di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2020
Non si occuperà solo di migranti. In arrivo droni e aerei. Sophia's Choice. Alla fine la scelta di Sophia è l'unica, vera proposta sulla Libia uscita dalla conferenza di tregua di Berlino. "Rianimeremo" la missione navale, dicono gli europei. Proprio lei: l'invisa Operazione Sophia, varata nel 2015 e poi "distrutta e abbandonata sotto il signor Salvini" (parole del ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn), quella che nella sua "comprensione basica l'opinione pubblica italiana collega solo al salvataggio dei migranti" (citazione di Josep Borrell, responsabile Esteri Ue) e invece da febbraio sarà riformulata.
"Ci concentreremo soprattutto sul traffico d'armi", dice Borrell. Perché la Pax Libica comincia da lì, ripete da mesi l'inviato dell'Onu, Ghassam Salamé. E la risoluzione Onu 1970/2011, sull'embargo alle forniture belliche, non è mai stata rispettata da nessuno. D'ora in poi serviranno invece controlli satellitari, più aerei, nuovi droni: "Le armi non arrivano in Libia solo via mare, ma anche da cielo e terra. La maggior parte entra dopo lunghe traversate nel deserto".
Il problema migranti resta sullo sfondo, nei 55 punti sottoscritti a Berlino, ma non troppo. Di missione Ue, di peacekeeping o di caschi blu - sono tutti d'accordo -, è prematuro parlare. Di Maio s'affretta a spiegare che Sophia tornerà solo per bloccare le armi, non per salvare barconi. Il cirenaico Haftar entra nella questione avvertendo che 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi, spediti da Erdogan a sostenere il nemico tripolino Serraj, si sono già spostati in Italia: finti migranti, in realtà puri jihadisti. Ankara, rispondendo di non voler mediazioni Ue in Libia, è dura: "E i 2.500 russi? E i 5 mila sudanesi? E i nigerini, i ciadiani, i mercenari arrivati in Libia? Sappiamo quali giochi si facciano con la pretesa di combattere il terrorismo".
L'alba del lunedì, a Tripoli, non è stata molto diversa da quelle della scorsa settimana. Il cessate il fuoco celebrato davanti a venti Grandi in Germania ("tecnicamente è solo una tregua", spiegano gli sherpa: i due combattenti non hanno firmato nulla) sarà sorvegliato da una commissione 5+5 di militari delle due parti. Ma è di fatto un continuate-pure-a-sparacchiarvi: gli scontri di domenica sera fan domandare se e quanto la pausa durerà. La Mezzaluna libica ha approfittato del silenzio dei cannoni per recuperare sei cadaveri, comprese una donna incinta e una quattordicenne, che da giorni giacevano nelle strade di Sidra. "Abbiamo un ottimismo solo cauto - avverte Serraj - perché Haftar non rispetta gli impegni". "A Berlino - confermano un po' irritati gli amici russi del feldmaresciallo - Haftar s'è comportato in modo strano e se n'è andato senza avvertire nessuno, dopo avere spento il cellulare ed essersi reso irraggiungibile". Non c'entrano solo le condizioni di salute, forse un peso l'hanno avuto certe pressioni saudite teleguidate dagli Usa: anche l'incontro del generalissimo con Putin, fissato a Mosca in settimana, è stato improvvisamente rinviato. Haftar s'è giocato la carta del petrolio, bloccando le esportazioni, e ieri i mercati sono saliti - non schizzati - a 66 dollari il barile. Qualche problema ce l'ha Eni in un suo giacimento. L'obiettivo del generale è disossare la spina dorsale libica, la National Oil Company, e succhiarne il ricco midollo. Una scommessa pericolosa: "Se passiamo da un 1,3 milioni a 70 mila barili - dicono i signori dei pozzi - sarà la catastrofe finale".
La Regione, 21 gennaio 2020
Una pena da scontare in carcere non impedisce la recidiva: chi ha effettuato un breve passaggio dietro le sbarre ha un rischio due volte e mezzo più elevato di essere nuovamente condannato rispetto alle persone colpite da pene con la condizionale. Su 38.121 condannati con pene sospese nel 2018, solo il 13% è ricaduto nel crimine nei tre anni successivi, si evince dai dati pubblicati ieri dall'Ufficio federale di statistica. Fra le 7.565 persone incarcerate, la quota sale al 36 per cento. Il rischio di recidiva diminuisce in ogni caso col tempo: la maggioranza ci ricasca l'anno successivo alla condanna, con il 37% di episodi nei primi sei mesi e il 22% dopo 12 mesi. Dopo tre anni si arriva al 6%. Solamente il 13% delle persone al primo delitto infrange di nuovo la legge, sottolinea l'Ust. Secondo l'Ust, si può affermare che il rischio di recidiva è più elevato fra le persone condannate al carcere rispetto a quelle che vengono colpite da condanne alternative (condizionale, lavori di interesse pubblico, pene pecuniarie).
di Francesca Speri
meltingpot.org, 21 gennaio 2020
Il 6 gennaio un uomo iraniano di 31 anni è stato trovato morto impiccato in una cella del PRO.KE.K.A., il Centro di Detenzione Pre-respingimento all'interno del campo di Moria sull'isola di Lesvos. Secondo quanto raccontano molti di coloro che hanno convissuto la detenzione con lui, la polizia era perfettamente a conoscenza della grave situazione riguardo alla salute mentale dell'uomo, ma, nonostante ciò, è stato lasciato in isolamento per le due settimane antecedenti alla sua morte.
Il PRO.KE.KA è la prigione dove sono detenuti tutti gli "indesiderati" dall'Unione Europea e dallo Stato Greco. La maggior parte sono persone arrestate immediatamente in seguito al proprio arrivo dalla Turchia, detenute fin da subito in base alla loro nazionalità. Altri sono internati in quanto considerati "minacce alla sicurezza pubblica", ma vengono detenuti senza aver ricevuto condanne o processi; altri ancora sono migranti a cui sono state rifiutate le richieste d'asilo, ma che sono state giudicate da un sistema che mira ad escludere i migranti dall'UE ed a mantenere una popolazione priva di documenti e conseguenzialmente sfruttabile sotto minaccia di rimpatrio..
Questa politica di punizione collettiva è comunemente replicata nei tribunali e dai media che criminalizzano i migranti e li definiscono come aventi un "insufficiente profilo da rifugiati", ossia non eleggibili allo status di profugo, prima ancora di aver analizzato le richieste ed i casi delle singole persone. Questo concetto di "profilo insufficiente" è implementato nei PRO.KE.K.A. di Lesvos e Kos: coloro che arrivano da paesi per cui viene stimato un basso coefficiente di crisi, per cui non viene riconosciuta interamente la protezione internazionale, vengono detenuti appena sbarcati dalla Turchia; questo in particolare avviene per le persone provenienti dai paesi africani. Gli uomini che arrivano da tali paesi senza famiglia vengono arrestati appena giunti su suolo greco e vengono detenuti fino a tre mesi, prolungabili fino a 18 con la nuova legge sull'asilo appena varata.
PRO.KE.KA opera con poco controllo e quasi completa incuranza delle necessità. Le persone detenute hanno poche possibilità di accedere a forme di supporto legale, medico o psicologico. I migranti sono detenuti in celle iper-affollate per 22 ore al giorno. Dalle testimonianze dei detenuti gli abusi fisici e psicologici da parte della polizia e dei carcerieri rasenta la quotidianità. Molti detenuti hanno raccontato di aver subito i seguenti abusi: le persone vengono svegliate di notte con forti rumori e luci puntate addosso nei momenti più svariati, per diletto dei carcerieri; sono costretti a passare due ore al giorno all'esterno, anche in periodo invernale o con le condizioni meteorologiche più avverse. Recentemente molte testimonianze raccontano di detenuti portati negli angoli ciechi di telecamere e sorveglianza per essere pestati dalla polizia mentre si trovano ammanettati ed inermi.
Ai detenuti è concesso di utilizzare i propri cellulari solamente nei fine settimana, così che restino isolati durante la maggior parte del tempo dalle proprie famiglie e dalle reti di supporto, rendendo così quasi impossibile richiedere l'intervento del supporto legale. Le visite di amici e famigliari vengono spesso proibite e, per questo motivo, diventa impossibile denunciare gli abusi subiti.
Molti internati inoltre denunciano il timore di ritorsioni da parte della polizia ogni volta che cercano un contatto all'esterno ed ammettono di non fidarsi degli enti governativi e delle organizzazioni ufficiali in quanto riscontrano come nonostante tutti i tentativi di segnalazione a queste gli abusi siano continuati sotto gli occhi di tutti.
Quasi nessun bisogno primario viene soddisfatto, i detenuti non hanno vestiti adeguati alle stagioni più rigide e viene loro data un unica coperta che durante l'inverno è completamente inadeguata alle temperature più fredde. Senza la presenza degli interpreti i detenuti hanno pochi modi di comunicare con i propri carcerieri e per ciò molti di loro sono all'oscuro delle cause della propria situazione di detenzione o per quanto tempo si protrarrà. Il cibo è scarso ed inadeguato e moli di loro soffrono la fame o hanno problemi di salute dati dal cibo malsano; a volte viene servito un unico pasto al giorno ed è proibito ricevere cibo dalle persone in visita. All'interno della prigione non viene fornito sapone o dentifricio e sono spesso scoppiate numerose epidemie di scabbia tra i detenuti.
Le richieste di asilo dei detenuti nei campi PRO.KE.K.A. sono sistematicamente velocizzate e la loro intervista per la richiesta d'asilo viene fissata a pochi giorni dopo il loro arrivo; inoltre, l'accesso al supporto legale è fortemente contrastato, viene spesso negato nonostante ne debba essere garantito il diritto; internati nel campo i migranti trovano grandissime difficoltà nel raccogliere prove a favore del loro status di richiedenti al sistema di asilo.
La detenzione illegale di minori è pratica comune in quanto l'Agenzia Europea dei Confini FRONTEX registra sistematicamente i minori come adulti. Anche coloro che sono reduci da torture e ne portino i vistosi marchi sul proprio corpo sono detenuti nonostante l'obbligo di controllare ogni situazione che denoti vulnerabilità di ogni singola persona. Alle persone che soffrono di patologie mediche o psicologiche viene regolarmente impedito l'accesso alle cure sanitarie ed ai medicinali, anche quando provvisti di prescrizione medica e ne fossero in possesso durante il loro arrivo.
Quando richiedono di venir visitati da un medico o da uno psicologo polizia ed AEMY (un'istituzione privata totalmente in mano al Ministero della Salute greco) scaricano la responsabilità l'uno sull'altro e spesso queste persone non vengono mai curate. L'autolesionismo è all'ordine del giorno nei campi PRO.KE.K.A.; a volte persone gravemente malate sono state detenute e successivamente deportate in Turchia da polizia e FRONTEX, fatti di cui l'UNHCR non è certo all'oscuro.
Qui nel campo di Moria l'uomo morto il 6 gennaio è stato imprigionato a dicembre 2019. Secondo le testimonianze di altri detenuti ha trascorso un breve periodo di tempo con altre persone, prima di essere trasferito in isolamento per circa due settimane. Durante tale periodo d'isolamento era continuamente da solo, anche durante le ore d'aria che erano state sistematicamente organizzate in orari diversi da quelli degli altri detenuti.
Per vari giorni è stato rinchiuso nella sua cella senza che potesse uscirne. In quei giorni il cibo gli veniva consegnato attraverso la finestra della sua cella e la sua condizione di disagio mentale era evidente a tutti gli altri detenuti ed alla polizia. L'uomo si abbandonava spesso a crisi di pianto durante le notti ed era solito battere sulla porta della sua cella chiedendo di uscire; aveva precedentemente minacciato atti di autolesionismo e gli altri detenuti raccontano di non aver mai visto nessuno fargli visita, né l'avevano mai visto uscire per ricevere valutazioni mediche o psichiatriche. L'assistenza sanitaria nella prigione è gestita dall'AEMY che legalmente è in mano allo stato greco ed il suo team medico consiste in uno psicologo ed un assistente sociale. Tuttavia, l'assistente sociale si è licenziato nell'aprile del 2019 e non è mai stato sostituito; lo psicologo invece era in ferie, sempre senza sostituzione, dal 19 dicembre al 3 gennaio. L'uomo è stato trovato morto il 6 gennaio e quindi ci sarebbero stati solamente due giorni in cui l'AEMY avrebbe potuto assisterlo nelle sue ultime tre settimane di vita, ossia quando avrebbe avuto bisogno dell'aiuto psicologico che non si è visto garantire.
Questa situazione è pericolosamente adeguata in una prigione che al momento contiene un centinaio di persone. Keelpno è l'altra istituzione statale che può compiere degli screening riguardo la salute mentale dei migranti, tuttavia ha pubblicamente dichiarato che non interverrà in assenza del personale AEMY, nemmeno in casi di emergenza, e che in nessun caso ricontrollerà la salute mentale di un migrante già valutato. Se crediamo che questo individuo si sia tolto la vita per scappare dall'inferno del PRO.KE.K.A., allora è stato il risultato delle condizioni di prigionia che spingono la gente alla disperazione e il fallimento delle agenzie statali che sono tenute a garantire l'assistenza psicologica obbligatoria.
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Il Consiglio nazionale forense, riunito in seduta amministrativa, nell'ambito delle proprie prerogative di legge, ha deliberato di proclamare l'anno 2020 l'"Anno dell'avvocato in pericolo nel mondo", riaffermando il proprio impegno nella difesa del libero esercizio della professione di avvocato, e potenziando, anche attraverso la delegazione italiana al Consiglio degli Ordini Forensi d'Europa, iniziative concrete, dagli osservatori internazionali ai processi a carico degli avvocati alle missioni nelle carceri, di concerto con l'Osservatorio Internazionale degli avvocati in pericolo.
La decisione, presa all'unanimità dal plenum del Cnf lo scorso venerdì, è stata determinata dalla situazione in cui, in molti Stati, gli avvocati si trovano, subendo intimidazioni, violenze e ingiuste condanne solo perché "colpevoli" di difendere in autonomia e indipendenza i diritti dei loro assistiti. Il Consiglio nazionale forense rileva, nel testo di delibera, che "è necessario sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica e le istituzioni su tali temi".
La Giornata internazionale dell'avvocato in pericolo, istituita nel 2009 con l'obiettivo di richiamare l'attenzione della società civile e delle istituzioni pubbliche sulle violazioni del diritto alla difesa, si celebra il 24 gennaio e ogni anno evidenzia le situazioni di pericolo nelle varie Nazioni come Iran, Turchia, Filippine, Paesi baschi, Honduras, Cina, Egitto e di nuovo Turchia nel 2019. Il 2020 è dedicato al Pakistan, dove le violenze e le intimidazioni contro gli avvocati sono all'ordine del giorno, da febbraio 2018 sono stati uccisi più di 21 avvocati.
L'obiettivo della Giornata internazionale dell'avvocato in pericolo è di richiamare l'attenzione della società civile e delle autorità pubbliche sulla situazione degli avvocati in un determinato paese, al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle minacce cui sono esposti gli avvocati nell'esercizio della loro professione.
di Riccardo Magi*
Il Riformista, 21 gennaio 2020
Quando domenica notte, intorno alle 22.30, sono entrato nel Cpr di Gradisca d'Isonzo mi ha accolto la polizia in tenuta antisommossa: casco in testa e manganello in pugno. Le urla di alcuni ospiti superavano l'alto muro di recinzione. All'interno della struttura la tensione si poteva tagliare con il coltello, proprio come la nebbia all'esterno. Gli agenti parlavano tra loro di molto sangue in giro dovuto ai tagli che si era provocato qualcuno. Era terminata da poco un'operazione di "bonifica", con gli agenti impegnati a sottrarre il cellulare agli ospiti della "zona verde": la sezione dove era rinchiuso anche Vakhtang Enukidze, georgiano di 38 anni.
Chi si trova in un Cpr non è un detenuto, pertanto ha il diritto di tenere con sé un telefonino, tuttavia la prassi - chissà perché - vuole che venga spaccata la fotocamera degli apparecchi per impedire alle persone di usarli per fare foto o video. Quando, dunque, dopo la morte dell'ospite georgiano si è diffusa la notizia dell'esistenza di un video girato all'interno del centro e poi trapelato all'esterno, si è resa necessaria una bonifica della sezione. Il sequestro dei telefoni, unico contatto con l'esterno per molti ha accresciuto la disperazione.
Le circostanze che il 18 gennaio hanno portato alla morte di Enukidze, trasferito a Gradisca dal Cpr di Bari solo un mese prima, sono tutte da chiarire. In un primo momento le cronache l'hanno ricondotta alle conseguenze di una colluttazione con un altro giovanissimo ospite del centro avvenuta pochi giorni prima, il 14, poi sedata dall'intervento massiccio della polizia. Una versione che in tanti non hanno ritenuto convincente, puntando il dito proprio sull'operato degli agenti.
Così ho accolto l'invito dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione a recarmi a Gradisca per effettuare una visita ispettiva al centro. Non solo gli ospiti della struttura con cui ho parlato domenica notte - quando a bonifica conclusa ho potuto incontrarli - ma anche dipendenti della cooperativa che la gestisce e uno dei poliziotti presenti, hanno escluso che la colluttazione con l'altro recluso potesse aver provocato lesioni tali da causare la morte dell'uomo. Una convinzione che mi è stata ribadita ieri mattina quando, durante una seconda visita, in diversi, nella "zona verde", mi hanno descritto quell'episodio con dovizia di particolari, fornendo tutti la stessa versione.
Il 14 gennaio scorso - hanno raccontato - Vakhtang Enukidze, che in molti descrivono come una persona piuttosto agitata, aveva aggredito e malmenato un giovane uomo di origini marocchine. Ma nella rissa sarebbe stato lui ad avere la meglio sull'altro, fino a che non era intervenuta la polizia: "una decina di agenti" avrebbero placcato il georgiano, "immobilizzato e colpito ripetutamente e poi trascinato via per i piedi".
Dopo un giorno e mezzo, che, secondo le ricostruzioni, avrebbe trascorso in carcere, Vakhtang Enukidze era stato ricondotto nel Cpr ma stavolta nella "zona rossa". Qui, dalle testimonianze che ho potuto raccogliere, avrebbe vissuto la sua agonia. Piegato su se stesso con contusioni su tutto il corpo e sul viso. Così lo descrive chi ha trascorso in stanza con lui l'ultima notte: "non riusciva a stare in piedi, poi non riusciva più nemmeno a parlare, ha iniziato ad avere la bava alla bocca e durante la notte è caduto dal letto". La mattina, riferiscono i compagni di stanza, in stato di incoscienza è stato portato via in ambulanza, ma in ospedale è giunto già cadavere.
Ovviamente questa ricostruzione, estremamente grave dei fatti, è tutta da verificare. Per questo appena uscito dal Cpr sono andato in Procura per riportare ai magistrati - che stanno indagando per omicidio volontario a carico di ignoti - le informazioni e le testimonianze che ho raccolto; inclusa la telefonata - che ho potuto ascoltare e che è stata registrata - di un kosovaro rimpatriato da Gradisca subito dopo la morte di Enukidze nella quale ha raccontato l'accaduto al suo avvocato. Da quanto ho potuto apprendere, nei prossimi giorni sarebbe previsto il rimpatrio anche di altri ospiti del centro.
L'imponente apparato di sorveglianza del Cpr (inaugurato solo il 16 dicembre) con l'occhio di circa duecento telecamere puntate sui locali della struttura, potrà forse aiutare a fare luce su un episodio dai contorni oscuri. La permanenza di qualsiasi ombra di sospetto su questa morte non sarebbe tollerabile in uno Stato di diritto.
A proposito, se c'è una cosa su cui non occorre fare chiarezza, perché emerge in maniera lampante a chiunque abbia l'occasione di mettervi piede, è che in questi centri per migranti lo straniero è proprio lo Stato di diritto. Una realtà a cui non sfugge neppure una struttura nuova come quella di Gradisca, dove una sessantina di persone vivono praticamente chiuse in gabbia, come in uno zoo, senza occasioni di socialità, storditi da calmanti e psicofarmaci: in stanze gelide prive di porta, che affacciano su corridoio delimitato da sbarre e da pannelli di plexiglass che dovrebbero essere infrangibili, e che invece i migranti riescono a rompere per ricavarne le schegge con cui si feriscono. Deliberatamente.
Gli atti di autolesionismo non si contano, tutti i reclusi ne portano addosso segni. E come potrebbe essere altrimenti in un luogo senza tempo, senza orizzonte, dove il diritto è sospeso e si sconta una pena senza colpa di cui non si conosce il termine. C'è chi viene portato lì dopo essere stato in carcere; chi in carcere non c'è mai stato e aveva un lavoro, ma poi l'ha perso e con esso anche il diritto di stare sul territorio italiano e ora aspetta di essere rimpatriato. C'è chi nel nostro Paese ha trascorso molti anni e chi qui ha anche la famiglia.
I Cpr non sono carceri. Sono peggio. E non dovrebbero esistere. Fino a pochi anni fa, tra le forze politiche, quasi tutti erano giunti alla conclusione che andassero chiusi. Abbiamo ascoltato prefetti e politici di primo piano sostenerlo. E invece. Invece siamo tornati indietro. Oggi a meno di due mesi dal Cpr di Gradisca ha aperto il nuovo Cpr di Macomer.
*Deputato Radicali +Europa
di Marta Ferraro
Il Mattino, 21 gennaio 2020
Decine di detenuti considerati altamente pericoli per la società, appartenenti alla più spietata banda brasiliana di malavitosi, sono evase da una prigione paraguaiana attraverso un tunnel. Il ministro degli Interni Euclides Acevedo ha annunciato "la massima allerta della polizia nazionale e il dispiegamento dei migliori investigatori" per catturare i fuggitivi, la maggior parte dei quali appartiene al Primeiro Comando da Capital (PCC), secondo la portavoce della polizia paraguaiana Elena Andrada, citata dai media locali.
Al momento, le forze di sicurezza si sono trasferite al confine con il Brasile per tentare di rintracciare gli evasi. Andrada ha precisato che i criminali "hanno realizzato un tunnel come vediamo nei film, con illuminazione interna, che è iniziata in una delle toilette interne della prigione", che si trova nella città di Pedro Juan Caballero, non lontano dal confine con il Brasile.
Il ministro della giustizia del Paraguay, Cecilia Pérez, ha affermato che le autorità penitenziarie potrebbero essere a conoscenza del piano di fuga, poiché ci sono volute delle settimane per costruirlo.
Diversi media con riferimento al ministro Pérez hanno indicato che in totale sono fuggite 92 persone e solo uno di loro è stato arrestato. Tuttavia, sul sito web del Ministero dell'Interno del Paraguay è stato pubblicato che il numero di fuggitivi è di 75.
Acevedo ha affermato che è possibile che alcuni dei prigionieri fuggiti siano già arrivati in Brasile. In questo senso, il ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza del Brasile, Sergio Moro, attraverso il suo account Twitter, ha assicurato che il paese "è disponibile per aiutare il Paraguay nella cattura di questi criminali".
In un altro tweet ha indicato che le forze di sicurezza brasiliane stanno lavorando "per impedire ai criminali sfuggiti di rientrare in Brasile". "Se tornano in Brasile, ottengono un biglietto di sola andata per la prigione federale", ha avvertito.
di Francesca Accetta *
avellinotoday.it, 20 gennaio 2020
I penitenziari italiani rappresentano lo specchio e il riflesso di una parte della comunità da non emarginare, ma da riabilitare. La Costituzione cammina fra la gente e per la gente, attraverso le gambe di chi la rappresenta in modo virtuoso. I Giudici della Corte Costituzionale hanno così deciso di uscire dall'alcova del Palazzo della Consulta per diffondere la conoscenza "della madre di tutte le norme" sulla scia dell'art. 27 Cost. e portare speranza, sollievo e coscienza a coloro che talvolta si sentono abbandonati dalla società, in cerca di una possibilità di riscatto nelle carceri italiane.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 20 gennaio 2020
Firmato il protocollo d'intesa tra l'Enel e il ministero della giustizia. La promozione del lavoro penitenziario attraverso l'istruzione e la formazione professionale dei detenuti nell'ambito del progetto "Mi riscatto per il futuro". È l'obiettivo del protocollo d'intesa che il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede e l'amministratore delegato di Enel, Francesco Starace hanno siglato il 18 dicembre scorso in via Arenula.
di Andrea Cangini*
Il Giornale, 20 gennaio 2020
Due atti parlamentari e un anniversario: il voto della giunta delle immunità del Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere ai danni di Matteo Salvini, il voto della Camera sull'abolizione della prescrizione, il ventennale della morte di Beffino Craxi.
di Gianpaolo Sarti
La Repubblica, 20 gennaio 2020
S'indaga per omicidio. La Procura di Gorizia si muove dopo le dichiarazioni di un testimone. Morte e proteste. Al Centro per rimpatri di Gradisca è caos. Sabato è deceduto un trentottenne georgiano detenuto nella struttura isontina.
Vakhtang Enukidze è spirato per cause misteriose all'ospedale di Gorizia: si era sentito male nella sua stanza del Cpr. Pochi giorni prima era stato protagonista di una rissa con un compagno. Gli agenti avevano placato il georgiano, lo avevano arrestato e portato in carcere.
Non è chiaro cosa sia successo durante l'intervento dei poliziotti. Poi il drammatico epilogo. La Procura ha aperto un'indagine per omicidio volontario contro ignoti.
La notizia del dramma ha innescato la ribellione dei migranti e il presidio del gruppo "No Cpr e no frontiere Fvg" all'esterno dell'edificio. Gli attivisti accusano la Polizia: "È stato ammazzato di botte dalle guardie del Cpr".
Sono giorni di tensioni altissime, lì come in altri centri: una settimana fa è morto un tunisino a Caltanissetta. Il Cpr di Gradisca è aperto da un mese, ma non si contano le proteste, le fughe, gli episodi di autolesionismo e i tentati suicidi. Ieri sono stati sequestrati i cellulari. E mentre fuori era in corso la manifestazione, dall'interno si alzava una colonna di fumo.
È atteso per oggi l'arrivo del Garante nazionale dei detenuti Mario Palma. L'indagine sulla morte del georgiano, diretta dal pm Paolo Ancora, è affidata alla Squadra mobile. "Dobbiamo accertare se il decesso è frutto di condotte dolose, colpose o preterintenzionali - osserva Massimo Lia, procuratore capo a Gorizia - oppure se è frutto di un evento patologico indipendente dall'azione di terzi".
Serve l'autopsia. In queste settimane Enukidze aveva preso parte alle ribellioni. La lite con il compagno di stanza risale invece a martedì 14: lo straniero si era scagliato su un altro migrante per cause non note. Di qui l'irruzione dei poliziotti nella stanza.
E l'arresto, con l'accusa di aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Non si sa come gli agenti abbiano agito. Il gruppo del "No-Cpr" ha diffuso una testimonianza audio, raccolta telefonicamente, di un altro detenuto che avrebbe assistito alla scena. Il migrante sostiene che il trentottenne georgiano è stato picchiato "da otto poliziotti".
La testimonianza è stata acquisita dagli investigatori. Dopo la rissa del 14 Enukidze è stato portato in carcere. E quindi processato per direttissima. Durante il processo presentava ferite: un'ecchimosi periorbitale e alcuni graffi.
In Tribunale "ha partecipato all'udienza, ha interloquito e ha risposto alle domande del giudice", precisa il procuratore. Due giorni dopo l'arresto, giovedì 16, Enukidze è stato trasferito nuovamente al Cpr per le procedure di espulsione. Sabato mattina si è sentito male. È deceduto poche ore dopo all'ospedale. "Prematuro fare qualsiasi tipo di affermazione", rileva il questore di Gorizia Paolo Gropuzzo. "Per mettere le manette un'azione di forza c'è stata.
Ma che l'episodio del 14 sia la causa del decesso, è un'ipotesi azzardata". Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) segue la vicenda. "Il Cpr di Gradisca è fuori controllo", accusa. "Tensioni e violenze si sono verificate da subito".
Visita del Garante nazionale al Cpr di Gradisca di Isonzo (Comunicato stampa)
A seguito dei gravi episodi che hanno coinvolto il Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca di Isonzo e della morte di una persona ristretta nel Centro, Il Garante nazionale Mauro Palma lunedì pomeriggio visiterà il Centro insieme al Prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello e parlerà con le persone trattenute nel Cpr. La visita sarà anche l'occasione per incontrare le Istituzioni del territorio e assumere ogni informazione circa le azioni da queste conseguentemente intraprese. La presenza del Garante nazionale vuole così assicurare che la vicenda sarà seguita in ogni suo aspetto da un organismo indipendente nella consueta ottica di rispetto dei diritti delle persone private della libertà, del sostegno di chi opera in situazioni così complesse, di rispetto della comunità locale che ha il compito di ospitare tali strutture.
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