anconatoday.it, 5 marzo 2020
Un invito a riporre fiducia nel sistema sanitario e nelle istituzioni. Previsto un incontro anche con il direttore dell'Ufficio scolastico regionale e pronta una lettera ai direttori delle carceri.
A parlare è il Garante dei diritti, Andrea Nobili, che invita a riporre "fiducia nei confronti del sistema sanitario, nel personale medico e paramedico che, con incommensurabile impegno e dedizione, lavora quotidianamente per il bene dell'intera comunità. Non può mancare un nostro ringraziamento incondizionato".
Secondo il Garante stessa fiducia va rivolta alle istituzioni che, pur tra mille difficoltà, "stanno affrontando un'emergenza straordinaria. In questa direzione è da apprezzare la scelta della Regione Marche di emanare una nuova ordinanza, che dispone la sospensione delle attività didattiche e delle manifestazioni pubbliche su tutto il territorio regionale".
Tra gli interventi predisposti dal Garante un incontro con il direttore dell'Ufficio scolastico regionale per "monitorare il quadro complessivo anche sul versante del calendario delle lezioni. L'auspicio è che il Ministero e chi di competenza apporti a quest'ultimo tutte le modifiche del caso, affinché gli studenti non abbiano a registrare conseguenze sul loro percorso scolastico".
Lettera anche ai direttori degli istituti penitenziari marchigiani con l'invito a "rispettare scrupolosamente le raccomandazioni contenute nei provvedimenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in materia di prevenzione, contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid - 19" ed a porre in essere "tutte le misure e le indicazioni relative alla sanificazione degli ambienti e alla diffusione di norme igieniche".
Nell'ambito della prevenzione si invita a "richiedere al personale che entra in Istituto autodichiarazioni di non aver avuto contatti a rischio ed a predisporre strumenti che possano rilevare la temperatura corporea di chi entra nella struttura penitenziaria". Il Garante fa presente che "le segnalazioni di diffusione del virus nel territorio nazionale e regionale inducono ad elevare il livello di allerta ed a rafforzare, in collaborazione con il personale dell'area sanitaria intra-penitenziaria, le misure di protezione negli istituti".
redattoresociale.it, 5 marzo 2020
La Toscana a un passo dalla nomina del nuovo garante regionale dei detenuti. Il nome uscito dalla Commissione affari istituzionali del Consiglio è quello di Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e nipote del celebre Amintore Fanfani.
Il futuro garante ha 72 anni e milita nel Partito Democratico. È stato deputato in Parlamento, oltre che sindaco di Arezzo per due mandati consecutivi (dal 2006 al 2014). Dal 2014 al 2018 è stato componente del Consiglio superiore della magistratura. Prenderà il posto, se il Consiglio darà il via libera come previsto, a Franco Corleone, che ha ricoperto la carica di garante regionale dei detenuti dal 2013.
La nomina è arrivata con sei voti favorevoli, due schede bianche e un voto a Francesco Ceraudo, un altro degli otto candidati insieme a Roberto Bocchieri, Francesco Ceraudo, Sofia Ciuffoletti, Paola Foti, Bianca Maria Giocoli, Saverio Migliori ed Emilio Santoro. Adesso, la nomina di Fanfani dovrà essere approvata in aula dall'assemblea regionale toscana, nella seduta in programma il prossimo 10 marzo. "Avevamo già ampiamente analizzato in commissione le otto autocandidature pervenute - ha detto il presidente della Commissione Giacomo Bugliani (Pd) - Quella fatta è una votazione importante che va ad individuare una delle principali figure di garanzia del nostro ordinamento regionale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
In città il Coronavirus avanza ma nessuno si occupa di chi sta dentro. E Giachetti "scrive" a Bonafede. Mentre nelle carceri della Lombardia, in particolare quelle di Milano - grazie anche all'occhio vigile del garante locale dei dritti delle persone private della libertà Francesco Maisto - sono stati incrementati i controlli sanitari attraverso tendoni per il triage, c'è il carcere di Parma che al momento sembra non essere raggiunto da alcune misure precauzionali.
Fatto singolare visto che, secondo i dati più recenti, sono 335 i casi positivi al Coronavirus accertati in Emilia Romagna e di questi, ben 61 provengono da Parma. Eppure il carcere di Via Burla è particolare. Non solo perché ha una sezione dedicata al 41 bis dove non mancano detenuti 80enni con numerose patologie fisiche, ma è un carcere che ha la peculiarità di ospitare un numero spropositato di detenuti malati, anche nelle sezioni ordinarie, tutti in attesa di essere assegnati all'ex centro diagnostico terapeutico, oggi denominato Sai.
Persone di difficile gestione dal punto di vista sanitario che un contagio da Coronavirus può essere devastante. Il garante locale Roberto Cavalieri è andato a far visita al carcere ieri pomeriggio e ha potuto constatare che non si sta facendo nulla, nonostante le circolari e le disposizioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
"Hanno ripristinato i colloqui ed è un bene, ma non c'è alcun tendone per i controlli sanitari - spiega il garante a Il Dubbio - in compenso hanno solo incontrato i detenuti, anche stranieri, per spiegare le regole di comportamento del ministero della sanità".
Al carcere di Parma poi si aggiunge un altro grande problema. Le direttive per prevenire il contagio all'interno delle carceri, hanno disposto anche che i penitenziari coinvolti nelle regioni dove c'è un numero consistente di persone positive al nuovo virus siano predisposti per isolare al livello sanitario con scopo precauzionale i cosiddetti "nuovi giunti".
Quelli, in pratica, che varcano per la prima volta la soglia del carcere. Però le sezioni di isolamento del carcere di Parma sono tutte occupate da diversi ergastolani giunti da altri penitenziari. Come mai? Sono in isolamento da settembre dell'anno scorso per essersi rifiutati di condividere le celle con altri detenuti.
Il caso è giunto oggi in parlamento tramite l'interrogazione parlamentare a firma del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Chiede al ministro della giustizia Alfonso Bonafede se ritiene di dover adottare le iniziative di competenza per assicurare ai condannati alla pena dell'ergastolo detenuti nel carcere di Parma la possibilità di usufruire di una cella individuale.
Nell'interrogazione si fa riferimento all'articolo de Il Dubbio del 29 ottobre 2019 in cui si è data notizia della protesta degli ergastolani trasferiti da Voghera a Parma, puniti con l'isolamento in "cella liscia" per essersi rifiutati di condividere la cella con un altro detenuto.
Il deputato di Italia Viva, nell'interrogazione, fa presente che ci sono diversi articoli come quelli del regolamento penitenziario e, non da ultimo, l'articolo 6 dell'ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975), comma 5, il quale stabilisce che "fatta salva contraria prescrizione sanitaria e salvo che particolari situazioni dell'istituto non lo consentano, è preferibilmente consentito al condannato alla pena dell'ergastolo il pernottamento in camere a un posto, ove non richieda di essere assegnato a camere a più posti".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 marzo 2020
Un sostituto procuratore è risultato positivo al test del coronavirus nella notte. Il terzo piano bloccato a qualsiasi ingresso. Scattate le operazioni di sanificazione degli uffici.
Terzo magistrato contagiato a Milano dal coronavirus: l'intera Procura Generale, al terzo piano del Palazzo di Giustizia, è in questo momento bloccata a qualunque ingresso dopo che nella notte un sostituto procuratore generale è risultato positivo al test ed ha dovuto essere soccorso per una crisi respiratoria: ora si troverebbe ricoverato in isolamento al Policlinico. I tecnici della Ats hanno subito iniziato le operazioni di sanificazione in tutta l'area interessata, mentre altri esperti stanno verificando con i dirigenti dell'ufficio, l'elenco delle persone che hanno avuto contatti con il magistrato.
Il tipo di lavoro che fa questo sostituto procuratore è tale però da avergli fatto avere moltissimi contati sia con colleghi sia con avvocati. Anche per questo, ad esempio, al primo piano un'aula di Corte Appello è stata appena chiusa perché lì si era tenuta un'udienza nella quale molte persone si erano trovate a contatto con il magistrato. Nelle prossime ore i vertici di Palazzo di Giustizia decideranno quali provvedimenti adottare per gli ingressi o meno nell'intero complesso di Porta Vittoria.
Intanto sono in fase di miglioramento le condizioni di salute degli altri due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus: entrambi si trovano ricoverati all'ospedale Sacco. A mercoledì sera erano già più di 40 le persone che si sono messe o sono state messe in "quarantena" a casa per prudenza. Ora, dopo il nuovo contagio, il numero è destinato a aumentare.
Il livello di allerta è stato ribadito dall'assessore al Welfare delle Regione Lombardia, Giulio Gallera: "La situazione del contagio da coronavirus in Lombardia è in costante crescita" ha detto, sottolineando "il grande sforzo per evitare la diffusione del contagio. E dunque, a parte il procedimento è importante che rispettino uno stile di vita prudente (con poche uscite, distanza di sicurezza) non solo "per gli over 65 ma per un periodo per tutti".
E ha poi ricordato gli ultimi dati del contagio: "Basti pensare che il 28 di febbraio avevamo 52 persone in terapia intensiva", mentre mercoledì "ne avevamo 209 e sono passati 6-7 giorni. Questo per dire la velocità della diffusione del virus. Non abbiamo indicatori che dicano da qui ai prossimi 2-3 giorni ci sarà un rallentamento - ha ribadito Gallera - Dobbiamo modificare i nostri stili di vita, si possono fare provvedimenti come la chiusura delle scuole, dei teatri e dei cinema ma questo serve per dare la dimensione che dobbiamo rallentare la nostra vita sociale. Dirlo da milanese è particolarmente duro e difficile, ma è così.
O noi per le prossime due-tre settimane riusciremo a rendere rarefatte le nostre uscite e la nostra vita sociale oppure noi non ridurremo il contagio e prima o poi qualunque sistema sanitario regionale anche uno dei più strutturati come quello in Lombardia e Veneto non sarà in grado di reggere".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 marzo 2020
L'avvocato al giudice: "Devo lanciarle le carte?". I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono in buone condizioni all'ospedale Sacco. Più di 40 le persone già in quarantena per prudenza. Deserto ma non troppo. Normale ma non del tutto. Davvero chiuso no, il Palazzo di Giustizia milanese, ma nemmeno davvero aperto; limitazioni alle udienze sì, ma entro certi limiti; e modifiche agli assetti lavorativi del personale in qualche ufficio sì e in qualche altro invece no.
Il problema è che una macchina come il Palazzo di Giustizia (5 mila ingressi in media al giorno, 2 mila persone che vi lavorano a vario titolo) è un po' come una centrale nucleare: anche a volerla spegnere (e qui peraltro non la si vuole intenzionalmente "spegnere" perché si ritiene non ve ne sia sensato motivo pur dopo i due episodici contagi di magistrati), non si può fare di colpo. E persino per fare alzare il piede dall'acceleratore e far girare il motore "al minimo", ci vuole tempo. Così ieri mattina la scena cambia a seconda del punto da dove la si guardi.
I corridoi del Tribunale sono in effetti abbastanza vuoti perché, come da circolare del presidente martedì, vengono rinviate di alcuni mesi le udienze ordinarie già calendarizzate sino al 31 marzo quelle penali e sino al 9 marzo quelle civili (ma nel pomeriggio questo termine è portato al 16 marzo). Nei corridoi e nelle stanze dei giudici invece della Corte d'Appello, specie della sezione Lavoro e del civile, molte udienze in mattinata si tengono lo stesso - con grande disapprovazione degli avvocati - perché un analogo provvedimento di tendenziale rinvio delle udienze ordinarie non urgenti viene emesso nel pomeriggio, e peraltro per quelle calendarizzate solo fino al 15 marzo (da oggi nel civile, da domani nel penale).
Già qui si coglie una differenza di postura organizzativa tra uffici giudiziari, dovuta al fatto che, di fronte ad autorità sanitarie che non ravvisano alcuna emergenza nell'universo del "Palazzaccio", c'è chi avverte di più la pressione degli avvocati (che caldeggiano una soluzione più generalizzata) e del personale amministrativo (che manifesta timori per la salute), e chi invece ritiene ci siano tutti gli estremi - pur una volta ridotti alcuni servizi e apprestati gli accorgimenti anti assembramento - per continuare a lavorare in maniera relativamente normale.
Così se il procuratore Francesco Greco e il dirigente Roberto Candido scrivono al personale amministrativo del loro ufficio che "sarà riconosciuta la presenza in servizio a tutti i lavoratori genitori di figli minori a casa per le scuole chiuse", in Corte d'Appello il personale che chiede altrettanto margine non trova invece sponda, anche perché l'input del Ministero della Funzione Pubblica è che chi è retribuito per assicurare un servizio sul posto di lavoro lo assicuri nelle aree che (come allo stato Milano) non sono interessate da una specifica emergenza sanitaria da "zona rossa".
Qualche ulteriore disomogeneità si crea così lo stesso, perché i rinvii di udienze ordinarie non sono "coperti" dal decreto legge che ha congelato i termini solo dei processi che in qualunque parte d'Italia abbiano un magistrato, un avvocato, un testimone, un imputato o una qualunque parte provenienti da una delle "zone rosse": e quindi, mentre ad esempio in questi ultimi casi la prescrizione si blocca, nei casi invece di prudenziale rinvio organizzativo "alla milanese" i termini di prescrizione (così come tutte le altre scadenze) continuano a scorrere e a consumarsi. Ragione per cui tra i processi che si continuano a celebrare ci sono non soltanto le "direttissime" (con gli arrestati della notte prima) e quelli con detenuti, ma anche quelli di cui sia appunto prossima la prescrizione.
I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono intanto in buone condizioni all'ospedale Sacco, ma sono diventate già più di 40 le persone che si sono messe o sono state messe in "quarantena" a casa per prudenza. E non soltanto a Milano, visto che da ieri anche un giudice di Firenze è a casa: "Ieri mi ha contattato e mi ha detto di aver partecipato il 22 febbraio a un convegno insieme a uno dei giudici di Milano risultato positivo al coronavirus - spiega la presidente del Tribunale fiorentino, Marilena Rizzo -, così gli ho detto di stare a casa fino al termine del periodo di incubazione di 14 giorni".
internapoli.it, 5 marzo 2020
Nell'ambito della gestione dell'emergenza coronavirus, tra le misure di contenimento dell'infezione da Covid-19, non ci risultano particolari interventi in atto nelle strutture detentive del nostro Paese, siamo preoccupatissimi che, ancora una volta, carceri e case circondariali possano diventare la periferia dimenticata dei diritti umani e civili, mettendo di fatto a serio rischio la salute di migliaia di persone, dei loro familiari e di riflesso della cittadinanza tutta, con il rischio reale di trasformare le strutture detentive in veri e propri lazzeretti.
Ci preoccupa in modo particolare la conformazione di grandi strutture, come Poggioreale, la più grande struttura detentiva dell'Europa occidentale, che dal punto di vista sociale e sanitario, proprio per il sovraffollamento, sono già in condizioni critiche, anche senza particolari emergenze e che potrebbero collassare se si dovesse diffondere l'infezione di Covid-19.
Chiediamo che il Governo, le Regioni e le direzioni carcerarie intervengano con celerità per monitorare cosa sta succedendo su tutto il territorio nazionale e per prendere provvedimenti straordinari, cercando comunque di preservare i diritti dei detenuti, volti ad evitare una rapida e pericolosissima diffusione del virus nelle strutture detentive.
Nota dei Radicali Napoli Ernesto Rossi e Antinoo Arcigay Napoli
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 5 marzo 2020
L'avvocato Mario Bellavista scrive al capo dello Stato in polemica con l'Ordine di Palermo. È in aperta polemica con il direttivo dell'Ordine degli avvocati che l'avvocato Mario Bellavista ha deciso di scrivere direttamente al ministro della Giustizia, al premier Conte e al capo dello Stato Mattarella per chiedere "l'estensione delle misure alternative alla detenzione per prevenire e affrontare l'emergenza corona virus nelle carceri italiane".
"Avevo chiesto al mio ordine di condividere questa iniziativa, ma non ho avuto inspiegabilmente l'appoggio sperato - spiega il penalista e consigliere -. Forse il fatto di essere un consigliere di minoranza ha spinto i miei colleghi a rispondere più al logiche politiche che all'interesse di cittadini. Sì perché i detenuti sono cittadini che, in questo momento particolare, si trovano in una situazione ad alto rischio.
E allora, senza strumentalizzare richieste provocatorie di amnistia, si chiede che si decreti con urgenza l'estensione delle misure alternative alla detenzione in carcere quando le pene da scontare siano brevi e che vengano sospese le esecuzioni delle pene fino a cinque anni finché non verrà superata la emergenza corona virus. La estensione di misure alternative alla detenzione in carcere non vuol dire mettere in libertà dei condannati. Vuol dire garantire la loro salute ed eseguire la pena in luoghi e in modi diversi dalla detenzione in carcere".
ivg.it, 5 marzo 2020
"A quattro anni dalla chiusura del carcere Sant'Agostino di Savona, la nostra provincia ha bisogno di un nuovo penitenziario in tempi rapidi e penso che Albenga possa essere la soluzione ideale per tutti". Questa la proposta di Eraldo Ciangherotti, consigliere provinciale di Savona e capogruppo di Forza Italia in Comune ad Albenga. A seguito della chiusura del carcere savonese, avvenuta nel 2016, sono state ipotizzate diverse soluzioni, ma nessun progetto è mai stato seguito fino in fondo.
"In questi quattro anni di immobilismo si sono creati disagi sempre maggiori per il Tribunale di Savona, che continua ad essere la sede dei procedimenti giudiziari, per la Polizia penitenziaria e per i familiari dei detenuti - ha spiegato Ciangherotti. A questi disagi e ai maggiori costi che vengono quotidianamente sostenuti per trasportate i detenuti e le forze dell'ordine tra i carceri di Genova, Imperia e Sanremo, recentemente si sono aggiunti anche i noti problemi sulla viabilità, che hanno reso sempre più insostenibile la situazione".
"Già due anni fa, insieme a Ginetta Perrone, in Consiglio comunale avanzai la proposta di costruire un nuovo carcere della provincia, moderno e funzionale, ad Albenga - ha ricordato Ciangherotti -. Abbiamo gli spazi adeguati per realizzare questo presidio indispensabile alla sicurezza dei cittadini, evitando le situazioni fatiscenti e degradate dei centri storici, che non sono più idonee".
Sulle possibili proteste che una tale proposta potrebbe far scatenare tra i cittadini albenganesi, Ciangherotti ha le idee chiare su quali argomenti usare. "In primis, sarà banale, ma penso che sia sempre meglio avere i delinquenti dietro le sbarre che in giro a piede libero - ha sottolineato il capogruppo ingauno di Forza Italia -. In secondo luogo avere un carcere nel nostro comune determinerebbe l'assegnazione delle forze di Polizia necessarie a garantire quella sicurezza della struttura e quindi anche del territorio, che ormai manca ad Albenga".
La decisione sul nuovo carcere spetterà al Ministero della Giustizia, ma per Ciangherotti sarà fondamentale arrivare ad una proposta che prima sia condivisa dalle istituzioni locali. "Su una decisione del genere serve una compattezza istituzionale, al di là dei colori politici, tra Comune, Provincia e Regione - ha concluso Ciangherotti. Su una vicenda così importante auspico poi che intervenga anche l'onorevole Franco Vazio, che dovrebbe rappresentare il nostro territorio, e che ricopre il ruolo di vicepresidente della Commissione Giustizia a Roma".
di Stefano Colasurdo
vesuviolive.it, 5 marzo 2020
L'associazione "Gli ultimi saranno" ha indetto una lodevole iniziativa che lega tutti noi ai detenuti. Il progetto che sta portando avanti si chiama "Parole luminose dietro le sbarre", con la quale chiunque aderisca, può inviare un libro ad un carcerato.
La vita nelle carceri è davvero molto dura, d'altronde sono lì per scontare una pena. Questa punizione però non deve essere fine a se stessa, ma deve essere un modo per poi reinserirsi nella società. Ecco allora che iniziano tante attività all'interno delle carceri: musica, teatro, scrittura creativa e tanto altro. Si cerca di far avvicinare il detenuto ad lavoro, ad una passione che possa coltivare una volta che ha scontato la sua pena.
"Gli ultimi saranno" allora ha deciso di proporre questa iniziativa che possa donare non solo un libro al detenuto, ma soprattutto regalare un messaggio di speranza, una luce nuova per i detenuti. Per questo il titolo del progetto porta con sé la parola luminosa, perché tra le righe c'è un forte messaggio. Un progetto che assume tutto il sapore della solidarietà verso delle persone che non conosciamo e che può essere tramandato da detenuto a detenuto. Allora ecco che chiunque volesse può donare il libro comprandolo in una delle librerie che hanno aderito al progetto, o recandosi personalmente in carcere.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 5 marzo 2020
Parla Loretta Malan, direttrice dei servizi di inclusione della Diaconia Valdese. Incontro Loretta Malan, direttrice dei Servizi di inclusione della Diaconia Valdese, alla stazione di Roma Termini, mentre si prepara a tornare in Piemonte dopo una serie di incontri nella capitale.
"La Diaconia corrisponde in qualche modo alla Caritas della Chiesa Cattolica, è il braccio esecutivo della Tavola, l'organo di rappresentanza delle chiese metodiste e valdesi. I Servizi di inclusione si occupano di tre attività: accoglienza degli immigrati attraverso progetti istituzionali o finanziati da privati, contributo alla soluzione dei problemi di disagio abitativo e gestione di otto sportelli, distribuiti sul territorio nazionale, che offrono servizi di orientamento e di supporto per attività di aggregazione.
Dove siete attivi?
Soprattutto in Piemonte. Gestiamo centri di accoglienza a Torino, Pinerolo e Torre Pellice, che è una sorta di capitale delle valli valdesi. Ma siamo presenti anche a Milano e Roma, abbiamo una collaborazione con il comune di Trezzano sul Naviglio. In Sicilia gestiamo un centro di accoglienza a Vittoria, nel ragusano, e a Firenze un altro per minori.
Come valuta le trasformazioni in corso nel settore dell'accoglienza dei migranti?
Il passaggio dagli Sprar ai Siproimi ha causato parecchi problemi. Dopo l'approvazione dei decreti Salvini, nel novembre del 2018, le persone accolte non possono più avere i permessi di soggiorno umanitari, che sono stati aboliti. Ci sarebbero i nuovi permessi denominati speciali, ma durano poco, un anno soltanto, e sono così speciali che non vengono rilasciati quasi mai. Le persone alle quali non sono stati rinnovati i permessi umanitari sono finite per strada, sono divenuti irregolari, senza nessuna forma di supporto sociale. Molto vulnerabili, preda di organizzazioni malavitose. I rimpatri sono impossibili, sia per motivi economici che per la mancanza di accordi bilaterali.
Quindi cosa succede?
A fronte di un decreto chiamato sicurezza abbiamo ottenuto l'effetto opposto. Inoltre abbiamo interrotto per molte persone un percorso di integrazione, in alcuni casi anche molto avanzato.
Che cosa è importante in questo percorso?
Soprattutto l'apprendimento della lingua. Le prefetture promuovono dei progetti in tal senso e i comuni li gestiscono. A volte con solo 6/8 ore settimanali di lezione, che sono troppo poche. Noi affianchiamo queste attività con nostri insegnanti, per arrivare almeno a 12/ 15 ore settimanali, con le quali in sei mesi di frequenza un immigrato arriva a esprimersi nelle frasi basilari. In un anno comincia a padroneggiare la lingua ed è in grado di iniziare a lavorare o a seguire corsi di formazione.
Tutti gli immigrati hanno il permesso di lavorare il Italia?
Due mesi dopo aver avanzato la richiesta i richiedenti asilo possono lavorare. Trascorre un anno dalla richiesta alla prima convocazione da parte della commissione e in caso di esito negativo è possibile fare ricorso. Può darsi che dopo tre anni trascorsi come richiedente l'asilo non venga concesso e una persona già integrata, con casa e lavoro fisso perda tutto. Si ritrovi per strada in stato di illegalità.
Quante sono queste persone? Come vivono?
Fare delle stime è difficile. Si calcola che in Italia ci siano mezzo milione di persone senza un titolo legale di residenza. Vivono di espedienti, finiscono in una condizione di semi schiavitù, dall'accattonaggio al caporalato. Allo spaccio. Non esistono strumenti legali per sostenerli.
Cosa sarebbe necessario fare?
Sicuramente una sanatoria a favore di chi è integrato e lo può dimostrare. Vanno poi modificate le politiche di ingresso nel nostro Paese. Non ci sono più visti per lavoro, o almeno ne sono esclusi tutti i paesi interessati dal fenomeno migratorio. Persone che hanno la possibilità di pagarsi il viaggio e avrebbero un lavoro assicurato finiscono in mano a trafficanti e scafisti. Noi valdesi accogliamo alcune centinaia di persone che sono arrivate in Italia attraverso i corridoi umanitari organizzati dalla Comunità di Sant'Egidio, lo facciamo attingendo ai fondi che ci arrivano dall' 8 per mille. In due anni gli immigrati sono tutti perfettamente integrati.
Qual è il problema più grave da affrontare, in tema di immigrazione?
Penso il peggioramento della situazione culturale. Molti si sentono autorizzati a esprimere sentimenti xenofobi e razzisti che prima coltivavano di nascosto. Si sta facendo una guerra tra poveri, la paura dello straniero cattivo non esiste: una volta che le persone si conoscono, quando si trovano a vivere insieme, tutte le problematiche si sciolgono. C'è una narrazione sbagliata che suscita il timore di vedere consumato il poco welfare che c'è.
Che rischi comporta questo?
Lo smantellamento di un sistema di accoglienza che cominciava a funzionare, con la perdita di 35.000 posti di lavoro e la scomparsa di una ricchezza della quale abbiamo bisogno. I flussi umani continueranno e vanno gestiti, per questo occorrono gli strumenti adatti, smettendo di operare in un contesto emergenziale e costruendo invece un sistema strutturato per persone che si spostano, come la modernità consente di fare. E tutto questo va concordato e reso efficiente a livello europeo.
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