di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Sapere moglie e figli fuori, da soli in un paese straniero, e ritrovarsi rinchiuso in una cella di un carcere negli Emirati Arabi, mica ad Halden, in Norvegia. Roba che al confronto anche Poggioreale, con i suoi problemi di sovraffollamento e vivibilità, sarebbe stato meglio. Mangiare crema di fagioli ogni giorno per trentadue giorni ed essere circondato da sconosciuti senza sapere quanto tempo dovrà ancora passare prima di rivedere la luce e la libertà. Avere soltanto il telefono per comunicare con l'esterno, ma mica a disposizione sempre: pochi secondi e solo se autorizzati. E sapere di essere vittima di uno scambio di persona, di un grosso errore quindi, senza che questo sembri scalfire le convinzioni di chi ha proceduto all'arresto.
Ci sono voluti trentadue giorni per accertare che l'uomo arrestato a Dubai non era il broker del narcotraffico ricercato in tutto il mondo dalle autorità giudiziarie di Catania e Napoli. Trentadue giorni per verificare che in cella c'era un ristoratore, sì napoletano di origine come il latitante da catturare, ma con una storia e un'identità ben diverse. E allora eccolo l'incubo in cui è precipitato Domenico Alfano, il napoletano arrestato tra il 19 e il 20 dicembre scorso a Dubai, perché scambiato per il broker del narcotraffico Bruno Carbone, e rimesso in libertà soltanto ieri. Come è potuto accadere?
L'interrogativo, per ora, resta con il punto di domanda. Si parla di scambio di persona, un'espressione semplice per descrivere una situazione complessa e drammatica. Di certo la vicenda ha tutti i requisiti per diventare un caso giudiziario. Si vedrà. Con una breve telefonata al suo avvocato, il penalista Stefano Zoff, Domenico Alfano ha comunicato di essere stato scarcerato. "Finalmente...". Sospiro di sollievo. Ma quello che nelle scorse settimane era salito alle cronache come il "giallo di Dubai" può dirsi davvero risolto?
Troppe le ombre su una vicenda che sa di intrigo internazionale e che può sollevare un caso destinato a superare i confini locali. C'è un cittadino italiano detenuto per errore per trentadue giorni: possono bastare solo le scuse? Con il suo avvocato, Alfano potrà valutare eventuali iniziative da intraprendere. Per ora non si sa se, uscito dal carcere, volerà a Panama o farà tappa in Italia. Intanto ci si chiede come sia stato possibile incorrere in un simile errore tenuto conto che Bruno Carbone, il vero latitante, in passato era stato già arrestato e fotosegnalato (l'ultima volta nel 2012 in occasione della sua scarcerazione).
L'avvocato Zoff ha spiegato che nemmeno la somiglianza tra Alfano e Carbone fosse tanto scontata: l'altezza, per esempio, che è un fattore impossibile da modificare chirurgicamente a differenza dei lineamenti e di altre parti del corpo, non combaciava perché Alfano è più basso di Carbone di almeno dieci centimetri. In questa storia restano aspetti ancora oscuri e buchi nella ricostruzione dei fatti. Proviamo a ripercorrerli.
Domenico Alfano ha quarant'anni, è nato e cresciuto nel centro storico, non lontano dal rione Sanità, e da quasi quindici anni vive e lavora a Panama. Lì gestisce una pizzeria, ha sposato una donna colombiana e ha due figli, di 13 e 9 anni. Con la famiglia decide di trascorrere le vacanze di Natale e Capodanno a Dubai. Si imbarcano il 18 dicembre con un volo di linea francese. Fanno scalo in Francia e riprendono il viaggio atterrando a Dubai poco dopo le quattro del mattino, ora locale. Facile immaginare la scena: marito, moglie e figli si incamminano con i bagagli verso l'uscita dell'aeroporto quando due uomini li avvicinano e si fanno seguire in ufficio. È l'inizio dell'incubo.
Domenico Alfano viene separato dal resto della famiglia. Gli chiedono più volte le generalità - come ha raccontato in una lettera dettata dal carcere e diffusa tramite il fratello -, e gli controllano bagaglio e documenti. Si può ipotizzare che chi ha proceduto all'arresto abbia avuto qualche informazione per intervenire sospettando la possibile presenza del latitante in aeroporto e che qualcosa non sia poi andato nel verso giusto se è vero che l'uomo fermato non era Bruno Carbone ma Domenico Alfano.
Sta di fatto che Alfano continua a ribadire la propria identità ma finisce ugualmente dalla stanza dell'aeroporto a una cella del carcere. L'Interpool è al lavoro. Alfano viene interrogato con un cellulare dotato di traduttore istantaneo, viene fotosegnalato e sottoposto a esame delle impronte digitali e a prelievo per il test del Dna. Confida di tornare libero nel giro di poco, ma così non accadrà. Nel frattempo in Italia, come spiega l'avvocato Zoff, si viene a sapere ufficialmente dell'arresto soltanto due settimane dopo, agli inizi di gennaio.
La notizia viene data al Tribunale di Catania, che nei confronti del narcos latitante aveva emesso un'ordinanza per una sentenza passata in giudicato, e alla Procura di Napoli che indaga su Carbone in due paralleli filoni di inchiesta. Si attiva quindi anche la Dda di Napoli, e si apprende che l'uomo in carcere sostiene di non essere Carbone. I carabinieri svolgono accertamenti, viene perquisita la casa di Alfano. E si scopre che in carcere c'è effettivamente Alfano, non Carbone. Caso risolto, ma non chiuso.
di Eriberto Rosso
Il Dubbio, 24 gennaio 2020
In questi mesi abbiamo conosciuto diverse proposte di intervento per la riforma del processo penale. Il primo progetto di disegno di legge in realtà è stato approvato con la bizzarra formula del "salvo intese" dal Consiglio dei ministri quando la maggioranza di governo era composta anche dalla Lega.
Quel ddl tradiva l'impostazione del Tavolo di consultazione voluto dal ministro Bonafede, poiché in esso non vi era traccia dell'estensione delle ipotesi del cosiddetto patteggiamento né di una nuova disciplina per il giudizio abbreviato condizionato, né erano previste ipotesi di depenalizzazione in materia di contravvenzione.
In sostanza si era perso il significato della interlocuzione con avvocatura e magistratura che a quel Tavolo, ferme le tante differenze, con una proposta condivisa dall'Unione delle Camere penali e da Anm, si era concentrata sul rafforzamento della funzione di filtro della udienza preliminare, su una maggiore premialità del patteggiamento accompagnato dal superamento delle ostatività, su una nuova regola di ammissione del giudizio abbreviato condizionato, dovendosi fare riferimento alla rilevanza e alla specificità del tema di prova e non più all'economia processuale per la sua ammissione.
Nella prospettiva di quella ipotesi di intervento si trattava di contribuire a diminuire il numero dei procedimenti destinati al dibattimento per rafforzare, proprio nel processo, le garanzie di effettiva realizzazione del contraddittorio. A quel Tavolo l'Unione portò anche proposte per la certezza della durata del tempo dell'indagine, per il controllo giurisdizionale sul tempo dell'iscrizione della notizia di reato e sul rafforzamento delle garanzie del diritto di difesa.
Del disegno di Legge approvato "salvo intese" demmo un duro giudizio perché, nella sua stesura finale, non prevedeva più un intervento limitato per la ragionevole durata del processo ma prevedeva, fuori da qualsiasi interlocuzione, l'introduzione del sorteggio nei meccanismi elettorali nel Csm, consegnava un potere autoreferenziale sulla indicazione delle priorità della trattazione degli affari penali alle Procure della Repubblica e individuava complicati meccanismi disciplinari, peraltro non collegati al singolo procedimento, su cui fondare l'efficienza degli uffici giudiziari.
Realizzata la nuova maggioranza di governo, prese a girare nelle redazioni dei giornali e delle riviste giuridiche una seconda bozza nella quale in effetti erano recuperati alcuni approdi del Tavolo sui riti speciali ancorché con la previsione di una vasta gamma di preclusioni e sul rafforzamento della funzione di filtro dell'udienza preliminare, ma vi era anche un'inquietante ipotesi di estensione della disciplina del 190 bis c. p. p.: la non ripetizione della prova nel caso di mutamento di componenti del Collegio, e ancora, la via disciplinare per "contenere" i tempi di durata dei processi.
Gira in questi giorni, come il segreto di Pulcinella, già riassunta e corredata di primi commenti di alcuni giornali ben informati, un ulteriore testo che dovrebbe rappresentare il punto di compromesso tra le forze di governo anche sulla prescrizione. Come sempre, in tempi rapidi, ci faremo carico di un contributo scientifico sulle singole previsioni ma da subito possiamo dare un giudizio complessivo che ferma la lancetta del barometro al pessimo.
Nuove preclusioni per il patteggiamento allargato; la selezione delle notizie di reato da trattare con criteri di priorità affidati alle Procure della Repubblica; la conferma dell'estensione della regola di cui all'art. 190 bis comma 1 c.p.p. a tutti i procedimenti, dunque, utilizzabilità della prova precedentemente raccolta nel caso di mutamento del giudice; la previsione della lettura al dibattimento degli atti redatti dalla polizia giudiziaria con buona pace delle tecniche di esame e controesame e del principio di formazione della prova al dibattimento; la valutazione da parte dell'ufficio del Giudice monocratico, al fine di uno spoglio preliminare, del fascicolo del pubblico ministero; ulteriore estensione delle ipotesi riservate al Giudice monocratico di Appello e di udienze non partecipate violando il principio di collegialità e delle regole di oralità e immediatezza; nuovi meccanismi per la elezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Tutte materie fuori dalla interlocuzione del Tavolo tecnico- ministeriale ma evidentemente frutto di accordi (?) in sede politica.
Vi sono poi le disposizioni in materia di sospensione del corso della prescrizione. Qui si gioca una partita che riguarda l'assetto costituzionale del nostro sistema penale: Bonafede e i suoi sostenitori scommettono sull'imputato sempre colpevole, superando il principio di presunzione di innocenza: intervenuta condanna in primo grado la prescrizione non opera più, se l'impugnazione è del pm contro una sentenza di assoluzione il blocco della prescrizione è di due anni con un complicato meccanismo di recupero di quel tempo nel giudizio di Cassazione qualora il secondo grado si definisca con condanna. Se questo sciagurato meccanismo entrasse in vigore avremo per un periodo cinque diverse discipline diverse per la prescrizione e, comunque, le Corti di Appello chiamate, in "via prioritaria", a celebrare processi nei quali l'imputato è stato assolto in primo grado "per vedere di rimediare a quell'errore".
L'onorevole Andrea Orlando, padre della disciplina della prescrizione abrogata dalla Bonafede, in un'intervista resa ieri a Errico Novi diceva che noi delle Camere penali avremmo espresso apprezzamento per la bozza di riforma. Abbiamo incontrato l'onorevole Orlando il 5 dicembre 2019, nel pieno svolgimento della nostra maratona oratoria. Volevamo capire se il Pd avrebbe appoggiato l'abolizione della legge sulla prescrizione, gli abbiamo ricordato che l'Unione delle Camere penali non aveva condiviso la sua riforma ma che la legge Bonafede si poneva in contrasto con principi costituzionali e con regole della nostra civiltà giuridica.
In quell'incontro abbiamo affermato come un intervento sui tempi del processo si potesse realizzare attraverso le proposte positive che i Penalisti italiani e l'Anm avevano condiviso al Tavolo ministeriale in materia di rafforzamento della funzione di filtro dell'udienza preliminare e di rilancio dei riti alternativi, convinti come siamo che se davvero si vuole intervenire sui tempi del processo, quei limitati interventi siano un utile contributo per diminuire il carico degli affari penali al dibattimento e per rafforzare la garanzie difensive.
Chi intenda ulteriormente erodere le garanzie difensive, prevedere il recupero al dibattimento di prove già formate precedentemente, consegnare alle Procure della Repubblica le scelte in punto di priorità dell'esercizio dell'azione penale, svilire o addirittura annullare la portata del giudizio di Appello, troverà i penalisti italiani sulla sua strada a rivendicare una diversa cultura del diritto penale e la necessità della concreta realizzazione dei principi costituzionali che informano il processo. Oggi ci attende la battaglia sulla prescrizione, il 28 gennaio saremo con i professori delle Università italiane davanti al Parlamento per rivendicare le ragioni del diritto penale democratico contro la riforma Bonafede. Speriamo che anche i parlamentari del Pd si impegnino per abolire quella sciagurata legge.
*Segretario Unione Camere penali italiane
di Giulia Crivellini* e Alessandro Capriccioli**
Il Riformista, 24 gennaio 2020
Il Comitato per la prevenzione della tortura conferma la crisi del nostro sistema penitenziario, che è stata sempre affrontata con misure tampone. Ma per ottenere soluzioni durature è urgente una riforma complessiva della giustizia.
ilpost.it, 24 gennaio 2020
Lo ha detto ieri a "Otto e Mezzo", e ovviamente si è sbagliato di grosso. Durante la puntata di giovedì di Otto e Mezzo Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia del Movimento 5 Stelle, ha parlato anche della riforma della prescrizione entrata in vigore a gennaio.
di Stefano Cappellini
La Repubblica, 24 gennaio 2020
"Gli innocenti non finiscono in galera". Pensate se questa frase la dicesse l'avventore di un bar sport, per sostenere che non c'è tanto da sottilizzare sulle garanzie per indagati e imputati, perché tanto uno che finisce dentro qualcosa avrà di certo combinato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 gennaio 2020
Il sovraffollamento nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Siamo al limite della soglia consentita dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti umani nel caso di Torreggiani contro l'Italia. Dal rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura emerge un dato preoccupante sul sovraffollamento carcerario che smentisce ulteriormente la storia che da noi il problema è virtuale, perché un detenuto avrebbe uno spazio abitativo minimo di 9 metri quadri per cella singola e 5 metri quadri per detenuto in celle a occupazione multipla. Nella realtà dei fatti non è assolutamente così.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 24 gennaio 2020
La norma è stata inserita nel testo "processo breve" voluta da Bonafede per diluire gli effetti del blocco della prescrizione. Ma le toghe protestano.
Solo noi possiamo decidere i tempi dei processi. Nessuno può permettersi di dirci quanto deve durare un dibattimento. Neppure il legislatore. In estrema sintesi. è questa la risposta delle toghe italiane alla proposta della maggioranza di prevedere delle "sanzioni' per i giudici pigri. Una risposta prevedibile e scontata.
L'Italia, infatti, pur essendo continuamente sanzionata dalla Cedu per l'eccessiva durata dei processi. non ha mai posto in essere serie misure strutturali - ad esempio facendo lavorare di più e meglio i magistrati - per evitare che i cittadini trascorrano gran parte della loro esistenza in Tribunale prima di avere una sentenza definitiva.
Leggendo l'ultima relazione della Corte di Strasburgo. sono stati oltre 1200 i ricorsi per "l'irragionevole durata del processo" e "la mancata applicazione della legge Pinto". Un record che ci ha permesso, nel 2018, di superare la Turchia, paese dove vige uno dei sistemi giudiziari peggiori del pianeta.
Era stato il responsabile giustizia del Pd, Walter Verini, in un intervento pubblicato la scorsa settimana su Il Riformista, ad annunciare la possibilità di rafforzare l'illecito disciplinare per "ritardi immotivati nello svolgimento del procedimento". La norma è stata poi inserita nel testo sul "processo breve" voluto da Alfonso Bonafede per diluire gli effetti del blocco della prescrizione sulla durata dei processi e presentato mercoledì agli alleati di governo.
Per i magistrati pigri è previsto un procedimento disciplinare più "efficace" davanti al Csm. normalmente di manica larga per le toghe lumaca: Palazzo dei Marescialli Io scorso anno, prosciolse un giudice fiorentino che aveva impiegato oltre cinque anni per depositare una sentenza. La reazione delle toghe è stata durissima.
"Una soluzione demagogica e di propaganda", hanno affermato in coro i magistrati. Il tema, va detto, è di quelli che ricompaiano la categoria. Le tensioni fra le correnti del dopo "Palamara" sono subito sfumate come per prodigio. Dalla sinistra giudiziaria di Area-Md alla destra di Magistratura indipendente è immediatamente partito il fuoco di sbarramento per impallinare nella culla la proposta del governo.
"Esprimiamo - scrivono i magistrati progressisti - la ferma ed assoluta contrarietà a qualsiasi riforma che ipotizzi di garantire la durata ragionevole dei processi penali minacciando ipotesi di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati qualora i tempi imposti per legge non vengano rispettati".
Ciò "non può certamente passare attraverso riforme che impongano ai magistrati italiani, pena l'individuazione di loro responsabilità di ordine patrimoniale o professionale, termini perentori di definizione dei processi". I magistrati, dicono, farebbero già miracoli nell'attuale contesto. "La magistratura italiana rappresenta un esempio di produttività nel panorama comparato dei sistemi giudiziari europei e non accetta di diventare, in ragione di una mediazione politica che non dovrebbe mai andare disgiunta dalla ricognizione dei problemi reali. il capro espiatorio di inefficienze e malfunzionamenti che fanno torto all'abnegazione e all'impegno profusi dalla larga maggioranza dei suoi esponenti", scrivono le toghe di destra.
"La lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati: all'opposto, nel quadro normativo attuale, deve a loro essere riconosciuto il merito della residua, per quanto insufficiente, funzionalità della giustizia penale", fanno eco i giudici di sinistra.
Cosa fare? "Risorse" ed "investimenti". la soluzione togata. Sul fronte risorse, comunque, l'anno scorso il governo ha già aumentato il numero dei magistrati, portandone l'organico a 10.600. Uno dei più alti in Europa se sommato anche alle migliaia di giudici onorari. Su un punto, però. le toghe hanno ragione. E cioè quando reclamano una seria depenalizzazione.
Una rivoluzione dopo anni di panpenalismo spinto che ha portato a reati fumosi ed evanescenti come il traffico di influenze o l'abuso d'ufficio. Se Bonafede dovesse insistere nel suo progetto. i magistrati si sono comunque già dichiarati pronti alla "mobilitazione generale". Ministro avvisato. ministro salvato.
di Franco Mirabelli
Il Riformista, 24 gennaio 2020
Se la giustizia non fosse così lenta, la prescrizione non avrebbe tanta rilevanza. Per questo bisogna velocizzare le procedure e rendere efficiente il sistema penale. Questa sì che sarebbe una riforma storica. Il tema della prescrizione dei reati resta un tema rilevante, una questione che riguarda i diritti dei cittadini, la certezza della pena, il tema costituzionale della ragionevolezza dei tempi del processo. Il confronto aperto su questo è importante e, per parte nostra, c'è la necessità di ripensare la riforma Bonafede-Bongiorno che di fatto elimina la prescrizione e rende possibili processi infiniti.
Credo però che ci si debba domandare se questo della prescrizione sia il tema più importante e, soprattutto, se possa essere isolato da una riflessione sulla riforma del processo. In realtà siamo tutti d'accordo a sostenere che, fino ad oggi, se un processo non si conclude perché scatta la prescrizione, questo fatto costituisce un fallimento per lo Stato e per la giustizia. Così come siamo d'accordo a considerare il tema dell'accelerazione dei processi non solo necessario ma fondamentale per garantire i cittadini e la competitività del nostro Paese.
Se i processi in Italia durassero meno, il tema della prescrizione non avrebbe più la rilevanza che ha assunto. Per questo, il fatto che la maggioranza di governo stia trovando un accordo significativo per portare presto in Parlamento la legge delega per l'efficienza del processo penale è importante e non può essere sottovalutato, come invece mi pare si stia facendo in questi giorni, con tutta l'attenzione rivolta alla prescrizione, tema che, da solo, non risolve nessuno dei grandi problemi della giustizia italiana.
Per portare la durata dei processi a 4/5 anni al massimo occorre un investimento significativo, che il governo si impegna a fare, in personale e in strutture. Ma occorrono soprattutto riforme che consentano di velocizzare le procedure e su questo si concentra la proposta di legge delega proposta dal ministro Bonafede che la maggioranza ieri ha iniziato a condividere. Si tratta del combinato disposto di misure per ridurre la burocrazia e i passaggi, e per definire tempi certi e responsabilità nelle diverse fasi processuali.
Credo siano sufficienti i titoli delle misure proposte per rendere chiaro quanto è possibile fare, e in poco tempo, per ottenere procedimenti rapidi ed efficaci. Prima di tutto l'estensione, fino a renderne obbligatorio l'uso per alcune tipologie di atti, delle notifiche e delle comunicazioni telematiche stabilendo regole chiare e cogenti. Poi la modifica dei tempi previsti per le indagini preliminari, da sei mesi a un anno e mezzo a seconda dei reati contestati, con la possibilità di richiedere un'unica proroga di sei mesi.
Ancora l'estensione dell'utilizzo di procedimenti speciali: dalla "pena su richiesta" ai giudizi abbreviati e immediati, fino al procedimento per decreto, come opportunità alternative al processo da implementare anche per ridurre la mole di lavoro dei tribunali. A ciò si aggiunge la maggiore valorizzazione del procedimento davanti al giudice monocratico che consentirebbe la pronuncia sul non luogo a procedere.
Anche l'introduzione di una nuova disciplina sanzionatoria di contravvenzioni che consenta l'estinzione delle stesse se si adempie alle prescrizioni impartite dall'organo accertatore (comprendendo, tra queste, comportamenti risarcitori), può contribuire a ridurre i carichi di lavoro degli uffici giudiziari e ridurre i tempi dei procedimenti.
Infine le norme che responsabilizzano i magistrati sul rispetto dei termini previsti per la durata del processo diventerebbero una ulteriore garanzia sui tempi certi e ragionevoli. Credo che questa breve e sintetica elencazione delle norme di cui la maggioranza sta discutendo e su cui stiamo tutti convergendo, possa contribuire a rimettere anche la questione prescrizione nel giusto contesto.
Comunque la si pensi il tema prioritario è quello di dare efficienza al sistema penale, velocizzare i processi, garantire tempi certi, mettere l'intero sistema nelle condizioni di funzionare al meglio nell'interesse dei cittadini ma anche degli operatori del diritto.
Se riusciremo, e c'è la volontà di tutta la maggioranza in questa direzione, faremo una riforma davvero storica che credo sarebbe meglio, tutti insieme, valorizzare anziché continuare a enfatizzare le differenze che tra noi ci sono sulla prescrizione, tema su cui dobbiamo continuare a confrontarci, ma che non deve nascondere il valore della riforma: garantire davvero tempi ragionevoli della giustizia.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 24 gennaio 2020
"La giustizia vendicativa distrugge insieme gli individui e la stessa polis". L'anno accademico di Roma Tre si apre con la lectio magistralis di Marta Cartabia. Alla prima uscita pubblica, la neo eletta presidente della Corte costituzionale, cita le Eumenidi di Eschilo, la tragedia greca nella quale la vendetta si interrompe davanti a un tribunale.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 23 gennaio 2020 n. 270. In caso di fallimento dell'azienda, va considerata "congrua" la motivazione che esclude la "condotta distrattiva" dell'amministratore in quanto il "passivo ammesso" consiste in debiti verso Equitalia e verso la banca.
Lo ha stabilito la Quinta sezione penale della Cassazione, sentenza n. 2708 di ieri, annullando la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale decisa dalla Corte di appello di Napoli in riforma della pronuncia assolutoria di primo grado. Per la Suprema corte, infatti, legittimamente, il tribunale aveva affermato che non poteva ritenersi integrasse una condotta distrattiva il mancato pagamento di debiti erariali e verso la banca.
Accolto dunque il ricorso dell'imputato che aveva sottolineato come il divario tra attivo e passivo "era costituito da debiti maturati verso il Fisco e verso gli istituti di credito". La Cassazione afferma poi che, il giudice di secondo grado, nel ribaltare la decisione era venuto meno all'obbligo di motivazione rafforzata dovuto in caso di riforma della sentenza assolutoria di primo grado.
Come chiarito dalle S.U. (n. 33748/2005) infatti il giudice che riformi totalmente la decisione ha l'obbligo di "delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato".
Ragion per cui, prosegue la decisione, "emerge l'insufficienza dell'apparato argomentativo" della sentenza impugnata "in ordine alla questione decisiva, congruamente affrontata dal decidente di primo grado". Secondo il tribunale infatti "poiché il passivo ammesso (per 105.543 euro) era costituito da debiti verso Equitalia per tributi non pagati, maggiorati della quota dovuta per interessi e sanzioni (per 30.000 euro), da un debito nei confronti della Camera di commercio e da un debito verso la Banca Popolare di Ancona per anticipazioni bancarie per euro 70.000, non poteva ritenersi che il mancato pagamento del debito erariale e il mancato rientro delle esposizioni debitorie con istituti di credito integrassero condotte distrattive".
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