di Luca De Vito
La Repubblica, 25 gennaio 2020
Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano: "La detenzione quando si tratta di reati lievi o di persone incensurate è una misura sproporzionata". "Il problema, di questi tempi, è che la narrazione politica è tutta spostata sul carcere come soluzione dei problemi: in realtà aumentare le pene non serve a diminuire i reati". Vinicio Nardo, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, interviene sul tema delle alternative alla detenzione.
Presidente Nardo, come valuta questi numeri?
"Sicuramente l'esperienza è positiva, non a caso è stata fortemente voluta dagli avvocati. Tutti noi ci rendiamo conto della sproporzione della sanzione del carcere in una grandissima parte dei processi che vengono svolti. Sia perché si tratta di reati lievi, sia perché molte di queste persone sono incensurate. Il problema adesso è politico".
In che senso?
"La narrazione del dibattito politico è tutta in direzione della pena carceraria: non a caso non si è varato l'importantissimo progetto di legge elaborato dagli stati generali dell'esecuzione, ovvero la riforma Orlando per le carceri, che prevedeva tra le altre cose la sistemazione del pacchetto delle misure alternative, potenziandole e inserendo una modalità che avrebbe consentito di approfondire la valutazione delle persone a cui far scontare la pena fuori dal carcere".
È rimasto tutto bloccato...
"Senza quel progetto non si danno le risorse giuste a tutto il sistema dell'Uepe e agli operatori del sistema carcerario e dei servizi sociali. Ad esempio gli psicologi che lavorano con i detenuti e che devono fare le loro valutazioni affinché i servizi interni al carcere funzionino. Adesso si continua con il sistema ordinario che ha pochi mezzi".
Perché secondo lei questo stop?
"Probabilmente qualcuno ha temuto che fosse penalizzante da un punto di vista elettorale, evidentemente è più facile dare una risposta illusoria aumentando le pene, invece di ricorrere a un sistema alternativo che ha dimostrato di funzionare, anche con l'abbattimento del tasso di
recidiva per chi sta fuori dal carcere".
Le pene alte non servono secondo lei?
"Facciamo un esempio pratico, l'omicidio stradale: in questo caso le pene sono state aumentate a dismisura, ma il numero di morti in strada è sempre lo stesso e non è diminuito neanche il numero di incidenti. Significa che c'è qualcosa che non torna. Non è con l'aumento delle pene che si riducono reati".
Milano ha dimostrato di essere all'avanguardia sul tema delle alternative al carcere. È un modello che funziona meglio che altrove?
"Milano è un esempio virtuoso perché è una piazza che sa accogliere le novità e le sa utilizzare a beneficio del funzionamento della macchina. È così da sempre. Diciamo che queste misure alternative hanno preso piede in tutta Italia, e anche se all'inizio potevano esserci delle remore ideologiche, tutti hanno capito che funzionano".
Qual è il passo avanti che bisognerebbe fare adesso?
"Il primo è riprendere a ragionare in termini più razionali e non di un automatico aumento delle pene. Viceversa, bisogna ampliare tutto il ventaglio della reazione dello Stato al reato, con delle soluzioni diverse dal carcere. Poi bisogna rafforzare legge Gozzini riprendendo il lavoro fatto dagli Stati generali dell'esecuzione e aumentare i casi di messa alla prova oltre che di pene sostituite con lavori di pubblica utilità. Bisognerà creare infine un sistema molto più vasto di enti e associazioni presso i quali si possono completare questi percorsi".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Giornalisti e politici ora fanno ironia sul ministro negazionista e ignorantello. Ok. Ma loro hanno fatto qualcosa per porre fune alla vergogna degli innocenti in carcere?
Il negazionismo del ministro Bonafede, secondo il quale "gli innocenti non finiscono in carcere", rappresenta più che altro un caso di sfrontata indecenza. Fa abbastanza schifo, come quello che lascia in mare i disperati perché lo sanno tutti che non sono veri profughi ma ragazzoni muscolosi col cellulare fico.
Certo, ci sarebbe da trasecolare davanti a un ministro che spaccia roba simile, così violentemente falsa, così insultante, ma si tratta dello stesso che si traveste da secondino e fa il film della giornata indimenticabile col detenuto avviato a marcire in galera. Insomma, questo Bonafede lo conosciamo bene.
A far vergogna, tuttavia, a dare scandalo, è che tanti innocenti finiscano in carcere: non tanto il ministro della Giustizia che nega quel fatto inoppugnabile. E a quelli che pur giustamente hanno denunciato la dichiarazione del ministro Bonafede bisognerebbe domandare se il problema della detenzione ingiusta si risolve così, e cioè contestando al ministro il diritto di dire panzane. Perché non è che se il ministro smette di negare che gli innocenti finiscono in galera quelli smettono di finirci. Se sparano ai negri il problema qual è?
Che un ministro nega la matrice razzista dell'attentato? Eppure ieri il deputato Pd Andrea Romano si lagnava della "barbarie" di Bonafede, che dovrebbe essere sconfessata dal Movimento 5 Stelle "se davvero vogliamo lavorare ad una prospettiva di alleanza". Ma ci si interroga: nella prospettiva di alleanza di cui parla Romano c'è posto per qualche iniziativa sugli innocenti in carcere?
O la questione è risolta con Bonafede che non dice più cretinate? Ne dice e continua a dirne, e lo ha fatto giusto a proposito della propria dichiarazione: spiegando che lui, quando parlava di "innocenti" (che appunto non finirebbero in carcere), intendeva in realtà riferirsi agli "assolti". E vediamo se qualcuno gli domanda se tra gli assolti (dopo) non c'è qualcuno che (prima) s'è fatto la sua bella galera. Ma si ripete: da questo qui cosa vuoi pretendere?
Sono gli altri, alleati e presunti oppositori, a lasciare le cose come stanno e anzi a lasciare che si aggravino, e non è che una politica più grammaticata e presentabile serva a impedire l'ignominia delle carcerazioni ingiuste. Le prigioni sono piene di gente che in prigione non dovrebbe starci, ed è su questo, magari, che bisognerebbe fare qualcosa.
È questa la "barbarie", prima che la boutade tontolona del ministro guardasigilli. Prima e dopo, come detto: perché gli innocenti continuano a finire in carcere, e se è vero che ingiustamente qualcuno ce li manda è anche più vero che qualcun altro, altrettanto ingiustamente, ce li lascia. Ed è, questa, una responsabilità che non s'attenua imbrigliando la disinvoltura giustiziera di un ministro grillino.
di Maria Trozzi
La Notizia, 25 gennaio 2020
Palma boccia l'iniziativa avviata nelle carceri. No a ricerche in contrasto con le norme anti-tortura. Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma bacchetta il garante d'Abruzzo Gianmarco Cifaldi sui test ai detenuti e sulle dichiarazioni di Cifaldi riportate in una nota dell'Agenzia di stampa della Regione Abruzzo (Acra).
Tutte affermazioni rilasciate per la sottoscrizione del protocollo d'intesa e, conferma il Garante, in contrasto con il protocollo effettivamente sottoscritto tra i vertici del carcere teatino e l'università di Chieti in cui Cifaldi è docente.
Palma spiega l'accaduto, stupito dall'intervento del garante abruzzese alla stessa stregua di Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, che si è mobilitato contro l'iniziativa annunciata e ora chiede le dimissioni di Cifaldi. "Il Garante nazionale informa che Cifaldi è stato costretto a fare marcia indietro e infatti si rimangia il comunicato che ho contestato", sostiene l'autore della legge istitutiva del garante in Abruzzo.
Niente cavie dunque, la nota (Acra) sarà rimossa perché non corrisponde all'intesa sulla "Osservazione scientifica della personalità dei detenuti sex offender e di iniziative trattamentali, culturali e sportive riguardanti gli stessi".
"Tale nota riporta dei virgolettati attribuiti al Garante Cifaldi con un contenuto molto diverso da quello del testo del Protocollo sottoscritto - dichiara il Garante nazionale - e seguendo il ragionamento del comunicato, la ricerca in cantiere avrebbe caratteristiche inaccettabili come la conduzione di test che comprendono registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche di reazioni a stimoli somministrati attraverso immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre in contrasto con standard e indicazioni anche del Comitato europeo contro la tortura (Cpt) oltre che dei principi su cui si basa l'azione del garante nazionale".
Palma aggiunge che non consentirebbe mai una ricerca che contrasti gli standard internazionali e il rispetto dei diritti delle persone private della libertà. "Anche considerando i limiti che la situazione soggettiva di tali persone determina relativamente alla genuinità del loro libero consenso", puntualizza il garante. Quest'ultimo ritiene poi "inopportuno che un'Autorità di garanzia si renda promotrice e attrice di iniziative che rientrano nella sfera del proprio controllo indipendente", facendo così anche riferimento alla docenza del garante Cifaldi.
"Il compito che la legge regionale affida all'Ufficio del Garante - chiarisce l'ex parlamentare Acerbo - è quello di assumere ogni iniziativa volta ad assicurare che alle persone detenute siano erogate le prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, all'istruzione e alla formazione professionale e ogni altra prestazione finalizzata al recupero, alla reintegrazione sociale e all'inserimento nel mondo del lavoro.
Il Garante deve segnalare eventuali fattori di rischio o di danno per le persone, accertare omissioni o inosservanze, proporre gli interventi amministrativi e legislativi da intraprendere per contribuire ad assicurare il pieno rispetto dei diritti delle persone - conclude il segretario di Rifondazione - proporre iniziative concrete di informazione e promozione culturale sui temi dei diritti e delle garanzie delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. E ancora una volta la Regione Abruzzo fa una figuraccia per l'incompetenza del ceto politico e anche, purtroppo, per la pochezza culturale della sua università". L'ennesimo schiaffo per la giunta sovranista.
di Nello Avellani
news-town.it, 25 gennaio 2020
Sta facendo discutere il protocollo d'intesa che, nei giorni scorsi, è stato sottoscritto tra il Garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi, il Rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della Casa Circondariale di Chieti Franco Pettinelli.
L'accordo, infatti, mira a valutare le risposte comportamentali di alcuni detenuti sottoposti ad un determinato stimolo; in particolare, il progetto verrà svolto attraverso la collaborazione tra tre diversi Dipartimenti dell'Ateneo, ovvero il Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona del Professor Gianmarco Cifaldi, il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche nella persona del Professor Michele D'Attilio e il Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche nella persona del Professor Arcangelo Merla. Questo progetto avverrà in collaborazione con il carcere di Chieti e attraverso l'aiuto del garante dei detenuti d'Abruzzo.
"La ricerca - ha spiegato Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo.
Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive: la pedana posturo-stabilometrica, uno strumento che rileva le variazioni del baricentro corporeo neo tre piani dello spazio; la termografia, uno strumento che rileva la temperatura dei muscoli superficiali del viso".
Il test - ha chiarito Cilfadi - sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; il soggetto verrà sottoposto ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; il soggetto verrà testato col protocollo posturale del Prof. D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera.
"Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio. Il progetto - ha concluso Cifaldi - si è potuto realizzare anche grazie alla disponibilità del Ministero della Giustizia e del provveditore interregionale del Dap dott. Carmelo Cantone".
Sull'esperimento, però, ha inteso esprimere "stupore" il Garante nazionale dei detenuti. La ricerca in cantiere - è stato chiarito - avrebbe caratteristiche inaccettabili, in contrasto con standard e indicazioni anche del Comitato europeo contro la tortura (Cpt) oltre che dei principi su cui si basa l'azione del Garante nazionale.
Dunque, il Garante nazionale ha chiarito che non verrà consentita mai "l'attuazione di una ricerca che abbia caratteristiche in contrasto con gli standard internazionali e con il rispetto assoluto dei diritti delle persone private della libertà, anche considerando i limiti che la situazione soggettiva di tali persone determina relativamente alla genuinità del loro libero consenso". Contestualmente, il Garante ha detto di ritenere "perlomeno inopportuno che un'Autorità di garanzia si renda promotrice e attrice di iniziative che rientrano in realtà nella sfera del proprio controllo indipendente".
Durissimo il commento del segretario nazionale di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo, che ha chiesto le dimissioni di Cifaldi: "Nei giorni scorsi ho denunciato gli assurdi propositi annunciati dal nuovo Garante dei detenuti. La mia preoccupata protesta ha suscitato attenzione anche su quotidiani nazionali, dal Manifesto al Riformista al Giornale.
In sintonia con la mia protesta si è espresso anche il presidente nazionale di Antigone, l'associazione nazionale che si occupa della condizione carceraria. Registro, invece, il silenzio dei partiti presenti in consiglio regionale che portano la responsabilità di aver eletto un Garante che non ha ben chiari i compiti che gli assegna la legge", l'affondo di Acerbo.
Che ha aggiunto: "In qualità di promotore e autore della legge che ha istituito in Abruzzo la figura del Garante dei detenuti, ho sentito e sento il dovere di esprimere la mia indignazione: non ho proposto quella legge per introdurre in carcere sperimentazioni che fanno tornare in mente il film Arancia Meccanica di Kubrick".
Siamo dinanzi "alla palese distorsione del ruolo che dovrebbe avere il Garante - ha aggiunto Acerbo - che non è certo quello di retribuire un professore già stipendiato dall'Università per emulare Cesare Lombroso. Tra i compiti che la legge affida al Garante non c'è quello di trasformare i detenuti in cavie.
Ho lottato per anni per ottenere l'istituzione del Garante affinché qualcuno si occupasse degli ultimi, dei senza voce, dei tanti poveri cristi che affollano le nostre galere. Con Marco Pannella lanciammo la proposta di Rita Bernardini che avrebbe potuto mettere a disposizione degli abruzzesi una vita di impegno e competenza sulla condizione carceraria.
E c'erano tante altre persone di valore che da anni si occupano sul campo di condizione carceraria che hanno presentato la propria candidatura. Invece la destra e il M5S hanno impedito questa nomina autorevolissima per partorire con la benevola astensione del Pd questo capolavoro. Con il massimo rispetto per il professor Cifaldi, mi sembra che sia in una situazione evidente di conflitto di interessi. Si dimetta e poi presenti a un nuovo Garante le sue proposte di sperimentazione".
Sulla vicenda è intervenuta anche l'Arci che ha espresso "preoccupazione e dissenso: riteniamo che questa ricerca non rientri assolutamente nelle attività di difesa dei diritti dei detenuti ed evidenzi un preoccupante ritorno ad anacronistiche posizioni della vecchia psichiatria manicomiale; concordiamo con quanto affermato nel comunicato stampa del Garante nazionale sulla "perlomeno inopportuna iniziativa dell'autorità di garanzia regionale".
Altre sono le questioni che devono attivare l'intervento del Garante dei detenuti nell'ambito anche del rispetto della Legge 81 sulla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e l'istituzione delle Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza, auspicando che il Garante voglia riflettere sul report che l'Osservatorio sul superamento degli Opg e sulle Rems per la salute mentale ha pubblicato circa l'ultima visita alle Rems di Barete dove si evidenzia come si sia andato a perdere la linea curativa riabilitativa a vantaggio, purtroppo, di atteggiamenti detentivi in contrasto con la stessa normativa di istituzione di tale struttura da considerare come unità operativa del Dipartimento di Salute Mentale, quale sistema organizzativo dei servizi, e quindi nella promozione di percorsi terapeutici riabilitativi personalizzati a gestione e responsabilità dei Centri di Salute Mentale di appartenenza territoriale".
Il comunicato dell'Arci è stato sottoscritto da Forum Salute Mentale Abruzzo, StopOpg Abruzzo, Unasam Abruzzo, Osservatorio sul superamento degli Opg e sulle Rems per la salute mentale Abruzzo, 180amici L'Aquila, Associazione Regionale Percorsi, Cosma, Altri Orizzonti, Cittadinanzattiva Abruzzo, Tribunale per i diritti del malato L'Aquila, Cgil Abruzzo - Molise.
gonews.it, 25 gennaio 2020
Ciclicamente torniamo a denunciare la grave condizione che vivono gli Istituti penitenziari ed in questo la situazione in Toscana non fa eccezione rispetto al contesto generale nazionale. Nella nostra regione insistono 16 Istituti di pena, afferenti ai diversi livelli di sicurezza, ma quasi tutti in gravi difficoltà per vari motivi: dalle carenze strutturali degli edifici, alla situazione di sovraffollamento di detenuti, alla grave carenza di Personale.
Vogliamo però far conoscere in particolare quale sia la situazione numerica che probabilmente i Cittadini in Toscana neanche immaginano, una situazione vicina a loro, con penitenziari allocati nelle diverse città e di cui la Società spesso dimentica l'importanza strategica nel sistema sicurezza. Tutti acclamano a blitz e/o maxi retate che tolgono la criminalità dalle strade delle città, dal territorio, ma poi nessuno pensa che queste persone non spariscono ed anzi vanno gestite, vanno seguite nei loro percorsi giudiziari, di assistenza sanitaria, di relazioni sociali con le famiglie che sul territorio e con tutti i Cittadini continuano a costituire il tessuto sociale nel quale viviamo.
A causa dei mancati interventi di riforma della giustizia e di contrasto al degrado sociale nel nostro Paese la situazione di sovraffollamento è nuovamente ai livelli precedenti in cui i Governi furono costretti a misure straordinarie quali indulti e/o amnistie. In Italia gli Istituti Penitenziari sono circa 190 per una capienza regolamentare di 50.688 posti letto.
I detenuti presenti sono invece 63.432 di cui 2.663 donne (tutti i dati sono fonte ufficiale del Ministero della Giustizia al 31/12/2019). La presenza di detenuti stranieri si attesta intorno al 30% del totale dei reclusi. In Toscana, nei 16 penitenziari presenti, la situazione è la seguente: a fronte di 3.136 posti regolamentari sono presenti 3.661 detenuti (105 sono donne) e quindi 525 detenuti in più di quanto gli Istituti dovrebbero occuparsi.
Di questi 1.739 sono stranieri, quindi una percentuale ben superiore alla media nazionale che rende più difficile il compito del Personale di Polizia Penitenziaria, che deve gestire una vasta generalità di esigenze diverse: da quelle culturali, religiose, socio politiche etc. che tante diverse provenienze geografiche che obbligano ad un lavoro molto più complicato.
Su questi numeri si deve anche pensare riguardo alla situazione giudiziaria degli stessi detenuti; ci riferiamo al fatto che ben 448 sono in attesa di giudizio, quindi ad oggi neanche condannati in 1° grado, altri 437 sono in attesa di processo d'appello e quindi 2.668 sono i condannati definitivi (ben al di sotto dei posti che avremmo disponibili se i processi fossero celeri e certi). Altro problema riguarda la presenza di bambini sotto i 3 anni che - affidati alle madri detenute - vivono in carcere. Sono 48 in Italia e di questi sono 5 in Toscana, a Firenze.
Un Decreto Ministeriale del 2017, redatto sulla base di algoritmi incomprensibili, aveva stabilito che il Toscana dovessero operare 2.413 unità, mentre ne risultano effettivamente amministrate 2.270 (serve chiarire che tra le unità amministrate ci sono anche quelle che non operano nei servizi degli Istituti penitenziari toscani, ma anche quelli che devono assicurare le traduzioni di detenuti tra carceri, nei processi presso le aule di giustizia, nei luoghi esterni di cura per visite e ricoveri ospedalieri, oltre a coloro che sono temporaneamente distaccati a fare servizio in altre regioni e/o servizi diversi).
Dopo mesi di confronto tra Sindacati e Amministrazione Centrale (D.A.P.) grazie allo studio di un Gruppo di lavoro appositamente costituito su indirizzo del Ministro della Giustizia, è stato accertato che quel Decreto Ministeriale era sbagliato (avevamo ragione a denunciarlo da anni) e quindi il Personale di polizia penitenziaria che necessiterebbe in Toscana è superiore alle 2600 unità.
Per questo auspichiamo che anche il nuovo Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria giunto a Firenze alla fine del 2019 - il dott. Gianfranco De Gesu - potrà far valere le ragioni di quello che tutto il movimento sindacale e che gran parte delle Direzioni penitenziarie toscane rivendicano al Dipartimento: l'adeguamento degli organici del Personale. Solo per completare l'informazione vogliamo fornire alcuni dati nel dettaglio di singoli Istituti penitenziari della Toscana, tutti da fonte ufficiale del Ministero al 31.12.2019.
Questi sono solo a fini esemplificativi ed anche le altre Strutture che non citiamo vivono difficoltà analoghe. Si aggiunga che molte Strutture sono oggetto di lavori di ristrutturazione e che alcune hanno dovuto organizzare sezioni per detenuti con disagi psichici dopo la chiusura degli Opg. Invieremo questa nostra lettera a Istituzioni Centrali e Locali, alla Politica ed agli Organi d'Informazione.
Ed è anche a quest'ultimi che chiediamo di aiutarci a far conoscere la situazione del sistema penitenziario in Toscana, affinché finalmente arrivino risposte ed interventi concreti per consentire a Lavoratori e Lavoratrici della Polizia penitenziaria di poter conciliare i bisogni di un servizio così difficile e rischioso con i loro diritti del lavoro.
di Luca De Vito
La Repubblica, 25 gennaio 2020
Grazie all'applicazione della messa in prova e dei servizi di pubblica assistenza novecento condannati aiutano il no profit e si sono evitati quasi 2.600 processi.
Le alternative al processo e al carcere esistono. E funzionano. Hanno due nomi che alle persone normali dicono poco: "esecuzione delle condanne ai lavori di pubblica utilità" e "sospensioni del procedimento per messa alla prova". Tradotti, significano ore di volontariato da svolgere in sostituzione della pena nel primo caso e al posto del processo nel secondo.
Di fatto, sono due istituti giuridici che rappresentano la chance di non sentirsi un criminale, offerta a chi commette perla prima volta piccoli reati (con pene fino ai 4 anni): dalla guida in stato di ebrezza all'imbrattamento, dalle false dichiarazioni ai furti di pagnotte al supermercato.
L'ultimo dato raccolto sul territorio di Milano parla di 2.593 processi evitati grazie alla messe alla prova degli imputati, su un totale nazionale di 13.481, mentre durante tutto l'anno sono stati registrati circa 900 casi di condanne tramutate in lavori di pubblica utilità, a fronte degli 8.401 in tutta Italia.
Il tribunale di Milano è stato il primo ad attivare un protocollo da quando, nel 2011, i lavori di pubblica utilità sono diventati una strada percorribile. Un ruolo da precursore, a livello italiano, che si è ripetuto anche nel 2014 quando è entrata in vigore la legge in materia di messa alla prova. A oggi si contano 145 enti convenzionati sul territorio che si sono dichiarati disposti ad arruolare tra le file dei loro volontari persone che hanno avuto problemi con la giustizia.
Nell'elenco degli enti convenzionati ci sono 53 Comuni, ma anche 60 tra associazioni e onlus. Si va dalle più celebri come Casa della Carità, Exodus e City Angels, a realtà più piccole come ad esempio Miagolandia, associazione attiva su Mediglia che si occupa della cura e della sterilizzazione di gattini randagi.
"Un progetto che per il tribunale di Milano è motivo d'orgoglio - spiegano Monica Amicone e Chiara Valori, le giudici che si sono occupate del programma su richiesta del presidente del tribunale Roberto Bichi - principalmente perché funziona: tutti gli enti convenzionati hanno espresso soddisfazione per il lavoro svolto. E non sono state segnalate criticità". Un successo secondo tutti, dagli avvocati ai giudici, fino agli imputati che in queste categorie di reati hanno un'estrazione sociale molto variegata: si va dal professore universitario ubriaco al 18enne che ha lasciato gli studi.
"Nel caso delle messe alla prova, ad esempio, è anche una questione di dignità personale - aggiungono Valori e Amicone - sono persone che vivono il processo in sé come una condanna e la possibilità di evitarlo per loro è importante". Fondamentale anche per gli extracomunitari, ad esempio, perché il reato, al termine del programma, viene estinto.
"Molti di loro non possono rischiare di prendersi una condanna - spiega Valentina Alberta, avvocato e membro della Camera penale di Milano - altrimenti perderebbero il permesso di soggiorno. L'utilità di questi istituti sta poi anche nella possibilità di evitare il carcere per reati minori, che aumenterebbe invece il rischio di recidiva soprattutto nelle fasce sociali più deboli. Sono dell'idea che potrebbero essere inclusi pure reati con pene che arrivano fino ai cinque anni".
Le messe alla prova andate male si contano sulle dita della mano, tuttavia mancano dei dati sulla recidiva, ovvero quanti sono comunque tornati a delinquere anche dopo il programma: "Numeri che sarebbe importante conoscere" aggiungono Valori e Amicone. Fermo restando che l'esperienza nella stragrande maggioranza dei casi è positiva: "spesso le persone rimangono a fare volontariato in quelle associazioni anche dopo la fine dell'obbligo".
Un sistema che sta entrando a regime, quindi. Anche se le differenze con quello del tribunale dei Minorenni - rodato da tempo - sono evidenti. La principale riguarda le risorse: i soldi destinati all'Uepe, l'ufficio che si occupa di proporre all'autorità giudiziaria il programma di trattamento da applicare a chi chiede la messa alla prova, sono inferiori rispetto ai fondi stanziati per i minorenni: "meno risorse significa relazioni più stringate e programmi più standardizzati, quindi minori informazioni nelle mani del giudice" spiega Chiara Valori.
Il futuro C'è poi la criticità delle lunghe attese: i numeri di posti disponibili sono insufficienti rispetto al fabbisogno e sempre più spesso i tempi per arrivare a svolgere le ore di volontariato accordate dal giudice si allungano. Per questo in tribunale stanno studiando un modo per far crescere il numero delle convenzioni e anche per raccontare alla cittadinanza il progetto: ovvero come, a volte, la giustizia costruisce e ripara, invece di limitarsi a punire.
di Daniela De Crescenzo
Il Mattino, 25 gennaio 2020
"Quello che lascia sgomenti è il fatto che sempre più spesso i ragazzi agiscono in maniera violenta per emulare quello che magari sentono nel quartiere o, peggio, nella famiglia".
Gemma Tuccillo, capo del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, spiega cosa accade nel mondo di quei giovani che si battono contro la polizia per difendere un "focarazzo", come è successo al Borgo Sant'Antonio Abate.
Quali sono i miti che spingono alla violenza?
"Io credo che le suggestioni del mondo giovanile non arrivino solo dai film e dai videogiochi. Magari nel quartiere sentono ripetere "La polizia è infame" e quindi anche se il poliziotto si avvicina per proteggerli, loro si fanno un punto d'onore di respingerlo. E a volte lo fanno non solo per emulare quello che vedono sullo schermo, ma anche perché in fondo replicano un cliché che è diffuso nel loro quartiere se non addirittura del loro ambito familiare".
Quale? "Quello di un'acritica contrapposizione allo Stato".
Quindi che fare?
"Nel momento in cui questi ragazzi arrivano all'attenzione della magistratura è importante la risposta sanzionatoria, ma anzitutto, trattandosi di personalità in evoluzione, ci deve essere una presa in carico consapevole che una corretta educazione alla legalità passa anche attraverso una corretta visione dello Stato. Bisogna spiegare a questi giovani che le forze dell'ordine tutelano il cittadino e non gli vanno contro. Per loro troppo spesso polizia e carabinieri, che dovrebbe essere una cifra di sicurezza, diventano un nemico da combattere".
Colpa dei quartieri a rischio?
"Non solo. Il clima che si respira nelle strade o in famiglia può certamente essere uno degli elementi che rafforza questo sentire errato. Ma questo modo di ragionare non si trova solo in certi contesti, perché generalmente tra i minori il contrapporsi alla polizia viene ritenuta una prova di coraggio, una manifestazione di audacia che li accredita nel gruppo dei pari".
Ma la violenza non è solo contro le forze dell'ordine. Ieri è stato trovato un sedicenne con una pistola con il colpo in canna. Per arginare anche questo tipo di delinquenza sarebbe utile abbassare la cosiddetta età imputabile?
"Assolutamente no. Non serve mandare in carcere ragazzini con meno di quattordici anni. Il vero problema è prevenire la delinquenza attraverso una presa in carico precoce da parte dei servizi sociali. Quando questi episodi si verificano è importante ragionare sulle risposte da dare, ed è importantissimo che queste siano corrette ed efficaci. Ma dobbiamo essere consapevoli che siamo già nella fase patologica. Invece bisognerebbe intervenire molto prima".
Perché questo non accade?
"Perché, specialmente in alcuni contesti deprivati, non esiste un'adeguata rete di accoglienza e di accompagnamento che incanali le energie e gli entusiasmi dei più giovani inculcando, loro, tra l'altro, il rispetto dello Stato e degli altri. Se la violenza e la contrapposizione diventano gli strumenti per l'affermazione della propria personalità, vuol dire che prima sono mancate le possibilità e le occasioni che rendono un giovane capace di manifestare il proprio carattere attraverso i talenti positivi".
C'è un legame tra i ragazzi che assaltano le forze dell'ordine e quelli che organizzano le stese?
"Io credo di no. Non penso si possano sovrapporre questi ultimi episodi che hanno un carattere di occasionalità, ai raid della criminalità organizzata. Nelle azioni dei ragazzi del Borgo Sant'Antonio, ad esempio, ad un'analisi superficiale dell'evento, non si percepisce una programmazione che è invece tipica delle organizzazioni più strutturate come la camorra. Per questo lo ripeto: per arginare i fenomeni di delinquenza giovanile bisogna innanzitutto prevenire".
studio93.it, 25 gennaio 2020
Ieri, presso la Casa circondariale di Velletri, nel corso dell'iniziativa "Agricoltura sociale - Istruzione come forma di riscatto" è stato consegnato a 3 detenuti il diploma di maturità dell'Istituto agrario "Cesare Battisti" di Velletri. Alla presenza del sindaco di Velletri, Orlando Pocci, dell'assessora regionale all'agricoltura, Enrica Onorati e del consigliere regionale Salvatore La Penna, e al fianco della direttrice della casa circondariale, Maria Donata Iannantuono, del dirigente scolastico Eugenio Dibennardo e del referente scolastico presso il carcere, professor Antonino Marrari, è intervenuta anche Eleonora Mattia (Pd), presidente della IX Commissione della Regione Lazio istruzione, lavoro e diritto allo studio.
"Abbiamo visitato le serre, la fungaia e i luoghi dove vengono prodotti olio e vino - spiega la Mattia - toccando con mano l'entusiasmo con cui i detenuti si impegnano in queste attività, consapevoli che istruzione e cultura siano gli unici veri stimoli per crescere e riscattarsi, una sorta di ascensori sociali di cui non possiamo fare a meno.
Non è un caso che nel carcere ci siano anche 10 iscritti all'università, motivo per cui, insieme alla direttrice, abbiamo lanciato la sfida per attivare nel prossimo anno, oltre all'istituto alberghiero (già previsto) anche il corso Its di Enologia e, in tempi brevi, un percorso distaccato con l'Università Roma Tre".
"Va detto - conclude la Mattia - che già quest'anno c'è stata la novità, importante, di aver aperto ai detenuti protetti l'istruzione secondaria. Senza contare che la Regione Lazio ha appena stanziato, con la L.R.7/2007, 500 mila euro per le carceri del Lazio destinati, in parte, ad un protocollo d'intesa con cui le università di Roma Tre e Tor Vergata si fanno carico del tutoraggio dei detenuti in specifici corsi di studio e, in parte, in corsi di teatro. Un lavoro attento sulla persona, affinché il percorso in carcere sia realmente di recupero e di riscatto, per tornare ad approcciarsi in modo nuovo alla società esterna".
Gazzetta di Livorno, 25 gennaio 2020
L'amministrazione comunale: "Il futuro raddoppio della capacità di accoglienza delle Sughere impone interventi urgenti". "Indispensabili azioni di recupero delle aree abbandonate da anni all'interno della struttura". Di questo, rende noto il Comune di Livorno, si è parlato ieri alla Casa Circondariale Le Sughere, con il provveditore dell'amministrazione penitenziaria a livello regionale Gianfranco De Gesu, il garante regionale per i detenuti Franco Corleone, il direttore del carcere Carlo Mazzerbo, l'assessore comunale Andrea Raspanti, il garante dei detenuti di Livorno Giovanni De Peppo e, in rappresentanza del Dap, Gabriella Pedota.
"È stata l'occasione - scrive il Comune in una nota- per fare il punto ed anche una riflessione sulle maggiori criticità del carcere già evidenziate dall'Amministrazione Comunale ai massimi vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Il futuro raddoppio della capacità di accoglienza delle Sughere, che da 250 dovrebbe passare ad oltre 500 detenuti, impone infatti interventi urgenti senza la realizzazione dei quali potrebbe aggravarsi una situazione già complessa".
"Sul tavolo - riferisce l'amministrazione comunale- la necessità di una totale ristrutturazione delle aree di carattere trattamentale abbandonate da anni come la sala polivalente, ma anche dell'edificio (caserma della Polizia Penitenziaria) abbandonato da anni, prezioso per l'accoglienza degli agenti e per finalità correlate all'istituto.
Tra gli interventi da realizzare la chiusura della sezione transito, grazie all'avvio dei nuovi padiglioni, e l'immediata ristrutturazione della stessa. Necessaria anche una riflessione sulla restituzione della sezione "verde" a sezione per la detenzione femminile ed un opportuno reperimento di risorse per la bonifica e la ristrutturazione della attuale cucina centrale. La cucina sarà presto sostituita da una nuovissima e attrezzata cucina delle sezioni dell'Alta Sicurezza ormai prossima all'attivazione".
"L'amministrazione comunale - si legge nella nota- dovrebbe invece provvedere ad interventi di natura infrastrutturale quali l'ampliamento del parcheggio antistante l'Istituto e la riattivazione della fermata Ctt davanti alla Casa circondariale per facilitare le visite dei tanti familiari dei detenuti".
"Il carcere è a tutti gli effetti parte della nostra città ed è un servizio pubblico molto importante - ha affermato l'assessore al sociale e diritti Andrea Raspanti - Un carcere che funziona bene e rispetta la dignità delle persone detenute offre garanzie alla comunità nel suo complesso, perché riduce il rischio che, una volta scontata una pena e tornate libere, queste commettano nuovi reati. Diversamente, un carcere che non funziona produce recidiva e rende più insicura la società. Lo dicono i dati ufficiali.
Perché il carcere funzioni deve offrire ai detenuti opportunità di crescita e risocializzazione, e per farlo ha bisogno di ambienti di detenzione adeguati. Abbiamo pertanto richiesto che vengano recuperate le aree destinate alle attività trattamentali e che, nei padiglioni di prossima costruzione, ne siano previste di nuove. Abbiamo inoltre sollecitato il Dap affinché si risanino le sezioni di media sicurezza, oggi degradate e degradati sia per chi ci vive sia per chi ci lavora. Il confronto avviato è molto positivo e ci aspettiamo che, da questa collaborazione, arrivino risposte concrete ai tanti problemi dell'istituto".
"È stato un incontro importante proprio per definire quelle che sono le urgenti azioni di recupero da fare - conclude il Comune-. Interventi che sono stati presentati al nuovo provveditore regionale De Gesu, alla presenza del garante Corleone, ormai prossimo alla fine del proprio mandato, ma che proprio in vista di questa scadenza, come lui stesso ha affermato in una recente intervista, vuole lasciare un cantiere di prospettive per i carceri toscani, compreso appunto Le Sughere di Livorno".
Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2020
Il 31enne tunisino, Arafet Arfaoui, è morto il 16 febbraio 2019 durante un fermo della polizia di Empoli. Ma per la Procura di Firenze, il caso doveva essere archiviato dopo quattro mesi, senza nessun indagato. Una tesi respinta dal gip Gianluca Mancuso che ha imposto al pm Christine von Borries l'iscrizione nel registro degli indagati di sette persone: i cinque agenti di Empoli che quella sera arrestarono il giovane tunisino, ma anche il medico e l'infermiere del 118 che provarono a rianimarlo per quasi un'ora.
L'uomo era andato in un money transfer per spedire 40 euro alla famiglia, ma il titolare gli aveva contestato la falsità di una banconota. A quel punto Arfaoui aveva dato in escandescenza prima di avere un arresto cardiaco dopo il fermo dei carabinieri che lo avevano sdraiato a terra con le manette ai polsi e le gambe immobilizzate con una corda.
L'indagine, sempre a carico di ignoti, aveva portato alla richiesta di archiviazione: secondo la pm, il comportamento di agenti e soccorritori era stato corretto e la morte del giovane causata da un'alterazione provocata dall'assunzione di cocaina e dallo stress del fermo. Una tesi rifiutata dal gip che ha dato ragione all'avvocato della moglie, Giovanni Conticelli, ordinando nuove indagini "entro sei mesi".
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