati.
C'è un piromane nella Wohnheim, la casa protetta di via Nostizstrasse 6/7 di Berlino, ma nessuno sa chi sia. Provoca piccoli incendi, soprattutto di notte, sempre e solo al primo piano, quando gli altri ospiti dormono i loro sonni agitati. È in quel momento che l'incendiario infido entra in azione nella casa per senzatetto e alcolisti della Chiesa evangelica, qui a Kreuzberg, un quartiere con un'anima popolare, patria degli squatter che occupano le case e dei punk, al confine con la città dell'Est, con una forte presenza della comunità turca. Su lunghe vie ordinate si affacciano palazzi squadrati e ristoranti etnici; a pochi passi, una pompa di benzina, un locale per scambisti sull'altro lato della strada e, accanto, la rivendita di bibite dove molti di loro vanno a rifornirsi di alcol, soprattutto birra a buon mercato, piromane compreso.
Nell'edificio vivono 46 persone, tutti uomini, tra i quaranta e gli ottant'anni, in piccoli appartamenti con dentro tutti i loro ricordi, le rare fotografie e i pochi abiti, le scarpe che possiedono, quello che sono riusciti a salvare dal loro naufragio, quando si sono persi.
Il mattino, quando varco la soglia dello stabile, alcuni ospiti siedono davanti ai tavolini dell'ingresso. Già alle otto è consentito bere, ma solo vino e birra, i superalcolici, quelli si possono consumare solo in camera: questa è la regola. Altri fisicamente più rovinati si trascinano sfibrati nei carrelli e nelle carrozzine, o stanno nel refettorio, seduti chini a bere intorno ai tavolinetti, gli occhi lucidi, i capelli arruffati, unti, le facce intorpidite e le labbra gonfie, le bocche con pochi denti ingialliti, e fumano, fumano di continuo sigarette puzzolenti spesso rollate a mano, che intanfano le stanze, penetrano negli intonaci, un odoraccio che t'insegue ovunque quando sali ai piani.
Sono i "santi bevitori" di Berlino, tutti con storie di disperazione e violenza alle spalle, problemi con la giustizia, alcolisti cronici con fallimenti matrimoniali, gente finita in strada per via dei debiti o dopo aver perso il lavoro. Non tutti salutano, o danno confidenza, certi passano come fantasmi silenziosi in quel luogo di transito, tra la solitudine angosciosa dei loro appartamenti - dove hanno trovato asilo dopo anni di vagabondaggio - e questo ingresso e la via circostante. Tra di loro, seduto su un tavolino all'angolo, c'è Karsten, un testone rasato, il pizzetto biondo rado e la pancia grossa, che fino a due anni fa viveva ancora nomade. Indossa una maglietta logora di colore bordò. Tiene tra le dita ingiallite dalla nicotina una sigaretta che aspira di continuo. Ha le braccia robuste, segnate dalle cicatrici della vecchia vita randagia, affollate di tatuaggi sbiaditi. È un senzatetto che ha vissuto per sei anni e mezzo in strada nella parte orientale, nel Brandeburgo e a Marzahn, non ha più contatti con la sua famiglia, tutti giostrai, "famiglia tabù" bofonchia con disprezzo, strofinando le froge del naso, emettendo un verso sgraziato, "cancellata", aggiunge mentre sorseggia la sua birra. Prima di diventare un barbone è stato in carcere quattordici anni, forse ha commesso un omicidio, ma non vuole parlarne, "il ricordo no - dice confuso - tutti possono finire per strada: prima perdi il lavoro, poi la casa, arriva la depressione, cominci a bere forte...", confessa senza finire di pronunciare la frase. Neanche dei tatuaggi vuole dire niente, non ricorda nulla di quei segni che porta sulla pelle, poi all'improvviso alza la maglietta con entrambe le mani, mi fa vedere al centro del petto il volto di una donna dai capelli lunghi, dice che si è lasciato tatuare in galera per noia. Chi è quella donna misteriosa? Mi guarda senza rispondere, mentre comincia a scolare una nuova birra. Ne ha altre due tatuate, di femmine, lo stesso volto sugli avambracci, destro e sinistro, "sempre la stessa", ammette con un sorriso sbiadito.
Beve molta birra, da adesso fino a quando, stordito, se ne andrà a dormire nella celletta di dieci metri quadrati, che non ha voglia di farmi vedere. Quella che sta bevendo è birra molto economica, ha come marchio un leone, "è prodotta a Frankfurt, nella Germania dell'Est", ne fa fuori sei o sette al giorno; invece una volta, negli anni ruggenti della strada, dice vantandosi, "scolavo anche quattro o cinque bottiglie di vodka al giorno". Mentre continuiamo a discorrere, all'improvviso comincia a tossire forte ripetutamente, senza riprendere fiato, poi dopo un conato inizia a colargli dalla bocca un liquido giallastro, che non riesce a bloccare e cade sulla superficie del tavolino, subito dopo gli scivola addosso, macchiando i pantaloni. Continua a tossire, non smette più.
Del piromane non vuole parlare nessuno, ma sopra la porta del bagno al primo piano sul muro ci sono ancora tracce di fumo; qui sono arrivati diverse volte i pompieri, la struttura è stata temporaneamente evacuata. Certo di tipi strani ne girano parecchi qua dentro, come Oki, il punk anarchico di quarant'anni che odia la polizia ed è stato al fresco per piccoli furti e storie di violenza, o Werner, un cinquantenne magrissimo, la testa piccola e la pelle del viso rubizza che non mangia, ma beve tosto da trenta, con il quale non sono riuscito a parlare perché già alle dieci di mattina aveva alzato troppo il gomito, e non era di buon umore, "un'altra volta", mi ha detto mesto. Oppure Gerhard, un anziano con pochi capelli argentati che gira a torso nudo sulla sedia a rotelle trascinata da un nero taciturno che sta spesso seduto all'ingresso. Lui preferisce trangugiare Korn, una bevanda tedesca che somiglia alla vodka prodotta da un fermentato di semi di cereali, alcol puro di pessima qualità che può essere utilizzato anche come disinfettante per uso domestico.
All'ultimo piano, in una stanza luminosissima con una finestra panoramica che dà sul quartiere, il soffitto con tutti i suoi disegni di simboli di cavalieri medievali, vive da tredici anni beato insieme alle sue chitarre e ai mandolini Ernst Siegfried, soprannominato Eisbär, orso polare, boy scout e hippy, un ottantenne anche lui magrissimo dal viso esangue e gli occhi celesti, malato di cancro, in testa un cappello di raso rosso, che fa parte di un gruppo che in Germania chiamano dei Wandervogel, uccelli che vagano. Si incontrano sotto un ponte, qui a Berlino, suonano, bevono e parlano di viaggi che hanno fatto o che faranno on the road. Sulla porta d'ingresso, al numero 401, c'è scritto il suo motto, carpe diem.
Sangho, l'infermiera tibetana dai capelli nerissimi che sta nella guardiola di fronte alla direzione, mi spiega che bevono tutti e la maggior parte di loro "sono alcolizzati con forme di epatite cronica, ulcere, molti soffrono di depressione, demenza, con vuoti di memoria provocati dall'alcol". Alcuni hanno disturbi della personalità, secondo lei raccontano storie alle quali non bisogna credere, mischiando cose della vita vissuta con quelle che gli sono state raccontate da altri o hanno visto nei film. Una patologia grave è la Sindrome di Korsakov, dovuta all'alcolismo e alla malnutrizione, che provoca amnesie, cambi della personalità, allucinazioni. Alcuni bevono sempre le stesse quantità di alcol, altri lo fanno periodicamente, chi fa uso di superalcolici non riesce a sopportare tutto quel bere ogni giorno.
di Roberto Zichittella
Famiglia Cristiana, 18 gennaio 2020
Mauro Palma, Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale, anticipa alcuni dei temi che affronterà in aprile nella relazione al Parlamento. Riflessioni di inizio anno da parte di Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La relazione al Parlamento è fissata per il 17 aprile, ma Palma sente l'urgenza di fare il punto sulle carceri italiane, in particolare sulle situazioni di vulnerabilità all' interno degli istituti di pena.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
Conferenza stampa del collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà. "In carcere tanto non ci va più nessuno", è il luogo comune che spesso si sente evocare quasi come un mantra tra la gente. E ciò diventa più problematico quando questo pensiero proviene dall'alto, da una parte di élite intellettuale come taluni professori universitari e autorevoli magistrati. Ospiti di alcuni giornali, quest'ultimi sottolineano soprattutto che se una persona non prende almeno 10 anni di carcere, dentro non ci va.
di Luca Liverani
Avvenire, 18 gennaio 2020
Negli istituti quasi il 30% in più dei posti disponibili. Quasi 10 mila in attesa di primo giudizio. Picco di suicidi nel 2019: 53 tra i detenuti e 9 tra gli agenti. Da inizio anno già 41 aggressioni. Allarme dal pianeta carcere. Sovraffollamento, aggressioni, suicidi - anche tra gli agenti - e carenza nelle strutture sanitarie per i detenuti. È l'immagine delle carceri italiane dipinta oggi dal Garante dei detenuti, Mauro Palma, in un incontro sulle "vulnerabilità in carcere". Un'anticipazione in vista della presentazione del nuovo rapporto, sui dati del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, in programma il 17 aprile in Senato.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
I magistrati contro la proposta del ministro Bonafede. Tutte le correnti compatte: "la lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati".
Prima di "minacciare ipotesi di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati qualora i tempi imposti per legge non vengano rispettati", il governo dovrebbe varare un serio piano di investimenti nel settore della giustizia.
È stato sufficiente che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ventilasse la possibilità di "sanzionare" i magistrati che sforino i tempi di fase del dibattimento, previsti nella riforma del "processo breve", per ricompattare le correnti dell'Anm. Da Area a Magistratura indipendente, il gruppo moderato delle toghe, è un coro unanime di critiche.
"La lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati; all'opposto, nel quadro normativo attuale, deve a loro essere riconosciuto il merito della residua, per quanto insufficiente, funzionalità della giustizia penale. Al fine di renderla più rapida sono necessarie risorse umane e materiali ben maggiori di quelle attuali e di quelle che il ministro Buonafede ha in animo di integrare". Scrive in una nota il ordinamento di Area.
"La magistratura italiana rappresenta un esempio di produttività nel panorama comparato dei sistemi giudiziari europei e non accetta di diventare, in ragione di una mediazione politica". La replica della segreteria nazionale di Mi.
Per far "digerire" alle altre componenti della maggioranza lo stop della prescrizione, Bonafede ha giocato la carta delle sanzioni alle toghe "lumaca". Solo prevedendo delle "pene" per i ritardatari sarebbe possibile evitare che i fascicoli restino per anni negli armadi, il ragionamento dalle parti di via Arenula. Ma, come si è visto, le toghe hanno già fatto capire che sarà alquanto improbabile che una simile riforma veda la luce. Da dove partire, allora? La risposta la forniscono sempre le toghe: Sono necessarie riforme strutturali del codice processuale".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 18 gennaio 2020
La commissione Giustizia della Camera ha condannato la prescrizione, ma il provvedimento torna in aula per una votazione plenaria il 27 gennaio. Ancora a caldo rispetto all'esito delle regionali, con qualche speranza che l'emorragia del M5s e le riflessioni in casa Dem possano cambiare gli equilibri. Questo il wishful thinking che circolava ieri al convegno garantista "L'omicidio della ragionevole durata del processo".
In omaggio alla canzone di Gino Paoli, ieri Forza Italia ha riunito un panel di esperti per denunciare "la drammatica controriforma" del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Una battaglia che Forza Italia intende giocare sino alla fine, a sostegno della proposta di legge promossa da Enrico Costa, bocciata ieri in Commissione: "Ieri - attacca la capogruppo azzurra alla Camera, Mariastella Gelmini - abbiamo perso ma è solo il primo tempo, certamente non tutta la partita che non è assolutamente finita: faremo di tutto in vista del 27 quando la legge Costa arriva in Aula. Ora speriamo che non passi questo grave vulnus alla nostra civiltà giuridica".
Durissima anche la capogruppo azzurra al Senato, Anna Maria Bernini, secondo cui questa riforma è "un atto di inciviltà giuridica da parte di due avvocati, Conte e Bonafede. Aderire a questa riforma - aggiunge - vuol dire sposare in pieno la filosofia di Davigo, massimo esponente di questo giacobinismo arrembante, il quale continua a ripetere che nel processo la difesa ha fin troppe garanzie". A provare a fermare la riforma Bonafede è stato il deputato Enrico Costa, la cui Pdl è stata affossata due giorni fa in commissione Giustizia.
È lui, al convegno, a parlare di un "Pd imbarazzatissimo, ha parlato di "ergastolo processuale", di "fine pena mai", di "incostituzionalità", ma poi si sono rimangiati tutto sulla base del lodo Conte, che significa distinguere i condannati in primo grado dagli assolti in primo grado, una palese violazione della Costituzione. Il 48 % delle sentenze di primo grado sono appellate, in tutto o in parte. Significa che l'appello è una fase di controllo fondamentale, ma loro l'appello vogliono cancellarlo".
Gli fa eco il senatore della Lega Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, che non si tira indietro: "Insieme collaboreremo a stendere delle proposte di legge che consentano di evitare processi infiniti e garantiscano il diritto alla difesa degli italiani". La parola passa alla difesa, il battagliero avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali. "Saremo in piazza davanti a Montecitorio con tutti gli avvocati, il giorno del voto", annuncia. Il timore è che la mannaia dei giacobini non si fermi qui. "Adesso aboliranno anche l'appello", paventa Caiazza. "Perché la competenza tecnica di chi spiega il valore della prescrizione non conta più nulla. Interessa solo dare la sensazione di una lotta contro i poteri forti, mentre sono 120.000 i processi in Italia interessati ogni anno dalla prescrizione".
Presenti all'iniziativa anche Francesco Paolo Sisto, capogruppo azzurro in commissione Affari Costituzionali, Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, il senatore di Forza Italia Niccolò Ghedini, Edoardo Bianchi, vicepresidente Ance, Marcella Panucci, direttore generale Confindustria, Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale. Il premier Conte da Algeri fa sapere: "Offriremo a tutte le forze politiche quindi anche a Italia Viva una riforma complessiva".
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 18 gennaio 2020
A Roma, nei giorni scorsi, l'incontro tra il ministro della Giustizia Bonafede e l'Ispettore generale dei cappellani, don Grimaldi. Al centro del colloquio le condizioni di chi vive in carcere, tema da sempre trattato ne "I Cellanti", trasmissione di Radio Vaticana. L'esperienza dell'associazione "Sulleregole" e la storia di Pietro.
"Solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza, si può aiutare chi è privato momentaneamente della libertà personale, ad un vero recupero della persona": così don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il colloquio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede nella sede dell'Ispettorato in via delle Mantellate a Roma. "Gli istituti di pena, che per molti vengono intesi solo come luoghi di emarginazione e luoghi per custodire la sicurezza della società, possono divenire - afferma don Grimaldi - una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a far nascere e ad interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone".
Non chiudere tra le sbarre la speranza - Accoglienza, recupero, mai puntare il dito contro chi ha sbagliato ma spalancare il cuore offrendo amore e misericordia: sono queste le strade per una vera trasformazione della persona, secondo don Raffaele.
Per il ministro Bonafede è molto importante il ruolo dei cappellani nel percorso di rieducazione perché svolgono un lavoro che è nell'interesse della collettività. Attraverso di loro, infatti, i detenuti scoprono la possibilità di cambiare, imparano la legalità "non come dovere ma come amore per le regole e come segno di rispetto nei confronti degli altri".
Colombo: insegnare ai detenuti il rispetto delle regole - Volto noto dell'inchiesta "Mani Pulite" che portò alla luce il giro di tangenti nella politica e nell'imprenditoria, il magistrato Gherardo Colombo ha fondato nel 2010 l'Associazione "Sulleregole", che si dedica alla riflessione pubblica sulla giustizia e nell'educazione alla legalità. Ogni anno incontra circa 250 mila studenti in tutta Italia e proprio per tale attività ha ricevuto il Premio nazionale "Cultura della Pace 2008". "È molto importante con i detenuti - spiega Colombo - avere una relazione nella quale ci si riconosce reciprocamente. La prima cosa è far vedere che le regole si possono rispettare e il rispetto delle regole è vantaggioso soprattutto in carcere. È un passaggio fondamentale".
"La mia visione del carcere è cambiata" - Nel racconto Gherardo Colombo ripercorre la sua esperienza con i detenuti. "Un conto - sottolinea - è vedere un carcere e un conto è riconoscere le persone che ci sono dentro". L'ex magistrato ricorda di aver sempre messo in primo piano la dignità degli imputati e le loro garanzie soprattutto quando subivano un trattamento pesante come la prigione. "Ad oggi - racconta - non sono riuscito a dare una risposta a tanti interrogativi che mi hanno accompagnato in questi anni. Io non riesco a trovare il principio per cui si toglie un padre al proprio figlio piccolo, spedendolo in prigione, perché ha commesso una rapina. Dov'è il principio che rende giusto il fatto di togliere il padre al bambino? Ho vissuto sempre con questi interrogativi, pur tenendo conto delle esigenze di sicurezza per i cittadini ed il rispetto delle vittime. Ho fatto però un percorso che ha compreso letture e persone e attraverso questo devo dire che la mia ottica è cambiata veramente tanto. Adesso penso che il carcere non solo sia inutile ma anche dannoso".
La storia di Pietro: bisogna solo guardare avanti - Consigliere di Confcooperative Roma, imprenditore nel campo della movimentazione delle merci nel porto di Gioia Tauro poi l'accusa di associazione mafiosa, l'arresto e la condanna a 11 anni di reclusione. È la storia di Pietro D'Ardes che dal carcere però rinasce a nuova vita. "Ero un imprenditore a livello europeo, sono rimasto coinvolto in una vicenda giudiziaria che ha comportato sequestri, confische e condanne. In carcere ho condiviso momenti con persone che mai avrei pensato di frequentare - racconta Pietro - e mai avrei pensato di vivere l'esperienza del carcere di massima sicurezza".
Ma lì tra le sbarre, Pietro pensa al suo futuro e non si arrende. "Mi sono messo a studiare, mi sono iscritto a Giurisprudenza e in tre anni e mezzo sono riuscito a conseguire il titolo accademico, dando un senso a questo mio percorso. Quando poi sono uscito dal carcere, con qualche risparmio che mi aveva lasciato mia madre, ho messo su uno studio legale ed ho iniziato il praticantato. Ho intenzione di fare l'avvocato. Oggi - spiega - non sono più l'imprenditore di un tempo quando mi sentivo come un capitano di vascello o un generale, oggi voglio continuare il percorso iniziato dentro il carcere ma che ha preso il via con la condanna e sta continuando fuori di lì fino, possiamo dire così, alla guarigione. Di fatto il condannato, per me, è come un malato che si deve curare e deve fare una convalescenza".
Nel carcere si vede la vita che non si può più toccare - Pietro non nasconde i momenti difficili vissuti in prigione. "Ho assistito anche a dei suicidi, sono stati anni molto duri, ci sono stati dei momenti di grande sconforto, di desolazione e devastazione. Il carcere è una delle prove più forti che ci siano, per me, è una prova più dura anche della malattia. Mentre un malato è rassegnato, in carcere una persona è sempre vigile con la mente, però si trova in un mondo parallelo. È dentro le mura di un istituto penitenziario ma fuori - sottolinea Pietro - la vita continua ed è come se vedesse quella vita che non può più toccare. In quel momento è come parcheggiato". "Una persona che è stata in carcere - insiste - porterà sempre quella cicatrice, ma è necessario trasformarla in qualcosa di positivo, per dare una testimonianza, aiutare gli altri e far capire che comunque nella vita non si può tornare indietro. Il carcere va vissuto in una certa maniera con dignità. Bisogna sapere accettare, rispettare le persone che fanno parte dell'istituto penitenziario, scontare la propria pena e in questo frangente capire gli errori. Io personalmente - conclude Pietro - ho deciso di studiare la giurisprudenza per il mio futuro ma anche per capire il perché della mia condanna e quindi ho voluto andare a fondo perché si può solo andare avanti e non si può più tornare indietro".
di Claudia Osmetti
Libero, 18 gennaio 2020
Tanti di loro, una volta scontata la pena, preferirebbero restare dentro perché non hanno nessuno e non sanno dove andare. L'allarme lanciato dal garante dei detenuti di Roma.
"Fatemi morire qui, non so dove andare". Se fossimo in un Paese civile, quando la garante dei detenuti di Roma si è trovata davanti a una richiesta simile, arrivata sulla sua scrivania in una busta proveniente dal carcere di Rebibbia, con tanto di appello e firma di un carcerato di 75 anni, ecco, se fossimo in un Paese civile, con quell'istanza in mano la garante dei detenuti di Roma avrebbe strabuzzato gli occhi. Sarebbe rimasta sconcertata, forse persino disorientata.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 18 gennaio 2020
In Italia meno reati e più carcerati. Indovinate perché. 10mila persone sono in prigione in attesa di giudizio. 23mila sono in prigione per scontare pene di uno o due anni: potrebbero uscire, a norma di legge, ma restano in cella










