di Valerio Nicolosi
Il Manifesto, 4 marzo 2020
Attivisti aggrediti a Lesbo, in mare la guardia costiera spara. I profughi in cammino lungo il fiume Evros sognando l'Europa. Sul confine gruppi di residenti imbracciano i fucili, polizia ed esercito ellenici restano a guardare La Grecia ora pensa di usare una nave come centro temporaneo per i migranti. La tensione continua a salire nelle isole greche, il flusso di rifugiati siriani non si arresta e la gestione in terra dell'ordine pubblico continua a essere un problema.
Nella notte tra il 2 e il 3 marzo, una nave dell'ong Mare Liberum che effettua il pattugliamento e il soccorso dei migranti a largo dell'isola di Lesbo, è stata avvicinata da un gommone con a bordo persone incappucciate, che prima hanno minacciato di sparare contro l'equipaggio volontario e successivamente gettato benzina sul ponte della barca minacciando di darle fuoco. Altri attivisti hanno denunciato atti di vandalismo nei confronti dei loro mezzi e alcuni continuano a non poter entrare a casa per paura delle ronde dell'estrema destra.
"Stanotte ho dormito in una tenda del Campo di Moria - ci dice Nawal, attivista italo-marocchina da tempo attiva a Lesbo - Il posto più sicuro è paradossalmente proprio il campo, almeno le ronde non riescono a entrare dentro. Sotto casa mia è stata completamente devastata una macchina di un volontario e le altre hanno le ruote forate e i vetri rotti". Alle 18 di ieri è stata convocata una manifestazione a Mitilini in solidarietà con i migranti, ma invertire la tendenza sembra oggi difficile: la polizia continua a non voler intervenire e lasciare campo libero ai gruppi d'estrema destra organizzati.
Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata un'altra notizia di spari contro i gommoni dei migranti: a darla è stata la piattaforma Alarm Phone, che ha riportato tramite Twitter la vicenda di due imbarcazioni che provavano a attraversare il confine di Kastellorizo, quando la Guardia Costiera ellenica ha sparato contro entrambe. Una delle due è riuscita a tornare indietro e dare l'allarme, mentre sull'altra sembra ci siano feriti.
Per alleggerire la pressione sull'isola di Lesbo, le autorità greche vogliono utilizzare una nave come centro temporaneo per i migranti, visto che il campo di Moria è pieno ormai da settimane e il governo presieduto da Mitsotakis non ha intenzione di spostare i migranti sulla terra ferma. La situazione è completamente differente lungo il fiume Evros, dove la polizia e l'esercito ellenici pattugliano quasi ogni angolo degli oltre cento chilometri di confine con la Turchia. Dall'altro lato da giorni sono ammassate migliaia di persone che dopo mesi hanno potuto lasciare i centri di detenzione turchi.
La strada che costeggia il confine con la Turchia corre in mezzo a campagne sterminate, tra un paese e l'altro ci sono almeno 15 minuti di macchina. Per i migranti questa parte di terra non è facile da attraversare senza essere visti: i paesi sono piccoli e tutti si conoscono, le pianure di campi arati non offrono ripari durante il giorno e l'esercito a ogni incrocio controlla tutto quello che avviene, anche grazie alla collaborazione dei cittadini. "Di qua i migranti non passano, perché sanno che è molto pericoloso, quei pochi che l'hanno fatto sono stati presi a bastonate dai nostri concittadini", ci racconta Afroditi, donna quarantenne di Dikaia, piccola cittadina al confine tra Grecia, Turchia e Bulgaria.
Afroditi gestisce il supermarket del paese ma in passata è stata lei stessa migrante: "Ho studiato in Germania ma poi sono tornata per stare vicino alla mia famiglia". Ci racconta di aver chiamato la polizia quando ha visto qualche siriano aspettare il treno nella stazione che si trova proprio davanti al suo negozio. "Vogliono andare ad Alexandropolis e da lì proseguire verso la Macedonia ma io non capisco perché non vanno in altri paesi islamici, in Europa siamo cristiani. Inoltre qua paghiamo ancora la crisi economica, dobbiamo pensare a noi", chiosa mentre nel super market entra l'unico cliente degli ultimi 20 minuti.
Poco importa ai residenti se i rifugiati siriani qui siano solo di passaggio e che la loro volontà sia proseguire il viaggio il prima possibile. La gran parte di loro ha come meta la Germania, alcuni la Svezia ma quasi tutti quelli che riescono a passare queste zone saranno bloccati di nuovo in Serbia o in Bosnia, respinti dalla polizia di frontiera croata che nell'ultimo anno si è resa colpevole di diversi atti di violenza. "Per me qua non devono passare, noi siamo una zona forte, siamo rispettati da sempre e non possiamo permettere di essere invasi", ci dice Andreas, proprietario di una pompa di benzina e un piccolo hotel a Tichero, paese di poche anime a meno di 5 chilometri dal fiume Evros e quindi dal confine.
"Io tutte le sere prendo il fucile e vado lungo il fiume, controllo che nessuno passi. Prima che arrivasse l'esercito pensavamo noi a difenderci", aggiunge il benzinaio di Tichero, mentre sulla cartina mostra il punto dove la sera si immedesima in una guardia di frontiera. Mentre sul lato turco i rifugiati continuano a essere ammassati e a vivere accampati lungo il confine, da questa parte le uniche rassicurazioni che hanno avuto gli abitanti dall'Europa sono quelle dell'invio di altri militari di Frontex, come se i migranti e i rifugiati fossero un esercito da combattere.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 marzo 2020
Negli ultimi anni in molti paesi europei - come denuncia un rapporto presentato ieri alla stampa da Amnesty International - singole persone e organizzazioni della società civile che hanno aiutato rifugiati e migranti sono stati sottoposti a procedimenti penali infondati, limitazioni indebite alle loro attività, intimidazioni, vessazioni e campagne denigratorie.
Le loro azioni di assistenza e solidarietà li hanno messi in rotta di collisione con le politiche europee sulla migrazione, che hanno l'obiettivo di impedire a rifugiati e migranti di raggiungere l'Unione europea (Ue), di trattenere quelli che riescono a entrare in Europa nel paese di primo arrivo e di espellerne quanti più possibile verso i loro paesi d'origine.
Coloro che soccorrono rifugiati e migranti in pericolo in mare o sulle montagne, offrono riparo e cibo, documentano le violenze della polizia e delle guardie di frontiera e si oppongono alle espulsioni illegali sono diventati essi stessi bersagli delle autorità, che trattano atti di umanità alla stregua di minacce alla sicurezza nazionale e all'ordine pubblico. Nel suo rapporto, Amnesty International ha documentato casi di restrizioni e criminalizzazione dell'assistenza e solidarietà in otto paesi: Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Spagna, Svizzera e Regno Unito.
Per quanto riguarda il nostro paese, la persistente campagna denigratoria alimentata dagli ultimi governi contro le Ong che conducono operazioni di soccorso in mare è stata accompagnata dall'imposizione di un codice di condotta e dall'approvazione di leggi che hanno lo scopo di limitare e ostacolare le loro attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale.
Gli equipaggi della maggior parte delle Ong sono stati colpiti da indagini penali per favoreggiamento dell'ingresso irregolare e altri reati; e in molti casi le imbarcazioni di soccorso delle Ong sono state sequestrate.
Tra il 2015 e il 2018 158 persone sono state indagate o perseguite per favoreggiamento dell'ingresso o del soggiorno irregolari di cittadini stranieri in uno stato dell'Ue e 16 Ong sono state colpite da procedimenti penali. Nella maggior parte dei casi descritti dal rapporto di Amnesty International, le indagini e procedimenti penali si basano sul reato di favoreggiamento di ingresso, transito e soggiorno irregolari nel territorio di uno stato membro dell'Ue. Sin dal 2002 l'Ue ha tentato di armonizzare le legislazioni degli stati membri per combattere il traffico di esseri umani in Europa con una direttiva e una decisione quadro, conosciuta come "Pacchetto favoreggiatori".
Ma la vaghezza delle sue disposizioni e l'ampia discrezione lasciata agli stati membri nella loro applicazione hanno portato all'avvio di procedimenti penali contro coloro che non avevano fatto altro che mostrare solidarietà verso migranti e rifugiati. Uno degli obiettivi di Amnesty International è l'urgente revisione del "Pacchetto favoreggiatori". In particolare, dovrebbe essere introdotto il requisito di un vantaggio finanziario o materiale per poter criminalizzare la facilitazione dell'ingresso, transito e soggiorno irregolari di un cittadino straniero in stato di irregolarità. Inoltre, dovrebbero essere fatte le modifiche necessarie per evitare la criminalizzazione dei migranti vittime del traffico di esseri umani e dovrebbe essere prevista una clausola di esenzione umanitaria obbligatoria, per impedire i procedimenti contro persone che offrono assistenza a rifugiati e migranti.
All'Italia, Amnesty International chiede l'abrogazione del decreto sicurezza bis, il ritiro del "codice di condotta Minniti", sopravvissuto a due successivi governi, e una modifica della legislazione affinché l'ingresso irregolare sul territorio italiano - che, come altrove, può essere l'unica opzione per molte persone in cerca di protezione - non sia considerato reato.
di Rodolfo Calò
ansa.it, 4 marzo 2020
In un esercizio di trasparenza, l'Egitto è tornato ad aprire le porte di una sua prigione a media stranieri e Ong egiziane sostenendo di rispettare i diritti umani e di non aver "nulla da nascondere" dietro le sbarre. "Le prigioni sono aperte: chiedete il permesso e visitatele", ha detto questa settimana il generale Hisham El Baradei, assistente del ministro dell'Interno egiziano per il settore penitenziario, incontrando rappresentanti di media, tra cui l'Ansa, invitati a ispezionare parte del carcere femminile di Al Qanater, una trentina di chilometri a nord-ovest del centro del Cairo.
"Che ci guadagneremmo a picchiarli?", ha chiesto retoricamente l'alto funzionario alla richiesta di un commento sulle accuse di abusi sui detenuti delle carceri egiziane mosse da diverse ong soprattutto internazionali. "Non abbiamo nulla da nascondere", le carceri "sono aperte a chiunque le voglia vedere", ha sostenuto dal canto suo Maya Morsy, Presidente del Consiglio nazionale egiziano per le donne, anch'ella in sopralluogo al "Centro correzionale e di riabilitazione" (questa la dicitura ufficiale) da circa mille posti presentata come "il più grande" carcere femminile in Egitto.
La visita non è stata ispirata dal caso di Patrick George Zaky, lo studente dell'università di Bologna arrestato in Egitto per propaganda sovversiva. A novembre vi sono state visite in altre due carceri, con altrettanti sopralluoghi ciascuno, al Cairo (Tora) e Borg El Arab (nei pressi di Alessandria), ha ricordato Morsi sottolineando che questi sopralluoghi sono relativamente frequenti. Ai giornalisti di quattro-cinque media e ad un analogo numero di rappresentanti di organizzazioni non-governative sono stati mostrati diversi spazi del carcere di Al Qanater (La Chiusa).
Innanzitutto asilo, parlatorio, poliambulatorio-farmacia fra l'altro con studio dentistico e oculistico. E un'attività di fisioterapia che una ex-detenuta ha ottenuto di poter continuare a fare anche dopo la scarcerazione non potendosela permettere fuori, ha raccontato Morsi.
Ma anche un'aula scolastica da 22 posti con massicci banchi di legno che ricordano quelli italiani degli anni Sessanta per l'alfabetizzazione delle detenute; e un laboratorio di cucito che punta alla riqualificazione professionale delle incarcerate perseguito pure con lavori di ricamo e piccolo artigianato che viene rivenduto all'esterno attraverso vari canali.
Alla "Chiusa" sul Nilo c'è poi anche un campetto di pallavolo usato dalle più giovani e una sala adibita a chiesa cristiana dove si tiene messa ortodossa ogni lunedì: "una struttura presente in ogni carcere egiziano", ha sottolineato una fonte sul posto dopo che era stato intonato un inno che diceva "Dio è qui, sempre in mezzo a noi".
Non mostrate invece sono state le celle da 2-4 posti o le camerate che arrivano fino a 20 e presso le quali "le toilette vengono pulite giornalmente", ha dichiarato il generale El Baradei.
All'asilo le madri (che Morsi considera così ben trattate da poterle definire "residenti" e non "detenute") ogni settimana ricevono la visita dei loro piccoli sopra i due anni (prima stanno sempre con loro nella struttura). Nel parlatorio, dove le detenute si distinguono perché vestite di bianco, le visite avvengono ogni 15 giorni per le condannate e ogni settimana per le "indagate", riconoscibili per una scritta blu sul vestito: l'altro giorno, tra bustoni con coca-cola, arance e assorbenti, si sono viste lacrime di una anziana abbracciata da un giovane ma anche qualche sorriso.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 4 marzo 2020
Nel disinteresse più o meno generale dei grandi mezzi di comunicazione, si sta celebrando il processo a Londra contro il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. L'estetica del tribunale è il messaggio. Provo a spiegarmi. Nel disinteresse più o meno generale dei grandi mezzi di comunicazione, si sta celebrando il processo a Londra contro il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange.
Il tribunale è il messaggio, si potrebbe dire. Come testimoniano le cronache di Craig Murray (sul blog "L'antidiplomatico") e di Stefania Maurizi (su "il Fatto Quotidiano") il luogo e il clima del dibattimento sono indice di scelte aprioristiche molto nette: ad essere messo in stato di accusa è il giornalismo libero e lo status di colpevole per l'imputato è già scritto. Alla faccia della britannica (presunta) "terzietà" della Corte. Infatti, il "Woolwich Crown Court", che ospita il "Belmarsh Magistrates Court", è parte integrante dell'edificio al cui interno sta la prigione di massima sicurezza in cui vive il detenuto.
E dire che le udienze di estradizione, quale quella in corso, generalmente si svolgono presso il tribunale dei magistrati di Westminster, centrale e vicino ai luoghi istituzionali. Ma il Regno Unito, buon alleato degli Stati Uniti, sembra avere già condannato l'uomo al quale non aveva rilasciato il permesso per uscire dall'ambasciata dell'Ecuador di Londra, dopo avere di fatto sconsigliato alla giustizia svedese di concludere favorevolmente la vicenda sulla vita privata di Assange. Eppure, le stesse Nazioni Unite avevano preso una posizione netta - nel 2015 - contro la detenzione.
La pubblica accusa, sostenuta in nome e per conto degli Stati uniti dall'avvocato James Lewis, ha centrato la sua argomentazione sulla specificità delle colpe del coraggioso australiano, da non confondere - ha sottolineato - con il comportamento degli stessi giornali (New York Times, Guardian, Spiegel, ad esempio) che hanno pubblicato l'immane lavoro di WikiLeaks. Parliamo delle migliaia di file segreti sulla guerra in Afghanistan, dei cablogrammi della diplomazia d'oltre oceano, delle centinaia di schede dei detenuti di Guantanamo. E così via.
Il principale accusatore, dunque, ha tenuto l'arringa non per la giudice Vanessa Baraitser, bensì per i media che vanno per la maggiore: considerati innocenti, pur avendo pubblicato le notizie procurate da Assange. Il consenso val bene una menzogna, vale a dire l'incriminazione in base all'Espionage Act, malgrado sia stato dichiarato dal Pentagono che non vi è stata nessuna conseguenza per le notizie diffuse.
Quindi, è chiaro il disegno: Julian Assange non è un giornalista, bensì una volgare spia. E come tale viene trattato in un luogo che assomiglia ad uno dei tristi e famigerati tribunali speciali dei regimi autoritari, con tanto di gabbiotto isolato per l'imputato e pubblico ridotto all'osso (sedici posti in aula). Altro che giustizia indipendente e aperta al controllo popolare. In verità, il caso di Assange sembra davvero così una prova generale di processo post-democratico. La condanna è scritta prima e il resto è solo una cerimonia mediatica. Chi osa mettere il naso nelle attività criminose dei potenti della terra rischia anche 175 anni di carcere.
In Italia, malgrado le prese di posizione della Federazione della stampa e qualche (pur poco affollata) significativa mobilitazione di piazza, l'informazione dominante tace. Non ci si rende conto, forse, che l'eventuale estradizione di una persona peraltro fisicamente provatissima è l'inizio di una vendetta contro la libertà di espressione. In una deriva culturalmente sempre più conservatrice e reazionaria, il diritto dei diritti è un lusso che non ci si può permettere. Il silenzio non è d'oro. È solo il suicidio della democrazia, in uno dei suoi assi portanti.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 4 marzo 2020
È il caso più fortuito e minuscolo, alla fine, che separa Lesbo da Lodi. Guardiamolo negli occhi, il nostro mondo. Si stipula una pace in Afghanistan, affare elettorale di Trump, di cui vedremo gli svolgimenti. Intanto si può fondatamente prevedere che il ritorno dei talebani moltiplicherà il numero di afghani in fuga dal paese, che già oggi sono una quota ingente della pressione alle frontiere europee, specialmente sud-orientali.
C'è la moltitudine di famiglie soprattutto siriane spinta di colpo nella fossa comune d'acqua e di scogli fra terraferma turca e terraferma greca, senza poter andare né avanti né indietro: in trappola. E in trappola con lei, benché confortevole ancora e anzi lussuosa, è l'intera classe dirigente dei paesi d'Europa, che sa di dover pagare un prezzo carissimo al ripudio di quelle migliaia e decine e centinaia di migliaia di sventurati intrappolati e pieni di bambini, e sente di doverne pagare uno per lei ancora più alto cedendo al soccorso e consegnandosi alla rabbia popolare e al cinismo delle opposizioni razziste.
Mors tua vita mea: è inevitabile opinare che la classe dirigente europea scelga così coi migranti nella rete balcanica, facendo della minaccia che si è tenacemente procurata, l'avvento dell'estrema destra, un alibi a una propria disumanità: senza che questo ne assicuri la salvezza. Tutti vedono che la signora Angela Merkel, pur alla vigilia del commiato personale, non ripeterebbe mai il gesto audace di cinque anni fa.
E d'altra parte l'azzardo di Erdogan si è fatto col tempo tanto più esoso quanto più esasperato. Guardano a questo scenario, i nostri spettatori, come se il destino baro stesse accumulando più disastri in una volta, l'uno separato dall'altro, il lusso del coronavirus per l'Europa e l'acqua alla gola e il gelo e il tifo e fame e sete ai dannati delle belle isole greche. (Il tifo, infatti, che vi è endemico, come l'ebola in Africa, come il dengue in America latina, morbi micidiali ma altrui, in questa parte di mondo che battibecca sulle vaccinazioni).
Ma Lesbo e Lodi non sono separate se non dal caso più fortuito e minuscolo: fate che un contagio del coronavirus raggiunga quella moltitudine di fuggiaschi e immaginate come infurierebbe e infierirebbe. Mosche nel bicchiere, i grandi d'Europa sbattono di qua e di là e cominciano a spararle grosse e del resto antiche: trovare un posto, un ghetto, un recinto, in cui avviare e confinare la moltitudine che preme nuda contro i fili spinati.
Fra poco, vedrete, qualcuno si ricorderà del Madagascar, o dell'Uganda. Naturalmente un posto c'è per le decine di migliaia di profughi siriani naufragati fra due confini, e per gli altri milioni sprofondati nelle cantine della Turchia e del Libano e del Kurdistan: quel posto si chiama Siria. Era 1 che dovevano tornare, era là che i miliardi dei paesi ricchi dovevano andare a incoraggiare e finanziare quel ritorno e la ricostruzione di case e anime.
Non è senno di poi: qualcuno lo ha avvertito da principio, e ha avvertito delle condizioni necessarie per renderlo possibile. Soffrire e reagire al mattatoio che tocca i nove anni e supera il mezzo milione di ammazzati e i milioni di sfollati ed esuli. Credere in una forza internazionale e dispiegarla. Rispettare almeno le proprie linee rosse. Non essere, oltre che così disumani, così ciechi da guardare alle bande di ogni risma, dalle masnade islamiste alle potenze regionali, l'Iran e la Turchia, il Libano degli sciiti e Israele, e mondiali, la Russia svelta di mano e gli Stati Uniti svelti di piede, come a un parapiglia estraneo e caratteristico, il solito Medio oriente, che si massacrino fra loro.
È tardi, naturalmente. Ora forse dopo aver tirato sui miliardi si otterrà dal sultano qualche rinnovo contrattuale, qualche dilazione. Nel frattempo, qualcuno dovrà fare il lavoro sporco, lo sta già facendo. Qualcun altro soccorrerà, noti ignorando le conseguenze più distanti ma sapendo che quando il proprio prossimo annega in mare o stramazza su una strada di ladroni bisogna solo soccorrerlo, avvenga quello che vuole. Gli uni e gli altri, quelli che sparano ai gommoni e alla ressa sui fili spinati e quelli che riscaldano e nutrono col poco che hanno, lo fanno anche per noi, tutti coinvolti. Ciascuno scelga i suoi.
di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 4 marzo 2020
L'annuncio della ministra dell'Interno ancora una volta imbocca la scorciatoia repressiva del carcere, che non risolverà il problema. I governi italiani di qualsiasi colore hanno smesso di occuparsi di politiche sulle droghe. Non può essere letta altrimenti la mancata convocazione della Conferenza Nazionale sulle Droghe da oltre dieci anni. Il dibattito sul bilancio delle scelte repressive prosegue nel mondo dell'associazionismo, ma le istituzioni non danno impulso all'acquisizione dei molti saperi necessari per confrontarsi con un universo, quello delle droghe e dei consumi, sempre più differenziato. In questo vuoto c'è spazio per l'improvvisazione, che ancora una volta imbocca la scorciatoia repressiva del carcere.
Muove in questa direzione l'annuncio della ministra dell'Interno Lamorgese (19 febbraio 2020), dal quale apprendiamo che è allo studio una norma che consenta l'arresto "immediato" e la custodia cautelare in carcere per i piccoli spacciatori ovvero, tradotto in termini tecnici, per i responsabili dei fatti di lieve entità (art. 73, comma V, Dpr 309/90).
A mettere in fila le dichiarazioni della ministra riportate dalla stampa (sulle quali poi è calato, per fortuna, il silenzio), capiamo che la proposta scaturirebbe da un tavolo di lavoro con il ministero della giustizia, che avrebbe come destinatari gli spacciatori "al secondo fermo", e che sarebbe volta a contrastare la demotivazione delle forze dell'ordine che, in assenza di custodia in carcere, tornerebbero a rivedere il pusher nello stesso angolo di strada.
Alcune considerazioni si rendono obbligatorie. Una viene prima delle altre. Lo scoraggiamento delle forze dell'ordine è un sentimento che va compreso e approfondito per decifrarne le cause e approntare i rimedi; non può essere addotto, viceversa, a giustificazione di un intervento legislativo in materia di droghe, il quale dovrebbe tenere conto di una pluralità di fattori e della multidimensionalità del fenomeno. E dovrebbe, anche, partire da elementi di realtà.
Il primo dato di esperienza è che i piccoli spacciatori, in carcere, ci finiscono eccome. Nonostante la fattispecie dell'art. 73, comma V, Dpr 309/90 non consenta l'arresto obbligatorio in flagranza e la misura della custodia cautelare, le prigioni italiane traboccano di piccoli spacciatori (spesso consumatori coatti allo spaccio dalla necessità di approvvigionamento della sostanza). Sono diversi i meccanismi che lo consentono, alcuni dei quali ben analizzati nell'indagine commissionata dal Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e condotta dalla Fondazioni Michelucci. Si va dall'espansione dell'arresto facoltativo al cumulo di più condanne "piccole", dalla contestazione della fattispecie grave (poi derubricata nella lieve in sede di sentenza) alla contestazione di altri reati che consentono l'arresto in flagranza (tra tutti, la resistenza a pubblico ufficiale). E così ci ritroviamo con un carcere che trabocca di tossicodipendenti (un quarto della popolazione detenuta) e di condannati per violazioni della legge sulle droghe (poco meno di un terzo).
Tutto questo è servito per contrastare il fenomeno dello spaccio da strada? No. Si tratta di un mercato più florido che mai, gestito in larga parte dalla criminalità organizzata. Basterebbe questo per constatare il fallimento delle politiche di repressione penale, se non si vogliono scomodare i documenti internazionali (Ungass 2016) o le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Roberti in tema di depenalizzazione dell'uso della cannabis. Occorre un cambio di passo: governo sociale del fenomeno droghe, strategie diversificate in relazioni alle diverse sostanze e ai diversi consumi, fine della politica dei tagli lineari che hanno demolito i servizi, garanzia per tutti della prospettiva della riduzione del danno, politiche preventive. Con l'improvvisazione non si va lontano. Se ne sono accorti nelle Americhe, speriamo che il vento cambi anche da noi.
di Pierre Haski*
internazionale.it, 4 marzo 2020
Il 2 marzo Ghassan Salamé ha gettato la spugna con un semplice tweet scritto in arabo. Con poche parole, l'inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia ha spiegato che la sua salute non gli permette di "affrontare lo stress" a cui lo sottopone il ruolo particolare che ricopre da oltre due anni. Ma la verità è che le dimissioni del sesto rappresentante dell'Onu in Libia in meno di dieci anni hanno il sapore di un fallimento.
Prima di tutto per la comunità internazionale, che in Libia non riesce a far rispettare le proprie decisioni. Un rappresentante dell'Onu ha il potere che gli viene conferito dagli stati appartenenti all'organizzazione, e quando questi stati non rispettano gli impegni presi, un uomo, da solo, non può nulla. In secondo luogo siamo davanti al fallimento dei tentativi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto libico, cosa che ancora sembrava possibile un anno fa, prima dello scoppio di una terza guerra civile alimentata dalle ambizioni delle potenze esterne.
Il colpo di grazia - Due avvenimenti hanno contribuito alle dimissioni di Salamé: innanzitutto la conferenza organizzata il 19 gennaio a Berlino con la presenza di Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan, Emmanuel Macron e Mike Pompeo. In quell'occasione i partecipanti si erano impegnati a rispettare l'embargo sulla consegna di armi ai belligeranti, ma appena l'inchiostro si è seccato l'appoggio militare è ripreso come se niente fosse. Il colpo di grazia è arrivato la settimana scorsa a Ginevra, con il fallimento di una riunione per il "dialogo politico" organizzata da Salamé. I delegati dei due fronti che si combattono in Libia non si sono nemmeno presentati nella città svizzera, mortificando e sfiduciando l'emissario dell'Onu.
Qualche giorno fa Salamé ha rilasciato dichiarazioni amare (che con le sue dimissioni acquistano maggiore significato) attaccando i partecipanti della conferenza di Berlino. "Ho ricevuto il sostegno necessario dopo Berlino? La mia risposta è "no". Ho bisogno di un supporto di gran lunga maggiore". A chi si rivolgeva Salamé? A tutti gli attori coinvolti. Oggi i due schieramenti del conflitto libico hanno ciascuno i suoi protettori.
Il governo di Tripoli, guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj, è sostenuto principalmente dalla Turchia e dal Qatar, che riversano armi e combattenti nella capitale libica. Il generale Khalifa Haftar, che controlla la zona orientale del paese, può invece contare sull'appoggio della Russia (che ha inviato i suoi mercenari), dell'Egitto e degli Emirati Arabi Uniti (che partecipano ai combattimenti con droni e aerei).
Fatto per nulla indifferente, dalla parte di Haftar è schierata anche la Francia, nonostante le smentite. Il ruolo occulto di Parigi non ha certo facilitato il lavoro di Salamé. Il gesto del rappresentante dell'Onu non porterà grandi cambiamenti in questo ennesimo conflitto alle porte dell'Europa, ma getta luce su un mondo in cui le Nazioni Unite hanno sostanzialmente perso il loro ruolo. Di sicuro il successore del diplomatico libanese non potrà molto davanti agli egoismi nazionali che in Libia ripropongono il gioco infinito dei rapporti di forza tra potenze.
*Traduzione di Andrea Sparacino
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 3 marzo 2020
L'amministrazione penitenziaria ha diramato Linee guida, ma nessuna indicazione sulle visite dei familiari. Così che alcuni istituti hanno chiuso le porte agli esterni. In modo ingiustificato.
La diffusione del coronavirus sta suscitando legittime apprensioni: tutte le cautele messe in atto dal ministero della Salute, dalla Protezione civile e dalle Regioni non sono riuscite ancora a circoscrivere la diffusione del virus e si teme che il picco dei contagi, ancora di là da venire, possa mettere in seria difficoltà il sistema sanitario nazionale alla prova della gestione contemporanea di una mole di casi - e, soprattutto, di terapie intensive - come quella che potrebbe venirne.
di Luigi Mastrodonato
internazionale.it, 3 marzo 2020
Da 28 anni la Cooperativa sociale "Alice" offre lavoro ai detenuti delle carceri milanesi attraverso alcuni laboratori di sartoria. Oltre 400 persone sono passate dalle sue macchine da cucire, mentre nella sede esterna viene assunto anche chi ha già scontato la pena.
gnewsonline.it, 3 marzo 2020
Il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc) ha fornito nuove indicazioni per prevenire il rischio di diffusione del contagio da Covid-19. Vengono dettati alcuni obblighi informativi ai dipendenti del Dipartimento, in particolare a coloro che hanno in programma, a qualsiasi titolo, spostamenti nelle "aree a rischio".
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