di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 22 gennaio 2020
È stato scarcerato lo scorso 16 gennaio dopo aver scontato una condanna di sei mesi per bancarotta fraudolenta. Giuseppe Wierdis ha quasi 63 anni e da circa la metà ha il virus dell'Hiv. Durante il periodo di detenzione in un piano del padiglione Roma riservato ai sieropositivi del carcere di Poggioreale ha chiesto, invano, maggiore assistenza sanitaria proprio a causa delle sue condizioni di salute.
Intervistato dal Riformista, Giuseppe ha raccontato la sua esperienza in una delle prigioni più problematiche e critiche d'Italia. "Eravamo almeno 150 nel padiglione Roma dove vengono reclusi sieropositivi, diabetici, tossici. Se ti metti a visita medica - spiega - devi essere fortunato se ti chiamano dopo 15-20 giorni".
Giuseppe ha il volto provato dagli acciacchi fisici che anno dopo anno si fanno sempre più sentire. Prende le pillole che ogni mese va a ritirare lui o, su delega, i suoi familiari al Policlinico di Napoli e periodicamente si deve sottoporre a degli esami clinici per tenere sotto controllo i valori del sangue.
"In sei mesi non sono stato sottoposto ad alcun esame. Oggi, da libero, sto al 60% e avrei bisogno di una decina di giorni di ricovero per riequilibrare tutti i valori. Purtroppo nel carcere di Poggioreale hai a che fare con il 'muro di Berlino'. Puoi lamentarti quanto vuoi, serve davvero a poco, non ci sentono".
Per rafforzare questa sua convinzione racconta un episodio avvenuto nei mesi scorsi. "Se ne andò un medico, venne una nuova dottoressa e i primi giorni si rese conto della situazione. Era sconvolta, bastava guardarci in faccia per capire che stavamo male. Il terzo giorno quando la rividi sentivo soltanto dirle "lei sta così, può andare" e capii subito che avevano fatto l'iniezione anche a lei, cioè si era subito adeguata alla situazione".
Durante il suo periodo di detenzione Giuseppe ribadisce di non essere mai stato sottoposto a nessuno degli esami previsti per i malati di Hiv. "Anche il mio compagno di cella, che era lì da più tempo lamentava la stessa cosa. Nel carcere spesso non hanno tutti i farmaci e qualche volta mi davano una pillola celestina per dormire e non sentire i dolori ai piedi e alle gambe. Poi però la mattina mi svegliavo male e chiedevo agli infermieri di darmi qualche antidolorifico per evitare di riprendere questi farmaci".
All'interno del carcere Giuseppe spiega che la "moneta è il tabacco" e che nonostante la bellezza del padiglione Roma, recentemente ristrutturato, "all'interno c'è il diavolo, c'è marciume. Ci sono persone che non possono andare in bagno perché fa freddo e le porte sono danneggiate o rotte. Nelle celle però ci sono i termosifoni e si sta bene".
Poi l'elogio agli agenti della Polizia penitenziaria: "Chi viene a visitare il carcere di Poggioreale non può vedere solo dove hanno lavato a terra ma devono mostrargli tutte le criticità che ci sono. Non hanno personale a sufficienza ma ci sono agenti che si ammazzano di lavoro e sono persone che ti ascoltano e ti aiutano, voglio ringraziarli per quanto fatto".
Commenta così la vicenda Pietro Ioia, garante dei detenuti per il comune di Napoli: "La sanità è il primo problema che si deve risolvere nel carcere di Poggioreale dove ho riscontrato l'assenza dei medici parlando con detenuti e la polizia penitenziaria, già sotto organico, deve pure sostituirsi agli infermieri. Bisogna trovare un accordo proficuo con l'Asl e con i vari ospedali".
Sull'intervista-denuncia è intervenuto anche il garante dei detenuti della regione Campania Samuale Ciambriello: "Ho chiesto alla direzione sanitaria del carcere notizie sull'ex detenuto in questione, al momento sono in attesa. Voglio però ribadire una cosa - aggiunge - il garante regionale è un pubblico ufficiale ed è pronto a raccogliere tutte le denunce a tutela dei diritti dei detenuti".
Nel carcere di Poggioreale a inizio febbraio si insedierà il nuovo direttore Carlo Berdini, 52 anni, già alla guida dell'istituto di Firenze Sollicciano e attuale direttore dell'Ufficio IV - Formazione Polizia Penitenziaria della Direzione Generale della Formazione del Dap.
Berdini subentrerà a Maria Luisa Palma. "Al nuovo direttore posso fare solo i miei auguri. Non la prendesse però come una premiazione ma come una missione perché il carcere di Poggioreale è pieno di problematiche: sanità, sovraffollamento, vivono tutti male, sia polizia che detenuti".
di Guglielmo Saporito
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2020
La distinzione tra appalti pubblici e privati per quanto riguarda il rischio di infiltrazione mafiosa è frutto del rigore adottato dal Consiglio di Stato nel decidere le liti sull'intero territorio nazionale. Le norme parlano di generici "tentativi di infiltrazione", ma sono poi i giudici a chiarire quali siano gli elementi sintomatici del condizionamento mafioso, cosa siano la contiguità, le circostanze di tempo, luogo e persone, cosa sia il concorso esterno, i rapporti di parentela, frequentazione, colleganza, amicizia, l'anomala gestione di un'impresa, l'influenza, la soggezione o la tolleranza, la composizione degli organi sociali, il peso di scissioni, fusioni, affitti di azienda, aumenti di capitale sociale ed il valzer di cariche nella gestione di società.
Mentre le condanne spettano alla magistratura penale, spetta alle prefetture ed ai giudici amministrativi la verifica della permeabilità mafiosa di un'impresa: le possibili conseguenze di tale verifica, cioè l'espulsione dal mercato dei contratti, sono poi maggiori rispetto ad una sentenza penale di condanna.
Inoltre, un conto è valutare i rapporti di parentela (sulla famiglia mafiosa, Consiglio di Stato 2/2020) o l'indagine aziendalistica sulla gestione di una società grazie alle indagini di polizia giudiziaria (Tar Milano 2480/2019), un conto è affidarsi ai normali meccanismi di gestione e controllo previsti per la società dal Dlgs 231/2001 o dalle norme di contabilità anticorruzione.
Proprio tenendo presenti i positivi risultati raggiunti attraverso sia l'espulsione dal mercato dei contratti pubblici, sia le revoche di attività in odore di mafia nel settore dell'edilizia e del commercio (Consiglio di Stato, 6057/2019 su strutture alberghiere), i giudici si rammaricano che un'identica selezione non possa avvenire tra privati. Finché i due mercati, pubblico e privato, non saranno allineati, resteranno traballanti anche le white-list, cioè gli elenchi di soggetti esenti da infiltrazioni. Resteranno anche poco significativi i rating, se ognuno delimitato dai soli fattori esaminati, senza che le informative prefettizie possano avere un peso determinante nei rapporti tra privati.
La stessa qualità di fornitore della pubblica amministrazione, che aveva faticosamente risalito la china della credibilità, diventando spendibile anche nel regime dei contratti privati grazie al filtro rappresentato dai controlli antimafia, diventa parziale. E ciò proprio mentre l'Unione europea, chiamata a pronunciarsi sull'espulsione delle imprese dal mercato degli appalti pubblici a seguito di informative antimafia, aveva riconosciuto (Corte di Giustizia del 2015, C-425/14) il filtro antimafia pienamente compatibile con il diritto europeo dei contratti pubblici.
Corriere Fiorentino, 22 gennaio 2020
Firmato un protocollo d'intesa tra Comune, Casa circondariale e Lav. L'accordo prevede che il mattatoio sarà smantellato e diventerà uno spazio attività. Un protocollo d'intesa per la chiusura del macello presente alla Gorgona salvando così dalla macellazione i 588 animali da allevamento presenti sull'isola. È stato siglato a Livorno da Comune, casa circondariale e Lav. L'accordo prevede che il mattatoio sarà smantellato e diventerà uno spazio attività. Circa 450 animali da allevamento lasceranno man a mano l'isola e la Lav assicurerà i contatti con realtà interessate a ospitarli, con il vincolo della non macellazione e della non riproduzione. Gli animali che resteranno alla Gorgona saranno invece curati dai detenuti con un programma di relazione della cattedra di Diritto Penitenziario dell'Università Bicocca di Milano, e impiegati anche nel turismo eco compatibile sull'isola.
Nel 2015 il mattatoio sull'isola riaprì dopo una chiusura temporanea e un esperimento di fattoria didattica guidata dal veterinario Marco Verdone, in cui i detenuti si prendevano cura degli animali. Contro la riapertura del macello si schierarono figure di spicco quali Susanna Tamaro, Erri De Luca e Stefano Rodotà, che scrissero al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per salvare gli agnelli, i suini e tutti gli altri animali di Gorgona.
"Ho fortemente voluto questo accordo - dice il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi- e mi sono impegnato in prima persona per portarlo a termine, anche recandomi sull'isola lo scorso giugno. Non abbiamo solo salvato la vita degli animali, ma abbiamo anche reso un servizio ai detenuti che, d'ora in poi, potranno occupare il proprio tempo in modo non violento e utile anche per il periodo successivo alla detenzione: attività con animali, agricole e programmi di turismo eco compatibile, che saranno portate avanti sull'isola".
di Federico Dagostino
comune.torino.it, 22 gennaio 2020
Il Consiglio Comunale si era pronunciato a favore della sua chiusura. Si tratta del Cpr, il Centro Permanenza Rimpatri di corso Brunelleschi. Si presenta a tutti gli effetti come luogo di detenzione, nonostante le persone private della libertà lo siano in virtù di violazioni amministrative. In particolare, si tratta di persone giunte da istituti penitenziari, dove hanno scontato una pena, o persone sprovviste di richiesta di permesso di soggiorno. Tutte in attesa di essere rimpatriate.
Questa mattina, la commissione Legalità, presieduta da Carlotta Tevere, è stata proprio dedicata ad un approfondimento sulla gestione del centro e soprattutto alla vita delle persone che lo popolano.
Il quadro lo ha delineato Monica Cristina Gallo, garante del Comune di Torino per i diritti dei detenuti, che svolge anche un ruolo di monitoraggio delle condizioni di trattenimento delle persone nel Cpr e dei casi di incompatibilità (malattie, o patologie cronico degenerative, stati psichiatrici), in accordo con i Garanti nazionale e regionale, e dei rimpatri forzati. Effettua visite periodiche non annunciate, riceve segnalazioni, si confronta con altri enti, con la Direzione del centro e con l'Ufficio immigrazione della Questura.
Il Cpr è una struttura chiusa con limitazioni di libertà e di circolazione che vede solo presenze maschili che dovrebbero essere trattenute solo per l'identificazione con l'obiettivo dell'allontanamento. La Garante ha sottolineato come non siano previsti percorsi rieducativi né attività di alcun genere.
Il cosiddetto Decreto Sicurezza, introdotto nel 2018, prevede tempi di "detenzione" fino a 180 giorni; per i richiedenti protezione internazionale massimo 12 mesi. I Cpr in Italia sono aumentati da 4 a fine 2017 a 7 a settembre dello scorso anno. I posti sono raddoppiati, da 452 a 890. Nello stesso tempo, però, c'è stata una riduzione significativa dei servizi alla persona, a partire da quelli sanitari: il personale medico ha visto una riduzioni di ore di oltre il 70%, l'assistenza legale del 55%, le ore di insegnamento di una lingua addirittura del 100%.
Il Cpr di corso Brunelleschi ha una capienza massima di 180 persone. A novembre 2019 gli ospiti erano 142, attualmente sono 78. Ci sono stati 32 trasferimenti in altri Cpr, 12 arresti e 21 rimpatri. Molti di questi provvedimenti legati agli incendi e alle rivolte che ci sono state negli ultimi sei mesi. Non sono mancati scioperi della fame ed episodi di autolesionismo finalizzati a denunciare le condizioni precarie di vita.
Recentemente, anche i cellulari sono stati sequestrati per evitare il collegamento con altri Cpr e la possibilità di organizzare rivolte simultanee.
La garante ha quindi illustrato le raccomandazioni finalizzate al miglioramento della vita all'interno del Centro, tra le quali l'organizzazione di attività ricreative (con il coinvolgimento anche di soggetti esterni), l'utilizzo del centro sportivo o la possibilità di accendere e spegnere la luce in modo autonomo e non centralizzato.
di Claudio Marini
sienanews.it, 22 gennaio 2020
La prima volta che ho visto Natalino Balasso in televisione era intorno al 2000, a Zelig, quando in una gag di pochi minuti, impersonava un attore di film a luci rosse (...non a luci rosse, porno! correggerebbe lui) che si doveva "piegare" alle esigenze della produzione.
Me lo ricordo qualche anno dopo nei panni del professore, a Zelig e Mai dire gol, che parlava dei somari dei sumeri non semiti... poi ne ho perso un po' le tracce. Quando ho saputo che sarebbe venuto a Siena con uno dei lavori più celebri di Goldoni, Arlecchino servitore di due padroni, ho deciso di invitarlo a incontrare i detenuti nella piccola casa circondariale di Santo Spirito. L'artista del Polesine ha subito accettato entusiasta la nostra richiesta e questa mattina, prima di continuare a Firenze la sua tournée teatrale, ha deciso di sacrificare un po' del suo riposo tra uno spettacolo e l'altro per incontrare gli ospiti della nostra struttura.
Nonostante le temperature rigide del teatro del carcere, i detenuti hanno risposto con piacere e partecipazione all'evento e a scaldare l'ambiente ci ha pensato subito Natalino che ha parlato della sua esperienza teatrale, sia come attore comico che come attore drammatico (meravigliosa l'interpretazione nella pièce goldoniana in questi giorni ai Rinnovati), dell'importanza e della difficoltà del far ridere e del ruolo centrale della parola nella comunicazione.
La sala è rimasta divertita quando ha spiegato il doppiaggio dozzinale dei film destinati al pubblico russo, dove una voce maschile, piatta, monotona e senza enfasi, descrive, nel vero senso della parola, i dialoghi dei vari personaggi maschili e femminili, del tipo: lei gli ha chiesto come sta, lui ha risposto "bene grazie e tu", lei ha detto "non c'è male"... etc... chiosando "che già non è piacevole su un film normale... immaginatelo sul film che stavo vedendo, che era un porno!"
Piano piano alcuni detenuti hanno trovato il coraggio di fare qualche domanda e chiedere all'artista alcune cose sulla sua vita artistica e professionale. Dai suoi esordi a Zelig (lui è uno dei fondatori) fino al film Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, dalle sue amicizie e collaborazioni nel mondo dello spettacolo fino ai registi con i quali ha lavorato o con i quali gli piacerebbe lavorare. in futuro È stato un racconto appassionato, mai banale, dove l'attore, in una sorta di outing artistico, ha dichiarato il suo incondizionato amore (e dedizione) per il teatro, dove il rapporto diretto e coesistenziale con il pubblico (nel cinema vediamo spesso film di attori passati a miglior vita, così come i quadri nella pittura) lo rende un genere intimo e particolare: ogni rappresentazione è unica e irripetibile, se cadi - perché succede spesso - devi essere bravo a rialzarti e continuare (e questo forse era un messaggio importante rivolto tacitamente alla platea odierna).
"Nel corso di un'intera vita, a teatro, puoi interpretare diversi ruoli in base all'età anagrafica, senza la necessità di apparire sempre giovane, con tinte e lifting, a differenza di quanto spesso avviene nell'ambiente televisivo". Ecco perché al cinema e alla televisione si dedica solo nelle pause estive, tra una tournée teatrale e l'altra.
Ma Natalino Balasso è un artista che sa cogliere le assurde contraddizioni dei nostri tempi e con una satira sottile ci porta a riflettere sulla società, sul teatro (che non deve essere imposto agli studenti dei vari istituti scolastici come fosse una punizione!) e sulla scuola stessa dove, per un malinteso senso della democrazia, oggi, sono i professori che devono stare attenti ai voti degli studenti e delle famiglie... e con lui (Balasso e la scuola) bisogna arrivare all'amara conclusione che "questa non è più scuola... è Trip Advisor!".
Purtroppo queste cose non le può dire in TV ma soltanto in un piccolo carcere, davanti a una trentina di detenuti e qualche docente, dove ha parlato dei paletti imposti dalle varie reti per cui ha lavorato (pubbliche e private), sottolineando il fatto che, da piccole o grandi forme di censura, nemmeno il teatro è del tutto immune.
I detenuti hanno chiesto con quali attori famosi ha mantenuto, nel tempo, un rapporto che andasse oltre quello lavorativo, di amicizia per intenderci. Natalino, che pur ha lavorato con artisti del calibro di Silvio Orlando, Paolo Villaggio, etc..., ha spiegato di come spesso la celebrità, la fama (in Italia come altrove) sia sovrastimata a discapito del talento e della bravura e ha tessuto le lodi della bravissima ma non altrettanto conosciuta Elisabetta Mazzullo (e di altri che la memoria non mi aiuta a ricordare), in questa tournée nel palco insieme a lui nei panni di Beatrice Rasponi.
Sebbene Natalino Balasso non sia rimasto "confinato" in alcune sue vecchie maschere comiche, ha voluto, nel finale dell'incontro far sorridere i detenuti con una classica barzelletta, raccontata però alla sua maniera.
E così anche questo incontro è volto velocemente al termine e ha fatto scoprire, ai detenuti (e non) presenti, una persona complessa, intelligente e di una simpatia contagiosa che magari attraverso lo schermo di un televisore avrebbero relegato solo nel ruolo (pur divertente) del professore o dell'attore di nicchia. Natalino Balasso è molto, molto di più. E oggi, concedendosi con tutto il suo entusiasmo e la sua partecipazione a un pubblico particolare, lo ha dimostrato sul campo.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 22 gennaio 2020
La senatrice a vita in carcere per rendere omaggio alla memoria di Andrea Schivo, agente carcerario che morì in un campo di concentramento: "Non dimenticherò mai chi cercò di aiutarci". "Di Salvini preferisco non parlare, mi interessano di più i detenuti della politica". Così Liliana Segre risponde a chi le chiede un commento sull'ultima uscita del leader leghista a proposito dell'antisemitismo legato alla presenza dei musulmani in Italia.
La senatrice a vita lo dice alla conclusione di una commovente commemorazione dell'agente di polizia penitenziaria Andrea Schivo, ricordato con una pietra d'inciampo davanti al carcere milanese di San Vittore. Schivo nel '44 venne arrestato dalla Gestapo e deportato a Flossenburg, dove morì per aver aiutato i detenuti ebrei, e per questo è ricordato come giusto delle Nazioni a al memoriale di Yad Vashem in Israele.
Liliana Segre è tornata così nel carcere dove venne detenuta a soli 13 anni, prima della deportazione ad Auschwitz, assieme al padre. Racconta i 40 giorni di paura e di sofferenza assieme ad altre centinaia di ebrei arrestati dalle SS. "I detenuti di San Vittore furono gli unici umani che incontrammo in quei tristi giorni. In 605 venimmo chiamati per salire sui vagoni blindati ed andare ad Auschwitz. I carcerati vedendoci partire e sapendo che eravamo innocenti ci salutarono lanciandoci quel poco che avevano: arance, mele, qualche sciarpa e soprattutto le loro benedizioni che ci furono di grande conforto e che io ancora oggi ricordo con grande affetto".
Durante la cerimonia le detenute hanno ricostruito la vita e le azioni di Schivo e di alcuni altri agenti di custodia che aiutarono gli ebrei, tutti catturati e deportati dalle SS perché portavano ai prigionieri cibo e messaggi dei parenti all'esterno. Presenti anche alcuni familiari dell'agente Schivo, il direttore del carcere Giacinto Siciliano, Francesco Basentini, al vertice del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il presidente dell'Anpi di Milano Roberto Cenati e quello del comitato per le pietre d'Inciampo Marco Steiner.
"Per me entrare a San Vittore è un grandissimo shock e una grande emozione, che purtroppo non posso condividere con nessuno, perché sono l'unica ritornata dal viaggio della morte. L'agente Andrea Schivo scelse di essere un uomo - ha concluso la senatrice a vita - a differenza del 99% degli italiani che invece avevano scelto l'indifferenza, la paura e il non obbedire alla propria coscienza: lui aveva scelto di essere un uomo. Non dimenticherò mai per il resto della mia vita quei detenuti che furono una manna nel deserto dei sentimenti, dell'etica e dell'umanità". Alla fine della cerimonia una detenuta, che si è definita "orgogliosamente zingara", ha regalato una rosa bianca alla senatrice Segre, anche in ricordo del Porrajmos, l'Olocasto dei rom finiti negli stessi campi di sterminio dove morirono sei milioni di ebrei.
Avvenire, 22 gennaio 2020
La denuncia della Ong: impiegati nel Metapontino vivono in casolari fatiscenti e non hanno accesso al sistema sanitario. I migranti impiegati come braccianti nel Metapontino vivono in casolari fatiscenti e baraccopoli, con serie difficoltà di accesso alle cure. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Msf, "Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane", presentato oggi a Matera.
"Tra luglio e novembre 2019, siamo intervenuti nell'area con una clinica mobile, offrendo cure mediche di base e orientamento socio-sanitario - si legge nel rapporto - Su 910 visite mediche, abbiamo identificato in 785 casi condizioni mediche legate in particolare alle difficili condizioni di lavoro e di vita, come infiammazioni muscoloscheletriche o disturbi gastrointestinali e respiratori. Più di 1 paziente su 2 ha avuto difficoltà ad accedere al sistema sanitario, soprattutto per barriere amministrative, sebbene oltre il 30% abbia detto di essere in Italia da più di 8 anni".
Il rapporto completo della Ong 'Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucanè denuncia una situazione drammatica. "La persona che ero una volta non esiste più. Dicono che siamo in Europa, ma mi sembra che qui si viva peggio che in molti posti in Africa. Questa è la periferia invisibile dell'Europa" dichiara A., Niger, 30 anni.
"Era orribile, le persone vivevano come gli animali, peggio degli animali. C'erano i rifiuti davanti alle case, non c'era il bagno, non c'erano le docce. Non era una situazione umana" racconta S., rifugiato politico eritreo di 29 anni, le condizioni in cui vivevano i migranti nella struttura dell'ex-Felandina, a Metaponto di Bernalda, provincia di Matera, utilizzata come base per raggiungere i campi della zona dove i ragazzi lavoravano come braccianti.
All'équipe di Msf S. ha raccontato che a 12 anni, nel tentativo di fuggire all'arruolamento forzato nel suo Paese, è rimasto coinvolto in un violento incidente che gli ha compromesso l'uso di una gamba. È arrivato in Italia quattro anni fa ed è stato inizialmente ospitato in un centro di accoglienza a Venezia. Qui è stato operato all'anca e gli è stata accertata una parziale invalidità dovuta all'incidente. Una volta uscito dall'ospedale non è più potuto rientrare nel centro di accoglienza e ha vissuto insieme ad un amico, guadagnandosi da vivere lavorando come panettiere.
Nell'estate del 2019 ha perso il lavoro e si è ritrovato in difficoltà, senza alcuna possibilità di pagare l'affitto. Ha chiamato alcuni amici in Basilicata che gli hanno consigliato di raggiungerlo all'ex-Felandina; gli hanno detto che la situazione abitativa non era delle migliori, ma che c'era lavoro. Non aveva altra scelta, ha preso un treno e si è diretto a Metaponto.
Intanto per lui anche lavorare nei campi si è rivelato problematico poiché i datori di lavoro, considerando la sua invalidità, non lo assumevano. Si è ritrovato bloccato, senza speranza. In queste circostanze è avvenuto l'incontro con l'équipe di Msf. "Li ho visti arrivare con il camper alla ex-Felandina. Ho fatto la visita con il dottore e poi ho parlato con l'operatrice socio-sanitaria. Avevo bisogno di aiuto per rinnovare il mio certificato di invalidità. Ero molto scoraggiato, soffrivo per le condizioni di vita lì. Non sapevo cosa fare. Volevo trovare un posto in cui stare, poter studiare, trovare un lavoro". Nel frattempo, ad agosto, l'insediamento dell'ex-Felandina è stato sgomberato e S. ha cercato ospitalità da amici a Metaponto continuando a nutrire un forte disagio per l'assenza di prospettive nella sua vita. L'équipe di MSF ha aiutato S. ad accedere al sistema sanitario e lo ha riferito al Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati (Siproimi), richiedendo l'inserimento in un progetto di accoglienza. Da ottobre 2019 S. è ospite di un progetto Siproimi a Matera dove sta anche svolgendo un corso intensivo per migliorare la conoscenza della lingua italiana. Vuole prendere la patente di guida e trovare un lavoro. "Magari in un panificio, ma qualsiasi altra cosa va bene lo stesso".
di Alessandra Smerilli
Avvenire, 22 gennaio 2020
Uno dei motivi dell'insostenibilità dei sistemi economici attuali è l'aumento delle disuguaglianze a livello globale e all'interno dei Paesi. Il Rapporto Oxfam 2020, pubblicato lunedì 20 gennaio, sostiene che stiamo arrivando a un punto in cui le disuguaglianze economiche sono fuori controllo. Esso si concentra sulla ricchezza, misura dello stock posseduto da ogni persona, e non sui redditi, e cioè quello che si guadagna in un anno. Entrambe le misure, però, stando alle ultime pubblicazioni internazionali, mostrano che la forbice del divario tra i più ricchi e i più poveri è in costante aumento.
Branko Milanovic, grande studioso di questi temi, nel suo famoso grafico, chiamato "dell'elefante" a causa della sua forma, ci indica come dal 1980 in poi chi vede aumentare i propri redditi e le proprie ricchezze sono le élite di ricchissimi sparsi nel mondo e coloro che vedono accrescere le proprie disponibilità nelle economie emergenti, come per esempio la Cina, mentre si assiste alla sparizione della classe media nelle economie avanzate.
A chi si domanda se la disuguaglianza rappresenti un problema, Angus Deaton, premio Nobel per l'Economia, risponde con un'altra domanda: è proprio vero che il mondo migliora se pochi guadagnano un sacco di soldi e tutti gli altri ne guadagnano pochi o nulla, ma non stanno peggio economicamente rispetto al passato? Se la disuguaglianza aumenta oltre una certa soglia diventa tossica, come la presenza dell'anidride carbonica nell'aria: se troppa non si può respirare. "Quando si arriva al punto in cui una sola persona possiede una parte enorme della ricchezza di un Paese, che cosa può impedire a quella persona di imporre la propria volontà a tutta la nazione? Implicitamente o esplicitamente i suoi desideri diventano legge", scrive a sua volta Muhammad Yunus. E l'effetto sarà l'esclusione dai diritti e dalle opportunità per chi non appartiene a una cerchia ristretta. L'aumento delle disuguaglianze innesca un circolo vizioso che mina le pari opportunità per tutti. E le rivolte in Ecuador, in Cile e in altri Paesi del mondo negli ultimi mesi sono un sintomo di quanto le disuguaglianze possano diventare insostenibili.
Il rapporto Oxfam usa immagini molto plastiche per dare un'idea del fenomeno: se ciascuno si sedesse sulla propria ricchezza sotto forma di una pila di banconote da 100 dollari, la maggior parte della popolazione mondiale siederebbe al suolo, una persona della classe media di un Paese ricco su una sedia, e i due uomini più ricchi al mondo sarebbero nello spazio.
Non tutti gli studiosi sono d'accordo con i dati presentati nel Rapporto Oxfam e nel Global Inequality Report, o con gli studi di Thomas Piketty, a cui si deve il merito di aver portato questi temi al centro dell'attenzione. Una delle critiche è che nel divulgare i dati ci si concentra molto sulle fasce estreme, come il 10 o l'1% più ricco della popolazione, non tenendo in considerazione le fasce intermedie. In realtà il problema è proprio in questi estremi: se ci si limita a leggere indici sintetici di concentrazione della ricchezza, si hanno misure medie, che senza altri indicatori possono trarre in inganno. Negli ultimi anni ci si è accorti che il problema è proprio nella concentrazione abnorme di ricchezza nelle fasce più alte di reddito, un fenomeno che, se non adeguatamente misurato, può sfuggire.
Per fare solo un esempio, in Italia l'indice di Gini sul reddito disponibile, una misura della concentrazione della ricchezza, è di 33,4 per il 2017. Un dato non elevatissimo, sebbene superiore alla media europea (30,9). Se però andiamo a vedere i dati Inps sui lavoratori che guadagnano di più, osserviamo che negli ultimi 40 anni il tasso di crescita dei redditi da lavoro è aumentato del 99% per i top 10% (quelli che guadagnano di più), mentre per il restante 90% è stato del 65%. Per i top 0,01% l'aumento è stato del 298%.
Dato che si commenta da solo, insieme al fatto che per il 28% dei rapporti di lavoro la paga oraria media è inferiore ai 9 euro.
Nel rapporto Oxfam emerge anche, molto chiaramente, che a fare le spese delle disuguaglianze crescenti sono in particolare le donne, il cui lavoro molte volte è invisibile. L'80% dei lavoratori domestici nel mondo è donna, e di essi solo 1 su 10 gode delle stesse tutele di altri lavoratori, mentre per il 50% non vigono limiti legali alle ore di lavoro. Proprio mentre mi accingevo a scrivere questo testo ho incontrato una donna che per 13 anni ha lavorato come badante senza tutele: ora è senza lavoro, senza possibilità di pensione, in cerca disperata di un'opportunità, e quindi pronta a rimanere invisibile pur di avere di che mangiare. Fino a quando ci saranno persone disposte a tutto pur di avvicinarsi alle briciole che cadono dalla tavola dei super ricchi o anche solo delle persone normali, l'economia non sarà riconciliata con le sue radici: oikos-nomos, gestione e custodia della casa, la propria e quella di tutti.
di Tamar Pitch
Il Manifesto, 22 gennaio 2020
Non tutto ciò che è legale è anche giusto. Un'ovvietà, se non altro dopo la catastrofe dei totalitarismi novecenteschi. Ma se "legalità" indica l'osservanza delle leggi positive, che cosa significa, oggi, "giustizia"? Giustizia è forse nozione relativa, diversa a seconda da dove si parla, da chi si è e vuole essere, dalle circostanze storiche, sociali, culturali in cui ci si trova? Se ne può, viceversa, cogliere un significato universale attraverso la ragione, la discussione pubblica, il dialogo dietro un velo d'ignoranza? Davvero, come sostiene per esempio Luigi Ferrajoli, Antigone e Creonte si incontrano e riconciliano nelle costituzioni europee del secondo dopoguerra?
È proprio Antigone a esser stata più volte, e non sempre opportunamente, invocata, come figura appunto della Giustizia contrapposta alla Legalità, nel corso delle vicende di questi ultimi mesi e anni. E pour cause: nel contesto attuale, italiano e non solo, assistiamo per un verso all'enfasi sulla legalità come legittimazione di sgomberi di edifici occupati, persecuzione e criminalizzazione della povertà e marginalità sociale, respingimenti in mare di profughi e migranti, e per altro verso alla produzione di norme positive dalla assai dubbia legittimità costituzionale. Non da ora, naturalmente, ma l'ipostatizzazione della legalità è stata una delle leve del successo della maggioranza di governo giallo-verde.
La questione viene da lontano: la legislazione d'emergenza degli anni settanta e ottanta, la stagione di mani pulite con il suo corollario di strappi alle garanzie penali e processuali, il protagonismo della magistratura inquirente hanno prodotto un senso comune schiacciato sulla logica e il linguaggio del penale e la sostituzione della politica con il diritto penale stesso, elevato a panacea di tutti i mali. Dunque, quando si esalta la legalità, lo si fa a proposito della legalità penale. Di qui, il populismo penale come ingrediente fondamentale del populismo nostrano tout court.
Esiste naturalmente un'altra legalità: quella costituzionale e quella consegnata nelle varie carte dei diritti, sia in Europa che sul piano internazionale. È qui Antigone? Questa è la giustizia da contrapporre alla legalità? Osserviamo un proliferare, in Italia e altrove, di esplicite e rivendicate trasgressioni delle leggi vigenti non solo da parte di movimenti, ma anche da parte di alcune istituzioni (sindaci, governatori), nonché ad aperti richiami alla disobbedienza nei confronti di una "legalità" ritenuta contraria alla giustizia.
Siamo di fronte ad una nuova stagione di "rivolta contro il formalismo", simile a quella che negli anni sessanta e settanta ha caratterizzato la critica del diritto positivo e ha condotto alla messa in rilievo della legalità costituzionale? Che cosa si intende dunque con giustizia? Quali definizioni e quali retoriche vengono formulate delle categorie di "legalità" e "giustizia", con riferimento alle diverse fonti che le producono, ai diversi ambiti comunicativi'? Come le stesse vengono condizionate dagli interessi e dai conflitti in campo? Come vengono percepite e declinate nel linguaggio corrente?
Le questioni qui richiamate sono, pensiamo, di rilevanza cruciale nel contesto politico e culturale odierno, non solo italiano. E fanno riferimento, oltre che al rapporto tra politica e diritto, a quello tra stato di diritto e democrazia. Il convegno "Legalità e giustizia" di giovedì 23 e venerdì 24 gennaio, organizzato dalla rivista Studi sulla questione criminale e dal Centro per la riforma dello stato, con l'ospitalità del dipartimento di giurisprudenza di Roma3, affronta molti di questi temi, con contributi che fanno riferimento a saperi diversi, dal diritto, alla sociologia, alla filosofia, alla criminologia critica e perfino alla storia del teatro.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Torture sui detenuti. Mitchell e Jessen hanno ricevuto dalla Cia 81 milioni di dollari. Quando è entrato nel tribunale della base navale di Guantánamo a Cuba, l'avvocato di Khalid Shaikh Mohammed ha scosso la testa più volte. Ieri il suo assistito, accusato insieme ad altri quattro di essere uno degli ideatori degli attacchi dell'11 settembre, ha rivisto James E. Mitchell. L'uomo che insieme al collega John Bruce Jessen gli ha praticato il waterboarding per 183 volte era seduto lì, a meno di un metro da lui.
Sia Mitchell che Jessen sono stati chiamati a Gitmo a spiegare sulla base di quali tecniche hanno estorto le informazioni agli imputati. Poi il giudice dovrà decidere se quelle confessioni siano ammissibili o meno. Una responsabilità pesante dato che tutti gli accusati rischiano la pena di morte. Ma anche perché con Mohamed e gli altri nei black site della Cia non hanno usato solo l'acqua. Li hanno rinchiusi in scatole piene di scarafaggi, li hanno appesi al muro con ganci e corde, li hanno tenuti svegli per ore con la musica ad alto volume e hanno praticato loro l'alimentazione rettale.
Indietro veloce di 45 anni. Mitchell è un esperto di esplosivi dell'areonautica che ha conseguito un master in psicologia. Viene dalla Florida, famiglia povera. Negli anni '80, dopo aver conseguito un dottorato, inizia ad addestrare gli istruttori del Sere (Survival, Evasion, Resistance and Escape), programma di resistenza creato dall'areonautica Usa negli anni '60. L'obiettivo è evitare quanto successo durante la guerra di Corea, ossia caduti nelle mani del nemico, subiscano il lavaggio del cervello e rivelino informazioni. All'epoca il sistema per evitarlo è "semplice": i militari vengono sottoposti alle medesime tecniche di tortura inventate dai cinesi. Le stesse che hanno subito Mohamed e soci. "Sapevi che non saresti morto, solo perché era un corso", ha raccontato un allievo.
Dopo qualche anno, al programma Sere si unisce anche Jessen. È cresciuto in una fattoria di patate in Idaho. Come Mitchell è mormone. Il suo curriculum in psicologia non è più lungo di una paginetta. I due diventano amici. Escursioni in montagna, viaggi. Fino alla pensione.
Poi, nel 2002 arriva l'occasione che la "mormon mafia", come li chiamano i colleghi, stanno aspettando. Per il New York Times, ad un incontro a Filadelfia Mitchell mostra particolare apprezzamento per gli studi di Martin Seligman sull'"impotenza appresa". Lo psicologo statunitense aveva scoperto che un animale sottoposto ripetutamente a una scossa elettrica, una volta messo nelle condizioni di poter fuggire dalla gabbia non lo faceva.
Affascinati dall'idea, i due psicologi prima fondano una società. Il loro "core business" diventano le "tecniche di interrogatorio rinforzato". Tradotto nella lingua dei giusti: torture. Poi in aprile arriva l'affare. Uno dei luogotenenti di Al Qaeda più importanti, Abu Zubaydah, viene catturato in Pakistan. È ferito. Viene curato e mantenuto in vita. L'Fbi riesce a farlo parlare usando tecniche basate sulla costruzione di un rapporto di fiducia. Un successo, dunque.
Ma per la Cia si tratta di uno smacco. L'ordine dell'allora direttore Tenent è: "Facciamolo noi e facciamolo meglio". Ed è qui che entrano in gioco Mitchell e Jessen. Per le loro consulenze all'inizio ricevono 1.800 al giorno al giorno. Poi incassano 81 milioni di dollari, prima che il loro contratto venga rescisso nel 2009.
n alcuni casi - secondo quanto confermato anche dal rapporto Rapporto del Comitato di sorveglianza sull'intelligence del Senato - i due partecipano direttamente agli interrogatori, pur non sapendo una parola di arabo e non avendo alcuna conoscenza di Al Qaeda. Eppure Jessen e Mitchell sono ancora lì fuori, seduti sul banco dei testimoni, non su quello degli imputati. Vanno in kayak e amano ancora fare trekking insieme. Mitchell poi va in giro dicendo ai giornalisti di essere diventato ateo e di essere un sostenitore di Amnesty International.
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