di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 7 marzo 2020
Mentre il mondo dei sani e dei giusti è impegnato a lapidare il coronavirus, a Idlib il popolo dei bimbi è in marcia per sfuggire alla morte, a Napoli l'esercito dei bambini si fa la guerra. Forse tutto il popolo del Sud, di quello nostro e del Sud degli altri, ha sbagliato a partire, continua a sbagliare: generazioni per cui il mondo era a una distanza notevole, lunga quanto le molte ore necessarie per raggiungere Milano e puzzolente come l'umanità in travaglio la polvere dei freni e la nafta di un treno colmo di vita in cerca di futuro.
Si partiva di sera e ci si svegliava intirizziti dal freddo d'inverno o soffocati dal caldo della bella stagione. Il mondo era distante per i ragazzi passati, spiato in qualche varietà o nelle sequenze di uno sceneggiato trasmessi da una televisione senza colori. Era un pianeta difficile da raggiungere, mitizzato dai racconti di chi c'era già stato e se ne tornava indietro su una macchina nuova. Sapeva di buono, di speranza e lo si sognava a occhi aperti. Raggiungerlo, per i più, significava agguantare una laurea o un lavoro sicuro, cose sulle quali si costruiva un progetto che prometteva di essere per sempre; per alcuni voleva dire soldi veloci, una scalata sociale a prescindere da regole morali e legali. Poi, pian piano il mondo si è mosso, a quelli che sono cresciuti dopo gli è arrivato a tiro di schioppo. Oggi il mondo i ragazzi ce l'hanno davanti agli occhi, lo vedono a colori in televisione, col mouse se lo girano in un attimo in lungo e in largo.
La terra la guardano da ogni angolazione e il pianeta non gli riserva più sorprese. Ce l'hanno in casa il mondo e non lo sognano più, non corrono dietro alle sue promesse. I ragazzi del sud hanno certezze che dicono che le speranze sono finite e anche se per arrivare a Roma o oltre ci metti meno tempo, le lauree servono a poco e i posti di lavoro lasciano niente in tasca e fanno svanire il domani. Sono finiti i sogni e i progetti non si possono più fare. Precario, provvisorio è il vocabolo che si sentono dire se avanzano pretese. Anche per gli uccelli da preda il mondo è diverso, lo sanno già che pallottole e manette arriveranno in fretta a spezzare vite giovanissime, e le remore anziché crescere svaniscono nella desolazione di una botta di vita, che è meglio il fuoco di un lampo che la tenue luce di una brace. I bambini del Sud sono già morti, prima dei loro coetanei di Napoli che muoiono ora, si sono massacrati sulla strada per Milano, per un Occidente qualunque: eppure erano passati per le piazze, per i circoli anarchici, per le camere del lavoro. Avevano dentro la forza enorme della ribellione, venivano da famiglie povere in cui non c'era né pane né mafia. Perché la loro rabbia non smuovesse lo stagno di una società immobile bisognava metterli sulla strada dell'autodistruzione.
Le mafie sono state l'insegnante migliore, mortale. Molti dei bambini di una Napoli passata, che mordevano la polvere delle strade di quartieri tristemente noti, erano passati dagli oratori, dai centri sociali, hanno assaggiato i rudimenti della rivoluzione, prima di mangiare pane e camorra. Adesso sono in troppi per mandarli a morire tutti quanti fuori. Una camorra stracciona gli insegna a macellarsi in casa. I resti se li prende lo Stato a tenere nutrita la schiera dei morti al 41bis. I bimbi del sud si scannano perché il popolo dei furbi gli costruisce autostrade che portano al mattatoio, e i giusti si sentano sempre più giusti. E uno Stato e dei buoni veri, sotto Roma non sono mai scesi a costruire strade diverse.
Mentre i puri di condotta scagliano sassi ai mostri caduti, a Napoli dei bambini cattivi si sfregiano a vicenda con un numero esorbitante di pallottole, a dimostrazione che sono piccoli anche riguardo alla perizia balistica. Lo fanno perché l'unica certezza che hanno è quella di essersi infilati in un mondo a parte, che con quello normale si incontrerà solo per un funerale, un dibattito televisivo, una pagina di giornale o un film di genere.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 marzo 2020
Il testo portato da Bonafede a Palazzo Chigi attribuisce ai capi degli uffici la facoltà di inviare dopo giugno le udienze. Il no di Penalisti e Anm. Una grande responsabilità assegnata ai capi degli uffici giudiziari. Il governo, guardasigilli Bonafede in testa, prova a respingere l'assalto del coronavirus nei tribunali senza fermare di un colpo, e in tutto il Paese, la giustizia.
E lo fa appunto con un decreto che attribuisce la decisione, caso per caso, a presidenti dei Tribunali e procuratori "sentiti l'Asl e il Consiglio dell'Ordine degli avvocati". Una scelta difficile, impegnativa, discussa fino all'ultimo, ieri sera, da un Consiglio dei ministri ancora in corso al momento di mandare in stampa questa edizione del giornale.
E che trova, oltretutto, il no dell'Anm: una "disciplina dell'emergenza lasciata ai capi dei singoli uffici" è "inadeguata" a prevenire la "diffusione del contagio", avverte il "sindacato delle toghe" prima ancora che inizi a circolare una prima bozza del decreto.
No ad "applicazioni differenziate", visto che i tribunali sono "quotidianamente frequentati da una moltitudine di persone provenienti da diverse parti del territorio nazionale". C'è insomma un no, da parte della magistratura associata, sull'idea di attribuire proprio ai giudici una responsabilità eccessiva nella prevenzione del coronavirus.
E c'è forse anche il timore di un corto circuito con l'avvocatura, considerato che l'Ocf ha proclamato un'astensione, non riconosciuta dai vertici di alcune Corti d'appello ma potenzialmente insidiosa proprio per i magistrati. Perché qualora qualche giudice negasse il legittimo impedimento di un avvocato astenuto e poi magari in quell'ufficio si verificassero contagi proprio tra i difensori, è chiaro che le conseguenze per quel giudice diverrebbero pesanti.
È insomma una pista che sarebbe eufemistico definire scivolosa, quella dove prova ad atterrare il "decreto Tribunali" del governo proposto da Bonafede. Eppure si tratta dello sforzo, appunto, dichiarato fin dalle premesse del testo, di "contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid- 19" ma di "garantire, per quanto possibile, continuità ed efficienza del servizio giustizia".
Perciò dovrebbero essere i capi degli uffici, secondo il guardasigilli, a ordinare la misura più estrema, ossia il rinvio di tutte le udienze non urgenti a dopo il 30 giugno (addirittura) solo quando risultino insufficienti le altre graduali restrizioni pure fissate dal provvedimento per limitare l'afflusso, e "consentire il rispetto delle indicazioni igienico-sanitarie", così come definiti dai provvedimenti degli ultimi giorni.
Ecco lo sforzo: una complicatissima e dettagliata modularità delle decisioni. Una responsabilità però che non dovrebbe vedere soli i magistrati. Perché l'articolo 1 del decreto prevede che i dirigenti degli uffici decidano "sentito il Consiglio degli Ordine degli avvocati", oltre che l'Autorità sanitaria regionale. Ovvero: deve esserci una assunzione di responsabilità almeno in parte condivisa, fra magistrati e avvocati. Ed è chiaro che se il presidente di un Coa manifestasse al presidente di un certo Tribunale o al capo di una certa Procura la sua assoluta e radicale contrarietà a proseguire le attività giurisdizionali - sempre eccezion fatta per quelle urgenti - sarebbe assai difficile, viste anche le tensioni sull'astensione e il "contagio ormai virale" evocato ieri anche dall'Anm, che quel presidente di Tribunale insista nell'andare avanti.
Ma appunto, si tratta di un quadro così delicato, di un castello così precariamente in equilibrio, che fino alla tarda serata di ieri il Consiglio dei ministri ha discusso sulla possibilità di una misura più drastica: vale a dire sospendere indiscriminatamente le attività non urgenti fino a tutto il mese di marzo, per poi valutare a fine mese se passare alla linea modulare definita dal decreto.
E la proposta iniziale di via Arenula ha anche l'ambizione di recepire i criteri delle linee guida approvate, esattamente una settimana prima, nel protocollo fra lo stesso ministro della Giustizia e il presidente del Cnf Andrea Mascherin. Vuol dire che, sempre per citare la prima bozza portata in Consiglio dei ministri ieri sera da Bonafede, le precauzioni devono consentire innanzitutto di evitare "assembramenti all'interno dell'ufficio giudiziario e contatti ravvicinati tra le persone". È l'obiettivo indicato più volte dall'avvocatura, e che giovedì ha ispirato anche l'istituzione del tavolo tecnico avvocati- magistrati a Napoli, proprio con l'obiettivo di calibrare insieme i necessari presupposti della eventuale necessaria "rarefazione" nei palazzi di giustizia. Un grande riconoscimento dunque proprio al ruolo della professione forense.
Ma anche una prova di tenuta che suscita più di una preoccupazione non solo nella citata Anm (che annulla persino la riunione del proprio direttivo fissata per oggi), ma anche in numerose rappresentanze forensi. Se infatti l'Ocf ha proclamato l'astensione iniziata ieri, e ritenuta illegittima dai capi di alcuni distretti (come riferito in altro servizio, ndr), vanno citate come minimo le perplessità avanzate ancora dall'Unione Camere penali e dagli avvocati tributaristi. Nel primo caso, la giunta presieduta da Gian Domenico Caiazza ricorre a due "alert".
Prima una lettera rivolta proprio al ministro Bonafede in cui gli viene chiesto, "se si è deciso di chiudere le scuole", perché non si chiudano allora "salvo i processi urgenti e indifferibili" anche "i tribunali". È ancora "meno comprensibile", per i penalisti, "l'idea di rimettere ogni decisione ai responsabili degli uffici giudiziari, senza vincolarli a parametri univoci e categorici, regolati dagli unici criteri rilevanti, cioè quelli della scienza medica". Certo, nella proposta di Bonafede, i capi degli uffici devono sentire, oltre ai Coa, le Asl.
Però per l'Ucpi "regole di comportamento inspiegabilmente diverse adottate in relazione a situazioni equivalenti" finirebbero per creare "sconcerto, rabbia, smarrimento". Poi, quando la prima bozza del "Dl Tribunali" inizia a circolare, l'Unione Camere penali diffonde una seconda nota, con un monito ancora più deciso: "È inconcepibile che non sia la legge a definire i criteri di urgenza per la eccezionale celebrazione dei processi, ma che essi siano delegati, senza alcuna predeterminazione normativa, alla magistratura, e addirittura a quella inquirente", si scandisce.
Delicata pure la questione posta dall'Unione nazionale degli avvocati tributaristi, secondo i quali la "giustizia tributaria" è "l'unica tra le giurisdizioni non contemplata da alcun provvedimento d'urgenza". Secondo l'Uncat si dovrebbe, ad esempio, dare "attuazione al processo tributario a distanza". E ancora, il presidente dell'Anf Luigi Pansini, in una dichiarazione inviata a questo giornale, ritiene necessarie "chiare, precise e omogenee linee di condotta per tutti gli uffici".
Nel dettaglio, il decreto portato a Palazzo Chigi dal guardasigilli prevede misure anche estreme, come la generalizzazione, nelle udienze con detenuti, della loro partecipazione a distanza, al di là del diverso grado di restrizione dell'attività decisa dal presidente del Tribunale. I capi, a loro volta, si consultano sempre con procuratore generale e presidente della sua Corte d'appello.
E, sentiti Azienda sanitaria e Coa, "adottano" le "misure" per evitare innanzitutto gli "assembramenti". E qui si va dalla chiusura dell'accesso al pubblico all'adozione "di linee guida vincolanti per la fissazione e la trattazione delle udienze", quindi alla riduzione del ruolo, proprio come previsto dalle linee guida ministero- Cnf, di fatto tradotte in legge dello Stato.
Si può arrivare a "udienze civili" in "collegamento da remoto con ogni mezzo di comunicazione", dunque anche con videochiamate whatsapp. Fino alla drammatica lettera g), dell'articolo 1 secondo comma (sempre in base alla prima bozza) che prevede il rinvio di tutte le udienze a dopo il 30 giugno, con le eccezioni per le "urgenti" così come definite già nel decreto 9, quello sulla "zona rossa".
Si tratta non solo dei processi con detenuti ma anche delle cause per gli "alimenti", dei "cautelari" relativi ai "diritti della persona", dei procedimenti per interdizione, Tso, espulsione di migranti clandestini. Ovviamente, per tutte le cause rinviate, si sospendono anche i termini, prescrizioni comprese, sia nel civile che nel penale. Si vedrà. Certo è che mai la giustizia italiana ha tentato di restare in equilibrio su un filo così sottile.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 7 marzo 2020
Educare alla lettura e creare momenti di condivisione e crescita culturale attraverso il potente strumento del libro: con questa finalità "Adotta uno scrittore", iniziativa del Salone Internazionale del Libro di Torino, anche quest'anno ha scelto di coinvolgere nei propri progetti il mondo carcerario. Gli autori, oltre che nelle scuole, entreranno così anche nelle strutture penitenziarie per educare alla bellezza, alla democrazia e alla coscienza civile attraverso la cultura e la lettura.
Per la sua diciottesima edizione, l'iniziativa ha visto crescere il numero delle scuole carcerarie coinvolte: nel 2020, infatti, prendono parte al progetto le scuole carcerarie di Torino, Saluzzo, Alessandria, Asti, Verona, Paola (Cosenza), Lecce, Palermo, Sassari, Potenza e Pozzuoli (Napoli). L'iniziativa è sostenuta dall'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte in collaborazione con la Fondazione Con il Sud. In questi 17 anni "Adotta uno scrittore" ha coinvolto 11.521 studenti di 369 classi e, inoltre, 12 case di reclusione, un ospedale e un'università.
Questo il programma: Bruno Gambarotta incontra i detenuti della Casa di Reclusione CPIA3 di Asti, la sua città d'origine. Lo scrittore Fabio Geda verrà adottato dalla Casa di Reclusione Rodolfo Morandi e dagli studenti dell'IIS Soleri Bertoni di Saluzzo e dell'Arimondi Eula di Savigliano. Chiara Valerio, scrittrice, saggista ed editor, è ospite della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Mauro Berruto, CT della Nazionale italiana maschile di pallavolo dal 2010 al 2015, ha scritto diversi libri ed è adottato dall'Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti di Torino.
Alla Casa Circondariale di Verona Montorio, CPIA di Verona, arriverà Fulvio Ervas. Il poeta Franco Arminio sarà alla Casa Circondariale di Paola- CPIA Cosenza sezione di Paola.
Paolo Di Paolo, autore di Mandami tanta vita (Feltrinelli), finalista 'Premio Strega' e vincitore del 'Premio Salerno Libro d'Europa' e del Premio Fiesole, e del suo ultimo Lontano dagli occhi (Feltrinelli), è adottato dalla Casa circondariale Femminile di Pozzuoli, CPIA di Napoli. Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo, ospiti del Carcere Ucciardone di Palermo (Sicilia), incontreranno i detenuti a partire da Salvezza (Feltrinelli editore), reportage a fumetti di grande impatto visivo, drammatico e coinvolgente, che racconta un'operazione di salvataggio a opera di una ONG.
Lo scrittore Piergiorgio Pulixi, invece, è atteso alla Casa di Reclusione di Alghero, IPSAR di Sassari. Gianluca Caporaso, poi, sarà ospite della Casa Circondariale di Potenza - CPIA di Potenza. Alla Casa di Reclusione San Michele di Alessandria interverrà l'ex magistrato, giurista e saggista Gherardo Colombo. Infine, al CPIA presso la Casa Circondariale di Lecce N.C. sarà presente Massimiliano Virgilio l'autore occidentale più venduto in Cina, il quale ha da poco pubblicato il romanzo Le creature (Rizzoli).
a cura di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 marzo 2020
Ci scrive la compagna di un detenuto recluso in una delle carceri lombarde. Racconta le vicissitudini dei primi colloqui, quando ancora potevano essere svolti adottando precauzioni per evitare contagi. Scene surreali, la paura di avere qualche grado di febbre in più, la solitudine, la promessa di rivedersi alla prossima visita. Poi la brusca interruzione dei colloqui. Se ne riparlerà alla fine dell'epidemia.
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 7 marzo 2020
Un grazie alla giornalista Selvaggia Lucarelli per la sua iniziativa di chiedere ai parenti dei detenuti di spiegare "chi avete in carcere, in quale carcere, cosa vi spaventa, perché siete preoccupati e cosa chiedete". Le autorità iraniane hanno stabilito il trasferimento di 54mila detenuti agli arresti domiciliari per evitare i rischi di diffusione del contagio da coronavirus nelle carceri. E l'Italia che fa, a parte blindare le carceri come delle scatole di tonno?
di Mariolina Panasiti*
Il Riformista, 7 marzo 2020
Ridurre il sovraffollamento carcerario, contenere l'afflusso nei palazzi di giustizia permetterebbe di contrastare il contagio. Perfino l'Iran ha deciso di scarcerare 54mila detenuti. Gentile direttore, in queste giornate cosi convulse per l'emergenza epidemica, due notizie hanno attratto la mia attenzione.
ansa.it, 7 marzo 2020
"Ci giunge notizia che due detenuti nel carcere di Opera sono stati trasferiti in ospedale per sospetta infezione da Coronavirus". È quanto risulterebbe a Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale che "in attesa che il ministro della Giustizia possa informarsi ed informare il Parlamento su quanti detenuti, agenti e personale attualmente ha contratto l'infezione" chiedono se "in tutte le celle sono state distribuite confezioni di soluzioni idroalcoliche per il lavaggio delle mani (punto a dell'allegato al decreto) e disinfettanti a base di cloro o alcol per pulire le superfici (punto l); se tutte le celle garantiscono la possibilità di una distanza interpersonale di almeno un metro (punto d), infatti il ministro non può sottovalutare, anche in termini di responsabilità personale, che le carceri italiane sono luoghi sovraffollati molto al di sopra dei termini di legge. Servono misure - concludono i due esponenti dei Radicali - che vanno in senso contrario a quelle sinora proposte dal Ministro e avvallate dalla maggioranza di governo. A cominciare dall'amnistia, provvedimento indispensabile per poter attuare una efficace riforma".
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 marzo 2020
I giudici di Lecce applicano ai reati d'immigrazione i principi della sentenza della Corte costituzionale sulla Spazza-corrotti. La sentenza con la quale la Consulta che ha stabilito l'irretroattività della Spazza-corrotti comincia a dare i suoi frutti. E non solo per i reati ricompresi nella norma bandiera del M5s, quella che ha, di fatto, equiparato la corruzione ai reati di mafia, ma anche in materia di immigrazione. A fare "scuola", in questo caso, è la Corte d'Appello di Lecce, che il 4 marzo ha deciso di applicare gli stessi principi affermati dai giudici della Corte costituzionale ad un caso che con la corruzione o la criminalità organizzata non ha nulla a che fare.
E così ha dichiarato temporalmente inefficace l'ordine di esecuzione nei confronti di un uomo condannato per aver favorito l'ingresso di migranti in Italia, punito sulla base del "testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero" del 1998. Un reato che all'epoca della sua commissione – ma anche della sua condanna – non prevedeva il divieto di accesso alle misure alternative alla detenzione, alla liberazione condizionale e al divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione della pena, ma che a seguito delle modifiche legislative introdotte nel 2015 è diventato ostativo, prevedendo, dunque, il divieto di concessione dei benefici.
La decisione della Consulta, lo scorso 12 febbraio, ha di fatto aperto la strada a decine di ricorsi, stabilendo che se al momento della sua commissione per un reato è prevista una pena "fuori" dal carcere non è possibile trasformarla, con una legge successiva, in una pena da scontare "dentro" il carcere. E a tale principio si sono conformati anche i giudici di Lecce, secondo cui "occorre prendere atto che si è determinata una rilevante ed imprescindibile innovazione del diritto vivente con riferimento alla tematica della disciplina dell'esecuzione della pena. Il principio secondo cui le pene detentive devono essere espiate in base alla legge in vigore al momento della loro esecuzione – con il corollario della immediata applicazione delle modifiche normative, anche deteriori, intervenute nel periodo successivo alla commissione del reato – resta valido in linea generale, salvo che per le modifiche normative che comportano una radicale trasformazione della pena con diretta incidenza sulla libertà personale del condannato: in queste ipotesi, in ossequio all'articolo 25 comma 2 della Costituzione, restano applicabili le norme vigenti al momento del fatto".
Il caso riguarda un uomo che sulla base di tre diverse sentenze – due della Corte d'Appello di Lecce e una del Tribunale di Brindisi, pronunciate tra il 1999 e il 2013 – si trovava in carcere, sulla base di un provvedimento di esecuzione datato giugno 2017, per espiare una pena residua di tre anni e nove mesi, potendo dunque chiedere la sospensione dell'esecuzione della pena sulla base della norma in vigore al momento della commissione dei fatti. Una possibilità esclusa, però, dalle modifiche legislative del 2015, intervenute prima dell'ordine di carcerazione. I difensori dell'uomo, a febbraio scorso, hanno però sottoposto ai giudici la pronuncia della Consulta, i cui giudici erano stati chiamati in causa già nel 2019 dal magistrato di sorveglianza di Lecce che aveva contestato l'applicabilità del divieto di concessione dei benefici per i reati relativi all'immigrazione, anche in riferimento alla applicabilità delle preclusioni anche ai reati che non hanno matrice associativa, con riferimento ai quali l'incentivo alla collaborazione si presenta "privo di ragionevolezza".Nel caso specifico, dunque, la Corte d'Appello di Lecce ha stabilito che "in ragione dell'entità della pena oggetto del provvedimento di cumulo (anni 3, mesi 9 e giorni 18 di reclusione), inferiore al limite di 4 anni di reclusione, il richiedente ha diritto alla sospensione dell'ordine di esecuzione emesso a suo carico", ordine di esecuzione che "non può essere revocato o annullato, ma deve essere dichiarato temporalmente inefficace per consentire al condannato di presentare, nel termine di 30 giorni, la richiesta di concessione di una misura alternativa alla detenzione".
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 marzo 2020
Il presidente dell'Ocf, Giovanni Malinconico, minaccia azioni legali nei confronti delle toghe pur di "tutelare i diritti degli avvocati". "Denunceremo i giudici che ci negano il diritto all'astensione". Il no dei Tribunali allo sciopero indetto dall'Organismo congressuale forense apre una nuova crepa tra magistratura e avvocatura. Tanto grande da spingere il presidente dell'Ocf, Giovanni Malinconico, a passare alle maniere forti, minacciando azioni legali nei confronti delle toghe pur di "tutelare i diritti degli avvocati".
A far scoppiare la polemica è la nota inviata a magistrati togati e onorari con la quale la presidente del Tribunale di Firenze ha sminuito le ragioni dell'astensione degli avvocati, disponendo il rigetto delle richieste di adesione allo sciopero. E sulla scia di Firenze, diversi Tribunali in Italia hanno deciso di opporsi alla sospensione, disponendo la celebrazione delle udienze. "Allo stato le attività giudiziarie del distretto proseguono regolarmente", ha sottolineato la presidente Marcella Rizzo, secondo cui "l'astensione proclamata da Ocf non appare costituire un motivo legittimante gli avvocati a disertare le udienze", in quanto non sussisterebbero "gravi eventi lesivi dell'incolumità e della sicurezza dei lavoratori".
Da qui la protesta di Malinconico, pronto a tutelare i diritti degli avvocati sia davanti alla Commissione di Garanzia per l'esercizio del diritto di sciopero, "che nulla ha contestato al riguardo", sia in tutte le altre sedi "in ordine a eventuali reati in violazione delle prescrizioni della Presidenza del Consiglio sui corretti comportamenti da tenere per evitare la diffusione del contagio". L'attacco di Malinconico è durissimo: di fronte ad "eventi gravissimi e purtroppo epocali" qualcuno "si permette di sindacare la gravità della situazione, spiegando che non ci sono rischi per la sicurezza, mentre notizie di quarantene e contagi si rincorrono nei palazzi di giustizia. Per tutti questi signori giudici – ha aggiunto – l'invito è di frenare la propria l'autoreferenzialità e magari leggere un giornale o guardare un tg ed eventualmente fare un giro nelle città svuotate".
Il presidente dell'Ocf ha denunciato anche la lesione dell'autonomia dei singoli giudici, nonché un'invasione di campo rispetto alla Commissione di Garanzia, "unica autorità deputata a decidere". L'astensione, della durata di 15 giorni, è ufficialmente iniziata ieri, preso atto che per il mondo della Giustizia le misure adottate si sono rivelate "assolutamente non adeguate a ridurre ragionevolmente il rischio di contagio in relazione alle specifiche modalità di interazione che connotano le attività giudiziarie".
Sono diversi, infatti, gli avvocati e i magistrati ormai contagiati, senza contare che lo "stato degli edifici in cui viene esercitata l'attività giudiziaria", la cui inadeguatezza non consentirebbe "un pur minimo controllo igienico- sanitario". E di fronte alle richieste avanzate dagli avvocati di tutto il territorio, ha aggiunto Malinconico, nulla è stato fatto. E a ciò si aggiunge anche il niet di molti giudici, decisi ad andare avanti ad oltranza. Come a Firenze, anche a Grosseto il giudice monocratico si è rifiutato di accogliere l'istanza di astensione, obbligando, dunque, a celebrare le udienze. Ciò in virtù dei pochi casi registrati in zona, motivo per cui "non si ravvisano ragioni per ritenere che vi sarà un particolare affollamento di persone, con conseguente rischio di contagio".
Diversa, invece, la scelta a Venezia, che ha lasciato la questione in mano al Comitato di Garanzia, nonché a Napoli, dove il presidente della Corte d'Assise ha disposto la sospensione del processo sulla strage dei Vastarella alla Sanità, stabilendo che "il diritto alla salute prevale anche sull'orientamento della Corte Costituzionale", che vieta l'astensione in processi con imputati detenuti. A Bari, infine, l'astensione ha fatto saltare molte udienze al palagiustizia che si trova nella sede dell'ex Telecom, dove vista la ristrettezza degli spazi è quasi impossibile rispettare le norme minime per evitare il contagio.
Il Centro, 7 marzo 2020
Giulio Petrilli torna alla carica con il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, per la sua istanza di risarcimento per ingiusta detenzione. "Ho sollecitato una risposta alla mia istanza presentata alla presidenza del consiglio il 19 settembre 2019", scrive Petrilli in una nota, "per il risarcimento di sei anni di ingiusta detenzione subiti con l'accusa di banda armata. La stessa istanza, il 2 ottobre scorso, è stata inviata al ministro della Giustizia per un parere. Ora tutto è nelle mani del premier".
- L'Aquila. Raddoppiato in dieci anni il numero di detenuti alle Costarelle
- Stati Uniti. Giustiziato per omicidio in Alabama, ma era innocente
- L'Ue "solidale con Atene", ma prenderà solo i minori rifugiati
- A caccia di migranti, la doppia vita dei riservisti greci
- Pistoia. Al via il crowdfunding per realizzare cortometraggi nel carcere Santa Caterina









