adnkronos.com, 21 gennaio 2020
Abolire l'isolamento diurno, pena accessoria per gli ergastolani. E' quanto raccomanda il comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura (Cpt), che ha pubblicato un rapporto su alcune carceri italiane (Biella, Milano Opera, Saluzzo e Viterbo). Il Cpt riserva anche particolare attenzione "a varie forme di isolamento e di separazione dal resto della popolazione carceraria imposte ai detenuti, in ragione della durata indeterminata dei provvedimenti e dell'assenza di procedure e garanzie relative alla loro applicazione e riesame".
di Luca Simonetti
Il Foglio, 21 gennaio 2020
Chi sceglie gli esperti nel processo? Come nascono i giudizi sbagliati. Contro-indagine. Ormai non sono poche le sentenze con cui i giudici italiani hanno condannato l'Inail a risarcire, come infortunio sul lavoro, tumori cerebrali sviluppatisi in persone che utilizzavano intensamente telefoni cellulari (ad esempio, App. Brescia n. 614/2009, confermata da Cass. n. 17438/2012, e Trib. Firenze n. 391/2017). In tutti questi casi, alla sentenza si è arrivati dopo che i consulenti tecnici di ufficio (Ctu) avevano ravvisato una maggiore probabilità di insorgenza di tumori cerebrali a seguito di una prolungata esposizione a radiofrequenze. La recentissima sentenza della Corte di appello di Torino del 3.12.2019, che ha confermato l'analoga decisione del Tribunale di Ivrea (n. 96/2017), è solo l'ultima della serie.
La Corte torinese si è trovata a decidere un caso in cui tutti i Ctu, sia in primo grado sia in appello, avevano concluso per l'esistenza di un nesso di causalità fra l'esposizione a telefoni cellulari per diverse ore al giorno per oltre dieci anni (15, in questo caso) e l'insorgenza della rara neoplasia sviluppata dal lavoratore (un neurinoma). Quando i giudici si trovano a dover decidere di complesse questioni scientifico-tecniche, la legge prevede che essi si avvalgano di esperti di loro fiducia, cioè appunto i Ctu, perché questi li aiutino a prendere cognizione dello "stato dell'arte" sulla questione. Tanto che, quando il giudice segue il parere espresso dal Ctu, non è, salvo in alcuni casi eccezionali, neppure tenuto a motivare perché l'abbia fatto.
Nel caso della sentenza di Torino, quindi, i giudici si sono trovati dinanzi a ben due consulenze d'ufficio (una in primo grado, una in appello) che hanno ritenuto provato il nesso causale. Difficile biasimarli se hanno ritenuto di adeguarvisi. Sarebbe più interessante, semmai, chiedersi come facciano dei periti a giungere regolarmente, sistematicamente anzi, a conclusioni come questa che non sono affatto condivise dalla comunità scientifica e sono, in particolare, rigettate dalle principali autorità di vigilanza tecnico-scientifica anche italiane, inoltre alcuni di questi, come l'Istituto Ramazzini, sono anch'essi enti "privati".
Né si comprende per quale ragione un ente "pubblico" non possa anch'esso, legittimamente, perseguire un proprio interesse che potrebbe benissimo, in astratto, far velo all'obiettività della ricerca. Senza contare che molte scoperte sulla nocività di determinate sostanze sono state finanziate proprio dagli enti privati che le producevano. Ma, soprattutto, è un argomento errato. Posto infatti che il ricercatore è tenuto alla trasparenza sui finanziamenti e su ogni circostanza che possa influire sulla sua ricerca, il giudizio sulla bontà dei suoi risultati non può certo ridursi al rilievo di un potenziale conflitto d'interessi.
Se sono un professore di matematica al liceo, è chiaro che ho un forte interesse a che la scuola continui a prevedere l'insegnamento della matematica: ma non per questo avrò torto contro qualcuno che pretenda di dimostrare che la matematica è un'opinione perché 2+2=5. E d'altronde, il negazionismo climatico è scientificamente infondato non perché chi lo sostiene sia più o meno direttamente finanziato dalla lobby petrolifera (benché in molti casi sia davvero così), bensì perché i climatologi hanno portato argomenti validi a dimostrare l'origine antropica del riscaldamento globale. A poterci dire se una ricerca scientifica è corretta e se i suoi risultati sono validi non è chi sia il suo autore (chi lo paga, che opinioni abbia, eccetera): ce lo dice la ricerca stessa e il modo in cui il resto della comunità scientifica si confronta con essa.
Ora, la Corte d'appello, e prima ancora il Tribunale di Ivrea, nonché i Ctu, per liberarsi delle ricerche che contraddicono la loro conclusione, invocano un presunto principio di "terzietà" o "indipendenza" sancito da una sentenza della Cassazione (n. 17438/2012). Tuttavia, non è la Cassazione a poter stabilire quali siano i criteri in base ai quali valutare le ricerche scientifiche.
È la comunità scientifica, non un giudice, a determinare se una ricerca sia valida oppure no. Se poi il concetto di "comunità scientifica" vi pare vago (e infatti dappertutto esistono vasti corpus di giurisprudenza per stabilire proprio quale sia la comunità scientifica a cui fare riferimento: basti pensare alla sentenza "Daubert" negli Stati Uniti e alla sentenza Cass. n. 43786/2010 in Italia), potete usare una semplice rule of thumb: fidarvi degli organi tecnico-scientifici pubblici preposti per legge alla tutela della salute, che hanno tutte le competenze necessarie per giungere alla conclusione corretta. Se l'Istituto Superiore di Sanità ci dice che non esiste prova che i telefoni cellulari causino tumori, allora questo è il dato da cui periti e Tribunali dovrebbero partire.
In Italia, invece, si sta affermando, sotto la maschera di una richiesta d'imparzialità e oggettività del parere tecnicoscientifico, la stranissima pretesa che, su questioni complesse, possano esprimersi tutti tranne proprio gli esperti, cioè coloro che della questione si sono già occupati. È successo, se ricordate, con il caso Stamina, quando il Tar del Lazio pretese che della commissione valutatrice del "metodo" di Vannoni e Andolina facessero parte solo esperti che su Stamina non si fossero ancora pronunciati. E infatti l'associazione che ha dato vita al caso deciso dalla Corte di Torino (la A.p.p.l.e, cioè "Associazione per la prevenzione e la lotta all'elettrosmog"), nel suo comunicato stampa celebrativo della "vittoria", sostiene proprio che, siccome alcuni membri dell'Istituto superiore di sanità sono stati in passato membri di un organismo (l'Icnirp) che da decenni nega il nesso causale fra tumori e telefonini, allora essi si troverebbero in "conflitto d'interessi". Ancora una volta, l'argomento prova troppo, e per di più è illogico e errato. Prova troppo, perché se essersi già pronunciati sulla materia costituisce conflitto d'interessi, allora era in conflitto d'interessi anche il Ctu del Tribunale di Ivrea, che dal 2010 circa scrive articoli per sostenere un nesso causale fra telefonini e tumori. Ed è illogico ed errato, perché in questo modo si finisce per escludere dal processo proprio coloro che sono più esperti.
Nonostante la (comprensibile) tentazione di biasimare i giudici, insomma, questo tipo di sentenze "antiscientifiche" richiede di ragionare a mente fredda su riforme di sistema che risolvano il nodo cruciale: cioè i criteri di selezione e i metodi di controllo degli "esperti" nel processo. Non si tratta certo dell'unico problema che affligge la giustizia italiana, e nemmeno del più grave: perché, ad esempio, ci dovrebbe preoccupare ancora di più il crescente "interventismo" dei giudici in aree sottratte alla loro competenza, come dimostra la recente iniziativa della magistratura amministrativa (vedi Tar Lazio n. 500/2019 e Cons. Stato n. 5887/2019), proprio in materia di rischi connessi all'uso dei telefonini, di ordinare al Governo di effettuare una "campagna informativa" priva di senso.
Ma, se parliamo della deriva "antiscientifica" dei tribunali, la soluzione è da ricercare qui. Il fatto poi che parti politiche e sociali, giornali e altri media straparlino di sentenze che avrebbero "confermato il nesso di causalità tra esposizione ai telefonini e tumore al cervello" è il frutto amaro di una decennale confusione tra esito processuale e verità scientifica: la verità non la stabiliscono i tribunali. Ma anche questo, un grave e diffuso problema di ignoranza e incultura, è di tutti noi italiani e non solo dei giudici.
di Annamaria Rivera*
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Parma, 18.12.2018, Egidio Tiraborrelli finisce in carcere a 81 anni per una condanna del 2017 che ignora: ha nascosto in viaggio una "clandestina". La "colpa" lo porterà alla morte.
Sembra una narrazione letteraria dall'esito tragico la vicenda di cui scrivo: riferita a suo tempo dalla Rete Diritti in Casa, un collettivo di Parma che si batte per il diritto all'alloggio, nonché da alcune testate online di sinistra, poi raccolta e rilanciata dall'agenzia Agi e dal quotidiano Avvenire; non già da altri media di rilievo nazionale.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 21 gennaio 2020
"Se i leghisti votano per l'autorizzazione contro Salvini, sarà un boomerang". Sempre fuori dal coro, il filosofo Massimo Cacciari analizza i possibili esiti del caso Gregoretti e, soprattutto, come e se impatterà sul voto emiliano. Dove la vittoria di Bonaccini è probabile e, se così fosse, "si dovrà accendere un cero alle Sardine".
Professore, il caso Gregoretti ha tenuto col fiato sospeso il Parlamento...
"Lei dice? Io non vedo davvero che interesse possa avere questo fatto. L'unica cosa certa è che tutti, Matteo Salvini da una parte e la maggioranza dall'altra, stanno usando la cosa in chiave unicamente strumentale".
Salvini rischia la galera, però...
"Rimane politichetta di infimo livello".
Si rianima il solito scontro dualistico tra politica e giustizia?
"Direi di no. Mi sembra, anzi, un fatto abbastanza lineare: i giudici hanno rilevato nel comportamento dell'ex ministro dell'Interno un comportamento che viola alcune norme penali e di diritto internazionale, per questo ha aperto il procedimento e chiede l'autorizzazione. Ora sta al Parlamento decidere e ognuno si assumerà le sue responsabilità. Ma non mi parli di scontro tra politica e magistratura, perché in Italia abbiamo assistito a drammi di ben altra portata, rispetto ai quali questo è poco più di un fatterello secondario".
E questo fatterello influenzerà il voto emiliano?
La commissione ha votato l'autorizzazione, dunque bene o male Salvini ha una nuova cartolina da poter usare in questi ultimi giorni di campagna elettorale.
Ci va anche grazie ai voti della Lega, è stata una mossa furba?
"Direi piuttosto un boomerang, perché si tratta di una strumentalizzazione che grida vendetta al cielo. Mi sembra una mossa talmente spudorata che, paradossalmente, aggiunge una freccia all'arco dei suoi avversari".
Al netto dei fatti nazionali, come crede che finirà in Emilia?
"Sono quasi certo che vincerà Bonaccini, ma gli scenari sono tutti ancora possibili".
Ipotizziamo, invece, che il centrosinistra perda...
"Se così fosse, assisteremmo alla caduta di un piccolo muro culturale, politico e simbolico. Se succedesse, non vedo come il Pd e il governo potrebbero far finta di nulla. Per il Pd, almeno, non sarebbe possibile ignorare un evento di tale portata. Anche in questo caso, però, le ipotesi sono varie: se la Lega vincesse sarebbe il disastro; però esiste anche l'ipotesi che Bonaccini vinca sul fil di lana, ma la coalizione avversaria superi il 50%. Il Pd potrebbe dire che, tutto sommato, non ha perso e Bonaccini riuscirebbe a mettere in piedi un governo regionale, forte del fatto che nessuna Regione si è mai sciolta anzitempo".
Lei parla solo del Pd, ma al governo le conseguenze le subirebbero anche i 5 Stelle...
"I 5 Stelle da mesi hanno smesso di ragionare. Era talmente evidente che in Emilia non avrebbero dovuto presentarsi ma stringere un accordo con Bonaccini per costruire una lista civica e garantirsi l'elezione senza andare alla conta, per poi dire che il Pd aveva vinto grazie a loro. Andare con un loro candidato è stata una scelta demenziale ed è incredibile che Luigi Di Maio continui a rimanere a galla".
Le Sardine, invece, hanno dato una mano, elettoralmente parlando?
"Bisogna vedere, io spero e penso di sì. Certamente sono state loro la novità, perché hanno mobilitato le piazze quando i partiti tradizionali non riescono più nemmeno a organizzare un comizio decente. Sono state sicuramente utili, ma non è detto che la piazza si tramuti in voti".
Sarà difficile calcolarli, però.
"Per farlo bisognerà vedere il combinato disposto del probabile tracollo 5 Stelle e dei livelli del Pd. Se i 5 Stelle finissero molto in basso e i dem facessero un risultato particolarmente positivo, probabilmente significherebbe che le Sardine hanno prodotto una osmosi tra Pd e grillini. In ogni caso, certamente le Sardine male non hanno fatto. Anzi, dico di più: se Bonaccini riuscisse a farcela, dovrebbe accendere un cero alle Sardine".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 21 gennaio 2020
Le prossime tappe verso l'eventuale processo. Dopo l'autorizzazione del Senato il fascicolo dovrà tornare a Catania dove si ricomincerà dall'udienza preliminare. Ammesso e non concesso che tutto vada come improvvisamente lui ha deciso che debba andare (almeno a parole), prima di poter scrivere "Le mie prigioni" sul caso "Gregoretti" Matteo Salvini dovrà aspettare ancora un po'.
Perché l'auspicata autorizzazione a procedere concessa dal Senato non varrebbe un arresto né una condanna, così come il voto in Giunta di ieri sera. Dopo il clamoroso e per certi versi grottesco capovolgimento di fronti dovuto alla scelta aventiniana della maggioranza di ritirarsi al momento del voto, per protestare non tanto contro la propaganda dell'ex ministro ma contro le asserite "forzature" dei presidenti del Senato e della Giunta, si apre la partita dell'Aula. Che dovrà riunirsi e deliberare entro il 17 febbraio.
A prescindere dalle strumentalizzazioni del procedimento giudiziario avviato, e dalla zoppicante coerenza con ciò che è stato detto fin qui sul presunto sequestro di 131 migranti trattenuti cinque giorni a bordo della nave militare Gregoretti (e di quel che gli stessi partiti fecero un anno fa, nel caso analogo della Diciotti), il Senato dovrebbe dibattere e decidere sul merito della richiesta avanzata dal tribunale dei ministri di Catania. Che per legge non può occuparsi di "stupratori, spacciatori e mafiosi", come reclama Salvini nei suoi comizi, ma è chiamato a verificare, appunto, ipotetici reati ministeriali.
La questione non riguarda le scelte politiche dell'ex titolare del Viminale, bensì la loro compatibilità con il diritto e le norme, nonché un potenziale "interesse pubblico preminente" che possa prevalere sul reato contestato. Tutto qui. Secondo i tre giudici siciliani che compongono il collegio, infatti, "le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro".
Quanto alla "difesa dei confini" invocata dal leader leghista per negare ai profughi il permesso di sbarco, i giudici hanno ritenuto che "la linea politica promossa dal ministro dell'Interno non fosse, in concreto, incompatibile con il rispetto delle Convenzioni internazionali vigenti". Secondo il tribunale, "le persone soccorse ben potevano essere tempestivamente sbarcate e avviate all'hotspot di prima accoglienza per l'attività di identificazione, salvo poi essere smistate negli hotspot di destinazione secondo gli accordi raggiunti a livello europeo".
Argomenti rimasti finora pressoché assenti dalla discussione pubblica, tutta avvitata intorno a qualche slogan e frase a effetto. Ma qualora il fascicolo dovesse ripartire da palazzo Madama per Catania con l'autorizzazione a procedere, si aprirebbe un altro match, stavolta solo giudiziario, anch'esso dall'esito tutt'altro che scontato. L'iter prevede la restituzione degli atti al tribunale dei ministri "perché continui il procedimento secondo le norme vigenti", che come ha chiarito una sentenza della Corte costituzionale nel 2002 significa tornare davanti "al pubblico ministero e agli ordinari organi giudicanti competenti".
La Procura di Catania dovrebbe quindi riproporre il capo d'imputazione formulato contro Salvini dal tribunale dei ministri e sottoporlo al giudice dell'udienza preliminare, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio.
Con una particolarità, che diventerebbe l'ennesimo paradosso di questa storia: la Procura etnea s'era già pronunciata per l'archiviazione del caso "Gregoretti" ritenendo (a differenza che nel caso "Diciotti") che non esistano gli estremi del sequestro di persona; insussistenza del reato sotto il profilo oggettivo, oltre che soggettivo. Che farà davanti al gup? E che cosa deciderà il gup, rinvio a giudizio o proscioglimento? Prima del processo e dell'eventuale condanna (in tre gradi di giudizio, come sempre), l'accusa a Salvini dovrà superare questo ostacolo, nella corsa ancora molto lunga verso Le mie prigioni.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 21 gennaio 2020
Vertice oggi a palazzo Chigi, Bonafede illustrerà la bozza che va giovedì in Cdm. Una decina di pentastellati, una trentina e più nel Pd e poi ci sono i voti dei renziani: il centrodestra sta cercando la strada per piazzare delle trappole durante la discussione sulla proposta di legge Costa che comincerà il suo iter alla Camera il 27 gennaio, e fa il conto di quanti garantisti potrebbero affossare la riforma Bonafede sulla prescrizione.
di Brent Orrell
Il Foglio Quotidiano, 21 gennaio 2020
Da detenuti a persone dotate di identità e responsabilità. Una rivoluzione "antropologica" per fermare la recidiva e arginare la carcerazione di massa. La comprensione di sé e la connessione con gli altri sono tratti spesso trascurati nei programmi - fin qui fallimentari - per il reintegro nella società di chi ha scontato una pena detentiva.
di Serena Giannico
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Nel carcere "programma innovativo" "non invasivo" per valutarne i comportamenti. Le scene che balzano subito alla mente sono quelle del film Arancia meccanica di Kubrick, quando il protagonista, Alex DeLarge, si sottopone "a un innovativo programma di rieducazione" per cercare di uscire più in fretta possibile dal carcere in cui è rinchiuso. Divaricatori nelle palpebre per tenere gli occhi sempre spalancati, viene obbligato a fissare a lungo immagini violente allo scopo di annichilire la sua pericolosità sociale. In Abruzzo ecco ora "un innovativo programma" che vede come cavie i detenuti del penitenziario di Chieti.
di Silvia Ricciardi, Vincenzo Morgera, Giovanni Salomone*
La Repubblica - Napoli, 21 gennaio 2020
Il gruppo di minorenni che irresponsabilmente transita contromano sulla tangenziale, ragazzi individuati e "puniti" con una sanzione amministrativa che si perderà nel tempo; altri ragazzi che si rendono responsabili di una rivolta nell'istituto penitenziario minorile di Nisida; altri ancora che ingaggiano una guerriglia urbana con la polizia nel Borgo di Sant'Antonio Abate, sono tutti segnali di un fenomeno che si sta riproducendo con una frequenza allarmante. Immaginate per un attimo questi stessi fatti, con protagonisti gli stessi ragazzi, quando accadono all'interno di una comunità, dove gli operatori non hanno lo schermo protettivo di una divisa, di una istituzione che li identifica come rappresentanti dello Stato.
Il risultato è la tempesta perfetta. Le comunità e gli operatori, che sono attrezzati ai rischi del "mestiere di educatori", soccombono nel confronto con un "branco di predatori" che si muovono con la pratica della violenza per la conquista del territorio e affermare il loro dominio.
È capitato, capita e capiterà ancora se continuiamo ad allevarli con l'impunità offrendo loro diritti a costo zero. Quello che è peggio, però, è che la mancanza di una risposta adeguata alla gravità dei fatti di cui si rendono protagonisti toglie loro l'opportunità di un ripensamento del loro agire violento e deviante e la possibilità di avviare, con il sostegno dei servizi della giustizia minorile, di cui fanno parte anche le comunità che accolgono questa tipologia di ragazzi, quel normale percorso di rielaborazione e recupero.
L'impunità è figlia di una cultura del "garantismo ad oltranza" che si limita a vedere, in questo parecchio miope, nelle disuguaglianza sia le cause che gli effetti dei comportamenti devianti dei tanti ragazzi in conflitto con la giustizia. Una lettura che può produrre danni incalcolabili perché, portata alle sue estreme conseguenze, e ciò spesso avviene, rischia di diventare una forma latente di razzismo.
Bisogna stare attenti, così continuando si nega al minore "il libero arbitrio", vale a dire la possibilità di scegliere, poiché non gli si prospetta una alternativa e dunque lo si lascia confinato nel mondo dove la scelta possibile è solo una. Far sentire ai minori il peso delle proprie responsabilità comporta che la società si assuma conseguenzialmente le proprie, di responsabilità, e garantisca ai minori la fruizione di diritti e doveri per la costruzione di una vita diversa.
L'approccio basato sul "garantismo ad oltranza" si sta dimostrando pericoloso perché proietta i ragazzi in un delirio di onnipotenza e oltre a rendere loro refrattari ai doveri che ogni cittadino deve avere nei confronti della società, deresponsabilizza tutti (istituzioni, servizi) che scegliendo la mancata sanzione tirano i remi in barca togliendo ai minori la possibilità di pensare, di cambiare e di vedere che esiste un altro futuro. In queste condizioni l'offerta educativa della comunità (ma di qualsiasi altro servizio rivolto ai minori dell'area penale) è destinata a fallire miseramente.
E fallisce perché perde rispetto alla rappresentazione che questi ragazzi hanno della vita, costruita su modelli che inneggiano alla violenza, alla sopraffazione, al potere, valori che rappresentano per loro l'unico percorso sulla strada del diventare "dei veri uomini". Questo stato di cose, e la lettura che si propone, ci induce ad una ulteriore e decisiva considerazione. Questi fatti, e soprattutto le mancate risposte ad essi, generano nella cosiddetta "società civile", nell'opinione pubblica, paura, insicurezza.
E la conseguenza più immediata è che la gente si chiude, si defila, non per egoismo o indifferenza, ma per il timore. E questo è quello che una società democratica non può assolutamente permettersi, figuriamoci una comunità, che di questa società democratica rappresenta un piccolo avamposto.
*Gli autori sono i promotori della associazione Jonathan Onlus
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 21 gennaio 2020
Le sentenze lunghe migliaia di pagine non aiutano la ricerca della verità. Un appello contro il gigantismo scrittorio-giudiziario e la deriva mafiologica. Il caso Mannino. È il caso di affrontare un tema che, forse, non ha finora ricevuto sufficiente attenzione. Alludo al fenomeno dei provvedimenti giudiziari (sentenze, ordinanze, ecc.) di enorme mole, mastodontiche, fatte di migliaia e migliaia di pagine distribuite in più volumi o tomi. Simili, più che a cicli romanzeschi, a opere enciclopediche.
- Spazza-corrotti: prevale la norma più favorevole
- Ai componenti del gruppo teatrale "Si rifà" di Pia Colombo, Casa circondariale di Voghera
- Niente pene accessorie se il reato tributario è patteggiato
- Il diritto alla natura incontaminata è pubblico e solo allo Stato compete il risarcimento
- Appropriazione indebita, la "refurtiva" non serve










