di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2020
Con le modifiche apportate al decreto fiscale dalla legge di conversione sono state abrogate le più basse soglie inizialmente previste dal Dl 124/2019 per i reati di omesso versamento delle ritenute e dell'Iva. Il decreto fiscale infatti aveva portato a 100mila euro (in luogo di 150mila) la soglia penalmente rilevante ai fini dell'omesso versamento delle ritenute e a 150mila (in luogo di 250mila) la soglia del reato di omesso versamento dell'Iva.
Successivamente la legge di conversione ha abrogato tali modifiche con la conseguenza che per evitare la commissione del reato occorrerà osservare le regole già vigenti negli anni scorsi. Poiché si tratta di reati che si verificano di frequente, in quanto sono spesso determinati non dalla volontà dell'imprenditore di evadere, ma dall'assenza di disponibilità finanziarie, vale la pena di esaminarne in dettaglio i contenuti.
Iva e ritenute - Nel caso dell'Iva è sanzionato con la reclusione da sei mesi a due anni, chiunque non versi l'imposta dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo per importi superiori a 250mila euro per ciascun esercizio (articolo 10 ter del Dlgs 74/2000). Il debito rilevante ai fini del reato è la somma risultante dalla dichiarazione presentata per il periodo di imposta, determinato secondo le regole fiscali. A tal fine occorre considerare solo l'imposta dichiarata e non versata senza gli interessi trimestrali eventualmente dovuti (Cassazione 46953/2018). Per la verifica del superamento della soglia di punibilità, va verificato l'importo indicato nel rigo VL32 (Iva a debito).
Per quanto concerne invece le ritenute (articolo 10 bis del decreto legislativo 74/2000) è punito con la medesima sanzione (reclusione da sei mesi a due anni) chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 150mila euro per ciascun periodo d'imposta.
Si tratta di reati istantanei che si perfezionano alla scadenza del termine previsto con la conseguenza che è sufficiente il dolo generico e non occorre il fine di evasione (elemento soggettivo): basta cioè la consapevolezza di non versare all'erario alle previste scadenze le imposte dichiarate e dovute.
Responsabilità - Nel caso in cui la condotta omissiva riguardi ditte individuali, professionisti, artigiani ecc., non vi è dubbio che il delitto venga ascritto al contribuente interessato, il quale ha comunque tratto beneficio dall'omissione. In ipotesi invece di violazioni commesse da società, è responsabile il rappresentante legale dell'azienda alla data di consumazione del reato a prescindere da chi abbia materialmente firmato la dichiarazione contenente il debito non versato.
Secondo la Cassazione, anche se non mancano pronunce in senso contrario, non risponde del reato il liquidatore che non ha versato le imposte se al momento dell'assunzione dell'incarico non vi erano le risorse disponibili: si tratta di una causa di forza maggiore che giustifica l'inadempimento (sentenza 17727/2019).
In base a tale orientamento, il liquidatore risponde del delitto solo qualora distragga l'attivo della società in liquidazione dal fine del versamento all'Erario a scopi differenti. Tale conclusione deriva dalle limitazioni previste in ambito tributario dall'articolo 36 Dpr 602/73, secondo cui la responsabilità del liquidatore sussiste solo qualora non provi di aver soddisfatto i crediti erariali prima dell'assegnazione di beni ai soci ovvero il soddisfacimento di altri creditori.
consiglio.regione.abruzzo.it, 23 gennaio 2020
Il Garante dei detenuti ha inviato la seguente nota: "Il prof. Gianmarco Cifaldi, Garante abruzzese dei detenuti, risponde alle polemiche insorte con riferimento alla Convenzione stipulata tra l'Ateneo d'Annunzio e il Dap, spiegandone il contenuto effettivo.
Di fatto - spiega il docente - "si tratta di una convenzione che stabilisce una collaborazione dell'università all'osservazione scientifica della personalità del detenuto che già avviene, ex lege, all'interno degli istituti, come pure una cooperazione con le iniziative trattamentali del pari già in essere; un'iniziativa, dunque, che porta il valore aggiunto del sapere accademico all'interno dei penitenziari, tra l'altro nell'ambito della c.d. terza missione dell'Università, ossia la trasmissione del sapere al di fuori del ristretto ambito universitario".
Il prof. Cifaldi spiega ancora come siano comprensibili le preoccupazioni insorte per l'uso di una terminologia spiccatamente e forse eccessivamente tecnica: "i Dipartimenti di Medicina e di Odontoiatria saranno coinvolti proprio al fine di migliore la qualità del trattamento, in una prospettiva che mira naturalmente a considerare anche il detenuto sex offender come meritevole di recupero e di interazione con il resto della popolazione penitenziari (come è noto tali ristretti hanno una sezione specifica).
È evidente, peraltro, che l'intero progetto riposa sulla libera scelta della persona, che liberamente deciderà se partecipare o meno alle iniziative promosse. Saremmo anzi lieti se l'Unione delle Camere Penali, con il suo Osservatorio Carcere, (con le quali già in passato ci sono stati contatti per promuovere i diritti dei detenuti come il diritto al voto) volesse cooperare all'iniziativa, in una prospettiva di proficua integrazione delle conoscenze".
di Francesco Sorgiovanni
Quotidiano del Sud, 23 gennaio 2020
Si è impiccato in cella. Una fine orribile, quella di Giuseppe Gregoraci, detto "Pino", 51 anni, di Siderno, detenuto nel carcere lombardo di Voghera. A nulla sono valsi i tentativi di salvarlo messi in atto dal personale della Casa circondariale in provincia di Pavia. L'uomo di Siderno quando sono intervenuti i primi soccorsi era già morto. Ancora una volta, al centro della cronaca, il carcere di via Prati Nuovi.
I sindacati hanno posto più volte all'attenzione del provveditore regionale delle carceri l'esistenza di una situazione di grave emergenza a Voghera, senza però ottenere le risposte auspicate. Da molto tempo viene denunciato un serio problema di carenza delle misure di sicurezza, sia per chi lavora in quel carcere, che per i detenuti. Ieri l'ennesimo suicidio che conferma la persistenza di tutti i problemi lamentati.
Giuseppe Gregoraci era stato arrestato a luglio del 2019 nell'operazione "Canadian 'ndrangheta connection" che ha colpito la ramificazione della 'ndrangheta calabrese in Canada. L'indagine condotta dallo Sco della Polizia e della squadra Mobile reggina, diretta dalla Dda, dal procuratore Giovanni Bombardieri, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dei sostituti procuratori Giovanni Calamita e Simona Ferraiuolo, ha portato all'arresto di elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle 'ndrine Muià e Figliomeni e della potente cosca Commisso di Siderno, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l'aggravante del ricorso al metodo mafioso, al fine di agevolare la 'ndrangheta.
Tra gli arrestati figurava anche il 51enne "Pino" Gregoraci, accusato di fare parte della 'ndrina Figliomeni di contrada Donisi di Siderno e ritenuto anche responsabile di esercizio abusivo del credito, con l'aggravante di aver agevolato la 'ndrangheta. Le indagini hanno avuto origine dall'omicidio di Carmelo Muià detto "Mino", assassinato a Siderno a colpi d'arma da fuoco il 18 gennaio 2018, ritenuto il luogotenente del boss Giuseppe Commisso, alias il Mastro.
Dopo l'omicidio, al fine di comprendere le causali che lo avevano determinato, il fratello dell'ucciso, Vincenzo Muià e il sodale Giuseppe Gregoraci si recavano anche a Toronto, dove incontravano i fratelli Cosimo e Angelo Figliomeni, detti "i briganti", entrambi latitanti in Canada, al fine di conoscere le reali motivazioni che avevano portato all'omicidio del fratello "Mino".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 gennaio 2020
Ci sono diversi eventi e punti da chiarire che potrebbero aver provocato la morte di Vakhtang Enukidze, il 37enne georgiano recluso nel centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Gradisca D'Isonzo. Il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, nel pomeriggio di lunedì, si è recato presso la struttura e grazie alle testimonianze raccolte ha potuto ricostruire la cronologia degli eventi.
Il primo dato oggettivo è che la struttura, seppur in condizioni meno fatiscenti rispetto agli altri centri, non è in grado di poter ospitare per lunghi periodi i migranti e inevitabilmente si creano tensioni. Infatti, come ha riferito il Garante, domenica 12 gennaio si era verificata una rivolta e tentativi, in parte riusciti, di fuga. Il georgiano doveva essere rimpatriato il giorno successivo e senza scorta, quindi significa che l'uomo aveva un atteggiamento non oppositivo.
Nella mattina del lunedì però - così è stato riportato al garante Palma - Vakhtang ha mostrato agitazione, tant'è che il rimpatrio è stato annullato. Il giorno successivo, martedì, è accaduto che l'uomo ha avuto momenti di colluttazione con un altro migrante più giovane e su questa aggressione - secondo la versione del giovane aggredito - ci sarebbe stato un intervento forte da parte della polizia. Qui c'è il primo punto da chiarire, ovvero se l'intervento sia stato proporzionato o meno.
È accaduto che, sulla base di questo episodio, l'uomo viene arrestato per violenza nei confronti dell'altro migrante e portato nel carcere di Gorizia. Ci è rimasto per due giorni, mercoledì è giovedì. Il garante nazione sottolinea che anche in quel carcere la permanenza è difficoltosa, una struttura piccola e celle in comune con più persone.
Anche qui c'è un secondo punto da chiarire, perché potrebbero esserci stati altri interventi di forza per sedare una probabile agitazione del migrante. Ma è tutto ancora da verificare. Fatto sta che Vakhtang, dopo l'udienza di giovedì sera, ritorna nel Cpr di Gradisca. Tutti gli ospiti della struttura hanno riferito al Garante che l'uomo è rientrato molto agitato camminando a fatica e pieno di ematomi, particolari che l'autorità giudiziaria dovrà comunque capire se siano frutto o meno dell'intervento delle forze di polizia avvenuto al centro, oppure nel carcere.
Il dato oggettivo è che il georgiano non comincia a stare bene nel pomeriggio di venerdì e nella notte peggiora. La mattina di sabato chiamano il 118 e l'ambulanza lo porta nell'ospedale di Gorizia. In tarda mattinata Vakhtang cessa di respirare e muore. Una vicenda complessa, in cui hanno agito più momenti, più settori e più situazioni. Il Garante nazionale in qualità di persona offesa dal reato ha chiesto informazioni alla Procura della Repubblica di Gorizia sull'indagine in corso relativa al decesso del cittadino georgiano.
Nel frattempo, alla conferenza stampa di ieri indetta sul caso della morte misteriosa del migrante, il deputato di +Europa Riccardo Magi denuncia che potrebbe prospettarsi un nuovo caso Cucchi. "La Procura sta indagando per omicidio volontario contro ignoti, attraverso l'acquisizione di filmati, attraverso l'autopsia, ma è necessario - ha spiegato Magi - raccogliere testimonianze nel modo più adeguato possibile, mettendo queste persone in una condizione di spontaneità della testimonianza e di non rischio di intimidazione".
Intanto slitta l'autopsia. Si sarebbe dovuto svolgere ieri, ma l'ambasciatore della Georgia Konstantine Surguladze ha annunciato che si farà lunedì prossimo per consentirne la presenza di un consulente indicato dai famigliari della vittima.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 23 gennaio 2020
Gradisca d'Isonzo. La denuncia dei Radicali che accusano gli agenti. Rimpatriati 4 "testimoni". In tutta questa storia c'è una sola certezza: domenica 12 gennaio Vakhtang Enukidze era vivo, sabato 18 è morto. Durante questi sette giorni l'uomo è rimasto sotto la custodia dello Stato. Prima nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Gradisca d'Isonzo, poi nel carcere di Gorizia e di nuovo nel Cpr. Come sia possibile perdere la vita a 38 anni, privati della libertà personale, dopo aver accettato il rimpatrio e godendo di buona salute dovranno stabilirlo le indagini.
Sebbene non sia chiaro cosa è successo in quella settimana, si inizia a capire ciò che sicuramente non è accaduto. Enukidze non è morto a causa delle conseguenze di una rissa con un altro recluso, come avevano sostenuto inizialmente alcune ricostruzioni apparse sulla stampa. Lo confermano le numerose testimonianze raccolte dal Garante dei detenuti Mauro Palma, entrato nella struttura detentiva lunedì scorso, e quelle ascoltate dal deputato di +Europa Riccardo Magi, che ha effettuato due visite ispettive, domenica sera e lunedì mattina. "In quella colluttazione Vakhtang ha avuto la meglio - ha affermato ieri Magi in una conferenza stampa alla Camera - Tutti confermano che ad essa è seguito un pesante intervento degli agenti. Circa 10. Dai racconti pare che uno di loro lo abbia colpito con l'avambraccio dietro la nuca e un altro con il ginocchio sulla schiena". Per comprendere questa scena è necessario riavvolgere i fili di quelle che la precedono.
Lunedì 13 Enukidze sarebbe dovuto essere rimpatriato. Senza scorta, perché l'operazione era concordata e non ritenuta pericolosa. Il giorno precedente, però, nel Cpr ci sono delle proteste, alcune suppellettili vengono danneggiate e tre persone fuggono. Enukidze partecipa, è agitato, anche perché non trova più il suo cellulare, unico strumento per comunicare con la famiglia in Georgia. Secondo la testimonianza di un recluso, pubblicata su Facebook da "No Cpr e no frontiere - Fvg", l'uomo sarebbe stato manganellato perché voleva continuare a cercare il telefono. Una volta in cella si sarebbe ferito allo stomaco con un oggetto. Il giorno seguente, visto lo stato emotivo e forse anche quello fisico del georgiano, il rimpatrio non avviene. Martedì nel centro ci sono nuovi disordini nel mezzo dei quali Enukidze si scontra con un nordafricano. Dopo il duro intervento degli agenti viene "trascinato via come un cane", dicono tre testimoni. Lo portano nel carcere di Gorizia, in attesa del processo per direttissima per aggressione.
La struttura è composta da 3 grandi celle di 8 posti. Il Garante spiega che per gli agenti non è semplice inserirlo in quel luogo. Segno che è agitato, ma ancora in qualche modo in forze. Giovedì 16 il giudice rimanda la direttissima e lo rilascia a piede libero, che in questo caso significa un nuovo trasferimento nel Cpr. Al rientro i compagni lo vedono molto dolorante. Con traumi evidenti. Non si capisce quanto è lucido. Venerdì accusa forti dolori allo stomaco, è frastornato. A Magi alcuni reclusi raccontano che Enukidze chiede l'intervento medico. Poi non riesce più a parlare. Durante la notte le sue condizioni si aggravano. Perde bava dalla bocca. Cade dal letto. La mattina dopo lo trasportano via in ambulanza. Poco dopo muore.
"C'è il rischio di un nuovo caso Cucchi - sostiene l'avvocato Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Associazione studi giuridici per l'immigrazione (Asgi) - Per escluderlo va fatta un'indagine rigorosa". Gli strumenti per ricostruire i fatti sono quattro: i video delle circa 200 telecamere interne; i risultati dell'autopsia, che la famiglia della vittima ha chiesto di rimandare per nominare un perito di parte; i referti medici; le testimonianze. Su quest'ultimo punto c'è stato ieri un botta e risposta tra Magi e il procuratore di Gorizia Massimo Lia. L'esponente di +Europa ha affermato che quattro reclusi presenti al momento dei fatti con cui ha potuto parlare sono stati espulsi: uno prima della morte di Enukidze e tre (egiziani) nella notte tra lunedì e martedì. Il procuratore ha risposto che le persone sono state ascoltate prima dell'allontanamento dall'Italia.
Così, però, sarà ben difficile interrogarle nuovamente, qualora ce ne fosse bisogno, o farle comparire nell'eventuale processo. Cosa rilevante, visto che uno dei quattro sarebbe proprio l'uomo con cui Enukidze ha avuto la colluttazione. C'è poi da considerare il contesto di raccolta delle testimonianze. L'avvocato Schiavone sottolinea che, visto il coinvolgimento di alcuni agenti, le persone dovrebbero essere ascoltate fuori dal Cpr, in contesti in cui non siano possibili influenze o minacce, dirette o percepite. Si giocherà anche intorno a questi elementi di garanzia la possibilità di stabilire davvero chi ha ucciso Enukidze.
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2020
La Corte d'assise d'appello di Palermo ha trasmessogli atti sul caso di Ben Cheikh Jabranne, tunisino, "affinché si indaghi contro ignoti per il reato di tortura su eventuali responsabilità degli agenti di Polizia penitenziaria della Casa circondariale Pagliarelli" di Palermo.
Lo ha rivelato il sito MeridioNews.it. Ben Cheikh Jabranne - secondo quanto ricostruito dal sito - sta scontando una condanna definitiva per droga ed è sotto processo nell'ambito di un'inchiesta che riguarda un'organizzazione criminale che gestiva i viaggi di migranti a bordo di gommoni veloci dalla Tunisia alle coste trapanesi.
Le condizioni nel carcere Pagliarelli le aveva denunciate, secondo il sito, in aula quando aveva raccontato di essere stato denudato e costretto a dormire in un letto pieno di urina. Il suo legale, Carmina D'Agostino, a MeriodioNews.it ha raccontato: "Ho rivisto il mio assistito... e ho notato che ha dei lividi intorno alle orbite degli occhi e un taglio sul sopracciglio". E ha aggiunto: "Il presidente ha sollecitato il Dap per un immediato trasferimento".
di Marianna Gianforte
Il Centro, 23 gennaio 2020
Detenuto della 'ndragheta in 41bis può fare regali alla figlioletta: giudice abruzzese crea il precedente. Una stanza di 6 metri quadrati con una sedia per il detenuto e divisa in due dal vetro divisorio a tutta altezza, e una porta per consentire l'ingresso dei minori.
Con sé soltanto un pacchetto di fazzoletti di carta e una bottiglietta d'acqua. In questo contesto si svolge l'incontro tra i genitori detenuti in regime di 41bis e i loro figli all'interno del carcere dell'Aquila. O meglio: si svolgeva, perché a partire dal 14 gennaio scorso, grazie a una battaglia legale avviata quasi due anni fa dall'avvocata del foro dell'Aquila Nicoletta Ortenzi, che difende un detenuto delle cosiddette "Costarelle", è possibile per i reclusi portare anche piccoli giochi o dolci durante i colloqui con i famigliari minori di 12 anni.
A firmare l'ordinanza, riconoscendo la validità del ricorso intentato dal detenuto, padre di una bimba di quasi 5 anni, è stato il Tribunale di sorveglianza dell'Aquila riunito in Camera di consiglio e presieduto dalla magistrata Francesca Del Villano. Una vittoria che potrebbe sembrare un vezzo per detenuti che devono scontare il carcere duro, ma che, invece, come sostiene l'avvocata Ortenzi, riguarda un passo avanti verso l'allargamento dei diritti dei genitori detenuti in 41bis e soprattutto tutela il diritto dei bambini a un'infanzia serena. "Qualcosa che va al di là della violazione della normativa del settore e che sconfina nella violazione del principio di umanità della pena", spiega la legale.
Parte dunque dall'Abruzzo e dal carcere di massima sicurezza dell'Aquila che ospita 166 detenuti al 41bis provenienti da tutto il territorio nazionale, un approccio diverso alla detenzione di massima sicurezza e che potrebbe riguardare anche altri istituti di pena in Italia, come conferma la legale.
La storia è quella di Paolo (nome di fantasia, per tutelare la privacy della figlioletta), classe 1988. Un ragazzo del Meridione, una vita segnata da una scia di delitti che lo fanno finire in carcere giovanissimo, prima nella sua provincia, poi nel capoluogo abruzzese, nel carcere in cui scontano la pena gli assassini di Giovanni Falcone, Marco Biagi, Massimo D'Antona, e dov'è reclusa l'ex brigatista Nadia Lioce.
Estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti: questi i reati commessi da Paolo, per i quali la crocetta della fine pena è posta nel 2028. Il ragazzo è padre di una bimba di circa 5 anni, Viola, anche questo un nome di fantasia, nata quando lui era già in carcere. Il rapporto tra figlia e padre è sempre avvenuto attraverso il filtro della reclusione, incontri fugaci di un'ora, al massimo due. Sempre più difficile, con il passare degli anni, mantenere un rapporto con la bambina, "che incomincia ad annoiarsi nella stanzetta asettica con quello che potrebbe essere quasi uno sconosciuto", spiega l'avvocata.
"Tutto inizia con una circolare ministeriale del 2017", ricostruisce l'avvocata, "e che in due articoli prevede forti restrizioni per i detenuti che incontrano i loro famigliari. Nel caso specifico, l'articolo 16 prevede che i piccoli doni che i detenuti vogliono fare ai loro figli debbano essere consegnati dagli agenti penitenziari soltanto alla fine dell'incontro".
Alla circolare si è opposto Paolo, che ha visto così peggiorare la qualità del rapporto con la sua bambina, che vede di rado; due le istanze presentate al magistrato di Sorveglianza nell'aprile del 2018. "Il mio assistito ha evidenziato il pregiudizio all'esercizio del suo diritto genitoriale a mantenere rapporti con la figlia, circostanza per cui si violano gli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana sul rispetto della dignità umana, l'articolo 27 che promuove il principio della finalità rieducativa della pena, la Convenzione europea sui diritti dell'uomo e la Risoluzione europea del 2008, in cui si ribadisce l'importanza del rispetto dei diritti del fanciullo". La casa circondariale dell'Aquila ad agosto si è opposta all'ordinanza del magistrato di Sorveglianza che aveva accolto il reclamo dell'avvocata Ortenzi, la quale a dicembre ha dovuto nuovamente rappresentare la questione davanti al Tribunale.
Con l'ordinanza di gennaio il Tribunale ha rigettato l'impugnazione del carcere ordinando di consentire al padre di acquistare giochi e dolci da consegnare direttamente alla figlia durante i colloqui in carcere.
Il Gazzettino, 23 gennaio 2020
I penalisti scendono nuovamente in sciopero contro la riforma della prescrizione. L'appuntamento è fissato per il 28 gennaio, giorno in cui gli avvocati si asterranno dalle udienze. A Venezia la Camera penale ha organizzato per l'occasione un'assemblea, alle 10, alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma, nel corso della quale il professor Emanuele Fragasso parlerà della riforma Bonafede con una relazione su: "Il diritto penale diventa anche perpetuo oltre che totale".
Nel frattempo la Camera penale veneziana, presieduta da Renzo Fogliata, è pienamente operativa dopo il rinnovo delle cariche. Nel corso della prima riunione, il direttivo ha nominato vicepresidente Simone Zancani, segretario Luca Mandro e tesoriera Claudia De Martin. All'avvocatessa Federica Bertocco è stata attribuita delega per i rapporti istituzionali. Rinnovate le commissioni: Giurisprudenza sarà gestita da Fabiana Danesin (referente per il direttivo Claudia De Martin); Cultura da Carmela Parziale (Federica Bertocco); Aggiornamento professionale da Dimitri Girotto, (Ilenia Rosteghin); Carcere da Agnese Sbraccia (Massimiliano Cristofoli Prat); Europa da Luca Fonte (Simone Zancani); Diritti fondamentali da Monica Gazzola (Luca Mandro); Vita sociale da Daniele Vianello (Augusto Palese).
Ilaria Rosteghin sarà referente anche per le Scuole: la Scuola per le difese d'ufficio sarà gestita da Marzia Bellodi; Scuola sul processo penale minorile da Paola Bosio; Alta formazione del penalista da Giovanni Coli. Ricostituita, infine, la Commissione per la promozione dei giovani avvocati, responsabile Damiano Danesin (Sarah Franchini).
Costituito anche un gruppo di lavoro per la riforma dello statuto, presieduto da Tito Bortolato e Daniele Grasso, e composto da Cristiana Cagnin, Fabio Schiavariello, Marco Vassallo, Luca Mandro e Ilenia Rosteghin.
di Daniele Camilli
tusciaweb.it, 23 gennaio 2020
La prima Commissione (Affari generali) dà il via libera alla figura del garante comunale per i diritti dei detenuti. Una conquista storica per la città di Viterbo. L'approvazione, all'unanimità, ieri mattina, durante la seduta della commissione nell'aula consiliare di Palazzo dei Priori. La proposta è dei consiglieri Giacomo Barelli (Forza civica) e Massimo Erbetti (Movimento 5 stelle). Adesso la palla passa al prossimo consiglio comunale per l'approvazione definitiva.
"Il lavoro fatto in commissione - ha detto Barelli - è la migliore risposta che il consiglio comunale potesse dare alla drammatica emergenza del carcere di Mammagialla. Non posso che ringraziare i consiglieri Massimo Erbetti e Andrea Micci che con me hanno portato avanti questa iniziativa. La prova che la politica, quando lavora su problematiche concrete con competenza e capacità, produce effetti positivi per la città. Al di là di ogni schieramento".
Il garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale è un'autorità di garanzia, collegiale e indipendente, che ha la funzione di vigilare su tutte le forme di privazione della libertà. Dagli istituti di pena alla custodia nei luoghi di polizia, fino alla permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, alle residenze di esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche ai trattamenti sanitari obbligatori.
"Sul territorio - spiega Erbetti - operano anche i garanti provinciali e comunali che ricevono segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria e sui diritti violati o parzialmente attuati dei detenuti, rivolgendosi all'autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando inoltre gli adempimenti o le misure necessarie. Il loro operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzioni, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza".
Il garante per i diritti dei detenuti di Viterbo verrà nominato dal sindaco, "scegliendo - come sta scritto nel provvedimento approvato dalla prima commissione - fra persone di indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani e delle attività sociali negli istituti di prevenzione e pena e nei centri di servizio sociale". Il garante, che svolgerà la propria attività gratuitamente, "resta in carica 5 anni". L'incarico può essere rinnovato una sola volta.
La figura del garante, istituito per la prima volta in Svezia nel 1809 con il compito di sorvegliare l'applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali, nella seconda metà dell'Ottocento si è poi trasformato in un organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni abuso.
"Il garante comunale - prosegue Erbetti - può effettuare colloqui con i detenuti e visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione. Promuove inoltre l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale".
Una scelta, quella di istituire la figura del garante, "dettata anche - ha sottolineato Barelli - dalla situazione esplosiva del carcere di Mammagialla che conta 612 detenuti per una capienza di 432 con un sovraffollamento di oltre il 40%, con 100 detenuti psichiatrici, di cui 20 definiti acuti".
Il carcere di Mammagialla conta inoltre 175 boss mafiosi di secondo livello a fronte di una capienza di 150. "Solo nel 2018 - sottolinea Barelli - si sono verificati ben tre suicidi e nel 2019 un omicidio. Tutto ciò con una carenza di personale sorvegliante di circa 40 agenti in meno rispetto a quanti invece servirebbero. L'altissimo tasso di disagio sociale che caratterizza la popolazione carceraria viterbese evidenzia una situazione che rende indispensabile il potenziamento delle opportunità di inserimento sociale anche con l'obiettivo di prevenire nuovi reati".
di Davide Petrizzelli
torinotoday.it, 23 gennaio 2020
"Liberamensa", il ristorante del carcere di Torino (che gestisce anche lo spaccio all'interno del penitenziario), ha chiuso. La convenzione, scaduta a fine 2019, non è stata rinnovata. Per il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria non ci sono più le condizioni per una conferma dell'accordo. Anche considerate le inadempienze nei versamenti semestrali, che sarebbero stati effettuati solo di recente e dopo numerosi solleciti.
Il ristorante, destinato alla pausa pranzo di chi lavora nel carcere e aperto al pubblico venerdì e sabato sera, che impegnava anche alcuni detenuti, era stato inaugurato nel 2016 e veniva considerato tra i progetti di reinserimento più innovativi in Italia. Ma ora, secondo il Dap, non ci sono le condizioni per una proroga della convenzione.
Si tornerà alla gestione diretta e il provveditore ha annunciato che verranno potenziati i distributori automatici di bevande e snack all'interno del carcere. Dalla cooperativa, che gestisce anche il bar del Palagiustizia in collaborazione con altri soggetti, arriva un "no comment".
Nei mesi scorsi, l'Ente di assistenza per il personale dell'amministrazione penitenziaria aveva fatto il punto sulla gestione esterna degli spazi di ristoro all'interno delle carceri (attivi in 19 istituti a fronte di 120 gestioni interne) deliberando che le cooperative esterne non devono essere morose (pena la risoluzione del contratto) e che eventuali rinnovi dovranno essere valutati in termini di convenienza.
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